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E la chiamano Liberazione #Libertà #LaLinguaBatte​ @Radio3tweet #LibertàInutile​ @UtetLibri

Cristina Faloci intervista Gianfranco Pasquino che ha scritto per UTET libri “Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana”.

RAI RADIO 3 La lingua batte puntata del 25 aprile 2021
E la chiamano Liberazione

Libertà inutile #webinar #19aprile #Casentino2030 @UtetLibri

“Lunedì 19 Aprile alle ore 21 sarà con noi il Professor Gianfranco Pasquino con il quale parleremo del suo ultimo libro
Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021)
Cercheremo con il suo aiuto di fare una riflessione sullo stato della democrazia italiana e di immaginare con lui un nuovo modello di partecipazione attiva nella nostra politica locale”

La diretta sulla pagina Facebook @Casentino2030  · Community

Minima politica. Sei lezioni di democrazia #13aprile Liceo Classico Dante Alighieri #Ravenna @UtetLibri

Martedì 13 aprile 2021 ore 11
Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza Politica Università di Bologna Socio dell’Accademia dei Lincei incontra e dialoga con le/gli allive/i del 5° anno del Liceo Classico Dante Alighieri di Ravenna, indirizzo EconomicoSociale, su

Minima politica. Sei lezioni di democrazia
di Gianfranco Pasquino
(UTET 2020)

Apre l’incontro il saluto istituzionale di benvenuto ai partecipanti dell’Assessora del Comune di Ravenna Ouidad Bakkali
Conduce l’incontro Stefano Kegljevic, vicepresidente del Comitato in Difesa della Costituzione di Ravenna.

L’incontro si volgerà sulla piattaforma Zoom.us al link:
https://us02web.zoom.us/j/84091299416?pwd=N2JUQWZCQjh5ZGQ0YXA1SHQxUEVudz09

L’iniziativa partecipa al progetto conCittadini 2020-2021 dell’Assemblea Legislativa Regione Emilia-Romagna

Le democrazie nascono con i partiti, funzionano a seconda della qualità dei partiti, risentono del declino dei partiti @formichenews

Pubblichiamo alcuni paragrafi del Cap. 1 Costruire una democrazia, e mantenerla del libro di Gianfranco Pasquino, Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021).

Le democrazie che abbiamo conosciuto e conosciamo sono “democrazie di partiti”. In effetti, le democrazie nascono con i partiti e funzionano più o meno bene a seconda della qualità dei partiti, quindi, risentono negativamente del declino dei partiti

Capitolo 1 Costruire una democrazia, e mantenerla

Illusorio credere che la democrazia italiana variamente intesa e praticata dai protagonisti potesse essere rinnovata attraverso cambiamenti particolaristici e episodici nelle regole, nei meccanismi, nelle strutture costituzionali. Attraverso una serie di riflessioni e considerazioni tutt’altro che lineari e assolutamente prive di riscontri comparati, furono alcuni politici e alcuni studiosi collocati nel centro-sinistra a segnalarsi nella ricerca alquanto confusa delle modalità per giungere alla democrazia maggioritaria, bipolare, dell’alternanza, ritenuta semplicisticamente la democrazia migliore. L’illusione diventava ancora più profonda quando i suoi proponenti facevano riferimento all’inimitabile modello Westminster caratterizzato, a loro parere, da un Premierato “forte” (l’inesistente strong Premiership), talvolta definito, erroneamente, elettivo. Che la maggior parte delle democrazie dell’Europa occidentale fosse/sia fondata su governi di coalizione, ai quali danno vita una molteplicità di partiti disponibili ad accordi non precostituiti dal bipolarismo, e che una vera e propria alternanza fra una coalizione di governo che viene sostituita nella sua interezza da un’altra coalizione nessuna delle cui componenti aveva avuto un precedente ruolo di governo nella coalizione sconfitta, fosse piuttosto rara, sfuggiva, sembrava non interessare, comunque, non conduceva alle necessarie revisioni analitiche e valutative. Gravi sono le responsabilità degli intellettuali tecnici, in particolare, di molti docenti di diritto costituzionale, nel perpetuare questo serio errore, ma anche altri, ad esempio, quello, più grave, dell’esistenza di una qualsivoglia elezione popolare del capo del governo nelle democrazie parlamentari.

   Non restava che tentare un’operazione di alta politica: dare vita ad un partito le cui dimensioni e le cui propensioni consentissero di imporre quel tipo di desiderata democrazia. Gli ex-democristiani e gli ex-comunisti avevano visto le loro due chiese (copyright Francesco Alberoni), non rinnovate dai rispettivi vescovi e monsignori, perdere i fedeli e affievolirsi l’intensità delle loro credenze. Che da credenze deboli potesse nascere un partito che si giovasse di una ondata di entusiasmo, quello che, per restare con Alberoni e soprattutto con Max Weber, produce e caratterizza i grandi movimenti collettivi fino, talvolta, a portarli all’istituzionalizzazione, appariva quantomeno improbabile. E stupisce come gli ideologi del Partito Democratico, fra i quali colloco il political economist Michele Salvati … e il sociologo politico, poi Ministro della Difesa, Arturo Parisi, potessero appoggiare senza riserve un’operazione di ceto politico che nella pratica ammontò a una fusione a freddo (espressione usata da quasi tutti i commentatori)

….

   Le democrazie che abbiamo conosciuto e conosciamo sono “democrazie di partiti”. In effetti, le democrazie nascono con i partiti e funzionano più o meno bene a seconda della qualità dei partiti, quindi, risentono negativamente del declino dei partiti. L’affrettata fusione che portò al Partito Democratico non avrebbe dovuto impedire una riflessione, possibile con le molte conoscenze disponibili, sulle modalità con le quali nascono i partiti. Volendo, la Francia offriva una pluralità di casi, anche molto diversi fra loro, per esempio, da un lato, il partito gollista; dall’altro, il Parti Socialiste (1971) di Mitterrand. Nessuna comparazione, nessun insegnamento: il PD uscì bell’e fatto dalla testa di pochi dirigenti politici che vi si aggrapparono quasi per disperazione. Non ha finora superato i suoi limiti costitutivi. Anzi, le sue difficoltà hanno offerto grandi opportunità ad esperimenti, come il Movimento 5 Stelle, la cui parabola non sarebbe altrimenti comprensibile.

….

   Se i partiti, anche i partiti pigliatutti che grazie al loro bassissimo tasso di pensiero politico-ideologico, possono rivolgersi indiscriminatamente a quasi tutti gli elettori, sono la democrazia che si organizza, la loro dis-organizzazione diventa subito un problema democratico. Con la disgregazione dei partiti che avevano costruito e fatto funzionare la prima lunga fase della Repubblica, è ovviamente caduta la partitocrazia, ma non sono scomparse tutte le sue manifestazioni pratiche. Unitamente ai rischi di una transizione senza precedenti, si sono presentate opportunità di trasformazione migliorativa che nessuno dei protagonisti politici e intellettuali ha finora saputo sfruttare.

   Negli anni venti del terzo millennio, non esiste in Italia nessun pensatore democratico all’altezza di Norberto Bobbio e di Giovanni Sartori, vale a dire, in grado di offrire gli orientamenti indispensabili al funzionamento di una democrazia esposta alle sfide congiunte del populismo e del sovranismo. Si è (dis)perso anche il pensiero federalista europeo che Altiero Spinelli argomentò con impegno e passione fino alla sua morte nel 1986. Trincerarsi dietro difficoltà analoghe di funzionamento e di prestazioni di altre democrazie, le quali, peraltro, si trova(va)no a livelli qualitativi più elevati, non avvicina la soluzione ai problemi italiani. Sarebbe persino esagerato e lusinghiero sostenere che gli intellettuali italiani discutano finemente di una democrazia sospesa fra decisionismo, governabilità e rappresentatività. È il vuoto del pensiero politico democratico che appare preoccupante. Pur del tutto doverose, le critiche al populismo … sono spesso banali, ripetitive e confuse. Comunque, la democrazia non è semplicemente l’opposto del proteiforme populismo. La ricomparsa esile di un pensiero sovranista non è finora servita a precisare le relazioni fra la democrazia italiana e la democrazia nell’Unione Europea. La ricerca, pure necessaria e raccomandabile, di rimedi e soluzioni in termini di regole, meccanismi e istituzioni… è destinata all’insuccesso se non nasce e non persegue un’idea di democrazia possibile e auspicabile. Venuta meno, non per un successo che non ci fu, la ricerca, peraltro impostata in maniera discutibile, della democrazia compiuta, che cosa sostituirvi è un interrogativo rimasto finora privo di risposta. 

Pubblicato il 28 febbraio 2021 su formiche.net

La libertà inutile degli italiani La Prima Repubblica non è mai finita @DomaniGiornale

Pubblichiamo un estratto dal nuovo libro di Gianfranco Pasquino,Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021).

 Per diversi anni mi sono riproposto un compito estremamente ambizioso: scrivere il seguito del saggio di Norberto Bobbio, Profilo ideologico del Novecento italiano (Torino, Einaudi, 1986). Il testo scritto da Bobbio arriva fino al Sessantotto, ma, deliberatamente, non se ne occupa. Interrogarsi, riflettere, analizzare i cinquant’anni trascorsi da allora è un’impresa certamente difficile, ma, al tempo stesso, culturalmente e politicamente necessaria. Senza nessuna falsa modestia fin dall’inizio sapevo, e ogniqualvolta rileggevo qualche pagina specifica del Profilo, me ne rendevo conto, che mi sarebbe stato impossibile offrire una visione complessiva dell’Italia repubblicana dalla seconda metà del secolo scorso ad oggi altrettanto ricca e articolata quanto quella elaborata da Bobbio. Non mi faccio nessuna illusione sulle mie capacità di conseguire risultati minimamente comparabili con quelli del prezioso libro di Bobbio. Al tempo stesso, però, il compito ha continuato non soltanto ad attirarmi come grande sfida intellettuale, ma anche a sembrarmi sempre più necessario in un paese nel quale il dibattito pubblico si è impoverito, ingaglioffito e imbarbarito. Insomma, senza nessuna propensione a farmene vanto (toccherà, comunque, ai lettori decidere se giustificato e quanto), ho sentito il dovere civile di ricorrere a tutte le mie forze e conoscenze per proseguire il lavoro di Bobbio.

   Naturalmente, ho cercato nella misura del mio possibile di focalizzarmi sulla stessa impostazione proposta e utilizzata da Bobbio, vale a dire, di centrare l’analisi sulla “storia delle idee o delle ideologie o degli ideali intesa come storia della consapevolezza che gli intellettuali hanno del loro tempo, delle categorie mentali che di volta in volta adoperano per comprenderlo, dei valori che assumono per approvarlo o per condannarlo, dei programmi che formulano per trasformarlo” (Profilo, p. 3). A questa storia ho sentito di dovere aggiungere, quando mi pareva utile, anche il contributo di alcuni politici, della (riflessione) politica. L’elaborazione di idee e, talvolta, operazione molto più difficile, di ideologie è qualcosa che gli intellettuali hanno costantemente, in maniera più o meno consapevole e efficace, fatto, in proprio e/o al servizio di monarchi, capi politici, imprenditori, partiti, associazioni dei più vari generi, ma che, in non poche occasioni, alcuni importanti uomini politici hanno mutuato, accolto, parzialmente attuato, magari anche stravolto. Più o meno influenti, spesso riflettendo lo spirito dei tempi, alcune elaborazioni degli intellettuali (e dei politici) contribuiscono alla comprensione di quei tempi e meritano attenzione e considerazione, elogi e critiche. Effettuare riflessioni e formulare critiche concernenti le idee degli intellettuali valutandone, ogniqualvolta possibile e opportuno, l’impatto, è un esercizio fecondo che difficilmente può rimanere neutrale e imparziale.

…….

Nel 1968 Bobbio non ritenne di scrivere una conclusione al suo Profilo ideologico. Però, aggiunse una post-fazione alla ristampa fatta quasi vent’anni dopo (che, con mio grande piacere, fui invitato a recensire per “l’Unità”).  …   Tuttora approvo la scelta di Bobbio. Il profilo ideologico dell’Italia repubblicana non era terminato nel 1968. Non lo fu neppure nel 1986. Da allora, però, sicuramente sono scomparse le ideologie nella variante italiana; vi sono state notevoli trasformazioni nelle idee, ma non è emerso nulla di comparabile per profondità al dibattito analizzato da Bobbio. Gli italiani continuano a vivere in quella che viene definita, talvolta criticamente, la Prima Repubblica. È l’unica Repubblica che abbiamo. Il suo assetto istituzionale di democrazia parlamentare ha dimostrato di essere molto flessibile e adattabile, di sapere affrontare le sfide superandole mantenendo intatti i suoi principi ideali e i suoi cardini istituzionali. L’edificio costituzionale repubblicano non è sostanzialmente cambiato nonostante siano drasticamente cambiati, anzi, spariti, i partiti che lo avevano costruito e nonostante che siano subentrati altri protagonisti: partiti, movimenti, dirigenti politici e intellettuali di riferimento ignari del passato, con scarsa e incerta cultura politica, già provatamente incapaci di progettare un futuro. A loro in modo speciale si attaglia l’amara espressione che Bobbio voleva utilizzare come titolo del capitolo conclusivo che rinunciò a scrivere: la libertà inutile (p. 179).

   Nei miei ricorrenti incontri con Bobbio e con il suo pessimismo, nelle nostre conversazioni, eravamo consapevoli che a me spettava il compito di trovare gli elementi positivi che lui accoglieva con un sorriso scettico. Ricordo di avergli fatto rilevare, sfondando una porta aperta, che fra i suoi molti insegnamenti c’era anche quello che la libertà non è mai inutile. Sottolineando l’inutilità della libertà goduta dagli italiani nel dopoguerra, Bobbio voleva dire che quella libertà, di espressione, di pensiero, di ricerca, di voto non aveva apportato significativi e indispensabili miglioramenti nella cultura politica e nell’etica civile, tema che gli era caro, ma che trattava molto parsimoniosamente salvo celebrarla nei ritratti di coloro che la avevano praticata in maniera intransigente (Bobbio 1984 e 1986). Da questo punto di vista, che largamente condivido, neppure i cinquant’anni successivi alla riflessione di Bobbio si sono rivelati “utili”. Anzi. L’approdo della mia ricognizione, a fronte di problemi che non passano, di memorie non condivise, di sfide, vecchie e nuove, da ultimo, drammatica, socialmente e economicamente, la pandemia, di incapacità di comprendere e di progettare, è che quello che è davvero passato, per sempre, sono le culture politiche che avevano costruito con maggiore o minore convinzione la Repubblica e l’avevano fatta funzionare non del tutto inutilmente.

   Non sono comparse nuove culture politiche alternative con fondamenta simili a quelle dei primi cinquant’anni della Repubblica. Con il declino dei partiti è scomparso uno dei luoghi di elaborazione quantomeno di idee politiche e di confronto e conflitto di posizioni e riflessioni diverse. Persino, nella società, alla quale non possiamo meccanicamente attribuire l’aggettivo, non poche volte immeritato, ”civile”, non sembra riescano ad emergere nuove trascinanti idee. “Liquida”, come sosterrebbe il sociologo polacco Zygmunt Bauman (2011), oppure, più semplicemente, frammentata e ripiegata a difesa di prassi esistenti che non vengono messe in discussione, la società si rappresenta, in Italia, probabilmente più che altrove, nei talk show e nelle forme telematiche di comunicazione. Sia Bobbio sia Sartori (1997), unitamente a Karl Popper, da entrambi molto apprezzato, sono stati tempestivamente critici di questi sviluppi. Per quel che conta, è evidente che non saranno i cosiddetti “social” le nuove fonti di produzione e di confronti e scontri fra idee e di (ri)nascita di culture politiche. Anzi, è chiaro che il linguaggio usato in quei contesti è un fattore aggiuntivo di indebolimento, di compressione, di confusione del profilo ideologico di qualsiasi società/sistema politico, a cominciare dall’Italia.

   Guardando fuori dei confini italiani potremmo notare che tutte le culture politiche tradizionali si sono indebolite, anche se non sono completamente scomparse, e che nuove “culture” stanno facendo molta fatica ad affermarsi e non è affatto detto che ci riusciranno. Tenendo in grande considerazione quello che si muove, in politica, in economia, nella società, specialmente quella europea, è plausibile sostenere che la linea lungo la quale si manifesteranno e potranno affermarsi le nuove culture politiche è quella che separa con una certa nettezza, come ho scritto nell’ultimo capitolo, coloro che sono contro il processo di unificazione politica dell’Europa e coloro che mirano a completarne l’unificazione, coloro che desiderano un federalismo democratico e agiscono per conseguirlo e coloro che operano per un ritorno, non soltanto fisico, dei confini nazionali. Per gli oppositori deI federalismo politico europeo è stata di recente coniata la definizione di sovranismo da loro apparentemente gradita. Però, il sovranismo non poggia su una cultura politica dotata di un elevato livello di elaborazione. Deve fare leva su un nazionalismo spesso screditato, da ricostituire. Dal canto suo, il pensiero federalista ha un retroterra e una storia decisamente molto più lunga e più complessa. Nella fase attuale, però, neppure il federalismo può vantare un ventaglio di pensatori innovativi sui quali fare affidamento. Le prassi sembrano precedere le elaborazioni culturali (e politiche) senza le quali, tuttavia, il loro respiro è inevitabilmente molto corto.  

Un enormemente difficile profilo ideologico dell’Europa contemporanea, che nessuno ha finora tentato, darebbe maggiore sostanza alla mia affermazione sia sul grado di declino delle culture politiche classiche sia sulla necessità di nuove originali elaborazioni all’altezza di quelle del passato. In Italia sappiamo dove siamo dolorosamente approdati. In Europa il viaggio delle culture politiche è, fra opportunità e rischi, tuttora in corso. Non si concluderà presto offrendo la possibilità/necessità di tutti i pur molto difficili approfondimenti culturali essenziali per l’ambizioso progetto di unificazione politica democratica del continente che un giorno, mi auguro non troppo lontano, sarà appropriatamente descritto e analizzato in un Profilo ideologico dell’Europa.

Pubblicato il 26 febbraio 2021 su Domani

VIDEO Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana @UtetLibri

Perché l’Italia è tanto malmessa? Più di cinquant’anni fa la risposta Norberto Bobbio la offrì nel suo Profilo ideologico del Novecento italiano. Per molto tempo mi sono posto l’ambizioso compito di analizzare le idee che hanno circolato in Italia dopo il libro di Bobbio. Le mie risposte sono ora in Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021). La libertà di cui gli italiani hanno comunque goduto non ha fatto, proprio come temeva Bobbio, migliorare le idee e i comportamenti collettivi. È risultata complessivamente inutile. Il mio libro cerca di spiegare perché.

Libertà inutile
Profilo ideologico dell’Italia repubblicana

Quando scelse la repubblica, il popolo italiano, appena uscito dalle rovine di una dittatura e di una guerra mondiale, affidò all’Assemblea costituente l’impegnativo compito, condiviso da tutti (o quasi), di costruire un paese migliore. Ma la repubblica che ne è uscita è stata all’altezza di quelle speranze?
Se lo chiedeva già Norberto Bobbio nel suo fondamentale Profilo ideologico del Novecento italiano, fermandosi però sulle soglie del 1968, e se lo chiede oggi Gianfranco Pasquino, raccogliendo l’eredità del grande filosofo torinese e provando a impostare nuovamente una riflessione che riesca a cogliere l’accidentato percorso della nostra mutevole e inquieta storia repubblicana.
A partire dalle fondamenta costituzionali, Pasquino sismografa gli smottamenti culturali, gli umori e i contrasti che, di decennio in decennio, hanno attraversato la nazione e coinvolto i suoi protagonisti. Così ci immergiamo nelle contraddizioni delle tre grandi culture politiche del Novecento: il liberalismo, fondamentale durante la Resistenza e sminuito nella ricostruzione del dopoguerra; il comunismo, lacerato all’interno dal dibattito fra i desideri di riformismo parlamentare e le pulsioni semirivoluzionarie, negli anni caldi delle contestazioni di piazza; l’area democristiana, appesantita dal troppo potere politico, economico e sociale accumulato senza controlli, fino alla resa dei conti di Tangentopoli.
E poi ancora i mutamenti delle stagioni recenti: la personalizzazione della politica propiziata dal berlusconismo e l’affermarsi di nuove culture che strizzano l’occhio all’antipolitica e al populismo.
Il quadro che ne viene fuori è un’inedita biografia della nazione: un paese di passioni ideologiche ed enormi contraddizioni, in cui le fortune dei leader durano il tempo di una stagione. E allora, attraversando le riflessioni di Pareto, Calamandrei, Gramsci, Sartori, prende forma il dubbio di Pasquino: la democrazia italiana ha disatteso le promesse costituzionali? Quella conquistata con tanta fatica è stata forse una Libertà inutile?

Gianfranco Pasquino (Torino, 1942), allievo di Norberto Bobbio e di Giovanni Sartori, è professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna. Associate Fellow alla SAIS-Europe di Bologna, è stato direttore, dal 1980 al 1984, della rivista “il Mulino” e, dal 2000 al 2003, condirettore della “Rivista italiana di Scienza politica”. Dal 2010 al 2013 presidente della Società italiana di Scienza politica, è autore di numerosi volumi, i più recenti dei quali sono Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (2015), Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (2019, tradotto in spagnolo nel 2020) e Italian Democracy. How It Works (2020). È particolarmente orgoglioso di avere condiretto insieme a Norberto Bobbio e Nicola Matteucci per Utet il celebre Dizionario di politica (2016, nuova edizione aggiornata). Per Utet ha inoltre pubblicato La Costituzione in trenta lezioni (2016), L’Europa in trenta lezioni (2017) e Minima politica (2020). Dal luglio 2005 è socio dell’Accademia dei Lincei.

Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana @UtetLibri #Presentazione #23febbraio @CircoloLettori

incontro online disponibile qui, su circololettori.itFacebookYoutube

presentazione del libro di e con
Gianfranco Pasquino
Libertà inutile
Profilo ideologico dell’Italia repubblicana

edito da UTET
con Miguel Gotor

Quando scelse la repubblica, il popolo italiano, appena uscito dalle rovine di una dittatura e di una guerra mondiale, affidò all’Assemblea costituente l’impegnativo compito, condiviso da tutti (o quasi), di costruire un paese migliore. Ma la repubblica che ne è uscita è stata all’altezza di quelle speranze?
Se lo chiedeva già Norberto Bobbio nel suo fondamentale Profilo ideologico del Novecento italiano, fermandosi però sulle soglie del 1968, e se lo chiede oggi Gianfranco Pasquino, raccogliendo l’eredità del grande filosofo torinese e provando a impostare nuovamente una riflessione che riesca a cogliere l’accidentato percorso della nostra mutevole e inquieta storia repubblicana.
A partire dalle fondamenta costituzionali, Pasquino sismografa gli smottamenti culturali, gli umori e i contrasti che, di decennio in decennio, hanno attraversato la nazione e coinvolto i suoi protagonisti. Così ci immergiamo nelle contraddizioni delle tre grandi culture politiche del Novecento: il liberalismo, fondamentale durante la Resistenza e sminuito nella ricostruzione del dopoguerra; il comunismo, lacerato all’interno dal dibattito fra i desideri di riformismo parlamentare e le pulsioni semirivoluzionarie, negli anni caldi delle contestazioni di piazza; l’area democristiana, appesantita dal troppo potere politico, economico e sociale accumulato senza controlli, fino alla resa dei conti di Tangentopoli.
E poi ancora i mutamenti delle stagioni recenti: la personalizzazione della politica propiziata dal berlusconismo e l’affermarsi di nuove culture che strizzano l’occhio all’antipolitica e al populismo.
Il quadro che ne viene fuori è un’inedita biografia della nazione: un paese di passioni ideologiche ed enormi contraddizioni, in cui le fortune dei leader durano il tempo di una stagione. E allora, attraversando le riflessioni di Pareto, Calamandrei, Gramsci, Sartori, prende forma il dubbio di Pasquino: la democrazia italiana ha disatteso le promesse costituzionali? Quella conquistata con tanta fatica è stata forse una Libertà inutile?

La nostra libertà è diventata inutile? a @WarRoomCisnetto #LibertàInutile @UtetLibri

A War Room Books, ospite di Alessandro Barbano è Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza Politica Alma Mater Studiorum – Università di Bologna e autore di “Libertà inutile” edito da UTET libri (nelle librerie il prossimo 16 febbraio) Un libro prezioso, che prova a far chiarezza nel pensiero politico con un obiettivo ambizioso: individuare il profilo ideologico dell’Italia repubblicana. Buona visione!

A partire da “MINIMA POLITICA Sei lezioni di democrazia” parliamo della prossima #LeggeElettorale con @SalvaLElefante @UtetLibri

Siamo un’associazione di promozione sociale composta da ragazzi che vogliono scommettere sul riscatto della nostra generazione. Vogliamo essere una comunità; vogliamo unire le migliori menti ed energie per realizzare proposte sia rivoluzionarie che concrete in grado di ribaltare la situazione attuale, aumentando l’occupazione giovanile. Creare una realtà associativa, dove i giovani, ma non solo, possano trovare un supporto nei problemi legati al mondo del lavoro.

Ospite speciale dell’Associazione Salviamo l’Elefante il Prof. GIANFRANCO PASQUINO, politologo e accademico italiano, allievo di Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, è professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, nonché membro del gruppo di studio e di ricerca “Giustizia penale italiana, europea e internazionale” dell’Iberojur. Dal luglio 2005 è socio dell’Accademia dei Lincei. Ci parlerà del suo libro “MINIMA POLITICA Sei lezioni di democrazia” ed affronteremo con lui il dibattito riguardante la prossima legge elettorale.

Ri-partiamo con la politica: La rappresentanza politica ieri, oggi, domani #5settembre #Imola #MinimaPolitica @UtetLibri

Incontro pubblico

Ri-partiamo con la politica:
La rappresentanza politica ieri, oggi, domani

Ezio Roi e Grazia Zanetti dialogano con il Prof. Pasquino

seguirà dibattito

In occasione della presentazione di Minima Politica Si lezioni di democrazia (UTET 2020)

5 settembre 2020
ore 21
Presso il Giardino Hotel Maglio
via Selice Provinciale 26/a
Imola (BO)
Per info cell. 3471133590