L’eterno Berlusconi

“Come sarebbe”, si è chiesto Berlusconi, “negli USA il 76enne Bernie Sanders ha fatto una durissima campagna elettorale e a momenti vinceva le primarie presidenziali. Il 68enne Jeremy Corbyn, già al suo terzo matrimonio, ha portato i laburisti al 40 percento, un esito che il più giovane Tony Blair non aveva mai attinto. Il Donald Trump, che è molto più sbruffone di me, non è, però, neppure lui, con i suoi settantuno anni, un ragazzino. In Italia, l’ultranovantenne Napolitano fino a poco tempo fa ha fatto e disfatto governi compreso il mio nel 2011. E io che sono uno splendido ottantenne, sperimentato, già a lungo vincente, tirato a lucido, diventato animalista grazie a Dudù, dovrei lasciarmi rottamare da qualche politico quarantenne che non ha avuto neanche un quinto dei miei successi, che mi imita maldestramente, che ha perso peggio di me il referendum costituzionale? Rispolvererò una battuta bellissima (e vincente) dell’ultra settantenne Reagan che in un dibattito con un antagonista quasi vent’anni più giovane, disse: ‘non solleverò la questione dell’età contro il mio antagonista’. Poi, Reagan vinse anche. Non posso neppure dire ‘torno in campo’. In campo”, continua Berlusconi, “ci sono sempre stato. E’ che il gioco, spesso brutto ‘teatrino della politica’ mi piaceva poco. Gli arbitri hanno fischiato contro di me (speriamo che non lo facciano anche quelli della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) e il giovin giocatore fiorentino mi ha ingannato un paio di volte. Comunque, non mi pare proprio, gira e rigira che nel centro-destra siano venute fuori delle leadership alternative, fascinose. Brava è la Meloni, ma il suo elettorato e il suo appello sono inevitabilmente confinati a quell’area di destra, che, comunque, mi voterebbe. Mica crederà Giovanni Toti che vincere in Liguria sulle ceneri del PD e a Genova per errori del comico Grillo sia qualcosa che solo lui saprebbe trasportare a livello nazionale? Ma lo vedete il Toti in Lombardia e in Veneto, in Sicilia e in Puglia? Stefano Parisi è già quasi sparito: poco progetto, nessun carisma, dove va senza la mia Forza Italia? Il Salvini sarebbe, come sfidante, più credibile e persino più pericoloso. Ma non è che nel Sud gli riesca di sfondare, e poi che brutta botta ha preso con la sconfitta di Marine Le Pen alle presidenziali francesi! Infatti, non ne parla più, ma continua ad attaccare l’Europa alienandosi quella parte di elettorato moderato che non è europeista convinto, ma che sa che in Europa ci siamo e ci resteremo e che nessuno dei cosiddetti sovranisti riuscirà mai a farci credere che uno Stato svincolatosi dall’Unione Europea e magari anche dall’Euro sarà in grado da solo di risolvere i problemi che ventisette stati fanno fatica a mettere sotto controllo. La verità è davanti agli occhi di tutti, anche di coloro, non molti, che non esagerano a darmi sempre ragione, a ripetere fastidiosamente, persino per me, ‘come ha giustamente detto il Presidente Berlusconi’. Il parco del centro-destra non contiene nessun leader alla mia altezza. Qualcuno capace di raggiungere l’elettorato moderato, che esiste, e l’elettorato liberale, che mi sono inventato io, al quale ha creduto la stampa milanese, ‘Corriere della Sera’ in testa, come se ci fossero liberali italiani che si affidano ad un duopolista con i suoi conflitti d’interessi. Anche per evitare scontri sanguinosi dentro Forza Italia, di tanto in tanto faccio balenare qualche nome. Già, il Marchionne, lo menziono, ma mica ci credo che voglia fare il candidato di Forza Italia a Palazzo Chigi. C’è anche il Draghi, famoso in Europa non so quanto in Italia, ma qualcuno poi mi criticherà poiché ho sempre invitato a diffidare dei banchieri (a cominciare da Ciampi). Come spiegare che ho cambiato idea? Ma vi sembro il tipo che va alla ricerca di cosiddetti Papi Neri? Non l’ho fatto mai e non comincerò certamente a ottant’anni compiuti. Dunque, volete ancora il nome? E’ l’ultima cosa che vi farò sapere quando deciderò che i tempi sono arrivati. Non vi ricordate dei miei fuochi d’artificio, per esempio, l’abolizione dell’IMU annunciata come proposta conclusiva dell’ultimo dibattito con Prodi nel 2006. C’è mancato poco che vincessi. Vi lascerò nel dubbio, sarà un dubbio creativo, ‘ma Berlusconi ha un nome in mente oppure spera che il tempo lavori per lui?’ Adesso, andate a casa e mentre vi rilassate guardando una rete Mediaset, magari un programma a pagamento, chiedetevi: ‘e se fosse ancora lui il leader migliore del centro-destra?’ La risposta, amici miei, direbbe Bob Dylan, ‘is in the wind’ (quello che soffia a Arcore)”.

Pubblicato 11 luglio 2017

Bugie, maledette bugie e statistiche

di Gianfranco Pasquino e Marco Valbruzzi

Prigionieri della retorica renziana troppi commentatori (nonché, naturalmente, i pappagalleschi collaboratori del segretario) insistono sui due milioni di voti conquistati da Renzi in quelle che loro chiamano “primarie”, ma che sono semplicemente state le votazioni per il segretario. Da ultimo, ma non mancheranno i “ripetitori”, senza nessuna remora, Francesco Verderami scrive, attribuendo le parole a Franceschini, che le regole (della necessaria politica delle coalizioni) non sono mutate “[ne]anche per chi ha ottenuto due milioni di voti alle primarie” (Franceschini e il duello sulle alleanze, Corriere della sera”, 8 luglio 2017, p. 9). Ecco, l’ultimo ad avere ottenuto più di due milioni di voti nella sua elezione a segretario, è stato Walter Veltroni, dieci anni fa. Poi, come mostra il grafico, con partecipazione chiaramente declinante, né Bersani né i “due” Renzi sono arrivati a quella cifra.

Figura 1. Voti ai vincitori dell’elezione diretta del segretario PD e votanti complessivi (valori assoluti) 

Per la precisione, che dovrebbe interessare sia i protagonisti della politica sia i commentatori che, magari, volessero esibirsi nella nobile attività di controllo dei fatti (fact-checking), il più recente Renzi è arrivato a 1.257 mila voti che non è neppure il 15 per cento dei voti ottenuti dal PD nelle elezioni del febbraio 2013 ed è appena al di sopra del 10 per cento dei voti ottenuti dal PD già guidato da Renzi nelle elezioni europee del maggio 2014. Insomma, non sembrano davvero risultati strabilianti di cui essere fieri né in termini assoluti né con riferimento alla partecipazione del “popolo del PD”. Certamente, se quei voti vengono paragonati al numero dei partecipanti ai caminetti sono molti, molti di più. Ma, qual è il senso della comparazione che, “diciamo”, sembra avere un’impronta populista? Matteo Renzi dimentica bellamente che i votanti lo hanno rieletto alla segreteria del partito dopo un percorso di “rito”, come dichiarò subito Michele Emiliano, “abbreviato”, non potevano dare nessuna indicazione di quale governo e con chi. Molto poco si parlò del partito e il tema delle coalizioni – loro necessità, utilità, composizione – non fu praticamente neppure sfiorato.

Tabella 1. Segretari e candidati alla segreteria del PD, 2007-2017 

A prescindere da quello di cui si discetta nei caminetti, che retroscenisti alla Verderami ci racconterebbero per esteso, tutti coloro che si occupano, anche solo saltuariamente, di politica, sanno che dare vita a coalizioni è, direbbero gli anglosassoni (sì, proprio quelli che sono sostanzialmente “bipolaristi” e maggioritari), the name of the game, vale a dire il “gioco” al quale partecipare. Le coalizioni offrono all’elettorato la prefigurazione di un futuro possibile. Quando arrivano al governo (tutti i governi delle democrazie parlamentari, anche quello italiano attuale, sono governi di coalizione) rappresentano un elettorato più ampio di quello di un solo partito. Il loro programma, inevitabilmente negoziato, smussa le punte estreme e diventa più accettabile per una larga parte della cittadinanza. Brandire un milione e duecentosettantacinquemila voti contro una parte del proprio partito in nome di una inspiegabile “vocazione maggioritaria” non fa avanzare di un millimetro le politiche di quel partito e non migliora le cognizioni e la qualità della politica italiana.

Pubblicato su LaTerzaRepubblica 8 luglio 2017

Quante sono le sinistre? La sinistra deve sapere diventare e rimanere plurale

Non m’importa quante sono le sinistre: due, tre, cinque, tante, sparse. Non m’interessano le ambizioni dei dirigenti che si dicono di sinistra. Sono sicuro che la sinistra deve sapere diventare e rimanere plurale che vuole dire rispettosa delle proprie differenze, ma in grado di scegliere priorità e produrre decisioni. Deve perseguire una società giusta che riconosca il pluralismo e la competizione delle idee e che crei di volta in volta eguaglianze (plurale) di opportunità.

Caso Vaccini. Il peso della responsabilità

Sono arrivati tempi molto duri per la scienza in diverse parti del mondo, le cui conquiste vengono negate attraverso la manipolazione dell’ignoranza dei cittadini e lo sfruttamento di superstizioni antiche e moderne. Alcuni giorni fa, la Turchia del Presidente Erdogan ha deciso di procedere all’insegnamento del creazionismo nelle scuole negando, di conseguenza, la scientificità del darwinismo, dell’evoluzionismo. Da un paio di decenni, peraltro, anche in non pochi degli Stati del Sud degli USA, diverse confessioni religiose premono affinché il creazionismo sia ammesso a pieno titolo come materia d’insegnamento nel curriculum di studi. Triste è questa tendenza, diseducativa e, nel medio termine, almeno altrettanto pericolosa di quella di coloro che si oppongono alle vaccinazioni. Vantando evidenze scientifiche di molto dubbia o, più spesso, inesistente validità, i cosiddetti No vax, sostengono che i vaccini contro le malattie infettive e contagiose, soprattutto, ma non solo quelle dei bambini, sono pericolosi per la salute e per la vita a cominciare proprio da quei bambini. Dunque, li rifiutano.

Tralasciando temporaneamente che in Italia si sono già verificati numerosi casi di decessi di bambini che, se vaccinati, non avrebbero contratto la malattia, ad esempio, ma non solo, il morbillo, è imperativo riflettere su tre elementi che finora non sono stati sufficientemente presenti nel dibattito pubblico italiano. Il primo elemento è che, grazie ai vaccini scoperti e utilizzati negli ultimi settanta-ottanta anni quasi tutte le malattie infettive e contagiose sono state debellate oppure, quantomeno, drasticamente ridimensionate. Sul punto, l’evidenza scientifica è monumentale e inoppugnabile.

Secondo, chi si oppone alle leggi della Repubblica che rendono obbligatori i vaccini sta dichiarando con il suo comportamento che l’art. 32 della Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività” è sistematicamente violato dalle autorità, governo e parlamento. Infatti, logicamente, chi segue i No Vax ritiene che la Repubblica non stia affatto tutelando la salute dei suoi cittadini, in particolare, dei più indifesi, vale a dire, i bambini, ma, al contrario, la stia mettendo sistematicamente in pericolo proprio attraverso l’obbligo di vaccinazione. Qualcuno potrebbe anche, di conseguenza, chiedere ai No Vax di intraprendere azioni legali contro le autorità repubblicane ai vari livelli. Saranno poi i tribunali della Repubblica a chiedere che sia presentata da tutte le parti la necessaria evidenza scientifica a supporto.

Infine, qualcuno potrebbe, in via di principio, anche essere d’accordo sulla libertà dei singoli di opporsi ai vaccini così come a qualsiasi modalità di accanimento terapeutico, naturalmente, attendendosi coerenza dai No Vax anche per quel che riguarda le norme sul fine vita. Qui, però, siamo di fronte ad una situazione nella quale sono i genitori a decidere per i figli, sui figli, costretti a subire le conseguenze di quanto deciso per loro, che potrebbero essere letali. Questo già rende difficile affermare egoisticamente “affari loro”. Di più, che è, a mio parere, il passaggio più importante, chi non vaccina i propri figli non mette a rischio esclusivamente la loro incolumità. Attraverso il possibile/probabile contagio che, amplificato dalla vita in una società aperta e mobile, potrebbe condurre a devastanti epidemie, saranno messe in pericolo la salute e l’incolumità di tutti coloro che casualmente entreranno in contatto con bambini infettati perché non vaccinati. Esiste, cioè, una responsabilità sociale enorme a carico di coloro che decidono, violando la legge, di non vaccinare i loro figli. I No Vax finiscono per mettere, più o meno consapevolmente, a repentaglio non solo la vita dei loro figli, ma quella dei figli degli altri. Questo, la Repubblica, che siamo noi tutti, cittadini, non può davvero consentirlo.

Pubblicato AGL il 6 luglio 2017

“Patologia della corruzione parlamentare” di Piero Calamandrei. Introduzione di Gianfranco Pasquino

L’indispensabile e criticabile rappresentanza parlamentare
Riflettere su come i cittadini delle democrazie sono rappresentati e sono governati può essere un esercizio scientificamente gratificante. Quando l’esercizio è effettuato da un grande maestro del pensiero giuridico, come fu Piero Calamandrei, può condurre ad approfondimenti, valutazioni, proposte di rimedi tutti meritevoli di assoluta considerazione. Poiché l’Italia era, ai tempi di Calamandrei ed è rimasta, nonostante alcune malposte, malintenzionate e malfatte proposte di riforma, in parte mai giunte in porto, in parte opportunamente bocciate dall’elettorato, una democrazia parlamentare, gli scritti qui presentati mantengono una straordinaria attualità e pertinenza. Certo, nei più di cinquant’anni trascorsi si sono avuti molti cambiamenti, in particolare, per quel che riguarda i partiti e i loro rappresentanti eletti in parlamento e nelle modalità stesse di fare politica. Tuttavia, i due scritti di Calamandrei qui ripubblicati continuano ad essere molto più che semplici suggestive riflessioni. Sono una guida per addentrarsi nel parlamentarismo, per orientarvisi, per leggervi gli sviluppi, per individuare i problemi aperti e per proporne, lucidamente e sobriamente, i rimedi possibili. (dall’Introduzione di GP)

«Questo è un argomento che, per trattarlo col dovuto rispetto, bisognerebbe scriverne in latino; in un latino settecentesco da vecchio trattato di medicina, colla descrizione dei sintomi e varietà della malattia, e qualche bella tavola illustrativa: De variis in Parlamento corruptelae modis atque figuris Tractatus».

Così, con l’ironia ben nota ai suoi lettori, scriveva Piero Calamandrei nel primo dei due scritti qui riproposti: usciti entrambi nell’arco di un decennio, tra il ’47 e il ’56, ma ancora oggi di un’attualità evidente in ogni loro riga, essi mostrano, con l’usuale profondità di pensiero e chiarezza di stile, come giustizialismo e discredito della politica siano non solo tratti caratteristici e complementari della nostra vita pubblica odierna, ma fenomeni di lungo corso, che affondano le loro radici nella storia della nazione.

Piero Calamandrei
Patologia della corruzione parlamentare
Introduzione di Gianfranco Pasquino
Edizioni di Storia e Letteratura (2017)

Il talento di Mr. Renzi

“Maleducato di talento”, tale sarebbe Renzi nella valutazione primigenia di Ferruccio De Bortoli. La maleducazione l’ho vista e rivista poiché Renzi l’ha regolarmente esibita. Però, il talento non riesco a coglierlo. Sta nelle modalità con cui ha sloggiato Enrico Letta da Palazzo Chigi? con cui ha fatto riforme costituzionali brutte e pasticciate? con cui ha condotto una campagna referendaria plebiscitaria e l’ha persa? con cui, dopo averli spesso umiliati, ha spinto fuori dal PD una parte di dirigenti e militanti? Se questo è “talento”…

Quel che fa differenza è una politica di accoglienza comune e condivisa

Non basta dire che anche noi italiani siamo stati migranti. Non basta distinguere fra rifugiati politici, protetti dall’art. 11 della Costituzione, e migranti per ragioni economiche. Morire come oppositori politici schiacciati da un regime autoritario oppure perché quel regime priva i suoi cittadini delle risorse indispensabili alla sopravvivenza fisica non può implicare quasi nessuna differenza di trattamento. Quel che fa differenza è una politica di accoglienza comune e condivisa in tutti gli Stati-membri dell’Unione Europea. Il resto è amarezza, tristezza, disfatta.