Dopo, non basterà l’autorevolezza di un uomo solo

Ad una gravissima emergenza spesso la risposta politica consiste nella richiesta e nell’imposizione di comportamenti consoni: disciplina, sobrietà, altruismo. Consiste anche nell’accentramento del potere decisionale in poche mani, addirittura una sola. La visibilità e il potere si accompagnano alla responsabilità. In democrazia chi ha acquisito il potere di decidere verrà chiamato a rispondere delle decisioni da lui prese. Può succedere anche in regimi non-democratici che ai decisori venga chiesto conto di quanto fatto, non fatto, fatto male. Non credo che Xi Jinping possa stare del tutto tranquillo. È sperabile che le indecisioni e qualche smargiassata di Donald Trump e Boris Johnson finiscano per pesare sul loro consenso politico.

Un’emergenza di lunga durata accompagnata dalla costante presenza di un solo decisore politico che, per carità di patria, non viene sottoposto a nessun controllo parlamentare e di un’opinione pubblica dispersa, potrebbe costituire un pericolo per la democrazia? Cittadini-elettori abituati al fatidico “uomo solo al comando” potrebbero affidarvisi anche una volta che l’emergenza sia terminata, soprattutto se grazie alle decisioni prese da quell’uomo? Non esistono situazioni comparabili a quanto succede oggi se non, oserei affermare, la rielezione (con procedure assolutamente democratiche) di Franklin D. Roosevelt in tempo di guerra, mentre Churchill, che pure aveva guidato la Gran Bretagna a una vittoria clamorosa, perse le prime elezioni di pace.

Non è, comunque, della caduta della democrazia che stiamo parlando come conseguenza dell’accentramento del potere e dell’accresciuta visibilità del governante. Piuttosto pare giusto interrogarsi se l’opinione pubblica, una volta superata l’emergenza nel silenzio della politica, dei leader di partito, dei rappresentanti, del Parlamento, non diventi disponibile a credere che, per l’appunto, leader di partito, rappresentanti e Parlamento siano non solo inadeguati, ma anche inutili, se non addirittura controproducenti. Un uomo al vertice, non ostacolato da oppositori motivati dalla ricerca di vantaggi per i propri partiti e le proprie personali carriere, non rallentato da dibattiti parlamentari roboanti ma non apportatori di elementi concreti, non ingabbiato da lacci e lacciuoli burocratici, non obbligato a tenere conto di mass media spesso malamente politicizzati, farebbe funzionare il sistema politico meglio delle modalità democratiche finora esperite? Corrono alcune democrazie questo rischio? Lo corre la democrazia italiana?

Fino ad ora non è in questione la probabilità di scomparsa della democrazia. La preoccupazione, soprattutto in un regime democratico mai particolarmente brillante nel dibattito pubblico di idee e proposte, raramente capace di informare l’opinione pubblica e di valorizzare i pareri divergenti, riguarda proprio l’erosione degli spazi, la limitazione delle alternative, la propensione a seguire e accettare poche voci. Ipse dixit. Terminata l’emergenza e sconfitto il coronavirus ci saranno molte scelte difficili da fare. Si dovrà stilare una scala di priorità. Risorse scarse dovranno essere motivatamente assegnate a attività da privilegiare. Non basterà l’autorevolezza di un uomo solo. Soltanto una società che abbia mantenuto l’attenzione alle regole, alle procedure, alla necessità di un confronto potrà agire in maniera soddisfacentemente democratica. Meglio riflettervi già adesso.

Pubblicato il 18 marzo 2020 su huffingtonpost.it

 

Unità nazionale? Impossibile con questi politici senza storia #Intervista @ildubbionews

Una volta c’era Pertini. Oggi gli italiani non considerano migliori di loro le persone che li governano
Intervista raccolta da Giulia Merlo

“Gli italiani non sono popolo da sentimento d’unità nazionale”, taglia corto il politologo Gianfranco Pasquino. Professore ed editorialista, ha appena pubblicato per Utet “Minima politica. Sei lezioni di democrazia” in cui ripercorre la storia politica italiana e analizza il ruolo delle istituzioni.

Siamo uniti solo durante le partite della nazionale di calcio, quindi?

E quando vinceva la Ferrari, ma ormai è passato qualche anno. Battute a parte, gli italiani hanno sempre avuto scarsa percezione dell’unità nazionale, se questa viene intesa come uno stare tutti sulla stessa barca remando insieme con qualcuno che tiene il timone. Tra i politici, in particolare, vedo la tendenza a non volersi assumere tutti le stesse responsabilità. E allora il messaggio ai cittadini è quello di un “vorrei ma non posso” perché c’è sempre qualche buona ragione per dissentire.

Sarebbe auspicabile, invece, una sorta di governo di unità nazionale per far fronte all’emergenza di questi giorni?

Forse la sorprendo, ma le rispondo di no. Io credo che nel Paese debba esserci una condivisione nelle scelte, ma esiste un governo e anche una maggioranza. A partire dal premier Conte, è l’esecutivo che deve assumersi la responsabilità delle decisioni. Con l’opposizione si può discutere, ma bisogna che sia chiaro che, alla fine, deve essere il governo a decidere. E’ importante che si mantenga sempre la chiarezza dei ruoli.

Nella storia politica italiana, ci sono però stati politici capaci di instillare questo senso di unità. Prenda il presidente della Repubblica, Sandro Pertini…

Le caratteristiche di un leader emergono dalla sua storia, professionale ma soprattutto politica. Pertini è stato un grande politico, con una storia personale che è stata fondamentale per cementare il suo rapporto di fiducia con gli italiani. In questo senso parlo di superiorità della classe politica italiana della prima repubblica: quegli uomini e quelle donne avevano alle spalle una storia di resistenza e antifascismo, alcuni di loro erano stati eletti alla Costituente. I politici di oggi, invece, non hanno alcuna storia professionale o politica di rilevo, per questo gli italiani non li percepiscono come migliori di loro. Alcuni, c’è da dirlo, si mettono volontariamente sullo stesso piano della parte peggiore del Paese.

In questi giorni di emergenza, le voci più ascoltate sul fronte politico sembrano essere quelle dei sindaci. Perché?

Perché il politico più noto ai cittadini è regolarmente il loro sindaco, che conoscono di persona e hanno eletto con un sistema elettorale che personalizza la competizione. Inoltre, in Italia ci sono moltissimi sindaci capaci, che tengono un rapporto molto stretto coi loro cittadini, con le parti sociali ed economiche. Non mi stupisce che in questa fase di crisi emergano come punto di riferimento, anzi sono lieto per loro. Lo stesso fenomeno mi sembra emerga anche per il presidente dell’Emilia Romagna, Stefano Bonaccini, che viene da una vittoria epocale ed è percepito come riferimento della maggioranza emiliana.

Il Parlamento e i suoi componenti, invece, sembrano non fare lo stesso…

I rappresentanti parlamentari sono completamente scomparsi e questo è deprecabile. Ma la ragione è semplice: molti di loro sono stati paracadutati nei territori di candidatura, quindi non sono un punto di riferimento e non hanno alcun rapporto con chi li ha eletti.

Il governo, invece, riesce a essere più efficace?

Mi sembra che il premier Conte abbia capito di doversi assumere maggiori responsabilità. Del resto, è evidente che a lui piaccia moltissimo farsi ascoltare, argomentare le sue scelte e adora ripetere che è lui a possedere tutte le riflessioni adeguate per gestire la crisi.

Questa crisi insegnerà qualcosa agli italiani, dal punto di vista politico?

L’impressione è che i cittadini ora ascoltino con enorme attenzione i tecnici: il direttore della protezione civile, i medici dell’ospedale Sacco o dello Spallanzani per esempio. Mi sembra che si stia rafforzando l’idea che esistano tematiche importanti per la vita delle persone e che a gestirle debbano essere persone con competenze specifiche. Finita questa emergenza, il Paese si orienterà su donne e uomini che governino sulla base delle loro convinzioni ma soprattutto delle loro competenze. E questo è un dato positivo.

Nessuna tendenza verso il cosiddetto “uomo forte”?

Direi di no. Anzi, credo che dopo questa crisi passerà del tempo prima che la politica riacquisisca un ruolo rilevante. Se si potrà trarre una lezione da questa emergenza sanitaria, sarà che nessuno risolve i problemi da solo ma servono la responsabilità dei politici e la competenza dei tecnici.

Se l’unità nazionale esiste poco, anche quella europea sembra inesistente. E’ anche questa una lezione da imparare?

L’idea che l’Unione Europea sia responsabile di tutto ciò che va male è assurda. L’Ue siamo noi e i nostri governi e l’istituzione fa quello che può, ma sono i singoli stati ad essere riluttanti all’idea di condividere le decisioni. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen ha il difficile compito di fare sintesi tra esecutivi con posizioni estremamente diverse, molti dei quali sono europeisti a Bruxelles ma nel loro paese scaricano le colpe sull’Unione.

Insomma, l’Ue non poteva comportarsi in modo diverso, in questa crisi?

L’Ue ha reagito con una certa circospezione. Poteva essere più incisiva ma le serviva che gli Stati condividessero la responsabilità, invece tutti sono rimasti alla finestra in attesa. Anche l’Italia si è comportata in modo attendista, sperando che l’emergenza coronavirus non fosse così grave. Ora l’Ue sta facendo il possibile, ma sono i capi dei governi a doversi mettere a disposizione in modo totale.

Pubblicato il 12 marzo 2020 su Il Dubbio

Triste realismo

Lo so. Dovrei scrivere parole di orgoglio e di speranza. L’orgoglio: “stiamo affrontando con coraggio, con stoicismo, con senso civico, un’epidemia di dimensioni e di impatto devastanti. Ci stiamo riuscendo senza proteste, senza disordini, dimostrando un notevole livello di maturità e di disciplina”. Peccato che gli stranieri, non solo gli europei, non se ne rendano conto appieno e non apprezzino, come pure dovrebbero. La speranza: “questa fase difficile passerà, supereremo tutto, andremo avanti come abbiamo sempre saputo fare, nelle emergenze notoriamente gli italiani danno il meglio di se stessi”. So, anzi, sono convinto che ciascuna di queste frasi contiene elementi di verità, verificabili con il fact checking, ma vedo anche tentativi di autoconvincimento di qualcosa di cui non siamo affatto sicuri, come se, ripetendocelo, riuscissimo a farlo diventare vero.

Purtroppo, non solo a causa dell’isolamento sostanziale a cui, come molti, sono costretto, sto maturando opinioni diverse, credenze non del tutto prive di collegamenti con la realtà. Quello che comincia a preoccuparmi di più è che, certo con tutte le buone intenzioni di questo mondo, le “autorità” stanno illudendoci sul futuro che non mi pare proprio prossimo. Ascolto alcune frasi, troppo spesso ripetute, con fastidio crescente. Primo, no, non saremo mai più come prima. Il Coronavirus ci avrà più o meno sottilmente cambiati. Rimarranno timori e preoccupazioni, dovremo vivere con conseguenze che ancora non siamo in grado di prevedere e valutare, ma che è molto improbabile che cambino la nostra vita per il meglio. No, non torneremo più forti di prima. Al contrario, ci vorrà molto, moltissimo tempo soltanto per tornare faticosamente, dolorosamente al livello di prima. Avremo tanto da ricostruire, dal punto di vista materiale e da quello dei rapporti sociali. No, non abbiamo nessun elemento per sostenere che diventeremo tutti migliori. Non conosco ricerche che abbiano rilevato che, superati disastri come inondazioni (tsunami), terremoti, epidemie, le persone sono diventate migliori: in che cosa rispetto a quali parametri?

Infine, no, è molto improbabile che alla fine del Coronavirus riprenderemo a correre come affermano soprattutto i milanesi. Ne usciremo stremati, fisicamente e psicologicamente. Non avremo abbastanza energie per correre. Forse ci interrogheremo se “correre” significa effettivamente riprender(si) la vita; se quello che desideriamo è una vita di corsa piuttosto che di riflessione e di più accurata individuazione e selezione delle nostre preferenze. Alle riflessioni molti arriveranno lentamente trovando alimento in se stessi. Per altri, sarebbe bello che il percorso fosse loro indicato da un “predicatore” (ne servirebbe più di uno) capace di argomentare con parole opportune, senza retorica, come si costruisce una società giusta, non conformista, in grado di offrire eguaglianze di opportunità. No, quel predicatore non lo vedo (ma non voglio escludere che sia già fra noi).

Pubblicato AGL il 9 marzo 2020

M5S-Pd? La Liguria merita una coalizione governante. Pasquino spiega perché

I Cinque Stelle hanno l’obbligo di trovare un alleato, ma siamo cauti. Sarebbe prematuro fare dell’eventuale alleanza in Liguria il primo passo verso un blocco elettorale “organico”, pronto per le prossime elezioni nazionali. L’analisi di Pasquino

Il Movimento 5 Stelle, aveva garantito fin dagli esordi il suo fondatore, avrebbe presto ottenuto il 100 per cento dei voti. In pubblico sostenni platealmente che “no, non più del 97 per cento, poiché, oltre a me, indipendentemente, neppure i mie due figli l’avrebbero mai votato”.”

Poi, lentamente, ma in maniera largamente incompleta, non convinta e sicuramente inadeguata, molti nel Movimento hanno imparato che in una democrazia parlamentare, persino a prescindere dal sistema elettorale (nessuno dei quali, rassicuro i commentatori allarmisti perché incompetenti, porta a Weimar), è preferibile trovare alleati e fare coalizioni. Non è obbligatorio, ma chi non vuole e non sa farle paga logicamente e giustamente un prezzo.

Finora nelle elezioni regionali, i Cinque Stelle alleati non ne hanno cercati e sempre meno voti (ma il trend è nazionale) hanno trovato. Con altre imminenti elezioni regionali sono adesso costretti a decidere se intendono scomparire dalle assemblee regionali circondati da un alone di soffusa purezza, la quale, però, priva di rappresentanza politica molti dei loro attuali e potenziali elettori, oppure formulare con chiarezza una o più proposte alternative. Meglio non affidarsi a Beppe Grillo, neppure nella sua regione. Quella sua intimazione “fidatevi di me”, che travolse l’esito delle primarie pentastellate per imporre la sua candidata al Comune di Genova, non condusse ad un esito propriamente eclatante.

Dal momento che il centro-destra si presenterà tutto a sostegno del suo candidato (naturalmente, nessuno può pensare che l’incumbent, il Governatore in carica, sia sostituibile senza pagare pegno), per ribaltare il pronostico, i Cinque Stelle hanno l’obbligo di trovare un alleato (scriverei anche “possente”), ma poi, dovendo individuarlo nel Partito Democratico mi accorgo immediatamente che esagererei). Il PD non può che dichiararsi disponibile a determinate, poche e chiare, condizioni programmatiche. Aggiungerei subito la cautela di non fare dell’eventuale alleanza in Liguria il primo passo verso un blocco elettorale “organico”, pronto per le prossime elezioni nazionali. Sarebbe prematuro dichiararlo. Potrebbe essere controproducente. Se si voterà con una legge proporzionale, meglio se non obbrobriosa, non sarebbe neanche necessario. Il problema, semmai, questo sì inevitabile, consiste nello scegliere il candidato per la Presidenza della Regione. Dovrebbe essere portatore di un valore aggiunto, vale a dire in grado di raggiungere elettori che, altrimenti, non voterebbero né le Stelle né i Democratici.

“Se sapessero (e volessero, Covid-19 permettendo) farle in maniera decente, suggerirei lo strumento delle primarie, quelle “cartacee” nelle quali gli elettori camminano fino alle urne e le schede possono essere contate e ri-contate. Altrimenti, in partenza né i Cinque Stelle né i Democratici dovrebbero porrebbe veti, ma neanche far circolare candidature “ballons d’essai” per farsele bocciare e poi contrattare il loro second best. La trasparenza serve ad informare gli elettori e ottenere spazi sui media. Concludo affermando senza se senza ma che per governare una Regione è utile candidare qualcuno che abbia già dimostrato di avere qualche competenza politica e amministrativa. Non sto chiedendo troppo. Mi pare il minimo (non sindacale, ma politico).

Pubblicato l’ 8 marzo 2020 su formiche.net

Il confronto tra banco e Pd nel mare della sinistra #sardine #FormicheRivista @formichenews

In FORMICHE RIVISTA n. 156
Politica in movimento. Sardine, grillini e non solo. Una radiografia
pp. 15 16

 

I movimenti nascono quando una società è viva e quando l’insoddisfazione nei confronti del suo funzionamento e di quello della sfera politica è altrettanto viva e vivace. La fase di effervescenza vede il mobilitarsi di alcuni/molti settori di quella società intorno ad una tematica generale che non ha bisogno di essere né precisata né declinata. Ci si trova insieme, si sta insieme, si agisce insieme poiché esiste un idem sentire. In qualche situazione, il mobilitatore è un leader già noto, subito riconoscibile. È stato il caso di Beppe Grillo che poteva utilizzare/sfruttare non soltanto la sua notorietà, ma anche le sue doti di comico e attore. In altre situazioni, la mobilitazione può prendere le mosse dalla critica nei confronti di un “nemico”, lui sì molto noto e anche controverso: Matteo Salvini. Anche il Movimento 5 Stelle individuò/trovò rapidamente il suo nemico: la Casta (strada spianata da non pochi giornalisti italiani) e contro la Casta ha costruito gran parte della sua fortuna politica e elettorale.

Le Sardine hanno usato il (loro) nemico principalmente per connettersi, per espandersi, per frequentare le piazze, per lanciare messaggi di politica seria e sobria. Non “seria” (a volte scherzosa, più spesso sarcastica), non sobria, ma sopra le righe e gridata, anche volgare (talvolta consapevolmente, talaltra per incapacità di fare diversamente) è stata la politica di Grillo e dei Cinque Stelle. Indossato la cravatta, i Cinque Stelle “di governo”, hanno cambiato di pochissimo il lessico, togliersi la cravatta, per i Cinque Stelle “di lotta”, significa tornare al popolo proprio mentre questo “popolo” se ne sta andando, con la sua solo parzialmente diminuita irritazione, ferma restando la sua insoddisfazione.

In una certa misura, il Movimento 5 Stelle s’è fatto, proprio come indicato più di quarant’anni fa da Francesco Alberoni, istituzione. In maniera riluttante, dimenandosi fra contraddizioni, respingendo le responsabilità, sostenendo di volere mantenere un’impossibile purezza (di cosa? di comportamenti? si può; di solitudine? impossibile), i Cinque Stelle sono entrati nel vortice del governo, in qualche modo, “istituzionalizzandosi”. Non del tutto a loro insaputa, ma non sapendo come “difendersi” dagli imperativi delle scelte da fare e non fare. Nella loro fase di movimento, le Sardine stanno raccogliendo insoddisfazione che incanalano verso la sinistra mirando soprattutto a svegliarne i dormienti e a raggiungerne le sparse membra.

Se i Cinque Stelle dicono di non essere né di destra né di sinistra (ma “confusi” nello schieramento sociopolitico), le Sardine nascono, stanno, nuotano, si muovono nella sinistra, quella non partitica non organizzata non ufficiale. La smuovono? In Emilia-Romagna in parte sì. Altrove lo si vedrà. Privi di un capo fanno affidamento sui quattro promotori. Nella misura in cui si estendono incontrano problemi di composizione di diversità, non di conformismo. Da più parti si chiede loro il passo dell’istituzionalizzazione. Difficile da compiere, ma qualche rafforzamento organizzativo è nelle cose/nelle corde, questo passo sembra prematuro. Il futuro è solo in parte nelle loro mani. Dipende dalle scadenze elettorali e, soprattutto, dipende dal campo della politica, del PD e delle sinistre. Debbono chiedere apertura e valutare le modalità e le possibilità di inclusione, senza farsi disgregare e/o fagocitare.

Con energia e intelligenza, approfittando delle circostanze favorevoli, Grillo si creò un grande spazio, lo colmò, lo sfruttò. Parte della spazio a sinistra è occupato da un attore, il PD, tutt’altro che “movimentista” e che non si è mai neppure mostrato disponibile ad aperture. La sfida incombente riguarda entrambi: le Sardine e la piccola, ma astuta, casta dei dirigenti del PD. Contaminazione fu la disattesa parola chiave dei fondatori del Partito Democratico. Andare oltre è oggi indispensabile verso la “circolazione” di chi dirige, anche per garantire alle Sardine che verranno l’agibilità politica che serve a ridurre l’insoddisfazione e a incoraggiare l’azione. Se no, mare aperto.

 

Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza Politica. Di recente ha pubblicato Minima Politica. Sei lezioni di democrazia (UTET 2020) e Italian Democracy. How It Works (Routledge 2020).

Diseguaglianze e opportunità nell’era della globalizzazione #intervista @CdT_Online

Intervista raccolta da Osvaldo Migotto

Il politologo Gianfranco Pasquino, domani a Lugano per una conferenza, vede grandi sfide per le nuove generazioni
La scalata sociale oggi appare più difficile che in passato ma il meccanismo varia da Paese a Paese – Fondamentale resta il ruolo della cultura

Domani, giovedì 5 marzo, alle 18 Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica dell’Università di Bologna, terrà alla Biblioteca cantonale di Lugano una conferenza organizzata dal Club Plinio Verda. Tema della serata: «Diseguaglianze: precisazioni, problemi, proposte». Lo abbiamo intervistato.

Professor Pasquino, la sua conferenza a Lugano apre un ciclo di incontri dal titolo «Luci e ombre della globalizzazione». Vista la situazione economico-sociale in Europa, nella globalizzazione lei vede più luci o più ombre?

La globalizzazione di per sé produce notevoli opportunità, ma contiene anche grandi sfide, per cui bisogna sapersi organizzare per sfruttare al massimo le opportunità. Una delle sfide dipende dal fatto che l’economia finanziaria è molto più veloce delle capacità di reazione finora mostrate da Parlamenti e da Governi. I capitali sono inoltre molto più forti di ciascun singolo Stato. Anche gli Stati Uniti sono esposti a questo rapido movimento di capitali, per cui la risposta a questa sfida dovrebbe essere sovranazionale, ma qui si presenta un problema.

Nel senso che non esistono istituzioni sovranazionali in grado di gestire tale sfida?

Non esistono istituzioni in grado di gestire tutta la situazione. In alcuni casi è stato invece possibile gestire singole sfide, come ha mostrato ad esempio la Banca centrale europea. Anche i vari commissari dell’UE hanno saputo imporre a Google di smetterla di operare in regime di monopolio, di pagare le tasse e via dicendo. Si tratta dunque di una sfida in corso.

Misuriamo l’andamento economico di un Paese in base alla crescita del PIL (Prodotto interno lordo), quale strumento va usato per misurare le diseguaglianze?

Alcuni strumenti esistono e vengono usati dalle Nazioni Unite. Viene ad esempio misurata la salute dei cittadini e il livello d’istruzione. Quello che non possiamo misurare con precisione è la felicità delle persone. Però anche qui stanno emergendo delle possibilità di misurazione e quindi riusciamo ad andare oltre il PIL. Va però precisato che, se il PIL non cresce, tutte le altre misure di cui ho parlato sono insoddisfacenti.

Crede che la scalata sociale sia più facile oggi, ai tempi della globalizzazione, o nei decenni che l’hanno preceduta?

Su questo i dati sono abbastanza concordi, ossia oggi è più difficile passare da situazioni di relativo disagio a situazioni di grande soddisfazione lavorativa, culturale e così via. Non direi che questo meccanismo si sia interrotto del tutto, però bisogna verificare Paese per Paese. Nel caso italiano le speranze di chi aveva vent’anni negli anni Sessanta e di chi ha vent’anni oggi sono molto diverse. Le aspettative oggi sono molto meno ottimistiche.

In Europa molti giovani cercano di far fruttare all’estero quella formazione universitaria o di altro tipo che in casa propria non ha permesso loro di trovare un lavoro adeguato. È anche questa una via per aggirare le diseguaglianze?

Il poter girare il mondo alla ricerca di un lavoro che piace rappresenta uno degli aspetti positivi della globalizzazione. In questo modo è inoltre possibile aggirare le diseguaglianze in quanto ci sono dei Paesi più aperti al merito, al talento e alla voglia di fare e Paesi dove invece è meno facile far valere queste doti personali. Il paradosso è che il Regno Unito era molto aperto su questo fronte e ora con la Brexit finirà per chiudersi e per questo pagherà un prezzo. L’Italia invece è sempre stata molto meno dinamica come società.

Chi ha alle spalle una famiglia benestante può contare su una migliore formazione scolastica e su conoscenze che facilitano l’inserimento nel mondo del lavoro. Oggi questi vantaggi creano più che in passato un fossato tra giovani fortunati e giovani meno fortunati?

Se la società è statica le risorse che possiede la famiglia sono molto più importanti che in passato. Però bisogna fare molta attenzione all’elemento culturale, perché qui vi sono delle differenze importanti anche tra famiglie con lo stesso livello di reddito. Se in una di queste famiglie vi è grande disponibilità a investire in cultura, ossia se vi sono molti libri in casa, vi sono anche maggiori opportunità per i figli. Se al contrario una famiglia è ricca e ha anche delle relazioni, ma non riesce a diffondere la cultura, si troverà in una situazione meno favorevole. Per cui l’elemento culturale è quello più incisivo nel favorire lo sviluppo di una società.

Che legami vede tra partiti populisti e giovani?

I giovani mi sembrano più inclini ad essere dinamici e a cercare soluzioni, mentre i partiti populisti alla fine sono conservatori nel senso che vogliono mantenere quello che hanno all’interno dei loro confini.

Pubblicato il 4 marzo 2020 sul Corriere del Ticino

INVITO Diseguaglianze: precisazioni, problemi, proposte #Lugano #5marzo

Giovedì 5 marzo 2020 ore 18
Sala Tami - Biblioteca cantonale di Lugano
Viale Carlo Cattaneo 6

La Biblioteca cantonale di Lugano
ha il piacere di invitarla alla serata sul tema

Diseguaglianze: precisazioni, problemi, proposte

Incontro con Gianfranco Pasquino
In collaborazione con il Club Plinio Verda, nell’ambito del ciclo
“Luci e ombre della globalizzazione”.

Interverranno:
Gianfranco Pasquino
Professore Emerito di Scienza Politica nell’Università di Bologna
Franca Verda Hunziker
Giornalista e membro del Comitato del Club Plinio Verda
Stefano Vassere
Direttore della Biblioteca cantonale di Lugano

A volte le diseguaglianze sono differenze, anche auspicate e positive. L’unica eguaglianza indispensabile è quella di fronte alla legge, che contempla i diritti civili e i diritti politici. Dobbiamo preoccuparci non delle diseguaglianze economiche ma delle diseguaglianze di opportunità. Quando le diseguaglianze economiche, che è sbagliato ascrivere in toto agli effetti della globalizzazione, si traducono in diseguaglianze di potere politico, allora è necessario intervenire, e ne va della democrazia. La buona politica costruisce e ricostruisce eguaglianze di opportunità. I cittadini interessati, informati, partecipanti danno vita alla buona politica, la fanno funzionare, la trasformano e la migliorano.

Biblioteca cantonale di Lugano
091 815 46 11
bclu-segr.sbt@ti.ch
www.sbt.ti.ch/bclu

Le diseguaglianze e la qualità della democrazia @laregione @laR_Lugano

Intervista raccolta da Ivo Silvestro

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica a Bologna, sul futuro delle democrazie confrontate con crescenti disuguaglianze economiche

“Diseguaglianze: precisazioni, problemi, proposte” è il titolo della conferenza che Gianfranco Pasquino, professore Emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, terrà giovedì 5 marzo alle 18 alla biblioteca cantonale di Lugano. L’incontro apre il ciclo “Luci e ombre della globalizzazione” del Club Plinio Verda.

Professor Pasquino, in democrazia siamo tutti uguali – per quanto riguarda diritti civili e politici, mentre le disuguaglianze economiche non sarebbero un problema. Ma una persona molto ricca non ha, anche politicamente, più potere degli altri cittadini?
Sicuramente: senza uguaglianza di diritti civili e politici non possiamo parlare di democrazia, ma possiamo parlare di democrazia di fronte a diseguaglianze economiche.
Tuttavia queste disuguaglianze economiche possono avere un impatto sulla democrazia, sulla qualità della democrazia. Una democrazia in cui i ricchi possono “comprarsi le elezioni” evidentemente è una democrazia che valutiamo negativamente rispetto a una democrazia in cui tutti i cittadini hanno quasi lo stesso potere politico: l’obiezione quindi non è tanto verso coloro che diventano ricchi, ma alla loro capacità di influenzare le politiche che a loro volta favoriranno ancora di più i ricchi. Questa situazione sta diventando intollerabile in alcuni Paesi, iniziando dagli Stati Uniti.

Spesso si sente dire che non è un problema se i ricchi diventano più ricchi – se al contempo i poveri diventano meno poveri. Insomma, le disuguaglianze economiche non sarebbero di per sé un problema.
Il problema è come i ricchi usano le loro risorse per proteggere la loro posizione, per accrescere la loro ricchezza e per controllare il potere politico: questo è un cardine del liberalismo che nasce per dire che ogni uomo, e ogni donna, ha un voto e questo voto conta allo stesso modo. Ma nel momento in cui chi ha più soldi riesce a comprare i voti, riesce a comprare le decisioni degli eletti, nella democrazia entra una discriminazione economica molto dannosa e che incide sul principio dell’eguaglianza politica dei cittadini.

Dovremmo quindi pensare a una incompatibilità tra capitalismo e democrazia? Perché sembra che o il capitalismo fagocita la democrazia, oppure la democrazia impone pratiche redistributive della ricchezza.
Finché il capitalismo rimane competitivo è compatibile con la democrazia – che a sua volta deve essere competitiva, perché se c’è un unico capitalista e c’è un unico governante non siamo più in una democrazia.
La compatibilità quindi c’è, ma c’è anche una forte tensione perché i capitalisti cercano naturalmente di arricchirsi, e di controllare il potere politico affinché non proceda a quella ridistribuzione di cui lei parlava. D’altro canto la democrazia deve basarsi sul potere dei numeri, sulla costruzione di maggioranze popolari.
Il conflitto c’è, e non può che essere risolto attraverso maggioranze che si formano intorno a una certa idea di democrazia, a una certa idea di sistema economico, a una certa idea di società in cui ci sia un minimo di ricerca di uguaglianza, un minimo di opportunità per tutti.

In concreto, cosa dovremmo fare? Impedire alle persone di arricchirsi troppo?
La democrazia non deve porre alcun limite all’arricchimento. La democrazia, o meglio i democratici, intervengono nel momento in cui quei soldi vengono utilizzati per manipolare le elezioni, per influenzare la politica a proprio vantaggio.
Quindi se mi chiede se deve esserci un limite all’arricchimento, la risposta è no. Ma ci devono essere limiti all’uso di quei soldi, quindi una legge vera sul conflitto d’interesse, una legge vera sul finanziamento della politica.

Democrazia e disuguaglianze economiche possono quindi coesistere con regole serie.
Regole serie e severe. Il potere economico non deve controllare il potere politico e a sua volta il potere politico non deve controllare il potere economico. Devono essere in competizione tra di loro, però con delle regole che stabiliscono che non possono esserci dei vincitori per sempre, che i vincitori non possono opprimere coloro che perdono.

Persone molto ricche possono influenzare la società al di là della politica. Un amante del jazz potrebbe finanziare scuole e festival solo  di questo genere, penalizzando rock e classica. L’esempio può apparire banale, ma se lo applichiamo anche all’arte, alla letteratura, al cinema le (legittime) preferenze di pochi possono cambiare una società.
Con il finanziamento di queste attività lei pone un caso molto interessante. Ma se il sistema è competitivo, ci saranno altri ricchi che finanzieranno altre attività, in competizione. E anche per i cittadini ci sono possibilità, attraverso il cosiddetto crowdfunding, di finanziare a loro volta certe attività culturali.
Se avviene in maniera trasparente e in una situazione di competizione, il finanziamento di attività culturali non pone problemi.

La competizione è quindi essenziale.
Sì. Pensiamo alle primarie democratiche negli Stati Uniti. In corso ci sono dei milionari e non è affatto detto che Michael Bloomberg riuscirà a vincere. Finché c’è una situazione competitiva, c’è la possibilità di tenere sotto controllo: una volta ottenuta la nomination e magari anche diventato presidente, ci dovrà essere una legge sul conflitto d’interesse.

Il suo intervento apre il ciclo ‘Luci e ombre della globalizzazione’. In tutto questo discorso, la globalizzazione che ruolo ha?
Innanzitutto la globalizzazione è un fenomeno in corso, per cui possiamo valutarla in questo momento ma sappiamo che non possiamo fermarla – e non dovremmo neanche.
Ha prodotto arricchimento in zone del mondo che erano molto povere, a iniziare dalla Cina ma non solo. Ha prodotto una crescita di disuguaglianze ma l’uscita dalla povertà di milioni di persone. È quello che diceva all’inizio: se i ricchi diventano più ricchi ma al contempo i poveri diventano meno poveri, va benissimo – entro certi limiti, naturalmente.
La globalizzazione ha prodotto tutto questo e adesso però ci rendiamo conto che abbiamo bisogno di poter controllare come la ricchezza si va formando, di strumenti per impedire ad esempio che le corporation vadano in cerca di paradisi fiscali.

Strumenti sovranazionali: ma ci sono istituzioni internazionali che possano farlo?
L’Unione europea qualcosa sta facendo. Il resto ovviamente viene affidato a organizzazioni internazionali, alcune hanno sufficienti poteri altre non ancora. Ma certo la globalizzazione richiede un governo mondiale, o quantomeno misure prese a livello di Nazioni unite che cerchino di mitigare l’impatto che alcuni aspetti della globalizzazione sta avendo. Noi adesso stiamo parlando di ricchezza, di soldi, ma dovremmo parlare anche di clima e di commercio internazionale: quello che Trump sta facendo a livello di dazi è molto negativo, a livello di controllo delle ricchezze e delle diseguaglianze.

Ultima domanda: sul futuro  della democrazia è più ottimista o più pessimista?
Se guardo a quello che è già successo, sono relativamente ottimista. Negli ultimi trenta-quarant’anni il numero di regimi che possiamo ragionevolmente ritenere democratici è cresciuto. Siamo passati grosso modo da una trentina di democrazie a novanta democrazie. C’è una spinta alla creazione di regimi democratici.
Ma al contempo vediamo in alcuni contesti erosioni delle regole democratiche, pensiamo a Orbán che in Ungheria cerca di controllare la stampa…

Quella che lui chiama ‘democrazia illiberale’.
Certo, ma se mi capiterà lo dirò sicuramente durante la conferenza: la democrazia illiberale non esiste. Senza i principi del liberalismo la democrazia non esiste.

Pubblicato il 4 marzo 2020 su laregione.ch

Coesione nazionale nel rispetto dei ruoli

Quale è il modo migliore per affrontare un’emergenza grave come un disastro naturale di grandi dimensioni o un’epidemia, come quella causata dal coronavirus, che colpisce le zone più sviluppate dell’Italia e minaccia di danneggiare fortemente l’economia del paese? Secondo Matteo Renzi e Matteo Salvini l’inizio della soluzione si trova nella sostituzione del governo in carica (per Renzi deve soprattutto andarsene Conte) con un governo di unità nazionale, seguito appena possibile, secondo Salvini, da nuove elezioni. La proposta, interpretata come si deve, cioè, da un lato, strumentale, dall’altro, opportunistica, non ha trovato praticamente nessuna sponda. Se davvero l’opposizione, con Salvini che ne è il capo non ufficiale, e Renzi che svolge il ruolo di guastatore interno alla maggioranza, intende contribuire al superamento dell’emergenza, ha due notevoli possibilità. Primo: adoperarsi per migliorare le soluzioni proposte dal governo, mai sabotandole, ma appoggiandone attivamente l’attuazione concreta. Secondo: ridurre il livello del conflitto politico mandando il messaggio di responsabilità e coesione che più conta per l’immagine dell’Italia in Europa e nel mondo. Forse è utile aggiungere che qualsiasi crisi di governo nell’attuale situazione avrebbe conseguenze esiziali. Costerebbe tempo e denaro rendendo inevitabilmente più complicati gli interventi necessari che i ministri in carica e le autorità della Protezione civile stanno mettendo in pratica sulla base di conoscenze acquisite non immediatamente e facilmente trasferibili. Se esistessero personalità politiche e scientifiche nei ranghi dell’opposizione in grado di offrire effettivamente conoscenze che l’attuale governo non ha, nulla osta che lo facciano in nome del senso dello Stato e dell’appartenenza alla comunità italiana. Non è comunque in questa direzione che sembra andasse la richiesta/ proposta di governo di unità nazionale. Forse è già tramontata e sarebbe opportuno dimenticarla se non fosse che non è affatto da escludere che ritorni a galla. Infatti, tanto Matteo Salvini quanto Matteo Renzi continuano ad avere bisogno di visibilità politica per non essere oscurati dalla struttura della situazione nella quale tutti, meno i quotidiani e gli editorialisti della destra, inevitabilmente guardano con speranza a quello che il Presidente del Consiglio Conte e il suo governo fanno. Criticare fermamente e respingere la proposta di governo di unità nazionale serve a evitare che sia soltanto spinta sotto il tappeto e rimanga pronta ad essere resuscitata. Nelle emergenze il protagonismo di alcuni non è mai positivo quando serve solo obiettivi personalistici. Nelle emergenze deve essere potenziata l’azione delle istituzioni, in questo caso il governo e il suo capo con i loro collaboratori specializzati. Superata l’emergenza a tutti sarà chiesto di assumersi la responsabilità di quanto fatto, fatto male, non fatto. In trasparenza senza confusione di ruoli.

Pubblicato AGL il 29 febbraio 2020

Politica, intervista a Gianfranco Pasquino @FuturoEuropa

Intervista raccolta da Maurizio Donini

Gianfranco Pasquino (1942), torinese, laureato in Scienza politica con Norberto Bobbio si è specializzato in Politica Comparata con Giovanni Sartori. Professore di Scienza politica nell’Università di Bologna dal 1969 al 2012, è stato nominato Emerito nel 2014. Ha insegnato cinque anni (1970-1975) alla Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” di Firenze, alla School of Advanced International Studies di Washington, D.C., alla Harvard Summer School, all’Università di California, Los Angeles. È stato Fellow di ChristChurch e St Antony’s a Oxford ed é Life Fellow di Clare Hall, Cambridge. Attualmente è Senior Adjunct Professor of European and Eurasian Studies alla Johns Hopkins University SAIS Europe di Bologna. Fra i fondatori della “Rivista Italiana di Scienza Politica”, ne è stato Redattore Capo dal 1971 al 1977 e condirettore dal 2000 al 2003. È anche stato Direttore della rivista “il Mulino” dal 1980 al 1984. Condirettore, insieme a Norberto Bobbio e Nicola Matteucci del Dizionario di Politica (UTET 2016, 4a) di cui ha scritto una trentina di voci, fra le quali “Governi socialdemocratici” e “Rivoluzione“. Co-curatore dello Oxford Handbook of Italian Politics (2015) e autore di Italian Democracy. How It Works (2020) . Già Senatore della Sinistra Indipendente dal 1983 al 1992 e dei Progressisti dal 1994 al 1996, è socio dell’Accademia dei Lincei.

Le recenti elezioni regionali con la sconfitta di Salvini hanno al momento rafforzato il governo Conte, il pericolo è scampato o viste le tensioni con Itala Viva di Renzi il percorso sarà ancora irto di ostacoli?

Sono contento che “le elezioni del secolo” si siano svolte in Emilia-Romagna e del risultato che ne è conseguito, perché se avesse perso la sinistra di Bonaccini ci sarebbe stato un rimbalzo molto forte e sgradevole. Viceversa ha perso Salvini e il governo ha ripreso la sua dinamica, è un esecutivo sostenuto da due partiti più alcune componenti come LEU e Italia Viva, che non sono molto vicine in termini politici. Queste forze hanno aspettative diverse e le persone che ne fanno parte provengono da percorsi diversi, questo porta alla nascita di vari problemi. Purtroppo Renzi possiede una innata capacità di intralciare, danneggiare, sabotare, l’attività di governo; e lo fa perché ha bisogno di spazio e visibilità, ha necessità di interviste, è una vera e propria mina vagante, difficile capire se voglia fare cadere il governo o meno. Non credo sia nel suo interesse, ma già in passato ha commesso errori di questo tipo e non posso escludere che non li commetterà adesso. Farlo ora sarebbe molto grave, perché in caso di elezioni anticipate vorrebbe dire consegnare il paese a Salvini e al centro-destra, anche se in termini non così ampi come loro credono. Questo a meno che Salvini non commetta errori in campagna elettorale, come ha fatto anche recentemente. A maggior ragione bisogna evitare che vinca prima dell’elezione del prossimo Presidente della Repubblica. Il governo dovrebbe quindi durare fino a gennaio 2022, e penso sia un obiettivo conseguibile.

Già in passato, in occasione degli incontri in Nomisma con il Cattaneo riguardo passate elezioni, lei sosteneva che l’Emilia-Romagna sia un caso particolare nel panorama italiano. Alla luce di questa considerazione possiamo presumere che ci sia una ripresa nazionale della sinistra o siamo di fronte a una vittoria limitata alla situazione particolare dell’Emilia-Romagna?

L’Emilia-Romagna continua a rimanere un caso a sé stante, così come Bologna, non mi pare ci siano i motivi per cambiare idea, ma si possono individuare alcuni elementi importanti. Il primo punto è che laddove il PD si apre ad apporti esterni, che possono convergere su una persona, in questo caso il Presidente Bonaccini aveva lavorato bene, gli si riconoscono doti di onestà e competenza. Ora bisogna trovare qualcuno a livello nazionale che sia capace di amministrare, in maniera onesta, rigorosa, vigorosa, posso citare il caso di Zingaretti che è segretario, ma non parlamentare. Quindi per le prossime elezioni bisognerebbe arrivare ad avere un partito aperto e inclusivo. Trasportare “semplicemente” il modello Emilia-Romagna a livello nazionale mi pare sbagliato. Bisogna agire a seconda delle elezioni, non esportare il modello.

Il Movimento delle Sardine forse non ha portato voti nuovi, ma ha riportato alle urne elettori che si erano disaffezionati e non votavano più. Anche questo è un fenomeno limitato all’Emilia-Romagna o può avere una valenza nazionale in futuro?

Nella misura in cui le Sardine capiranno che devono operare di volta in volta laddove si aprono opportunità, possono essere importanti e a volte anche decisive. Nel caso dell’Emilia-Romagna hanno certamente portato ai seggi persone che altrimenti non sarebbero andate a votare. Questo può succedere anche altrove, che poi possano risultare decisive a livello nazionale è complicato dirlo. Bisognerà vedere come si arriverà alle elezioni, come si presenteranno, che tipo di organizzazione riusciranno a darsi, se con una loro lista e un simbolo specifico. Oppure se vogliono limitarsi a dare indicazioni di voto zona per zona, identificando candidati del centro-sinistra da sostenere. Questo è tutto da verificare. Sarebbe sicuramente utile che la legge elettorale consentisse di dare almeno una preferenza, in questo caso si potrebbe indicare di volta in volta la persona giusta da votare. Votando questa persona automaticamente si voterebbe il partito della sinistra che rappresenta.

Lei pensa che il Movimento delle Sardine possa avere un futuro e non sia destinato a spegnersi in breve tempo?

La possibilità di un futuro esiste, ma il futuro va creato, e quindi devono capire come vogliono organizzarsi, perché una struttura se la devono dare. In altri contesti direi che si deve iniziare dalle elezioni locali. Ci sono quattro elezioni regionali che stanno arrivando, potrebbero provare a rimettersi alla prova. Cercare di capire se possono trovare le persone giuste, puntando a quello che tecnicamente viene chiamato processo di istituzionalizzazione. Andare subito alle elezioni nazionali mi pare complicato, ma tutto questo è ovviamente affidato alla loro capacità di mettere insieme le sparse membra della sinistra.

Le Sardine potrebbero ipoteticamente raccogliere l’eredità del primo Movimento 5 Stelle che si sta disfacendo?

Potrebbero sì, ma in realtà il Movimento 5 Stelle non è partito come le Sardine. Nacque grazie a e con un leader che era Beppe Grillo. I loro quattro coordinatori sono indubbiamente persone con delle capacità, ma mentre il Movimento 5 Stelle è partito dall’alto, loro hanno preso il via dal basso. Riuscire quindi anche a darsi una leadership visibile è un problema, Grillo raccoglieva insoddisfazione a tutto campo, da sinistra a destra. Le Sardine raccolgono i malesseri della sinistra, per cui il loro bacino è più contenuto. Sarei quindi molto cauto nel paragone, anche se hanno certamente dei margini di crescita, mentre il Movimento 5 Stelle è in chiara discesa.

Lei è stato uno dei propugnatori della legge sul conflitto di interessi che non ha mai visto la luce, alla luce del caso Berlusconi a suo tempo, ma anche Casaleggio recentemente, ne vedremo mai la nascita?

Temo di no, perché i conflitti di interesse sono moltissimi, e quindi se si va a una regolamentazione vera troppe persone dovrebbero privarsi di cariche, mi pare molto complicato. Si potrebbe cercare di impedire che chi ha palesi conflitti di interesse vada a ricoprire incarichi di governo. Bisognerebbe riuscire a comprendere cosa è la democrazia nei partiti, e quindi riuscire a disciplinare come i partiti scelgono le candidature, come formano i programmi, le coalizioni in cui si mettono, tutte cose delicatissime.

Il governo Conte ora dovrà mettere in campo provvedimenti per durare, quali?

Il primo problema del governo Conte sarà riuscire a rilanciare l’economia, e non sarà facile, oltretutto il corona-virus sta operando contro l’Italia, paese che esporta molto verso la Cina. Se non si cresce non si producono posti di lavoro, e quindi il malcontento aumenta. Bisogna dare atto al Presidente Conte di avere una grande capacità di raccontarsi, di stare sulla cresta dell’onda spiegando le cose in maniera chiara e semplice. Ma l’onda è molto bassa, a meno che non scatti qualcosa a livello europeo tipo la green economy.

Anche i nodi come i decreti immigrazione ora verranno al pettine, e non sarà facile districarli.

Sì, ma anche il problema immigrazione al momento ha perso la sua presa, non è più il problema maggiormente saliente, al primo posto metterei il lavoro e l’economia, magari rivalutando anche il reddito di cittadinanza. Salvini ha cavalcato il problema immigrazione, ma oggi mi pare che questo abbia meno peso sulle opinioni degli elettori. La competizione rimane apertissima.

Pubblicato il 28 febbraio su FuturoEuropa.it