Le ragioni per le quali il sistema francese è più dinamico #DemocraziaFutura

Le ragioni per le quali il sistema francese è più dinamico
Semipresidenzialismo con sistema elettorale maggioritario a doppio turno
In prospettiva della riapertura del dibattito sulle riforme del sistema politico istituzionale, Democrazia futura ha chiesto al professor Pasquino se sia ancora valida la sua proposta per un sistema semipresidenziale[1] alla francese con elezione diretta del Presidente della Repubblica e sistema maggioritario uninominale a doppio turno di collegio. Il contributo presentato dall’illustre scienziato della politica costituisce un’anteprima del prossimo numero, l’ottavo della rivista.  

Democrazia Futura

INVITO #presentazione Tra scienza e politica. Una autobiografia #19novembre #Casalmaggiore #Cremona @UtetLibri

sabato 19 novembre 2022 ore 17
Auditorium Santa Croce
via Porzio n. 5 – Casalmaggiore

Gianfranco Pasquino
Professore emerito di Scienza politica
Accademico dei Lincei
presenta

Tra scienza e politica
Una autobiografia
UTET

Dialoga con l’autore
Vanni Raineri, giornalista


Introduce Massimo Negri,
amico della Biblioteca

Un intellettuale outsider tra le circostanze del destino, che grazie a una intelligenza affilata e a occasioni fortunate (nonché a una notevole dose di autoironia) si è ritrovato non solo testimone d’eccezione, ma comprimario illustre del secondo Novecento.

BIBLIOTECA CIVICA “A.E. MORTARA”
via Marconi 8 – CASALMAGGIORE
per informazioni:
info@biblioteca.casalamggiore.cr.it
tel. 0375 43682

Sovranismi e Ue, “la contraddizion che nol consente” spiegata da Pasquino @formichenews

“Prima i sovranisti del nostro stivale capiscono che gli interessi nazionali si difendono e si promuovono a Bruxelles, non (af)fidandosi agli altri sovranisti, ungheresi, polacchi, spagnoli, ma contando sui federalisti, meglio sarà per loro e per l’Italia”. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica e socio dell’Accademica dei Lincei

“Mi sono sempre fatto una certa idea della Francia. La Francia non sarebbe tale senza la grandeur, così Charles de Gaulle che, da sovranista coerente, voleva una Europa delle patrie.

Confederazione europea e non Unione europea, sovranità separate che convergono nei momenti decisionali, non condivisione delle sovranità in una visione che va oltre, al di sopra, al di là delle patrie.

Mai, comunque, la preminenza del diritto europeo sul diritto dei singoli Paesi, la sovranità non è solo legge, ma sicuramente consiste anche nella superiorità delle leggi di ciascun Paese, pardon, di ciascuna patria. Rivendicare questa sovranità, oggi, significa, da un lato, non avere capito che per nessuno Stato-membro esiste l’opzione di riconquista della sovranità spontaneamente ceduta (non espropriata) a una Unione sovranazionale, dall’altro, che la sola opzione alternativa disponibile è l’uscita, exit.

Condivisione della sovranità vuole dire anche condivisione delle politiche, secondo quanto stabilito dai Trattati. Naturalmente, i sovranisti cercheranno sempre una interpretazione minimalista dei doveri che vengano imposti alla loro patria e, altrettanto naturalmente, non accetteranno nessun impegno che non derivi da doveri esplicitamente sanciti.

Nel bene, che, se esiste, è quasi impalpabile, e nel male, che è ampio e diffuso, il tema dell’immigrazione è giuridicamente trattato in maniere discutibilissima, dimostratasi costantemente inadeguata. Ciascuno e tutti i sovranisti dovrebbero essere pienamente consapevoli che trovare sponde e accoglienza dagli altri sovranisti in questa materia è alquanto improbabile e che un esito positivo può seguire soltanto da accordi raggiunti con disponibilità e generosità, forse anche con l’attesa di reciprocità, fra di loro oppure a livello europeo.

Tuttavia, se le materie sulle quali i sovranisti debbono esprimersi sono delicate agli occhi dei loro rispettivi elettorati, allora mors tua vita mea. La grandeur della Francia non può fare nessuna graziosa concessione ”nazionale” e meno che mai sentirsi dire che quella concessione era dovuta, il minimo che potesse fare. D’altronde, Macron deve tenere conto della sovran-nazionalista Marine Le Pen. Un atto di generosità può farlo con adeguato riconoscimento da parte degli italiani. Grave è che, non sentendosi abbastanza elogiato, in un lungo singulto di fiera grandeur Macron minacci ritorsioni su altri settori di competenza europea. Il suo è, in effetti, un comportamento sovranista che rischia di innescare quello che chiamerò lo scaricabarile del sovranismo con l’Italia non propriamente ben messa.

Se ciascun sovranista agisce esclusivamente in difesa o nel perseguimento dei suoi interessi nazionali di brevissimo respiro, non riuscendo neppure ad immaginare gli sviluppi successivi, in una situazione che definirò sovranismus omnium contra omnes, qualcuno vincerà poco e gli altri perderanno molto.

Non è chiaro che cosa voglia vincere il Presidente Macron tranne forse fare la faccia feroce per recuperare un prestigio nazionale, patriottico un po’ offuscato anche dalla sua coda di paglia.

Di certo, l’esternazione intempestiva e plebea di Salvini va a scapito di qualsiasi interesse nazionale, di qualsivoglia riconquista di sovranità. Prima i sovranisti del nostro stivale capiscono che gli interessi nazionali si difendono e si promuovono a Bruxelles, non (af)fidandosi agli altri sovranisti, ungheresi, polacchi, spagnoli, ma contando sui federalisti, meglio sarà per loro e per l’Italia. “Assolver non si può chi non si pente,/né pentere e volere insieme puossi/ per la contraddizion che nol consente” (Inferno, XXVII, 118-120).

Pubblicato il 13 novembre 2022 su Formiche.net

VIDEO Democracia y Guerras @ancmyp #Argentina Academia Nacional de Ciencias Morales y Políticas

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Academia Nacional de Ciencias Morales y Políticas
ANCMYP – Instituto de Filosofía Política e Historia de las Ideas Políticas

Martes 18 de octubre 2022

Gianfranco Pasquino

Democracia y Guerras

Palabras de apertura y cierre del Académico Director Horacio Jaunarena

Il PD cerca un segretario. Ma per quale partito? @DomaniGiornale

Fra le numerose problematiche del Partito Democratico, vecchie, fin dall’origine, e recenti, ma non nuovissime, presentatesi in corso d’opera, c’è quella del suo essere partito, del suo modello. Nella campagna, che è molto sbagliato definire “primarie”, per l’elezione del segretario, nessuno dei contendenti, coperti e scoperti, ha finora fatto qualche cenno significativo del modo con il quale il PD dovrà (ri)strutturarsi. Già, l’argomento non è affatto trascinante, sexy (ma forse potrebbe diventarlo). Tuttavia, mi pare cruciale proprio per riuscire a mettere dirigenti e rappresentanti a tutti i livelli a contatto con gli iscritti e con i simpatizzanti. Allora, invece di limitarsi saccentemente a affermare che gli elettori sono (diventati) volubili, cambiano spesso opinione e voto, fenomeno che riguarda al massimo un terzo dell’elettorato, gran parte dei cambiamenti avvenendo nella stessa area politica fra partiti limitrofi(ssimi), il segretario si porrà il compito non soltanto di trattenerli, ma anche di andare a cercarli. Un tempo, ben prima che lo dicessero i comunisti, neanche tutti, il grande Maurice Duverger sostenne che compito dei migliori fra i partiti era quello di trasformare i simpatizzanti in iscritti e gli iscritti in attivisti. Non è facile dire quando il compito fu silenziosamente abbandonato dai dirigenti del PDS e DS. Sappiamo che il reclutamento democristiano stava solidamente nelle mani dei capicorrente per i quali il numero degli iscritti (alla corrente) era il più potente strumento al tavolo dei negoziati per l’attribuzione di qualsiasi carica: di partito, nelle amministrazioni, al governo. Qualcosa del genere è rimasto anche nel PD, poco virtuosamente esercitato dai leader delle “sensibilità” e mai contrastato dallo stesso segretario che preferisce accontentare i “sensibili” che lo sostengono. Naturalmente, sarebbe/sarà molto difficile per chi diventerà segretario/a del partito combattere alcune pratiche deteriori già fortemente consolidate. Potrebbe cominciare a chiarire a coloro che andranno ai cosiddetti gazebo che vuole radicare il partito sul territorio e che cercherà di collocare le sedi, i circoli, non nelle zone, comunque, pochissime, dove il partito è elettoralmente forte, ma dove c’è maggiore disagio sociale e minore presenza di associazioni dei più vari tipi. Lo slogan potrebbe essere: “fuori dalla ZTL dentro le periferie” (non solo geografiche). Lì, gli iscritti e i dirigenti instaureranno relazioni operative, altro che disintermediazione!, con le associazioni esistenti, faranno “battaglie” comuni, tenteranno di portare cultura politica. Se, come disse un grande speaker democratico della Camera dei rappresentanti USA, “all politics is local politics”, il radicamento territoriale porterà molti buoni frutti: capire meglio il sentiment di quegli elettori, individuare chi ha voglia di politica e ha talento, favorire la crescita sociale dei più bravi, dare migliore rappresentanza ai territori. Certo, nessuna rappresentanza politica del PD diventerà migliore se continuerà la deprecabile pratica di paracadutare candidati/e che poi non faranno politica sul territorio e non potranno essere portatori delle esigenze neanche dei loro elettori che lui non conosce e loro non conoscono lui (che se ne andrà in un altro collegio sicuro, se ne rimarranno, senza mai rendere conto di quel che ha fatto, non fatto, fatto male). In coda sta il mio leit-motiv: di quale cultura politica deve dotarsi il Partito Democratico? Gramsci, direbbero i sostenitori della cancel culture, è un uomo bianco morto, ma forse il suo pensiero su quanto importante è la/una cultura per acquisire consenso mantiene validità. Caro/a futuro segretario/a, prima che sulle bollette, esprimiti su una visione di partito. 

Pubblicato il 9 novembre 2022 su Domani

Pasquino: «Al Partito democratico servono idee, non nomi» #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

“Sto con Letta. Ha fatto bene a presidiare la piazza di Roma”

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna spiega che «il governo va contrastato con le idee, non con il cambio di segretario» e che quindi il problema del Partito democratico «non è accelerare i tempi del Congresso ma produrre delle idee». Secondo Pasquino «finora il dibattito è stato deludente» perché «i candidati parlano di politiche ma si tratta di ricostruire il partito dalle fondamenta» .

Professor Pasquino, Letta ieri ha scritto che l’opposizione sta contrastando le politiche del governo sull’immigrazione, ma a Catania c’è Aboubakar Soumahoro e non qualche dirigente del Pd. Trova che i dem stiano sbagliando strategia?

Il problema dell’immigrazione non riguarda i partiti o i dirigenti ma l’intero paese, e quindi chiunque sia al governo dovrebbe riuscire a coinvolgere l’opposizione. Il problema è che non abbiamo la soluzione in casa e che è un problema europeo. È l’unico caso in cui mi sento di dire che l’Ue porta una responsabilità pesante. Non riesco a immaginarmi un segretario di partito, peraltro dimissionario, che va li per risolvere la situazione. Anzi, farebbe solo peggio.

Dunque i politici che sono lì in questo momento sbagliano?

Sbagliano e penso che lo facciano solo per un po’ di popolarità e visibilità. Che Sinistra italiana abbia una posizione diversa dal Pd lo sappiamo, ma “accogliere tutti” non è la soluzione. Apprezzo la bontà di Soumahoro, ma la sua non è una soluzione politica.

Torniamo a Letta, che domenica è stato contestato alla manifestazione di Roma. Pensa abbia sbagliato ad andare?

Letta ha fatto benissimo ad andare per portare a quella manifestazione la posizione del Pd, che io condivido totalmente e che peraltro non tutti nel Pd condividono. Si è preso una responsabilità importante perché ci crede. Quella non è solo la sua posizione personale ma spero della maggioranza del partito. Non doveva lasciare la piazza agli equidistanti, che non fanno parte del Pd.

Eppure nelle stesse ore a Milano c’era un’altra manifestazione molto più vicina alle posizioni di Letta, non poteva andare lì come hanno fatto altri esponenti dem?

Bisogna andare dove c’è una posizione opposta o comunque diversa dalla tua, per testimoniarne l’esistenza. A Milano Calenda e Renzi avrebbero comunque controllato la manifestazione e messo Letta in una posizione difficile. Quella era una manifestazione molto vicina alla linea del Pd, è vero, ma proprio per questo Letta non avrebbe portato nulla di utile.

Il segretario dem ha auspicato ieri un’accelerazione sui tempi del Congresso, condivisa da Bonaccini. Crede che anche da questo passi un’opposizione più dura al governo Meloni?

Non penso, perché il governo va contrastato con le idee, non con il cambio di segretario. Il problema non è accelerare ma produrre delle idee. Finora il dibattito è stato deludente. I candidati parlano di politiche ma si tratta di ricostruire il partito dalle fondamenta. E bisogna sapere che tipo di partito si vuole costruire. Si vuole o no un partito socialdemocratico che riscopra il rapporto con i sindacati così da riportare indietro milioni di voti? In queste settimane non ho visto idee, solo persone che si candidano. L’unica che ha proposto qualcosa è Paola de Micheli, ma in generale il dibattito è cominciato male e non finirà bene.

La ricostruzione passa anche dal voto in Lazio e Lombardia: quale futuro vede per il Pd dopo il “caso Moratti”?

Non sono un astrologo ma è chiaro che in Lombardia la mossa di Renzi e Calenda fa perdere il Pd. Se il Pd aveva una minima possibilità di vincere, con Moratti che portava via voti al centrodestra, questa mossa invece lo farà perdere. Nel Lazio bisogna che Pd e M5S giungano a un accordo. Se Calenda e Renzi vanno su Alessio D’Amato, indeboliscono l’eventuale alleanza tra dem e grillini ma al tempo stesso la facilitano perché chiariscono le idee agli elettori. Ma Pd e M5S o si mettono insieme o rinunciano a vincere le regionali.

Pace: il racconto di due piazze

Due piazze: Roma e Milano, due concezioni di pace alquanto diverse. Nella piazza di Roma, più frequentata anche perché più accessibile geograficamente, il significato di pace era la cessazione del conflitto senza nessuna considerazione per la responsabilità della Russia di Putin e delle sue conseguenze: equidistanza. Nella piazza di Milano c’era più consapevolezza che, pacifisti o no, il compito prevalente e l’impegno di tutti dovrebbero tradursi nel riconoscimento dell’integrità territoriale dell’Ucraina e del suo diritto a difendersi dall’aggressione russa. Nella piazza di Roma, Conte, che si è espresso contro l’invio di armi all’Ucraina, è stato variamente applaudito. Il segretario del Partito Democratico Letta, favorevole a sostenere gli ucraini senza riserve, è stato variamente contestato. Nella piazza di Milano era visibile la presenza di Azione di Calenda e Renzi chiaramente schierati a sostegno degli ucraini e di Zelensky. Curiosamente, però, da entrambe le piazze erano state bandite le bandiere di partito come se agli elettori, agli italiani non si debba/possa fare sapere chiaramente che cosa pensano i partiti da loro votati.

Nelle piazze si esprimono prevalentemente, deliberatamente e consapevolmente le proprie emozioni. Infatti, soprattutto a Roma grande è stata l’esibizione di sentimenti da parte degli oratori e dei manifestanti. Dalle piazze non è né possibile né logico attendersi raffinate analisi strategiche e geopolitiche. Tuttavia, dopo molti mesi di guerra sulla quale non sono affatto mancate le informazioni di ogni tipo, ritengo che sia lecito condividere alcuni punti che non possono giustificare in nessun modo la tanto vantata equidistanza. Che la Russia abbia aggredito l’Ucraina non può essere messo in dubbio. Che l’Ucraina abbia diritto a difendersi dovrebbe essere condiviso da tutti. Che i negoziati potrebbero iniziare un minuto dopo la cessazione delle azioni belliche russe pare innegabile. Stupisce che pochi mettano in evidenza che l’Ucraina è una democrazia, per quanto, come molte democrazie, imperfetta, e che la Russia è un regime autoritario e palesemente oppressivo e repressivo.

   Coloro che sostengono l’esistenza di responsabilità dell’espansionismo della Nato e degli stessi ucraini dovrebbero interrogarsi, come fanno i polacchi e gli estoni, come hanno fatto i finlandesi e gli svedesi accedendo alla Nato, sulle conseguenze per l’Europa di un’eventuale vittoria russa. Porre la pace, intesa come cessazione del conflitto, al disopra di qualsiasi altra considerazione significa, l’avrebbe sicuramente detto il grande sociologo tedesco Max Weber, rinunciare all’etica della responsabilità anteponendo le emozioni all’uso della ragione. Passato il momento delle emozioni, preso atto di desideri non del tutto coincidenti e non egualmente accettabili, è augurabile che i dirigenti politici si adoperino con l’Unione Europea per una pace che ristabilisca e soprattutto rispetti i diritti degli ucraini aggrediti. Una pace giusta.

Pubblicato AGL il 7 novembre2022

VIDEO Anni interessanti Gianfranco Pasquino tra ricordi autobiografici e nuovi equilibri politici #Giovedìculturale @culturaesvilupp @UtetLibri @Treccani

In dialogo con Giorgio Barberis e Stefano Quirico, docenti dell’Università del Piemonte Orientale

Gianfranco Pasquino discuterà delle sue pubblicazioni più recenti:

Tra scienza e politica. Una autobiografia (UTET, Milano 2022)

Fascismo. Quel che è stato, quel che rimane (Roma 2022)

È raccomandata la prenotazione del posto al link:
https://culturaesviluppo.it/evento/incontro-con-gianfranco-pasquino/

Le inadeguatezze politiche e identitarie delle opposizioni @DomaniGiornale

Come reagire di fronte alle politiche del governo di destra-centro? (In)comprensibilmente, le opposizioni stanno già dando immediata prova della loro inadeguatezza. Il governo Meloni prosegue in alcune scelte preannunciate dal governo Draghi, ad esempio, il reintegro del personale sanitario NoVax (pochi medici molti infermieri e collaboratori vari), le opposizioni si esercitano sulla critica invece di portare elementi e dati a sostegno di una politica di maggiore cautela. Il governo mette in cima alle sue priorità l’ordine pubblico (gestione e conclusione senza violenza del rave party di Modena), le opposizioni spostano, anche giustamente, l’attenzione sulla marcia di Predappio da loro poco o nulla contrastata nel passato. Il governo Meloni emana decreti, le opposizioni con la coda di paglia non denunciano la decretazione d’urgenza su tematiche sulle quali è lecito chiedere il passaggio parlamentare e sfidare la compattezza della maggioranza. Non so se possono spingermi fino a ricordare a mio rischio e pericolo al Presidente Mattarella che i decreti debbono essere omogenei come materia e che l’omogeneità non può essere data dall’urgenza, peraltro dubbia e talvolta procurata ad arte. Le opposizioni che denunciano le politiche “identitarie” pensano, forse, che l’elettorato di Fratelli d’Italia e della Lega (l’identità di Forza Italia mi è sfuggita da tempo) non apprezzi esattamente gli elementi che fanno di quei due partiti qualcosa di molto lontano e molto diverso dal PD, soprattutto, ma anche, nell’ordine, dal Movimento di Conte e dalle Azioni (proto: al plurale!) di Calenda e di Renzi? E che siano proprio le pallide/issime identità delle opposizioni, a cominciare da quella del Partito Democratico, uno dei loro problemi, quasi il principale? In effetti, il problema principale delle opposizioni è che continuano nella loro campagna elettorale permanente stando nel loro recinto ovvero cercando strapparsi reciprocamente qualche spazio e qualche voto a futura memoria, criticandosi, invece di individuare i punti di contatto e di collaborazione possibile e facendo leva su di loro.   

Nelle sue diverse uscite pubbliche, la Presidente Meloni ha richiamato la sua maggioranza alla “compattezza e alla lealtà”. I numeri delle varie votazioni finora avvenute la hanno sicuramente confortata. Forse ha anche sorriso (cosa che agli arcigni oppositori, alcuni dei quali assolutamente privi di sense of humour non riesce proprio) di fronte all’attivismo in parte folkloristico in parte patetico di Salvini che corre sempre a dichiarare per primo. Il body language di Giorgia Meloni rivela una quasi assoluta sicurezza di essere in controllo della sua maggioranza. Vero: non è “ricattabile”. Vale la pena di perdere tempo e fiato per tentare di spingerla all’indietro in un passato che non fa fatica a dichiara che non le appartiene? Si guadagnano voti e si incrina la maggioranza con il richiamo di una storia che probabilmente la maggioranza degli italiani non conosce a sufficienza e certo reputa meno inquietante del prezzo del gas e del costo del carrello della spesa? No, il governo Meloni non cadrà e non cambierà linea leggendo i tweet di Letta, Conte e Calenda e neanche quelli del manovriero Renzi. In una democrazia parlamentare una opposizione intelligente sposta la battaglia nelle Commissioni e nelle aule del Parlamento. Si attrezza per il controllo di quello che il governo fa, non fa (sic), fa male e per la controproposta che farà ossessivamente circolare sui mass media grazie ai suoi intellettuali da talk show e nelle circoscrizioni elettorali grazie ai suoi molti parlamentari paracadutati/e.

Pubblicato il 2 novembre 2022 su Domani

Il reintegro dei medici no vax è uno scandalo. Pd e M5S dialoghino #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

«Le fibrillazioni, che sono differenze di opinioni qualche volta vere e qualche volta costruite ad arte, continueranno inevitabilmente, ma mi pare che meloni sia in grado di metterle sotto controllo»

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna, spiega che «nel governo ci saranno fibrillazioni» ma «l’unica fibrillazione della quale secondo me Meloni non vuole sentire mai più è quella legata all’amicizia tra Berlusconi e Putin». Sui primi provvedimenti del governo è netto: «il reintegro dei medici no vax è un segnale sbagliato e bruttissimo, è abbastanza scandaloso».

Professor Pasquino, il Consiglio dei ministri ha preso i primi provvedimenti su covid, giustizia e ordine pubblico. Pensa che siano misure necessarie e urgenti o il governo avrebbe dovuto occuparsi d’altro?

Credo che ci fossero certamente questioni più urgenti da affrontare, a partire dalle bollette dal tentativo di rimettere sotto controllo l’inflazione, che è assolutamente necessario. Ma tra le varie misure mi vorrei concentrare su un punto: il reintegro dei medici no vax è un segnale sbagliato e bruttissimo. Dirò di più. È abbastanza scandaloso. Questo provvedimento non andava preso.

Eppure il ministro della Salute, Orazio Schillaci, era a favore del green pass e di certo non è no vax. Non crede che queste misure siano state prese tenendo conto dei dati sul coronavirus?

 I dati dicono che il covid non è passato, continua a trasformarsi e ad avere tutta una serie di mutazioni e quindi dare quel tipo di segnale è sbagliato. Credo che da un lato Meloni voglia accarezzare una parte di elettorato che ha votato FdI; dall’altro vuole evitare che della tematica si appropri Matteo Salvini, che è un pirata. In terzo luogo c’è un altro elemento cruciale da tenere in considerazione, e cioè che evidentemente queste misure rispecchiano il pensiero di Meloni.

Crede che questo sarà un governo “law and order”?

Ci si può proporre di essere severi ma bisogna poi essere efficiente e giusti. Direi giustamente efficienti. Non so se siamo preparati a questo ma certo il rave party di Modena bisognava prenderlo, controllarlo e regolamentarlo. Quando si arriva alla repressione violenta tutti in qualche modo sbagliano e sono contento che questo non sia accaduto. Ma tutti sanno che un governo di destra deve essere autorevole e qualche volta anche autoritario. Speriamo tuttavia che non ci siano eccessi.

Ha citato Salvini: pensa che questo governo soffrirà delle fibrillazioni tipiche di una maggioranza di coalizione o Meloni riuscirà a tenere la barra dritta?

Le fibrillazioni, che sono differenze di opinioni qualche volta vere e qualche volta costruite ad arte, continueranno inevitabilmente, ma mi pare che Meloni sia in grado di metterle sotto controllo. L’unica fibrillazione della quale secondo me Meloni non vuole sentire mai più è quella legata all’amicizia tra Berlusconi e Putin. In un governo di coalizione le fibrillazioni sono fisiologiche ma lei ricomporrà i dissensi, anche se chiaramente ne sarà innervosita. Di certo non accuso il destra centro di essere più fibrillante di altri governi. Il vantaggio è che Meloni è paziente e in saldo controllo dell’esecutivo. Per capirci, dopo questo governo non c’è un governo Berlusconi o un governo Salvini.

Dopo la carica della polizia alla Sapienza abbiamo assistito al raduno di Predappio e al rave di Modena, risolto pacificamente. Pensa che ci sia il rischio di un autunno caldo dal uno di vista sociale nel paese?

Diciamo che questo dipende dalle proteste che la sinistra non riesce a incanalare. La destra non avrebbe alcun vantaggio da un ipotetico surriscaldamento del clima. Ma attenzione, Meloni ha detto cose sbagliate sui giovani di destra, perché negli anni di piombo diversi giovani di destra furono picchiatori. Insomma , è meglio che non ricostruisca la storia. Di certo però non è suo interesse alimentare la violenza, visto che di solito questo viene associata al fascismo o al parafascismo.

Può partire proprio dalle questioni sociali l’opposizione della sinistra, che unisca Pd, Movimento 5 Stelle e magari il terzo polo su questi temi?

La risposta è difficilissima perché dipende da chi verrà eletto segretario del Pd e da cosa deciderà di fare Giuseppe Conte. Finora ha alzato molto i toni contro il Pd, ma magari decide che ha raggranellato quello che poteva e che sia sufficiente. La strategia della sopravvivenza direbbe che Pd e M5S devono trovare un accordo ma se entrambi vogliono cercare di umiliare l’altro non si va da nessuna parte. Una parte cospicua del Pd sta cercando di umiliare il M5S, che a sua volta sta emarginando il Pd.

Dopodomani Meloni volerà a Bruxelles: come sarà il primo approccio con le istituzioni europee, da lei più volte criticate?

Meloni sa che deve dimostrare di essere relativamente moderata ma anche esigente, perché è pur sempre il capo del governo di un paese importante. Sa che deve dimostrare di non essere antieuropeista ma pronta a ridefinire le politiche europee. Sa che deve comportarsi in maniera piuttosto diplomatica ma anche gli altri devono tenere conto di non essere di fronte a un’europeista della prima ora. Dall’altra parte la accoglieranno con curiosità e sarà un incontro di ricognizione. Immagino ci sia attenzione interessata e non solo pregiudiziale.

Tra due settimane la presidente del Consiglio sarà invece in Indonesia per il vertice del G20. Come crede che si muoverà a livello internazionale, in particolare modo nei rapporti con gli Usa?

Il problema non è l’alleanza di ora con gli Stati Uniti, che lei ha ribadito dicendosi atlantista, come da solco della tradizione politica italiana. Il problema è il futuro. Deve evitare rapporti con i trumpiani, che sono una banda pericolosa. L’intervento che ha fatto alla Niaf è stato buono ma bisogna tenere in considerazione che un’associazione piuttosto di destra. Insomma deve stare attenta a non spostarsi troppo verso quella direzione.

Pubblicato il 1 novembre 2022 su Il Dubbio