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Le battaglie per i diritti si combattono sempre @DomaniGiornale

Per definizione, ma anche con un occhio educato alla storia), qualsiasi battaglia per i diritti delle persone: bambini, anziani, donne, generi diversi discende da una concezione liberale. Quel liberalismo ha talvolta fatto fatica ad affermarsi nei partiti di sinistra che hanno spesso anteposto ai diritti “civili” batterie di diritti sociali. Lo hanno fatto perché convinti che nel loro seguito, diciamo con una tremenda semplificazione, la classe operaia, che i diritti sociali dovessero essere perseguiti prima e più dei diritti civili, fosse una posizione prevalente. Negare in partenza che non era così è probabilmente sbagliato. Certamente, non è facile argomentare, a fronte di un diffuso e persistente disagio economico, che è giusto e opportuno non dimenticare e non svalutare l’importanza dei diritti delle persone. Questa argomentazione diventa più facile e meglio praticabile laddove la destra sia, da sempre, costitutivamente, assai poco propensa ad ampliare gli spazi di libertà e mostri con frequenza e costanza il suo volto più arcigno, omofobo, punitivo.

   Troppi esponenti della destra, con toni anche religiosi, non solo difendono posizioni bigotte e reazionarie, è un loro diritto, ma pretendono di imporle agli altri, a tutti. Il pluralismo non è mai stato il forte delle destre. Il riconoscimento delle diversità, neppure. L’accettazione di una pluralità di stili di vita, di sessualità e di congedo dalla vita, nessuno dei quali contrasti e metta a rischio quel che ciascuno di noi ritiene preferibile, non è nelle corde della maggioranza delle donne e degli uomini che si collocano a destra nel nostro paese.

   Più di altri nella sinistra, la neo-segretaria del Partito Democratico Elly Schlein sembra decisa ad affrontare la sfida con la destra al governo anche sul piano dei diritti delle persone. È una buona notizia. Però, qualcuno a sinistra nonché i soliti saccenti commentatori che pretendono dare la linea ad un partito che, comunque, non apprezzano e non votano, ritengono la scelta di Schlein erronea e controproducente, secondo loro, lodata soltanto dai borghesi delle Ztl (mio luogo di residenza). Siamo alle solite argomentazioni. Si tratta di diritti che riguardano minoranze (ma quelli sono proprio i diritti che i democratici debbono proteggere e promuovere). Antagonizzano i cattolici (sulla entità delle cui “divisioni” belliche e della non disponibilità nutro seri dubbi). Non serviranno a recuperare voti popolari, anzi ne faranno perdere. A mio avviso, le battaglie di civiltà si combattono ogni volta che c’è l’occasione. Dunque, adesso.

Pubblicato il 22 marzo 2023 su Domani

Il PD cerca un segretario. Ma per quale partito? @DomaniGiornale

Fra le numerose problematiche del Partito Democratico, vecchie, fin dall’origine, e recenti, ma non nuovissime, presentatesi in corso d’opera, c’è quella del suo essere partito, del suo modello. Nella campagna, che è molto sbagliato definire “primarie”, per l’elezione del segretario, nessuno dei contendenti, coperti e scoperti, ha finora fatto qualche cenno significativo del modo con il quale il PD dovrà (ri)strutturarsi. Già, l’argomento non è affatto trascinante, sexy (ma forse potrebbe diventarlo). Tuttavia, mi pare cruciale proprio per riuscire a mettere dirigenti e rappresentanti a tutti i livelli a contatto con gli iscritti e con i simpatizzanti. Allora, invece di limitarsi saccentemente a affermare che gli elettori sono (diventati) volubili, cambiano spesso opinione e voto, fenomeno che riguarda al massimo un terzo dell’elettorato, gran parte dei cambiamenti avvenendo nella stessa area politica fra partiti limitrofi(ssimi), il segretario si porrà il compito non soltanto di trattenerli, ma anche di andare a cercarli. Un tempo, ben prima che lo dicessero i comunisti, neanche tutti, il grande Maurice Duverger sostenne che compito dei migliori fra i partiti era quello di trasformare i simpatizzanti in iscritti e gli iscritti in attivisti. Non è facile dire quando il compito fu silenziosamente abbandonato dai dirigenti del PDS e DS. Sappiamo che il reclutamento democristiano stava solidamente nelle mani dei capicorrente per i quali il numero degli iscritti (alla corrente) era il più potente strumento al tavolo dei negoziati per l’attribuzione di qualsiasi carica: di partito, nelle amministrazioni, al governo. Qualcosa del genere è rimasto anche nel PD, poco virtuosamente esercitato dai leader delle “sensibilità” e mai contrastato dallo stesso segretario che preferisce accontentare i “sensibili” che lo sostengono. Naturalmente, sarebbe/sarà molto difficile per chi diventerà segretario/a del partito combattere alcune pratiche deteriori già fortemente consolidate. Potrebbe cominciare a chiarire a coloro che andranno ai cosiddetti gazebo che vuole radicare il partito sul territorio e che cercherà di collocare le sedi, i circoli, non nelle zone, comunque, pochissime, dove il partito è elettoralmente forte, ma dove c’è maggiore disagio sociale e minore presenza di associazioni dei più vari tipi. Lo slogan potrebbe essere: “fuori dalla ZTL dentro le periferie” (non solo geografiche). Lì, gli iscritti e i dirigenti instaureranno relazioni operative, altro che disintermediazione!, con le associazioni esistenti, faranno “battaglie” comuni, tenteranno di portare cultura politica. Se, come disse un grande speaker democratico della Camera dei rappresentanti USA, “all politics is local politics”, il radicamento territoriale porterà molti buoni frutti: capire meglio il sentiment di quegli elettori, individuare chi ha voglia di politica e ha talento, favorire la crescita sociale dei più bravi, dare migliore rappresentanza ai territori. Certo, nessuna rappresentanza politica del PD diventerà migliore se continuerà la deprecabile pratica di paracadutare candidati/e che poi non faranno politica sul territorio e non potranno essere portatori delle esigenze neanche dei loro elettori che lui non conosce e loro non conoscono lui (che se ne andrà in un altro collegio sicuro, se ne rimarranno, senza mai rendere conto di quel che ha fatto, non fatto, fatto male). In coda sta il mio leit-motiv: di quale cultura politica deve dotarsi il Partito Democratico? Gramsci, direbbero i sostenitori della cancel culture, è un uomo bianco morto, ma forse il suo pensiero su quanto importante è la/una cultura per acquisire consenso mantiene validità. Caro/a futuro segretario/a, prima che sulle bollette, esprimiti su una visione di partito. 

Pubblicato il 9 novembre 2022 su Domani