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Nel 2017 ci sarà molto da lavorare per l’Unione Europea #TrattatodiRoma

Celebrare degnamente il 60esimo anniversario del Trattato di Roma (25 marzo 1957), vero trampolino di lancio dell’Europa che abbiamo, è doveroso. Però, c’è poco da festeggiare. Sono proprio gli italiani a non potersi permettere i festeggiamenti. Con un ministro degli Esteri privo di esperienza e di competenza, con un ministro dell’Economia che preconizza che nel 2017 l’Italia crescerà più di ogni altro Stato-membro, con un Capo del governo che da Ministro degli Esteri non ha lasciato traccia, con un Alto Rappresentante per la Politica Estera, numero due della Commissione, Federica Mogherini, abbandonata a Bruxelles dal precedente governo, c’è molto da lavorare per organizzare qualcosa di serio che serva all’Unione e, quindi, anche all’Italia.

Il discorso di Mattarella: coordinate di buona politica

Che cosa augurare a coloro che hanno immobilizzato il paese per otto lunghi mesi di campagna elettorale per un referendum che hanno perso alla grande? Che compito a dare a coloro che si sono tanto vantati di avere scritto una legge elettorale ottima e adesso propongono la reviviscenza della legge elettorale di cui fu abile relatore più di ventitre capodanni fa proprio l’attuale Presidente della Repubblica? Nel suo stringato, essenziale, antiretorico messaggio Mattarella ha scelto in special modo di ricordare un po’ a tutti che paese è l’Italia: una comunità in cerca di coesione, di riduzione dei divari, non solo regionali, ma anche, ancora, fra donne e uomini, un paese al quale è necessario infondere speranza, orgoglio, fiducia. Lo ha fatto anche criticando indirettamente, ma con inusitata nettezza, il Ministro del Lavoro Poletti. I giovani costretti ad andare all’estero alla ricerca di quelle opportunità di lavoro che l’Italia non sa e non riesce a offrire, “meritano rispetto e sostegno”, non le male parole del Ministro il quale adesso dovrebbe, forse, sentire il dovere di dimettersi.

Il Presidente ha anche, sobriamente, sottolineato che, in una comunità che troppo spesso cerca di nobilitare qualsiasi rivendicazione parziale e particolaristica definendola un diritto, è ora di pensare, addirittura di cominciare a praticare “l’etica dei doveri”. Di quello che ciascuno di noi deve alla patria, parola che il Presidente ha opportunamente pronunciato, aggiungendovi la consapevolezza che l’adempimento dei doveri non serve soltanto a rafforzare il senso di appartenenza all’Italia, ma anche il ruolo dell’Italia in Europa. Quell’Europa che deve, a sua volta, prendere atto che l’immigrazione e la sicurezza sono problemi che l’Italia sta costosamente affrontando, ma che esigono e meritano la ricerca di soluzioni effettivamente europee.

In maniera irrituale, il Presidente ha difeso la sua scelta di dare vita ad un nuovo governo (non proprio rinnovatissimo e bellissimo) dal momento che l’opzione di procedere a elezioni immediate proprio non era praticabile a causa dell’inesistenza della legge elettorale. Nelle sue parole è apparso chiaro, più che l’augurio, l’invito severo che il Parlamento dedichi un po’ delle sue, purtroppo, nelle condizioni date, non particolarmente brillanti, conoscenze a elaborare una legge decente. E’ apparso altresì evidente che, da un lato, il Presidente non intende porre nessuna fretta ai parlamentari (forse, però, sarebbe stato opportuno un invito a rimboccarsi le maniche ai giudici costituzionali che traccheggiano); dall’altro, non sarebbe affatto dispiaciuto se il tira e molla sulla legge elettorale allungasse la vita del governo Gentiloni.

Insomma, in un quarto d’ora circa, Mattarella, senza nessun aggettivo enfatico, senza richiami sentimentalistici e emotivi, dando giusto e preciso peso a ciascuna parola, cogliendo anche l’occasione per criticare le parole d’odio e di violenza che la (cattiva) politica, ma anche la cattiva società immettono e fanno circolare sulla rete, ha toccato temi di grande rilevanza; ha fatto conoscere quelle che sono, più che sue semplici opinioni e preferenze, le coordinate di buone politiche; ha indicato alcune direttive. Appena avranno finito di lodarlo in maniera ipocrita, è sperabile che i politici italiani riflettano sui contenuti del messaggio e, coloro che ne hanno le capacità, agiscano di conseguenza. Per fare del 2017 effettivamente un Buon Anno. Auguri.

Pubblicato AGL il 2 gennaio 2017

L’Europa riparte da Rodi

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L’anno 2017 promette di essere per l’Europa persino più difficile e complicato dell’anno che l’ha preceduto. Si celebrerà il 60esimo anniversario del Trattato di Roma (25 marzo 1957) che è da considerarsi l’inizio di uno splendido percorso che ha portato a Lisbona. Parlamento, Commissione e, in special modo, il Consiglio dovranno sfruttare l’occasione non soltanto con il giustificato compiacimento per quanto è stato fatto, ma anche con riflessioni autocritiche (che è quanto analizzo nel mio libro L’Europa in trenta lezioni) su che cosa è mancato e che cosa non hanno saputo fare e con proposte audaci su come e quanto è indispensabile cambiare con veri e propri salti di qualità. Qualcuno continua ad affermare che con gli uomini politici di cui l’Europa dispone attualmente, non è immaginabile né oggi né nel prossimo futuro nessun salto di qualità. Altri sostengono che, forse, anche se indebolita dalla sua pur probabile e auspicabile vittoria nelle elezioni parlamentari di fine settembre, sarà Angela Merkel a imprimere un cambio di velocità all’Europa. Non più preoccupata dalle costrizioni di una successiva ri-elezione potrà dedicare tutti i suoi sforzi ad entrare nella storia come colei che ha rilanciato in maniera straordinaria il processo di unificazione politica del Continente.

Il rilancio è possibile, ma non probabile poiché, da un lato, nessun singolo leader, per quanto autorevolissimo, può trascinare altri leader europei riluttanti, anche se amici e leali collaboratori, e la Germania ne ha. Possibile, ma non probabile, anche se è politicamente scorretto dirlo, poiché, proprio per le sue caratteristiche costitutive, l’Europa non sarà in grado di fare passi avanti di notevole rilievo se i suoi cittadini non lo vorranno, se non diventeranno loro gli attori e gli interpreti di quello che rimane il più grande e più importante fenomeno non soltanto del secondo dopoguerra: un’Unione Europea non di nazioni, ma di popoli e di cittadini la cui adesione ad una idea di Europa sovranazionale è significativamente cresciuta nel tempo.

Forse miopi forse pigri forse sconcertati forse, anche, egoisti e, talvolta, ignoranti della loro storia e di quella degli altri europei, sono proprio i cittadini europei ad essere responsabili della lentezza del processo di unificazione, del suo stallo periodico, di controversie improduttive. Le fredde, ma precise, statistiche dell’Eurobarometro, ma non solo, rivelano che i cittadini europei hanno avuto molto di più di quello che potevano ragionevolmente aspettarsi, più di qualsiasi altra area al mondo. La lunga crisi economica li ha colpiti, ma non danneggiati in maniera irreparabile. Per risolverla non hanno voluto e non vogliono rinunciare a nulla, neppure temporaneamente. Soprattutto, gli europei dell’Est, ai quali l’allargamento è stato concesso in maniera troppo frettolosa per puntellare le loro gracili democrazie, invece, di diventare ardenti e ferventi europeisti, indugiano su un nazionalismo che già fu loro molto nocivo fra le due guerre mondiali.

L’Europa la fanno e la faranno i cittadini europei. Nel recente passato hanno ricevuto apporti significativi da leader politici che avevano una visione e la volontà di tradurla. Nonostante le critiche, non tutte malposte, il circuito istituzionale europeo “Parlamento-Consiglio-Commissione” ha spesso funzionato egregiamente. E’ possibile sostenere che esista un, peraltro contenuto, deficit democratico, attribuendone parte anche ai cittadini che non si curano di andare a votare. Ne può derivare anche, è già stata variamente avanzata, la proposta di andare all’elezione popolare diretta del Presidente dell’Europa, non soltanto per attribuire potere di rappresentanza e di decisione ad una personalità probabilmente di notevole statura, ma soprattutto per chiamare in causa i cittadini e per rivitalizzare il progetto europeo nel conflitto di idee, di programmi, di visioni.

L’Europa già cambia ogni giorno, a piccoli passi, ma questi passi non sono sufficienti a mantenersi all’altezza delle sfide storiche: globalizzazione, immigrazione, scontri di civiltà. Quest’ultima è la formula nella quale includo e sintetizzo il terrorismo di matrice islamica dal quale è impossibile separare le motivazioni religiose per collocarlo soltanto nella asettica categoria “sfida alla modernità”. Non riconoscere che quel terrorismo vuole lo scontro significa anche mancare di rispetto a tutti i musulmani che, venendo in Europa, ne hanno accettato la “civiltà” aperta e hanno liberamente scelto di conviverci. Ricordando da dove noi tutti, europei, veniamo, credo che la frase che racchiude in sé il senso della sfida lanciata contro di noi, dei problemi, immigrazione e crescita economica, che la nostra Unione Europea deve prioritariamente risolvere sia “hic Rhodus hic salta”.

Pubblicato il 1° gennaio 2017