La democrazia come ideale e come fatto #TavolaRotonda #Roma #8gennaio

8 gennaio 2020, ore 17
Sala del Nazareno
via Sant'Andrea delle Fratte 16
Roma

a partire da ParadoXa 3-2019

Democrazie Fake
a cura di Gianfranco Pasquino

Tavola rotonda

La democrazia come ideale e come fatto

Gianni Cuperlo
Dario Franceschini
Claudia Mancina
Giacomo Marramao
Gianfranco Pasquino

La partita elettorale in Emilia Romagna #Intervista @RadioRadicale

Intervista raccolta da Roberta Jannuzzi il 2 gennaio 2020
Durata: 7 min 41 sec

ASCOLTA

26 gennaio è la data del primo appuntamento elettorale del 2020.
In Calabria come in Emilia Romagna.
Ma è in quest’ultima regione che si gioca la partita più attesa.
Qui Matteo Salvini porta avanti la sua battaglia di carattere nazionale, la sinistra cerca di evitare una sconfitta storica, il movimento delle Sardine è comparso per la prima volta dando prova dell’esistenza di quell’Italia silenziosa alla quale, forse, si riferiva nel discorso di fine anno del presidente Mattarella.
Sette i candidati alla presidenza della regione Emilia-Romagna e 17 liste.
Contro il Governatore del Pd Stefano
 Bonaccini, Lucia Borgonzoni per il centrodestra, ma anche il candidato del M5S, Simone Benini, più quattro candidati di liste civiche, di sinistra o no-vax.
Ne parliamo con il professor Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università degli Studi di Bologna.

Più fiducia più responsabilità #Messaggio di Fine Anno del Presidente #Mattarella

Siamo anche i discendenti alla molto lontana di Leonardo, Raffaello e Dante, citati dal Presidente Mattarella in apertura del suo discorso di fine d’anno, dei quali giustamente celebriamo le opere stupefacenti, ma da allora troppa acqua è passata sotto i ponti italiani. Senza bacchettare i politici, cosa sempre buona e giusta, Mattarella ha preferito rivolgersi a noi cittadini e solo indirettamente a chi ha potere politico. Le due parole chiave, intorno alle quali, da qualche tempo, ruotano le spiegazioni delle scienze sociali riguardanti la qualità delle democrazie e lo sviluppo economico e culturale, sono fiducia e responsabilità. Il Presidente le ha declinate sobriamente, ma con precisione ed efficacia. Una società funziona in maniera apprezzabile quando gli uomini e le donne hanno fiducia, non soltanto in se stessi, ma, è mia personale aggiunta, gli uni negli altri. Sanno che tutti, o quasi, si comporteranno secondo le regole e che nessuno, o quasi, cercherà di prevaricare. Quando gli impegni assunti sono (quasi) sempre rispettati. Alla fiducia reciproca s’accompagna la responsabilità. Chi ha assunto impegni è responsabile della loro attuazione. La responsabilità è la virtù democratica per eccellenza. Mattarella si è affrettato a ricordare che i cittadini debbono ricevere il buon esempio dalle istituzioni. A coloro che hanno incarichi istituzionali spetta per primi l’onere (e l’onore) di comportarsi in maniera responsabile. La responsabilità è “il più forte presidio di libertà”. Non so quanti fra i detentori del potere politico e istituzionale si siano sentiti fischiare le orecchie, ma chiarissimo è il messaggio. La coesione sociale emerge, si manifesta, si mantiene producendo esiti positivi per una nazione, ma anche, a livello più elevato, nell’Unione Europea, quando esistono alte dosi di fiducia e i cittadini, i rappresentanti, i governanti, accettano e si sforzano di operare responsabilmente. Certo, Leonardo, Raffaello e Dante non sono più qui con noi, italiani, ma, agli occhi degli stranieri continuiamo ad avere grandi potenzialità. Esistono uomini e donne in questo paese che sanno agire con abnegazione, che spesso compiono atti di eroismo. Ferma restando l’eccezionalità di alcuni comportamenti, da lodare, e il Presidente l’ha fatto, è nella quotidianità che i cittadini debbono migliorare. Senza nessun cedimento a sentimenti buonisti e melliflui, il Presidente affida ai giovani una ragionevole speranza di miglioramento complessivo, diffuso della società italiana. Dalla loro consapevolezza della gravità dei problemi, a cominciare da quello ambientale, e dalla loro sensibilità è possibile attendersi cambiamenti significativi, tutti da conquistare. Per concludere con Dante, il Presidente Mattarella si è premurato di dire agli italiani che “la dritta via” non è del tutto “smarrita”. Che dobbiamo avere fiducia. Agendo con responsabilità riprenderemo il difficile cammino che conduce a una società civile e prospera. Buon Anno.

Pubblicato AGL il 2 gennaio 2020

Emilia-Romagna, il politologo Pasquino a @tpi: “Bonaccini senza carisma, Salvini ignorante, Borgonzoni incapace”

Intervista al politologo sulle elezioni del 26 gennaio: “Vince chi fa meno errori. Le sardine? Possono spostare voti a vantaggio del centrosinistra” di Enrico Mingori


A Bonaccini “manca il carisma”, Salvini è “un ignorante” e Borgonzoni “non saprebbe da che parte cominciare per governare l’Emilia-Romagna”. Gianfranco Pasquino ci va giù pesante quando parla dei protagonisti delle elezioni regionali più attese degli ultimi anni. Il 26 gennaio in Emilia-Romagna si decide il nuovo governatore, ma – forse – anche il futuro del governo giallorosso.

“Vince chi fa meno errori nell’ultima settimana di campagna elettorale”, riflette il politologo, professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna ed ex senatore (fu in parlamento con la Sinistra Indipendente e i Progressisti tra gli anni Ottanta e Novanta).

Professore, per oltre cinquant’anni le elezioni in Emilia-Romagna sono state poco più di una formalità per il centrosinistra. Adesso per la prima volta la partita sembra davvero aperta. Perché?

La partita è aperta perché la destra è cresciuta in questo paese e, in maniera un po’ sorprendente, anche in Emilia-Romagna: c’è un leader trascinante al quale piace fare campagna elettorale, che è Matteo Salvini, e c’è l’aspettativa che lui riesca a sconvolgere gli equilibri dell’Emilia-Romagna all’insegna di uno slogan ben scelto: “Liberate l’Emilia-Romagna dal controllo esercitato sulla regione prima dal Partito comunista e poi dal Partito democratico”.

In questa campagna elettorale, oltre ai candidati, c’è un nuovo protagonista: il popolo delle sardine. Che ruolo gioca questo movimento? E può spostare dei voti?

Il popolo delle sardine probabilmente sposterà dei voti, se – come sembra – è essenzialmente un movimento di giovani. I giovani generalmente non sempre votano la prima volta: se le sardine riusciranno a portare a votare una parte di questi giovani, potrebbe essere un vantaggio per Bonaccini.

Le elezioni dell’Emilia-Romagna non sono mai state così attese a livello nazionale. Se vince la Lega, cade il Governo?

Bonaccini fa bene a sottolineare che si vota per la Regione. Ma è chiaro che se il centrodestra riuscirà a ottenere questa vittoria insperata aumenterebbero le pressioni sul presidente della Repubblica e da parte dell’opinione pubblica per  andare a verificare il consenso dell’attuale governo nel paese. In queste elezioni regionali c’è, eccome, una valenza nazionale. E sarebbe sbagliato non sottolinearla.

Qualche anno fa si parlava molto della crisi del modello emiliano, oggi non se ne parla quasi più. Ma cos’è esattamente il modello emiliano? E oggi questo modello è in crisi?

Non ho mai pensato che il modello emiliano fosse in crisi. Quello che è in crisi è il partito che dovrebbe attuare questo modello: il Pd – come ha detto D’Alema in una memorabile espressione – è un’amalgama mal riuscito. Ed è mal riuscito anche in Emilia-Romagna.

Com’è cambiata Bologna negli ultimi trent’anni?

Bologna secondo me è peggiorata nella qualità della vita. Non c’è stata nessuna innovazione significativa: la città è un po’ seduta sugli allori del passato. La qualità della vita a Bologna non mi soddisfa più. E credo che questo si rifletta anche nella mediocrità dei governanti della città.

Qual è – se c’è – il punto debole di Bonaccini? E qual è – se c’è – il punto debole di Salvini?

Il punto debole di Bonaccini è il carisma: Bonaccini non è riuscito a comunicare in maniera efficace tutto quello di buono che ha fatto. Salvini, invece, è uno straordinario comunicatore. Il suo punto debole è che è un ignorante. Molto spesso dice cose che non hanno nessuna corrispondenza con la realtà: è bravissimo a fare campagna elettorale, ma non mi pare abbia dimostrato di sapere fare anche il ministro. Non dimentichiamo, però, che la sfida non è tra Bonaccini e Salvini, ma tra Bonaccini e Borgonzoni. Per lei sono tutti punti deboli: la Borgonzoni non saprebbe da che parte cominciare per governare questa regione.

Faccia un pronostico: come finisce il 26 gennaio?

Manca troppo tempo. Molto conta la campagna elettorale, che può cambiare le preferenze di molti elettori: negli ultimi dieci anni l’elettorato è diventato estremamente volatile, per non dire volubile e quindi cambia il suo comportamento di voto, anche negli ultimi giorni. Chi commette meno errori nell’ultima settimana ha migliori possibilità di vincere.

Pubblicato il 28 dicembre 2019 su TPI NEWS

(Pre) Veggendo il futuro: tendenze e opportunità @Italianidouble

Francesca Cosanti, Galileo Galilei

Dopo avere avuto il suo governo sovran-populista, quello giallo-verde, durato circa quindici mesi (giugno 2018-agosto 2019), grosso modo nella media dei suoi predecessori, l’Italia entra nell’anno nuovo con una compagine diversa. Gli europeisti del Partito Democratico si accompagnano ai Cinque Stelle, ancora largamente populisteggianti, ma, obbligati a prendere atto che l’Unione Europea è il luogo nel quale l’Italia deve fare politica. Per fare una politica migliore dei sovranisti Salvini e Meloni, è indispensabile dotarsi delle conoscenze e delle competenze necessarie e sostenere un governo che sia rispettato e considerato credibile in sede europea. Grazie al Commissario Paolo Gentiloni, un po’ di rispetto e di credibilità sono stati recuperati. Il resto dipenderà dalle politiche nazionali e dalle azioni concrete sia nel Parlamento Europeo, che nuovamente ha un Presidente italiano, David Sassoli, sia nel Consiglio dei capi di governo. Purtroppo, spesso i messaggi che giungono alle orecchie dei protagonisti, specialmente economici, europei, e sfilano sotto i loro, spesso preoccupati, occhi non sono quelli che la seconda potenza manifatturiera dell’Unione dovrebbe mandare, come, per esempio, ha fatto nella controversa approvazione del Meccanismo Europeo di Stabilità. A votazione positiva avvenuta ritengo sia possibile parlare di una sceneggiata che non ha beneficiato nessun partito e ha, probabilmente, confermato in alcuni governi europei la convinzione che in prima istanza gli italiani fanno uso delle tematiche europee a fini di lotta politica domestica.
Nonostante che il governo Conte 2 sia riuscito a tenere i conti in ordine, l’Italia continua ad avere una gigantesca palla al piede e un monumentale problema da affrontare la cui soluzione è sostanzialmente rimandata ad imprevedibili avvenimenti futuri. La palla al piede è rappresentata dall’elevatissimo debito pubblico: il 138 per cento del Prodotto Nazionale Lordo, che nessuna riforma riesce ad intaccare e per rifinanziare il quale i governanti sono costretti a utilizzare risorse che altrimenti potrebbero essere destinate a investimenti produttivi. Soltanto una mole significativa di investimenti di questo tipo sarebbe in grado di rilanciare la crescita dell’economia, da qualche anno sostanzialmente vicina allo zero, senza la quale non si avranno nuovi posti di lavoro, non si arresterà la fuga dei giovani, non sarà possibile accogliere al meglio i migranti e metterli nelle condizioni di contribuire all’economia italiana, non si fronteggerà il fenomeno importante, ancorché non gravissimo, delle diseguaglianze di reddito (e di ricchezza). Quello che dovrebbe preoccupare è che il nuovo governo giallo-rosso non ha neppure cominciato ad affrontare uno qualunque di quei problemi. La sua Legge Finanziaria, nonostante i non troppo convinti strepiti dell’opposizione, non rappresenta nessuna inversione di tendenza nei numeri, nelle priorità, nelle scelte. Si tratta di piccolo cabotaggio mentre nella maggioranza parlamentare assistiamo al piccolo sabotaggio di alcuni provvedimenti ad opera di Italia Viva alla ricerca di una sua visibilità. Né il governo ha risolto le due enormi criticità rappresentate dall’Ilva di Taranto e dall’Alitalia.
Per ragioni simboliche, ma anche, sicuramente, sostanziali, sul futuro prossimo del governo Conte 2 si stende l’ombra delle elezioni regionali in Emilia-Romagna (26 gennaio). Altrove, ad esempio, nei Länder tedeschi, nessuna sconfitta congiunta, e se ne sono già avute diverse, di democristiani e socialdemocratici, viene strumentalizzata per chiedere elezioni nazionali anticipate e un cambio di governo. In Italia, invece, una sconfitta del lungo predominio della sinistra in una regione simbolo, aggiungendosi ad altre precedenti sconfitte, potrebbe destabilizzare, non obbligatoriamente, non a norma di Costituzione, la coalizione al governo. A bocce ferme, il centro-destra gode già di maggiore consenso a livello nazionale del governo Cinque Stelle-Partito Democratico, senza contare che i Cinque stelle sembrano essere in caduta libera a causa della debolezza del non necessariamente insostituibile Di Maio e dell’enfasi posta su politiche velleitarie, irrealizzabili.
La maggioranza delle autorità europee preferisce chiaramente il governo attuale all’alternativa, solo parzialmente sperimentata, di un governo italiano con Salvini il quale, se vincesse le elezioni, ne diventerebbe il dominus, il padre, l’uomo, non del tutto solo, ma consapevolmente al comando. L’Unione Europea può essere una ciambella di salvataggio per chi ci crede ed è credibile. Avrebbe certamente un atteggiamento poco cooperativo con chi ripetutamente critica l’Unione perché ostile all’Italia e sbeffeggia le sue autorità a Bruxelles con gli epiteti, incidentalmente non corrispondenti alla realtà, di burocrati, eurocrati, tecnocrati, poiché tutte le autorità, e soprattutto i Commissari, possono vantare notevoli biografie professionali ed esperienze politiche di alto livello. Dal canto suo, l’Unione Europea, perso il “pezzo” importante rappresentato dalla Gran Bretagna, prosegue, cambia, migliora. E’ sicuramente più democratica poiché il Parlamento eletto dai cittadini europei ha acquisito più potere formale e maggiore influenza informale sui procedimenti decisionali. Ha preso atto della necessità immediata di una riconversione ecologica, di un’Europa verde e si sta muovendo in quella direzione. Dopo il MES seguiranno altre misure di politica economica da condividere e di tassazione che spingono ad una maggiore convergenza fra gli Stati-membri. Cresciuti di poco nelle urne e nella rappresentanza parlamentare, i sovranisti e i populisti che esistono negli Stati-membri appaiono sostanzialmente privi della capacità di influenzare l’agenda e di cambiare le politiche. L’Unione Europea va avanti, è in grado di accelerare, forse deciderà di muoversi a due velocità. Nel 2020 il rischio è che un debole governo italiano, troppo impegnato nella sua sopravvivenza, non riesca a stare attivamente in compagnia di coloro che intendono procedere più rapidamente.

“In questo libro troverete un modo, quello che ritengo migliore, di leggere, capire e valutare la qualità della democrazia italiana. Non sostengo affatto che è buona. Affermo che riflette la qualità, la non elevata partecipazione politica dei cittadini, il loro disinteresse, particolarismo e antiparlamentarismo. Qualcuno sostiene che possiamo fare meglio. Non ne vedo le premesse e spiego perchè.”

Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza Politica nell’Università di Bologna – Autore di Italian Democracy. How It Works (Routledge 2020).

Pubblicato si il 1° gennaio 2020 su italianitalianinelmondo.com

Dare i numeri a proposito di rappresentanza politica @Tboeri @repubblica #tagliodeiparlamentari

Il già apprezzato Presidente dell’INPS Tito Boeri ha scritto un articolo (Non solo questione di numeri, Repubblica, 31 dicembre 2019) alquanto confuso dimostrando di non sapere come misurare la produttività dei parlamentari.

La presenza alle votazioni in aula certamente non è una misura di produttività. Spesso quelle votazioni giungono al termine di un lungo iter in Commissione e su molti disegni di legge non c’è oramai più conflitto. Davvero la produttività di un parlamentare si misura sui disegni di legge da lui/lei “sfornati” che non hanno nessuna possibilità di essere presi in considerazione, giustamente, poiché, da un lato, sono messaggi, oramai abbastanza rari, mandati agli elettori, ma più spesso sono “favori” restituiti a qualche gruppo di interesse che, in effetti, è il vero autore di quel disegno di legge? Comunque, se produttività è produrre disegni di legge, allora Boeri dovrebbe essere fermamente contrario alla riduzione del numero dei parlamentari. Infatti, quanti più sono i parlamentari tanti più saranno/sarebbero i disegni di legge.

Propongo, a Boeri e ad altri, che la produttività venga misurata con riferimento non ai disegni di legge, che è preferibile siano presentati dal governo espresso da una maggioranza parlamentare e quindi legittima/ta, ma con riferimento alla rappresentanza. Che cosa fanno i parlamentari per dare rappresentanza politica ai loro elettori, agli elettori in generale? Allora, sì, Boeri capirà che, in realtà, il problema e la produttività dipendono proprio in larghissima misura dalle leggi elettorali, dalla loro capacità di collegare concretamente gli elettori al parlamentare che hanno eletto. Qui il discorso si fa più complesso e la misurazione richiede criteri adeguati, non causali, non occasionali. Another time, another place. Tuttavia, per qualcosa che è più di un’approssimazione come risposta, suggerisco di leggere il mio Minima Politica. Sei lezioni sulla democrazia (UTET 2020), delle quali una è sulle leggi elettorali, un’altra è proprio sulla rappresentanza.

Fioramonti? Bocciato sulla scuola (di politica). L’opinione del prof. Pasquino @formichenews

È indubbio che né la scuola né l’Università né la ricerca costituiscano priorità di questo governo. A prevalere due motivazioni fortissime: tenere lontano Salvini e il centrodestra nella speranza, flebile, di qualche avvenimento imprevedibile a favore del M5S o Pd. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica e autore di Italian Democracy. How It Works, Routledge

Se dovessero dimettersi tutti i ministri di tutti i governi ai quali mancano le risorse per le attività che, a loro parere, sono indispensabili al buon funzionamento del loro settore, allora sì che avremmo il tanto auspicato “uomo solo al comando”. Questo mio incipit segnala che non credo proprio che le dimissioni del ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti, in quota, come si dice, al Movimento 5 Stelle, siano spiegabili completamente guardando alla mancanza di fondi per la scuola che lui desiderava. Tuttavia, è indubbio che né la scuola né l’Università né la ricerca costituiscano priorità di questo governo, e dei “pochi” altri governi che l’hanno preceduto, né, azzardo, di quelli che lo seguiranno.

Migliorare scuola, università, ricerca sono obiettivi nobilissimi, non conseguibili in tempi brevi e che portano pochissimi voti. Tutti coloro, a partire dai commentatori e dai loro quotidiani, che si occupano di scuola ecc. saltuariamente alcune giornate all’anno, quando escono i dati comparati che rivelano (sic) che siamo messi molto male, si stracciano le vesti (firmate). Raccolti più o meno autorevoli pareri sul perché l’Italia va male, versate alcune, mi raccomando non troppe, lacrime di coccodrillo, tiremm innanz. Questo è lo sfondo che non poteva non essere noto a Fioramonti il quale, dunque, avrebbe dovuto da subito dichiarare che accettava il compito di ministro a condizione di avere a disposizione una certa somma da impiegare per un intervento sostanzioso e di lungo respiro per, ripeto, scuola, università, ricerca.

Su Facebook, Fioramonti sostiene di avere comunicato per tempo le sue intenzioni: preventivamente ai designatori?, poi al Presidente del Consiglio?, infine, nel Consiglio dei ministri? Può darsi anche no. Vorrei, però, che nessuno perda di vista il punto: senza una buona scuola (ahi, la citazione m’è sfuggita), senza un’ottima università, senza una ricerca adeguatamente finanziata, l’Italia non riuscirà mai più a crescere, se non con qualche inopinato sobbalzo, e i “cervelli” continueranno tristemente, per loro e per il Paese, ad andarsene. Il presidente del Consiglio, al quale spetta (sic) il potere di nomina dei ministri, e i Cinque Stelle, non so in quale ordine, sostituiranno Fioramonti, ma chiunque gli succederà, donna o uomo, continuerà a non avere i fondi necessari.

Nel frattempo, interroghiamoci pure sugli effetti relativamente alla stabilità del governo Conte, agli equilibri (parola grossa) dentro il Movimento 5 Stelle, addirittura alla formazione di un nuovo gruppo a fondamento prossimo venturo di una Lista Conte (sottotitolo “per altri anni bellissimi”). Il problema è altrove: investire nella formazione e nella ricerca. Per il (futuro del) governo, mi pare che continuino inesorabilmente a prevalere due motivazioni fortissime: tenere lontano Salvini e il centrodestra nella speranza, credo flebile, di qualche avvenimento imprevedibile a favore del Movimento e/o del Partito democratico; arrivare fino al gennaio 2022 per eleggere il prossimo Presidente della Repubblica.

Questa è la struttura politica della situazione, mentre la struttura economica è costituita dal macigno del debito pubblico che non si riduce. La congiuntura politica, oltre che dalle elezioni regionali, nell’ordine d’importanza, dell’Emilia-Romagna e della Calabria, è costituita, seppure con pesi diversi, dalla leadership dei due maggiori partiti di governo: in caduta libera la leadership di Di Maio; stagnante, senza nessun presagio di impennata, quella di Zingaretti. Quindi, anche se si formano gruppi e gruppetti, partitini e listine, nessuno dei quali, peraltro, ha interesse a nuove elezioni, l’anno 2019 si chiude sotto l’egida di un autorevole invito che viene dal passato, ma guarda al futuro: “Adelante con juicio”.

Pubblicato il 27 dicembre 2019 su formiche.net

Parlamentari: meno non è meglio #referendum #taglio #parlamentari

Il raggiungimento della fatidica soglia, stabilita in Costituzione, di un quinto dei parlamentari, in questo caso, dei senatori per chiedere il referendum sul taglio del numero dei parlamentari, è una buona notizia. Prodotta da un accordo fra i Cinque Stelle e Salvini, con tutti crismi del populismo di bassa lega e di quell’antiparlamentarismo viscerale che ha radici profonde nel sistema politico italiano, malauguratamente confermata anche dai parlamentari del Partito Democratico, la riduzione drastica del numero dei parlamentari è stata giustificata con riferimento al risparmio di denaro del contribuente e, in parte minima, come modalità per sveltire i processi decisionali. Per quanto probabilmente reale, il risparmio risulterebbe piuttosto contenuto. Lo sveltimento dei processi decisionali sarebbe tutto da provare anche perché la loro lentezza non dipende dal numero dei parlamentari, ma dall’incapacità dei governanti e dai dissidi, dai conflitti, dagli scontri fra i partiti delle coalizioni di governo e all’interno degli stessi partiti.

Riduzione del numero dei deputati da 630 a 400 e dei senatori da 315 a 200 non significa affatto riduzione di quei conflitti. Quanto al miglioramento della qualità delle leggi, un minor numero di parlamentari non implica in nessun modo che si avranno parlamentari più preparati e più competenti. Anzi, è probabile che se ne troveranno meno poiché i partiti non reclutano e non candidano sulla base di competenze, ma con riferimento a appartenenze di corrente, disciplina, ossequio ai dirigenti e soprattutto al leader del partito e dei suoi collaboratori potenti. Gli effetti dell’irruzione della possibilità di un referendum che ripristini il numero dei parlamentari si faranno, comunque, sentire immediatamente. Dovrà arrestarsi la discussione, che già non promette niente di buono, sull’ennesima riformettina elettorale.

È facile capire che, in linea di massima, un ridotto numero di parlamentari rende più difficile ai partiti piccoli ottenere seggi. Renderebbe anche, se qualcuno lo proponesse seriamente, molto più improbabile la formulazione di un sistema elettorale impostato su collegi uninominali che dovrebbero essere molto grandi e nei quali, quindi, un rapporto più stretto dei candidati e degli eletti con gli elettori diventerebbe molto complicato da conseguire. Senza entrare nei dettagli, un conto è per un candidato cercarsi voti in un collegio uninominale di circa 100 mila elettori, un conto molto diverso è quando il collegio ha più di 200 mila elettori, che sarebbe la dimensione minima dei collegi senatoriali con l’attuale riduzione. Non è il caso di avventurarsi nella previsione dell’esito del referendum, ma è sperabile che i partiti e i loro dirigenti, i comunicatori e gli elettori colgano l’opportunità referendaria, persa quando Renzi personalizzò la sua riforma costituzionale, per chiarirsi le idee su che tipo di rappresentanza desiderano nella democrazia parlamentare italiana. Questo è il mio auspico.

Pubblicato AGL il 19 dicembre 2019

Due e forse più cose che so sulle leggi elettorali @formichenews

Il vero test della validità di una legge elettorale è basato su due criteri: il potere degli elettori e la qualità della rappresentanza politica. Quando gli elettori possono esclusivamente tracciare una crocetta sul simbolo di un partito hanno poco potere. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore di Scienza politica e autore, tra gli altri testi, di “I sistemi elettorali”, (Il Mulino, 2006)

No, non chiedete di sapere tutto sui sistemi elettorali. Soprattutto non chiedetelo né ai sedicenti riformatori elettorali né ai loro consulenti. Limitatevi ad alcuni pochi punti. Primo, a chi vi dice che non esiste legge elettorale perfetta rispondete subito che quell’affermazione è banale e persino un po’ manipolatoria. Per di più, cela il fatto che esistono alcuni sistemi elettorali che funzionano meglio, molto meglio di altri. Guardatevi intorno. Leggete qualche libro, almeno qualche articolo. Secondo, ricordate che nelle democrazie parlamentari, in TUTTE le democrazie parlamentari, le leggi elettorali servono a eleggere un Parlamento, mai un governo. Il pregio delle democrazie parlamentari è la loro flessibilità proprio per quanto riguarda il governo. Nasce in Parlamento, si trasforma, cade, può essere ricostituito. Terzo, eleggere un parlamento è operazione diversa dall’eleggere un sindaco o un presidente di regione. Dimenticate lo slogan “sindaco d’Italia”. Chi vuole il presidenzialismo oppure il semipresidenzialismo lo argomenti e lo proponga. Poi, comunque, dovrà anche suggerire una legge elettorale decente.

Leggi decenti e talvolta, anche buone possono essere sia maggioritarie sia proporzionali. Qui: Tradurre voti in seggi in maniera informata, efficace e incisiva. Si può, si deve, Lezione n 1 del Video Corso Il racconto della politica, Casa della Cultura di Milano agosto 2018, segnalo gli elementi essenziali da conoscere. Il plurale è d’obbligo poiché esistono interessanti varianti sia delle leggi maggioritarie sia, ancor più, delle leggi proporzionali. Un punto, però, deve essere chiarito subito –mi piacerebbe scrivere per sempre, ma con i riformatori/manipolatori italiani nulla può mai darsi assodato e accertato per sempre: i premi di maggioranza di qualsiasi entità e comunque congegnati non consentono di definire maggioritaria quella legge elettorale. Semmai, bisognerebbe parlare di sistema misto a prevalenza proporzionale o maggioritaria.

Mi affretto ad aggiungere che il doppio turno di coalizione non soltanto è una proposta pasticciata e pasticciante, ma non ha praticamente nulla in comune con il maggioritario a doppio turno in collegi uninominali di tipo francese. Il doppio turno chiuso ovvero riservato a due soli candidati si chiama ballottaggio. Il doppio turno “aperto” ha clausole che lo disciplinano e che consentono operazioni politiche brillanti fra le quali desistenze, che servono ad accordi di governo, e “insistenze” che misurano la forza di candidati e di partiti e che testimoniano qualcosa (non posso essere più preciso).

Last but not least, il vero test della validità di una legge elettorale è basato su due criteri: il potere degli elettori e la qualità della rappresentanza politica. Quando gli elettori possono esclusivamente tracciare una crocetta sul simbolo di un partito hanno poco potere. Quando, per di più, i candidati/le candidate sono paracadutati in liste bloccate e con la possibilità di essere presentati in più collegi, la rappresentanza politica (che, comunque, richiede un discorso più ampio che ricomprenderebbe il non-vincolo di mandato e il non-limite ai mandati) non sarà sicuramente buona. La coda è tutta italiana.

Come si fa a scrivere una legge elettorale senza sapere quanti rappresentanti dovranno essere eletti: 200 o 315 senatori; 400 o 630 deputati. Se il referendum chiesto dalla Lega portasse a un ripristino del numero attuale dei parlamentari, qualsiasi legge elettorale nel frattempo elaborata dovrebbe essere riscritta e non sarebbe un’operazione semplice. Fin qui le mie proteste. La proposta è che si scelga fra il maggioritario francese con pochissimi adattamenti e senza nessun “diritto” (?) di tribuna e la proporzionale personalizzata (si chiama così) tedesca senza nessun ritocco, meno che mai la riduzione della clausola nazionale del 5 per cento per accedere al Parlamento. Dunque, non finisce qui.

Pubblicato il 18 dicembre 2019 si formiche.net

Brexit and Pandora’s Box @DCU_Brexit_Inst

 

Boris returns at Number 10. Number 10 via a BY-NC-ND licence

Boris returns at Number 10. Number 10 via a BY-NC-ND licence

“Get Brexit Done” , the highly successful Conservative slogan, can be interpreted in two rather different ways. It is a commitment made by the Prime Minister Boris Johnson. It is also a mandate given to him by the British voters. Johnson has received a resounding mandate and will have to work hard too fulfill his commitment in the next few months. Hopefully, he will duly be held accountable by the voters.

The British “Constitution” (I refer to the famous book by Walter Bagehot, 1867) has performed admirably. After having unsuccessfully tried to manipulate the rules of the game, among other minor violations, shutting Parliament, Johnson has been rewarded by several factors that pertain to the British political system. First, to a large extent the incumbent has the power to dissolve Parliament and call new elections at the time that is most convenient for him. In this instance he was decisively  helped by Labour’s leader Jeremy Corbyn. Second, in many, if not most, constituencies, Conservative candidates were blessed by tactical voting deliberately made possible by Nigel Farage. The leader of UKIP  has sacrificed his, in any case difficult, access to Westminster to the uppermost goal of obtaining Brexit. Third, tactical voting has not worked for the parties (and candidates) opposing Brexit. Finally, in contrast with Johnson’ clear stand, Corbyn’s statements and campaign were often confused and appeared shaped by expediency.

The Labour leader practically did not offer any alternative to what Johnson was advocating. In a way, one could say that the old English expression “better the devil we know” influenced the behavior of many voters who chose Johnson also because quite a number of them were unable to make sense of Corbyn’s stands and Labour policies. No wonder that what was known of the Labour “devil” has appealed to the smallest number of British voters in the last thirty years. The incumbent prevailed and the (Labour) opposition is in shambles. Even though  the mandate that Johnson has received does not come from an absolute majority of voters, one cannot nourish any hope for a second referendum.

The December 12 elections also were a referendum and the pro-European Union activists have to accept its outcome and the sad fact that British public opinion does not lend its support to an option other than Brexit. Perhaps, the pro-Europeans could start immediately to monitor what the Prime Minister does, does not, does poorly in his (re)negotiations with EU authorities. From the beginning, they should try vigorously to enforce political accountability at the same time constructing an alternative narrative of what the European Union really is and what the kind of exit desired by the Prime Minister will mean for Britain. Leaving aside, but not underestimating, all the complex elements having to do with trade negotiations and freedom of movement. I will only stress that along the road away from Bruxelles there are two major problems to be solved: the Northern-Ireland backstop and the preference for Remain repeatedly and massively expressed by Scotland. Neither will be easily solved and I tend to believe that quite a number of Europeans would be very supportive of a Scottish independence referendum that may lead to membership in the European Union. One should not be worried by the not so farfetched outcome, but by the tensions and conflicts that will inevitabile accompany the process from its start.

Perhaps, the most fundamental lesson coming from the British elections was already known, though not fully learned. To leave the European Union is not easy. It requires time and energy. It is very costly. Now we may add that leaving the European Union may open a Pandora’s box from where other up to then relatively muted problems and ills will spring. What has taken place in the mother of all parliamentary political systems and the beacon of majoritarian democracies is something that the European “sovereignists” (those who would like to  recover their supposedly lost sovereignty by withdrawing from the European Union) are already seriously pondering.

December 18, 2019