Conte e i “finti” trionfalismi. Non c’è mai fine per i disfattisti @fattoquotidiano

Ci sono due modi, entrambi enormemente sbagliati, di interpretare l’esito della riunione del Consiglio dei capi di governo degli Stati-membri dell’Unione Europea tenutasi dal 17 al 20 luglio. Il primo è quello di chiedersi “chi ha vinto?” e “chi ha perso?” Il secondo è quello di preoccuparsi dei “trionfalismi” dei “vincitori” italiani invece di occuparsi di quello che, da adesso subito, l’Italia e gli italiani, non soltanto il governo Conte debbono fare per utilizzare al meglio 209 miliardi di Euro (che non c’entrano nulla, come sostiene Salvini, con il MES).

In una Unione politica che si muove in direzione federale è sempre difficile, ma spesso assolutamente fuori luogo, separare vincitori e vinti, ma, fra i vincitori desidero mettere, senza fare una graduatoria: Ursula von der Leyen e l’intera Commissione da lei presieduta; Charles Michel e Angela Merkel perché se lo meritano. È proprio vero che, per lo più, si vince tutti insieme e il conto delle eventuali sconfitte ricade su di tutti, qualche volta maggiormente sui più deboli. Nel caso dell’Unione Europea, facendo un paio di semplicissimi elementari conti dovremmo affermare che l’Italia, avendo ottenuto più Euro di tutti, ha sicuramente vinto. Però, i sedicenti “frugali” non hanno perso visto che riceveranno rimborsi non marginali, anche se, nel complesso, ammontano all’incirca un decimo dei fondi assegnati all’Italia. L’Unione ha vinto poiché ha dimostrato di sapere decidere e di riuscire a farlo con un metodo democratico, aspetti ai quali gli eurocritici avevano indirizzato tutte le loro fosche previsioni. L’Unione ha vinto poiché è stata respinta la pretesa olandese di godere di un potere di veto. L’Unione ha vinto perché ha creato un significativo precedente di condivisione e solidarietà rispetto al quale è assai improbabile si possa tornare indietro. Anzi, ai commentatori di varia provenienza e scarsa competenza, si potrebbe ricordare che, anche quando nel passato le decisioni non furono ugualmente nette e quantificabili, il metodo operativo dell’Unione consentiva comunque passi avanti più o meno piccoli. L’Unione non è mai stata ferma.

Credo che sia profondamente ingiusto e sostanzialmente inutile confondere la legittima soddisfazione del Presidente del Consiglio Conte (del Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e della coalizione di governo meno sfrangiata del solito) con un non meglio specificato trionfalismo. Sono gli stessi commentatori che per settimane avevano scritto che l’Italia non avrebbe ottenuto quello che voleva, i quali, invece, di giustificarsi per i loro errori, non da menagramo, ma da incompetenti, spostano il tiro sui problemi da affrontare ora subito. Alcuni, poi, hanno immediatamente ricominciato il gioco davvero fastidioso, talvolta irritante, della sostituzione più o meno imminente del Presidente del Consiglio.

Non sarà facilissimo predisporre programmi seri di investimenti cospicui nei settori che la Commissione privilegia, soprattutto economia verde e digitale. Pertanto, sarebbe opportuna una apertura di credito a Conte e ai suoi ministri al tempo stesso che si formulano suggerimenti, non vaghi, ma operativi: settori, interventi, tempi, costi. Comunque, l’eventuale non provato trionfalismo dei governanti italiani non può venire contrastato dal disfattismo dei commentatori (e di alcune delle opposizioni). Forse è anche lo stato del dibattito pubblico italiano che sconcerta tanto i governanti quanto gli osservatori degli altri Stati-membri dell’UE. Probabilmente, Conte ha ottenuto più di quel che desiderava anche perché, con qualche sorpresa da parte di alcuni altri capi di governo, è rimasto fermo sulle sue posizioni, con intransigenza, dimostrando di essere credibile e quindi affidabile. Il futuro prossimo dirà il resto.

Pubblicato il 23 luglio 2020 su Il Fatto Quotidiano

Dall’Unione Europea una lezione di solidarietà e democrazia

Quattro giorni di intensi e aspri negoziati fra i capi di governo degli Stati-membri dell’Unione Europea hanno condotto ad un esito positivo che quasi nessun commentatore credeva possibile. La grande soddisfazione per quanto ottenuto dall’Italia, anche grazie alla pazienza e all’intransigenza del Presidente del Consiglio Conte, non deve mettere in ombra quanto ottenuto dall’Unione Europea anche grazie alla inaspettata abilità negoziale del belga Charles Michel, Presidente del Consiglio Europeo. L’Italia ha ottenuto complessivamente 209 miliardi di Euro, 82 miliardi come sussidi e 127 sotto forma di prestiti, che equivalgono all’incirca a quattro leggi finanziarie. Conte torna a Roma vincitore, ma sapendo di avere un compito molto impegnativo da affrontare (e risolvere) in tempi rapidi e ristretti. Deve formulare programmi il più possibile precisi relativamente ai settori nei quali investire quei fondi, chiarendo i tempi e costi di realizzazione. Su un punto almeno i capi di governo degli Stati autodefinitisi frugali avevano (hanno) ragione, nelle riserve sulla capacità e sull’efficienza degli italiani di mettere a buon frutto i fondi di provenienza europea. Personalmente più credibile di molti suoi predecessori, adesso Conte deve dimostrare di essere politicamente efficace.

Lo scetticismo, anche di molti commentatori europeisti, riguardo alle probabilità di successo di una Unione che veniva data in crisi e paralizzata da veti incrociati, è stato sonoramente sconfitto. Anzi, è importante sottolineare quanto brillantemente hanno funzionato le istituzioni europee. La Commissione, il vero motore dell’Unione, aveva fatto una proposta molto ambiziosa e non ha mai dato segni di cedimento. Nel Consiglio i capi di governo hanno espresso le loro posizioni anche molto divergenti, ma attraverso una aspra conversazione democratica sono giunti alla decisione finale che, oltre all’approvazione scontata della Commissione, dovrà passare, come ha ricordato il Presidente David Sassoli, dal Parlamento europeo.

Conte e altri capi di governo hanno sventato un’iniziativa di Mark Rutte e di altri “frugali” intesa a sottoporre al controllo del Consiglio quanto gli Stati faranno con i fondi ricevuti. Secondo Rutte, il Consiglio avrebbe dovuto esprimersi con voti all’unanimità che, in pratica, significherebbe dare un non democratico potere di veto ad un solo stato contro tutti gli altri ventisei. Invece, il monitoraggio sui programmi e sulle spese degli Stati spetterà alla Commissione, salvo la possibilità di una maggioranza qualificata dei due terzi dei capi di governo di fare ricorso, nei casi di inadempimenti, al cosiddetto “freno di emergenza”, bloccando l’erogazione dei fondi.

Nel momento più difficile della sua oramai settantennale storia, l’Unione Europea si è dimostrata all’altezza delle sfide e, zittendo i sovranisti, non solo italiani, rivelando sapervi fare fronte con procedure democratiche e solidarietà. È una lezione beneaugurante che si proietta nel futuro.

Pubblicato AGL il 22 luglio 2020

Un’altra legge elettorale è possibile. Pasquino spiega come @formichenews

Potere degli elettori e rappresentanza politica sono i due criteri che propongo di utilizzare per valutare qualsiasi legge elettorale, compresa, naturalmente, quella alla quale si lavora adesso in Parlamento (sperabilmente senza battezzarla in latino). Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica

Non possiamo e non dobbiamo schiacciarci ad analizzare qualsiasi testo di legge elettorale sia in discussione in Parlamento. Meno che mai dobbiamo affannarci a spiegare perché questa clausoletta perché questa percentuale perché questi criteri per le candidature. È ora di cambiare il campo di gioco. Cominciamo dai fondamentali. Il criterio dominante, ancorché non l’unico, per valutare la bontà (non la perfezione) di una legge elettorale è quanto potere e quale dà agli elettori. La legge Calderoli e la legge Rosato sono diversamente esemplari. Nella Calderoli il potere degli elettori stava tutto in una crocetta. Che, poi, con quella crocetta gli elettori sapessero vagamente quale candidato ce l’aveva fatta era, a causa delle pluricandidature, sostanzialmente impossibile. La Rosato faceva appena meglio. Mantenute le pluricandidature, ma aggiunto il voto di preferenza di genere (che, peraltro, è suscettibile di notevoli manipolazioni), dava un minimo di potere agli elettori.

Chini sui numeri e sulle percentuali che per molti di loro e dei loro partiti sono questione di vita e di morte, i facitori di leggi elettorali neppure più si ricordano che le modalità con le quali si elegge un Parlamento hanno conseguenze di enorme impatto sulla rappresentanza politica. Da tempo sostengo, in buona compagnia che va da Edmund Burke a Giovanni Sartori, che non è possibile avere nessuna governabilità decente se si riduce la rappresentanza (incidentalmente, tagliare il numero dei parlamentari italiani è riduzione di rappresentanza) invece di migliorarla qualitativamente.

Per quel che attiene alle leggi elettorali, il requisito di residenza nel collegio/circoscrizione per i candidati è il minimo. Soltanto chi vive laddove viene candidato/a e poi eventualmente eletto/a conosce i problemi, ma anche le risorse e le opportunità del luogo e delle persone e sarà in grado di rappresentarle adeguatamente, efficacemente. Le pluricandidature, oltre ad ingannare gli elettori, incidono pesantemente sulla rappresentanza del territorio che è rappresentanza di persone, delle loro attività, delle loro preferenze, delle loro speranze e, ebbene, sì, anche delle loro emozioni.

È giusto porsi l’obiettivo di evitare la frammentazione (di quel che rimane) del sistema dei partiti. Non bisogna mai premiare in qualsiasi forma i “frammentatori”. Tuttavia, credo che, nell’ottica della rappresentanza, esista una soluzione migliore delle clausole percentuali di accesso al Parlamento. In un partito escluso dal Parlamento perché non ha superato quella clausola, possono esserci candidati/e che nelle rispettive circoscrizioni hanno ottenuto notevole successo perché radicati, competenti, molto rappresentativi, ma rimarranno fuori. Meglio allora ricorrere al disegno di circoscrizioni di medio-bassa dimensione che eleggano 15-10 parlamentari (senza recupero dei resti!). Se quindici, allora la soglia sarà all’incirca 7/8 per cento; se dieci la soglia potrebbe essere 8/9 per cento. Complessivamente un partito potrà anche non raggiungere il 4/5 per cento dei voti su scala nazionale, ma alcuni suoi candidati/ saranno comunque eletti perché capaci di esprimere le esigenze di quel territorio. Ne gioverà la rappresentanza parlamentare.

Potere degli elettori e rappresentanza politica sono i due criteri che propongo di utilizzare per valutare qualsiasi legge elettorale, compresa, naturalmente, quella alla quale si lavora adesso in Parlamento (sperabilmente senza battezzarla in latino).

Pubblicato il 21 luglio 2020 su formiche.net

Per rilanciare l’Unione europea

La riunione del Consiglio Europeo che si terrà venerdì 17 e sabato 18 ha straordinaria importanza poiché affronta una situazione di straordinaria difficoltà. I capi di governo dei ventisette Stati membri dell’Unione e la presidente della Commissione Europea sono chiamati a impostare il bilancio dell’Unione per i prossimi sette anni e a decidere l’entità del Recovery Fund, dei fondi in parte prestiti (loans) in parte sussidi (grants) da assegnare ai diversi paesi. Se fosse accettata in toto la proposta della Commissione l’Italia otterrebbe circa 170 miliardi di Euro su un totale di 750 miliardi. Senza esagerare nelle differenze e distanze, all’inizio del negoziato esistono due posizioni, quella italiana, in buona misura condivisa da Francia, Spagna e Portogallo e dalla Cancelliera Merkel, presidente del semestre europeo fino alla fine di dicembre, e quella dei sedicenti (cioè, così si sono definiti loro) paesi “frugali”: Olanda, Austria, Svezia, Danimarca.

Il Presidente del Consiglio Conte ha impostato le sue richieste intorno a due premesse: prima, l’assegnazione dei fondi deve essere rapida e abbondante per rilanciare le economie di tutti i paesi; seconda, il principio fondamentale deve essere la solidarietà che implica che la ripresa economica dei paesi più colpiti apporterà benefici anche ai paesi frugali e persino alla Germania. A cominciare dal Primo ministro olandese, Mark Rutte, che si è dato il ruolo del duro di turno, l’impostazione concorrente è che i paesi accusati di essere “spendaccioni” non debbono essere premiati con sussidi da non rimborsare, ma debbono essere richiamati a mettere ordine nelle loro economie e nella loro governance. Potranno avere prestiti, ma non soldi a fondo perduto, sulla base di programmi chiaramente delineati lungo le linee elaborate dalla Commissione: economia verde, digitale e inclusiva.

É opinione molto diffusa che questo primo incontro non porterà ad una decisione. Quello che conta, però, è di quanto le distanze si ridurranno, quando si terrà il prossimo incontro e a chi saranno affidate le decisioni e l’attuazione del piano di ripresa e rilancio. Mai come in questa situazione si può affermare che “il tempo è denaro”. La Cancelliera Merkel e con lei la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen puntano a chiudere entro luglio. Comunque i fondi non potranno arrivare prima del gennaio 2021. Poiché in Consiglio si voterà è importante sapere che saranno necessarie maggioranze qualificate (e non l’unanimità) per costruire le quali la capacità negoziale di Angela Merkel, la sua pazienza e, naturalmente, l’autorità che le deriva dall’essere alla guida del paese più forte, possono risultare decisive. Credo che il Consiglio andrà nella direzione desiderata dall’Italia (e non solo). Il quanto dipenderà dalle argomentazioni di Conte e dalla sua capacità di convincere che l’Italia ha progetti quasi pronti e fattibili per i quali spendere i fondi che le saranno assegnati. Ancora una volta entrerà in gioco la credibilità politica e personale.  Così sia.

Pubblicato AGL il 16 luglio 2020

Ottuagenari sfuggiti alla rottamazione

Questo è un paese per ottuagenari. Purché carichi di denaro, di esperienze e di onori. “Suprematisti” (nel senso che hanno raggiunto i vertici più elevati nelle loro rispettive attività) bianchi che sono circondati da ammiratori (trici) e collaboratori, molti dei quali hanno ruoli importanti e altri ne potrebbero acquisire se i loro referente assurgono (non vorrei essere più preciso). Berlusconi, De Benedetti, Prodi, s’erano tanto combattuti e adesso i due del centro-sinistra sembrano avere molto bisogno e nostalgia dell’ex-Cavaliere e addirittura acconsentire al suo sdoganamento per la carica più elevata della Repubblica. D’altronde, quando fu eletto la prima volta al Quirinale anche Giorgio Napolitano era un ultraottantenne. Persino negli Stati Uniti, dove dodici anni fa alla conquista della Casa Bianca si avviava un relativamente inesperto neo-senatore di colore, oggi a contendersela sono due uomini bianchi ultrasettantenni. Le ambizioni tengono vivi e attivi, fanno circolare più fluidamente il sangue, ma era certo inimmaginabile che Prodi dimenticasse il tenore degli scontri e dei dissidi con Berlusconi e che De Benedetti fosse disposto a superare l’amarezza per quello scontro epocale finito in tribunale per il controllo di Mondadori e di “Repubblica”.

Se Parigi val bene una messa che cosa e quanto vale un MES? Sono i voti di Forza Italia il cui fondatore e padrone si è scoperto europeista adamantino che Prodi va cercando affinché l’Italia ottenga il massimo dei finanziamenti europei? Poi, per il Quirinale si vedrà chi dei due nonni avrà abbastanza voti e sostegno diffuso. E De Benedetti vuole “soltanto” tenere lontani da Palazzo Chigi tanto Salvini quanto Meloni e trovare un capo di governo diverso da Conte? forse anche una maggioranza diversa che finirebbe per rimescolare le carte quirinalizie? Sarebbero, dunque, i poteri forti, fra i quali, va annoverato anche il neo-Presidente della Confindustria che accusa Conte di non rispettare gli impegni e, in sostanza, di non sapere governare, a volere la testa del Presidente del Consiglio? Il momento della crisi, comunque, quando sta per iniziare la madre di tutte le trattative europee, è il meno consigliabile in assoluto. Forse con Conte non ci sarà il MES per spese sanitarie, ma il rischio è che senza Conte, tutti gli altri grants (sussidi) e loans (prestiti) siano drasticamente ridimensionati.

Mentre gli ottuagenari, almeno a parole, si riconciliano e gli avvocati di Berlusconi cercano una riabilitazione dalla Corte di Giustizia Europea, alcuni dati strutturali segnalano quanto seria è la situazione italiana. Il tasso di natalità continua a non garantire il ricambio della popolazione. L’Italia complessivamente invecchia, decine di migliaia di giovani donne e uomini se ne vanno all’estero, con conseguenze gravi non soltanto su chi dovrà pagare le pensioni, ma per la perdita del dinamismo di idee e di imprese che solo i giovani potrebbero garantire. Sembrò per poco più di un attimo che il dinamismo lo avrebbe portato e implementato il rottamatore-in-Chief, se non fosse entrato in una vertigine solipsistica. Non soltanto per autotutela, è molto poco probabile che le politiche pensate da leader ottuagenari siano tali da premiare i giovani. La nuova normalità, se ci arriveremo, continuerà ad essere piuttosto penalizzante per i giovani italiani. Non è vero che il paese è in declino. È già declinato anche per responsabilità dei suprematisti bianchi che oggi si scambiano riconoscimenti.

Pubblicato il 14 luglio 2020 su huffingtonpost.it

E uscimmo a riveder le stelle: politica e paradiso #18luglio #CastelBolognese

Sabato 18 luglio ore 18
Molino Scodellino
Castel Bolognese
via Canale, 7

Associazione Amici del Molino Scodellino presenta

Dialogo con Gianfranco Pasquino

E uscimmo a riveder le stelle: politica e paradiso

Sposiamoci così senza rancore. Pasquino spiega perché Zingaretti blinda Conte @formichenews

“Questo matrimonio s’ha da fare” intimò don Nicola Zingaretti. Gongolante divenne il Conte di ritorno da un faticoso viaggi fra i frugali olandesi che di tutti luoghi lo avevano portato a pranzo in un ristorante italiano all’Aia. Per il conto, naturalmente, annunciò Mark (Rutte), we go Dutch (alla romana). Rattristatissimi, invece, i retroscenisti oramai raggiunti dai commentatori politici che, avendo dato per finito il governo a maggio, poi a giugno, poi a fine luglio, settembre e oggi stesso, con Massimo Franco sul “Corriere”, a ottobre, non sapevano più dove sbattere la testa –fino alla prossima indiscrezione di Giorgetti e di un, comprensibilmente, Innominato più o meno dem. No, non è Calenda la gola profonda, lui se parla vuole assolutamente essere menzionato. Lo stabilizzatore Zingaretti, che molti danno a sua volta per sfidato da quel Bonaccini emiliano che ha strabattutto la Lega di Salvini, ha, semplicemente, “blindato” il Conte e il suo governo, nel quale sembra ci siano molti ministri del Partito Democratico, alcuni anche Bravi.

Se andiamo oltre l’inutile chiacchiericcio (ce lo chiedono gli italiani, sic), Zingaretti sa due cose importantissime. La prima è che chi non vuole destabilizzare un governo di cui fa (grande)parte deve evitare inutili critiche al capo del governo meno che mai quando sono i corso alcune battaglie epocali: in Italia la (non)concessione ad Aspi; in Europa i Recovery Funds da decidersi il 17 e 18 luglio. È imperativo che Conte arrivi sostenuto da tutti gli alleati della coalizione. Se poi ci sarà anche il sostegno del noto europeista Berlusconi e dell’ancor più noto europarlamentare Calenda, allora l’esito positivo arriverà su un piatto d’argento (o quasi). La seconda cosa che Zingaretti sa è stata comunicata a tutti da molto tempo. La differenza è che Zingaretti ha buona memoria, mentre molti commentatori si ingarbugliano nelle loro previsioni e nei loro pregiudizi.

Questo governo giallo-rosa deve durare per due buonissimi motivi. Da un lato, perché nel gennaio-febbraio 2022 toccherà a questo Parlamento il compito di eleggere il successore di Mattarella ed è preferibile che non ci sia una neo-maggioranza di centrodestra a farlo. Comunque, rimaniamo in attesa della rosa dei nomi (Casellati in testa, poi Calderoli) del centro-destra. È un gioco di società al quale non possiamo rinunciare. Dall’altro, perché, ebbene sì, nelle democrazie parlamentari spesso chi governa lo fa anche, con buona pace di Paolo Mieli, per tenere lontani dalla stanza dei bottoni e dei pulsanti alcuni oppositori che li azionerebbero a tutto discapito non solo dei governanti in carica, ma soprattutto e visibilmente della influenza italiana nell’Unione Europea. La carta sovranista ha perso quasi tutto il suo valore durante il Covid-19. È diventata un due di picche. Zingaretti preferisce qualcosa che assomigli al settebello (insieme a lui spero che questa carta si trovi nella manica della giacca di Paolo Gentiloni ).

Impedire che i sovranisti italiani, mascherati e mascarati, si assembrino a Bruxelles è un obiettivo nobile. Forse non c’è bisogno di un vero e proprio matrimonio fra PD e Cinque Stelle, con il rischio che irrompa il Dibba furioso. Basterebbe fare funzionare meglio la convivenza che in politica si chiama coalizione. Yes, they can.

Pubblicato il 11 luglio 2020 su formiche.net

INVITO Regionali e dintorni. Intervista a Gianfranco Pasquino #EventoOnline @6000sardine #Marche

Diretta facebook 8 luglio ore 19 ai seguenti link:

Inoltre sarà condivisa anche sul Gruppo 6000 Sardine Marche (gruppo chiuso) e sulla pagina nazionale 6000 Sardine.

VIDEO Come si può essere o non essere italiani? Cosa vuol dire essere cittadini italiani in Europa? #paradoxa 2/2020

VIDEO

 

Essere (o non essere) italiani, a cura di Gianfranco Pasquino, Paradoxa, Anno XIV – Numero 2 – Aprile/Giugno 2020

 

LA NON COSTRUZIONE DELL’ITALIANITÀ

Gianfranco Pasquino

Premessa

Poiché ho da tempo acquisito, anche sulla scia di buone letture (classica e insuperata quella del libro di P. Berger e T. Luckmann, La realtà come costruzione sociale, pubblicato dal Mulino nel 1969), la convinzione che qualsiasi appartenenza nazionale costituisca una delle componenti della costruzione personale e sociale dell’identità, le pagine che seguono sono state elaborate di conseguenza. Vale a dire che, con l’obiettivo di pervenire ad una spiegazione del mio rapporto con quella che chiamo “italianità”, ho intrecciato alcune mie esperienze personali con avvenimenti “storici” e con interpretazioni di commentatori e di studiosi. Non ho nessuna pretesa di avere conseguito una spiegazione generalizzabile. Nutro, però, più di una speranza di avere gettato un po’ di luce su una problematica che, con tutta la sua complessità e, talvolta, vaghezza, riguarda valori e comportamenti che influenzano rapporti e modi d’essere nazionali e internazionali tutt’altro che trascurabili e irrilevanti. Credo che sarebbe interessante, anche con l’obiettivo di ottenere una visione comparata, leggere esperienze di altre persone, in altri tempi e in altri luoghi. Finora, le mie letture non sono arrivate a tanto.

 

Delle origini

Per un lungo periodo di tempo non ho avuto nessuna occasione nella quale pormi il quesito relativo all’essere (o non essere) italiano e, meno che mai, di che tipo di italiano fossi o desiderassi essere/diventare oppure, meglio non diventare. Certamente, non m’interrogai sulle differenze intercorrenti fra me, torinese, e i molti ragazzi meridionali giunti a vivere nel mio quartiere. Il fatto che al Liceo i miei insegnanti di italiano, latino e greco e di scienze fossero siciliani non mi sembrò qualcosa di rilevante. Negli anni Cinquanta dello scorso secolo, la divisione “culturale”, nel senso antropologico, Nord/Sud non stava nei miei pensieri e neppure nei miei pregiudizi. Apprezzai “Rocco e i suoi fratelli” in quanto racconto della vita di una famiglia senza dare particolare peso o significato all’essere quella una famiglia meridionale trasferitasi nel cuore del Nord, a Milano. Leggevo e studiavo la storia d’Italia e dell’Europa senza nessuna visione nazionalistica né fierezza e orgoglio né senso di inferiorità. Non ricordo fra i miei compagni di classe voci che esprimessero particolare apprezzamento, in sé o con paragoni, per il nostro essere italiani.

Quando, nella prima esperienza all’estero, in Francia dove c’era una ottima scuola per imparare il francese, a La Rochelle, fui esposto a ragazzi e ragazze di molte nazioni europee, non furono le diversità che mi colpirono. Al contrario, quel 13 agosto 1961, giorno in cui cominciò la costruzione del Muro di Berlino, nell’evidente dolore degli studenti tedeschi, ma forse anche con qualche loro rassegnazione: “ancora il prezzo da pagare per i crimini nazisti”, e nella grande condivisione, in forme diverse e contenute, ma tutte chiare, degli altri studenti dagli svedesi agli inglesi, dai pochi spagnoli agli austriaci, dagli svizzeri agli italiani (che, peraltro, evitavo cercando di parlare esclusivamente in francese) e allo staff, docenti e assistenti, francese, mi si manifestò in maniera visibilissima l’Europa. Negli sguardi e nelle poche parole di tutti apparve lampante che, per quanto inconsapevolmente, stava in noi un sentimento comune e condiviso. Era il sentimento della libertà sotto ogni forma di cui godevamo noi, che da molti paesi europei eravamo arrivati in quello che fu uno dei più importanti luoghi frequentati e popolati dagli Ugonotti. Quel sentimento si tradusse e si espresse nella critica di quel grave evento e nella preoccupazione per tutto quanto quel Muro che separava Berlino segnalava, significava e faceva supporre.

Non posso interpretare pensieri e valutazioni di tutti quegli studenti europei, ma la loro riprovazione non nasceva sicuramente dalle appartenenze nazionali. C’era molto di più. Sì, lo scriverò con la necessaria retorica, c‘era il sentimento fino ad allora inconsapevole che, in effetti, qualcosa ci accomunava, noi ragazze e ragazzi europei, non credo di esagerare, qualcosa che quel Muro temeva e voleva separare fisicamente. La mia italianità, la Britishness, persino la grandeur francese (De Gaulle era allora il Presidente della Quinta Repubblica) e le altre appartenenze nazionali erano tutte recedute soppiantate da una convinzione (credenza?): l’essere europei, portata alla luce.

Quello che allora era solo il Corso di Laurea in Scienze Politiche a Torino era qualificabile, senza bisogno di dirlo, come “europeista” in quasi tutti i suoi docenti (uno solo dei quali aveva un noto passato fascista) e nella maggioranza degli insegnamenti. Il nazionalismo non abitava a Palazzo Campana. Grandi autori e grandi libri venivano dalla Francia e dalla Germania, dalla Gran Bretagna e dalla Svezia (il famoso economista Gunnar Myrdal e il “modello” socialdemocratico), molto più che dagli Stati Uniti d’America, e la storia moderna e contemporanea, anche quando l’argomento era l’Italia, veniva insegnata in prospettiva europea che si trattasse dell’industrializzazione (Gerschenkron, Il problema storico dell’arretratezza economica, 1962) o della resistenza. Non c’era ragione di soffermarsi sulle peculiarità (positive e/negative) italiane tranne che nell’analisi del fascismo. Nella città di Piero Gobetti, era molto facile respingere l’interpretazione crociana del fascismo come parentesi, e aderire con pochissime specificazioni e variazioni, alla tesi del fascismo “autobiografia della nazione”: che il fascismo era stato nche, forse, soprattutto, la conseguenza della inadeguatezza e dei cedimenti delle classi politiche italiane e delle cattive modalità di funzionamento della democrazia. In uno dei luoghi più antifascisti d’Italia, la “nazione” faceva una davvero brutta figura rispetto alla città di Torino e alla sua università (che non era dimentica di quel manipolo di professori i quali, avendo rifiutato di giurare obbedienza al Duce, persero consapevolmente il posto), a valori e comportamenti civili.

Che avendo i sabaudi “fatta l’Italia”, bisognasse, nella famosa frase attribuita (ma, certamente, ne condensava il pensiero politico di fondo) al torinese Massimo D’Azeglio, “fare gli italiani” era un dato di fatto, una constatazione sostanzialmente indisputabile, non messa in questione. Peraltro, quello che era un imperativo, politico e morale, non serviva certamente a suscitare sentimenti nazionalisti. Prima di diventare orgogliosi dell’Italia, era indispensabile che gli italiani acquisissero molte qualità che, forse, potremmo sintetizzare non tanto nell’amor di Patria, ma nel senso civico, nella disponibilità mazziniana all’adempimento dei doveri a cominciare da quelli scritti nella Costituzione repubblicana.

Anche se l’argomento del come fare gli italiani non fu mai preso di petto nei corsi che seguii, faceva capolino nelle lezioni di storia delle dottrine politiche di Luigi Firpo. Talvolta veniva evocato Giacomo Leopardi per la sua analisi spietata dei vizi degli italiani. Spesso veniva indirettamente criticato il nazionalismo fascista come cattivo maestro di malposta italianità. Insomma, nelle mie esperienze di studente non ebbi nessuno stimolo a definire la mia italianità né, meno che mai, ad essere particolarmente orgoglioso della mia appartenenza alla Nazione. Lo so, naturalmente, che, leggendo queste frasi, alcuni deprecheranno tanto l’internazionalismo della sinistra quanto, forse più, la versione piemontese, asciutta e severa, “moralistica” per i critici, intransigente, dell’Azionismo. Personalmente, non condivido in nulla queste critiche, nel frattempo divenute noiose e stantie, ma so che l’ambiente dei miei studi e le convinzioni dei miei docenti non lasciavano spazio a nessuna conquista o fierezza di italianità. Irrilevante. Per di più, nessuna versione di italianità intervenne nella costruzione della mia personale identità alla quale contribuirono letture come Cesare Pavese, Carlo Levi, Italo Calvino, Primo Levi e Beppe Fenoglio nei quali è impossibile ritrovare qualsiasi accentuazione di italianità, al tempo stesso che si esprimono valori civili di permanente rilevanza che stanno e vanno oltre qualsiasi considerazione “nazionale”.

 

Non una sola appartenenza

Da nessuna parte in Europa degli anni Sessanta del secolo scorso fecero la loro comparsa espressioni particolarmente significative di nazionalismo, neanche, semplicemente, nella versione di orgoglio nazionale. Per quel che mi riguarda, invece, tre episodi molto diversi, ma concatenati, mi esposero in maniera inaspettata al tema dell’appartenenza nazionale. Nel 1965 fui ammesso al Bologna Center della Johns Hopkins per un Master in Relazioni Internazionali, 160 studenti, metà statunitensi metà europei dei quali sei italiani. I primi ostentatamente fieri, persino troppo, della loro cittadinanza (credevano ancora al cosiddetto “eccezionalismo” americano appena incrinato dall’assassinio del Presidente Kennedy e c’era anche uno studente che veniva proprio da Dallas), gli europei di rimbalzo consci delle differenze culturali intercorrenti e delle loro specificità, disposti a vantarle. Noi italiani, di provenienze regionali diverse, certo collocati dalla parte degli europei, non eravamo comunque interessati a nessun vanto, ma coglievamo le diversità. Lo dirò così: “sì, c’è qualcosa di specificamente italiano, persino, positivamente tale” (un pensiero che non avevo mai avuto in precedenza) che attribuivo davvero alla cultura e, allora, persino, all’istruzione che si poteva ottenere nei licei un po’ dappertutto in Italia.

Vinta la borsa di studio per proseguire il secondo anno alla School of Advanced International Studies di Washington D.C., mi venne anche offerta la possibilità di acclimatarmi alla vita in USA, dove non ero mai stato in precedenza, grazie ad un programma che prevedeva quattro settimane ospite di una famiglia americana. Mi accolse una famiglia di Montclair, ricco sobborgo del New Jersey, repubblicana, molto benestante, con quattro figli, il più grande intorno ai vent’anni, il padre operatore economico di alto livello a Wall Street che faceva giornalmente il commuter. Quando chiesi come ero finito lì, se erano stati loro a sceglier/mi, la signora, donna squisita dell’alta borghesia di Philadelphia, mi rispose candidamente che l’alternativa era un africano del Ghana, peraltro un Ashanti, gruppo etnico molto importante e potente, e che avevano preferito l’italiano. Capii, allora, che la nazionalità era un fattore di qualche importanza (…).

Il terzo episodio è il più importante. Studiando Scienza politica alla School of Advanced International Studies mi imbattei (è il verbo giusto poiché il testo di cui parlerò non faceva parte delle letture assegnate) nella ricerca comparata di Gabriel Almond e Sidney Verba, The Civic Culture. Political Attitudes and Democracy in Five Nations (Princeton University Press 1963), uno dei libri di scienza politica più giustamente citati e influenti del secolo scorso. Per rendere breve, come dicono gli inglesi, una storia molto lunga, il dato che mi colpì maggiormente è che per gli Americani, gli inglesi e i messicani l’elemento di cui erano più fieri era chiaramente politico, rispettivamente: la Costituzione, il modello di governo, noto come Westminster, la rivoluzione, mentre per i tedeschi, i quali ad appena vent’anni dalla sconfitta del regime nazional-socialista (non necessariamente delle idee naziste) preferivano tenersi lontani dalla politica, era l’economia sociale di mercato. Per gli italiani la dispersione delle risposte premiava il Bel Paese, cioè la bellezza del territorio e delle città, e i grandi poeti e artisti del passato (Leonardo, Michelangelo, Dante) relegando la politica in un secondo piano molto lontano. Più che sorprendermi, questi dati mi incuriosirono assai. Di tanto in tanto continuo a chiedermi non soltanto quale risposta avrei dato allora e darei oggi, ma anche quali dovrebbero essere gli elementi da porre a fondamento della mia identità, della mia, più o meno pallida, italianità.

Negli anni Novanta che la politica (italiana) c’entrasse con l’italianità me lo fecero sentire i colleghi studiosi di politica che incontravo ai convegni accademici in vari paesi europei, negli USA e in diversi stati latino-americani. Ricordo la perplessità, la cautela, la sensazione di un “tenere le distanze”, l’imbarazzo iniziale di molti di coloro che mi incontravano per la prima volta negli anni del berlusconismo. Avevano a che fare con un italiano sostenitore di Berlusconi? Potevano criticare liberamente il fondatore e leader di Forza Italia, il fenomeno inusitato di un magnate delle televisioni private, del più ricco uomo italiano diventato capo del governo senza nessuna precedente esperienza in clamoroso conflitto di interessi? Da che parte stavo e, dunque, che “italiano” ero? Mi resi conto che, agli occhi di molti stranieri, certo, per lo più, ma non solo, accademici: politologi, sociologi, storici, la mia identità di italiano era concepita in termini politici, con riferimento alle mie eventuali preferenze politiche che, però, per non pochi di loro riflettevano pregiudizi su un popolo che, più o meno pittorescamente, non rispetta le regole.

Da un lato, ho regolarmente tentato di offrire una sobria analisi delle condizioni e delle modalità dell’avvento di Berlusconi, considerandolo ampiamente rappresentativo di una parte nient’affatto marginale dell’elettorato italiano. Dall’altro, non ho mai rinunciato alla critica della politica e dei politici dei paesi di provenienza dei miei interlocutori. Grande, enorme è dal 2016 il mio compiacimento nel dire alto e forte che, in quanto a cultura politica e pericolosità per le istituzioni e per il mondo, il Presidente Donald Trump è incomparabilmente peggiore di Berlusconi, e, insomma, il Primo ministro Boris Johnson non è sicuramente il modello di leader anglosassone al quale intendiamo guardare e aspirare. A proposito di Berlusconi, ho pensato, scritto e variamente argomentato che la sua comparsa e vittoria costituiscono una parte, non trascurabile della autobiografia della nazione in molti dei tratti che ritengo deprecabili. Li sintetizzo con le parole di Paolo Bagnoli: “L’Italia è un Paese che, per indole, non ama la sobrietà, la compostezza, la misura” (I ‘capiscioni’ smemorati, in “NON MOLLARE” (quindicinale online), n. 60, 16 marzo 2020). Chiudo su questo punto segnalando che mai, nel corso del berlusconismo, ho detto che mi vergognavo di essere italiano e mai ho annunciato che andavo in esilio. Anzi, ho trovato sgradevoli e politicamente inutili, se non addirittura controproducenti, entrambe le affermazioni.

 

Dell’italianità in politica

Rimanendo nella italianità riferita alla sfera politica, personalmente, senza in nessun modo lodare le mie preferenze politiche, solide e durature, mai intrecciate con un partito, ma collegate piuttosto ad una visione di società, ho preso ad interrogarmi su quel che rimprovero agli italiani. Mi è parso più utile anche per capire che cosa potrebbe essere l’italianità con la quale riuscirei ad identificarmi (ovvero, a sentirmi meno lontano).

Naturalmente, non propongo affatto un’analisi definitiva dei complessi rapporti degli italiani con la politica (per chi volesse saperne di più rimando ai libri del grande antropologo Carlo Tullio-Altan: Populismo e trasformismo. Saggio sulle ideologie politiche italiane, Milano, Feltrinelli, 1989 e La coscienza civile degli italiani. Valori e disvalori nella storia nazionale, Udine, Gaspari, 1995). Non seguirò la storia molto italiana dell’antipolitica e dell’antiparlamentarismo che ha spesso condotto alla critica della democrazia e al suo indebolimento. Non discuterò né di coloro che continuano a fare elogi eccessivi e senza fondamento degli italiani (la società “civile” nella sua interezza) né di coloro che mantengono la loro purezza “non prendendo neppure un caffè con i politici” [per chi non lo ricordasse fu questo, mai criticato dai suoi colleghi, uno dei grandi vanti di Indro Montanelli che addirittura contribuì alla sua fama]. Non voglio rinunciare a due citazioni che riflettono sulla drammatica epopea del coronavirus, da destra, Danilo Breschi: “ e l’italiano potrebbe persino mostrarsi il più accorto, il più amante della libera democrazia”, in Emergenza: maneggiare con cura, 19 marzo 2020; da sinistra, il Ministro Roberto Gualtieri. Lodata la grande dimostrazione di senso di appartenenza nazionale, il Ministro afferma, alquanto prematuramente che: “siamo diventati un modello sia nella gestione dell’emergenza sanitaria sia nella gestione delle sue conseguenze economiche”. Ne conclude che “credo che potremmo diventare un modello anche sul piano dei comportamenti e dell’etica pubblica” (L’intervista in “Corriere della Sera”, 20 marzo 2020, p. 11).

In senso lato, possiamo ritenere e sostenere che tanto l’orgogliosa separatezza rivendicata da numerosi esponenti della società civile quanto le affermazioni di superiorità di chi “non fa politica” siano elementi costitutivi dell’identità italiana. Da tempo l’Uomo Qualunque, nato in Italia, continua ad aggirarsi fra noi e ha dimostrato straordinarie capacità di trasformazione (di trasformismo) arrivando fino ad oggi, premiato nelle elezioni del 2013 e del 2018 da milioni di elettori/elettrici. Può persino contare su volonterosi megafoni, non solo nelle numerose rubriche delle lettere dei lettori al Direttore (una ricerca, che non consiglio a nessuno, su quelle lettere e sulle risposte di chi tiene la rubrica, fornirebbe uno straordinario spaccato dell’Italia reale e delle componenti dell’italianità). Ancora adesso l’interconnessione “società/politica” deve essere ribadita, come fa Ernesto Galli della Loggia, Il passato ci frena ancora. Scelte guidate dal consenso, Corriere della Sera, 11 marzo, p. 32: “Agli italiani più che la possibilità di contare su reti di servizi efficienti, su prestazioni dagli standard adeguati, in tempi rapidi e in sedi attrezzate, più di questo è sempre importato avere dallo Stato un’altra cosa: soldi. Soldi direttamente dalle casse pubbliche alle proprie tasche”. Non propriamente un “compromesso socialdemocratico”. Lo chiamerò compromesso clientelare. Però, il frenatore del titolo dell’articolo di Galli della Loggia non è il passato. Il frenatore, nell’accezione datagli dall’editorialista, fa parte costitutiva, integrale dell’italianità.

Al proposito, chiunque volesse stilare un elenco delle componenti dell’italianità finirebbe inevitabilmente per farlo, da un lato, in maniera selettiva e, forse, perentoria, dall’altro, individuando in particolare le caratteristiche degli italiani che non condivide, che lo irritano, che ritiene sostanzialmente deleterie e intollerabili. Non sono in grado di sfuggire a questi esiti e, a ragion veduta, rinuncio. Tuttavia, devo in qualche modo concludere la riflessione condotta fin qui. Lo farò con due osservazioni a ampio raggio.

 

Italianità e emergenza

Di recente in diverse conferenze in contesti diversi, specialmente all’estero, mi sono trovato a citare con approvazione la risposta data da uno studente alla richiesta, abituale nei dibattiti internazionali, di identificarsi. Lo studente in questione rispose con nome e cognome aggiungendo “sono un europeo nato a Torino”. Interpreto “europeo” come un’affermazione di identità e di identificazione con il progetto federalista di un’Europa politicamente unificata, ma anche come adesione ai valori democratici sui quali si fonda e si costruisce quel progetto. E interpreto il riferimento a Torino come il richiamo ad un humus, a radici culturali, a un’esperienza di vita e costumi considerata importante per la costruzione della personalità. Qualcuno potrebbe aggiungere che in quella frase non si trova nulla che richiami l’italianità. Pour cause, poiché lo studente (e ancora una volta concordo) voleva esplicitamente dare una spinta al superamento delle identità nazionali, intese come ostacolo alla costruzione di una identità europea. Sento subito montare il dissenso a questa affermazione, dissenso di frasi fatte tipo “solo forti identità nazionali daranno vita a una forte identità europea”. Finora non ho visto tentativi di sostanziare in maniera non retorica questa affermazione. Quindi, non ho modo di poterla (e neppure l’obbligo di doverla) discutere.

La seconda osservazione riguarda la ricomparsa in occasione dell’emergenza causata dal coronavirus di una frase altrettanto fatta (già spesso periodicamente utilizzata) il cui controllo empirico, fattuale è assolutamente inesistente. La frase, che è stata sulla bocca di quasi tutti gli editorialisti e gli opinionisti, non solo della domenica, nei talk show, è: “nell’emergenza gli italiani danno il meglio di sé”. Questa convinzione, meglio credenza, è talmente diffusa che è stata espressa anche nelle parole, in parte guidate dall’intervistatore, di un famoso calciatore poi allenatore Cesare Prandelli:

D. “Gli italiani nelle difficoltà riescono a fare squadra”.
R. “Fatichiamo ad accettare le regole, ma quando siamo responsabilizzati diamo il meglio, andando oltre le solite liti politiche. Spero che possiamo essere un esempio per gli altri Paesi della Comunità europea”. (Corriere della Sera, 16 marzo 2020, p. 11).

Più sfumato il sondaggista Nando Pagnoncelli: “nelle situazioni difficili il Paese dà il meglio di sé, basti pensare all’abnegazione dei medici e degli operatori sociosanitari e ai piccoli e grandi gesti di altruismo e generosità … relegando in secondo piano alcuni disdicevoli episodi che non ci siamo fatti mancare” (Le strategie decise dal governo promosse dal 62% degli italiani , in “Corriere della Sera” 14 marzo p. 12)

Sarebbe utile verificare quanto e come in occasioni di grandi emergenze, terremoti e inondazioni, non oso menzionare né la mafia né i terrorismi (al plurale), gli italiani abbiano dato il meglio di sé. Immagino che questo “meglio” si configuri come impegno personale (e collettivo) di energie e di tempo, forse anche di denaro, in attività altruistiche e collettive per risolvere e porre fine a quella specifica emergenza. La ricostruzione post-bellica, evento eccezionale, ma assolutamente non frutto di una emergenza, non mi pare un esempio appropriato Per carità di patria, non mi soffermerò sugli scandali, sugli sciacalli, sui profittatori sempre presenti, con pochissime eccezioni, una delle quali sembra essere la ricostruzione post-terremoto in Friuli nel 1976. Vero, parzialmente vero, non-vero che gli italiani sono donne e uomini (più) adatti alle emergenze’? Qui mi limiterò a dire che nell’emergenza del coronavirus a dare il meglio di sé sono stati i medici, gli infermieri, tutto il personale sanitario. Degli altri, di quelle decine di migliaia di persone che hanno violato l’indicazione di restare a casa, discuteremo un’altra volta. Nel frattempo, mi sento di affermare che il buon cittadino è colui che dà sempre il meglio di sé.

 

Per andare oltre

Naturalmente, mi sono più volte chiesto a che cosa serve/a l’italianità. Cercarla in quello che hanno scritto alcuni italiani da Leopardi a Gioberti da Manzoni fino a De Sanctis può essere un esercizio letterario di grande interesse (come quello offerto da Giulio Bollati, Il carattere nazionale come storia e come invenzione, Einaudi 2011, spec. pp. 35-127), ma mi sembra che, tutto sommato, rimanga senza rilevanza per la vita degli italiani e per la qualità del sistema politico e della democrazia. Che cosa conta fregiarsi del bollino “alta Italianità”? Che messaggio manda agli altri italiani e agli stranieri? Affidabilità o no? I frequenti richiami al Risorgimento, all’unità della patria, alla appartenenza nazionale sono concepibili, anche se non sempre accettabili, come una modalità da utilizzare per costruire e preservare la coesione sociale. Un sistema politico, una comunità nazionale, un regime democratico funzionano meglio, acquisiscono un’alta qualità, producono beni collettivi più abbondanti e, persino, li redistribuiscono in maniera più equa e più soddisfacente laddove la appartenenza nazionale, in questo caso, l’italianità, ha cementato una solida consapevole coesione sociale tramandata fra le generazioni. Capisco, ma non sono del tutto convinto che la coesione sociale derivi per una (in)certa parte dalla diffusione dell’italianità. Credo, ma lo pongo in maniera problematica, che la coesione sociale sia e debba essere il prodotto e la conseguenza del riconoscimento che esiste un patto fra persone, fra cittadini. Si chiama Costituzione ed è intessuto di leggi che regolano i rapporti fra i cittadini e fra i cittadini, i rappresentanti e governanti. Allora, sì, sono italiano perché riconosco nella Costituzione repubblicana del 1948 un patto degno di essere rispettato e attuato. Riconosco anche che quella Costituzione e il patto in essa contenuto e sancito mi offrono la opportunità di sentirmi e essere europeo. Se questo è “patriottismo costituzionale”, allora sono anche quel tipo di patriota. L’italianità sta nella Costituzione, si esprime attraverso la Costituzione, costruisce una comunità in grado di scegliere e decidere, cambiare e perseguire le sue preferenze. Capovolgendo Cicerone: ubi libertas ibi patria.   

Pubblicato in Essere (o non essere) italiani, a cura di Gianfranco Pasquino, Paradoxa, Anno XIV – Numero 2 – Aprile/Giugno 2020

 

 

Polveroni proporzional-maggioritari #LeggeElettorale

Scrivere una legge elettorale in attesa di un referendum quindi senza sapere quanti saranno i parlamentari da eleggere non è un’operazione saggia. Che la saggezza sia assente dal dibattito politico sul tipo di legge da scrivere è provato dalle affermazioni dei protagonisti politici. C’è chi vuole il “ritorno” alla proporzionale e chi lo ritiene un errore gravissimo. Però, la legge vigente, di cui fu relatore l’on. Rosato, oggi in Italia Viva, è già oggi due terzi proporzionale e un terzo maggioritaria. Quanto al testo in discussione non è, comunque, “la” temutissima “proporzionale pura” poiché prevede una soglia del 5 per cento di voti per avere accesso al Parlamento. Comprensibilmente, tanto Italia Viva quanto Leu (liberi e Uguali), ai quali i sondaggi impietosi attribuiscono rispettivamente all’incirca tre e meno di due per cento delle intenzioni di voto vorrebbero una soglia più bassa. Dal canto suo, Salvini si dichiara sbrigativamente a favore del maggioritario (sul quale Meloni non si esprime), ma non chiarisce quale. Non sarebbe un chiarimento da poco poiché il maggioritario inglese e quello francese, entrambi applicati in collegi uninominali, dove i candidati vincono o perdono, funzionano in maniera molto diversa. Infatti, il doppio turno francese offre agli elettori la grande opportunità di usare due voti: al primo turno per la candidatura preferita, al secondo per la candidatura da fare vincere, la meno sgradita.

Dopo avere detto che per gli italiani la legge elettorale è l’ultima delle preoccupazioni, affermazione alquanto discutibile, Salvini annuncia che è favorevole a due riforme: presidenzialismo e federalismo, cioè, concretamente, che vorrebbe abbandonare la democrazia parlamentare. Il capo di Italia Viva, Matteo Renzi, che non può permettersi di apparire un conservatore istituzionale, si dichiara “maggioritario” e propone la formula nota come “sindaco d’Italia”. Ma il sindaco d’Italia non è una legge elettorale. È una forma di governo di stampo sostanzialmente presidenziale poiché contiene l’elezione popolare diretta del capo dell’esecutivo, vale a dire il sindaco e il Primo Ministro. Non solo questo presidenzialismo mascherato richiederebbe la riscrittura di una manciata di articoli della costituzione italiana, ma, se disegnato seguendo il modello comunale, si basa su una legge proporzionale per l’elezione dei parlamentari, con un premio di maggioranza attribuito al capo, il sindaco o il Primo ministro, della coalizione vittoriosa. Curiosamente, nessuno si esprime in maniera limpida su due aspetti scandalosi della legge elettorale vigente: le candidature plurime e paracadutate, ovvero svincolate dalla residenza dei candidati. Sono gli strumenti con i quali i dirigenti dei partiti garantiscono l’elezione propria e dei loro più fedeli collaboratori/trici a scapito della rappresentanza politica che con il numero dei parlamentari ridotto di un terzo diventerà, a prescindere dalla formula elettorale, ancora meno soddisfacente.

Pubblicato AGL il 6 luglio 2020