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Le democrazie e gli anticorpi per sopravvivere all’illiberalismo @DomaniGiornale
“Una gamba davanti all’altra”. Prendo a prestito le dolenti parole della Sen. Liliana Segre che descrivono la sua marcia per la vita per sottolineare che gradualmente, ma incessantemente i democratici e le loro democrazie sono in grado di imparare e riprendere il cammino della libertà. La celebrazione del Giorno della Memoria obbliga a riflettere, mi pare non venga fatto adeguatamente, sul regime politico che lanciò il genocidio e sui governi dei paesi, a cominciare dal fascismo italiano, che furono zelanti e attivissimi complici: il totalitarismo nazista coadiuvato da autoritarismi più o meno duri. Certamente, tutti quei sistemi politici privi di qualsiasi elemento democratico mostrarono notevoli capacità decisionali. Però, dovremmo davvero considerare la velocità delle decisioni una caratteristica positiva e intimare alle democrazie contemporanee di apprenderla e farne, s’intende, molto rapidamente, uso?
Fermo restando che sono oramai più di trent’anni che il numero delle democrazie cresce e che nel tempo una sola, quella già minata dall’interno, del Venezuela è crollata, come si fa a sostenere che il paradigma liberal-democratico è venuto meno? Nella misura in cui una democrazia abbandona il liberalismo, che è diritti politici, civili, anche sociali più il quadro costituzionale di separazione delle istituzioni e loro relativa autonomia, semplicemente non è più tale. Democrazia illiberale non è un ossimoro. Al contrario è un esempio lampante e pregnante di manifestazione di quella neo-lingua che tempestivamente George Orwell denunciò come prodotto dei regimi totalitari e loro imposizione.
Poiché deciderebbero poco quantitativamente e in maniera tardiva, le democrazie non sarebbero in grado né di controllare il potere economico né di fare fronte al potere tecnologico. Le democrazie liberali, nate per fare prevalere le preferenze dei cittadini sugli interessi dei grandi proprietari terrieri e degli imprenditori, sarebbero oggi diventate terra di conquista dei nuovi capitalisti, i re delle finanze e i padroni delle tecnologie comunicative. Laddove, parafrasando Mao tse Tung, il partito (comunista) cinese comanda la tecnologia in tutte le sue varianti artificiali e reali (ma, Covid insegna, non in quelle sanitarie), il Presidente degli USA è attorniato dagli oligarchi della Silicon Valley che, è davvero così?, lo condizionano e ne influenzano le decisioni più importanti, comunque quelle che li riguardano. Muoiono così le democrazie? Comincia da Washington, D.C, l’asfissia della democrazia?
Il Presidente USA nella misura in cui è forte e veloce, “decidente”, è debitore di queste sue capabilities non all’assetto istituzionale in quanto tale, ma alla mutevole configurazione del potere politico che consente ai “suoi” repubblicani di essere in maggioranza, almeno per i prossimi due anni, sia alla Camera dei Rappresentanti sia al Senato e di avere imbottito la Corte Suprema di giudici di stretta osservanza repubblicana. Trump, contrariamente a Putin e Xi Jinping, non potrà essere rieletto. Gode di grande potere a termine (nessun terzo mandato!). Le sue pulsioni anti-democratiche, di insofferenza per i freni e i contrappesi, i lacci e laccioli posti dalla Costituzione, incontrano ostacoli nella libertà dei mass media, nella opinione pubblica, nel pluralismo che Xi e Putin hanno distrutto e continuano a schiacciare.
Una gamba davanti all’altra le democrazie reagiscono alle sfide, politiche, economiche, tecnologiche, nessuna delle quali ha finora avuto successo, con l’ampio repertorio degli strumenti del pluralismo sociale, culturale, persino religioso, di cui dispongono. Smentiscono anche i profeti di sventure che con i loro tristi allarmismi pensano di appuntarsi i galloni del progressismo popolar democratico. Meglio che meditino più a fondo. L’età delle democrazie continua a essere con noi, davanti a noi.
Pubblicato il 29 gennaio 2025 su Domani
Quando crollano le dittature @DomaniGiornale

Come si fa a dire se l’uccisione di Navalny rafforza o indebolisce Putin? Ci si potrebbe anche chiedere se rafforza o indebolisce l’opposizione russa fine a porre l’interrogativo degli interrogativi: che cosa rafforza o indebolisce un regime autoritario come quello costruito da Putin? Per saperne di più, il paragone con Mussolini e l’assassinio di Giacomo Matteotti suggerisce l’esistenza di differenze piuttosto che somiglianze. In quella fase Mussolini non era ancora in controllo del sistema politico. La sua rivendicazione di piena responsabilità politica, morale, storica di quell’assassinio, in parte fu un azzardo, ma servì a dimostrare a tutti gli oppositori la volontà e la convinzione del Duce di avere acquisito un potere non impunemente contestabile. Quel potere Putin lo detiene e lo esercita da anni.
Di tanto in tanto i capi autoritari debbono, anche solo a scopi dimostrativi, fare vedere che non hanno remore a ricorrere al potere nella maniera più brutale possibile. Il potere logora chi non ne fa uso. Spesso ai detentori del potere autoritario non è neppure necessario dare ordini. I loro sostenitori ne conoscono le preferenze, sanno quali sono le priorità, mirano a soddisfarle per acquisire meriti agli occhi dei potenti. Gli opportunisti sono molto numerosi nei regimi autoritari. Lo furono anche nel fascismo. In assenza di criteri espliciti, sanciti e osservati, le loro carriere dipendono, più o meno abbondantemente e pericolosamente, proprio dal loro opportunismo nel compiacere il leader. Costui può risultare indebolito quasi soltanto se uno o più specifici atti di opportunismo ad opera di troppi solerti sostenitori nel suo circolo ristretto lo rendessero ricattabile. Qualora uno o più degli opportunisti minacciasse di rendere note le circostanze, gli avvenimenti, gli esecutori e il gradimento del leader per comportamenti violenti (e corrotti). Nell’Italia che diventava fascista molte informazioni in una varietà di forme circolavano ancora. A quel che si sa della Russia di Putin, non solo esiste robusta la censura ex-post, ma tutte o quasi le informazioni sensibili possono essere soppresse e per lo più lo sono.
L’assassinio di Navalny manda informazioni diverse ai diversi protagonisti della scena politica e sociale russa. Prima sovrastante informazione: Putin non ha remore nell’eliminare qualsiasi oppositore, a maggior ragione se l’oppositore è importante, probabilmente il più importante. E, quel che conta molto, procede a quell’eliminazione a prescindere da qualsiasi considerazione. Potrebbe anche averlo fatto in base alla percezione che la figura di Navalny catalizzasse un consenso, anche se minimo, crescente. Vale a dire che Putin avrebbe reagito ad una percezione di pericolo, peraltro, non individuato e non reso noto da nessuna fonte di informazione. Oggettivamente, scomparso Navalny, non esiste un oppositore di pari statura neppure Vladimir Kara-Murza, comunque già in carcere con condanna a venticinque anni di detenzione. Con tutto il suo coraggio e la sua dedizione non sarà affatto facile alla sua vedova ereditare il ruolo di Navalny. Tuttavia, qualcosa potrebbe muoversi a Mosca e dintorni.
Il grande studioso dei regimi autoritari, lo spagnolo Juan Linz (1926.2013), suggerirebbe, credo, di andare alla ricerca di eventuali dissenzienti nel circolo dei sostenitori di Putin e di capire quali sono i motivi della loro insoddisfazione. Le sanzioni già in atto hanno provocato una riduzione del loro tenore di vita? Quanto gli oligarchi, e quali, uomini ovviamente senza scrupoli e senza vergogna, fino a quando sono disposti ad assecondare Putin? Quanto sono/sarebbero in grado di comunicare fra loro, di organizzarsi e coordinarsi, di, questo è il passo più difficile, trovare un leader gradito a tutti? E quali passi saprebbero fare per coinvolgere le personalità importanti e necessarie nei vertici dei due più importanti apparati: la importantissima polizia segreta (che, probabilmente, Putin continua a conoscere come le sue tasche) e le Forze Armate?
In definitiva, almeno in prima istanza, l’assassinio di Navalny rende Putin più forte all’interno della Russia. Le reazioni esterne risultano sostanzialmente irrilevanti. Poiché l’indagine sulle cause della morte dell’oppositore è ancora in corso può essere che alcune risultanze creino imprevedibili tensioni nel circolo putiniano ristretto. Quel che è sicuro è che i dittatori che lanciano guerre d’aggressione perdono il potere quando non vincono, ma perdono quelle guerre.
Pubblicato il 23 febbraio 2024 su Domani
Nel regime di Putin i cambiamenti sono possibili @DomaniGiornale


La Compagnia di mercenari nota come Wagner si muove per centinaia di chilometri sul territorio russo senza che le forze dell’ordine (i militari russi erano al fronte, tutti tutti?) e i sostenitori di Putin vi si oppongano in qualche modo. Poi, Prigozhin si ferma e accetta: cosa? asilo politico in Bielorussia? La guerra civile, se fosse diventata tale, è sventata, ma la debolezza di Putin appare in piena luce. Oppure, no.
Possiamo, e dobbiamo, rincorrere gli avvenimenti ora dopo ora, ma poco comprenderemo e poco si riuscirà a dire, se non si inseriscono quegli avvenimenti in una visione complessiva del regime russo. Despota, czar e altro Putin è il capo, nient’affatto carismatico, di un regime autoritario, non totalitario. Infatti, Putin non è al vertice di una struttura, ad esempio, un partito, solida, ampia, ramificata sul territorio, in grado di esercitare un controllo assoluto. Gli osservatori del regime sottolineano prevalentemente le caratteristiche personali del potere di Putin. L’organizzazione che controlla davvero, per ragioni storiche e di competenza, sono i servizi segreti. La burocrazia russa, come molte burocrazie, esegue senza porsi troppi interrogativi. Le Forze Armate hanno spazi di autonomia, ma anche problemi di efficienza. Gli oligarchi godono di una situazione di relativa, ma declinante, prosperità, nessuno di loro apparentemente molto vicino al capo, tutti loro consapevoli che il capo ha già punito i dissenzienti in maniera definitiva. Sono potenzialmente oppositori di una guerra che ha enormemente peggiorato il loro tenore di vita, ma non sembra che abbiano la capacità di organizzarsi e coordinarsi. Gelosie e paure li rendono, nel migliore dei casi, attendisti. I pochi oppositori della/nella società civile, politici, giornalisti/e, scrittori, sono tanto visibili quanto facilmente eliminabili, e lo sanno. Tutti, comunque, posseggono qualche brandello di potere politico, sociale, culturale, talvolta anche a livello locale dove è più difficile per gli operatori esterni acquisire informazioni.
I regimi totalitari sono per definizione monolitici, ma la loro rigidità si accompagna all’inesistenza di sostituti quando crollano. Nei regimi autoritari lo spostamento di una o dell’altra componente, alleanze tattiche e temporanee, la comparsa di oppositori capaci di coordinare le sfide al detentore del potere politico e alle sue basi di sostegno, non sappiamo quanto estese e opportunistiche, possono aprire la transizione. Prima, spesso, viene un cambio nel regime, quando emerge un’alternativa al capo, uno swing man che porta con sé parte di un’organizzazione; poi, ne segue anche un vero e proprio cambio di regime con i vincitori che, entro limiti incerti, ma insuperabili, disegnano un nuovo quadro politico. Non democrazia, ma la condizione che conduce a tregua e a trattative.
Pubblicato il 28 giugno 2023 su Domani
Scricchiolii fra putiniani e militari. Pasquino nelle stanze del Cremlino @formichenews

Si avverte sullo sfondo un tintinnio di carri armati che rivolgono il loro volto minaccioso al Cremlino? Chi sa parli. Il quesito di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei in libreria con “Tra scienza e politica. Una autobiografia” (Utet)
Alcune cose so, altre chiedo. So che i detentori di potere personalistico cercano spesso di rafforzarlo, quando sentono che si affievolisce, con operazioni azzardate da loro ritenute facili. Più terra più “sudditi” più potere agli occhi dei propri sudditi e degli altri autocrati invidiosi: questa è la ricetta molto diffusa.
Se, però, la “operazione militare speciale” fallisce, l’autocrate rischia di perdere la faccia e quindi, forse, anche il potere. Per lo più, anche questo so, gli autocrati sono molto prudenti e guardinghi. Debbono anche guardarsi dai loro sostenitori che rappresentano un entourage di profittatori e sicofanti di cui non ci si può fidare. Alcuni dei giulivi sostenitori addirittura si posizionano con destrezza per trovarsi nella linea di successione/sostituzione, meglio non troppo prematuramente. Toccherà a chi ha più abilmente calcolato rischi e tempi ereditare il potere politico, a meno che il regime stesso sprofondi sotto il peso delle sue contraddizioni e delle smisurate ambizioni dell’autocrate sconfitto. Una terza cosa so che nessuno di questi regimi autoritari potrebbe durare lo spazio di un pomeriggio se i militari decidessero che basta, ça suffit. Enough (non so come si dice in russo).
Allora ecco la domanda da 64 milioni di rubli. Vorrei sapere se osservatori e conoscitori della realtà russa sentono, vedono, colgono scricchiolii sia nella nomenklatura putiniania sia, soprattutto, nelle gerarchie militari. Agli ufficiali non piace perdere le guerre e meno che mai il prestigio. A fronte di questa doppia evenienza che, naturalmente, avvertono prima di chiunque altro, potrebbero preferire sbalzare dal potere politico chi ha agito solo per suo interesse personale, che, pertanto, è colui che deve pagare il fio. Così facendo, spesso esonera gli altri, certo non ingenui agnellini. In sostanza, la domanda è: si avverte sullo sfondo un tintinnio di carri armati che rivolgono il loro volto minaccioso al Cremlino? Chi sa parli.
Pubblicato il 9 marzo 2022 su formiche.net
Le responsabilità di Putin, le nostre capacità di risposta, la nostra disponibilità a fare sacrifici #Ucraina #sanzioni
Credo sbagliato e controproducente discutere dell’aggressione di Putin all’Ucraina colpevolizzando noi stessi, l’Unione Europea, gli USA, l’Occidente (!). Le responsabilità sono dell’autocrate russo, avvelenatore degli oppositori. Poi, possiamo interrogarci sulle nostre capacità di risposta, sulle sanzioni, sulla nostra disponibilità a fare sacrifici. Poi. Non è tutta un’altra storia, ma è una storia difficile e costosa. Da scrivere con coscienza dei rischi e degli impegni che abbiamo con la democrazia. Per tutti.
Le gambe corte dei sovranisti dello stivale @EURACTIVItalia
Il sovranismo è poca dottrina e molta pratica deludente. Matteo Salvini e Giorgia Meloni sostengono che l’Italia ha colpevolmente ceduto parte della sua sovranità oppure che, altrettanto colpevolmente, se n’è fatta espropriare dai burocrati e dagli eurocrati di Bruxelles. Su queste affermazioni senza fondamento hanno conquistato voti, ma non sono in grado di elaborare una dottrina. “Prima gli italiani” è affermazione vaga e propagandistica. Contiene di tutto un po’ tranne che un progetto. Nella pratica va subito a cozzare con “Prima gli Ungheresi”, “Prima i Polacchi” e, naturalmente, “America, first”. Però, l’America è lontana, molto più lontana della Russia di Putin, amico e, forse, in qualche modo, finanziatore della Lega. Invece, ungheresi e polacchi, i “veri” finlandesi, i “democratici” svedesi, i “fortunosi” olandesi e via via tutti i sovranpopulisti dell’Europa contemporanea non sono amici. Inevitabilmente, costitutivamente, i sovranisti non possono trovare alleati a livello sovranazionale se non in chiave negativa: contro, per l’appunto, coloro che perseguono politiche di coordinamento e collaborazione che tentano di combinare interessi e preferenze, valori e obiettivi in partenza “nazionalmente” diversi.
Salvini e Meloni queste modalità di accordi con le loro controparti sovraniste non le hanno trovate, e non soltanto per loro personale incapacità. Con la sua Forza Italia, Berlusconi si era trovato regolarmente in contrasto con i Popolari Europei, del cui gruppo nel Parlamento europeo pure faceva parte (grazie ai suoi molti “numeri”, ma mi concedo di non essere più preciso…). Nei suoi non luminosissimi anni di governo, Berlusconi si era spessissimo trovato in contrasto con la Commissione Europea, in chiara minoranza nel Consiglio Europeo, critico delle scelte che venivano fatte fino ad attribuire la sua fuoruscita dal governo nel 2011 ad un complotto metà “europeo” metà ordito dal Presidente francese Nicholas Sarkozy e dalla Cancelliera tedesca Angela Merkel. Da qualche tempo, non saprei con quale credibilità, Berlusconi sembra essere diventato l’anima europeista del centro-destra italiano. In una certa misura questa (ri)conversione è dovuta ad Antonio Tajani. Infatti, come potrebbe l’ex-Presidente del Parlamento europeo manifestare atteggiamenti anti-europeisti? Con quale coerenza politica e personale potrebbe schierarsi contro scelte e politiche che i Popolari europei (a cominciare dalla democristiana Ursula von der Leyen) formulano, appoggiano e approvano, contribuiscono ad attuare? Berlusconi deve anche avere pensato che con la sua posizione di europeista può attirare voti di elettori italiani conservatori, ma non anti-europei. Anche a Forza Italia manca, però, una qualsiasi elaborazione culturale relativa all’Europa che vogliono.
Ciò detto, è la dura lezione dei fatti che si è abbattuta, attraverso il Coronavirus, sulla Lega e su Fratelli d’Italia nonché, naturalmente e giustamente, anche sugli altri sovranisti del continente. Da solo, nessun paese si risolleverà facilmente, meno che mai, anche perché più pesantemente colpita, l’Italia. Salvini e Meloni hanno un bel dire che l’Unione Europea deve fare di più, dare di più, impegnarsi di più, ma il fatto rimane che l’Unione Europea sta facendo qualcosa che nessuno Stato-membro riuscirebbe a fare da solo. Sta concedendo fondi non nella disponibilità di qualsiasi singolo Stato. Sta proiettandosi anche nel futuro con impegni che nessun sovranista può assumere e il cui adempimento non sarebbe comunque in grado di garantire. In ultima istanza, il sovranismo è “bellum omnium contra omnes” sul campo di battaglia europeo (e poi, Trump volendo, mondiale: distruzione di quel che rimaneva dell’ordine internazionale liberale). L’Unione Europea è condivisione, collaborazione, trasformazione. Allora, i sovranisti del nostro stivale debbono alzare la voce per coprire il silenzio delle loro non-proposte e le loro contraddizioni. Continueranno a farlo fino all’afonia.
Pubblicato il 4 giugno 2020 su euractiv.it
Sovranismo azzardato e rischioso
In Italia il miglior amico di Putin rimane Berlusconi che, però, di potere politico proprio non ne ha più neanche un’oncia. Figurarsi se Putin perde l’occasione di influenzare la politica di una democrazia non proprio “vigilante” né vibrante come quella italiana. In qualche modo è persino riuscito a condizionare l’esito delle elezioni USA 2016. Farlo altrove non può che essere, per lui, un gioco da ragazzi, per di più esperti assai. La richiesta di un qualche sostegno venuta da qualche leghista, lasciando da parte il vil denaro che può essere stato versato all’organizzazione che ne ha davvero bisogno, è, però, alquanto contraddittoria nell’ottica sovranista. Nelle elezioni europee gli altri partiti sovranisti hanno ottenuto risultati relativamente buoni, ma chiaramente inferiori alle attese. Sui due più forti, l’ungherese Orbàn capo di governo e l’inglese Farage, probabilmente transeunte con la Brexit, né la Lega che ha bisogno di alleati né Putin possono fare affidamento. Quei due si faranno i fatti loro, senza scrupoli. Invece, a Putin farebbe certamente comodo avere una testa di ponte nell’Unione Europea. Qualcuno che, come ha già fatto Berlusconi, si pronunci contro le sanzioni dell’UE alla Russia poco rispettosa dell’autodeterminazione. Qualcuno che non vada tanto per il sottile e accetti la presenza russa in Ucraina. Qualcuno che, magari anche per disinformazione (la politica estera non è la più nota delle specialità del poliedrico Salvini), intralci i processi decisionali europei e, chi sa, persino, “atlantici”.
Si ha l’impressione che Salvini e qualcun altro nella Lega abbiano sottovalutato la portata di qualsiasi rapporto, anche non economico, con un gigante esigente e sprezzante come la Russia. Non è dalla Russia che i sovranisti europei potranno ottenere qualsiasi legittimazione delle loro attività. Per definizione, i sovranisti tutti guardano ai loro specifici interessi nazionali. Orbàn lo dimostra regolarmente. Possono trovare convergenze occasionali nell’ostacolare le politiche europee, ma pensare che si organizzino in maniera solidale per perseguire obiettivi comuni è davvero molto utopistico. Anzi, è un strategicamente gravissimo. Ad esempio, non è difficile immaginare che sia la Presidente della Commissione Europea sia l’europarlamento saranno molto severi nel valutare le credenziali del Commissario italiano di spettanza della Lega.
Quanto a Putin non è soltanto un sovranista. È prima di tutto e soprattutto un leader autoritario. Non ha bisogno di alleati e non ne vuole. Preferisce vassalli, quinte colonne che è sicuro di sapere come manovrare. Quando sarà chiarito che cosa faceva il leghista Savoini, oltre ad ottenere numerose photo opportunities, in numerosi incontri con delegazioni russe di livello, sapremo se il nervosismo di Salvini è giustificato. Però, già ora è possibile affermare alto e forte che il sovranismo non deve mai mettersi in condizioni da essere manipolato dall’esterno. Questa è la colpa politica più grave.
Pubblicato AGL il 15 luglio 2016
La solitudine del numero primo
Noi che non conosciamo personalmente i G(randi) 7 della Terra, ma abbiamo studiato la scienza politica e le relazioni internazionali, ci permettiamo di commentare da lontano l’esordio sul palcoscenico del mondo del Premier italiano Giuseppe Conte: la solitudine del numero primo. Le foto ce lo mostrano al tavolo degli incontri con le cuffie con le quali abitualmente si ascoltano le traduzioni, ma come mai né Angela Merkel né Christine Lagarde “indossano” le cuffie? Poiché il tanto dettagliato curriculum del Professor Conte indica la conoscenza di molte lingue, dobbiamo dedurne che stesse parlando il Premier giapponese la cui lingua sappiamo essere da tempo patrimonio comune delle donne politiche francesi e tedesche. Le foto ci mostrano il Primo ministro italiano altresì mentre cammina da solo in coda al gruppetto dei Grandi. Eppure ci avevano insegnato che in questi incontri di vertice (splendida la traduzione spagnola: mitin de cupula), nelle riunioni plenarie si ratifica solo quanto previamente predisposto dagli sherpa, spesso ambasciatori e tecnici di lusso, e già approvato dai ministri competenti. Quello che conta di più e può fare la differenza sono gli incontri informali, le passeggiate a due o a tre, le chiacchierate rilassate, persino scherzose, direi al caminetto, anche se i pentastellati lo escluderebbero con sdegno, quando ci si prende sottobraccio, si scambiano impressioni personali, si diradano incomprensioni, si crea un rapporto umano (la politica dal volto umano, non professionale o, dio ne guardi, professorale).
Dov’è, inoltre, il Conte mentre Angela Merkel e Emmanuel Macron sotto gli occhi del Primo ministro giapponese sfidano Trump che si è messo sulla difensiva a braccia conserte spalleggiato dal noto falco John Bolton? Tutte queste immagini mandano messaggi chiari che nessuna dichiarazione di Trump su “Conte, un bravo ragazzo” e su un prossimo invito per photo opportunities sul prato ben curato della Casa Bianca sono in grado di rovesciare in positivo. No, non parlerò dell’ambigua posizione italiana sulle sanzioni alla Russia assunta dagli sponsor del “numero primo”, con Putin apprezzato da Salvini e certo non criticato da Di Maio al quale nessuno ha spiegato che gli autocrati fanno establishment a sé. Non dirò nulla sul fatto che l’Italia è abitualmente sottovalutata, ma allora bisogna chiedersi perché, e spesso snobbata negli incontri internazionali. Accetterò, invece, preventivamente la giustificazione: Conte era all’esordio in un consesso internazionale dove gli altri avevano già avuto molteplici occasioni di incontro (e di scontro), di espressione e di comprensione reciproca.
È ingiusto pretendere di più di un comportamento ossequioso da colui che si trova catapultato nel bel mezzo di uno scontro su un tema importantissimo: libero mercato internazionale contro protezionismo e dazi più o meno selettivi, ma, comunque, in totale contraddizione con la logica della società aperta, con tutto quello che sappiamo sul libero commercio che pavimenta la strada della democratizzazione e che giova ai popoli. Pare, tuttavia, possibile ipotizzare che il Primo Ministro Giuseppe Conte, poiché privo di qualsiasi precedente esperienza politica e forse a digiuno delle necessarie conoscenze sullo svolgimento dei vertici, fra formalità necessarie e informalità produttive, abbia semplicemente sottovalutato l’importanza dell’occasione. Non si sia preparato a sufficienza accorgendosi presto che era meglio tenersi al largo da eventuali gaffes. Rimandato. Come diciamo noi, che abbiamo studiato l’inglese e lo pratichiamo senza cuffie, another time another place.
Pubblicato 11 giugno 2018 su PARADOXAforum
Italy Needs Russian Oil, Gas – and Courts Russians to Buy Its Luxury Goods
Gone are the times when the Italian Communist Party preserved its political and strategic autonomy when competing in domestic politics, but always supported the Soviet Union in international politics. Firmly in the Western camp, all Italian governments were happy enough to be members of the two most important organizations: NATO and the European Union. Traditionally, however, no Italian government and no Italian minister of Foreign Affairs played an especially active role. Membership in any international organization means, for most Italians, to be part of that organization, not necessarily to constantly take part in any of the activities of those organizations. Loyalty was the name of the game played by the Italians, not voice, that is, advocacy and/or dissent. Without questioning any choice, all subsequent (and there were many) Italian governments accepted and shared the decisions made within those two organizations.
More autonomy appeared only when dealing with oil producing countries of the Middle-East. As to Russia, Italy has quickly accepted the fact that it is not a democracy and that it is going to be ruled in an authoritarian manner by Vladimir Putin for some time to come. In this case, realism is the name of the game. But there is more to it. Poor in terms of energy sources, Italy significantly relies on gas produced and exported by Russia and it has been unable to reduce its dependence on this source of energy. While, of course, Italy understands that the conflict going in the Ukraine cannot be easily solved, if forced to choose, it will side with those Ukrainians who stress their national independence and want to keep Russia away from their domestic politics. Nevertheless, one thing are popular sympathies, a different thing is to formulate a specific policy. Fortunately for the Italian government this task may be left to NATO and the European Union. Italy may have not shared the idea of enlarging NATO to the East thus challenging the geo-political security of Russia, but its opposition was neither loud nor unremitting. A slightly different story may be told with reference to European sanctions against Russia.
Generally speaking, Italian governments have never considered sanctions as an instrument capable of producing major changes in the politics of the “sanctioned” country. Sanctions may become and be inevitable, but their rate of success is highly debatable, in any case, substantially limited. In the case of sanctions against Russia, there is no doubt that among the member-States of the European Union, Italy was (and remains) the country that has more to lose. It is not just a matter of gas, though very important. It is a matter of trade of many goods, often high quality and highly priced goods and materials that, for a country whose economy is largely export-oriented, significantly contribute to the Gross National Product. This may explain why, though never renouncing her role to express the official politics of the European Union, Federica Mogherini, the High Representative of the European Union for Foreign Affairs and Security Policy, has always tried to formulate a less rigid position vis-à-vis Russia. Still, it would be wrong to believe that Italy is soft on Russia and condones the behavior of its autocrat Vladimir Putin. However, Putin is aware that Italy needs to have thriving commercial relations with Russia. He also knows that there are supporters of Russia in Italy. For a long time he has had a more than amicable personal (but political as well) relationship with Silvio Berlusconi when he was the Italian Prime Minister (2001-2006; 2006-2011).
Recently, out of his newly acquired “sovereignist” perspective and of his adamant opposition to the European Union, the leader of the Northern League, Matteo Salvini has expressed appreciation for many a Russian activities. Though largely deprived of domestic political power, Berlusconi wants to be and remains Russia’s and, above all, Putin’s best friend in Italy. However, the Russian leader is shrewd enough to know that he cannot just play the “Berlusconi card” in order to put pressure on Italian politicians and governmental office holders. Some propaganda helps, but what counts more for the Italians is trade. It is the possibility to maintain and to enlarge all economic relations with the Russian government and its industrial and financial operators. Once stressed this point, one should by no means come to the unwarranted conclusion that Italy is a sort of soft belly in Southern European countries, available to any kind of Russian penetration, even less so to military penetration. No Italian government will ever renounce or even reduce its role and participation in the two pillars of Italian military security and economic prosperity: NATO and the European Union.
JULY 18, 2017 THE CIPHER BRIEF



