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Tra Scienza e Politica Una autobiografia #29marzo #Guardabosone #MuseoVivo #Vercelli @UtetLibri

2 9 m a r z o  2 0 2 2  o r e 1 8 : 3 0

P r e s s o  i l  s a l o n e  p a r r o c c h i a l e

Incontro con

Gianfranco Pasquino

In dialogo con Roberto Travostino e Valerio Agliotti

La domanda non è perché si scrive un’autobiografia, ma perché ho scritto la mia autobiografia. Sono stato particolarmente importante, famoso, potente, influente? No. Però ritengo di aver vissuto una vita variamente interessante”

 Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza politica, già Senatore della Repubblica. Fra i suoi molti temi di ricerca, ha approfondito l’analisi comparata dei sistemi politici e dei loro assetti istituzionali. Il suo libro più recente è Tra scienza e politica. Una autobiografia (UTET 2022)

Il lunedì letterario di Farefuturo con Gianfranco Pasquino #14marzo #LibertàInutile @UtetLibri #livestream @Farefuturo1

Live sul canale YouTube della Fondazione Farefuturo

Lunedì 14 marzo ore 19
Alessandro Campi e Luigi De Gregorio dialogano con
Gianfranco Pasquino

Libertà inutile Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET)

“Harvard, Bobbio e pure il calcetto con Mario Draghi. Le confessioni di un predicatore” di Olivio Romanini #recensione @corrierebologna #TraScienzaePolitica @UtetLibri @olivioromanini

Una vita da predicatore errante passata tra scienza e politica @DomaniGiornale #TraScienzaePolitica @UtetLibri

I maestri, le lezioni ad Harvard, una “borsa di studio” del Pci al Senato. «Dopo tanto studio e passione, sento che è un po’ diminuita la mia speranza di influenzare il dibattito. Ma molti sul mio Twitter mi rassicurano» Tra scienza e politica. Una autobiografia (UTET 2022)

Scrivere una autobiografia non è mai stato in cima ai miei pensieri né ai miei progetti. Però, di tanto in tanto, leggevo autobiografie interessanti: tra le quali quella dello scrittore tedesco Premio Nobel Günther Grass, Sbucciando la cipolla (Torino, Einaudi, 2007), che non mi è piaciuta; dell’importante sociologo di Harvard George C. Homans, Coming to My Senses. The Autobiography of a Sociologist (Transaction Books 1984), del sociologo politico, oppositore del regime militare brasiliano, diventato Presidente, Fernando Henrique Cardoso, The Accidental President (Public Affairs 2006). Ho conosciuto entrambi. Cardoso lo incontrai a Washington D.C. nell’inverno del 1978, poi in alcuni convegni accademici. Affittai per un prezzo davvero modico la bella casa di Homans quando insegnai alla Summer School di Harvard diversi anni a partire dal 1980. Tuttavia, i miei ricordi di vita furono stimolati da due occasioni molto distanti e lontane. Il docufilm di Nanni Moretti, Santiago, Italia, che mi spinse a scrivere per il Mulino il resoconto dei miei ripetuti incontri (osservatore parlamentare del plebiscito del 1988 e delle elezioni presidenziali del 1989; incontro con la Presidenta Michelle Bachelet nel 2009) con il Cile: Italia, Santiago (n. 1/2019, pp. 156-163).

Seguì la richiesta da parte dell’Ambasciatore Alessandro Cortese de Bosis di avere uno scritto in memoria di suo zio Lauro, l’antifascista che, dopo avere volato sui cieli di Roma lanciando manifestini contro Mussolini, scomparve nel Tirreno. Questa storia è elegantemente narrata da Giovanni Grasso, Icaro. Il volo su Roma (Rizzoli 2021). Dovevo raccontare il mio semestre a Harvard nel 1974-75 quando fui Lauro de Bosis Fellow in the History of Italian Civilization. La Fellowship, primo assegnatario Gaetano Salvemini, era stata istituita dalla compagna di de Bosi, l’attrice Ruth Draper. Fu in quel periodo a Harvard che conobbi il più giovane Mario Draghi, allora Ph.D. candidate al Massachusetts Institute of Technology, sotto la supervisione del futuro Premio Nobel Franco Modigliani. Con questi due lunghi interventi il dado era tratto. Al resto pensò il Covid-19 cancellando tutte le gratificanti conferenze live, in persona, almeno quaranta all’anno negli ultimi dieci anni, ottanta conferenze nel 2016 contro il plebiscito costituzional-personalistico di Renzi, e i relativi, talvolta non brevi e non facili, viaggi (ancora grazie a chi mi invitò a Sciacca al tramonto).

In maniera sistematica, tutti i giorni, mattina e pomeriggio, mai la sera, scrissi, non di getto, ma riflettendo, ricercando, correggendo e precisando, con l’aiuto di una lettrice attenta soprattutto perché curiosa del mio passato, la mia biografia intellettuale. Racconto quello che sono diventato come studioso e docente, come parlamentare, come collaboratore (“imprevedibile” disse uno dei direttori) di molti quotidiani, last but not least, del “Domani”. C’è qualche riferimento molto discreto e riconoscente alle donne che hanno accompagnato parti della mia vita, ma, non c’è quasi nulla, per esempio, sulle mie vacanze da adolescente a Rapallo e Zoagli, sui miei fortunosi campeggi, sulla mia inadeguatezza tanto come sciatore quanto come surfista, sulle mie escursioni turistiche dalla Sardegna alla Corsica, dalla Grecia alla Spagna al Portogallo. Sì, nonostante il mio essere integralmente torinese il Mediterraneo è il “mio” mare.

La storia inizia nella Torino del Grande Torino la cui scomparsa a Superga quel pomeriggio piovoso e grigio del 4 maggio 1949 costituisce il secondo più grande dolore della mia vita. Nella Torino i cui nomi delle scuole segnalano un passato di uomini degni del nostro apprezzamento: elementari De Amicis; medie Costantino Nigra; liceo classico Camillo Benso di Cavour, da qualche anno diventato il miglior liceo cittadino e uno dei migliori d’Italia, allora inesorabilmente dietro il D’Azeglio, il liceo di Augusto Monti e Massimo Mila, Norberto Bobbio e Giancarlo Pajetta, Cesare Pavese e Franco Antonicelli, Giorgio Agosti e Leone Ginzburg. Ai miei tempi, al Cavour la personalità più importante fu Livio Berruti, olimpionico a Roma 1960 sui duecento metri. Pochi anni dopo, Adelaide Aglietta, segretaria del Partito Radicale, coraggiosissima giurata nel processo del 1977 alle Brigate Rosse. Dopo buoni studi con professori preparati (mai perso una lezione) esigenti, ero approdato all’Università, corso di laurea in Scienze Politiche. Non proprio quello che desiderava mia mamma, cioè, un figlio laureato in ingegneria, prestigio e guadagno. La immagino lieta e sorridente al sapere che mio figlio è diventato ingegnere.

   Non mi ero mai posto l’interrogativo di che cosa avrei fatto. L’insegnamento di Storia e Filosofia nei licei mi è sempre parso attraente anche, credo, per l’influenza indiretta del mio professore di liceo, valdese, antifascista, per anni sospeso dalla cattedra durante il fascismo. Il resto lo fecero i grandi professori a Scienze politiche, in rigoroso ordine alfabetico: Norberto Bobbio, Leopoldo Elia, Luigi Firpo, Francesco Forte, Siro Lombardini, Alessandro e Ettore Passerin d’Entrèves, Guido Quazza. L’inserimento nell’accademia fu relativamente facile e rapido, piuttosto fortunato, ma anche meritato. Con un Master in Relazioni Internazionali della School of Advance International Studies della Johns Hopkins, un anno a Bologna, un anno a Washington, D.C., di scienza politica ne avevo imparata e ne sapevo abbastanza da essere reclutato da Giovanni Sartori e da cominciare a insegnare a Bologna (e anche a Firenze). Facevo anche conferenze varie in Emilia-Romagna, scrivevo articoli, partecipavo a dibattiti. Fui nominato Direttore di una ricerca sul terrorismo affidata all’Istituto Cattaneo dopo la strage alla stazione di Bologna. Poi, una somma di circostanze: divenni Direttore della rivista “il Mulino”, il mio piccolo libro Crisi dei partiti e governabilità (il Mulino 1980) fu letto da Ingrao che volle conoscermi, ad un convegno a Torino sul PCI “liocorno o giraffa” il mio intervento fu apprezzato da Giorgio Napolitano, infine, nella ricerca da parte del PCI di, lo debbo scrivere proprio così, “personalità della cultura” per il Parlamento 1983 su suggerimento di Lanfranco Turci, Presidente delle Regione Emilia-Romagna, con mia grande sorpresa (avevo praticamente accettato di andare a insegnare negli USA), mi venne offerta la candidatura. Scelsi il Senato e non me ne sono pentito. Scherzando ho talvolta parlato di una ricca borsa di studio offertami dal Partito Comunista Italiano. Lascio la valutazione ai molti dirigenti e miIitanti di partito, non quelli di Bologna che mi hanno poi regolarmente ignorato. Da Reggio Emilia a Cosenza, da San Giovanni Valdarno a Trani, da Pesaro a Treviso, da Rimini a Ferrara (elenco nient’affatto esaustivo), ancora oggi i “compagni” si ricordano di me e della mia disponibilità e io ricordo la grande maggioranza di loro come genuinamente interessati alla politica, a capire come rappresentare e come governare. Ho imparato tantissimo. Divenni abbastanza noto anche grazie al mio libro Restituire lo scettro al principe (Laterza 1985) frutto della mia esperienza nella Commissione Bozzi. Ebbi colleghi come Andreatta e Giugni, Sergio Mattarella e Eliseo Milani, Pannella e Natta, Ruffilli, il prudente Barbera e il conservatorissimo Rodotà. Tre legislature molto differenti, molte impegnative, culminate in una sconfitta nel 1996 nel collegio di Piacenza dove, oggettivamente, c’entravo molto poco. Qualche rammarico, ma tornando subito all’Università ebbi modo di scrivere quello che fu e rimane l’unico testo base di scienza politica opera di un solo autore.

   Grazie a Bobbio ero diventato da tempo condirettore del Dizionario di Politica, la cui edizione del 2004, Bobbio non ebbe modo di vedere. Grazie a Sartori diventai condirettore della “Rivista Italiana di Scienza Politica” e con il suo sostegno sono stato eletto socio dell’Accademia dei Lincei. Con il permesso accordatomi da entrambi mi fregio del titolo di loro allievo. Da qualche anno vengo invitato a talk show televisivi, non più a quelli nei quali ho blandamente corretto qualche esternazione fuori luogo del conduttore/conduttrice. C’est la vie. Rimango, come ha detto una mia cara amica sociologa tedesca, un Wanderedner (predicatore errante). Sento amaramente che è un po’ diminuita la mia speranza di avere qualche influenza sul dibattito pubblico, ma molti interlocutori sul mio Twitter (@GP_ArieteRosso) gentilmente mi rassicurano. Nelle parole di Kant “fai quel che devi accada quel che può”, spesso citate da Bobbio, trovo qualche conforto. Chi leggerà Tra scienza e politica. Una autobiografia (UTET 2022) ne saprà di più e deciderà se il conforto è meritato.

Pubblicato il 11 marzo 2022 su Domani

Cari Partiti, né con voi né senza di voi #Conferenza #12marzo #Novellara #ReggioEmilia

Sabato 12 Marzo ore 16,30
Sala Civica Rocca dei Gonzaga
Novellara

Circolo Culturale Marta Beltrami Università dell’Età libera APS

Conferenza pubblica con
Gianfranco Pasquino
Professore Emerito di Scienza politica Università di Bologna. Autore di:
Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (Utet 2021)
Cari Partiti, né con voi né senza di voi
Presiede l’incontro Antonietta Di Maria, presidente del Circolo Marta Beltrami

Qualche passaggio saliente di #TraScienzaePolitica Una Autobiografia @UtetLibri tra Tennessee Williams, Joyce e #Pinochet

Tra scienza e politica mira a ricordare quanto ho imparato e utilizzato della scienza politica, dello studio con metodo scientifico, soprattutto della comparazione, sui sistemi politici, e di quanto ho potuto vedere sul campo, come, ad esempio, osservatore parlamentare del plebiscito cileno del 1988 che pose fine alla tragica dittatura dei militari guidati da Pinochet. Una esperienza davvero emozionante. Significa che chi vuole potrà interloquire con me, correggere, criticare e, spero, apprezzare.

“Il politologo con la spider” di Ferruccio de Bortoli #recensione Tra Scienza e politica @7Corriere @Corriere @UtetLibri @DeBortoliF

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Tra scienza e politica Una autobiografia (UTET)

“Minima politica. Sei lezioni di democrazia” @UtetLibri a #Ravenna #4marzo

Venerdì 4 marzo 2022 ore 10,30
Sala Corelli del teatro Dante Alighieri di Ravenna

Gianfranco Pasquino Professore Emerito di Scienza Politica Università di Bologna Socio dell’Accademia dei Lincei

Incontro di dialogo delle/gli allieve/i del 5° anno dell’Istituto Tecnico Commerciale Ginanni di Ravenna

 Minima politica. Sei lezioni di democrazia (UTET 2020)

Conduce l’incontro Stefano Kegljevic (Comitato in Difesa della Costituzione di Ravenna)

L’iniziativa partecipa al progetto con Cittadini 21-22 dell’Assemblea Legislativa Regione Emilia-Romagna

La cittadinanza è inviata ad essere presente nel pieno rispetto delle norme sanitarie anti Covid-19

Tra scienza e politica. Una autobiografia @UtetLibri da oggi in tutte le librerie

Da un po’ di tempo riflettevo sulla mia vita. Il Covid mi ha dato modo e tempo di tradurre le riflessioni in un testo faticosamente scritto. Una autobiografia non è solo ricordi, belli e brutti. Non deve mai essere un compendio di rancori, ma non può evitare i rimpianti. Nella mia visione, ripercorrere la mia vita intellettuale serve anche a esprimere affetto e gratitudine a persone, mia mamma, soprattutto, i miei professori al Liceo e all’Università, che hanno segnato la mia vita.

TRA SCIENZA E POLITICA
Una autobiografia

Tra scienza e politica
Una autobiografia (UTET 2022)

«Molti sabati pomeriggio di quel dolce autunno del 1974 a Harvard li passammo a giocare al pallone nel campetto dietro casa. Mario Draghi era spesso con noi, ma certo, giocatore piuttosto lento e poco grintoso, non era il più dotato in quello sport.»

Gianfranco Pasquino nei suoi primi lunghi ottant’anni di vita e attività è stato molte cose: allievo ed erede di Nor­berto Bobbio e Giovanni Sartori, docente a Harvard, editorialista nei principali quotidiani, ospite impertinen­te dei talk show, ma anche “quasi sindaco” di Bologna – candidatura avventurosa, per la quale nutre qualche rammarico. Però sono più numerose le gioie, le soddisfa­zioni e le vicissitudini a lieto fine dentro questa autobio­grafia, in cui Pasquino dipana il filo della memoria Tra scienza e politica, con sapienza e leggerezza.

Lo vediamo muovere i primi passi accademici a Torino, nelle aule universitarie che Nicola Abbagnano disertava senza avvisare, sostituito prontamente da un giovane as­sistente sconosciuto che iniziava gli studenti alla semioti­ca (era Umberto Eco). Lo seguiamo poi negli Stati Uniti, dove ha la fortuna di approdare da ragazzo durante anni cruciali per la storia mondiale: siamo accanto a lui quan­do, allo scoppio delle tensioni per la guerra in Vietnam, durante un incontro con Robert F. Kennedy non riesce a trattenersi dal porgli una domanda scomoda sulle lacune delle indagini riguardanti la morte del fratello JFK. E via via lo ritroveremo poi coordinatore del Dizionario di politica diretto da Bobbio e Matteucci, frequentatore dei college di Oxford e Cambridge (ma anche dell’Old Traf­ford), testimone della fine del Pci al congresso di Rimini, sostenitore di Napolitano al Quirinale (che nel ringra­ziarlo via mail sembrava tuttavia declinare l’invito, dicen­dosi umilmente «lieto della mia carica di senatore a vita»), animatore di riviste e pungolatore di avversari, arguto elzevirista e soprattutto fedelissimo tifoso del Toro. Non mancano infatti i ricordi personali e le perso­ne importanti della sua vita privata, sfiorata con il pudore che si confà a un torinese doc.

Tra un seminario di Norberto Bobbio, un dissidio con Eugenio Scalfari e una stoccata a Matteo Renzi, Pasqui­no si dimostra tuttora un politologo «troppo imprevedi­bile» (come lo definì polemicamente Ferruccio de Borto­li), che non si è limitato a studiare, ma si è impegnato in politica e in parlamento per contribuire a cambiare l’Ita­lia. Un intellettuale outsider tra le circostanze del desti­no, che grazie a una intelligenza affilata e a occasioni fortunate (nonché a una notevole dose di autoironia) si è ritrovato non solo testimone d’eccezione, ma comprima­rio illustre del secondo Novecento.

Gianfranco Pasquino

GIANFRANCO PASQUINO (Torino, 1942), allievo di Norberto Bobbio e di Giovanni Sartori, è professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna. Associate Fellow alla SAIS-Europe di Bologna, è stato direttore, dal 1980 al 1984, della rivista “il Mulino” e, dal 2000 al 2003, condirettore della “Rivista italiana di Scienza politica”. Dal 2010 al 2013 presidente della Società italiana di Scienza politica, è autore di numerosi volumi, i più recenti dei quali sono Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (2015), Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica (2019, tradotto in spagnolo nel 2020) e Italian Democracy. How It Works (2020). È particolarmente orgoglioso di avere condiretto insieme a Norberto Bobbio e Nicola Matteucci per Utet il celebre Dizionario di politica (2016, nuova edizione aggiornata). Per Utet ha inoltre pubblicato La Costituzione in trenta lezioni (2016), L’Europa in trenta lezioni (2017) Minima politica (2020) e Libertà inutile (2021). Dal luglio 2005 è socio dell’Accademia dei Lincei.

Enzo Cheli recensisce per la @rivistailmulino #Libertàinutile Profilo ideologico dell’Italia repubblicana @UtetLibri

Libertà inutile – il titolo dell’ultimo libro di Gianfranco Pasquino – ricalca l’interrogativo che Norberto Bobbio si poneva, senza darsi una risposta, alla conclusione del suo famosissimo Profilo ideologico del Novecento italiano pubblicato nel 1969, quando si chiedeva se, alla luce della nostra storia repubblicana, le libertà riconquistate dopo la caduta del fascismo e fissate nella nostra Costituzione fossero state utili o inutili. In altre parole: se queste libertà fossero state esercitate dal popolo italiano utilmente ai fini della costruzione di una vera cultura democratica del Paese o, invece, fossero state sprecate inutilmente dal momento che quella cultura di fatto non era nata.

Lo stesso Bobbio successivamente, nella ristampa del suo Profilo, attenuava il pessimismo di questa domanda, ma questo non esclude che la domanda venga a ripresentarsi ogni qualvolta il nostro sistema politico si trovi ad attraversare una fase critica quale quella che oggi stiamo attraversando. Fase in cui le stesse basi della nostra democrazia, pluralista nel suo impianto politico e parlamentare nella sua forma di governo, vengano messe in discussione da forze ed ideologie avverse. Per questo, in Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (Utet, 2021) l’autore ritiene di dover riprendere e sviluppare fino ai nostri giorni la riflessione sullo stato di salute della nostra democrazia alla luce della cultura politica ad essa sottostante, riflessione che con Bobbio si era arrestata al 1968.

Per condurre questa analisi che investe il piano politologico, ma anche la storia e la filosofia politica, Pasquino dopo aver richiamato varie definizioni di democrazia, articola la sua indagine intorno a sei temi fondamentali.

Il primo tema è quello della nostra Costituzione, dei suoi principi, dei suoi valori, della sua forma di governo, delle difficoltà che storicamente ha dovuto incontrare per la sua attuazione e per la sua riforma. Questa Costituzione, pur con tutte le sue carenze, resta la più longeva in Europa e ha retto bene la prova del tempo tanto per la solidità del suo impianto, legato ad un compromesso politico nato su profonde radici storiche, quanto per la sua elasticità e capacità di adattamento alle complesse vicende della nostra vita politica.

Il secondo tema è quello del fascismo e dell’antifascismo cioè della vicenda che ha condotto alla nascita della nostra Repubblica attraverso la Resistenza e una guerra civile effetto delle fratture profonde che hanno sempre segnato la storia del nostro Paese prima e dopo l’unità nazionale.

Il terzo tema è quello del rapporto tra destra e sinistra nei primi quarant’anni della nostra storia repubblicana segnati dalla conventio ad excludendum nei confronti della maggiore forza di opposizione e dalla lenta marcia di avvicinamento di questa forza all’area di governo. È il tema del compromesso storico, dell’alternanza e dell’alternativa che ha segnato il dibattito pubblico italiano fino agli anni Novanta del secolo scorso.

Il quarto tema è quello della scomparsa delle culture politiche che, nell’immediato dopoguerra, avevano contribuito all’impianto della nostra Repubblica, quali la cultura cristiano-democratica, la cultura socialista e marxista e la cultura liberale. Una scomparsa che, a partire dagli anni Ottanta e dalla caduta del muro di Berlino, ha segnato la fine dei partiti storici e successivamente il progressivo declino del sopravvissuto sistema dei nostri partiti. Un declino – rileva Pasquino – che ha favorito, con una vicenda che non è stata solo nazionale, la discesa in campo e il recente successo dei nuovi movimenti populisti e sovranisti.

Movimenti populisti che attaccano le stesse basi della democrazia rappresentativa e parlamentare per ispirarsi a un modello distopico di democrazia diretta digitale che mira ad esaltare il ruolo di leaders in contatto diretto con la base popolare. Movimenti sovranisti che mirano a bloccare e invertire il processo di integrazione europea attraverso il richiamo a nazionalismi antichi ed alle rivendicazioni identitarie degli Stati nazionali.

Muovendo da questo complesso impianto di lavoro Pasquino pone al centro della sua riflessione – così come aveva fatto Bobbio nel suo Profilo – il tema della democrazia e della cultura politica in grado di sostenerla dal momento che oggi non esiste «nessun pensatore democratico in grado di offrire gli orientamenti indispensabili al funzionamento di una democrazia esposta alle sfide congiunte del populismo e del sovranismo». In altri termini il problema di fondo che oggi si pone al nostro Paese è per Pasquino questo: come difendere, mantenere e aggiornare la nostra democrazia repubblicana alla luce dei nuovi percorsi e delle nuove sfide che la storia del nostro continente ci sta prospettando?

Gianfranco Pasquino, al pari del suo maestro Norberto Bobbio, pur non offrendo a tale domanda una risposta certa non si sottrae all’impegno di indicare, come intellettuale e come cittadino, gli obbiettivi che andrebbero privilegiati e le strade che occorrerebbe percorrere per porre in sicurezza il futuro della nostra democrazia. Obbiettivi e strade che richiedono, peraltro, di comprendere le cause delle condizioni critiche che mettono attualmente a rischio la sopravvivenza della democrazia. 

La prima causa riguarda la crisi che da tempo ha investito il nostro sistema dei partiti. Sappiamo che la Repubblica italiana è nata – secondo l’espressione coniata da Pietro Scoppola – come «Repubblica dei partiti» dal momento che nel nostro sistema i partiti hanno da sempre rappresentato il principale anello di congiunzione tra la base popolare, fonte del potere sovrano, e l’impianto istituzionale dei poteri pubblici. I partiti rappresentano, quindi, nel nostro sistema un elemento strutturale che per il buon funzionamento della democrazia non può mancare. La conseguenza è che, se i partiti declinano, anche le basi del nostro impianto democratico diventando più fragili ed esposte al rischio di rotture. Ed è proprio con riferimento a questa sopraggiunta ed accentuata fragilità che acquistano maggior forza e pericolosità le spinte dell’antipolitica e delle altre pulsioni eversive che attualmente scorrono dentro il nostro tessuto sociale.

Se questi sono i punti di fragilità della nostra democrazia, non mancano di contro, nella visione di Pasquino, i punti di forza su cui ordinare la difesa e, in prospettiva, il rafforzamento e l’adeguamento del nostro impianto democratico.

Il primo punto di forza – secondo una linea che Pasquino svolge molto efficacemente – va individuato nella nostra Carta costituzionale. Una Carta che – come dimostrato dai referendum costituzionali svoltisi nel 2006 e nel 2016 su due diversi e opposti tentativi di «grande riforma» costituzionale – tuttora gode, nonostante la sua anzianità, di un forte radicamento sociale che si contrappone alla fragilità ed alla fluidità attuale del nostro sistema politico. Quindi una Costituzione forte e resiliente tanto in ragione dei poteri affidati ai suoi organi di garanzia quanto in ragione della sua elasticità e capacità di adattamento alle continue oscillazioni del nostro governo parlamentare.

Certo è, peraltro, che per la tenuta e la stabilità di un impianto democratico non basta disporre di una buona Costituzione, se manca un sostegno alla stessa da parte delle forze presenti nella società sottostante. Se mancano cioè una buona cultura politica ed una etica pubblica socialmente diffuse che si riconoscano nei valori che la Costituzione afferma.

E qui si apre la sfida più difficile per il nostro Paese che il libro di Pasquino mette bene in luce e che riguarda l’esigenza di avviare, dopo il declino dei partiti tradizionali, la diffusione di una vera cultura democratica attraverso la ricostruzione di efficienti mediatori sociali per la formazione di una nuova classe politica sinceramente democratica, oltre che dotata di competenze adeguate per affrontare i problemi che la società contemporanea sta ponendo in campo.

Pasquino ritiene che per rispondere a tale esigenza le risorse nazionali, nelle nuove forme che la geopolitica sta oggi assumendo, non siano più sufficienti. La conseguenza è che oggi, per cogliere la giusta misura di una cultura politica adeguata ai tempi, occorre quanto meno ricorrere – come le recenti crisi finanziaria e sanitaria hanno ampiamente dimostrato – alla dimensione continentale rappresentata dall’Europa. Da qui la necessità di cercare le risposte corrette ai nuovi problemi che la democrazia deve affrontare muovendo in direzione di un’Europa federata intorno ai valori che hanno formato il nucleo originario delle democrazie moderne. 

Pasquino conclude così il suo percorso: sottolineando come la grande sfida che oggi si pone alla scienza politica sia quella di riconoscere e indicare le strade più appropriate per perseguire e realizzare «l’ambizioso progetto di unificazione politica democratica del nostro continente». Sfida estremamente impegnativa che impone oggi di orientare le idee-guida della nostra storia repubblicana in direzione del contesto europeo.

Siamo quindi in presenza di un libro che va segnalato non solo per la sua grande attualità, ma anche per la varietà dei temi che pone in campo. Un lavoro ricco e avvincente che completa un percorso che il suo autore sta svolgendo ormai da tempo e la cui lettura si raccomanda non solo agli addetti ai lavori, ma a tutti coloro che, oltre ad avere interesse a comprendere le ragioni della crisi politica che stiamo attraversando, hanno a cuore le sorti future della nostra democrazia.

Enzo Cheli

Pubblicato il 07 FEBBRAIO 2022
Rivista il Mulino 2022
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