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Divisi profondamente #leggeZan

La prima domanda è: il disegno di legge sull’omofobia che ha come primo firmatario il deputato del PD Alessandro Zan è una buona legge? La seconda domanda è: se ha qualche articolo che può essere migliorato, rispetto al testo approvato alla Camera, quelle modifiche rischiano di rinviarlo sine die? È questo l’obiettivo di chi, da ultimo il capo di Italia Viva, Matteo Renzi, si propone con le sue critiche? Vedremo poi se e in quali emendamenti si tradurranno. La terza domanda è: esistono al Senato i numeri per procedere rapidamente alla sua approvazione definitiva? Negli ultimi giorni, l’attenzione è stata tutta concentrata sulle dichiarazioni di Matteo Renzi che ha annunciato di volere tre modifiche importanti a partire dalla molto discussa e complessa “identità di genere”. I voti dei senatori di Italia Viva possono essere cruciali a partire dal 12 luglio quando il disegno di legge Zan approderà in aula.

   Ė un dato di fatto che Renzi persegue insistentemente l’obiettivo di ottenere visibilità per il suo piccolo partito inchiodato al 2 per cento circa nelle intenzioni di voto degli italiani. Inoltre, mira a dimostrare quanto conta in questo Parlamento, quanto può essere determinante in alcune situazioni. Il disegno di legge Zan è di iniziativa parlamentare. Quindi non coinvolge il governo e un esito negativo non destabilizzerà Draghi. Poiché, però, il ddl porta il nome di un deputato del Partito Democratico, il segretario del PD Enrico Letta ha l’obbligo politico di difenderlo e condurlo a conclusione positiva. Ė molto probabile che ci saranno alcuni rischiosi voti segreti. Quindi, Letta non può e non deve stare “sereno”. Renzi punta anche a indebolirlo. E Letta ha l’impegno di trovare i voti necessari.

   Qualcuno ancora rimprovera al PD di non avere portato al voto, per timore di perdere, il disegno di legge sullo ius soli che mirava a dare la cittadinanza ai figli dei migranti nati in Italia. Da allora, non se n’é fatto nulla. Se non fossero in gioco brutti elementi, da un lato, personali, visibilità e ripicche, dall’altro, ideologici, con il centro-destra che non ha neppure criticato la legge contro gli omosessuali approvata dal governo Orbán, sarebbe forse possibile tentare un accordo. PD e Cinque Stelle potrebbero accettare poche modifiche, mirate e condivise, a condizione che i proponenti, a cominciare da Italia Viva e, forse, Forza Italia e Salvini, garantissero la fulminea approvazione definitiva del testo che dovrà tornare alla Camera. Non so chi ha queste capacità di mediazione e non vedo chi voglia impegnarsi in questo tentativo. Purtroppo, nel Parlamento italiano, ma anche nella società italiana, in occasione di problemi che riguardano la sfera più intima delle persone, come per esempio, la facoltà di scegliere come e quando morire, appaiono divisioni tristissime. Lunga sembra la strada per giungere alla maturità indispensabile per garantire la diversità delle opinioni e la libertà delle scelte. 

Pubblicato AGL il 8 luglio 2021

Perché Giorgia Meloni piace tanto e non solo a destra @DomaniGiornale

Cedo subito alla tentazione di un paragone significativo. Mentre noi italiani guardiamo con interesse e maggiore o minore preoccupazione all’ascesa di Giorgia Meloni, a fare notizia in Germania è la crescita di consensi per la verde Annalena Baerbock. Fratelli d’Italia, guidata da Meloni, si avvia al 18 per cento; i Verdi di Baerbock sono arrivati al 28 per cento e sembrano destinati ad essere il partito che deciderà il prossimo governo della Germania. Quel governo, sicuramente e fortemente europeista, non piacerà a Meloni che, tutte le volte che può, dichiara la sua preferenza per la variante ungherese rappresentata da Orbán. Saldamente insediata alla guida dei Conservatori e Riformisti Europei, in larga misura contrari all’Europa che c’è, ma anche sostanzialmente irrilevanti, Meloni afferma di essere “per un’Europa confederale, che decide le grandi cose, e sulle altre lascia libertà agli Stati”. Iniziata la Conferenza sul Futuro dell’Unione Europea, la leader di Fratelli d’Italia ha un’occasione propizia di fare valere le sue idee in maniera del tutto trasparente e di sottoporre a critica quanto quegli europei, che desiderano un’Unione ancora più stretta, sapranno proporre.

Ciò detto, il consenso italiano per Fratelli d’Italia dipende solo in piccola parte dalle posizioni anti-europee: l’elettorato non è tenuto a cogliere le sottili distinzioni fra l’UE com’è e l’Europa eventualmente confederale. L’ascesa di Giorgia Meloni è una storia tutta italiana. Nel degrado e nel declino complessivo dei partiti, Fratelli d’Italia ha comunque saputo mantenere un prezioso aggancio con quello che era stato un partito piccolo, ma con radicamento: il Movimento Sociale Italiano. Meloni lì nasce e lì cresce meritandosi i complimenti per avere conquistato spazio personale e agibilità politica in un organismo di uomini (tuttora) maschilisti. Il resto sembra in misura quasi eguale un misto fra doti di carattere e intelligente sfruttamento delle opportunità. Il carattere è quell’elemento, importante e nella politica italiana abbastanza poco frequente, che spiega la coerenza finora espressa da Meloni. Nessuna impennata nessuna giravolta nessun inseguimento di novità: Meloni è rimasta fedele alle sue idee, destra nazionale e, in fondo, tradizionale (che ha troppa contiguità con Casa Pound e Forza Nuova). Un po’ di sovranismo, che è il nazionalismo trasferito a Bruxelles, ma quasi niente populismo, consegnato largamente a Salvini (ma che, talvolta, fa capolino nei berluscones).    In una certa misura, è lo stesso Salvini che, con il suo marcato opportunismo e esibizionismo, continua ad offrire opportunità di crescita a Giorgia Meloni. Le critiche salviniane al governo di cui fa parte sono tanto frequenti e tanto simili a quelle di Meloni che una parte dell’elettorato pensa che allora è meglio confluire su Fratelli d’Italia. Altri elettori in uscita dal Movimento 5 Stelle trovano nei Fratelli d’Italia l’organizzazione più credibile per esprimere sia l’insoddisfazione per la politica italiana sia il dissenso nei confronti del governo Draghi. Poiché, coerentemente, Giorgia Meloni non è entrata nella fin troppa ampia coalizione di governo, gode adesso di quella che chiamo “rendita d’opposizione”. Ė una rendita che si sta rivelando cospicua e che è destinata a durare. So che dovrei concludere mettendo in guardia dai rischi di un governo prossimo venturo guidato dalla non europeista Giorgia Meloni. Sarebbe inevitabilmente e preoccupantemente un governo di centro-destra i cui guai, a mio parere, verrebbero dalle ambiguità e dalle ambizioni di Salvini, anche e soprattutto se la competizione per la leadership fosse vinta, seppur risicatamente, proprio da chi guida Fratelli d’Italia. 

Pubblicato il 12 maggio 2021 su Domani

Salvini è problematico

Trascinato controvoglia nel governo Draghi dal suo più stretto collaboratore, Giancarlo Giorgetti, diventato Ministro dello Sviluppo Economico, e consapevole che parte del suo elettorato non soltanto nel Nord ha un forte interesse a mantenere rapporti intensi e profittevoli con l’Unione Europea, Salvini si sente comunque a disagio. Sarebbe molto banale pensare che il suo disagio derivi soprattutto dalla competizione dura e pura di Giorgia Meloni, a capo dell’unica opposizione rimasta nel Parlamento italiano. Salvini sa che è la Lega il collante indispensabile al centro-destra per vincere le prossime elezioni. Il vero problema è che non riesce a nascondere non tanto le sue emozioni, ma le propensioni politiche che gli hanno consentito di ottenere un consenso elettorale senza precedenti e, almeno nei sondaggi, persino di farlo crescere. Anche quando fu ministro degli Interni, Salvini interpretava il suo ruolo come “di lotta e di governo”. A maggior ragione oggi deve ritagliarsi uno spazio nel quale offrire rappresentanza a gran parte di coloro che sono insoddisfatti delle politiche anti-Covid del governo. Il gioco è facile e francamente Salvini se la gode, ma la protesta, non importa quanto fondata e quanto contraddittoria, sta tutte nelle sue corde di populista.

   Le sue frequentazioni europee, proprio quelle che Giorgetti reputa dannose e controproducenti, derivano da una visione dell’Unione Europea che Salvini ha maturato da tempo, e che, con termine politichese, gli viene dalla pancia. Quelle che lui definisce “amicizie polacche e ungheresi” dipendono da un comune sentire. Il video dell’incontro con Salvini apparentemente emozionato e quasi scodinzolante insieme a due capi di governo, il marpione di lungo corso Viktor Orbán e lo spregiudicato Mateusz Morawiecki, è parte di un tentativo di trovare alleati in grado di aiutarlo, ma per quali politiche? Per definizione, i “sovranisti” pensano essenzialmente agli interessi dei loro paesi. Quelli ungheresi e polacchi convergono fra loro, ma certamente non saranno d’aiuto a chi sosterrà “prima gli italiani”. L’attivismo di Salvini copre l’assenza di elaborazione politica mentre i temi suoi cavalli di battaglia, a cominciare dall’immigrazione, stanno perdendo di importanza agli occhi degli elettori italiani. I dati continuano a ribadire che le aperture non sono ancora possibili a Covid tutt’altro che sconfitto. I veri “Ristori” del futuro arriveranno grazie ai fondi europei se sapremo utilizzarli in maniera rapida e efficiente, non dagli strepiti di Salvini. Al momento, il leader della Lega costituisce una presenza ambigua in un governo a maggioranza certamente troppo allargata. In quella maggioranza, con le sue continue richieste di vaccinazioni accelerate e riaperture anticipate, sfida e incrina il necessario tentativo di tenere unita e disciplinata una cittadinanza che combatte il Covid in maniera già non sufficientemente convinta e disciplinata. Salvini è parte non della soluzione, ma del problema.

Pubblicato AGL il 7 aprile 2021

UNIONE EUROPEA: DENARI SENZA VALORI? Stato di diritto o stato di paralisi. Il dialogo tra Gianfranco Pasquino e Roberto Santaniello continua @europainitalia @rsantaniello @C_dellaCultura

Continua il dialogo edificante (ovvero costruttivo) tra un tecnocrate e un eurocrate

Gianfranco Pasquino* e Roberto Santaniello**

  • Caro Tecnocrate, tira un po’ di “brezza” tra Bruxelles, Varsavia e Budapest, se si vuole essere rassicuranti.

Gli ambasciatori di Polonia e Ungheria hanno annunciato ai colleghi del Coreper (il Comitato dei Rappresentanti Permanenti), che i loro governi potrebbero votare contro il Quadro Finanziario Pluriennale 2021-2027 se fosse inserita la regola, concordata da presidenza tedesca e Parlamento europeo, del rispetto dello stato di diritto da parte dei beneficiari dei fondi europei.

I due ambasciatori hanno così confermato la sostanza delle lettere inviate da Orbán e Morawiecki alle massime cariche istituzionali dell’Unione europea nelle quali si afferma che “qualsiasi meccanismo discrezionale che sia basato su criteri arbitrari e politicamente motivati non può essere accettato”.

Potrebbe profilarsi un bel problema sia per NextGenerationUE che per il bilancio pluriannuale 2021-27. Ricordo che il Consiglio europeo può votare a maggioranza il NextGenerationUE, mentre l’unanimità è richiesta sia per l’adozione del bilancio e del “tetto” delle risorse proprie. Quest’ultima decisione (preliminare, ndr) deve essere ratificata dai parlamenti nazionali, mentre per la decisione sul bilancio pluriannuale è “sufficiente” l’approvazione del Parlamento europeo. Ricordati questi elementi tecnico-istituzionali, non mi rimane sottolineare che in termini di calendario, spetta al Parlamento europeo pronunciarsi per primo la prossima settimana, mentre la riunione del Consiglio europeo è fissata il 10/11 dicembre e sarà preceduta dal Consiglio Affari generali l’8 dicembre. Detto tutto questo chiedo a lei, caro Tecnocrate, di esprimersi. Come la vede? Brezza o Tempesta?

  • Caro Burocrate, non si tratta soltanto di scegliere fra Brezza e Tempesta poiché, purtroppo, anche le tempeste possono cominciare come venticelli. La situazione mi pare tremendamente complicata poiché coinvolge le istituzioni, gli ideali e gli interessi. Non possiamo fare finta che l’Unione Europea non sia e non debba essere anche una organizzazione di interessi. Il funzionalismo non sparisce mai. Non dobbiamo neanche pensare che la Germania non abbia intenzione e, in una certa misura, la facoltà di difendere i suoi interessi economici, quelli delle sue imprese e dei loro investimenti in Ungheria e in Polonia. Per capirne di più, propongo un accurato spacchettamento. Non credo che il Parlamento e la Commissione possano recedere dalla loro sacrosanta richiesta che l’Ungheria e la Polonia rispettino lo Stato di diritto. Mi augurerei di sentire anche la voce dei capi di governo degli Stati frugali esprimersi su un tema che dovrebbe essere loro caro e sul quale l’Italia, nonostante Meloni e Salvini, anzi, proprio per metterli all’angolo, dovrebbe solennemente ribadire la sua posizione: la rule of law si rispetta e la si applica, sempre, ovunque. L’Unione è un sistema politico democratico. Ė, come scrivo e sostengo da tempo, il più grande spazio di libertà e di diritti al mondo. Non deve essere incrinato da due governi devianti. Sicuramente, la trattativa deve essere condotta da Angela Merkel, in quanto Presidente del semestre europeo, ma nessuno dimentichi che è anche il capo di governo dello Stato inevitabilmente più influente. Fin qui gli interessi. In secondo luogo le regole e le procedure. Bisogna chiarire che cosa deve essere votato all’unanimità e per che cosa è sufficiente una maggioranza qualificata o semplicemente assoluta. Le chiederei di precisare questo punto. Nel frattempo, sono giunto ad una conclusione intermedia. Si voti il prima possibile sulla proposta congiunta Commissione-Parlamento e ciascun capo di governo si assuma trasparentemente le sue responsabilità. Troppo spesso l’Unione è stata accusata, a ragione, di mancanza di trasparenza. Questa volta tutto deve venire alla luce, soprattutto i ricatti e le loro conseguenze. Dopodiché, naturalmente, come in tutte le democrazie potranno continuare i negoziati e, di conseguenza, come in tutte le democrazie, potranno seguire altre votazioni, ravvicinate. A Ungheria e Polonia, in particolare alle loro opinioni pubbliche e operatori economici, è imperativo che, attraverso una intensissima campagna di informazione, la Commissione comunichi i termini del problema, le responsabilità, le conseguenze, ma anche le modalità di soluzione. A Bruxelles bisognerà anche interrogarsi su come abolire le votazioni all’unanimità, mai democratiche poiché consentono a un “votante” di ricorrere al potere di ricatto e impediscono a maggioranze rappresentative, spesso enormi, di procedere. Bisognerà anche dire ad altissima voce, soprattutto ai populisti sovranisti, che nessuno schiaccia la sovranità di uno qualsiasi degli Stati-membri, ma li richiama al rispetto di regole e procedure da ciascuno di loro accettati al momento dell’adesione. Le chiederei di commentare su questi punti, correggendo e chiarendo, magari con opportuni riferimenti ai Trattati.
  • Caro Tecnocrate, come la sua qualifica sottolinea, non posso correggerla poiché i suoi riferimenti sono esatti. Le regole istituzionali a trattati vigenti le ho ricordate in precedenza. Sul quadro finanziario pluriannuale il Consiglio europeo vota all’unanimità, con l’approvazione del Parlamento europeo. Dunque si tratta di una decisione conforme al metodo comunitario. Sul tetto delle risorse proprie, risorse che servano a finanziarie il bilancio (di entrate) pluriannuale, il Consiglio europea vota all’unanimità ed è necessaria la ratifica degli Stati membri e dunque dei parlamenti nazionali. In questo caso, come può ben capire si tratta di una decisione tipica del metodo intergovernativo. Per concludere, entrambe le decisioni sono soggette al diritto di veto degli Stati, quella sul tetto delle risorse proprie deve superare un doppio barrage, non solo quello dei governi, ma anche dei parlamenti. Ricordo ancora, come ultima annotazione, che il Consiglio europeo adotta la decisione sul NextGenerationEU a maggioranza qualificata ritornando nell’alveo del metodo comunitario. Ricordo infine che quasi tutte le decisioni adottate nel quadro del metodo comunitario è prevista la maggioranza qualificata, tranne alcune eccezioni, come quella sul bilancio, dove è richiesto il voto all’unanimità. Durante le conferenze intergovernative che hanno condotto alle riforme dei Trattati il voto all’unanimità è stato progressivamente eliminato, salvo sulle materie dove gli Stati membri non vogliono perdere la propria sovranità, come la fiscalità e alcuni diritti sociali. Per eliminare del tutto il voto all’unanimità, penso anche a quello che condiziona una politica estera e di sicurezza più fluida (ne ha parlato anche Ursula von der Leyen nello Stato dell’UE), sono necessarie delle modifiche ai trattati vigenti. Una parola infine sui governi “recalcitranti” alla questione della condizionalità in base al rispetto dello Stato di diritto. C’è un bell’articolo nel Trattato sull’Unione europea che riguarda la leale cooperazione. Si tratta dell’articolo 4, paragrafo 3. Vale la pena riportarlo per intero: “in virtù del principio di leale cooperazione, l’Unione e gli Stati membri si rispettano e si assistono reciprocamente nell’adempimento dei compiti derivanti dai trattati. Gli Stati membri adottano ogni misura di carattere generale o particolare atta ad assicurare l’esecuzione degli obblighi derivanti dai trattati o conseguenti agli atti delle istituzioni dell’Unione. Gli Stati membri facilitano all’Unione l’adempimento dei suoi compiti e si astengono da qualsiasi misura che rischi di mettere in pericolo la realizzazione degli obiettivi dell’Unione. Credo che basterebbe ricordare a tutti, e soprattutto ad Ungheria e Polonia (ai quali si è aggiunta la Slovenia per “amicizia” del suo capo di governo con Orbán), il contenuto di questo articolo. Sperando che il burocrate le abbia fornito gli elementi di chiarimento, le ripasso la parola, per una conclusione da Tecnocrate. Io mi sono limitato ad inquadra gli elementi istituzionali, ma la politica o meglio la realpolitik, ci insegna che ci sono molte variabili da considerare e tra questi gli interessi.
  • Caro Burocrate, apprezzo i suoi chiarimenti che credo aggiungano qualcosa di importante alla discussione che riguarda non soltanto gli interessi, che ritengono meritino sempre adeguata attenzione, ma gli ideali che, paradossalmente, una buona realpolitik non dimentica e non sottovaluta mai. A questo punto, per qualche giorno, la palla passa al Parlamento Europeo i cui componenti debbono evidenziare con forza il contenuto e le implicazioni dell’art. 4, paragrafo 3, da lei opportunamente citato. La “leale cooperazione” deve essere messa all’opera hic et nunc. In quanto tecnocrate e come tale possessore di ottime idee, ma privo di potere politico, penserei che il Presidente del Parlamento unitamente alla Presidente della Commissione dovrebbero proporre ad Ungheria e a Polonia un fecondo decoupling. Accettino quei due capi di governo di approvare il bilancio 2021-2027 relativamente al quale comunque mantengono e potrebbero usare la mannaia della non ratifica da parte dei rispettivi Parlamenti. Dopodiché, Commissione e Parlamento riconsidereranno la valutazione di quelle che sono le gravi violazioni loro attribuite relativamente allo Stato di diritto. Ungheria e Polonia manterranno la possibilità di obiettare, consapevoli, però, che rischiano di perdere parte, piccola o grande, dei fondi previsti nel NextGenerationUE. Faccia il suo lavoro la diplomazia. Nel frattempo si dia anche inizio alla procedura di riduzione delle votazioni all’unanimità con l’obiettivo della loro completa eliminazione. Quello che è razionale diventerà reale?

Bruxelles-Bologna, 20 novembre 2020

Gianfranco Pasquino* è un europeo nato nei pressi di Torino. Ha conosciuto Altiero Spinelli e ha davvero letto Il Manifesto di Ventotene. Parla alcune lingue europee, francese e spagnolo, e una lingua extra-europea, l’inglese. Ė Professore Emerito di Scienza politica, materia che gli ha consentito di essere invitato a Monaco di Baviera e Berlino, Oxford, Cambridge e Manchester, Parigi. Lisbona e Madrid. Ha variamente scritto di sistemi politici comparati e di Europa: Capire l’Europa (1999) e L’Europa in trenta lezioni (2007). Di recente è stato co-curatore di una ricerca approfondita e ambiziosa: Europa. Un’utopia in costruzione (2017), contribuendovi due densi capitoli. Ė convinto che l’unità dell’Europa è un obiettivo nobilissimo.

Roberto Santaniello**, romano di nascita, federalista per convinzione, è diventato civil servant europeo dal 1986 per convinzione e passione, incontrando sulla sua strada persone che dell’Europa hanno fatto una ragione di vita (Altiero Spinelli e Virgilio Dastoli). Mai pentito di questa scelta ideologica e professionale. Funzionario della Commissione europea, oggi presso la Rappresentanza in Italia, da sempre artigiano della comunicazione e dell’informazione sul l’Europa, autore a tempo perso di libri sulla storia e la politica della costruzione comunitaria. Eccone una selezione: Storia politica dell’integrazione europea con Bino Olivi; Prospettiva Europa, con Virgilio Dastoli e Alberto Majocchi; C’eravamo tanto amati, Italia Europa e, con Virgilio Dastoli, Capire l’Unione europea. Pensa che sia possibile fare ancora molta strada europea, dentro e fuori le istituzioni.

Leggi anche il Numero Speciale di viaBorgogna3 2019
Gianfranco Pasquino e Roberto Santaniello
DIALOGO SUL FUTURO DELL’EUROPA
Un tecnocrate e un burocrate a confronto
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Pubblicato il 22 NOVEMBRE 2020 su casadellacultura.it

I politici che bluffano oggi preparano tempi peggiori @HuffPostItalia

In un dramma che continua è già possibile individuare alcune lezioni che la politica italiana potrebbe imparare. Probabilmente, alla fine di questa tremenda prova ne verranno altre insieme ad approfondimenti e revisioni delle lezioni sperabilmente già apprese. Prima lezione, con buona pace dei seguaci della sig.ra Thatcher, esiste una società. Esistono uomini e donne che hanno relazioni con altri uomini e altre donne che improntano i loro comportamenti anche tenendo conto delle conseguenze che possono/potrebbero avere sulla vita degli altri, nella consapevolezza che è giusto che la loro libertà si arresti dove comincia la libertà degli altri, e viceversa. Anzi, proprio perché sanno che esistono conseguenze buone e cattive, a questi uomini e a queste donne la politica ha il dovere di indicare i comportamenti più atti a mantenere la coesione sociale e non lasciarli scivolare o peggio a spingerli verso una società liquefatta. La probabilità che i comportamenti suggeriti, indicati, imposti dalla politica siano effettivamente accettati e tradotti in seppur dolorose pratiche dipende dalle conoscenze scientifiche disponibili. La seconda lezione è che la politica ha l’obbligo di avvalersi delle conoscenze scientifiche, di rivalutare il ruolo e l’importanza della scienza e degli scienziati, degli studiosi e dei competenti. Ha altresì l’obbligo di assumersi la piena responsabilità di decidere fra le alternative disponibili argomentando e spiegando pubblicamente le ragioni delle scelte.

Esiste una responsabilità sociale degli scienziati come esiste una responsabilità politica dei governanti e dei rappresentanti. Soltanto riconoscendo questa differenza e, al tempo stesso, la necessità dell’incontro è possibile affrontare attrezzati i problemi complessi che la modernità continuerà a presentare ai cittadini del mondo. La terza lezione che la politica può imparare e anche i cittadini potrebbero apprezzare è che la fiducia è una risorsa di eccezionale importanza tanto nei rapporti orizzontali fra cittadini quanto nei rapporti verticali fra le autorità, specialmente, ma non solo, quelle politiche e la cittadinanza. La fiducia si crea sulla base delle esperienze pregresse e delle competenze dimostrate, cresce se dimostra di giovare, diminuisce e va perduta quando viene tradita. Governanti e rappresentanti che promettono quello che sanno di non riuscire a mantenere, che rilanciano perché pensano che non saranno chiamati a rispondere dei loro bluff, ridimensionano, ridicolizzano la fiducia e preparano tempi peggiori anche se così facendo conquistassero temporaneamente cariche di governo. A giudicare da non poche dichiarazioni dei/delle dirigenti e dei/lle parlamentari dei partiti di opposizione, non pochi di loro questa lezione sulla fiducia non l’hanno assorbita oppure hanno deciso consapevolmente di ignorarla.

Nelle democrazie il luogo per eccellenza della fiducia è un Parlamento liberamente eletto con parlamentari, uomini e donne liberi/e di rappresentare l’elettorato e di agire senza vincolo di mandato, senza nessun vincolo neppure quello nei confronti dei capipartito e dei capi fazione che hanno sfruttato il potere di eleggerli e nelle cui mani rimane soprattutto il potere di ricandidarli e di farli rieleggere. La quarta lezione da apprendere è che in una situazione di gravissima crisi, il potere di decidere il più rapidamente possibile sta nelle mani dei decisori che, in quanto governanti, godono della fiducia della maggioranza parlamentare. Le leggi, dovremmo saperlo, non le fanno i parlamenti, ma i parlamenti non solo hanno il compito importantissimo di valutare quelle leggi, eventualmente emendandole, ma debbono anche controllare continuativamente e accuratamente l’operato del governo e porre paletti chiari alla sua azione. In attesa che i sovranisti de noantri critichino Putin e soprattutto Orbán per come manipolano il parlamento per ridimensionarne fino a cancellarne le capacità di controllo sul governante massimo, la lezione per la democrazia italiana è che il Parlamento acquisisca davvero centralità nel sistema politico-istituzionale, non come tribuna per tornei oratori, ma tanto come luogo privilegiato della discussione politica e della valutazione delle alternative quanto come arena per l’informazione dei cittadini. Se la politica imparasse queste lezioni e ne facesse tesoro per il futuro che mi auguro il più prossimo possibile, la qualità della democrazia italiana farebbe davvero un balzo in avanti, in alto.

Pubblicato il 3 aprile 2020 su huffingtonpost.it

Le diseguaglianze e la qualità della democrazia @laregione @laR_Lugano

Intervista raccolta da Ivo Silvestro

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica a Bologna, sul futuro delle democrazie confrontate con crescenti disuguaglianze economiche

“Diseguaglianze: precisazioni, problemi, proposte” è il titolo della conferenza che Gianfranco Pasquino, professore Emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, terrà giovedì 5 marzo alle 18 alla biblioteca cantonale di Lugano. L’incontro apre il ciclo “Luci e ombre della globalizzazione” del Club Plinio Verda.

Professor Pasquino, in democrazia siamo tutti uguali – per quanto riguarda diritti civili e politici, mentre le disuguaglianze economiche non sarebbero un problema. Ma una persona molto ricca non ha, anche politicamente, più potere degli altri cittadini?
Sicuramente: senza uguaglianza di diritti civili e politici non possiamo parlare di democrazia, ma possiamo parlare di democrazia di fronte a diseguaglianze economiche.
Tuttavia queste disuguaglianze economiche possono avere un impatto sulla democrazia, sulla qualità della democrazia. Una democrazia in cui i ricchi possono “comprarsi le elezioni” evidentemente è una democrazia che valutiamo negativamente rispetto a una democrazia in cui tutti i cittadini hanno quasi lo stesso potere politico: l’obiezione quindi non è tanto verso coloro che diventano ricchi, ma alla loro capacità di influenzare le politiche che a loro volta favoriranno ancora di più i ricchi. Questa situazione sta diventando intollerabile in alcuni Paesi, iniziando dagli Stati Uniti.

Spesso si sente dire che non è un problema se i ricchi diventano più ricchi – se al contempo i poveri diventano meno poveri. Insomma, le disuguaglianze economiche non sarebbero di per sé un problema.
Il problema è come i ricchi usano le loro risorse per proteggere la loro posizione, per accrescere la loro ricchezza e per controllare il potere politico: questo è un cardine del liberalismo che nasce per dire che ogni uomo, e ogni donna, ha un voto e questo voto conta allo stesso modo. Ma nel momento in cui chi ha più soldi riesce a comprare i voti, riesce a comprare le decisioni degli eletti, nella democrazia entra una discriminazione economica molto dannosa e che incide sul principio dell’eguaglianza politica dei cittadini.

Dovremmo quindi pensare a una incompatibilità tra capitalismo e democrazia? Perché sembra che o il capitalismo fagocita la democrazia, oppure la democrazia impone pratiche redistributive della ricchezza.
Finché il capitalismo rimane competitivo è compatibile con la democrazia – che a sua volta deve essere competitiva, perché se c’è un unico capitalista e c’è un unico governante non siamo più in una democrazia.
La compatibilità quindi c’è, ma c’è anche una forte tensione perché i capitalisti cercano naturalmente di arricchirsi, e di controllare il potere politico affinché non proceda a quella ridistribuzione di cui lei parlava. D’altro canto la democrazia deve basarsi sul potere dei numeri, sulla costruzione di maggioranze popolari.
Il conflitto c’è, e non può che essere risolto attraverso maggioranze che si formano intorno a una certa idea di democrazia, a una certa idea di sistema economico, a una certa idea di società in cui ci sia un minimo di ricerca di uguaglianza, un minimo di opportunità per tutti.

In concreto, cosa dovremmo fare? Impedire alle persone di arricchirsi troppo?
La democrazia non deve porre alcun limite all’arricchimento. La democrazia, o meglio i democratici, intervengono nel momento in cui quei soldi vengono utilizzati per manipolare le elezioni, per influenzare la politica a proprio vantaggio.
Quindi se mi chiede se deve esserci un limite all’arricchimento, la risposta è no. Ma ci devono essere limiti all’uso di quei soldi, quindi una legge vera sul conflitto d’interesse, una legge vera sul finanziamento della politica.

Democrazia e disuguaglianze economiche possono quindi coesistere con regole serie.
Regole serie e severe. Il potere economico non deve controllare il potere politico e a sua volta il potere politico non deve controllare il potere economico. Devono essere in competizione tra di loro, però con delle regole che stabiliscono che non possono esserci dei vincitori per sempre, che i vincitori non possono opprimere coloro che perdono.

Persone molto ricche possono influenzare la società al di là della politica. Un amante del jazz potrebbe finanziare scuole e festival solo  di questo genere, penalizzando rock e classica. L’esempio può apparire banale, ma se lo applichiamo anche all’arte, alla letteratura, al cinema le (legittime) preferenze di pochi possono cambiare una società.
Con il finanziamento di queste attività lei pone un caso molto interessante. Ma se il sistema è competitivo, ci saranno altri ricchi che finanzieranno altre attività, in competizione. E anche per i cittadini ci sono possibilità, attraverso il cosiddetto crowdfunding, di finanziare a loro volta certe attività culturali.
Se avviene in maniera trasparente e in una situazione di competizione, il finanziamento di attività culturali non pone problemi.

La competizione è quindi essenziale.
Sì. Pensiamo alle primarie democratiche negli Stati Uniti. In corso ci sono dei milionari e non è affatto detto che Michael Bloomberg riuscirà a vincere. Finché c’è una situazione competitiva, c’è la possibilità di tenere sotto controllo: una volta ottenuta la nomination e magari anche diventato presidente, ci dovrà essere una legge sul conflitto d’interesse.

Il suo intervento apre il ciclo ‘Luci e ombre della globalizzazione’. In tutto questo discorso, la globalizzazione che ruolo ha?
Innanzitutto la globalizzazione è un fenomeno in corso, per cui possiamo valutarla in questo momento ma sappiamo che non possiamo fermarla – e non dovremmo neanche.
Ha prodotto arricchimento in zone del mondo che erano molto povere, a iniziare dalla Cina ma non solo. Ha prodotto una crescita di disuguaglianze ma l’uscita dalla povertà di milioni di persone. È quello che diceva all’inizio: se i ricchi diventano più ricchi ma al contempo i poveri diventano meno poveri, va benissimo – entro certi limiti, naturalmente.
La globalizzazione ha prodotto tutto questo e adesso però ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di poter controllare come la ricchezza si va formando, di strumenti per impedire ad esempio che le corporation vadano in cerca di paradisi fiscali.

Strumenti sovranazionali: ma ci sono istituzioni internazionali che possano farlo?
L’Unione europea qualcosa sta facendo. Il resto ovviamente viene affidato a organizzazioni internazionali, alcune hanno sufficienti poteri altre non ancora. Ma certo la globalizzazione richiede un governo mondiale, o quantomeno misure prese a livello di Nazioni unite che cerchino di mitigare l’impatto che alcuni aspetti della globalizzazione sta avendo. Noi adesso stiamo parlando di ricchezza, di soldi, ma dovremmo parlare anche di clima e di commercio internazionale: quello che Trump sta facendo a livello di dazi è molto negativo, a livello di controllo delle ricchezze e delle diseguaglianze.

Ultima domanda: sul futuro  della democrazia è più ottimista o più pessimista?
Se guardo a quello che è già successo, sono relativamente ottimista. Negli ultimi trenta-quarant’anni il numero di regimi che possiamo ragionevolmente ritenere democratici è cresciuto. Siamo passati grosso modo da una trentina di democrazie a novanta democrazie. C’è una spinta alla creazione di regimi democratici.
Ma al contempo vediamo in alcuni contesti erosioni delle regole democratiche, pensiamo a Orbán che in Ungheria cerca di controllare la stampa…

Quella che lui chiama ‘democrazia illiberale’.
Certo, ma se mi capiterà lo dirò sicuramente durante la conferenza: la democrazia illiberale non esiste. Senza i principi del liberalismo la democrazia non esiste.

Pubblicato il 4 marzo 2020 su laregione.ch

Campagna elettorale permanente o inesistente?

Ripetendo ossessivamente, come fanno troppi giornalisti e commentatori, che Salvini più di Di Maio sono in campagna elettorale permanente, che cosa abbiamo svelato e/o imparato?: che la campagna elettorale permanente ha poco non ha quasi niente a che vedere con le prossime importanti votazioni per eleggere il Parlamento europeo. Quante e quali informazioni utili per la loro scelta europea otterranno gli elettori italiani da come sarà risolto il caso Siri, sottosegretario leghista indagato per corruzione? Che cosa di rilevante per l’Unione Europea dice loro la fotografia di Salvini che parla dal balcone del comune di Forlì dal quale si affacciava Benito Mussolini? Specularmente, che cosa penseranno i governanti degli Stati-membri dell’UE, nessuno dei quali cambierà di qui ad ottobre, poiché non ci saranno altre elezioni nazionali dopo quelle recenti in Spagna, della posizione dell’Italia rispetto all’UE? Sono certamente interessati a conoscere quanto potere ha il Presidente del Consiglio Conte, da qualcuno accusato di essere un burattino nelle mani di Salvini e Di Maio. Infatti, burattino o no, Conte dovrà decidere, salvo imprevisti non del tutto improbabili (autodimissioni di Siri), dimostrando le sue preferenze e reali capacità, non di avvocato del popolo, ma di capo di un governo di coalizione. Avere un capo di governo credibile nell’UE sarebbe una buona notizia per gli italiani che, dalla campagna elettorale permanente, non hanno finora avuto elementi utili per eleggere con un utilissimo voto gli europarlamentari italiani. Da Giorgia Meloni viene la richiesta di un voto per andare “in Europa per cambiare tutto”. Lo slogan, che proposta programmatica non è, del PD di Zingaretti pone l’accento sul lavoro affidando a più rappresentanti del PD nel Parlamento europeo il problema di come affrontare e risolvere il problema del lavoro in Italia. Candidato capolista in quattro circoscrizioni su cinque, Berlusconi si presenta come colui che darà vita a una coalizione contro le sinistre, i verdi, i liberali e che comprenderà Popolari, Conservatori e, grande novità, i non meglio definiti sovranisti “illuminati”. Non sarà, però, facilissimo convincere l’ungherese Orbán ad abbandonare la sua autodefinizione di democratico illiberale e “illuminare” il sovranista Salvini affinché, poi, torni nel suo alveo naturale italiano: il centro-destra. Tra chi vuole “più Europa” (la lista di Emma Bonino), chi ne vuole meno a casa propria (i sovranisti delle varie sfumature), chi (Calenda) sostiene di “essere [già] europeo”, ma vuole uno Stato nazionale forte, e chi vuole cambiarla tutta l’Europa (Fratelli d’Italia) senza dirci come, è difficile che l’elettorato italiano sia in grado di scegliere a ragion veduta chi rappresenterà meglio le sue preferenze, anche ideali, e i suoi legittimi interessi in sede europea. Fin d’ora è possibile dire che la campagna elettorale permanente combattuta fra Cinque Stelle e Lega su tematiche italiane, comunque vada a finire, non rafforzerà le posizioni italiane a Bruxelles.

Pubblicato AGL il 8 maggio 2019

Centrosinistra, un segnale da Cagliari

Avere un seggio in meno alla Camera dei deputati non fa una differenza significativa per l’ampia maggioranza parlamentare del governo giallo-verde. Tuttavia, l’elezione suppletiva tenutasi a Cagliare per sostituire un parlamentare delle 5 Stelle, espulso dal Movimento e dimissionario, ha un significato politico che va oltre il piccolo dato numerico. A fare campagna elettorale per il candidato unitario del centro-destra era sceso in campo persino Silvio Berlusconi. In applauditissimi incontri pre-elettorali, Berlusconi ha utilizzato l’occasione per annunciare la sua candidatura alle prossime elezioni del Parlamento europeo poiché lui è l’unico capace di portare idee liberali in Europa. Immagino la curiosità e la preoccupazione dei liberali nel Parlamento europeo che sanno benissimo che Forza Italia si trova nello schieramento dei Popolari Europei che comprende anche il partito Fidesz del Primo Ministro Viktor Orbán, sovranista amico di Salvini e nient’affatto “liberale”. Anzi, Orbán ha orgogliosamente dichiarato di avere fatto dell’Ungheria una democrazia illiberale.No, il leader carismatico Berlusconi non ha prodotto nessun miracolo a Cagliare. La candidata di Forza Italia è arrivata terza. Dunque, Forza Italia non è affatto in ripresa.

Clamoroso il crollo delle 5 Stelle che precipitano da più del 42 per cento di voti ottenuti neppure un anno fa al 29 per cento: un vero tonfo a evitare il quale non sono state sufficienti né l’”abolizione della povertà” annunciata da Di Maio né l’approvazione del reddito di cittadinanza. Tutti i sondaggi nazionali danno il Movimento in “decrescita”, non so quanto felice, mentre la Lega svetta. Però, nelle elezioni locali Salvini non ha nessuna intenzione di intaccare la sua coalizione con Forza Italia e con Fratelli d’Italia, che gli consente di governare in molte zone e costituisce un’ottima posizione di ricaduta se i contrasti con Di Maio dovessero mai portare a una crisi di governo. La sorpresa è venuta dalla vittoria del candidato comune del centro-sinistra che rappresentava uno schieramento definito “Progressisti di Sardegna. Ha ottenuto più del 40 % dei voti e ha annunciato che s’iscriverà al Gruppo dei deputati del PD.

Sarebbe eccessivo trarre insegnamenti definitivi o, comunque, a largo e lungo raggio da questa elezione soprattutto per un’importante ragione: ha votato poco più del 15 per cento dei cagliaritani aventi diritto. Due elementi meritano di essere sottolineati. Primo, il Movimento 5 Stelle appare effettivamente in una situazione di grande difficoltà. Non riesce più a presentarsi come il ricettore dell’insoddisfazione dei cittadini, ma neanche come il partner di governo che produce risposte efficaci. Il secondo elemento è che, tuttora in stallo a livello nazionale, non brillante e incisivo come opposizione, con il PD incapace di dare smalto al processo con il quale approderà all’elezione del segretario, il centro-sinistra è ancora vivo. Quando l’elezione si svolge in un collegio uninominale, può vincere.

Pubblicato AGL il

Sovranismo, populismo, autoritarismo

Sovranismo è pensare di riuscire a fare da soli quello che la collaborazione fra ventisette/ventotto stati non riesce a conseguire. E’ anche il tentativo furbesco di approfittare dei rapporti con quegli Stati solo quando conviene, senza dare nulla in cambio, peggio, violando sistematicamente le regole pre-stabilite e approvate e gli impegni presi. Nessuno Stato nell’Unione Europea è stato espropriato della sua sovranità, meno che mai da burocrati e tecnocrati senza volto che vivono a Bruxelles. Ciascuno degli Stati e tutti i loro governi hanno liberamente deciso di aderire all’Unione Europea consapevoli di stare cedendo una parte della loro sovranità nazionale. Sanno anche che nell’Unione Europea possono contribuire a proteggere e promuovere i loro interessi nazionali, ad esempio, prosperità e sicurezza, collaborando con gli altri Stati-membri. Non è vero che nell’Unione se qualcuno “vince” qualcun altro deve perdere. Spesso il “gioco” è a somma positiva: guadagnano un po’ tutti (e le statistiche lo dimostrano). Chi esce, come oramai tutti dovrebbero imparato grazie all’esperienza della Brexit, sicuramente perde — la mia impressione è che gli Stati piccoli perderebbero di più. La cessione consapevole di sovranità, se accompagnata da capacità, intelligenza, impegno, rafforza quegli Stati che hanno quelle qualità e le applicano poiché riusciranno a rispondere meglio alle esigenze e preferenze dei cittadini. Laddove, invece, i politici si rilevano inadeguati, in molti modi e da molti punti di vista, nessun vantaggio potrà scaturire da una presenza sulla scena europea non accompagnata da competenza e credibilità. Al contrario (e se qualcuno pensa che il riferimento è all’Italia ha colto il punto). L’Italia e, con poche eccezioni, i governanti italiani dal 2006 ad oggi, semplicemente non sono stati credibili.

Con il senno di poi, ma anche guardando alla tragedia del Venezuela contemporaneo, è persino troppo facile affermare che il fenomeno per eccellenza della non-credibilità è il populismo. Per lo più il leader populista giunge al potere grazie, in parte, agli errori dei governanti “democratici”, in parte, alle sue capacità personali nello sfruttare/strumentalizzare quegli errori, infine, in parte non piccola, alla credulità di ampi settori del popolo. Ovviamente, non è mai tutto il popolo che porta al successo il leader populista il quale, tutte le volte che gli parrà opportuno, contrapporrà il popolo buono, quello vero, che lo sostiene, al popolo cattivo, e definirà “nemici del popolo”, coloro che lo contrastano. E’ la pretesa di un leader, ma anche di un movimento, di rappresentare da solo, direttamente, senza bisogno di organizzazioni intermedie, il popolo, che costituisce l’elemento caratterizzante le esperienze populiste. E’ il rifiuto del pluralismo sociale, politico, culturale. E’ il rigetto di qualsiasi modalità di competizione libera e aperta. E’ il disconoscimento della separatezza e dell’autonomia relativa delle istituzioni, in particolare, di quelle parlamentari, talvolta giudicate inutili e spesso bypassate, e di quelle giudiziarie, dove si annidano alcuni nemici del popolo e del populismo! Sul filo teso dell’equilibrismo populista, abbiamo ascoltato il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte definire il suo ruolo “avvocato del popolo”. I vertici del governo italiano hanno definito il loro documento di bilancio, già bocciato (23 ottobre) dalla Commissione Europea, “la manovra del popolo”. La banalità del populismo si accompagna e si nutre dell’ignoranza di non pochi settori del popolo stesso in attesa delle soluzioni miracolistiche promesse dai populisti di tutte le tacche. Quando il populismo fallisce, come è sempre successo, dappertutto, allora la tentazione è forte, spesso irresistibile, di introdurre elementi di autoritarismo e di applicarli.

Può esistere una “democrazia illiberale”, quale, secondo Viktor Orbán, è diventata l’Ungheria del cui governo lui è il capo? Un sistema politico che impedisce ai mass media di fare il loro lavoro, che manipola il sistema giudiziario, che sottilmente colpisce qualsiasi attività degli oppositori, ha solamente intaccato i principi liberali: diritti civili e politici e freni e contrappesi istituzionali, oppure ha anche gravemente ristretto gli spazi democratici introducendo elementi di autoritarismo? (La Polonia è incamminata su questa strada). Quanto possa durare una “democrazia” continuando a privarsi del “liberalismo” è una domanda alla quale molti sistemi politici latino-americani e africani hanno già dato una risposta chiara: poco. Certo, il liberalismo potrebbe tornare, ma più facile, più probabile, anche se non inevitabile, è che quella democrazia illiberale scivoli nell’autoritarismo. La dictablanda, faccio ricorso alla terminologia elaborata con raffinata ironia dai latino-americani, può essere sia la conseguenza logica e politica di una democradura sia la sua alternativa più praticabile. Né l’una né l’altra troveranno legittimazione nell’Unione Europea.

Pubblicato il 1° novembre 2018 su italianitalianinelmondo.com

 

Doppio stop per le destre nel voto UE

Non so se le due importanti votazioni di ieri sono state il canto del cigno di un Europarlamento nel quale i rappresentanti dei partiti europeisti eletti nel maggio 2014 godono di un’ampia maggioranza. Però, sono sicuro che quei due voti hanno rincuorato tutti i sinceri europeisti incoraggiandoli a fare una campagna elettorale molto dinamica e propositiva in vista delle elezioni di fine maggio 2019. Due terzi degli Europarlamentari hanno finalmente deciso che colossi come Google e come Facebook non possono appropriarsi di quanto appare nella stampa e di quanto prodotto da chi scrive e canta musica, facendoli propri e traendone grandi, persino ingenti, vantaggi economici. Proteggere il copyright esigendo adeguate ricompense non è soltanto cosa giusta, ma contribuisce anche alla buona comunicazione politica (sociale, economica e culturale) consentendo ai piccoli che hanno cose da dire di non venire strangolati e schiacciati da colossi il cui interesse alla buona politica e alla buona società sfugge a me come alla grande maggioranza degli europarlamentari di ventotto Stati-membri dell’Unione Europea. Allo stesso tempo, l’Europarlamento ha votato stigmatizzando gravi e persistenti violazioni dello Stato di diritto ad opera del governo del Primo ministro ungherese Viktor Orbán. Più di due terzi di europarlamentari hanno ritenuto convincente la risoluzione presentata dalla verde olandese Judith Sargentini, non contro l’Ungheria, ma contro i comportamenti e la legislazione di quel governo per imbavagliare i mass media, “normalizzare” le università, a cominciare dalla Central European University, fondata e finanziata dal banchiere di origine ungherese George Soros, reprimere l’opposizione. Certo, il rifiuto sprezzante del Primo ministro ungherese di accogliere i migranti “redistribuibili” ha complicato la sua situazione.

Nonostante qualche tentennamento, il Partito Popolare Europeo al quale Orbán porta molti voti e seggi ha tenuto la barra. Da un lato, i Popolari austriaci hanno votato per le sanzioni e la libertà di coscienza non ha prodotto defezioni rilevanti. Dall’altro, però, Forza Italia ha rinsaldato da posizioni di debolezza un deplorevole asse sovranista con la Lega di Salvini. Brutto segno, ma forse chiarificatore, per tutti quelli che in Italia si illudono di costruire un vasto arco/fronte di europeisti veri e sinceri da contrapporre alla Lega sovranista-populista anti-europeista alla quale sta lavorando Salvini. Le Cinque Stelle hanno esibito un’altra volta un comportamento schizofrenico, votando per sanzionare le violazioni ungheresi allo Stato di diritto, ma opponendosi alla protezione del copyright. Le dichiarazioni di Di Maio, che ha gridato alla censura (per Google e Facebook?) sostenendo che l’Europarlamento dovrebbe vergognarsi, appaiono imbarazzanti e preoccupanti. Per adesso, chi vuole un’Europa più democratica e più giusta può godersi due vittorie importanti di buon auspicio per il prossimo importantissimo Europarlamento.

Pubblicato AGL 13 settembre 2018