Home » Posts tagged 'Unione Europea' (Pagina 4)
Tag Archives: Unione Europea
Giustizialisti buoni e garantisti cattivi: a ognuno il suo (e qualcosina di più) #paradoXaforum

“C’è un tempo per essere giustizialista e c’è un tempo per essere garantista”. Sto con l’Ecclesiaste, ma aggiungo: “ci sono casi che richiedono giustizialismo e casi che meritano garantismo”. E, allora, bisogna sapere distinguere e riuscire a convincere gli altri che la mia distinzione ha valore.
Partirò con la notazione che il garantismo a campo largo è fatto apposta per salvare tutti i propri compagni di merende al prezzo, ritenuto largamente sopportabile, spesso atto pagare ad altri, di lasciare esenti da qualsiasi intrusione della legge anche i compagni delle altrui merende. Da un lato, questo garantismo comunica la possibilità della tolleranza/immunità per comportamenti probabilmente scorretti, spinti in una zona grigia nella quale è meglio non guardare, fino a dare l’idea di un permissivismo/lassismo che si diffonde a permeare la società, l’economia, la cultura giungendo a troppe manifestazioni di religiosità. Dall’altro, inevitabilmente, difficile dire quanto consapevolmente, questo garantismo erode l’autorità dello Stato e delle istituzioni. Le loro procedure e le loro regole possono essere violate senza conseguenze. Sono elastiche. Possono essere interpretate con notevole discrezionalità che talvolta sfiora l’arbitrio.
Nel giustizialismo si trovano, invece, coloro che danno un’interpretazione inflessibile e immutabile dei principi fondamentali che regolano i rapporti fra le persone e fra quelle persone e le istituzioni. La legge eguale per tutti, “giustizialmente” interpretata, colpisce malamente tutti coloro che sono diseguali per una varietà di elementi sempre esistenti, in particolare, per assenza di risorse economiche, culturali, di visibilità (troppa che potrebbe giustificare il dare loro una lezione; poca che potrebbe consentire un trattamento esagerato senza che vada agli onori/disonori della cronaca), di relazioni sociali. Chi viene lasciato solo è più esposto ai rigori della legge.
Trattare i diseguali in maniera diseguale richiede un legislatore in grado di individuare almeno le più importanti fattispecie di diseguaglianza disturbante e delineare i trattamenti specifici. Vale la pena tentare tenendo a bada gli sconfinamenti garantisti e le esagerazioni giustizialisti. Tuttavia, nell’ottica di un sistema politico, che può anche essere sovranazionale come l’Unione Europea, ’è un elemento che richiede maggiore attenzione e più approfondita considerazione di altri: il potere, più precisamente il potere politico. Non che il potere economico, il potere sociale, il potere culturale, il potere religioso non si accompagnino anch’essi alla probabilità di elargire favoritismi, ma solo il potere politico è in grado di incidere su tutti i cittadini. Solo il potere politico si estende e si spande su tutto il sistema politico intervenendo anche nei confronti degli altri poteri, assegnando vantaggi e/o sottraendo risorse.
Chi ha più potere ha, volente o nolente, più responsabilità. Deve accettare più responsabilità, politiche, sociali, giudiziarie. Nessuno dei suoi comportamenti scorretti può essere condonato. Con il potere politico può meglio difendersi dai giudici e dai giustizialisti. Con quel potere politico può anche, a (in)determinate condizioni, continuare nel reato. No, i detentori di potere politico, di governo e di rappresentanza, non sono cittadini come gli altri. Pertanto, non debbono essere trattati come cittadini qualsiasi (i quali, peraltro, sono un insieme molto variegato). Il potere politico non deve essere usato per giustificare l’irresponsabilità, per sfuggire dalle responsabilità. Non è giustizialismo esigere che chi occupa cariche politiche le liberi per difendersi senza sfruttare quel plus che il potere politico inevitabilmente comporta. Si può esigerlo; si può farlo.
Pubblicato il 22 Aprile 2024 su PARADOXAforum
Nel mondo che brucia la UE deve essere bussola @DomaniGiornale

Quello che è particolarmente preoccupante in questa fase della storia del mondo è che vediamo l’accumularsi di problemi molto diversi fra loro, prodotti da condizioni diverse in luoghi diversi per i quali molte parte indicano una pluralità di responsabili. Intravvediamo qualche complicato emergere di soluzioni che rimangono conflittuali e non trovano l’approvazione delle parti in causa. Rincorriamo qualche novità, qualche volta esagerandola, che nel migliore dei casi apre spiragli che non lasciano intravedere una strategia abbozzata almeno nelle sue linee generali. Non si può e non si deve chiedere agli ucraini di alzare bandiera bianca, ma nessuno, tranne forse la Cina, è in grado di chiedere a Putin di porre fine al conflitto. La Cina è seduta lungo il corso di un fiume dove pensa, forse spera, magari progetta di vedere “passare” Taiwan, mentre la sua economia non cresce più, ma aumenta la repressione a Hong Kong. Appena riconsacrato, Putin che, come tutti gli autocrati, fonda il suo potere anche sulla promessa di ordine e sicurezza (più una rilanciata grandezza) vede la sua capitale ferita da un attacco terroristico con gravissime conseguenze.
La sua ricerca di un capro espiatorio nell’Ucraina come mandante non sembra funzionare, ma probabilmente ha finora impedito che gli venga chiesto conto, da un circolo ristretto che mantiene un po’ di potere intorno a lui, dell’avere ignorato la tempestiva segnalazione dell’intelligence USA di un attacco terroristico. La reazione israeliana all’aggressione di Hamas del 7 ottobre continua mirando a ripulire dalla presenza di terroristi i cunicoli di Gaza la cui lunghezza è stata stimata fra le 300 e le 500 miglia. Repressione e oppressione senza soluzione hanno conseguenze imprevedibili, ma non risolutive. L’aumento dell’antisemitismo è tanto inquietante quanto accertato, ma rimane deprecabile.
Il Presidente Biden, giustamente e comprensibilmente teme che una parte non trascurabile dell’elettorato islamico USA finora orientato a favore dei Democratici, lo possa abbandonare decretandone la sconfitta in due/tre stati chiave in bilico e riportando alla Casa Bianca Donald Trump, certamente non un negoziatore non un pacificatore. L’astensione USA sul voto del Consiglio di Sicurezza dell’ONU a favore del cessate il fuoco è un messaggio sia a quell’elettorato sia ad Israele, ma il suo impatto non va oltre il breve termine se non sarà accompagnato da veri e propri negoziati per i quali nessuno finora ha indicato le modalità iniziali e una prospettiva plausibile. Israele sembra opporsi alla soluzione dei due Stati, comunque difficilissima da tradurre in pratica senza la totale smilitarizzazione di Hamas. Nel variegato mondo dei paesi arabi peraltro non si vede grande entusiasmo per la formazione di uno stato palestinese. In questo panorama complesso caratterizzato da opzioni diverse 400 e più milioni di cittadini dell’Unione Europea andranno a votare per l’istituzione democratica, l’Europarlamento che ne rappresenterà e esprimerà per cinque anni le preferenze, le aspettative, anche gli interessi. Senza compiacermi di nessuna critica moralista/buonista, ritengo che sia non soltanto logico, ma assolutamente opportuno che la grandi famiglie politiche europee, preso atto dello stato del mondo, dei due gravi conflitti ai suoi confini, della persistenza del terrorismo di matrice islamica, procedano ad una diagnosi approfondita e suggeriscano soluzioni alle quali saranno gli europei stessi a contribuire. Sicurezza reciproca, ricostruzione materiale, ma anche di rapporti, visione di un futuro di autonomia ma anche di cooperazione: per tutto questo vale la pena di impegnarsi, sempre. Se non ora, quando?
Pubblicato il 27 marzo 2024 su Domani
L’Europa nel mondo di domani #TavolaRotonda #1marzo #Roma convegno IL PARLAMENTO EUROPEO: VERSO QUALE EUROPA? Accademia Nazionale dei Lincei

CONVEGNO LINCEO
IL PARLAMENTO EUROPEO: VERSO QUALE EUROPA?
29 FEBBRAIO -1° MARZO 2024
Venerdì 1° marzo
Tavola rotonda: L’Europa nel mondo di domani
Interventi:
Giuliano AMATO (già Presidente della Corte Costituzionale)
Gianfranco PASQUINO (Linceo, Università di Bologna)
Alberto QUADRIO CURZIO (Presidente Emerito dell’Accademia Nazionale dei Lincei)
Nel giugno 2024 si terranno per la decima volta le elezioni a suffragio universale per il Parlamento
Europeo. L’attuale è una fase storica molto delicata per l’Unione Europea: la guerra in Ucraina, i postumi
della pandemia da Covid 19, la turbolenza dei mercati finanziari, la crisi ambientale e le difficoltà della
transizione energetica, l’accentuarsi degli squilibri territoriali tra Nord e Sud e Est e Ovest, la crisi
dell’equilibrio mondiale e l’affermazione in molti stati membri di movimenti populisti neo-nazionalisti
producono crescenti difficoltà nei rapporti tra gli stati membri e tra questi e l’Unione Europea, mettendo
in discussione la sua stessa architettura istituzionale.
Si pone quindi l’esigenza di un esame attento e sobrio della situazione sul piano della riflessione scientifica prima che si sviluppi la campagna elettorale.
PROGRAMMA DEL CONVEGNO
Le elezioni decisive e il “momento Spinelli” @DomaniGiornale

“Non avremmo voluto mai prendere questo provvedimento, ma ce lo chiede l’Europa”. Questa frase l’abbiamo sentita tantissime volte pronunciata con faccia mesta da molti politici, più da coloro che stanno al governo che dagli oppositori. La chiamerò la sindrome dell’alibi. “No, questo, fosse per noi, se solo potessimo, lo faremmo subito e di più, ma le regole europee ce lo vietano. Purtroppo, dobbiamo rinunciarvi, ma la colpa è dell’Europa”. Questa è, invece, precisamente la sindrome della capra espiatoria (sic). Entrambe le sindromi sono simultaneamente presenti nel dibattito italiano. Probabilmente godranno di un’impennata non appena, presentate le liste e le candidature, anche quelle civetta, comincerà la campagna per l’elezione del Parlamento europeo.
Troppo spesso, se non, addirittura, quasi sempre, gli europeisti non reagiscono in maniera efficace. Non sanno, come suggerirebbero gli esperti di comunicazione politica, controinquadrare (frame) le tematiche salienti e dettare una diversa agenda del discorso politico. Tanto per cominciare l’Europa siamo noi, non è un qualcosa di separato da e di estraneo alle nostre vite, di ieri, di oggi, e ancor più, di domani. Siamo noi che eleggiamo gli europarlamentari italiani; è il nostro governo che nomina il rappresentante italiano nella Commissione, i nostri ministri in tutti i comitati interministeriali addetti alle politiche di settore e la Presidente del Consiglio che fa parte per l’appunto del Consiglio dei capi di governo. Se le decisioni che sono prese in queste istituzioni non tengono conto delle proposte italiane e vanno a scapito degli interessi nazionali potrebbe non essere un complotto dei poteri forti europei tutti coalizzati per oscure ragioni contro l’Italia. Sarebbe opportuno, piuttosto, interrogarci sulla qualità delle nostre proposte, sulla capacità dei nostri rappresentanti di creare coalizioni per proteggere e promuovere nel quadro europeo i nostri interessi, sulla credibilità del, come si dice con espressione che merita di essere analizzata e chiarificata, “sistema paese”.
Qualsiasi alibi e qualsiasi tentativo di gettare le colpe su una o più capre espiatorie peggiorano la situazione dei paesi e dei loro dirigenti che vi fanno ricorso. Nel rapporto democratico fra governanti e cittadinanza, agli europeisti si offre l’opportunità e corre l’obbligo di mettere in evidenza quanto l’Unione Europea è progredita, nonostante enormi e drammatiche sfide, una delle quali, l’aggressione russa all’Ucraina, è tuttora in corso, un’altra, la pandemia da Covid, è stata sconfitta proprio grazie al coordinamento in sede europea e alle risorse messe in comune. Europeismo per gli italiani che ci credono e vogliono più Europa significa rifarsi agli scritti e alle azioni impetuose, incessanti, infaticabili di Altiero Spinelli e alle prospettive da lui delineate e perseguite: l’unificazione politica dell’Europa. Spinelli sapeva guardare indietro e rallegrarsi dei risultati ottenuti, senza mai però accontentarsi. Lo farebbe anche nelle condizioni, difficili, attualmente date. Ha subìto e subirebbe delle sconfitte, ma proprio come il politico per vocazione così brillantemente individuato da Max Weber, direbbe: “Non importa, ricominciamo”, avendo imparato e svolto un’opera di pedagogia politica europeista a tutto campo.
Nel processo di unificazione europea, complicato, faticoso, contrastato, aperto a una molteplicità di soluzioni, esiste spesso un “momento Spinelli”. È quello nel quale i progressisti hanno il compito di unire le forze e mobilitare cittadini in nome di quel molto che l’Europa ha già fatto per noi e di quel di più che c’è e rimarrà ancora da fare con il contributo essenziale dei cittadini europei. Le elezioni dell’Europarlamento 2024 sono sicuramente quel “momento”.
Pubblicato il 14 febbraio 2024 su Domani
L’egemonia culturale si conquista con la competizione delle idee non occupando posti di potere
Da quando l’egemonia culturale si conquista, non producendo idee, ma, occupando posti? Da quando l’egemonia culturale è un prodotto nazional-sovranista che pensa di poter fare a meno di confrontarsi con il mondo globalizzato e con le idee e i valori dell’Unione Europea? Ripensare l’egemonia in chiave di competizione in democrazia e per la democrazia, oggi (e ieri).
La minaccia dei sovranisti alla libertà dell’Europa @DomaniGiornale

Tutti i governi hanno la facoltà di criticare i loro predecessori per quello che hanno fatto, non fatto, fatto male. Meglio quando le critiche sono precise e documentate, senza eccessiva acrimonia, costruttive. A maggior ragione la facoltà di critica può, entro (in)certi limiti, essere esercitata da chi, come Giorgia Meloni e alcuni suoi ministri, è stato fermamente all’opposizione, coerentemente non facendosi coinvolgere in accordi sottobanco (ma neanche sopra).
Tutti i governi hanno l’obbligo politico di rispondere al loro elettorato sforzandosi di attuare le loro promesse elettorali nella maniera più fedele possibile, pur tenendo conto che in un governo di coalizione ciascuno dei contraenti deve rinunciare a qualcosa. Trasformare le promesse elettorali in politiche pubbliche è comunque operazione difficile, per la quale non è consentito ridefinire bellamente quelle promesse. Mi limito ad un esempio. Se la promessa elettorale è “presidenzialismo” la riforma chiamata “premierato” non è affatto una semplice ridefinizione. È una violazione.
Tutti i governi, in particolare quelli che criticano l’instabilità politica dei predecessori e vogliono dimostrare di essere migliori perché capaci di garantire stabilità politica, debbono sapere delineare un programma per l’intero mandato quinquennale. Quel programma quinquennale sarà tanto più credibile e più significativo se conterrà una visione complessiva del paese che verrà.
Gravata da non poche posizioni ideologiche, sensibile a non poche pulsioni corporative, legata a alcuni elementi del passato suo e dei suoi numi tutelari di una destra priva di credenziali democratiche, pur avendo proceduto a qualche ridefinizione di posizioni non più sostenibili, Giorgia Meloni non è finora riuscita a formulare neppure a grandi linee la visione di Italia che vorrebbe costruire. Per di più ai suoi ministri manca l’esperienza e talvolta anche la competenza, non per supplire, ma per dare quei contributi parziali, relativi ai loro settori specifici, ma molto importanti per svolgere il compito in maniera positiva. Forse il silenzio sull’Europa, che non ho condiviso, nel discorso del Presidente della Repubblica, era inteso a non interferire sulla campagna per l’elezione dell’europarlamento, a non toccare prerogative dell’attività di governo. Però, il ruolo dell’Italia in Europa riguarda il “sistema paese” e il suo futuro, non soltanto l’attività del governo, di qualsiasi governo.
Sul terreno europeo si trovano le sfide, le contraddizioni, le opportunità del governo di destra. Non basterà sostenere che bisogna sconfiggere l’attuale maggioranza Popolari, Liberali e Verdi, Socialisti e Democratici, escludendo questi ultimi e sostituendoli con i Conservatori e Riformisti del cui raggruppamento Meloni è la Presidente. Non basterà, ma sarebbe un gesto apprezzabile, di notevole rilievo, prendere le distanze da Santiago Abascal (il capo di Vox) e dall’ingombrante Victor Orbán (capo del governo ungherese e costruttore di una sedicente, contraddittoria democrazia “illiberale”). Ai polacchi ci ha già pensato la maggioranza degli elettori. Non basterà usare l’Europa come alibi per quello che il governo italiano ha assunto l’impegno di fare oppure come capro espiatorio di scelte e politiche che richiedano sacrifici. Bisognerà dire quale e quanta Europa: federale/confederale (“delle nazioni”)/sovranista (che traduco: à la carte), l’eventuale nuova maggioranza ricomprendente l’Italia di Giorgia Meloni e dei suoi Fratelli (e alleati) mira a costruire, con quali politiche sociali, economiche, culturali e civili preferibili a quelle che hanno comunque fatto di questa Unione Europea, lo ripeto, il più grande spazio di diritti e di libertà mai esistito al mondo. Quello spazio che i sovranisti mirano a restringere, e Meloni? Hic Bruxelles hic salta.
Europa più che una cartina di tornasole. Hic Bruxelles hic salta La minaccia dei sovranisti alla libertà dell’Europa
Pubblicato il 3 gennaio 2024 su Domani
Make Europe Great Again (MEGA). Quel che dobbiamo fare per l’Europa, ovvero per noi @formichenews

Immigrazione, Patto di Stabilità e Crescita, nuove e numerose adesioni, sicurezza e pace sono le sfide che, se troveranno soluzioni condivise tra il 2024 e il 2029, promettono di cambiare per il meglio l’Unione europea e la vita dei cittadini/e europei/e con effetti positivi anche sulla costruzione di un nuovo ordine internazionale. La riflessione di Gianfranco Pasquino, europeo nato a Torino, professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna e Accademico dei Lincei.
Non c’è soluzione specificamente italiana ai problemi che in qualche modo riguardano l’Unione Europea e gli altri Stati-membri e i loro cittadini. Chiamarsi fuori significa per l’Italia non soltanto dovere provvedere da sé, ma rendere più difficile, quasi impossibile prendere decisioni che per funzionare richiedono accordi e concordia europea. Due esempi sono sufficienti: l’immigrazione e la revisione del Patto di Stabilità e Crescita, ma all’orizzonte si staglia l’adesione di nuovi stati a completamento geografico (e politico) dell’Unione Europea. Questa mia premessa è indispensabile per capire quanto alta è e possa diventare la posta in gioco dell’elezione del Parlamento europeo il 9 giugno 2024.
Anche se è giusto rammaricarsene, è inevitabile, comunque, impossibile da proibire, che i dirigenti dei partiti italiani pensino a sfruttare l’esito delle elezioni europee per rafforzare le loro posizioni in Italia. Assisteremo sicuramente ad un consistente travaso di voti e seggi dalla Lega, più che dimezzata, a Fratelli d’Italia che quadruplicherà i suoi voti e i suoi seggi. Lungi da me affermare che questo esito fortemente positivo per quei Fratelli servirà a poco o nulla se non incidesse sulla formazione della prossima maggioranza nel Parlamento europeo. Certo, dirigenti e eletti del Partito dei Conservatori e Riformisti, di cui Giorgia Meloni è presidente, non saranno davvero soddisfatti se mancheranno l’obiettivo di sostituire i Democratici e Socialisti dando vita ad una nuova maggioranza con Liberali, Verdi e Popolari. Poiché in democrazia, e l’Unione Europea è il più grande spazio di libertà, di diritti, di democrazia mai esistito al mondo, i voti contano, anche la, al momento probabile, prosecuzione della maggioranza attuale sarà consapevole della necessità di tenere conto della nuova distribuzione di seggi. Ma i seggi senza idee e proposte non fanno cambiare le politiche, forse neppure le cariche come, per esempio, quella della Presidenza della Commissione.
Spetterà alla campagna elettorale andare oltre i temi nazionali e la conta nazionale, pur, gioco di parole, tenendone conto. Finora non si è visto praticamente nulla di concreto, nulla di nuovo, nulla di affascinante. Peggio. La discussione sulle candidature a capolista e in quante circoscrizioni di Giorgia Meloni e di Elly Schlein (e giù per li rami delle altre liste con la lodevole eccezione di Giuseppe Conte che si è chiamato fuori) segnala la persistenza di una fattispecie di malcostume, politico e etico. C’è incompatibilità fra la carica di europarlamentare e quella di parlamentare nazionale. Dunque, poiché, naturalmente, né Schlein né, meno che mai, Meloni rinuncerebbero alla carica nazionale, è troppo poco denunciare che la loro presenza come capolista è uno “specchietto per le allodole”. Si tratta di un vero e proprio inganno a danno degli elettori, inganno che tutti i commentatori/trici e tutti i media dovrebbero, non assecondare con toto nomi e probabili desistenze a favore di fedelissimi/e, ma denunciare ad alta voce misfatti e misfattiste.
Poiché le decisioni europee nel prossimo parlamento si annunciano molto importanti, la composizione delle liste dovrebbe rispecchiare competenze e esperienze, non solo affidabilità personale e politica che, pure, è giusto che contino. La presenza di europarlamentari capaci è da considerarsi ancor più necessaria e significativa se la maggioranza sarà risicata. Talvolta, una argomentazione convincente riesce a spostare voti, a diventare vincente. Immigrazione, Patto di Stabilità e Crescita, nuove e numerose adesioni, sicurezza e pace sono le sfide che, se troveranno soluzioni condivise tra il 2024 e il 2029, promettono di cambiare per il meglio l’Unione Europea e la vita dei cittadini/e europei/e con effetti positivi anche sulla costruzione di un nuovo ordine internazionale.
Pubblicato il 31 12 2023 su Formiche.net
Trovata una lettera di Giorgia Meloni a Emmanuel Macron @formichenews

Caro Emmanuel,
ho appreso dai giornali che intendi candidare Mario Draghi alla Presidenza della Commissione Europea. Ottima idea. Oltre ad essere un grande europeista, Draghi è italiano, quindi, almeno potenzialmente un patriota. Sono stata una ferma e coerente oppositrice del suo pasticciato governo. Lui ha cavallerescamente apprezzato e mi ha portato molta fortuna politica e elettorale. Non ho pensato di candidarlo a niente dopo averlo sentito dire, con una certa durezza al limite dell’irritazione: “Un lavoro sono in grado di trovarmelo da solo”. Immagino che tu gli abbia parlato de visu della tua pensata, pardon offerta, e che lui ti abbia autorizzato a farla circolare come ballon d’essai per vedere che effetto che fa. Allora, lasciami dire con nettezza che, in questa Unione Europea che io voglio cambiare e cambierò, ci sono delle procedure e delle regole da osservare. Noi, uomini e donne di destre, siamo molto rispettosi dell’esistente, delle tradizioni, delle gerarchie e, non da ultimo, dei risultati dei ludi cartacei, di nuovo, pardon, delle elezioni, in questo caso europee. Non ti nascondo che i miei Fratelli d’Italia sono fiduciosissimi in un ottimo esito: triplicare il numero dei nostri seggi parlamentari. Poi ci vedremo nel Consiglio dei capi di governo, naturalmente lo champagne lo porti tu, e discuteremo.
Hai già convinto i presidenti dei Popolari e dei Socialisti e Progressisti a rinunciare ai loro Spitzenkandidaten? Oppure con qualche vostra trama sotterranea e oscura avete raggiunto un ennesimo accordo di spartizione come quelli sui quali noi, non da oggi, sosteniamo avete costruito un’Europa dei banchieri e dei burocrati? Immagino che farai un bellissimo rotondissimo discorso per argomentare la validità, impossibile da mettere in dubbio, del tuo candidato. Non avendo sponsor partitici e non essendosi Draghi mai, proprio mai sottoposto al vaglio elettorale, sosterrò con fermezza, con un filo d’irritazione nella mia voce, che è ora di cambiare e quindi di scegliere una candidatura che rappresenti il popolo europeo o, se preferite, i popoli europei. Comunque, a proposito di rispetto delle regole, sia chiaro che Draghi è in quota della Francia, vale a dire, tu, caro Emmanuel, avrai giocato la tua carta, il tuo asso, ovviamente, di denari, e non potrai nominare nessun commissario francese.
Tutto questo mi pare abbastanza prematuro, ma le mie considerazioni rimangono. Vedremo nella campagna elettorale quali temi emergeranno, uno dei quali, lo annuncio da subito, dovrà essere sicuramente prendere atto che il duetto Germania-Francia ha esaurito, oramai da qualche tempo, la sua carica propulsiva. É ora di sostituirlo con una governance pluralista nella quale l’Italia da me solidamente e stabilmente governata ambisce essere una componente centrale e lo e merita. La campagna elettorale servirà anche a Draghi, se lo vorrà, per esprimersi sulle priorità dell’Unione Europea prossima ventura. Mica si limiterà a rimandarci a quanto ha detto e fatto nel passato? Infine, noi, Fratelli d’Italia, auspichiamo l’emergere di una pluralità di candidature. Diremo di più e a voce molto più alta dopo il voto che ci premierà e ci darà maggior peso politico. Il commissario italiano lo sceglierò io, personalmente. Non sarà un ultrasettantenne e avrà il compito di rappresentare un’altra visione d’Europa.
Bons baisers da Roma
Giorgia
Gianfranco Pasquino
Professore emerito di Scienza politica, Accademico dei Lincei, europeista
Pubblicato il 15 dicembre 2023 su Formiche.net
L’ammuina di Meloni e le proposte da fare in UE @DomaniGiornale

“Non chiedetevi che cosa l’Unione Europea può fare per voi, ma che cosa voi potete fare per l’Unione Europea”. Questa parafrasi di una delle più efficaci affermazioni contenute nel discorso inaugurale della Presidenza di John Kennedy non può evidentemente diventare patrimonio dei sovranisti, neppure dei più lungimiranti fra loro (no, non rispondo alla richiesta di precisazioni e approfondimenti). Può, tuttavia, oppure, proprio per questo, essere utilizzata per valutare e migliorare le posizioni prese dagli Stati-membri dell’Unione per quel che riguarda il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) e il Patto di Stabilità e Crescita.
Del primo, la possibilità per ciascuno Stato-membro di avere accesso a fondi europei in caso di necessità, non sono in discussione le clausole specifiche, che non è possibile cambiare, ma l’adesione dell’Italia, indispensabile a consentirne all’occorrenza a richiesta l’utilizzo a ciascuno e tutti gli altri Stati, dunque, anche Ungheria e Polonia, quando era sovranista. Benvenuto al governo guidato dall’europeista Donald Tusk che segnala l’esistenza di molti ottimi anticorpi nella democrazia polacca. Il Patto di Stabilità e Crescita ha molta più rilevanza per le politiche economiche e sociali degli Stati-membri nei prossimi cinque anni. Riguarda il tetto del debito pubblico da considerarsi accettabile e le modalità previste/formulate per un rientro più o meno graduale, e il deficit tollerabile, comunque da ridursi in particolare, ma non solo, per l’Italia.
Non è chiaro se la Presidente del Consiglio italiano Meloni e il Ministro dell’Economia Giorgetti stiano concordemente utilizzando la ratifica del MES come strumento di pressione per ottenere migliori condizioni per il Patto di Stabilità. Già altri Stati-membri, in particolare i paesi del gruppo Visegrad, hanno proceduto di tanto in tanto ad applicare la strategia dello scambio, talvolta, con successo. Fa certamente parte del gioco agire, non troppo spesso, seguendo i dettami del “do ut des”. Forse, però, gli Stati-membri dell’Unione, non soltanto quelli economicamente più forti, nonostante le sue difficoltà attuali la Germania rimane nel club, ma anche quelli che definiamo più frugali, non gradiscono e non apprezzano queste “ammuine” se non vengono accompagnate da proposte alternative, migliorative, in special modo, credibili. La credibilità di queste proposte dipende in maniera significativa dalla loro provenienza, vale a dire se chi le fa ha un passato di impegni presi e rispettati, adempiuti, e dalla loro per qualità. Le proposte debbono anche, per tornare alla frase di apertura, avere di mira il miglioramento di tutta l’Unione Europea, contribuendo alla sua stabilità, alla sua crescita, ad una sua unificazione più stretta. Quest’ultimo, più ambizioso obiettivo certo non può essere il progetto dei sovranisti tranne di quelli che si stanno pentendo, pensando se e come fare outing nel momento più difficile e delicato ovvero nel corso della già iniziata campagna per l’elezione del Parlamento europeo.
Le opposizioni italiane avrebbero l’opportunità di sfruttare la contingenza favorevole impegnandosi a chiarificare per gli elettori da raggiungere e conquistare quanto alcune proposte, condivisione e azione, contribuendo al buon funzionamento dell’Unione Europeo produrrebbero ricadute positive e rapide sui singoli. Sappiamo, però, che, a causa di molte sue insuperate ambiguità, il Movimento Cinque Stelle non è in grado di dare un contributo efficace a questa strategia. Giusto allora mettere in evidenza l’inconcludenza e la farraginosità della strategia governativa (e delle affermazioni, prese di distanza minimali di Forza Italia), ma impossibile non vedere la trave nell’occhio di una parte delle opposizioni. Una buona politica accetta la sfida e nella campagna elettorale darà il massimo per spiegare agli italiani che quel che vuole fare per l’Unione Europea, anche in termini di proposte operative, e come e quanto servirà a migliorare le condizioni di vita di tutti. Nel passato, spesso è stato proprio così.
Pubblicato il 12 dicembre 2023 su Domani
Perché le ricette nazionaliste sono un problema @DomaniGiornale

Il sovranismo è il pur lecito desiderio di tornare al passato. Di quel passato, fatto di “nazioni” sovrane e indipendenti, si ricordano e esaltano alcune poche luci, ma deliberatamente e colpevolmente si trascurano le molte ombre, le più grandi delle quali sono due guerre mondiali. Comunque, nessun passato, neppure il più glorioso, può essere fatto rivivere. La scommessa sul recupero delle sovranità nazionali appare azzardata e pericolosa. Per il costo dell’azzardo i sovranisti dovrebbero informarsi dai Brexiters i quali, peraltro, hanno nel loro passato un impero e nel presente una rete di sicurezza nel Commonwealth. Per la pericolosità, quasi tutti i problemi che gli Stati-membri dell’Unione Europea debbono affrontare non troverebbero una soluzione migliore, forse nessuna soluzione, nelle capitali dei sovranisti.
Giunta è l’ora di chiedere ai sovranisti se bloccando la libera circolazione di merci, capitali, servizi e persone e tornando alle frontiere delle patrie staremmo tutti meglio o no. La loro la riposta è che l’Unione Europea non ha finora dimostrato di sapere controllare una delle più “minacciose” sfide dei nostri tempi (e di quelli che verranno): l’immigrazione. Però, chiudere le frontiere, fare blocchi navali e ricorrere a altre modalità di esclusione sono rimedi proposti senza nessuna certezza che funzionino, senza nessuna probabilità che vengano concretamente, tecnicamente, praticamente attuati. E poi quali sarebbero le implicazioni per tutti gli Stati sovranisti che, come l’Italia, hanno assoluto bisogno di manodopera non soltanto stagionale? Il controllo dei flussi, come dimostrano i bandi annuali, sembra, per l’appunto, anno dopo anno, inadeguato a soddisfare le richieste dei datori di lavoro e le domande dei potenziali lavoratori.
Andando al cuore di quella che è stata, da parte degli Stati-membri, non una perdita, ma una cessione consapevole di sovranità accompagnata dalla condivisione a livello più elevato, chi dei sovranisti ha l’ardire di sostenere che sarebbe in grado di garantire la sicurezza nazionale meglio di una Unione Europea anche se non ancora dotata di tutti gli strumenti per la difesa dei (sacri) confini? Se l’Ucraina avesse già fatto parte dell’Unione Europea, la Russia l’avrebbe comunque aggredita? E quanti dei paesi ex-comunisti dell’Europa centro-orientale hanno voluto l’adesione anche perseguendo la loro sicurezza nazionale? Gli Stati dei Balcani non pensano, non credono che la loro inclusione nell’Unione impedirà il risorgere di conflitti devastanti?
L’Unione Europea è il più grande spazio di diritti e di democrazia, di non discriminazione di genere, di razza, di religione mai esistito al mondo. Il grande allargamento del 2004, dieci nuovi Stati membri, certamente rallentò il processo di integrazione politica, ma è ampiamente giustificabile con la motivazione di sostenere quelle democrazie nuove e prive di esperienza. Troppi dei sovranisti, anche fra quelli al governo, Ungheria e Slovacchia, dando ottimisticamente per scontato, che l’europeista Donald Tusk riuscirà a formare il prossimo governo polacco, mostrano la tendenza a non attenersi ai requisiti essenziali dello stato di diritto, meglio in inglese: rule of law, governo della legge. L’autonomia della magistratura e la libertà di informazione, di stampa e molto più sono troppo spesso sfidate dai sovranisti al governo, ma protette e promosse dalla Commissione Europea e, in special modo, dalla Corte Europea di Giustizia.
Inevitabilmente, i sovranisti opereranno in maniera egoista perseguendo e favorendo interessi nazionali. Inevitabilmente, ne seguiranno conflitti fra loro che, sottotraccia, sono già visibili. Chi garantisce che quei conflitti verrebbero/verranno ricomposti senza sprechi, senza scontri, pacificamente in assenza di una autorità superiore, affidabile, con regole e procedure condivisibili perché previamente condivise? Il sovranismo è un passo indietro verso una situazione di imprevedibile e costosa conflittualità e verso un passato che la stragrande maggioranza degli europei ha voluto, e finora saputo, con successo superare.
Pubblicato il 6 dicembre 2023 su Domani