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Bologna è il primo test per Letta: perché il Pd non vuole fare le primarie per il sindaco? @DomaniGiornale

Conseguita molto più che la semplice parità di genere con l’elezione di Debora Serracchiani alla Camera, nettamente preferibile all’imposizione ad opera del capogruppo uscente al Senato Andrea Marcucci di Simona Malpezzi, sua compagna, pardon, amica di corrente, il Partito Democratico di Letta ha iniziato il suo cambio di pelle. O, forse, no. Da Bologna, ma anche da un pezzo non indifferente del PD nazionale vengono segnali alquanto diversi, anche contraddittori. Caso esemplare, non solo perché lo conosco molto bene avendolo ampiamente frequentato, è quello del partito di Bologna. Bisogna scegliere la candidatura per il prossimo sindaco della città. Virginio Merola ha completato due mandati, evento che non si verificava dalla metà degli anni novanta dello scorso secolo. Ha anche indicato, in maniera del tutto irrituale, forse piuttosto scorretta, il suo successore preferito, l’assessore Matteo Lepore. In campo c’è un altro candidato, anche lui assessore, Alberto Aitini, apparentemente preferito dai Circoli cittadini nei quali si sono espressi gli iscritti in qualche modo consultati. Non ho letto dati certi. Il potente parlamentare della città, Andrea De Maria, fino a qualche tempo fa fra i papabili, sembra si sia orientato a favore di Lepore. Non si sono espressi il segretario regionale e il segretario cittadino del PD e neppure l’abitualmente molto loquace presidente della Regione Emilia-Romagna Stefano Bonaccini. Tutti uomini.

   Non ho udito nessuna voce proveniente dalle donne del PD, mentre ha fatto capolino Mattia Santori a nome delle guizzanti Sardine le cui procedure decisionali, in materie delicate come quella della indicazione di preferenza per una candidatura importante, mi sono ignote. Trapela la ricerca spasmodica di una candidatura unitaria che, però, è resa impossibile dalla tenace resistenza di Aitini. In un partito democratico la parola definitiva spetta (spetterebbe) allo Statuto nel quale sta scritto in maniera limpida che “il Partito Democratico affida alla partecipazione di tutte le sue elettrici e di tutti i suoi elettori [quindi, non dei soli iscritti, nota mia]…. la scelta delle candidature per le principali cariche istituzionali” (art. 1, comma 5); che “gli incarichi sono “contendibili” (comma 9) e che “i candidati [uh, dizione quanto politicamente scorretta! Nessuna obiezione dalle donne?] alla carica di Sindaco e Presidente di Regione vengono scelti attraverso il ricorso alle primarie di coalizione” (art. 24, sottotitolato Elezioni primarie per le cariche monocratiche istituzionali).

   Alcuni almeno dei meno distratti fondatori del PD ricorderanno che i due principi posti alla base non soltanto del suo operato, ma della sua stessa esistenza, e considerati assolutamente qualificanti erano la vocazione maggioritaria e le primarie. La prima, davvero velleitaria, è già stata sostanzialmente archiviata dal neo-segretario che ha indicato come compito importante la ricerca di alleati per formare coalizioni competitive. Seppure sempre contrastate e talvolta manipolate, le primarie si sono svolte in moltissime occasioni e località, ad oggi, in ben più di mille casi. Secondo colui, Arturo Parisi, oggi silente, che viene spesso menzionato nei resoconti giornalistici come “il teorico delle primarie”, la procedura delle primarie per la selezione delle candidature si deve assolutamente aprire ogniqualvolta c’è chi, alzando spontaneamente la mano, dichiara la sua disponibilità/volontà a candidarsi. Il regolamento stabilirà tempi e modi per la raccolta di firme a sostegno e per i dibattiti.    Da Bologna giungono, invece, segnali assolutamente inquietanti di resistenza. Il primo è fin troppo facile e prevedibile: la pandemia è un ostacolo a qualsiasi inevitabile “assembramento” primario. Poi, naturalmente, qualcuno sosterrà che non c’è più tempo per farle. Non manca mai la proposta, assolutamente risibile, che si facciano le primarie, non “personalizzanti”, per le candidature, ma “su progetti”. Infine, in apparenza potentissima, si staglia l’obiezione che le primarie dividono il partito, dimenticando bellamente che il partito è già chiaramente diviso in correnti, anche a Bologna. La storia non finisce qui, ma deve tristemente registrare che dal vertice romano del PD il responsabile dell’organizzazione, Stefano Vaccari, manda agli uomini del PD bolognese un ultimatum: si diano da fare per trovare una candidatura unitaria. Ci sarà pure un caminetto all’ombra delle due Torri. Altrimenti, “primarie ultima spiaggia” (Corriere di Bologna, 31 marzo, p. 1).

Pubblicato il 31 marzo 2021 su Domani

Che fine hanno fatto le primarie nel Pd? Domande sul caso Bologna @DomaniGiornale

Il Partito di Bologna ha una lunga, interessante, ingloriosa storia di primarie fatte (e non fatte) per la scelta della candidatura a sindaco della città. L’inizio della saga riguardò i Democratici di Sinistra che, a fronte di profonde divisioni interne con il (quasi)prescelto che rifiutò di “sottoporsi” alle “primarie”, furono costretti a farle in fretta e furia in una piovosissima giornata del marzo 1999. Poi le elezioni furono vinte da Giorgio Guazzaloca, molto più che un candidato civico, un bolognese con una apprezzabile storia personale di lavoro e di impegno. Cinque anni di (mancate) riflessioni non bastarono ai DS per trovare una candidatura indigena cosicché nel 2004 dirigenti, iscritti e i simpatizzanti della borghesia rossa furono entusiasti di accogliere il superparacadutato Sergio Cofferati reduce dalla grande manifestazione contro Berlusconi. Niente primarie per il segretario della CGIL, ma una bella processione nei quartieri di Bologna, città che non conosceva minimamente, ad accogliere suggerimenti, incoraggiamenti, applausi (molti) e critiche (quasi nessuna). Tutt’altro che favorevole, arrivai nel mio quartiere alle 21,10, presi la scheda per iscrivermi a parlare. Alle 22.45 non avendo ancora avuto la parola, mi informai. Avevano “perso” la mia scheda. “Gentilmente”, mi diedero subito la parola, la riunione chiudeva alle 23. Peccato che il tempo di accettazione delle schede con l’approvazione (o no) fosse stato fissato alle 22 e che moltissimi dei presenti avessero già votato.

Nel 2008, all’ultimo momento. Cofferati annunciò che non intendeva fare il secondo mandato. A quel punto il Partito Democratico decise che si potevano/dovevano fare le primarie. Naturalmente, il gruppo dirigente aveva il suo candidato. Provai a candidarmi, ma mi si impedì di avere accesso al registro degli iscritti un certo numero di loro firme essendo necessarie per accreditarsi come candidato. Appoggiato da Bersani e da Prodi e da gran parte del PD (in seguito anche dal cardinale di Bologna), la candidatura di Flavio Delbono non fu mai a rischio. Andò a vincere risicatamente al ballottaggio contro l’imprenditore Alfredo Cazzola. Poco più di sei mesi dopo fu costretto a dimettersi per uso troppo disinvolto, truffaldino (due patteggiamenti) del denaro pubblico (era stato Assessore al Bilancio della Regione Emilia-Romagna). Si dimise anche il segretario della Federazione, Andrea De Maria, debitamente parcheggiato a Roma.

   Per la prima volta nella sua storia, quella che era stata la vetrina del comunismo italiano fu commissariata (2010-2011). Ancora in difficoltà il PD intrattenne persino l’idea di candidare la Commissaria Annamaria Cancellieri (poi ministro degli Interni nel governo Monti e della Giustizia nel governo Letta). Messo da parte colui, Maurizio Cevenini, che era il più popolare degli esponenti del Partito, le primarie del 2011 consegnarono la vittoria a Virginio Merola che ha portato a compimento senza biasimo né gloria il suo secondo mandato. Non si è lasciato scappare l’occasione di influenzare la scelta del suo successore candidando alcuni suoi assessori, ma anche manifestando la sua preferenza per uno di loro. Dunque, logicamente: primarie fra i candidabili. Invece, per il momento, proprio no. Il segretario locale annuncia che bisogna cercare e soprattutto trovare un candidato “unitario”. Insieme agli assessori, la neo-eletta europarlamentare Gualmini si dichiara “disponibile”, deludendo, immagini, i 78 mila elettori che le diedero la preferenza. Sullo sfondo si staglia la figura del più potente parlamentare bolognese Andrea De Maria che nega asserendo, però, a ragione, che non vuole nessuna discriminazione nei suoi confronti, come quella comminatagli delle Sardine. Qualcuno ricorda che bisognerebbe allargare il “campo”, nessuno si tira indietro. Il sindaco bolla tutto questo, al quale lui ha dato il suo contributo e altri ne preannuncia, come “un dibattito inconcludente”.

   Le primarie per le cariche elettive stanno nello Statuto del PD. Se ne sono fatte in tutta Italia ben più di mille. Spesso cito Arturo Parisi, secondo i giornalisti il “teorico delle primarie”. Chi vuole candidarsi, sostenne Parisi, alzi la mano. Poi, naturalmente, raccolga un certo numero di firme a suo sostegno, quante e come sono richieste dal regolamento dei partiti locali. Naturalmente, se il PD allarga effettivamente il campo, a Bologna ci sono almeno due potenziali candidati centristi di valore. Allora, però, nelle primarie non dovrà esserci il candidato ufficiale “del partito”, ma tutti coloro che, PD o no, senza ostacoli, avranno raccolto le firme. Gli assessori disponibili a candidarsi non dovranno essere dissuasi, come il segretario locale ha già lasciato trapelare, poiché di loro si terrà conto “nella formazione della prossima giunta”. La saga non è finita. Neanche la commiserazione, qualche volta irritazione, per un partito che cerca costantemente di svicolare dalle regole che pure si è dato può cessare. Ė possibile che, alla fine, l’esito sia positivo in termini di selezione della candidatura, ma neanche in questo caso dovremmo accettare la massima che “il fine giustifica i mezzi”. Non è così che si migliora la politica né a Bologna né altrove.

Pubblicato il 20 novembre 2020 su Domani

Un déjà vu la piccola storia infinita della scelta del candidata/o PD a sindaco a Bologna

Non la chiamerò telenovela. Dovrei definirla “la già vista”, questo piccola, non edificante e non finita storia della scelta del candidata/o PD a sindaco a Bologna. Non si faranno le primarie del partito/nel partito, ma, si fa dire alla mitica asfittica base che vuole “il candidato unico”. Poi, eventuali “primarie di coalizione” che, se ci fosse il “candidato unico” del PD, sarebbero un trucco ai danni dei potenziali alleati.

Come non si scelgono le candidate e i candidati sindaco a Bologna?

La narrazione delle modalità di selezione delle candidature a sindaco di PDS/DS/PD è sconfortante. Non è migliorata. Da ultimo, il “medio” sindaco uscente ha designato il suo successore. Brutt’affare.

Questa è la storia di come non si scelgono le candidate e i candidati sindaco a Bologna

Pasquino: «Critelli dovrebbe dimettersi» @InCronaca #Bologna

Intervista al politologo sul caos nel Pd bolognese e nazionale raccolta da Valerio Castrignano

Sono giorni complicati per il Pd bolognese. Il partito a livello locale sembra ostaggio di una battaglia interna. Dopo le elezioni sembrano essersi risvegliate le ferite lasciate sulla pelle del partito dal congresso più difficile e divisivo della storia. Diciannove segretari di circolo chiedono le dimissioni del segretario federale Francesco Critelli, la cui carica di parlamentare è incompatibile (secondo lo statuto) con quella di numero uno del Pd bolognese. Il presidente del Quartiere Navile Daniele Ara chiede si apra il dibattito su cosa fare per rilanciare i dem a Bologna. Intanto in consiglio comunale frizione tra le figure più vicine a Critelli e il resto della maggioranza che sostiene Virginio Merola. Tanta confusione dunque. Per fare chiarezza abbiamo deciso di intervistare il politologo bolognese Gianfranco Pasquino.

Professore, cosa ne pensa della polemica su Critelli?

«Prima di tutto, chi decide di andare in parlamento non deve presentare la sua candidatura a segretario. Dopo un congresso così lungo e difficile Critelli doveva rinunciare a una candidatura in parlamento. Poi c’è un problema statutario, che prevede l’incompatibilità tra le due cariche che sta ricoprendo. Quindi Critelli il giorno dopo l’elezione in parlamento doveva dimettersi almeno da segretario della federazione. Poi c’è il partito che è in una situazione disastrata».

La situazione giustifica un aggettivo tanto forte?

«Il partito non dialoga più con la città. Non sta facendo un discorso su cosa è oggi il Pd, cosa dovrebbe essere, perché sono stati persi voti nelle ultime elezioni. Il partito è staccato dal territorio».

Quindi le domande poste ieri da Daniele Ara: “siamo ancora un partito?”“abbiamo una guida?”“Che idea abbiamo della città?”, erano giuste?

«Se erano domande retoriche, sta dicendo che il partito non sta facendo quel che deve fare, cosa che io dico da anni. Ma oltre alla situazione attuale, bisogna riflettere sul peccato originale, su come è stato costruito questo partito, con un’amalgama non ben riuscita e forse neanche pensata, problema che aveva posto D’Alema».

Quindi ci vorrebbe una classe dirigente che si occupi più del territorio?

«Ci vorrebbe una classe dirigente sul territorio che faccia funzionare il partito. Questa invece sembra non avere nulla da dire. E la colpa non è solo dei dirigenti, la base e gli elettori si sono fatti andare bene di tutto in questi anni da Cofferati a Delbono. Quindi la responsabilità è anche loro».

Di Critelli fa discutere anche la nuova linea a cui ha aderito a Roma. Al congresso locale è stato il candidato meno renziano, oggi sposa invece la linea dell’ex segretario…

«Probabilmente sta pensando alla sua rielezione. Presto si tornerà a votare forse, Renzi sarà ancora l’uomo forte del partito e per farsi ricandidare bisogna sposare quella linea. Anche Andrea De Maria adesso è renziano, ma lui non la pensa come l’ex segretario. De Maria è su quella linea per ragioni di mero opportunismo. Lui era più vicino a Cuperlo che a Renzi. Le uniche che stanno dicendo le cose come stanno sono le ex onorevoli Sandra Zampa e Francesca Puglisi. Questo avvicinamento a Renzi è trasformismo politico. Ormai però fa parte del Partito Democratico di Bologna questo trasformismo, hanno candidato Casini… E vorrei sottolineare che l’oppositore di Critelli al Congresso, Luca Rizzo Nervo, non sta facendo opposizione all’attuale segretario sul territorio, anche lui è finito al parlamento. Nessuno si sta occupando del partito, pensano tutti alla carriera personale».

Merola ieri in direzione nazionale ha fatto un intervento molto forte contro Renzi…

«Ieri in direzione nazionale c’è stato un voto all’unanimità. Chi non la pensava come Renzi si è nascosto, perché aveva paura di perdere. Ma proprio dalle sconfitte spesso nasce il rinnovamento. Merola invece non riesco più a seguirlo, cambia troppo spesso idea».

Pensa che nel Pd si stia preparando un’altra scissione?

«Non conosco il futuro. Mi hanno deluso anche i primi scissionisti, quelli che hanno dato vita a “Mdp-articolo 1” e poi a “Liberi e Uguali”. Sono usciti dal partito malamente, sarebbero dovuti uscire su tematiche più importanti. Infatti hanno fatto una figura mediocre alle elezioni».

Chi potrebbe sostituirsi a Critelli oggi?

«Qualcuno che si alza e dice: “Io vorrei costruire un partito in questo modo”. Qualcuno che abbia il coraggio di dire cosa vuole fare e quali prospettive, quali orizzonti dovrebbe avere il Pd. Io non vedo nessuno in grado di fare questo».

Quale destino vede dunque per il Pd di Bologna?

«Se non si riforma, andrà incontro a qualche sconfitta. L’Emilia ormai è contendibile…»

Pubblicato il 4 maggio 2018 su InCronaca Testata del Master in Giornalismo MaGiBo

Le due staffe di Virginio

La scelta di prendere la tessera di due partiti? schieramenti? aggregazioni? potenzialmente in competizione, è intrigante. Virginio Merola, iscritto al PD e dal PD fatto eleggere sindaco di Bologna, annuncia che vuole avere due tessere. Vuole aggiungere, cioè, quella del Campo Progressista guidato, forse, meglio, coordinato dall’ex-sindaco di Milano Giuliano Pisapia. La notizia è che, pur rimanendo difficile dire cosa effettivamente è, Campo Progressista ha aperto il tesseramento. E Merola si affretta a fare un gesto politico eclatante: iscriversi. Segnala così una qualche distanza dal PD ufficiale che per ora tollera questo comportamento “doppio”, ma che dovrebbe esserne preoccupato. Al momento, non è chiaro come finirà l’avventura un po’ velleitariamente intrapresa da Pisapia, con qualche abbraccio di troppo, qualche impuntatura, il suo rifiuto a essere leader e non solo coordinatore, la sua rinuncia preventiva a qualsiasi candidatura per il Parlamento. Dal canto suo, Merola dichiarò tempo fa che sarebbe andato dal notaio a ufficializzare che al termine del suo secondo mandato da sindaco non avrebbe cercato altre cariche (elettive?). Dobbiamo dedurne che la sua tessera di Campo Progressista non nasconda ambizioni politiche-parlamentari. Allora, quella tessera è soltanto un segnale di vicinanza politica, di sostegno a un’operazione di una sinistra più capace di frammentarsi che di ri-strutturarsi? Sta arrivando la prima stretta quando Pisapia dovrà decidere se ha raccolto abbastanza adesioni e risorse da presentare le liste del suo Campo per portarlo in Parlamento. Merola darà una mano alla ricerca di candidati/e all’altezza, magari addirittura facendo scouting à la Bersani fra i molti insoddisfatti nel PD bolognese e i molti preoccupati per le nomine alle quali i renziani non rinunceranno di sicuro? Poi verranno due passaggi ancor più delicati: la campagna elettorale e il voto. Per chi farà campagna elettorale o, semplicemente, si esprimerà il sindaco? A chi finirà per dare il suo voto? Il Partito Democratico ha palesemente molte difficoltà nell’elaborare una linea chiara e univoca nell’attuale situazione, ma potrà tollerare che uno dei suoi esponenti di vertice tenga i piedi in due staffe? A meno che Merola non pensi e non lavori per fare del PD qualcosa che riesca a inglobare i dissenzienti che si muovono nei suoi dintorni oppure che cerchi ambiziosamente di portare il PD bolognese tutto dentro il Campo Progressista, le sue due tessere sono l’annuncio di molta confusione sotto il cielo e a Palazzo d’Accursio.

Pubblicato il 22 novembre 2017

Le litanie senza direzione #PDBologna

Hanno fatto una furibonda campagna condita da insinuazioni e insulti più che da indicazioni delle attività che il segretario Critelli non aveva fatto o fatto male e che lo sfidante Rizzo Nervo prometteva di fare meglio. Hanno consentito a Merola, che dovrebbe fare il sindaco, di cercare di influenzare la scelta probabilmente per avere meno controllo sulle sue inadempienze di quel che Critelli, in maniera peraltro poco incisiva, ha cercato legittimamente di esercitare. Merola ha perso e con lui ha perso anche Paruolo che, sostenendo un terzo candidato, sperava di diventare decisivo nell’eventuale voto in assemblea. Finita la litania del “dobbiamo parlare alla gente” (infatti, i bolognese non si sono entusiasmati), è subito cominciata la litania, già sentita, del “dobbiamo unire il partito”. Qualcuno ha aggiunto, fra i perdenti, che avevano intrattenuto grandi speranze, “dobbiamo unire i renziani”: davvero un obiettivo ambizioso e entusiasmante da partito post-ideologico, pragmatico, che si occupa di cose concrete (o, forse, no). La litania più convincente e meno frusta sarebbe “dobbiamo fare funzionare e cambiare il partito”. Opportunamente, Rizzo Nervo ha dichiarato che accetta di fare il capo della minoranza, non il capo dell’opposizione. Non è chiaro che cosa Critelli e Rizzo Nervo abbiano imparato del partito che c’è durante la campagna elettorale. Si sono scambiati commenti e accuse non proprio carine sul ruolo e sui rapporti con alcune associazioni, ad esempio, le Coop troppo accoglienti nel fare girare le porte. Hanno detto che il partito dovrebbe aprirsi di più alla società, che è un’altra frase slogan, ma nulla di tutto questo s’è visto. Non mi pare che Critelli stia andando in questa direzione. Eppure, poiché Bologna è ricca di associazionismo, qualche passo verso un coinvolgimento non subalterno di chi rappresenta qualcosa e di chi ha competenze che nessun partito può trovare al suo interno sarebbe utile anche se accompagnato da inevitabili conflitti. I renziani locali se, come troppi di loro, s’ispirano al partito nazionale che a Renzi non è mai parso degno di interesse, non hanno nulla da offrire a questo dibattito. Critelli ne dovrebbe sapere un po’ di più, ma nella campagna elettorale non ha fatto trapelare proposte mobilitanti, cambiamenti significativi, prospettive nuove per un’organizzazione da tempo stagnante. Insomma, risolto il problema di chi guiderà per i prossimi anni il PD della Federazione di Bologna piacerebbe sapere in quale direzione e verso quali obiettivi. Un piccolo test sarà quello della designazione delle candidature alle imminenti elezioni parlamentari. C’è molto altro.

Pubblicato il 28 ottobre 2017

Meglio competere senza paura

Paura? Paura della democrazia, della competizione, della contendibilità? Davvero a Bologna bisognerebbe/bisognerà fare un Congresso “unitario” per “eleggere” il segretario del partito locale? Naturalmente, non sarebbe più un’elezione, ma una designazione ad opera di qualche notabile, tipo Merola, tipo De Maria, non so se riesco a scrivere Paruolo, “notabile” pure lui? Quanto a “unitario”, vuole dire che si mettono d’accordo, ma non intorno ad un caminetto che, se lo viene a sapere, Renzi sbraiterà contro la vecchia politica, la Prima Repubblica, la ditta. Non è stagione di caminetti, meglio un camper di craxiana memoria, oppure, buttiamola sull’istituzionale: nell’ufficio del sindaco, giungeranno a un accordo. Ma non ci avevano detto, anche non pochi renziani che adesso appoggiano Rizzo Nervo, che uno dei pregi del Partito Democratico è che le sue cariche sarebbero diventate tutte contendibili? Poi, è vero che persino un veltronian-renziano, che sta cercando di tornare nella pista parlamentare, è stato fatto fuori dalle parlamentari manipolate del dicembre 2012, ma almeno una parvenza di contendibilità dovrà pure rimanere. Invece, no. Di politica alla Festa dell’Unità non si parla. Non far sapere ai visitatori e ai militanti che, anche se in cucina, parecchio ne sanno, quali torti ha Critelli, il segretario in carica, e quali ragioni ha Rizzo Nervo, l’assessore sfidante, è diventato un dogma. Per fortuna, si fa per dire, tertium datur: il molto manovriero consigliere regionale Paruolo ha candidato Licciardello la cui presenza aumenterebbe il tasso di competitività e di contendibilità. O forse no, come ha fatto sottilmente filtrare il “Corriere di Bologna” che, non nato ieri, adombra la possibilità che, in assenza della maggioranza assoluta degli iscritti per uno dei contendenti, la decisione debba essere presa nel Congresso, “pericolosamente” non più unitario, divisorio? Allora, lì i paruolani decideranno su chi convergere dopo, oh, sì, avere pensosamente e accuratamente valutato i programmi, le proposte, le prospettive di Critelli e di Rizzo Nervo. Diversità su quel che bisognerebbe fare nei rapporti con le cooperative e con le partecipate sembra non ve ne siano. Non è una grande scoperta che il PD dovrebbe sostenere e pungolare i suoi eletti nei vari comuni. Dunque, risollevo il mio interrogativo di fondo: che la manita o poco più di aspiranti al parlamento dentro il PD di Bologna si stia posizionando e raggruppi le sue scarne truppe a sostegno di chi fra Critelli e Rizzo Nervo offre più garanzie di carriera? No, non datemi subito la risposta. Lasciate la suspense mentre torniamo tutti a leggere sui dizionari che cosa significa “democratico e contendibile”.
Pubblicato il 15 settembre 2017

Un destino civico e baro

Un destino civico e baro ha travolto i candidati del Partito Democratico nei ballottaggi in Emilia-Romagna (e non solo). Raffinati analisti gongolano: tutti i comuni della Regione, ma anche quelli, per esempio, della vicina Toscana, sono diventati “contendibili”. Allegria! Non sarebbe, però, necessario che per onorare la contendibilità il PD perda tutti i ballottaggi. Comuni contendibili, ma qualche volta vincibili e vinti, questo dovrebbe bastare anche ai più esigenti degli analisti. Invece, a giudicare dalle reazioni dei dirigenti e degli aspiranti tali non sarà facile trovare una contendibilità vittoriosa. Sparando cifre sbagliate sulla votazione con la quale Renzi ha frettolosamente riconquistato la segreteria, comunque le più basse delle cinque elezioni finora svolte nel PD, i renziani dicono che il segretario nazionale non è in discussione (ma le cariche locali sì che le volevano “riallineate”). Magari, quando si perde alla grande, si dovrebbero mettere in discussione le idee e le politiche di quel segretario e le alternative proposte dai coraggiosi che non temono di essere sbeffeggiati e chiamati traditori. Chi non voglia rincorrere Merola che, anche in questo caso, ne ha dette di molte e rischia che qualcuno gli faccia il “tagliando” di metà mandato (no problem: sostituirlo proprio non si può), nota che le idee finora circolate sono poche e contraddittorie. Se sono i candidati civici che sconfiggono quelli del PD, bisogna sfidarli quei civici o cooptarli? “Aprirsi alla società”, come dice l’inarrivabile Via Rivani (citata dal Corriere di Bologna), però, “non con i civici”, sembra acrobatico. E se fossero state, da un lato, le inadeguatezze dei sindaci in carica e, dall’altro, le nuove candidature del PD a scoraggiare gli elettori, molti dei quali hanno ancora una volta preferito l’astensione? Non basta aprirsi alla società, escludendo i civici che, pure, qualche pezzettino di società sembrano in grado di raggiungerlo, mobilitarlo, rappresentarlo, bisogna, sostengono i sindaci della Romagna, che il PD sia “più radicale”. Quest’aggettivo l’abbiamo tutti già sentito. Qualche volta avremmo anche voluto che il contenuto di questa radicalità fosse spiegato. Più di sinistra? Su quali tematiche, con quali modalità? Combattendo l’antipolitica, a cominciare da quella che -rottamazione, poltrone, disintermediazione- il segretario Renzi agita di tanto in tanto?, dunque, facendo politica, ovviamente, sul “territorio” (meno tweet?), e mostrando la dignità di un impegno oppure risistemandosi nelle posizioni giuste per andare/tornare in Parlamento? Un destino, civico o no, tutto da costruire interloquendo con una società, contendibile, che dichiara con il suo voto di essere insoddisfatta del Partito Democratico di oggi.

Pubblicato il 2 luglio 2017

Un Sindaco da sogno #Bologna

L’ultimo che parla ha (quasi) sempre ragione. Questa è, in sostanza, la linea politico-partitica-culturale scelta e praticata dal sindaco Merola. Adesso, l’ultimo/a è la sua ex-contendente al ballottaggio Lucia Bergonzoni la quale legittimamente e coerentemente con le posizioni della Lega di Salvini esagera il fenomeno e manipola un po’ le statistiche sui reati a Bologna e sulla sicurezza. Subito, Merola si accoda anche lui sostenendo che il problema è molto serio, da combattere e da debellare con accresciuta presenza delle forze dell’ordine. Passerà anche questa, ma il quesito di fondo rimane. Perché il sindaco non elabora qualche cosa di originale per risolvere alcuni dei problemi di lungo corso della città? Lasciamo da parte i suoi ondeggianti sostegni a chi dovrebbe guidare il Partito Democratico che l’hanno visto transitare velocemente dalla ditta di Bersani al Partito di Renzi e lo collocano, attualmente, vicinissimo allo sfidante Orlando. Che la motivazione sia di non vedersi sfuggire il sostegno dei vertici del partito locale, peraltro, alquanto sconfessati dalla base che, nel bene, poco, e nel male, parecchio, hanno dato un grande consenso al Renzi rientrante?

Essendo giunto al suo secondo e ultimo mandato, quindi non ricandidabile, Merola forse si sta guardando in giro per trovare, come tutti i politici “normali”, qualcosa da fare dopo. Magari dovrebbe impegnarsi di più su quello che c’è da fare adesso a Bologna. Come saranno ricordati i suoi dieci ininterrotti lunghissimi anni di governo della città? Quale segno lasciare della sua permanenza a Palazzo d’Accursio? La lunga durata aiuta per essere ricordati, ma senza qualche opera significativa, l’oblio è il destino più probabile. Può darsi che Merola riesca a inaugurare oppure a intestarsi una qualche opera pubblica di prestigio e di grande utilità prima della conclusione del suo mandato. Sarebbe straordinario sentirgli dire con chiarezza che cosa pensa che sia davvero importante per ridare slancio politico, sociale, culturale alla città (gli imprenditori fanno da sé e forse apprezzano quando il sindaco non li intralcia, ma potrebbero legittimamente volere qualcosa in termini di infrastrutture). Nel frattempo, in un’attesa non spasmodica, basterebbe che il sindaco smettesse di fare lo Zelig, dichiarandosi d’accordo con la voce più forte in uno specifico momento/argomento. Insomma, sarebbe bello scoprire che c’è un sindaco che prende iniziative autonome, le spiega e esercita la sua leadership. Am I a dreamer? Vivo in un mondo di sogni?

Pubblicato il 21 aprile 2017