Nemici solo a sinistra

“Nemici solo a sinistra”: questa è l’impostazione della campagna elettorale del Partito Democratico. E, allora, non servono le proposte, anche se qualcosa di strampalato lo si può buttare in pasto ai mass media. Serve la delegittimazione dei concorrenti, il character assassination dei competitors. Però, c’è anche l’avversario interno. Messaggio a Gentiloni: le “punte” sono tante e il suo tempo scadrà il 4 marzo. Non potrà essere così poiché bisognerà aspettare per fare il prossimo governo, e chi sa a chi toccherà, ma, tant’è, Gentiloni avvisato Gentiloni mezzo silurato.

Per andare oltre la Prima Repubblica

Prefazione a Giampiero Marrazzo, Respublica, Roma, Castelvecchi, dicembre 2017

Anche se, cari lettori, nessuno vi ha dato la Seconda Repubblica, anzi, qualche uomo politico italiano sostiene, facendo il colto, che siamo già entrati nella Terza Repubblica -personalmente vorrei la Quinta, di stampo francese– nessuno riuscirà più a restituirvi almeno quel che di buono vi fu nella Prima Repubblica le cui conquiste non furono affatto disprezzabili. Basta ricordare che nel 1990 l’Italia era diventata la quinta potenza industriale al mondo. Quello che il prezioso libro di Marrazzo offre di sicuro ai lettori è la visione ampia, articolata, persino affascinante che alcuni dei protagonisti hanno avuto della “loro” Prima Repubblica. Potevano fare meglio? Oh, yes! Si può fare peggio? Doppio yes. È sufficiente guardare in che stato è la nostra Res publica per quale alcuni protagonisti del mitico Ulivo parlano, a loro volta senza esercitarsi nella nobile arte della riflessione autocritica, di lutto e di tragedia.

1. Non è difficile rivalutare la cosiddetta Prima Repubblica, soprattutto se la si paragona alla fase politica successiva. Infatti, dal 1948 al 1992, l’arco di tempo che è effettivamente coperto dalla Prima Repubblica, è stato caratterizzato dalla ricostruzione economica dell’Italia e da cambiamenti sociali molto positivi che hanno reso complessivamente migliore la vita degli italiani. Tuttavia, l’esito di quella fase deve anche essere valutato, da un lato, con riferimento a quello che non si fece e/o si fece male (ovvero anche alle occasioni sprecate), dall’altro, riflettendo sulle conseguenze. Infatti, se la fase dal 1994 ad oggi appare tutto meno che positiva, è innegabile che alcune delle condizioni che la rendono tale sono il prodotto di scelte e non scelte, di omissioni e di inadempienze, di enormi carenze analitiche e politiche dei protagonisti della Prima Repubblica. Possiamo rimpiangere i partiti, quelli di massa (DC, PCI, in misura minore,PS), ma anche quelli di opinione (il PRI molto più del PLI e, notevolmente, il Partito Radicale), ma non dobbiamo esimerci dalla legittima critica dei loro dirigenti e dei loro comportamenti. Possiamo sostenere, come fanno sia Paolo Cirino Pomicino, mitico “o’ ministro”, sia Emanuele Macaluso,che il problema contemporaneo è la scomparsa delle culture (ne ho scritto nel fascicolo da me curato della rivista “Paradoxa”, Ottobre/Dicembre 2015 dove si trovano anche le riflessioni, fra gli altri, di Giuliano Amato e Achille Occhetto) , ma dobbiamo attribuire questa scomparsa non, usando una famosa espressione del leader socialdemocratico Giuseppe Saragat, al “destino cinico e baro”, quanto ai democristiani, ai socialisti, ai repubblicani, ai liberali, persino ai radicali, per non avere saputo rinnovare la loro cultura politica stando al passo con i tempi.

Nessuno dei dirigenti di quei partiti e pochissimi dei loro intellettuali di riferimento (sui quali, un giorno, un discorso andrà fatto) si preoccupò del problema: quale cultura politica in un mondo che il crollo del muro di Berlino rendeva assolutamente indispensabile? Dei comunisti, sul punto, c’è pochissimo da dire. Si erano troppo beati delle loro critiche alle socialdemocrazie, che di cultura politica, fra keynesismo, welfare, ruolo dei partiti e differenze di genere, ne produssero in abbondanza, da avere ancora la possibilità di ispirarsi a quella che era allora e, probabilmente, rimane tuttora, ancorché da revisionare, la più importante cultura politica di una sinistra “sostenibile”, da riuscire a trarne qualche insegnamento. Non è causale che Occhetto nulla dica in materia preferendo (lo so, perché lo ha scritto) credere in un improbabilissimo rinnovamento del marxismo. Pomicino pone il problema della cultura e, al tempo stesso, lo collega ai partiti. Ha ragione, anche se non è chiaro se siano le culture politiche che creano i partiti oppure se i partiti non debbano essere veicoli attraverso i quali le culture politiche sono elaborate, trasmesse, fatte circolare. Troppo scarsa è l’attenzione al problema da parte dei socialisti Intini e Signorile, ma rimane stupefacente che Intini creda che Proudhon avrebbe potuto servire a superare, all’indietro, il marxismo e a rinnovare il socialismo!

Nella prima fase della Repubblica italiana furono i partiti, grazie a gruppi dirigenti di notevole qualità intellettuale e di grande preparazione, a procedere nell’elaborazione culturale, persino a trasferirla nella Costituzione italiana (tutt’altro che “obsoleta” come dice De Mita), ma iniziò anche, in maniera sterile, la progettazione di riforme. Nessuno degli intervistati sottolinea la necessità di riforme. In effetti, tranne, parzialmente, De Mita, nessuno di loro ci ha creduto fino in fondo né, di conseguenza, ha dato grandi contributi anche se Occhetto può e deve rivendicare a sé il merito di avere portato il PCI su quel terreno che, purtroppo, i suoi successori hanno seguito limitatamente e malamente. Prospettare una democrazia dell’alternanza fu molto difficile per due ragioni. Prima ragione, la Guerra Fredda rendeva impraticabile qualsiasi alternanza fra gli “atlantici”, le coalizioni di governo imperniate, giustamente e democraticamente, poiché i voti contano, intorno alla Democrazia cristiana. Secondo, socialisti e comunisti furono assorbiti da un “duello a sinistra” (come scrissero Giuliano Amato e Luciano Cafagna) invece di costruire l’alternativa competitiva alla DC. Allora, qualcuno addirittura disse che bisogna costruire le istituzioni dell’alternanza. A parte che non se ne fece nulla, l’alternanza arriva attraverso la politica, facilitata, probabilmente, da un sistema elettorale adeguato, ma nessuna democrazia parlamentare rappresentativa deve rinunciare alle sue specifiche istituzioni per perseguire l’alternanza che, invece, arriverà quando il cittadino-elettore, “giocatore” e non spettatore, protagonista e non arbitro, entrerà in campo per fare valere le sue preferenze.

I due manifesti di quel periodo furono, da un lato, il libro di Giuliano Amato, non ancora nell’orbita di Craxi, Una Repubblica da riformare (Il Mulino 1980), dall’altro, la sottolineatura netta, ad opera dell’allora senatore democristiano Roberto Ruffilli, della necessità di pervenire ad una “cultura della coalizione”. Tralascio quanto, che fu molto, da me scritto, ma non un piccolo libro di cui sono molto orgoglioso: Restituire lo scettro al principe (Laterza 1985 che ho rivisitato e ampiamente ristrutturato in Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Egea 2015) perché credo sia opportuno affermare che sia la lettura/proposta di Amato sia la visione di Ruffilli mantengono tutta la loro carica riformatrice. Entrambe, per mettere i piedi nel piatto, possono anche essere lette come la premessa culturale, politica e istituzionale al rigetto il 4 dicembre 2016 delle riforme costituzionali renzian-boschiane prive di sistematicità e di qualsiasi comprensione delle modalità di funzionamento delle democrazie parlamentari. Aggiungo anche che quelle le riformette governative furono elaborate senza nessuna conoscenza di quanto già fatto, che c’era, e di quanto discusso, molto, e scartato poiché impraticabile e disfunzionale.

2. Non si arriverà a nessuna Seconda Repubblica senza conoscere la Prima (raccontata malamente da troppi furbetti che la manipolano) e senza conoscere come sono strutturate e funzionano le democrazie parlamentari dell’Europa occidentale. Se poi qualcuno si applicasse e facesse qualche compito a casa potrebbe persino trarre elementi utili dalle democrazie anglosassoni. Non mi risulta che nella transizione dalla Prima Repubblica all’interregno nel quale viviamo da quasi un quarto di secolo e nel quale, gramscianamente, proliferano i germi della degenerazione dal personalismo al populismo, dai conflitti d’interesse alla rottamazione (che, sì, è una degenerazione poiché nelle democrazie gli eventuali rottamatori sono i cittadini-elettori non i capi partito e il fenomeno si produce con riferimento non all’età e alle legislature, ma alla competenza e alle capacità) qualcuno dei politici e dei loro intellettuali di riferimento, provatamente peggiori di coloro che li hanno preceduti, abbia riempito di contenuti la democrazia da molti di loro ad nauseam definita, ma mai concretamente chiarita, “dell’alternanza, bipolare e maggioritaria”.

Non so se quella democrazia era l’obiettivo del peraltro troppo lungo periodo che Aldo Moro aveva forse in mente quando si rese lucidamente conto che “il futuro non è più nelle nostre mani”. Non so neppure se, come ottimamente argomenta Guido Formigoni, Aldo Moro. Lo statista e il suo dramma, Il Mulino2016, p. 315), Moro avrebbe preferito una “circoscritta fase di convergenza, necessaria per legittimare l’evoluzione riformatrice del Pci” ad una consociazione con il Pci subalterno che vi si logorasse. Però, sono sicuro che il rapimento e l’uccisione del Presidente democristiano hanno segnato la vera e profonda svolta del sistema politico della Prima Repubblica (e mi conforta leggere che questa è anche l’opinione di Macaluso) . Non finì soltanto la possibilità di qualsiasi “compromesso storico”, una formula e una prospettiva che, per quel che mi riguarda, da subito considerai sbagliata e inconcludente, se non addirittura pericolosa per la dialettica democratica. Ne conseguì, frettolosamente elaborata da Enrico Berlinguer, ma mai davvero “riflettuta” in tutte le sue implicazioni all’interno del gruppo dirigente e dei quadri del PCI (come conferma Macaluso) , la proposta di un’alternativa democratica (certo, “non democratica” sarebbe stata inconcepibile) totalmente insussistente senza la convinta adesione dei socialisti, che non vi fu. Aggiungo subito senza un ruolo centrale, probabilmente di guida, dei socialisti le cui credenziali riformiste erano a cavallo fra gli anni settanta e ottanta sicuramente superiori a quelle dei comunisti (curiosamente, non le vedo rivendicate né da Intini né da Signorile dai quali un minimo di autocritica avrei apprezzato).

La vulgata contemporanea vorrebbe che la democrazia dell’alternanza, bipolare, maggioritaria sia stata l’esito voluto e perseguito da Silvio Berlusconi con la sua discesa in campo. Nient’affatto, Berlusconi, coalition-maker di innegabili abilità, è stato bipolare per necessità, noncurante dell’alternanza (anzi, favorevole alla, sua, inesistenza), maggioritario come obiettivo personale certamente non trasferito nelle sue proposte di riforma, ma congegnate per un miglioramento complessivo del sistema politico. Non ha, per esempio, mai capito la natura del presidenzialismo USA e neppure la differenza fra presidenzialismi e semipresidenzialismi. Rapidamente, invece, ha fatto prima filtrare la sua avversità ai collegi uninominali (in parte ritenendo di non avere candidati sufficientemente popolari), poi imposto una legge elettorale, che chiamerò con il nome del suo estensore Calderoli, anche se è fin troppo nota come Porcellum, che consente ai capi dei partiti (e, nel caso della “sinistra”, anche ai capi delle correnti) di nominare i candidati e quel che più conta di rinominarli producendo pessime rappresentanze parlamentari nelle quali saranno proprio i meno capaci a doversi dimostrare disciplinati e obbedienti fino al servilismo. Concludo sul punto notando che in assenza di una legge elettorale accettabile (che è meno, ma più importante, di condivisa, non quindi la legge Rosato) non si perverrà ad una qualche stabilità del quadro politico.

Secondo alcuni, anche fra gli intervistati, il vecchio “quadro politico” fu sostanzialmente travolto dai magistrati, più precisamente dall’inchiesta Mani Pulite e dai suoi ambiziosi protagonisti. Non entro nei particolari “scabrosi”, ma suggerisco di intrattenere anche l’ipotesi di una spiegazione alternativa, vale a dire che la scoperta della corruzione politica e della sua estensione diventò letale per i partiti italiani poiché all’inizio degli anni Novanta dello scorso secolo era ormai accertato lo sfinimento delle strutture e delle culture di tutti quei partiti tanto che anche il lieve soffio delle inchieste, amplificato dai mass media, spazzò via un po’ tutto. Naturalmente, non basterà mettere il bavaglio ai mass media e ostacolare l’azione della magistratura per ricostruire strutture e culture in un paese il cui livello di corruzione politica è nettamente superiore a quello di quasi tutte le democrazie parlamentari e non. Né mi sembra una strategia politicamente accettabile e positiva quella di etichettare coloro che denunciano la corruzione come populisti.

Qui debbo dichiarare la mia assoluta contrarietà ad un utilizzo indiscriminato del termine populismo. No, non tutto quello che non ci piace in politica è da etichettare “populismo”. Sì, di populismo nella politica italiana ne avevamo già avuto negli anni Quaranta del secolo scorso con il commediografo Guglielmo Giannini. L’abbiamo chiamato “qualunquismo”. Sì, di populismo ne abbiamo viste due varianti recenti: quella, ruspantissima, di Bossi e quella in doppiopetto di Berlusconi. Dal canto suo, Salvini utilizza il populismo selettivamente, non quando si mette con Marine Le Pen, che è una classica “nazionalista” francese di estrema destra, non quando trova consonanze di vedute e accordi con Giorgia Meloni che è erede di una tradizione di destra pochissimo populista. No, anche se Grillo ha il populismo nelle sue corde, neppure il Movimento Cinque Stelle è prevalentemente populista. L’anti-politica, quella delle Cinque Stelle, spesso anche critica legittima della brutta politica che c’è, diverge dal populismo finendo in una confusa rivendicazione di forme di consultazione, di influenza e di partecipazione la cui democraticità è dubbia, ma il cui tasso di populismo è scarsino. Senza affatto prescindere dall’affermazione lapalissiana, ma indispensabile, che non esiste democrazia senza popolo, senza sovranità del popolo, una modica dose di populismo circola da tempo in tutte le democrazie. Naturalmente, quelle ben funzionanti dotate di una solida cultura politica e civica lo tengono a bada in maniera efficace. In Italia il crollo della esausta democrazia dei partiti ha aperto ampi spazi ai populisti. La mancata ricostruzione di una democrazia istituzionalmente efficace ha trasformato quegli spazi in praterie che solo la mediocre qualità degli aspiranti populisti non ha saputo sfruttare fino in fondo. Ciò detto nella flebile speranza di influenzare il dibattito pubblico, populismo è quando un leader fa appello al popolo e travolge le istituzioni intermedie, quando conclude con la frase (di Grillo) “fidatevi di me”, quando sostiene, come Berlusconi, che chi ha vinto le elezioni può operare al di sopra del Parlamento e non deve curarsi dell’osservanza delle leggi che la magistratura vorrebbe imporgli. Questo è populismo: “un leader e il suo popolo”. Naturalmente, populisti furono anche tutti quei commentatori che definirono “nemici del popolo” coloro che facevano campagna per il no al referendum costituzionale trasformato in plebiscito personale da Renzi. Just for the record, un record che segnala clamorosamente l’abisso di incultura politica degli operatori dei mass media e degli intellettuali proni al renzismo.

La trave populista accecò i troppi commentatori che tuttora vanno alla ricerca delle, peraltro molte, pagliuzze populiste nel piccolo gruppo dirigente delle Cinque Stelle. In quel gruppo vedo, anzi, non vedo nessuna cultura istituzionale. Non sanno distinguere fra cittadini e parlamentari. Non capiscono che l’assenza di vincolo di mandato è la precondizione assoluta per l’esercizio della rappresentanza. Non si rendono conto che il limite ai mandati impoverisce la già bassissima qualità dei rappresentanti che dovrebbero andarsene a casa proprio quando potrebbero finalmente mettere a frutto l’esperienza acquisita. Le Cinque Stelle sono diventate, per convinzione e per convenienza, il veicolo privilegiato della protesta. Incanalare la protesta, che è quello che faceva il PCI e che le sinistre non sanno fare più, è un compito importante. Non mi pare che, tranne per i successi elettorali conseguiti, le Cinque Stelle abbiano saputo farlo in maniera efficace. I voti li hanno presi, ne prendono e ne prenderanno. A livello locale hanno consentito loro di vincere cariche di governo. A livello nazionale sono stati messi nel limbo dove, se non imparano la politica delle alleanze, rischiano di rimanere. Peggio per loro, potrei limitarmi a dire. Anzi, lo dico, ma con la piena consapevolezza che tenere un terzo o poco meno di elettori, con le loro preferenze, i loro interessi, le loro aspettative, ai margini di un sistema politico incide negativamente sul funzionamento del sistema e su qualsiasi possibilità di miglioramento. Questo è il discorso che andrebbe rivolto alle Cinque Stelle, sfidarle invece di demonizzarle che è l’atteggiamento prevalente nelle pagine di “Repubblica” e de “Il Foglio”, e non solo.

3. Piombati tumultuosamente in un interregno post-1994, anche per loro innegabili responsabilità (non avevano voluto/saputo capire; non avevano cambiato i loro, spesso riprovevoli, comportamenti), i politici della Prima Repubblica persero giustamente il potere. Soltanto alcuni di loro, intelligenti, preparati, “scafati”, riuscirono a tirare su la testa. Non è bastato. Sono stati rimpiazzati da parvenus, da miracolati, da “nominati”, da protagonisti senza arte né parte, ma con ambizioni sconfinate ed ego extralarge. Occhetto afferma che nel 1994 si ebbe una “rivoluzione antropologica”. De Mita nota che la dialettica parlamentare si svolge con i toni del confronto fra tifosi allo stadio. I socialisti si dolgono, non troppo, e si assolvono. Complessivamente, il panorama è desolato e desolante. Peggio: è largamente rappresentativo della società italiana com’è diventata anche guardando ai suoi rappresentanti politici. Marrazzo ha molto opportunamente incoraggiato e raccolto le riflessioni e le opinioni di cinque uomini politici che ebbero un ruolo di protagonisti nella Prima Repubblica e che, pertanto, dovrebbero uno dopo l’altro accettare di avere avuto anche non poche responsabilità nel crollo, imprevisto, ma non del tutto imprevedibile, del loro “mondo”. C’è un nuovo mondo, un mondo nuovo da costruire? La risposta non può che essere positiva: c’è. I quesiti sono tre: i) quale mondo è possibile e auspicabile costruire?; ii) con quali modalità e obiettivi?; iii) chi saranno i costruttori? Qualcuno potrebbe anche credere che per la previsione sarebbe meglio affidarsi alle sibille e agli astrologi. Invece, no. Ho imparato da Giovanni Sartori che non soltanto è possibile, ma è doveroso utilizzare le conoscenze politologiche, a maggior ragione quando provengono da analisi comparate effettuate con tutti i crismi, per formulare scenari e attribuire loro punteggi di realizzabilità.

Se l’Italia galleggia in una transizione politico-istituzionale da una Prima Repubblica alla quale non è possibile (e neppure auspicabile tornare) e un assetto repubblicano che non riusciamo ad intravedere, quali variabili è indispensabile prendere in considerazione? Al proposito, faccio outing. Da almeno trent’anni ho maturato la convinzione che la transizione potrà chiudersi soddisfacentemente soltanto cambiando il modello di governo da parlamentare tradizionale/classico a semipresidenziali accompagnato da una legge elettorale maggioritaria a doppio turno in collegi uninominali. Questo non basta a fare di me un gollista di sinistra, ma il mondo istituzionale della Quinta Repubblica, del quale si giovò alla grande il Presidente socialista François Mitterrand (e del quale i socialisti italiani parlarono a lungo positivamente senza, però, volere mai rischiare proponendolo nelle riforme) mi pare possibile e auspicabile anche in Italia (G. Pasquino e S. Ventura, a cura di, Una splendida cinquantenne. La Quinta Repubblica francese, Il Mulino 2010). Sono molto fiducioso che, prima o poi, in Parlamento si troverebbe una maggioranza trasversale disposta a formulare una riforma complessiva che non consenta a nessuno di calcolare vantaggi e svantaggi e a tutti di ritenere che la competizione prossima ventura in un quadro semipresidenziale darebbe considerevoli opportunità politiche, anche di carriera affinché gli obiettivi congiunti “più potere ai cittadini” e “più autorevolezza alle istituzioni” possano essere conseguiti anche in Italia.

4. Costruttori di questo esito non sono in grado di essere né il PD di Renzi né, tantomeno, l’intelligentsia renziana (un vero ossimoro alla luce di molte prove ed evidenze). Infatti, nonostante l’accanimento terapeutico di alcuni esponenti transitati in questa confusa fase, il Partito Democratico costituisce un monumento al vuoto di cultura politica come rivela anche la mediocrità dei saggi e dei libri che gli sono stati finora dedicati. Doveva diventare il contenitore/contaminatore del meglio delle culture riformiste espresse nel secondo dopoguerra: cattolici democratici, marxisti gramsciani, ambientalisti, con la gravissima dimenticanza dei socialisti in carne, ossa e idee. Non è diventato nulla tranne, forse, gazebo e primarie a vocazione maggioritaria. Neppure quanto di buono, non moltissimo in verità, aveva suscitato l’Ulivo in termini di mobilitazione di un associazionismo volonterosamente disponibile a collaborare per il rinnovamento della politica, ha trovato spazio nel partito di Veltroni, Bersani, Renzi et al. Qualcuno inneggia al partito personale, ma allora vince Berlusconi la cui personalità torreggia. Altri vedono un po’ di tutto a cominciare dagli alberelli dei partitini, ma mai intravedono la selva oscura nella quale si nasconde quel che rimane della politica italiana. Se il futuro è o dovrebbe essere l’Europa, ecco non è quella la prospettiva che affascina Cirino Pomicino e De Mita, Occhetto, Intini e Signorile, ma neppure i loro più o meno accettabili successori. Emblematica di una profonda differenza di visione e di azione è la comparazione fra Renzi che tiene una conferenza stampa avendo fatto ridicolmente riporre la bandiera dell’Unione Europa e Emmanuel Macron che festeggia la sua vittoria presidenziale arrivando al Louvre facendo platealmente risuonare l’inno alla gioia di Schiller-Beethoven.

La Prima Repubblica fu costruita e fatta funzionare dai partiti politici dentro l’alveo di una Costituzione, da un lato, flessibile, dall’altro, dotata di regole la cui osservanza dava vita e sostanza ad una politica democratica. Altrove ho scritto che i partiti italiani sembrarono molto più solidi di quello che in realtà erano poiché debole era la società civile. Non vorrei dire che nel corso del tempo la società italiana sia diventata particolarmente “robusta e vibrante” (i due aggettivi preferiti usati dagli americani per descrivere fin troppo positivamente la loro società), ma certo si è resa abbastanza autonoma dai partiti, si è differenziata, diventando al contempo frammentata e, purtroppo, corporativizzandosi vale a dire mettendo sempre e comunque al primo posto gli interessi particolaristici. Questa evoluzione è sfuggita ai dirigenti di partito della Prima Repubblica diventati troppo autoreferenziali, impegnati in lotte politiche sterili, incapaci di procedere alla manutenzione e al rinnovamento dei loro partiti. Adesso, chi guarda al sistema dei partiti italiani, che è sostanzialmente destrutturato, non può che nutrire dubbi sulle probabilità che in tempi brevi ne vengano sussulti organizzativi e novità politiche. Neppure quello che è stato in modo del tutto provinciale (altrove, ovunque, esistono partiti che hanno tutte le intenzioni e tutti gli strumenti per durare) definito “l’ultimo partito”, il Partito Democratico, è in buona salute. Peggio, gli estensori della più recente legge elettorale non si sono affatto posti il problema di come trovare meccanismi che rafforzassero le fatiscenti organizzazioni partitiche spingendo verso un loro consolidamento e premiando la loro effettiva presenza sul territorio.

Il declino delle strutture (e la scomparsa delle culture) partitiche avviene, in maniera che appare quasi inarrestabile, a scapito della rappresentanza politica. Non esistono partiti “personali”, personalisti, personalizzati in grado di garantire efficace rappresentanza politica in una democrazia. Inoltre, la “personalizzazione” della politica non ha quasi nulla a vedere con la comparsa e l’affermazione di personalità. Uno dei grandi insegnamenti della scienza politica è che i sistemi elettorali producono effetti sui partiti singoli e sui sistemi di partiti e possono essere intelligentemente congegnati per conseguire l’obiettivi di rafforzare i partiti e i loro collegamenti con l’elettorato (com’è stato fatto in Germania nel 1949) e che le grandi personalità politiche emergono laddove esista reale competizione politica. La legge elettorale Rosato non favorisce nulla di questo.

No, la luce in fondo al tunnel non la si vede affatto. La qualità della democrazia italiana, che dipende in larga misura dai partiti e dalla (loro) classe politica, rimarrà modesta, insoddisfacente, irritante. Indirettamente, sono i cinque uomini politici intervistati da Marrazzo a offrire loro stessi una spiegazione. Non hanno saputo affrontare le sfide e preparare il futuro. Adesso, qualcuno potrebbe esibire la sua cultura affermando che “siam come color che son sospesi”. È persino possibile che un giorno i nostri posteri diranno con Dante e Virgilio che dall’inferno della transizione “uscimmo a veder le stelle”.

Rappresentanza politica? Another time, another place, another law

L’anno 2017 si è chiuso con una buona notizia. Molti parlamentari del Partito Democratico, ma persino il sottosegretario, già ministro, Maria Elena Boschi hanno (ri)scoperto la rappresentanza politica. La cattiva notizia è che fanno una grande confusione. La loro concezione della rappresentanza si traduce nell’occuparsi del “territorio”, dei piccoli imprenditori e, naturalmente, delle banche purché si trovino nel loro collegio elettorale. È un peccato che l’ex-ministro delle Riforme Istituzionali non abbia letto con la necessaria attenzione l’art. 67 della Costituzione italiana dove è scritto chiaramente che “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione”, non un collegio elettorale, neanche il suo. Non posso, me ne sono già convinto, supporre e meno che mai pretendere che Maria Elena Boschi e troppi parlamentari del PD, che le hanno dato sostegno e che ne auspicano la ricandidatura, abbiano letto gli importanti scritti di Sartori sulla rappresentanza politica che è tale sempre e soltanto se è elettiva. Altrimenti si chiama delega o mandato. Che è un rapporto fra gli elettori e gli eletti i quali, non soltanto hanno fatto campagna elettorale per ottenere voti, ma per capire esigenze e preferenze degli elettori. Si sforzeranno poi di mantenersi responsabili rendendo conto a quegli elettori, non trafficando in influenze, ma spiegando che cosa hanno fatto, non fatto, fatto male e perché. Né la legge Calderoli né l’Italicum miravano a consentire che si stabilisse un rapporto di questo genere fra gli eletti, nominati dai capipartito e dai capicorrenti, e gli elettori che non avevano avuto modo di scegliere, ma erano stati costretti a ratificare. La legge Rosato ha pervicacemente riprodotto lo stesso meccanismo.

Alla domanda di Sartori, “quale sanzione temono di più i parlamentari, quella del partito, di gruppi esterni, degli elettori?”, la risposta Rosato-vigente è chiarissima: in testa di quella del partito, poi dei gruppi, da ultimo, molto distaccati, degli elettori. No, la Boschi non stava interloquendo su Banca Etruria perché si preoccupava degli interessi degli elettori del suo territorio. Avendo il dovere costituzionale di “rappresentare la nazione” non le era comunque concesso dalla Costituzione italiana, non dico di trovare, ma neppure di cercare una soluzione per la banca del suo giardino di casa a scapito, inevitabilmente, dei risparmiatori truffati in altri territori.
Oltre ad una riflessione sulla rappresentanza politica, quello che è avvenuto spinge a due altre considerazioni. La prima riguarda il conflitto d’interessi e l’inadeguatezza, già denunciata a suo tempo, ma non con abbastanza vigore, e scivolata nell’oblio, della legge Frattini che ne offre una regolamentazione fiacca e moscia, del tutto inadeguata, che non ha riguardato nessuno da quando è stata approvata. Che un governante sia in grado di favorire, grazie al suo status, prima ancora che al suo potere politico, i suoi interessi privati e quelli dei suoi familiari, è evidente. In qualche caso, però, non dovremmo neppure riferirci a una legge. Ci sono cose: incontri, telefonate, e-mail, richieste di informazioni in corso d’opera che, per quanto non sanzionabili in via giuridica, sono comunque inaccettabili e riprovevoli. C’è un’etica in politica: cose che, semplicemente, non si debbono fare.

La seconda considerazione attiene alla legge elettorale Rosato. Mentre il PD cerca il collegio nel quale la ricandidatura di Maria Elena Boschi farà meno danni al partito, è doveroso mettere in grande rilievo che grazie alla clausola che consente più candidature la Boschi non correrà nessun rischio di non (ri)elezione. Turlupinati saranno, anzitutto, gli elettori di Arezzo se la loro parlamentare non fosse ricandidata nel suo collegio naturale poiché non potranno esprimere la loro valutazione sul suo operato di rappresentante. Turlupinati saranno anche gli altri potenziali elettori del PD che dando il voto alla lista del loro partito automaticamente lo vedranno trasferito su una candidata che non gradiscono.

Siamo di fronte ad un caso eccezionale oppure è un caso da manuale? Certamente, eccezionale è stata la difesa spasmodica, persino ad opera del Presidente del Consiglio Gentiloni, il quale poteva scegliere un tranquillo silenzio, di un ex-ministro, già responsabile di una riforma costituzionale bocciata dal 60 per cento degli elettori. Da manuale, vale a dire tutte prevedibili e previste, sono, invece, le conseguenze della legge elettorale Rosato: quasi nullo il potere degli elettori, elezione assicurata per i dirigenti dei partiti. Questa legge elettorale, lamentano accorate tutte le vedove giornalistiche e politologiche del premio di maggioranza, non assicurerà la non meglio definita governabilità. Il problema vero è che soffoca anche la rappresentanza politica.

Pubblicato 8 gennaio 2018 su PARADOXAforum

Ricordare Norberto Bobbio 9gennaio 2004 – 9gennaio 2017

Ricordare Bobbio significa apprezzare e sottolineare non soltanto i suoi numerosissimi saggi di filosofia politica, ma evidenziare la sua idea di politica. Nel commemorare Maestri e compagni, nel delineare attraverso le loro vite l’Italia civile, nel criticare i comunisti, nel tratteggiare il Profilo ideologico del Novecento italiano, un saggio di incomparabile, inimitabile valore, Bobbio ha lasciato in eredità una visione di politica esigente, fatta di sostanza e di stile. Da lui c’è ancora moltissimo da imparare.

INVITO “Eleganza operaia e stile comunista” Ricordo di Eliseo Milani 11gennaio #Roma

Su iniziativa dell’Associazione ex Parlamentari della Repubblica

Ricordando Eliseo Milani, più volte parlamentare, tra i fondatori
de “Il manifesto”, in occasione dell’uscita del libro a lui dedicato

“Eleganza operaia e stile comunista”
Editore Lubrina Bramani

 

giovedì 11 gennaio ore 17
Sala dell’Istituto Santa Maria in Aquiro
Piazza Capranica, 72
Roma

interverranno:

 

Luciana Castellina
Gianfranco Pasquino
Pietro Barrera
Famiano Crucianelli
Mauro Olivi
Aldo Garzia

 

Le opinioni e i contenuti espressi nell’ambito dell’iniziativa sono nell’esclusiva responsabilità dei proponenti e dei relatori e non sono riconducibili in alcun modo al Senato della Repubblica o ad organi del Senato medesimo.

L’accesso alla sala – con abbigliamento consono e, per gli uomini, obbligo di giacca e cravatta – è consentito fino al raggiungimento della capienza massima.

Il falso problema delle firme. Troppo “Rosato” fa male

È molto fastidioso e del tutto sbagliato sentire dire, anche da autorevoli commentatori, che la Legge elettorale Rosato è brutta perché (forse) impedirà la presentazione della lista +Europa e quindi il ritorno in Parlamento di Emma Bonino. Firme richieste molte (non ne sono affatto sicuro) tempi brevi (anche questo è discutibile): questa sarebbe la tenaglia che schiaccia i radicali Bonino, Della Vedova, Magi. In verità, potrebbe schiacciare molti altri, incapaci di raccogliere le firme che, lo sottolineo, sono previste da sempre per impedire la comparsa di liste folcloristiche, avventuriere, frammentatrici. Fare, però, di questa clausoletta il capro espiatorio di una legge che ha molti altri e molto più gravi difetti è davvero troppo radicale, ooops, chiedo scusa, troppo fuori luogo.

Il problema, come molti hanno detto, non proprio ad alta voce, in corso d’opera, è che la legge Rosato non è fatta per dare potere agli elettori, ma per consentire ai partiti, ai loro capi e ai capi delle correnti (non perdete di vista Franceschini, ma neanche, purtroppo per lui, in misura minore, Orlando) di nominare parlamentari i più ossequiosi, (oso?: i più provatamente servili) dei candidati. Il casting di Berlusconi serve anche a questo test. Lascio a chi, non sono pochi, nulla sa dei sistemi elettorali delle democrazie parlamentari di argomentare che succede così anche negli altri sistemi politici. Ricordo che non solo chi ha proposto e votato la legge Rosato ha respinto la possibilità di voto disgiunto uninominale/proporzionale (come in Germania, dove ha costantemente offerto buona prova di sé), ma ha addirittura imposto per la terza volta (prima legge Calderoli-Porcellum; poi legge Italicum-porcellinum perché rivista al ribasso; adesso Rosato, l’aggiunta la mettano i lettori) la possibilità di pluricandidature. È un altro sicuro obbrobrio certamente più criticabile dell’esigenza delle firme. Infatti, le candidature multiple nullificheranno qualsiasi effetto positivo che potrebbe/potesse derivare dalla competizione nei collegi uninominali.

Chi rischia di perdere nel collegio uninominale, se è abbastanza forte nel partito, nella corrente, nel salotto di Arcore, si farà candidare anche nel listino proporzionale. No, i nomi dei pluricandidati, par condicio: anche donne, sui quali, pure, sono disposto a scommettere, non li rivelo ancora. Alla fine, chi sa, a Renzi potrebbe fare più gioco mettere in collegi uninominali e in qualche listino proporzionale Emma Bonino e persino Benedetto della Vedova, adducendo come scusa che le firme non è riuscito a raccoglierle neanche il volenteroso ambasciatore Fassino. Tre-cinque seggi a Bonino e ai suoi radicali potrebbero essere meno di quelli che una Lista +Europa, presentatasi con il suo corredo di firme, potrebbe esigere. Già, nessuno finora ha scritto o cercato di capire qual è lo scambio “+Europa=quanti seggi sicuri”. Propongo che gli sguardi apprensivi dei commentatori equanimi abbandonino la ricerca delle firme per i radicali e si posino sulle priorità di Emma Bonino e sull’accettazione esplicita, non generica, di quelle priorità da parte del PD di Renzi. Come le idee, anche le priorità camminano sulle gambe degli uomini e delle donne. Gli ostacoli non sono rappresentati da qualche migliaio di firmette, ma dall’effettivo spostamento del cuore e del cervello della politica italiana da Roma (per non dire Rignano-Laterina) a Bruxelles.

Pubblicato il 4 dicembre 2018 su huffingtonpost

Le regole del partito a 5 stelle

Quanto è interessante sapere se, con le recentissime modifiche statutarie, il Movimento 5 Stelle si trasforma in partito? Se la sua molto eventuale trasformazione in tale senso ha un impatto elettorale oppure, a maggior ragione, sullo sgangherato sistema dei partiti italiani, allora è interessante esplorare, capire, valutare la trasformazione. Altrimenti, discuterne serve soltanto ad alcuni pochi politologi e giornalisti alla ricerca di qualche novità. I partiti come li abbiamo conosciuti (ma troppi se li sono già scordati) erano (sono) organizzazioni presenti sul territorio, con sedi e qualche, almeno sporadica, attività a contatto con “la gente”. Nessuna delle modifiche statutarie delle 5 Stelle va nella direzione di un’organizzazione di questo tipo. La struttura rimane quella che è: un vertice che controlla una piattaforma, una base neanche molto estesa, una rete di comunicazioni telematiche. Affari loro. Quello che conta, per chi accetta la definizione minima di partito (un’associazione di uomini e donne che presenta candidati alle elezioni, ottiene voti, vince seggi), è che le 5 Stelle compiono proprio questa attività fondante e caratterizzante. Come scelgono le candidature, come finanziano le campagne elettorali (purché rispettino le leggi vigenti), come pagano i costi della piattaforma (con contributi degli aderenti), sono, di nuovo, affari loro che toccherà semmai agli attivisti valutare, se del caso, criticare e, se ci riescono, cambiare.

Invece, risultano preoccupanti le nuove “norme” intese a imporre la disciplina agli eletti e a fare pagare ai dissenzienti il prezzo della, lo scrivo con retorica, libertà (di voto). Chi se ne va dai gruppi parlamentari delle 5 Stelle dovrà pagare una multa di 100 mila Euro (somma inferiore a quello che in un anno i parlamentari “guadagnano” come indennità). Alla Camera se ne sono andati 21 su 109; al Senato 19 su 53. In tutto 40 su 162, circa il 25 per cento: un salasso. Si capisce che il gruppo dirigente dei pentastellati voglia porre rimedio a questo brutto fenomeno. Che sia brutto lo pensano gli elettori di tutti i partiti. Chi lascia il partito nel e dal quale è stato eletto e va cercare fortuna (è un eufemismo) in un altro partito/gruppo è un voltagabbana, un cambiacasacca, un/a furbastro/a, un trasformista, diremmo noi che abbiamo studiato (sic). Dovrebbe, pensano e dicono la grande maggioranza degli elettori, dimettersi da parlamentare e lasciare il posto ad altri, sperabilmente, più disciplinati.

Il tema è vecchissimo; il dibattito ha avuto punte incandescenti in occasione, ad esempio, sia della scissione socialdemocratica nel 1947 sia di quella dello PSIUP nel 1964. Lasciate il partito che vi ha eletti in Parlamento? allora, andatevene subito anche fuori dal Parlamento. Qui, in gioco c’è l’assenza di vincolo di mandato che è l’architrave delle democrazie parlamentari, della rappresentanza politica. Imporre il vincolo di mandato richiede nel caso italiano la riforma dell’art. 67 della Costituzione. Politicamente richiede che esista un programma preciso che gli eletti abbiano approvato e s’impegnino ad attuare. Il voto di coscienza (e di conoscenza) dovrebbe comunque essere consentito su tutte le materie imprevedibili e impreviste sulle quali, ovviamente, non può essere stato conferito nessun mandato. Un effettivo vincolo di mandato rischierebbe di frustrare coloro che, fra i parlamentari delle Cinque Stelle, hanno/avranno idee e proposte innovative, migliori del non-programma del Movimento, proposte magari apprezzate e condivise dalla base (parola tipicamente “partitica”). Sarebbe, dunque, controproducente. Cambiare un articolo, importante e portante della Costituzione, si può, ma imporre il vincolo di mandato è un brutto cambiamento che soltanto coloro che hanno la vista molto corta possono desiderare. Grillo, Casaleggio e Di Maio sbagliano. Sono criticabili non perché “diventano” un partito, ma perché le loro nuove regole sono peggiorative.

Pubblicato AGL il 3 gennaio 2017