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Il Premier non può essere a tempo
All’insegna della più profonda ignoranza costituzionale e di un’irresistibile tendenza al populismo (che si esprime, anche con le Cinque Stelle, nel porre limite alle cariche elettive), Matteo Renzi ha prodotto una inequivocabile esternazione: limite di due mandati al capo del governo, come in USA. Forse, giunto al termine di una faticosa e confusa riforma costituzionale, Renzi si è dimenticato che l’Italia ha una forma di governo parlamentare e che quella degli USA è presidenziale. Non gli debbono mai avere detto, anche perché nel suo entourage è improbabile che lo sappiano, che nessuna delle forme parlamentari di governo, a cominciare dalla prima e più importante, quella del Regno Unito, prevede e fissa un limite alla durata in carica del capo del governo. Che nelle forme parlamentari di governo non è mai esistito e tuttora non esiste un mandato al capo del governo anche perché, tranne nei casi anglosassoni, i governi sono coalizioni che debbono raggiungere accordi programmatici. Che ciascun capo del governo entra in carica grazie ad un rapporto di fiducia, che non sempre consiste in un voto esplicito, con il Parlamento ovvero la maggioranza parlamentare, e ne esce quando la maggioranza parlamentare, quella o un’altra, lo sconfigge e lo costringe a lasciare la carica, magari sostituendolo hic et nunc. Che uno degli elementi, probabilmente, il più importante, che differenzia i parlamentarismi dai presidenzialismi è la loro flessibilità proprio nella formazione e nella sostituzione dei governi e dei loro capi che, nei presidenzialismi è praticamente impossibile se non con l’impeachment, quando ha successo, e che trasforma crisi politiche (incapacità, malattia, corruzione del Presidente, sue violazioni della Costituzione) in crisi costituzionali.
Immagino che, nell’ordine, Konrad Adenauer (quattro vittorie elettorali, in carica dal 1949 al 1963), Margaret Thatcher (tre vittorie elettorali in carica dal 1979 al 1990), Felipe Gonzales (tre vittorie elettorali, in carica dal 1982 al 1996), Helmut Kohl (quattro vittorie elettorali, in carica dal 1982 al 1998, record assoluto), Tony Blair (tre vittorie elettorali, in carica dal 1997 al 2007), Angela Merkel (finora tre vittorie elettorali, in carica dal 2005) si stiano chiedendo “che diavolo dice il Presidente del Consiglio italiano; che cosa ha in mente, a che cosa mira?” Potrebbero chiederselo anche, farò pochi esempi selezionati, De Gasperi che guidò sette governi, Fanfani e Moro che, rispettivamente ne guidarono sei e cinque. Magari avrebbero potuto chiederlo a Renzi anche il fondatore di “Repubblica”, Eugenio Scalfari, e l’intervistatore Claudio Tito. Le interviste sono belle e utili quando sfidano l’intervistato, non quando stendono tappeti. Invece, no, e la notizia del limite ai mandati è subito rimbalzata senza correzione alcuna (forse arriveranno, presto, le rettifiche di Napolitano).
Azzardo la mia interpretazione, che va oltre l’ignoranza di Matteo Renzi, ma non la giustifica e non la sottovaluta. Renzi cerca di prendere due piccioni con una fava. Vuole fare sapere agli italiani che non starà in carica oltre, se ci arriva, il 2023. Offre questa sua graziosa disponibilità a non restare di più (quindi a non entrare in competizione con i capi di governo, alquanto prestigiosi, che ho menzionato sopra) in cambio di un “sì” al plebiscito di ottobre sul quale sta investendo tutte le sue energie. Se, proprio, voleva sia l’elezione popolare diretta del capo del governo parlamentare, che non esiste da nessuna parte al mondo, sia la non rieleggibilità dopo due mandati poteva cercare di riformare la Costituzione in questo senso. Dimenticavo, sostiene che non glielo avrebbero lasciato fare. Peccato gli abbiano lasciato fare soltanto brutte e confuse riforme. Poteva rifiutarle. Meglio niente.
Pubblicato il 14 giugno 2016
Qual è il Parlamento più produttivo? I numeri della produzione legislativa dei Parlamenti democratici
È ora di uscire da un confuso e manipolato dibattito sull’improduttivo bicameralismo paritario italiano e di dare i numeri sulla produttività di alcuni Parlamenti democratici. Naturalmente, sappiamo da tempo che i Parlamenti, oltre ad approvare le leggi, svolgono anche diversi molto importanti compiti: rappresentano le preferenze degli elettori, controllano l’operato del governo, consentono all’opposizione di fare sentire la sua voce e le sue proposte, riconciliano una varietà di interessi. Sono tutti compiti difficili da tradurre in cifre, ma assolutamente da non sottovalutare per una migliore comprensione del ruolo dei Parlamenti nelle democrazie parlamentari, nelle Repubbliche presidenziali e in quelle semipresidenziali. Qui ci limitiamo alle cifre sulla produzione legislativa poiché una delle motivazioni della riforma del Senato italiano, in aggiunta alla riduzione del numero dei parlamentari e al conseguente, seppur limitatissimo, contenimento dei costi della politica, consiste nel consentire al governo di legiferare in maniera più disinvolta, di fare più leggi più in fretta. È un obiettivo non considerato particolarmente importante dalla maggioranza degli studiosi.
La produzione di leggi ad opera di un Parlamento dipende da una pluralità di fattori, fra i quali tanto la forma di governo quanto l’obbligo di ricorrere alle leggi per dare regolamentazione ad un insieme di fenomeni, attività, comportamenti. Pertanto, i dati concernenti forme di governo molto diverse fra loro sono inevitabilmente non perfettamente comparabili, ma sono sicuramente molto suggestivi. I dati sulla Germania riguardano la legislatura 2005-2009 che ebbe un governo di Grande Coalizione CDU/SPD e quella successiva nella quale ci fu una “normale” coalizione CDU/FDP. Dal 2007 al 2012 la Francia semipresidenziale ebbe un governo gollista con la Presidenza della Repubblica nelle mani di Nicholas Sarkozy. Dal 2010 al 2015 la Gran Bretagna fu governata da una inusitata coalizione fra Conservatori e Liberaldemocratici. La prima presidenza Obama (2008-2012) fu per metà del periodo segnata dal governo diviso ovvero con i Repubblicani in controllo del Congresso. Ricordiamo che negli USA l’iniziativa legislativa appartiene al Congresso, ma il Presidente può porre il veto, raramente superabile, su tutti i bills approvati dal Congresso. Per l’Italia abbiamo scelto tre periodi: 1996-2001, con diversi governi di centro/sinistra; 2001-2006, governi di centro-destra con cospicua maggioranza parlamentare; 2008-2013, prima un lungo governo di centro-destra che si sgretolò gradualmente, poi dal 2011 un governo non partitico guidato da Mario Monti. Questi due elementi spiegano perché la legislatura 2008-2013 abbia prodotto meno leggi delle due che l’hanno preceduta.
Complessivamente, però, i dati indicano chiaramente che il bicameralismo italiano paritario non ha nulla da invidiare ai bicameralismi differenziati sia per quello che riguarda la produzione legislativa sia per quello che riguarda la durata dell’iter legislativo. I dati presentati nella tabella mostrano come la quantità di produzione legislativa del Parlamento Italiano sia in linea con la produzione legislativa della maggiori democrazie occidentali, se non, in qualche caso, addirittura superiore. Una considerazione analoga può essere fatta per i tempi di approvazione. Nei Parlamenti e nelle legislature esaminate, l’approvazione di una legge richiede in media circa dodici mesi, nove negli Stati Uniti, e otto mesi o poco più nel caso italiano. Il Parlamento italiano quindi fa molte leggi e le fa in tempi piuttosto celeri.
Gianfranco Pasquino e Riccardo Pelizzo
Pubblicato i 3 giugno 2016
Il PD si liberi dell’acqua sporca
Le primarie sono, non soltanto in Italia e neppure soltanto negli USA, una straordinaria opportunità democratica. Ridimensionano significativamente il potere dei politici di mestiere di designare i candidati a cariche elettive importanti: sindaco, Presidente di Regione, Capo del governo (e, persino, parlamentari) e lo consegnano ai cittadini elettori. Votando nelle primarie i cittadini elettori riacquistano quel potere di scelta che, in Italia, è stato loro tolto in maniera sgradevole con la legge elettorale Porcellum e che viene loro riconsegnato soltanto molto parzialmente con l’Italicum. Naturalmente, come molti strumenti delle democrazie neppure le primarie rasentano la perfezione, ma i molti milioni di italiani che lo hanno usato sanno che lo strumento è buono. Non sono le primarie che debbono essere criticate, ma il comportamento dei politici che vorrebbero continuare a controllare le candidature, a promuovere i loro amici e seguaci che promettano fedeltà e obbedienza e che allarghino la loro sfera di potere, a dimostrare che sono potenti.
E’ sempre possibile inquinare, più o meno, le primarie. Probabilmente è stato fatto in Liguria, ma non in maniera tale da sovvertire le preferenze espresse dalla maggioranza degli elettori. E’ stato fatto su larga scala nelle primarie per il sindaco di Napoli che, infatti, furono annullate. Non sembra che si siano verificate violazioni gravi nelle primarie del Partito Democratico per la recentissima scelta del candidato alla Presidenza della Regione Campania. Nel complesso, anche se pochi commentatori lo sanno, non avendo letto gli ormai numerosi studi in materia, nel corso di una decina d’anni, il Partito Democratico ha organizzato più di seicento primarie, in pochissime delle quali vi sono state contestazioni. I candidati democratici che, spesse volte, erano più di uno (come è stato sia in Liguria sia in Campania sia a novembre in Emilia-Romagna), hanno vinto in circa l’80 per cento dei casi, ma la notizia eclatante è sempre e soltanto quando vince un candidato non PD. In più del 60 per cento dei casi il vincitore delle primarie democratiche ha anche conquistato la carica elettiva.
Tutto bene, dunque, contrariamente alle non fondate critiche degli opinionisti, da ultimo di Roberto Saviano, che ha dimostrato di saperne davvero poco? Nient’affatto. A tutt’oggi il PD non ha, in parte, saputo, in parte, voluto, procedere alla stesura di un regolamento chiaro, preciso, semplice, ma tassativo. Al proposito, alcune indicazioni sono sostanzialmente imprescindibili. Bisogna stabilire chi si può candidare e a quali condizioni, evitando di essere troppo restrittivi, poiché è opportuno premiare il coraggio di chi desidera candidarsi, e di essere troppo permissivi, poiché non è proprio il caso di agevolare candidature folcloristiche alla ricerca di pubblicità. Bisogna stabilire chi può votare nelle primarie favorendo i cittadini-elettori che desiderano esprimere la loro preferenza, ma tenendo alla larga chi vuole inquinare il voto. Quindi, no alle minoranze etniche, più o meno organizzate e reclutate a pagamento. Quello di pensare che le primarie servano a offrire un percorso per l’integrazione degli immigrati mi pare un’illusione nient’affatto pia. E’ certamente possibile respingere alle urne gli elettori noti di altri partiti politici, ma è un successo delle primarie se elettori di quegli altri partiti stanno cambiando oppure hanno cambiato idea e sono disposti a pagare un paio di Euro e farsi “schedare” in un apposito registro dei votanti. Infine, un partito deve sapersi dotare anche di regole e procedure che puniscano chi, in special modo fra i suoi dirigenti e i suoi iscritti, cerca di manipolare le primarie. Quello che, invece, in una democrazia di qualità non proprio scintillante, non bisogna fare è abbandonare le primarie. Buttare le bambine perché qualcuno ha sporcato l’acqua è un rimedio molto peggiore di qualsiasi inconveniente finora prodottosi.
Pubblicato AGL 4 marzo 2015


