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PD: niente di fatto

Come si fa a non essere d’accordo con il segretario del Partito Democratico, Nicola Zingaretti, quando chiede unità al suo partito e ne annuncia l’apertura a chi, dall’esterno, vorrà confluirvi, a cominciare dalle molte liste civiche che hanno evitato al partito sconfitte ancora più pesanti? Si fa, si fa, a cominciare dai renziani definibili come duri, sul “puri” non scommetto, e dal miracolato Calenda. Nonostante la mediazione di Guerini, molti renziani, dal relatore della bellissima legge elettorale che porta il suo nome, già promosso alla vicepresidenza della Camera, Ettore Rosato, a Roberto Giachetti, sconfitto sonoramente nella sua velleitaria corsa alla segretaria, non ci stanno. Immemori di quando il loro leader, assente ingiustificato per l’ennesima volta, “asfaltava” (il verbo ha il copyright di Renzi) i suoi avversari interni, i renziani duri si lamentano per essere stati esclusi dalla segreteria del partito, peraltro, operazione del tutto legittima. Avrebbero dovuto presentare le loro proposte di politiche da fare, in termini di organizzazione del partito e di comunicazione politica (questo un vero punto debole dello Zingaretti pur sorridente), invece di chiedere cariche. Dal canto suo, Calenda rappresenta l’inspiegabile. Delle sue posizioni politiche sappiamo soltanto del no alle Cinque Stelle, ma anche della chiusura alle sinistre fuori del partito. Conosciamo la sua preferenza per qualcosa di centro, ma non ha mai chiarito come ci si arriverà e, poi, per fare che cosa. Sembra credere che le 250 mila preferenze da lui ottenute nella circoscrizione del Nord-Est per andare al Parlamento Europeo siano la misura della sua popolarità e non, invece, quella dello sforzo organizzativo di quel che rimane del PD. Nel complesso, Calenda è un elemento di disturbo, certo tollerabile, ma di nessuna utilità per chi voglia rilanciare il PD. Andrà lui nelle periferie a cercare consensi fra i ceti disagiati? Sarà lui a spiegare come ridurre le diseguaglianze? In verità, preso atto che sono Salvini e, in misura minore, Di Maio che si spartiscono i voti delle periferie e degli svantaggiati, e che hanno ancora molto spazio disponibile, sarebbe preferibile che il PD, a partire dal suo segretario, dedicassero tempo, energie e parole non a riaffermare un’improbabilissima “vocazione maggioritaria”, ma a contrastare quanto fa il governo con controproposte semplici, precise ed efficacemente comunicate. Dare dei populisti ai due vicepremier e alle loro organizzazioni non smuove un voto, non attira nessuna attenzione, non prefigura nessun cambiamento. Che nel governo si litighi sembra a molti italiani addirittura fisiologico né, certo, il PD può dare lezioni di pacificazione e di come andare d’amore e d’accordo. La Direzione non ha fatto nessun passo avanti. Ai sostenitori del PD non resta che sperare che Zingaretti convinca tutti i PD locali a trovare le modalità con le quali praticare l’unità e perseguire l’apertura. S’è già fatto molto tardi.

Pubblicato AGL il 20 giugno 2019

Il crollo di un progetto velleitario

Nel 2007 ero da dieci anni iscritto ai DS (Democratici di Sinistra), l’unico partito di cui ho mai preso la tessera. Quando iniziò la battaglia per portare i DS all’incontro con la Margherita con l’obiettivo di dare vita ad un Partito Democratico, “scesi in campo” a sostegno della Mozione 3 che suggeriva di procedere lentamente attraverso una prima fase federativa. Andai un po’ dappertutto, accolto con molta sufficienza, a esporre le tesi della Mozione 3. Mi recai anche nel più grande, dal punto di vista degli iscritti, dei Circoli dei DS a Pesaro. Dopo i tre classici interventi: una giovane donna per la Mozione 1; un sindacalista per la Mozione 2; un Prof per la 3, i giovani DS mi offrirono da bere. Tre di loro, sugli otto componenti della segretaria, erano stati miei studenti di Scienza politica a Bologna. Vi ho convinti, chiesi, voterete per me? No, fu la risposta chiara inequivocabile immediata, “facciamo parte della segreteria del partito”.

Un po’ dappertutto facevo notare che la promessa di mettere insieme il meglio delle culture politiche riformiste del paese era molto velleitaria. Da un lato, le due maggiori culture politiche, quella comunista e quella cattolico-democratica, si erano esaurite, sconfitte dalla storia e dalla pratica; dall’altro, una vera cultura politica riformista, quella socialista, non era neppure stata invitata. Nel tripudio di discorsi e di lacrime a Campo di Marte alla fine di un tiepido aprile 2017 si consumò il congresso di chiusura dei DS con un lunghissimo appassionato appello alle emozioni di Piero Fassino. E, per quel che conta, con la mia non adesione. Poi dal Lingotto cominciò la cavalcata di Walter Veltroni, “fusosi” a freddo con Dario Franceschini, scelto come suo vicesegretario: ecco la contaminazione delle culture politiche! Narrando la nuova Italia che avrebbe costruito, invece di dire con quale partito nuovo avrebbe fatto tutte quelle belle cose, Veltroni si candidava, forse non del tutto consapevolmente, ma inevitabilmente, lo scrissi subito, alla carica di Presidente del Consiglio. Era la ricomparsa della classica sindrome democristiana: il segretario del partito sfidante naturale del capo del governo. A riprova, Prodi cadde pochi mesi dopo e Veltroni si lanciò a testa bassa nella nuova avventura: il partito a vocazione maggioritaria.

Fra vocazione maggioritaria e elezione di nuovi segretari, nessuno nel Partito Democratico ha mai neppure iniziato a riflettere sulla cultura politica di un partito di sinistra (?); riformista (?); progressista (?). Nulla dirò sulla cultura istituzionale la cui inadeguatezza si è rivelata tragicamente nelle riforme costituzionali e nella conduzione del referendum 2016. Adesso, qualcuno, Carlo Calenda, sostiene che bisogna andare oltre il PD, un partito mai consolidatosi. Qualcun’altro, Maurizio Martina, risponde che è necessario un “ripensamento complessivo” di un pensiero che non si è mai espresso, di una cultura politica che non si è mai formata, attraverso “scuole di politica” che sono per lo più state “passerelle per politici”. Non dovrebbe essere difficile andare oltre un partito che non è mai stato tale. Sarà difficilissimo farlo, forse impossibile, se il ripensamento verrà affidato a uomini e donne del cui pensiero politico è più che lecito dubitare.

Pubblicato il 26 giugno 2018 su larivistaILMULINO

Sì a proposte senza più preconcetti #direzionePd

Le premesse della riunione della Direzione del Partito Democratico di oggi non sembrano buone. Sarebbe stato opportuno che Renzi presentasse di persona le sue dimissioni ai componenti della Direzione spiegando perché sono andati perduti 2 milioni e mezzo di voti dal 2013 ad oggi, chiarendo anche quali sono i motivi per i quali il PD dovrebbe andare e rimanere all’opposizione. Invece, la lettera di dimissioni sarà letta dal Presidente del partito, Matteo Orfini e la relazione la farà il vicesegretario Martina. I problemi aperti, a cominciare dai numeri della sconfitta logica conseguenza dei comportamenti del segretario e dei suoi troppo ossequienti collaboratori, meritano una discussione approfondita e senza reticenze. La Direzione dovrebbe chiedersi perché il partito non ha saputo sfruttare al meglio gli esiti positivi, ancorché migliorabili, conseguiti dal governo Gentiloni. Sarà stata l’ambiguità della formula a “due punte”, troppo spesso utilizzata dal sovraesposto segretario e che a molti ha probabilmente segnalato la volontà di Renzi di tornare a Palazzo Chigi? Anche se l’esito elettorale della lista Liberi e Uguali è stato assolutamente deludente, chiunque voglia guidare un partito di centro-sinistra deve sapere prevenire scissioni sulla sua sinistra. Un bravo segretario tiene all’unità del suo partito, accetta il dissenso interno, vi si confronta, non lo schiaccia, anzi, mira a valorizzarlo. Comunque, qualsiasi rilancio del Partito Democratico passa attraverso il recupero sicuramente degli elettori, probabilmente anche di molti dirigenti di Liberi e Uguali. Una qualche sperimentazione di accordi potrebbe già cominciare sulla valutazione delle proposte programmatiche del Movimento Cinque Stelle per una molto eventuale formazione del prossimo governo. La Direzione non dovrebbe partire da una posizione preconcetta “stare [più precisamente “andare”, poiché il governo Gentiloni è tuttora costituzionalmente in carica] all’opposizione”. Un partito che dalla segreteria di Veltroni (2007) in poi si definisce “a vocazione maggioritaria” viola uno dei suoi precetti fondanti se si colloca pregiudizialmente fuori del gioco di formazione del governo. Potrebbe essere chiamato ad un atto di grande responsabilità politica nei confronti del paese che ha bisogno di un governo (relativamente, sic) stabile, effettivamente operativo. La Direzione dovrebbe evitare di disperdere il suo tempo a discutere delle date e delle modalità per l’elezione del prossimo segretario a scapito dei più importanti temi politici. Sono giuste le ambizioni personali, persino benvenute, se accompagnate da elaborazioni relative a che tipo di partito dovrà diventare il Partito Democratico e di quale cultura politica dovrà dotarsi. Con Renzi non c’è praticamente stata nessuna attenzione alle strutture del Partito che dovessero sostenerne le politiche, creare e mantenere rapporti e legami con l’elettorato, divulgare quanto fatto e, eventualmente, cambiare linea. Una riflessione autocritica dei molti che hanno assecondato Renzi nella trascuratezza dell’organizzazione del partito è assolutamente raccomandabile. All’inizio del 2017 le minoranze interne del PD, compresi i due candidati alternativi a Renzi alla segreteria del partito, vale a dire Orlando e Emiliano, chiesero una conferenza programmatica, che è un modo per discutere non soltanto le politiche, ma anche il veicolo grazie al quale farle camminare. Quella conferenza appare oggi ancora più necessaria, forse prioritaria. Infine, c’è il problema dei problemi vale a dire come dotare il Partito Democratico di una cultura politica convintamente e efficacemente riformista. Criticando i “professoroni”, Renzi e la sua più stretta collaboratrice mandavano anche il messaggio che della fusione del meglio delle culture riformiste italiane a loro non importava nulla. Però, senza una cultura politica riformista (che si traduce anche nel migliorare le proposte di altri) il Partito Democratico non soltanto è destinato a continuare a perdere voti, ma perderà il senso della sua stessa esistenza.

Pubblicato AGL il 12 marzo 2018

Quelle incerte traiettorie

Nessun paletto e nessuna abiura è la linea morbidamente dettata dal segretario Renzi alla Direzione del Partito Democratico. I toni meno cattivi e meno trionfali non intaccano minimamente la sostanza del discorso politico. Renzi non vuole cambiare le politiche da lui imposte quando era Presidente del Consiglio che, però, sono proprio una delle ragioni per le quali Sinistra Italiana si era rapidamente allontanata dal governo e il Movimento Democratico e Progressista ha fatto la scissione. Se non abiure, almeno l’indicazione chiara di quali correzioni di rotta il segretario avrebbe potuto darla. È rimasto nel vago mirando soprattutto a non antagonizzare le minoranze interne al suo partito. All’esterno, Renzi ha delineato una strategia che in altri tempi sarebbe stata chiamata pigliatutti: la formazione di una coalizione (un tempo parola e fenomeno da lui sdegnosamente respinti: è questa, oggi, un’abiura?) che va da MDP e da quel che c’è di Campo Progressista a quel che rimane, pochino pochino, di Scelta Civica più la non troppo in buona salute Alternativa Popolare di Angelino Alfano. Sulla porta restano i radicali e un embrionale raggruppamento pro-europeista. Insomma, anche a causa di una brutta legge elettorale che impone le coalizioni, Renzi disegna qualcosa che sembra soprattutto un cartello elettorale in grado di opporsi, di fare argine a quelli che lui definisce populismi. Ma non tutto quello che non ci piace può essere definito e esorcizzato come “populismo”.

Nel centro-destra fieramente populista, ma anche sovranista, è il leader della Lega Matteo Salvini e, forse, ma, in verità, poco, Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, decisamente più sovranista che populista. Incredibilmente grande è la sottovalutazione del potenziale populismo che Berlusconi scatenerà, altro che “moderati”, al momento opportuno. Alla sinistra del PD, almeno per due terzi, dicono i sondaggi, sta il populismo “felicemente decrescente” a mio modo di vedere, del Movimento Cinque Stelle nel cui consenso politico-elettorale che non accenna a diminuire gioca moltissimo la protesta per le molte cose che non vanno in Italia. Lo schieramento suggerito da Renzi si avvicina moltissimo alla tanto deprecata Unione di Prodi che vinse molto risicatamente le elezioni del 2006, poi non riuscendo a tenere insieme le troppo variegate posizioni e preferenze cadde rovinosamente neppure due anni dopo. Apertamente, sia Prodi, l’Ulivista, sia Veltroni, il primo segretario del Partito Democratico, hanno manifestato forti perplessità sul futuro del partito guidato da Renzi, il primo chiamandosi fuori, il secondo lanciando un appello più sentimentale che nutrito da elementi politici. Naturalmente, il tentativo di trovare punti di convergenza e di accordo in quel che si trova a sinistra –dire che “si muove” mi parrebbe troppo lusinghiero– non finisce qui.

Inevitabilmente, ci sono personalismi che sembrano incompatibili e insuperabili. Ci sono prospettive di carriera, che, senza negare l’esistenza di convinzioni politiche, riguardano anche i presidenti delle due Camere, oltre che i molti parlamentari alla ricerca di quella ricandidatura che Renzi più di altri può garantire. Ci sono, infine, nodi programmatici irrisolti e priorità non dichiarate. Aspettare l’emergenza assoluta e trovare un accordo tecnico esclusivamente per non finire del baratro della sconfitta annunciata non è affatto una buona idea. A meno che, con una buona dose di cinismo, qualcuno nel PD pensi che, tutto sommato, il Partito non andrà così male e dovrà comunque essere preso in considerazione per formare il prossimo governo, da Berlusconi o chi per lui. La traiettoria da altezzoso partito a vocazione maggioritaria ad alleato subalterno dovrebbe turbare i sonni dei Democratici (e dei loro elettori). O no?

Pubblicato AGL il 14 novembre 2017

Coalizioni e programmi non sono divergenti

Non soltanto perché, improvvisamente privati della diretta streaming, modalità alquanto populista di diffondere informazione politica, non a caso originata dalle Cinque Stelle, sentiamo che quanto succede nel Partito Democratico non sono soltanto “affari loro”. Non possiamo disinteressarci del PD né adesso, poiché è il maggiore partito del governo guidato da un suo esponente, né nel corso della campagna elettorale prossima ventura, poiché avrà la possibilità di dettare l’agenda, né, infine, a votazioni concluse poiché, comunque vada, continuerà a essere un protagonista. Vorremmo, però, vedere adesso un dibattito meno acrimonioso e pieno di risentimenti, meno accuse riguardanti il passato e meno sospetti sul futuro. Ancora una volta Renzi non s’è curato delle minoranze e ha imposto la sua visione: “vocazione maggioritaria” e nessuna coalizione. La vocazione maggioritaria per me è sempre stata qualcosa di misterioso già quando la utilizzò, senza molto successo, Walter Veltroni. Tutti i partiti medio-grandi si pongono l’obiettivo di conquistare la maggioranza. In pratica, soltanto pochissimi di loro ci sono riusciti nel passato e prevedo che sarà sempre più difficile nel futuro. En marche di Emmanuel Macron è l’eccezione che conferma la regola. Nelle democrazie parlamentari di ieri (Italia inclusa alla grande), di oggi (che ricomprende il governo italiano attuale) e di domani, previsione facilissima, nessun partito sarà in grado di conquistare da solo la maggioranza assoluta dei seggi. Non potrà, quindi, governare da solo -salvo in governi di minoranza con appoggi esterni. Vecchia politica? Prima Repubblica? Anche, ma governi di minoranza sono esistiti nelle “vecchie” monarchie svedesi e norvegesi e, persino, in Gran Bretagna, nella patria del parlamentarismo, del maggioritario, del bipartitismo che fu (e che ha molte difficoltà nel tornare a essere). Dunque, la richiesta dei ministri Dario Franceschini e Andrea Orlando che si discuta di coalizioni ha più d’un fondamento. Non è affatto, come ha irriso Renzi, un ritorno ai caminetti e non è assolutamente vanificata dall’esistenza di un segretario che ha ottenuto 1.275 mila voti (non due milioni) in quelle che sono state le meno partecipate votazioni per il segretario del PD dal 2007 a oggi. Parlare di coalizioni agli elettori italiani non significa annoiarli, ma indicare loro che cosa il prossimo governo a partecipazione, probabilmente anche guida, PD desidererebbe e vorrebbe fare. Leggi controverse come lo jus soli sarebbero state discusse e concordate prima consentendo all’elettorato di valutarle. Le coalizioni sarebbero più rappresentative dell’elettorato e delle sue preferenze. Certo, chi guiderà un governo di coalizione dovrà, ecco il politichese, “farsi carico” delle esigenze dei partiti contraenti, ma così si fa in tutte le democrazie parlamentari europee dove, talvolta (oggi sia in Germania sia in Austria) si formano e durano governi di Grande Coalizione. Dunque, quali coalizioni con quali obiettivi sono ritenute possibili e praticabili dal Partito Democratico è qualcosa che molti elettori vorrebbero sentirsi “narrare” dal segretario Renzi. Se, poi, qualcuno dentro il PD e nei suoi folti gruppi parlamentari alla Camera, ma anche al Senato volesse dire qualche, preferibilmente buona, parola su quell'”oscuro oggetto del desiderio” (mio omaggio al maestro Buñuel) che è la legge elettorale, allora il PD potrebbe credibilmente vantarsi di svolgere una funzione nazionale. Non conosco nessun paese democratico al mondo nel quale politici e cittadini a otto-nove mesi dal voto non avessero la benché minima idea della legge elettorale con la quale chiederanno e daranno il voto. La soluzione non si trova nei caminetti. Malauguratamente, non è stata né prospettata né richiesta nelle votazioni per il segretario del PD. Esaurite le formulette e i pasticciotti nostrani, è tempo di guardare al di là delle Alpi e, senza furbescamente manipolare, imitare: Europaeum.

Pubblicato AGL il 10 luglio 2017

Il ritorno delle coalizioni

“Sconfitto il populismo” annunciano trionfanti le prime pagine di alcuni quotidiani e i titoli dei telegiornali. Chini sui dati alcuni pensosi commentatori dicono che sì, è vero, il populismo è stato pesantemente colpito. Fermo restando che nessun populismo deve mai darsi per soccombente in seguito al voto di cinque milioni o poco più di italiani, il fatto è che non tiene l’identificazione assoluta fra Movimento Cinque Stelle e populismo. Da un lato, il populismo abita anche nei toni, nei modi, nello stile di fare politica di Matteo Salvini, della Lega e di non pochi suoi candidati. Fa anche la sua comparsa nelle proposte renziane di rottamare e tagliare poltrone e senatori. Dall’altro, l’affermazione fondante del Movimento Cinque Stelle: “uno vale uno”, primo è sbagliata; secondo è stata rapidamente sostituita nei fatti da “uno vale uno, ma c’è uno che vale di più”. Infatti, quell’uno, cioè Beppe Grillo, è il vero sconfitto del primo turno delle elezioni amministrative. A Genova il candidato da lui imposto (con una frase inquietante:”fidatevi di me” -con il non detto: “che ne so più delle regole democratiche”) contro la vincitrice di regolari primarie è andato malissimo. I due sindaci da lui osteggiati e ostracizzati, quello di Comacchio ha ri-vinto al primo turno; quello, più noto, di Parma arriva al ballottaggio con il vento in poppa. Altrove, nei pure sgangherati raggruppamenti italiani qualcuno chiederebbe un rendiconto. Invece, il verticistico Movimento Cinque Stelle rimane consegnato a Grillo e a Casaleggio figlio. C’è la loro convinzione, non del tutto malposta, che, andate male queste elezioni, rimane uno zoccolo duro sul quale ricostruire il consenso in vista delle elezioni politiche. Quello zoccolo di voti, intorno al 25 per cento, è costituito dai molti italiani, prevalentemente giovani, che accettano e condividono la critica radicale della politica e dei politici. Sull’antipolitica Grillo ha costruito il suo successo. Cercherà di rivitalizzarlo e, poiché è improbabile che a livello nazionale ci siano impennate di miglioramenti (a cominciare dall’elaborazione di una legge elettorale quantomeno decente), il tesoretto, poco populista, molto antipolitico, dei voti grillini non sarà dilapidato.

Grillo non è mai stato l’unico “uomo solo al comando”. Prima di lui Berlusconi, che il comando non intende mollarlo e che di successori ne ha già bruciati non pochi, e, naturalmente Renzi. Andato a sbattere contro il muro dei no al referendum del 4 dicembre, Renzi non ha affatto rinunciato, almeno a parole, alla sua idea centrale, la riverniciatura della “vocazione maggioritaria”. Tuttavia, clamorosamente, gli esiti del primo turno, le cui propaggini arriveranno fino al secondo turno, dicono alto e forte che è tornata la politica delle coalizioni. Dappertutto, il centro-destra si rivela competitivo perché, nel silenzio di Brerlusconi, riesce a mettere insieme le sue sparse e, spesso, anche conflittuali, membra. Il “sogno” maggioritario del Partito Democratico annega in una varietà quasi infinita di liste civiche di sinistra, di centro, di quant’altro a suo sostegno. Altro che correre da soli. Invece di costruirlo dal governo, grazie ad offerte di posti e di (ri)candidature, il Partito della Nazione si materializza sul territorio dove sono state confezionate liste persino con i tanto bistrattati scissionisti, i quali, da soli, ovviamente, non sarebbero andati da nessuna parte, meno che mai nei consigli comunali in lizza.

La coerenza renziana e piddina svanita per ineludibili considerazioni di bottega dovrebbe spingere a rivalutare le coalizioni, la modalità più diffusa con la quale si fa politica nelle democrazie parlamentari. Dovrebbe anche fare riflettere i tuttora improvvisati apprendisti stregoni delle riforme elettorali buone per una sola stagione. La legge per i sindaci, approvata dal Parlamento nel 1993 sotto una possente spinta referendaria, è ottima e funziona poiché fu pensata per dare potere, non a qualche partito o leader, ma agli elettori. Così dev’essere anche per la necessaria legge elettorale nazionale. Il resto ce lo diranno i ballottaggi.

Pubblicato il 13 giugno 2017

Ripartenza senza idee né programmi

“Tornare a casa per ripartire insieme” è stato il titolo dell’iniziativa svoltasi al Lingotto per lanciare la campagna elettorale di Matteo Renzi alla segreteria del Partito Democratico. Dal Lingotto dieci anni fa partì Walter Veltroni per diventare il primo segretario del nuovo partito. Durò pochissimo. La sua “vocazione maggioritaria” non fu sufficiente a fargli vincere le elezioni politiche del 2008 e nel febbraio 2009 si dimise. Dunque, Renzi non è, come si ostina a ripetere, l’unico a lasciare la poltrona dopo la sconfitta (per la cronaca politica, dalla “poltrona” di capo del governo si dimise addirittura D’Alema nel maggio 2000). Non è chiaro che cosa si sia prefisso Renzi con il ritorno al Lingotto: farsi un pedigree veltroniano? avere il sostegno di Chiamparino? trovare nuove idee? Agli osservatori e ai commentatori, questa volta meno benevoli del solito, il senso della prima parte dello storytelling renziano è sostanzialmente sfuggito. Quanto al “ripartire insieme”, che ripartire sia necessario non ci piove, ma insieme a chi non è apparso chiaro a nessuno. Se per fare “l’insieme” è sufficiente il cosiddetto ticket con il Ministro Martina che porterebbe in dote la componente ex-DS, allora è davvero poca cosa, come confermano anche i sondaggi. Certamente, con l’espressione “insieme” Renzi non ha in nessun modo inteso tendere la mano agli scissionisti che, anzi, sono stati ripetutamente criticati e da qualcuno dei sostenitori di Renzi addirittura bollati come “vigliacchi”. Né, infine, per giustificare “insieme”, è sufficiente sostituire il “noi” all’io nelle esternazioni renziane.

Del partito, che nella corsa alla segretaria, dovrebbe essere l’oggetto del contendere, non tanto come conquistarlo, ma come ri-organizzarlo, non ha parlato nessuno. E’ stata una mancanza preoccupante in un’assemblea di uomini e donne di partito che al partito-ditta di Bersani e ai voti da lui ottenuti nel febbraio 2013 sono debitori delle loro cariche, del loro potere, delle loro carriere in atto e future. Qualche cenno è stato fatto alle alleanze, tanto vituperate fino a ieri anche se, senza gli alleati: la spappolata Scelta Civica e il Nuovo Centro Destra di Angelino Alfano (più qualche aiutino di Denis Verdini, diventato innominabile e per il quale il neo-garantismo di Renzi non sembrerebbe applicarsi), il PD non avrebbe nessuna maggioranza operativa al Senato. L’unica cosa nuova è stata l’offerta all’ex-sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, di un posto nelle liste PD. Un’offerta assolutamente strumentale, quasi per disinnescarne il tentativo di organizzare un campo progressista che, se vincente, sarebbe una significativa novità: spazio di sinistra plurale simile a quella creata da François Mitterrand 46 anni fa dalla quale ottenne lo slancio e la forza per vincere le elezioni presidenziali francesi del 1981.

Pur con la sotterranea consapevolezza che qualche alleanza bisognerà pur trovarla per tornare, non a casa, ma a governare il paese e che una grande differenza la farà la prossima indispensabile legge elettorale, al Lingotto non si è discusso né dell’una né dell’altra. Lo storytelling non ha riguardato niente di davvero politico, di davvero concreto, di davvero produttivo di conseguenze. Neppure i numerosi ministri costretti a sfilare hanno saputo entusiasmare i rappresentanti del popolo del PD con la rivendicazione di qualche successo acquisito e con la presentazione di qualche progetto epocale. Il PD di Renzi riparte, ma la strada è la stessa, un po’ più in salita. La parola, pardon, lo storytelling passa agli altri concorrenti, il Ministro della Giustizia Andrea Orlando e il governatore della Puglia Michele Emiliano, i quali dovrebbero raccontare come sapranno ampliare lo spazio e migliorare l’organizzazione e la democrazia interna del Partito chiamato Democratico.

Pubblicato AGL 14 marzo 2017

Sotto il Lingotto, niente

Il ritorno di Renzi alla kermesse torinese e il vuoto programmatico del Pd

Però, no, non sono disposto a “perdonare” coloro che stanno andando all’elezione del segretario di un partito senza dire nulla su che tipo di partito desiderano, se quei candidati abbiano un’idea di partito, se la democrazia italiana abbia o no bisogno di partiti organizzati, di un sistema di partiti decentemente strutturato e di una sana competizione, non collusione, fra coalizioni di partiti. No, il segretario dimissionario Matteo Renzi non deve affatto delineare in questa fase un programma di governo neppure se, come è giusto e opportuno, intende poi, ma solo poi, essere il candidato del suo partito alla carica di capo del governo. A quella carica, infatti, potrà ambire e pervenire proprio in quanto segretario del partito. Aggiungo che logica vorrebbe che, persa la carica di capo del governo, il segretario lasciasse definitivamente la carica di capo del partito, come avviene ed è avvenuto in tutti i casi europei (David Cameron, giugno 2016, è l’ultimo in ordine di tempo) ai quali, selettivamente, Renzi e i renziani fanno riferimento. Le tre grandi sconfitte subite da Renzi, elezioni amministrative del giugno 2016, referendum del dicembre 2016, scissione del marzo 2017, hanno poco a che vedere, con il governo, ma moltissimo sono dipese proprio dal partito, dalla sua gestione dell’organizzazione del PD, della sua presenza sul territorio, della valorizzazione del personale politico democratico che non è fatto, come ha sostenuto Renzi, né da eredi né da reduci, ma da persone che desiderano fare politica per perseguire obiettivi di miglioramento della vita dei loro concittadini e della qualità della democrazia. Fare politica non contro coloro che non la pensano come loro e come il loro segretario, che, comunque, non debbono essere né emarginati né irrisi, ma convinti, bensì a favore di cambiamenti che vengono argomentati in maniera tanto più rigorosa (non necessariamente vigorosa fino all’insulto) quanto più sono controversi.

Il ruolo degli iscritti, le modalità di funzionamento degli organismi, locali: i circoli, e nazionali: l’Assemblea e la Direzione (forse anche la segreteria e la sua composizione), i criteri di selezione e di promozione, il reclutamento dei rappresentanti nelle assemblee elettive, non da ultimo per la Camera dei deputati e per il Senato (essendo alquanto obbrobrioso il sistema dei capilista bloccati) sono tutti elementi di cruciale importanza per coloro che si candidino alla guida di un partito, soprattutto se quegli elementi, ciascuno e tutti, sono stati negletti o piegati agli interessi e alle ambizioni di un uomo, non proprio solo, ma, sicuramente e provatamente male accompagnato. Non c’è stata quasi nessuna discussione in materia. Non s’è udita, non dico nessuna autocritica (affari del candidato e dei suoi sostenitori), ma praticamente nessuna riflessione su quanto la trascuratezza del partito come associazione di uomini e donne che perseguono fini condivisi abbia pesato sugli insuccessi.

Nell’ultimo triennio in alcune episodiche circostanze hanno fatto capolino, seppure regolarmente in maniera tanto impropria quanto confusa, tre, forse quattro, modelli di partito. Il modello del partito di centrosinistra a vocazione maggioritaria è stato il modello iniziale, mal formulato e rapidamente disatteso. Gli è rapidamente subentrato il modello del Partito della Nazione che mirava ad occupare il centro e non a trovare alleati, ma ad assorbirli, inglobarli, fino a considerare nemici (della nazione) tutti coloro che non convergessero, ovviamente in maniera subalterna. Il terzo modello, non propriamente di partito, forse mai compiutamente delineato, ma oggetto di culto dei prodiani rimasti in politica, è stato quello dell’Ulivo, irripetibile e inimitabile da chi, trattando con le associazioni, proponeva la prassi della disintermediazione. Innegabile cardine dell’Ulivo delle origini fu, invece, proprio l’offerta di riconoscimento e di inclusione fatta alla società civile e alle sue associazioni per dare ampia rappresentanza e per riequilibrare il peso dei professionisti della politica (che è esattamente e comprensibilmente l’elemento che non piacque a Massimo D’Alema).

Infine, non solo chi ha vissuto l’epoca della competizione e della selezione sulla base di competenze e esperienze, non della rottamazione fondata sull’età e sull’ostilità, ha anche visto (e potuto studiare)la possibilità di un quarto modello, quello della sinistra plurale. La differenziazione inevitabile degli schieramenti di sinistra un po’ in tutta Europa (ma Hillary Clinton e Bernie Sanders dicono che qualcosa di molto simile caratterizza i Democratici negli USA) richiede che donne e uomini di sinistra accettino le loro diversità e cerchino di ricomporle in un campo ampio, non recintato, in costante trasformazione. La sinistra plurale è essa stessa luogo di alleanze che richiede un coordinatore in grado di conversare con tutte le componenti e di trovare di volta in volta il punto di equilibrio più avanzato non per opera di un uomo solo al comando, ma di qualcuno che si mette all’ascolto e alla ricerca sincera dell’accordo. Al Lingotto, niente di tutto questo.

Pubblicato il 13 marzo 2017