Revenants, a volte ritornano… senza aver imparato dai loro errori

Revenants, vale a dire, quelli che … tornano a casa, incattiviti, senza avere imparato niente. Anzi, ripetono se stessi e i loro errori che hanno prodotto la sonora sconfitta di pasticciate riforme costituzionali senza capo né coda. Che non riguardavano, per insipienza e tracotanza, il governo. Dunque, anche se fossero malauguratamente resuscitate non risolverebbero la situazione, non creata, ma facilitata dalla legge Rosato. I problemi politici si affrontano con la costruzione intelligente delle condizioni del possibile, non con trucchi e premi.

 

Deficit democratici. Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader #letture.org #intervista

Deficit democratici. Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader Università Bocconi Editore 2018

Professor Pasquino, Lei è autore del libro Deficit democratici. Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader edito da Università Bocconi Editore: cosa si intende con l’espressione “deficit democratico”?

La democrazia, potere del popolo, è esigente. Richiede al popolo che desideri, come dovrebbe, esercitare il potere che gli appartiene, di interessarsi alla politica, di informarsi sulla politica, di partecipare alla politica. Richiede ai rappresentanti e ai governanti, rispettivamente, di prendere e tenere in grande considerazione le preferenze e gli interessi del popolo, naturalmente, selezionando quelle preferenze e quegli interessi, e ai governanti di tradurre preferenze e interessi in politiche pubbliche. Impone a governanti e a rappresentanti di essere responsabili di quello che hanno fatto, non fatto, fatto male e consente agli elettori periodicamente di valutare l’operato dei governanti e dei rappresentanti, cosa che gli elettori riusciranno a fare nel migliore dei modi se avranno acquisito il massimo possibile di informazioni. Dunque, qualche deficit democratico si può trovare fra rappresentanti irresponsabili e governanti incompetenti. Altri deficit stanno negli elettori che non si informano e non partecipano. Altri ancora possono trovarsi nelle istituzioni se funzionano in maniera opaca, chiusa, autoreferenziale. Grandi deficit stanno, infine, nelle leggi elettorali, quelle che danno poco o nullo potere agli elettori, ad esempio, non consentendo loro di votare per i candidati preferiti, ma obbligandoli a scegliere esclusivamente i partiti, come è stato a causa della legge Calderoli (Porcellum) e della davvero pessima legge Rosato. Ridimensionare e minimizzare il potere elettorale significa togliere potere al popolo, quel potere che è alla base di tutte le democrazie. Le distorsioni che ne seguono, per esempio, che i parlamentari nominati risponderanno, peggio, ubbidiranno ai dirigenti di partito e di corrente e non cercheranno di capire quali sono le preferenze dell’elettorato, sono gravi. Danno corpo a un deficit di rappresentatività e di responsabilità che si ripercuote su tutto l’assetto democratico: deficit di democrazia nella democrazia.

I deficit democratici abitano anche nella società?

Esistono certamente anche molti deficit democratici nella società. Una società che non sa dare vita a associazioni robuste e autonome dai partiti e dalle lobby, con notevole e frequente partecipazione degli iscritti, dei soci, è ovviamente deficitaria. Laddove prevale l’individualismo: “mi rappresento da solo”, “tratto direttamente con gli uomini e le donne, meno, che hanno potere”, “organizzo esplosioni di protesta (spesso senza proposta”, c’è un deficit che si manifesta in maniera quasi hobbesiana: “la protesta di tutti contro tutti”. Una società nella quale prevalgono le corporazioni (c’è un capitolo apposito nel mio libro), vale a dire associazioni che difendono sempre e comunque gli interessi dei loro associati, come i magistrati, numerosi sindacati di settore, la burocrazia, i giornalisti, i professori, è un ostacolo alla ricerca delle modalità, con le quali, di volta in volta, si può giungere all’individuazione di interessi generali, del bene comune. Una società che si frammenta e che non si confronta in dibattiti pubblici sui grandi temi (uno dei quali, è giusto non dimenticarsene, è come stare nell’Unione Europea e quali riforme proporre) è deficitaria proprio come una società che non sappia/non voglia imparare la propria storia e non studi e conosca la propria Costituzione. Una società priva di senso civico è intrinsecamente deficitaria.

In che modo le democrazie possono apprendere e (auto)correggere i propri deficit di rappresentanza e di decisionalità?

Molto spesso i deficit, ad esempio, quelli di rappresentanza e di funzionamento, sono visibilissimi. Quando qualcuno rivendica le improbabili virtù dell’astensionismo rende visibile il deficit di partecipazione. Quando un partito si nega al confronto parlamentare rende visibile il deficit di rappresentanza. Quando una piccola associazione (i piloti, ad esempio, oppure gli operatori di una linea metropolitana) prende in ostaggio un paese o una città rende visibile la sua volontà di non tenere in nessun conto gli interessi generali, quindi, il deficit di senso civico. Il processo di apprendimento dovrebbe cominciare negli asili e nelle scuole. Dovrebbe continuare sui luoghi di lavoro. Potrebbe, talvolta, emanare dal Parlamento se i rappresentanti sapessero e volessero comunicare alla società quanto importante e difficile è la politica come attività di sintesi fra esigenze diverse, talvolta divergenti. Il processo di apprendimento passa anche e molto attraverso i mass media e gli operatori della comunicazione, troppo spesso non preparati a chiarire concetti e procedimenti complicati come quelli del mondo contemporaneo. Talvolta, ma non è il caso italiano, tranne in pochi momenti della nostra storia, sono i politici stessi, rappresentanti e governanti (decisori) che hanno la grande opportunità di chiamare all’azione per superare i deficit. Li definisco “predicatori” di buona politica, che insegnano con i “sermoni”, ma anche con i loro comportamenti e con i loro stili di vita. Tali, nel XX secolo, sono sicuramente stati Winston Churchill e Charles de Gaulle. Oggi la personalizzazione politica, alla quale ho dedicato un capitolo, sembra favorire la comparsa di politici narcisisti e esibizionisti non di predicatori colti, credibili, capaci di correggere i deficit e di indicare la strada.

Come colmare i deficit?

Colmare i deficit si può, temporaneamente, poiché è il funzionamento stesso dei sistemi politici, alcuni più di altri, che, nel corso del tempo, fa sorgere deficit insospettati. Bisogna operare sia sulla società incoraggiandola ad acquisire interesse e informazione, a essere più partecipante, a combattere le istanze corporative che emergono in continuazione, ad aprire dibattiti sui grandi temi (oggi, oltre all’Europa, l’immigrazione e l’inclusione/esclusione, le diseguaglianze, produttive o intollerabili). Questa è una classica fatica di Sisifo. Con ogni generazione si rischia di dovere cominciare da capo. Sul versante istituzionale, esistono assetti, strutture, istituzioni e regole migliori di altre. Ho già detto delle leggi elettorali, ma aggiungo che bisogna guardare e eventualmente importare quelle che funzionano meglio, quelle che danno più potere di scelta e di influenza agli elettori (anche su questo c’è un capitolo). Bisogna semplificare il circuito istituzionale con chiara ripartizione di compiti e di responsabilità, anche personali, con premi e punizioni. Le democrazie sono diventate tali anche grazie all’attività di uomini e donne che si sono organizzati dando vita a partiti. Molti dei deficit politici e democratici che vediamo e lamentiamo dipendono dal declino dei partiti. Ne discuto nel capitolo intitolato “Dalle oligarchie ai gazebo”. Ricostruire partiti dal funzionamento interno democratico, aperti a cittadini che vogliano partecipare alla “conversazione” politica, ma anche ai processi decisionali, è un compito arduo, ma indispensabile per chi creda che si debbono colmare i deficit politici, sociali, democratici e vogliono impegnarsi a farlo. Tutto questo costa fatica e impegno, studio e azione, ma si può fare. Per non diventare e rimanere cittadini “deficitari” lo si deve fare.

Pubblicato il 10 aprile 2018 su letture.org

Irresponsabile corsa al voto

Sostenere dopo il primo giro delle consultazioni presidenziali che non si formerà nessun governo e si andrà ad elezioni anticipate è, in primo luogo, diseducativo; in secondo luogo, da irresponsabili; in terzo luogo, anche sbagliato. Purtroppo, lo stanno già dicendo in molti, i politici meno dei giornalisti, alcuni dei quali giungono addirittura ad indicare la domenica di giugno nella quale si voterà. Fondati quasi sul nulla, questi esercizi di profezia politica sono diseducativi per l’opinione pubblica alla quale si manda il messaggio che i politici non riusciranno a risolvere il rebus del governo o, addirittura, non vorranno farlo. Invece, seppure attraverso complicatissime approssimazioni successive, i politici, che considerano, come dev’essere, le elezioni anticipate l’ultima ratio, stanno cercando un accordo che conduca ad una maggioranza parlamentare a sostegno di un governo operativo in una situazione assolutamente inusitata in una Repubblica che pure ha già visto e avuto una molteplicità di formule di governo. Il messaggio da inviare all’opinione pubblica per informarla, e non diseducarla ingannandola, è che ridurre le distanze fra partiti e coalizioni, superare i personalismi esasperati dalla campagna elettorale, pervenire ad accordi programmatici richiede inevitabilmente tempo. E’ un tempo che ciascuno di noi sa essere necessario in molti momenti della sua vita lavorativa (e, persino, dei suoi affetti).

Sventolare la bandiera di nuove ravvicinate elezioni è anche da irresponsabili non solo perché scaricherebbe il peso di quelle elezioni su partiti e dirigenti che, in verità, stanno cercando di rappresentare i loro elettori e le loro preferenze, ma perché manda al mondo, in particolare, agli operatori economici, un allarme di instabilità e imprevedibilità, forse anche di incapacità della politica italiana a risolvere il problema del governo nel suo luogo apposito: in Parlamento. Ammantare l’annuncio di prossime e inevitabili elezioni anticipate di conoscenze fasulle (fake) su quanto è successo e succede nelle altre democrazie parlamentari è sbagliato, ma rivelatore dell’ignoranza dei commentatori quanto al funzionamento dei sistemi politici contemporanei.

Almeno negli ultimi vent’anni quasi tutte le democrazie parlamentari hanno avuto problemi nella formazione del governo, inevitabilmente, in seguito alla diversificazione delle preferenze dei loro elettorati, alla frammentazione dei sistemi di partiti, alla nascita di partiti nuovi che sfidano parlamenti i cui compiti non conoscono e non apprezzano. In un solo caso, però, la soluzione è stata cercata e solo parzialmente trovata in nuove ravvicinate elezioni: in Spagna, dicembre 2015, poi giugno 2016. Adesso c’è un governo di minoranza dei Popolari, che era peraltro già possibile prima dello scioglimento del Parlamento. Un esito simile è prevedibile nel contesto italiano, un punto percentuale in più o in meno per tutti i partecipanti, non sufficiente a dare automaticamente vita ad un governo.

I costi monetari, in termini di prestigio, già molto basso, di quel che rimane dei partiti e dei loro dirigenti, di funzionalità delle istituzioni, di credibilità europea che comporterebbero nuove elezioni sarebbero comunque tutt’altro che trascurabili. Messa da parte la discussione sul voto anticipato sarebbe molto più opportuno concentrarsi sul rilevare, ad esempio, che i tanto criticati politici italiani intendono essere fedeli alle preferenze programmatiche sulle quali hanno fatto la campagna elettorale (a sua volta malamente raccontata da troppi giornalisti). Vogliono rappresentare gli elettori che hanno dato loro il consenso. Si pongono anche l’obiettivo di fare nascere un governo che funzioni. Incoraggiati e con pazienza incanalati dal Presidente della Repubblica è probabile che ci riusciranno, smentendo tutti i profeti di sventura.

Pubblicato AGL il 9 aprile 2018

Italy’s 2018 Election. Immediate Impact and Future Prognosis #Harvard April 13 @CES_Harvard

Minda de Gunzburg Center for European Studies
Adolphus Busch Hall at Cabot Way
27 Kirkland St.
Cambridge
Fri., Apr. 13, 2018, 4:15 – 6:15 p.m.

Italians went to the polls on March 4, 2018, to elect members of the Chamber of Deputies and Senate. The election took place under a new electoral system, and no party or coalition won a majority of seats. This round table panel brings together leading experts in Italian politics, elections, and political economy to discuss the outcome of the election and where Italy is headed in its aftermath.

Italy’s 2018 Election – Immediate Impact and Future Prognosis

Gianfranco Pasquino – Professor Emeritus of Political Science, University of Bologna
Chiara Superti – Lecturer in Political Science, Columbia University
Leila Simona Talani – Pierre Keller Visiting Professor, Harvard Kennedy School; Professor of International Political Economy, King’s College London

Moderated by Daniel Smith – Associate Professor of Government, Harvard University

Le condizioni del possibile

È più grave sbagliare i congiuntivi oppure sbagliare le riforme costituzionali? La risposta, convincente, non la lasciamo ai posteri. L’hanno data gli elettori italiani del 4 dicembre 2016 e del 4 marzo 2018. La lezione non l’hanno capita tutti coloro che continuano a dire che, se quelle riforme fossero state approvate, saremmo nel paradiso della politica maggioritaria e bipolare. Nessuno, ovvero pochissimi si interrogano sulla effettiva esistenza di un partito in grado di dare vita a quella politica conoscendone e accettandone consapevolmente rischi e opportunità. Molti, invece, spudoratamente, in spregio ad una riflessione mai adeguatamente portata avanti, hanno sostenuto che il Partito Democratico era l’interprete di quella politica e che quelle riforme di Renzi l’avrebbero resa possibile. Allora, l’analisi post-voto 2018 non può essere fatta di sole cifre anche se i due milioni e mezzo di voti persi dal Partito di Renzi rispetto a quello di Bersani sono molto eloquenti. Quindi, bisogna tornare o, meglio, tentare di analizzare che partito è diventato il PD di oggi e confrontarsi con i frequenti rimandi, superficiali, velleitari, senza fondamento alcuno, all’Ulivo. Non dirò nulla sul limpido flop elettorale della listarella “Insieme” che con l’Ulivo non aveva nulla a che spartire, meno che mai come mobilitazione della società civile, tranne l’endorsement di Prodi (il cui peso ciascuno valuterà per conto suo). Da qui ricomincia il discorso.

L’Ulivo fu, l’interpretazione non può essere affidata ai protagonisti del tempo che si lamentano della caduta, ma non sanno riflettere sulle cause di quella caduta, il tentativo di mettere insieme, non tanto le culture politiche, ma settori di classe politica e di partiti tradizionali con settori di società civile, di associazioni dei più vari tipi. L’Ulivo vinse le elezioni grazie a due fenomeni ultrapolitici: la desistenza con Rifondazione Comunista, pagata poi carissima, e la mancata alleanza fra Berlusconi e la Lega di Bossi. Sarebbe anche utile riflettere sulla leadership di Prodi, distinguendo molto accuratamente fra la sua azione di governo e la sua indisponibilità a candidarsi a capo politico della coalizione chiamata Ulivo. In seguito, poi, nell’ottica maggioritaria e bipolare, resa possibile e praticabile dalla Legge Mattarella (esito non di contrattazioni fra partiti, ma di un referendum popolare), il Partito Democratico consegnò al suo Statuto proprio l’apprezzabile e indispensabile coincidenza fra la carica di segretario e quella di candidato a Palazzo Chigi con la conseguenza che, in caso di vittoria, il segretario del Partito sarebbe diventato capo del governo senza lasciare la carica partitica. La scelta, perfettamente coerente con la logica del maggioritario e della competizione bipolare, non deve essere messa in discussione, ma si deve ricordare a chi diventa capo del governo che gli spetta politicamente di continuare a svolgere il compito di segretario del partito. Deve dedicare attenzione al funzionamento del partito poiché da quel partito ottiene sostegno e informazioni politiche sull’esito delle sue attività di governo in moda da potere quindi aggiustare la linea mettendosi costantemente in sintonia con una società che cambia.

Di cultura politica ulivista mi sembra non sia proprio il caso di parlare, ma, ovviamente, sono pronto a ricredermi quando mi saranno sottoposti i documenti relativi e fatti i nomi di coloro che hanno scritto sul tema. Il silenzio degli intellettuali, che viene periodicamente criticato, ma, paradossalmente sono altrettanto criticate le loro dichiarazioni e i loro appelli, è stato in materia di cultura politica, ulivista e post-, banalmente assordante. Non fu così per il referendum nel quale le prese di posizione a favore del “sì”, che documento nel mio piccolo libro (No positivo. Per la Costituzione. Per le buone riforme. Per migliorare la politica e la vita, Novi Ligure Edizioni Epoké, 2016), sono state assolutamente imbarazzanti per la assenza di qualità.

Avrebbe potuto l’esperienza dell’Ulivo rinascere, essere rilanciata, una volta che si fosse preso atto che né i Democratici di Sinistra né la Margherita erano in grado, divisi, di essere competitivi con la coalizione di centro-destra? La mia risposta è positiva, se quella esperienza fosse stata criticamente rivisitata e aggiornata. Invece, in maniera affrettata e frettolosa fu seguita una strada molto diversa, quella della ex post tanto criticata “fusione a freddo” fra le due nomenclature senza nessuna ricerca di apporti dalla società civile e senza nessun tentativo di (ri)elaborazione di una cultura politica riformista. In verità, nel 2007 fummo travolti da altisonanti affermazioni concernenti la capacità, se non addirittura il fatto compiuto, vale a dire lo strabiliante successo concernente l’avere messo insieme il meglio delle culture riformiste del paese: quelle, non meglio precisate, di sinistra, dei cattolici-democratici, degli ambientalisti. Da parte mia, che non condivisi mai quegli entusiasmi, sono giunto a una conclusione decisamente più realista curando un fascicolo della rivista “Paradoxa”, Ottobre/Dicembre 2015, dedicato a La scomparsa delle culture politiche in Italia . Fin da subito, mi parve strano e deplorevole che fra queste culture, più o meno, talvolta piuttosto meno, riformiste non facesse capolino la cultura riformista socialista di cui “Mondoperaio” aveva a lungo ospitato il meglio. Nelle sedi congressuali dei DS e della Margherita non ebbe luogo nessuna discussione specifica sulle modalità con le quali giungere ad una nuova elaborazione politico-culturale (e non rifugiamoci dietro la constatazione che neanche nel resto dell’Europa va meglio). Dopodiché il Partito Democratico fu travolto dalla cavalcata estiva 2007 di Walter Veltroni per la vittoriosa conquista della segreteria. Nel migliore dei casi, il PD era diventato un partito con un programma di governo (alternativo a quello del Presidente del Consiglio Prodi), ma senza la cornice di una cultura politica che traesse linfa né dalle pratiche riformiste italiane né da quanto altrove veniva elaborato in materia di diritti (Ronald Dworkin), di eguaglianze possibili (John Rawls), di collocazione politica e di riferimenti di classe (Anthony Giddens), di strutturazione partitica (qui i riferimenti sono troppo numerosi per citarli), di Europa (giusto il richiamo, troppo spesso di maniera e mai aggiornandolo, a Altiero Spinelli). Tutt’altro che casuale che sia toccato a Emma Bonino sottolineare la necessità di +Europa dato che la leadership del PD appare non sufficientemente credibile su questo terreno.

Mentre, altrove, alla liquidazione/liquefazione delle culture politiche classiche, peraltro ancora a fondamento di partiti decentemente strutturati e rappresentativi, veniva contrapposta la cultura politica del patriottismo costituzionale nella elaborazione di Jürgen Habermas, il Partito di Renzi ha cercato di travolgere le fondamenta del patto democratico-costituzionale che sta alla base della Repubblica italiana. È storia di ieri, ma anche storia di domani. Infatti, nessuna alternativa di un qualche spessore è stata elaborata e contrapposta alle proposte del Movimento Cinque Stelle relative alla democrazia diretta, alla democrazia elettronica contrapposta alle primarie, del limite ai mandati elettivi, dell’imposizione del vincolo di mandato che travolgerebbe la democrazia parlamentare, ma che politicamente non può essere criticato in maniera credibile da chi fa valere il vincolo per i suoi parlamentari e dai parlamentari che si asserviscono. È presumibile che non siano stati molti gli elettori che hanno dato il loro voto al Movimento Cinque Stelle per motivazioni intrise di “direttismo” (come scrisse Giovanni Sartori) e di antiparlamentarismo. Molti, però, devono avere considerato legittime le espulsioni derivanti dalle violazioni delle regole interne al Movimento, mentre assistevano a “espulsioni” molto più gravi dei dissenzienti dalla linea del segretario del PD alla faccia di qualsiasi prospettiva di farne il partito della sinistra plurale (incidentalmente, una prospettiva ampiamente e giustamente sostenuta già qualche decennio fa nelle pagine di “Mondoperaio”).

Un partito non vive di sola cultura politica, ma per ottenere iscritti e sostenitori, per reclutare, per “addestrare” e per promuovere un personale politico all’altezza delle sfide della rappresentanza e del governo, deve sempre sapersi organizzare sul territorio. La presenza territoriale diffusa, verticalmente contraddetta dai parlamentari, uomini e donne, paracadutati, consente di fare politica giorno per giorno predisponendo iniziative specifiche e coltivando rapporti frequenti e costanti con l’elettorato tutto. Non esiste nessuna leadership individuale, per quanto eccellente (ma sulla “eccellenza” dei molti segretari del Partito Democratico dal 2007 ad oggi potremmo confrontarci), in grado di supplire all’organizzazione sul territorio. Infine, continuiamo a vedere la frammentazione della sinistra che non è soltanto il prodotto di scontri e di ambizioni personali comprensibili e anche giustificabili, quanto, piuttosto, di riferimenti a visioni almeno in parte diverse, ma non insuperabili. che si estrinsecano in politiche inevitabilmente indirizzate a ceti diversi. La sinistra deve sapere accettare queste diversità/pluralità tentando una ricomposizione che non le cancelli, ma ne consenta una ridefinizione. Una sinistra che non sappia fare tesoro delle diversità nel suo ambito non riuscirà mai a dare rappresentanza e governo ad una società diversificata e frammentata.

La sinistra plurale si ricostruisce e ricostituisce sulle proposte che fa, su come riesce a tradurle, sulle modalità con le quali parla ai suoi ceti di riferimento, li ascolta, vi si rapporta e si sforza di rappresentarli. Non va sdegnosamente sull’Aventino (sì, è un riferimento storico), non si chiama fuori, non rifiuta il confronto e neppure, se necessario, lo scontro, ma è sempre disposta a imparare dalla complessità e a cercare il modo e le forme di governarla. Nella troppo breve esperienza dell’Ulivo la consapevolezza delle diversità e della pluralità era stata acquisita, ma non tradotta in organizzazione flessibile e sicuramente non governata. Nel decennio del Partito Democratico i proclami hanno variamente dominato la scena. Fallito questo esperimento, anche per responsabilità dei padri nobili Romano Prodi e Walter Veltroni, sepolto dall’idea del Partito della Nazione e dalla pratica del Partito di Renzi, è giunta l’ora della riflessione. Nei durissimi dati elettorali si misura l’ampiezza del fallimento. Non si tratta di salvare il salvabile, ma di costruire le condizioni del possibile: rottamare i troppo acclamati rottamatori individuare i costruttori che siano anche, se ho minimamente ragione, predicatori di cultura politica. Nelle idee e nelle proposte si misurerà la validità delle visioni di superamento.

Pubblicato su Mondoperaio marzo 2018 (pp 15-17)

Il Pd non è predestinato all’opposizione. Si guardi all’Europa.

Intervista raccolta da Francesca Scaringella 

Per il politologo è chiaro che il Partito democratico non potrà guidare il Paese, ma deve rendere conto a un elettorato che lo ha votato per proseguire nelle sue azioni. Escludendo però prossime elezioni

“Non è vero che c’è stato un nulla di fatto. Le consultazioni servono”. Così Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, inizia la conversazione con Formiche.net sulla situazione che si sta delineando dopo queste prime consultazioni dei partiti al Colle.

“Quando leggo sui giornali che c’è stato un nulla di fatto, penso sia una chiave di lettura totalmente sbagliata. A questo punto tutti gli attori, ovvero i dirigenti di partito e il Presidente della Repubblica si sono incontrati, si sono scambiati delle idee, faranno proposte, e hanno capito dove stanno le maggiori compatibilità o incompatibilità. Ne sappiamo tutti di più, tranne i giornalisti che danno informazioni in base a quello che pensano i dirigenti di partito, ed è un fatto grave…”.

Il professore, che ha appena pubblicato il suo ultimo volume Deficit Democratici. Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader, edito da Egea, casa editrice della Università Bocconi, si è interrogato in questi giorni anche sul futuro del Partito democratico, in relazione alle scelte che sta portando avanti ora. Il Pd, secondo il professore, deve capire quale è la linea da seguire, dal momento che dispone di un 20% delle Camere, anche se dalle urne il risultato è stato negativo. Seguire adesso la linea di un leader, Matteo Renzi, che alle elezioni non ha avuto conferme, anzi, potrebbe essere per il partito una strada perdente. Pasquino infatti precisa che “la linea di Renzi è comunque perdente perché ha già perso 2 milioni e mezzo di elettori il 4 marzo”. “Lui può anche continuare a far perdere di più (la linea del partito ndr) se vuole, ma ciò non è la volontà degli elettori che non hanno votato il Pd per mandarlo all’opposizione. Ma lo hanno votato per dire di proseguire nella sua azione, per portare avanti interessi e nel caso guidare il Paese”.

Certamente, sostiene Pasquino “è chiarissimo che il Pd non potrà guidare il Paese, ma non si capisce per quale motivo debba stare all’opposizione”. Pasquino infatti si domanda come si possa interpretare il ruolo del Pd dalla parte dell’opposizione, tra l’altro, “a un governo che nemmeno esiste. Opposizione a che cosa? A quali ministri? A quale programma? A quali priorità? Tutto ciò è semplicemente sbagliato. Il partito è ‘immobilizzato’, forse, per dirla meglio, si muove malamente, perché ora ha sulle spalle tutti i parlamentari nominati da Renzi grazie alla pessima legge elettorale di Rosato, il quale è stato incomprensibilmente o comprensibilmente, nominato vice presidente della Camera. Definire questa situazione paradossale è un eufemismo”.

Ma alla fine le consultazioni, che comunque sono state esplorative e sicuramente hanno delineato, come dice il professore, un quadro più chiaro sia ai partiti sia a Mattarella, che esecutivo possono tirare fuori, pensando anche ai numeri delle Camere e alle coalizioni che si possono formare? Sono davvero vicine le elezioni, come si legge in queste ore?

Pasquino risponde chiaramente che parlare di elezioni a un mese dal voto sia qualcosa di “stupidissimo”. “Il Parlamento comunque dovrebbe rifare la legge elettorale – spiega il professore – e se votassimo in tempi brevi, con la stessa legge, davvero si può pensare che l’elettorato cambierebbe in maniera significativa le sue preferenze?”. È qualcosa da evitare assolutamente e consiglia ai grandi giornali di non scriverne più per non trattare argomenti fuori luogo. Inoltre, spiega che se si guardano i tempi tecnici, si andrebbe alle urne a luglio, una sorta di “elezioni balneari”.

In realtà, però, Pasquino precisa che proprio il Presidente della Repubblica ha tolto questo dubbio. Non si va di nuovo al voto, ma anzi si lavora per un nuovo governo. “Mattarella ha fatto sapere, direi in maniera molto chiara, che la discriminante è l’Europa. E questo crea problemi alla Lega e in parte al M5S, perché essendo entrati in Europa, finalmente, non possono portarsi dietro il ‘fardello’ della Lega. Se dicono che sono atlantici, i 5 stelle hanno un altro problema perché Salvini è un putinista e questa è una situazione che crea difficoltà di ‘costruzione’. Il Pd deve ricordarsi che ha appoggiato Emma Bonino, la quale ha rilasciato una dichiarazione non felice sul fatto che l’onere e l’onore di governare lo ha chi ha vinto, ma non è così perché non ha vinto nessuno. Qualcuno deve fare un governo, Emma Bonino deve dire che appoggerà convintamente un governo cha ha una politica europeista. E lo deve dire anche al Pd che bisogna appoggiare un governo europeista, non però con un personaggio che quando arriva in conferenza si porta via la bandiera dell’Europa”.

Pubblicato il 6 aprile 2018 su formiche.net

 

Sostiene Veltroni…

Sostiene Veltroni che il PD è quello che è e non si cambia. Però, il PD non è quello che doveva essere e, in sostanza, non è mai stato: il luogo dove si incontravano e si “contaminavano” le migliori culture riformiste dell’Italia (forse sarebbe stato meglio guardare anche fuori dai sacri confini, all’Europa). No, se il PD non cambia, profondamente, non diventerà mai il Partito Democratico che molti dei fondatori volevano, ma che non sono riusciti a costruire.