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Il populismo nel cuore (delle democrazie)

Nessuna nostalgia per il passato, nessuna paura per il futuro. Capire il presente per costruire il futuro. Queste sono le due considerazioni che hanno guidato la mia lettura del denso, stimolante, efficace volume di Ferruccio Capelli, Il futuro addosso. L’incertezza, la paura e il farmaco populista (Milano, Guerini e Associati, 2018). Ho anche pensato che il presente è il prodotto del passato, di scelte, errori e responsabilità personali che bisogna individuare e criticare, superare. Differentemente da Capelli, credo che il presente non sia tutto populismo. È molto diversificato, non ha bisogno del “farmaco” populista, ma di politica e già contiene non pochi anticorpi che debbono e possono essere sollecitati. La grande trasformazione degli ultimi trent’anni è stata innescata, secondo Capelli, da due possenti motori: la globalizzazione (finanziaria e delle comunicazioni) e l’innovazione tecnologica. È stata giustificata e sostenuta dall’ideologia neo-liberale. Si è manifestata in tre ambiti, ovvero secondo tre modalità: la disintermediazione, la solitudine (involontaria) e lo spaesamento (culturale). L’esito complessivo è stato quello di aprire grandi spazi – vere e proprie praterie – alle incursioni populiste. Il populismo, o meglio, i populisti offrono una risposta che definirò ricompositiva: mettono insieme il loro popolo (gli altri, quelli che non ci stanno a farsi mettere insieme e continuano a essere molti, si meritano la definizione di “nemici del popolo” e come tali sono trattati), lo utilizzano contro le élite (l’establishment che Capelli sembra identificare con i potenti che si riuniscono a Davos, con coloro che definisce il “Senato virtuale”, ma – di volta in volta – bisognerebbe specificare quale sia loro presenza e influenza dentro ciascun sistema politico e coglierne anche le contraddizioni), applicando politiche escludenti. Nazionalisti, forse, sovranisti di sicuro, quasi tutti i populisti, anzi, le élite (!) populiste appartengono a un passato del quale, però, non rivelano particolare nostalgia, tranne quella per un’omogeneità etnica, sicuramente non più recuperabile.

Disintermediazione vuole dire, secondo Capelli – e sono d’accordo – la scomparsa di capacità associative e, al tempo stesso, l’indebolimento di tutte le associazioni intermedie che avevano costituito il tessuto connettivo dei processi di democratizzazione e di consolidamento delle democrazie. A sostegno di ciò potrei citare alcuni importanti politologi che hanno scritto e argomentato che le democrazie sono inconcepibili senza partiti. Preferisco ricordare che – secondo Palmiro Togliatti – i partiti sono “la democrazia che si organizza”. Giustamente, Capelli chiama in causa Alexis de Tocqueville e il suo elogio con sorprese delle propensioni associative degli americani, forse sottovalutando il pericolo del conformismo che l’aristocratico francese intravedeva in democrazie basate sull’uguaglianza di condizioni. Sotto dirò di più su uguaglianza e disuguaglianze.

Certo, la solitudine non conduce a interesse politico, a partecipazione politica, a solidarietà. La folla solitaria del sociologo americano David Riesman, pubblicato nel 1950, con un sottotitolo rivelatore: A study of the changing American character, precede di quasi cinquant’anni il – forse triste forse no – “andare a giocare a bowling da soli” (ossia senza una squadra di amici), best seller di Robert Putnam relativo al capitale sociale, vale a dire alle reti di rapporti sociali e affettivi che rendono la vita migliore. Naturalmente un conto è rimanere/ritrovarsi soli, un conto è il volere essere soli e non curarsene poiché si è convinti di possedere le risorse intellettuali, culturali, professionali per cavarsela senza l’aiuto di nessuno e per attivarsi esclusivamente con l’obiettivo di proteggere e promuovere i propri interessi. Sono i “post-materialisti” intelligentemente individuati e studiati da Ronald Inglehart, prodotti e produttori di una rivoluzione silenziosa nei costumi e nei comportamenti.

“Lo spaesamento del cittadino, senza mediazioni e senza cornici culturali, è un altro volto della solitudine dell’uomo [e della donna!] contemporaneo. Egli è libero, svincolato dalle tradizioni e da vincoli predefiniti con gli altri esseri umani, ma l’esercizio della sua libertà si rivela quanto mai problematico” (p. 177). Nel 1941, il grande psicologo Erich Fromm colse nel desiderio di fuggire dalla libertà – ossia dalla necessità di scegliere e dalla corrispondente responsabilizzazione – una delle ragioni per le quali uomini e donne si assoggettarono ai fascismi e al nazismo. Oggi, forse, è il leader populista a offrire questa protezione dalla libertà che, però, il cittadino esercita “nella galassia infinita del mercato” (p. 117).

Dietro o intorno a tutto questo stanno, da un lato, l’irresistibile globalizzazione, cioè un processo forse ingovernabile, certamente non governato; dall’altro, la vittoria su tutta la linea, sostiene Capelli, dell’ideologia neo-liberale. Le capacità di ciascuno e di tutti si misurano attraverso la competizione nei mercati. Il merito viene premiato. Gli sconfitti sono responsabili della loro condizione. Al massimo, lo Stato deve adempiere al compito di regolatore e valutatore. Non deve mai intervenire a favore di chicchessia, ma noi sappiamo – o forse no, sostiene Capelli – che esiste un Senato virtuale, fatto dai potenti in ciascun settore, che squilibra tutta la competizione e, quindi, che incide sugli esiti facendo diventare più ricchi i ricchi e più poveri i poveri. “Il populismo è il sintomo [sosterrei, piuttosto, che è l’esito] più evidente della crisi della politica ridotta nella stagione neoliberale a tecnica di adattamento al mercato e di gestione del contingente” (p. 150).

Secondo Capelli, il populismo indica “un umore, uno stile, una mentalità” (p. 165). È mia opinione, invece, che il populismo debba essere letto e analizzato come un modo, uno dei modi possibili di fare politica nelle democrazie (Orbán è certamente un populista, mentre Putin e Erdogan praticano modalità populiste, ma sono due capi di regimi autoritari, nel caso turco con una spruzzata di fondamentalismo islamico). Dirò di più. In tutte le democrazie è insita una “striscia” di populismo, nel caso italiano accompagnata e pervertita da un cocktail di antipartitismo, antiparlamentarismo e anti-politica. Nelle democrazie più disintermediate – solitarie e spaesate – quella striscia s’ingrossa e confluisce nelle organizzazioni populiste. Non tutto quello che in politica non ci piace è populismo, ma il populismo non può piacere a chi ritiene che la democrazia abbia forme e limiti nei quali si esprime il popolo, funzioni tenendo conto di freni e di contrappesi, protegga e promuova diritti di tutti, delle minoranze di vario tipo, delle opposizioni. Ciò detto, non concordo con Capelli su un altro punto rilevante. La democrazia non ha mai promesso eguaglianza, meno che mai eguaglianza economica (né uguale soddisfacimento di aspettative, preferenze, obiettivi, bisogni). Sartori ha scritto che democrazia è soltanto, ma è moltissimo, isonomia: eguaglianza di fronte alla legge. Dal canto mio, sosterrò che la democrazia promette al popolo (demos) che potrà esercitare potere (kratos), nulla di più. Quel popolo e i singoli cittadini otterranno/eserciteranno influenza sulle decisioni politiche in base alla loro capacità di organizzarsi e di convincere – di volta in volta – le maggioranze. Quel popolo e i singoli cittadini hanno spesso chiesto uguaglianze (plurale) di opportunità e le socialdemocrazie sono spesso riuscite a dare e ridare quelle eguaglianze. Non ho qui lo spazio per indagare se la promessa di eguaglianze di opportunità non possa essere riproposta opportunamente riformulata.

Sostiene Capelli che la crisi della democrazia contemporanea dipenda da un elemento specifico: “mai tante promesse di eguaglianza e mai tante disuguaglianze”. Non credo che sia così. La crisi affonda le radici proprio nei tre fattori da lui abilmente delineati all’inizio della sua analisi: disintermediazione, solitudine, spaesamento e in un quarto fattore da lui stesso accennato: il declino della rappresentanza politica. La soluzione sta in più democrazia, ma sicuramente nient’affatto in quella proclamata come “uno vale uno” (incidentalmente, in nessun ambito uno vale uno) che fa tutt’uno di masse disintermediate che si affannano ad osannare (qualc)uno. Più democrazia non significa neppure che tutte le decisioni di qualsiasi genere debbano essere sottoposte sempre a votazioni popolari attraverso Internet. Significa, invece, che è diventato imperativo esplorare tutte le potenzialità della democrazia deliberativa, delle modalità di istruzione di una decisione, di discussione di un problema, di diffusione delle conoscenze, di apprendimento, di coinvolgimento della cittadinanza fino alla decisione motivata. Qui s’incrociano la politica (“tutte le cose che succedono nella polis”) e la democrazia (il potere dei cittadini sempre più istruiti in materia). No, il populismo non ha vinto e non vincerà. Altri futuri sono possibili.

Pubblicato il 22 febbraio 2019 su casadellacultura.it

È quel che si poteva fare? Dialogo breve sulle riforme. Pasquino intervista Napolitano

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Il Presidente Emerito Giorgio Napolitano ha accettato di rispondere ad alcune domande di Gianfranco Pasquino, professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna. Siamo onorati di pubblicare in esclusiva questo scambio nella convinzione che sia utile a tutti per farsi un’idea delle motivazioni e delle conseguenze delle riforme costituzionali che saranno prossimamente sottoposte a referendum.

Da due diverse prospettive, lo scienziato della politica di fama internazionale e il politico che ha attraversato da protagonista tutte le stagioni della politica italiana dagli Anni ’50, ci incoraggiano a saperne di più sulla riforma. A tal scopo, vi proponiamo una tavola sinottica degli articoli modificati prima e dopo la revisione, Cancellazioni e modifiche della Costituzione proposte dalla legge Renzi-Boschi, il documento Le ragioni del Sì e l’Appello dei costituzionalisti per il NO.

Contiamo sulla generosità e la disponibilità dei due eccellenti interlocutori per approfondire questioni cruciali qui appena sfiorate: se davvero sarà possibile e facile correggere in seguito gli errori della riforma Renzi-Boschi data la asserita complessità delle procedure di revisione costituzionale, quale dovrebbe essere “la nuova forma di governo parlamentare” di cui parla Napolitano e se già esistono altrove in Europa modelli apprezzabili dai quali imparare.

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Roma 18 luglio 2016

Nella tua lunga esperienza legislativa come parlamentare, come capogruppo, come Presidente della Camera dei deputati, come ministro, come Senatore e, infine, come Presidente della Repubblica, è capitato spesso che il Senato si sia rivelato causa di intoppi, errori, ritardi?

Nella mia lunga esperienza non ho mai considerato il Senato come colpevole di “intoppi, errori, ecc.”; e non è questo né la motivazione né l’oggetto della riforma costituzionale ora sottoposta a referendum. Quel che è in questione è la necessità – da lungo tempo avvertita e argomentata – del superamento di un bicameralismo paritario che, esso sì, è stato causa di gravi disfunzioni istituzionali.

Tralasciando la mancanza di una maggioranza, da attribuire alla legge elettorale, nel Senato eletto nel febbraio 2013, puoi citare dei casi precisi di inconvenienti e ritardi legislativi particolarmente eclatanti?

Gli inconvenienti notori e gravi del nostro bizzarro bicameralismo sono stati quelli del grave ostacolo rappresentato dalla lunghezza e tortuosità del processo legislativo, costretto al fenomeno di navette spesso defatiganti tra i due rami del Parlamento.

E quante volte la doppia lettura ha migliorato la legislazione, magari anche consentendo al governo di imparare, di recuperare e di fare meglio?

Il nostro Senato non è mai stato una seconda Camera “di riflessione” utile per correggere scelte infelici o errori compiuti dalla Camera dei Deputati. Le leggi sono state – sulla base di un meccanismo quasi del tutto casuale – assegnate in prima lettura all’uno o all’altro ramo. E in generale, più che una limpida tendenza migliorativa, quel che ha alimentato la doppia, e magari terza o quarta, lettura, è stata – oltre che la frequente interferenza di manovre di partito e di corrente – una logica di prestigio e concorrenziale tra Camera e Senato per imprimere ciascuno un proprio segno o avere l’ultima parola su ogni legge o almeno su quelle più “sensibili”.

Non pensi che le procedure complesse di richiami e di doppie letture previste nella riforma culmineranno in molte tensioni, in molti scontri, in ricorsi alla Corte costituzionale e finiranno in quella che altrove ho definito deriva confusionaria? – Non temi una varietà di conflitti fra Stato e regioni, fra Camera e Senato, fra i senatori e i consigli regionali che li hanno nominati, fra i sindaci e i loro consigli comunali?

Mi pare gratuito il drammatizzare che tu fai in entrambe queste domande dei rischi di tensioni e di scontri dinanzi alla Corte Costituzionale, e di ogni sorta di conflitti tra poteri e tra soggetti istituzionali. Di fronte a ogni innovazione, la “paura dei pericoli” è puro fattore di paralisi. Quel che della riforma risulterà da correggere alla luce dell’esperienza potrà essere corretto. L’importante è ora non restare bloccati in antiche contraddizioni.

Ritieni opportuno che un Senato di nominati partecipi all’elaborazione e all’approvazione delle revisioni costituzionali? E perché?

Trovo demagogicamente polemico parlare di “un Senato di nominati”. I nuovi senatori, tranne quelli nominati dal Presidente della Repubblica, saranno “eletti” (art.2 della legge di riforma) da Assemblee rappresentative pienamente legittimate dal punto di vista democratico.

Pensi che sia corretto dare al Senato delle autonomie fatto di cento nominati il potere di eleggere due giudici costituzionali? Ti risulta qualcosa di simile per altre seconde Camere non elette dai cittadini?

Puoi su questo punto esprimere dissenso, ma non credo abbia senso il confronto con “altre seconde Camere non elette dai cittadini” in Europa.

E’ opportuno che a rappresentare le autonomie ci siano anche cinque senatori nominati dal Presidente della Repubblica (per meriti sociali, artistici, scientifici e letterari). Dovrebbero avere meriti regionalisti e federalisti oppure competenze europee visto che di Europa dovranno occuparsi?

Il nuovo Senato ha un complesso di funzioni per cui può risultare assai utile il contributo di personalità di molteplici esperienze e competenze, pienamente comprese nella definizione di cui all’art. 3 della legge di riforma.

Non vedo nulla nel pacchetto Renzi-Boschi che riguardi concretamente e direttamente il rafforzamento del potere decisionale del governo? Qual è la tua opinione?

Il ruolo del governo è destinato certamente a rafforzarsi rendendo più spedito, lineare e sicuro nei suoi tempi di svolgimento e conclusione, il processo legislativo. Per non parlare del fatto che si rafforza la stessa possibilità di dar vita ad un governo attribuendo alla sola Camera dei deputati l’investitura, con la fiducia, dell’esecutivo.

Pensi che questo rafforzamento conseguirà dall’Italicum rispetto al quale hai peraltro detto che bisogna attendere “opportune verifiche di costituzionalità”?

Non aggiungo nulla in questo momento a ciò che ho dichiarato in Senato circa l’esigenza di prestare attenzione a preoccupazioni espresse da varie parti sulla legge elettorale “Italicum”.

Ti sei ripetutamente “speso”, a mio parere anche troppo, in difesa e a sostegno di queste riforme. Sono davvero le riforme che avresti fatto tu, capo del governo?

In qualunque mia posizione istituzionale avrei sostenuto una riforma che conduca – per usare una sapiente espressione di Leopoldo Elia – a una nuova forma di governo parlamentare. Ed è questa la direzione in cui va la riforma approvata dal Parlamento.

Infine, una curiosità personale-istituzionale alla quale puoi anche decidere di soprassedere. Fin dalla Commissione Bozzi (1983-85) ho molto detto e scritto e qualcosa ho anche fatto, promuovendo i referendum elettorali, in materia di istituzioni e di leggi elettorali. E’ troppo chiederti come mai non ho ricevuto nessun apprezzamento da te, ad esempio, per la mia battaglia a favore di una legge elettorale davvero maggioritaria come il doppio turno francese in collegi uninominali?

Non ho mai ignorato ma sempre seguito con apprezzamento, come ben sai, le tue iniziative e battaglie. Ma tu ti sei sempre mosso – in quanto studioso temporaneamente (per oltre dieci anni) prestato alla politica e al Parlamento – da libero battitore; mentre io ho sempre operato fino al 1992 da dirigente del PCI, cercando di influenzarne le posizioni e riconoscendomi nelle sue scelte, comprese quelle sostenute nella Commissione Bozzi. Da Presidente della Camera mi adoperai per favorire una riforma elettorale in senso maggioritario e fondata sui collegi uninominali: l’intesa risultò possibile però sul sistema costruito con la legge Mattarella, mentre l’ipotesi del doppio turno alla francese naufragò sullo scoglio della indicazione della soglia (in Francia molto elevata) per l’accesso al secondo turno. E da Presidente della Repubblica ho guardato positivamente al tentativo portato avanti fino all’estate 2012 nella Commissione Affari Costituzionali del Senato per un sistema analogo a quello spagnolo, ma allora tanto il centrosinistra quanto il centrodestra rimasero attaccati all’istituto del premio di maggioranza sia pure – dopo la sentenza della Consulta – ancorato ad una soglia adeguata di consensi ricevuti dagli elettori. Poi questa storia l’ho raccontata al Parlamento nel mio discorso dell’aprile 2013.

Pubblicato il 20 luglio 2016