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La ricetta di Pasquino “Il partito ora coinvolga chi ha fatto la fila ai gazebo”
Intervista raccolta da Dario Del Porto per La Repubblica Napoli
«Se fossi un dirigente del Pd napoletano cercherei in tutti I modi di raggiungere quelli che hanno votato alle primarie. Sarebbe il modo migliore per tradurre la partecipazione in energia positiva. Ma so che i dirigenti del Pd non vorrebbero mai farsi dare consigli da me», scherza il politologo Gianfranco Pasquino, che analizza i dati delle elezioni che hanno confermato Matteo Renzi nella carica di segretario.
Perché secondo lei i vertici democrat dovrebbero rivolgersi agli elettori di domenica 30 aprile, professor Pasquino?
«Se dipendesse da me, mi impegnerei per trasformare queste persone in potenziali iscritti al partito. Inizierei da quelli che hanno più tempo a disposizione, dunque i giovani e i pensionati».
E come farebbe?
«Molto semplicemente, chiederei loro cosa pensano che possa essere utile per la città e per il Paese, o semplicemente cosa li diverte o li interessa. Parliamo di persone che hanno scelto di fare una fila e versare due euro per scegliere un segretario. Mi sembra un buon punto di partenza».
I numeri però dicono che a Napoli il dato dell’affluenza ha fatto registrare un crollo.
«Sui dati del capoluogo bisogna vedere come ha influito la presenza di un sindaco come Luigi de Magistris. Escludo che abbia dato indicazione di votare per Renzi, naturalmente. Ma è significativo che Michele Emiliano abbia ottenuto un buon risultato a Napoli».
Renzi invece ha fatto il pieno a Salerno.
«Certamente il governatore Vincenzo De Luca ha svolto un ruolo significativo. Questa volta è riuscito a convincere molti di quello che lo seguono ad andare a votare per le primarie. Credo che per le primarie sia sempre importante capire come si muovono quelli che, pudicamente, chiamo i “notabili” del territorio. Ad esempio, sarebbe interessante capire quali siano state le scelte del sindaco di Benevento, Clemente Mastella».
E con il rischio di un voto clientelare, come la mettiamo?
«Ma è normale che nelle primarie ci sia un voto di clientela. Se mi lascia passare una battuta, bisognerebbe controllare di quanto è aumentata la vendita di fritture di pesce, soprattutto nelle città di mare, nella giornata di domenica scorsa».
Si riferisce al caso dell’audio di De Luca registrato alla vigilia del referendum?
«Era una battuta, ripeto. Ma il discorso è semplice: quando si vota sulle persone è inevitabile che i rapporti personali influiscano. Poi, evidentemente, le cose cambiano se si verificano scambi di soldi, di fritture o di qualsiasi altra utilità».
Visti i numeri, lo strumento delle primarie funziona ancora?
«È sicuramente un esercizio di democrazia partecipativa. Ci sono persone che si mettono in coda e, prima di fare una scelta, si sono certamente informate, magari leggendo. Ma la democrazia non si esaurisce nel voto per il segretario del partito. Poi bisogna praticarla».
A Napoli il Pd attraversa un momento difficile, non è riuscito a portare il suo candidato al ballottaggio.
«Per come la vedo io, spetta ai dirigenti di partito mantenere vivo il rapporto con i cittadini, organizzando iniziative e tenendo vive le idee, e ai consiglieri comunali. La pratica quotidiana non implica l’obbligo di vedersi ogni giorno, ma che ci si possa incontrare perché c’è un referente con il quale parlare e confrontarsi. Prima quel referente era il parlamentare del territorio, ora con le liste bloccate è diverso».
Forse anche per questo il M5S ha scelto il web, al posto dei gazebo.
«Quello di Beppe Grillo è un non-partito. Ma non si fa politica solo schiacciando un pulsante o muovendo il mouse. Non si può pensare che quella sia davvero democrazia diretta».
Pubblicato il 3 maggio 2017
Renzi dice stop, Nardella s’adegua. Per la moschea è tutto da rifare
Intervista raccolta da Paolo Ceccarelli per il Corriere Fiorentino
«Sulla moschea Renzi deve aver fiutato qualcosa nell’aria. Forse ha pensato che qualche suo avversario avrebbe potuto usarla come argomento contro di lui in vista delle primarie di domenica…». È un’ipotesi, solo un’ipotesi, ma Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, non sa darsi altra spiegazione delle dichiarazioni a sorpresa dell’ex premier contro l’ipotesi di realizzare la moschea nella vecchia caserma Gonzaga.
Professore Pasquino, quello per la nuova moschea di Firenze sembrava un percorso difficile ma avviato. Renzi ha riportato tutto in alto mare. Lei che idea si è fatto?
«Che Renzi è leggermente più forte di Nardella (ride, ndr) e che quindi il sindaco di Firenze non può non prendere attodi ciò che pensa l’ex premier nonché suo predecessore. Io non so come Nardella sia arrivato a quella proposta sulla moschea, ma se pensava che fosse una scelta utile alla città ha fatto male a tornare indietro».
C’è da dire che l’intervento di Renzi è stato un po’ un’eccezione: un ex sindaco, per giunta ex premier, che entra nelle scelte del suo successore non è cosa comune.
«No, purtroppo non è un’eccezione. Renzi ha una spiccata tendenza a decidere: a volte, negli anni scorsi, ha ecceduto e lo ha riconosciuto lui stesso. E capisco che Nardella debba tenere conto di ciò che dice colui che potrebbe tornare a essere il segretario del Pd. Attenzione, dire che capisco non significa che condivido…».
Ma secondo lei perché Renzi si è spinto fino a bocciare pubblicamente l’idea del sindaco di Firenze?
«Non ho una risposta certa. Evidentemente deve aver sentito nell’aria qualche movimento… Qualcuno avrebbe potuto usare il tema contro di lui nella campagna delle primarie. Una cosa tipo: guarda, l’allievo prediletto di Renzi vuole fare una moschea a Firenze. Renzi forse non ha avuto paura, visto che ci ripete continuamente che lui è per la speranza, ma qualche preoccupazione deve averla avuta».
C’è dunque il timore dell’impopolarità dietro alla retromarcia sulla moschea?
«Proviamo a mettere le cose in ordine. Immagino che per realizzare una moschea serva un atto ufficiale, da presentare in Consiglio comunale. Ed è questo il luogo in cui un sindaco vaglia il consenso intorno a una sua proposta. Se Nardella reputa giusta la sua idea sulla moschea, deve disinteressarsi di cosa dicono fuori dall’aula del Consiglio comunale».
E l’opinione pubblica? A Firenze non tutti sono d’accordo con una nuova moschea…
«Ma le posizioni contrarie saranno rappresentate in Consiglio comunale, no?».
Scusi professore, ma come lei ben sa i consigli comunali oggi sono molto svuotati di funzioni e poteri.
«A voi giornalisti deve piacere questa frase, la dite sempre. Ma mi permetto dire che è sbagliata: i consiglieri comunali sono stati eletti per essere il tramite tra i cittadini e l’amministrazione. Se non riescono a fare bene il loro lavoro, cambino mestiere. E poi, se si ritiene che ci sia una frattura tra un voto a maggioranza nell’assemblea e il sentire di una città, ci sono anche altri strumenti, come i referendum consultivi. Che li utilizzino tutti, questi strumenti. Ma per favore smettiamo di dare la colpa ai regolamenti».
Ma non è che in questa storia della moschea, per Renzi e per Nardella hanno pesato più i commenti negativi sui social network che non il timore di un dibattito nel Salone dei Duecento?
«Io, rispetto all’ipotesi di una moschea a Firenze, non posso fare a meno di pensare a cosa direbbero Giovanni Sartori e Oriana Fallaci, altro che social network. Detto questo, sui social si esprimono opinioni, a volte si pubblicano fake news e altre volte insulti: in ogni caso hanno poco a che fare con la democrazia, che è dialogo tra opinioni motivate».
Un consiglio a Nardella?
«Sulla moschea si confronti con il Consiglio comunale, con i commercianti, con gli imprenditori, con l’Università, insomma con la città. E se sui social qualcuno lo insulta, faccia cancellare l’insulto».
Pubblicato il 26 aprile 2017
Qui la scissione ha pesato. E il Pd non può stare da solo
Intervista raccolta da Mauro Bonciani per Il Corriere Fiorentino
Gianfranco Pasquino, politologo e accademico italiano, autore di numerosi libri, è tra i massimi esperti di scienza politica.
Professor Pasquino, le primarie del Pd 2017 sono state un successo o no?
«Premesso che non le chiamerei primarie, perché questo termine si attaglia alla scelta per cariche monocratiche come i sindaci i presidenti di Regione e magari i parlamentari e non per un segretario di partito, sono state positive, importanti. Per tre motivi: sono un passaggio di partecipazione, mobilitano idee, attraggono l’attenzione anche di chi non vota e mostrano che un partito può dire cose interessanti. Si possono migliorare, ma non buttiamole a mare».
Migliorarle come?
«Per la scelta del segretario di un partito farei votare solo gli iscritti al partito, e il voto dei 16enni, che poi non sono elettori, è solo una mossa populista. Lo stesso vale per il voto degli immigrati: se sono cittadini italiani partecipano alle elezioni come tutti i cittadini italiani, altrimenti no».
Gli avversari di Renzi, anche nel Pd, hanno sottolineato che il segretario è più forte in un partito più debole. Che in Toscana, ad esempio, sono andati al voto in 209.000 contro i 395.000 del 2013.
«Ho sentito anche io questa accusa, ma la verità è che Renzi ha vinto nettamente e che il Pd era più piccolo anche prima del 30 aprile… Il calo in Toscana ed in Emilia non sorprende: qui è andata forte la “ditta” per usare il termine bersaniano, in Toscana ed in Emilia gli scissionisti sono molti e non solo la vecchia guardia ma anche trentenni e quarantenni ed il declino numerico per Renzi si spiega anche così. Il nuovo segretario però deve considerare questi dati, porsi il problema di come allargare il partito».
Il vicesegretario dem toscano, Antonio Mazzeo, ha spiegato che le primarie qui sono andate bene, sottolineato che «per Renzi abbiamo raggiunto il 12% in più rispetto al risultato ottenuto fra gli iscritti»: è un fatto positivo?
«Il vicesegretario avrebbe dovuto però aggiungere che adesso contatterà ognuno di quegli elettori delle primarie per farli iscrivere al partito, che farà di tutto per questo obiettivo. E così avrà appunto un Pd più forte».
Il Pd toscano e nazionale deve fare alleanze?
«Se non lo fa non solo compie un errore teorico, perché la politica è fare alleanze, ma anche un errore pratico. Senza alleanze si fa una cosa diversa dalla politica, si rischiano estremismi».
Tra poco ci sono le elezioni amministrative: in Toscana ci sono partite delicate per il Pd a Lucca, Pistoia, Carrara. Le primarie daranno una spinta ai Democratici?
«Il quadro per le amministrative è indecifrabile e non sarà facile capire se il Pd è andato bene. Ci sono le liste civiche, spesso con esponenti del Pd, le liste del candidato sindaco, le liste miste partito-società civile, conta la personalità del sindaco, magari un bersaniano o un orlandiano».
Esiste il rischio di una maggiore conflittualità tra Pd e Mdp, scissionisti, dopo il voto che ha riconfermato Renzi e la sua leadership?
«Non ne vedo il perché. Sarebbe una cosa da Prima Repubblica, vecchissima, tanto che per evitare richieste di “adeguamenti automatici” a nuove condizioni politiche abbiamo modificato la legge per l’elezione dei sindaci, ora scelti dai cittadini, e non più dai partiti, con trattative che duravano settimane se non mesi e i primi cittadini che a volte andavano ai piccoli partiti per i veti incrociati di Dc e Pci».
Enrico Rossi deve restare alla guida della Regione e non seguire sirene romane?
«Infatti. Rossi deve completare il suo mandato ed il Pd non destabilizzare la sua giunta né altre in cui governa. E Rossi ed Mdp non devono fare l’errore di ascriversi tutti coloro che non sono andati a votare alle primarie rispetto al 2013».
Cosa farà Renzi adesso, quale sarà il suo nuovo inizio?
«Conoscendolo so che è impaziente, che vorrebbe votare prima possibile, ma ci sono le amministrative a giugno, poi serve una legge elettorale, poi il Dpef. E il presidente Mattarella ha detto chiaramente che occorrono due leggi elettorali coerenti per Camera e Senato e che è lui che scioglie il Parlamento… Dovrà attendere il 2018, insomma. Nel frattempo può occuparsi del partito e potrebbe fare il ministro degli Esteri del governo Gentiloni, trattando così con l’Europa forte del suo nuovo mandato anche come segretario»
Alle Primarie è mancata la politica
L’esito percentuale e numerico delle votazioni per l’elezione del segretario del Partito Democratico per i prossimi quattro anni è sufficientemente chiaro. Per capirne di più, anche contro i toni trionfalistici dei sostenitori di Renzi, è opportuno sottolineare che la partecipazione è diminuita di un terzo e i voti del Renzi vincente sono passati da 1 milione e 700 mila del 2013 a circa 1 milione e 300 mila. Non è una buona idea quella dei renziani di sottolineare che la domenica del voto si situava in mezzo a un ponte poiché la data, “rito abbreviato” ha più volte ripetuto il concorrente Michele Emiliano, l’hanno scelta loro. Semmai, si dovrebbero evidenziare due elementi: la vittoria troppo presto parsa praticamente certa di Renzi e, va subito aggiunto, la non eccelsa qualità degli sfidanti e della loro campagna elettorale. In verità, neppure la campagna elettorale di Renzi è stata brillante. Non si sono avute idee nuove da parte di nessuno. Proposte efficaci, intuizioni spettacolari non hanno fatto la loro comparsa: una campagna facilmente dimenticabile.
È giusto recriminare sulle modalità complessive con le quali si è arrivati alle votazioni poiché molti, compresi quasi tutti coloro che se ne sono andati dal PD per dare vita a Articolo 1 Movimento Democratico e Progressista, avrebbero voluto che una Conferenza Programmatica precedesse le votazioni per il segretario. La Conferenza avrebbe potuto essere il luogo della elaborazione sia programmatica sia, soprattutto, culturale del Partito Democratico. Nessuno dei due compiti è stato svolto. Al Partito Democratico che si vantava di avere messo insieme le migliori culture riformiste del paese (ma, in verità, quella socialista non fu mai invitata), manca a tutt’oggi una reale e convincente cultura politica. Questa mancanza si rispecchia sull’assenza di un documento programmatico che indichi problemi e soluzioni, segnalando costi e vantaggi per approdare a una società più giusta con meno diseguaglianze e più opportunità per tutti, ma, ovviamente, soprattutto per gli svantaggiati.
Il paragone del Partito Democratico di Renzi con l’Ulivo di Prodi, per altro mai compiutamente realizzato, è semplicemente improponibile. Nella sua azione di governo, Renzi non ha mai mostrato nessun interesse a sollecitare e coinvolgere la società, nelle sue diverse articolazioni. Al contrario, ha prodotto uno scontro frontale con i sindacati annunciando l’utilità della disintermediazione, ovvero non tenerne più conto, ha criticato i “professoroni”, ha bacchettato i partigiani “cattivi”, ha soffocato la già non proprio vibrante autonomia della Radiotelevisione pubblica. Nel suo discorso della vittoria al Nazareno ha annunciato che farà una Grande Coalizione, non con i partiti(ni) esistenti, peraltro, ad eccezione del Movimento 5 Stelle, piccola cosa e precaria, non con le associazioni, ma con quei cittadini sciolti che sarebbero il popolo vera “alternativa al populismo”. Insomma, anche se ha cercato di passare al “noi” per evitare la critica di stare ricostruendo il Partito di Renzi, ha posto le premesse proprio di quel partito. È l’unico partito che conosce anche se lo frequenta poco e che i suoi sostenitori vorrebbero “normalizzare” sostituendo i segretari non allineati in tutte le aree dove hanno avuto la maggioranza. È un brutto modo di segnalare la disponibilità a praticare la democrazia dentro il partito, vale a dire lasciare spazi alle minoranze e interloquire con loro senza schiacciarle con i numeri.
Adesso, tutti s’interrogano sulle mosse future del leader. Quanto presto desideri (tentare di) tornare a Palazzo Chigi. Proprio perché preoccupato dalla probabile fretta di Renzi, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha, saggiamente, posto un paio di condizioni dirimenti. La prima riguarda la necessità di elaborare due leggi elettorali tali da non condurre a maggioranze prevedibilmente diverse fra Camera e Senato. Sul punto, avendo già prodotto un pessimo Italicum, ed essendosi troppo vantato di una legge in più punti bocciata per incostituzionalità dalla Corte, Renzi è, più che cauto, vago dando spesso l’impressione di non sapere che cosa vuole (tranne vincere). La seconda condizione è quella di fare funzionare il governo fino alla scadenza naturale della legislatura: fine febbraio 2018 con possibilità di svolgere elezioni entro la prima settimana di maggio. Il segretario di un partito dovrebbe appoggiare “senza se e senza ma” il governo guidato da un dirigente del suo partito e con una composizione fotocopia del governo da lui presieduto fino al fatidico 5 dicembre. Invece, perdendo di vista quella che dovrebbe essere la funzione nazionale di un grande partito, vale a dire la governabilità nell’interesse del sistema politico, sembra che la tentazione della spallata sia variamente intrattenuta da Renzi e incoraggiata da molti stretti collaboratori. Insomma, Gentiloni non può proprio stare “sereno”.
Pubblicato il 3 maggio 2017 su La Nuova Sardegna
Ora il compito di fare il vero democratico
Ancorché parecchio inferiore alle consultazioni comparabili finora svolte dal PD, la partecipazione al voto di poco meno di due milioni di elettori ha evitato un pericoloso e temutissimo flop (che avrebbe anche coinvolto lo strumento “primarie” in quanto tale). Tirato un profondissimo sospiro di sollievo, tutti i sostenitori di Renzi, che aveva scaramanticamente fatto scendere l’asticella a un milione di voti, si sono subito lanciati nel trionfalismo “grandissima, unica, insuperabile prova di democrazia”. Certo, esiste anche la democrazia numerica che, in questo caso, è servita a eleggere il segretario del Partito con una percentuale superiore al 60 (nel 2013 era stata 68). Ciò detto, la democrazia è faccenda molto più complessa e molto più ricca di qualsiasi conta numerica. Si intesse di comportamenti e di azioni, si nutre di politiche e di critiche. La democrazia è, in special modo, riconoscimento delle opposizioni e del loro diritto di critica e di controproposta. I democratici hanno da tempo imparato che, molto spesso, gli oppositori hanno idee buone e proposte utili. Ascoltano entrambe e, nella misura del possibile, le mettono in pratica.
C’è molto di nuovo da mettere in pratica da parte del non più tanto nuovo segretario del Partito Democratico. Per esempio, dovrebbe forse dire, finalmente, visto che in campagna elettorale non l’ha fatto proprio, che tipo di partito vuole, al centro e nelle aree locali. Dovrebbe chiarire se davvero ha una proposta di legge elettorale che risponda non solo alle sacrosante esigenze espresse dal Presidente della Repubblica, di essere applicabile in maniera armonizzata sia alla Camera sia al Senato, ma che elegga un Parlamento rappresentativo in grado di dare vita a un governo. Dovrebbe, quel segretario, spiegare se preferisce alleanze con il centro-destra di Berlusconi et al o se vuole (ri)costruire un tessuto connettivo con tutto il Campo Progressista di Giuliano Pisapia. Dovrebbe immediatamente ritirare l’appellativo “traditori” per Bersani e Speranza e tutti coloro che dal Partito Democratico sono stati spinti fuori dai suoi collaboratori e da lui stesso. Il primo compito di un segretario di partito e tenere quel partito unito, anche nelle difficoltà e nelle divergenze, spesso giustificate, di opinione.
Dovrebbe, infine, non pronunciare mai giudizi sommari sul governo guidato da un autorevole esponente del PD, per di più da lui suggerito e al quale ha imposto praticamente tutti i ministri del suo precedente governo. Fra l’altro, non è affatto vero, come Renzi ha dichiarato, che l’Italia è ferma dal 4 dicembre. È vero che l’Alitalia non è affatto decollata, come lui aveva trionfalmente dichiarato, ma non certo per responsabilità di Gentiloni. È altrettanto vero che, seppure molto, troppo, lentamente, la crescita economica c’è e che quel che manca è la riduzione del debito pubblico operazione contro la quale è proprio lui che si oppone per motivazioni puramente elettoralistiche. Pensare che, sta qui l’errore non soltanto semantico, avendo riconquistato la carica di segretario del Partito Democratico, adesso può muovere a tutta velocità verso elezioni anticipate che lo riporteranno a Palazzo Chigi non è soltanto avventurismo. È un errore politico, ma anche, usando un eufemismo, uno sgarbo istituzionale nei confronti del Presidente Mattarella che ritiene, giustamente e costituzionalmente, che la stabilità del governo è un bene da non mettere imprudentemente a rischio. Inevitabilmente, si sono riaperte alcune partite. Forse conterà anche molto la partita delle elezioni amministrative di giugno. Avere di mira il buon funzionamento del sistema politico, non producendo strappi per ambizioni personali, è il miglior modo di tradurre la democrazia dei numeri in democrazia dei comportamenti. Sapranno Renzi e i suoi sostenitori mostrarsi all’altezza di una sfida che nel passato hanno perso?
Pubblicato AGL il 1°maggio 2017
Provateci ancora elettori “primari”
Non è, ovviamente, colpa dello strumento chiamato “primarie”, anche se, correttamente, dovrebbe essere definito “votazioni” per il segretario del Partito Democratico, se neppure in fase conclusiva della campagna si sono destati grande interesse e ardenti “passioni”. Peraltro, Renzi ci ha subito provato a dire che chi vince la carica di segretario del PD diventa automaticamente il candidato a Palazzo Chigi. Immagino che Gentiloni abbia fatto con grande pacatezza gli opportuni scongiuri. Neanche ancora segretario già Renzi lo destabilizza. Figurarsi dopo il 30 aprile!. Molto dipenderà dall’affluenza alle urne e dalle percentuali e numeri assoluti di votanti. Però, già sappiamo che Renzi ha perso smalto, capacità di trascinamento, persino entusiasmo. È rimasta la sicumera, quella che a Napoli chiamano “cazzimma”, ma non gli è stato possibile trovare slogan o parole di forza paragonabili a “rottamazione”. Anzi, non pochi, compreso lo sfidante Emiliano, sono convinti che é già ora di rottamare Renzi per salvare il PD.
Peraltro, né Emiliano, con un piede fuori del PD, ma con la voglia di cambiarlo da dentro, né Orlando, troppo a lungo ministro nel governo Renzi e ancora con Gentiloni, rappresentano reali e significative alternative. Allora, hanno pensato fin troppi iscritti, tanto vale tenersi l’usato ancorché non troppo sicuro, il Renzi. Sembra che anche gli elettori, ovvero la maggioranza, probabilmente assoluta, di coloro che andranno ai gazebo, sia giunta alla stessa conclusione. Quindi, il PD rimarrà quello che è stato e che tutti hanno già visto con Renzi segretario. Peggio, anche la futura coalizione di governo potrà trovarsi a ripetere, lo ha detto senza nessuna preoccupazione Renzi, l’esperimento del Nazareno. Nel frattempo, Mattarella, consapevole di qualche degenerazione successiva alla (ri-)elezione di Renzi ha posto un ultimatum: discutere seriamente e approvare rapidamente due leggi elettorali decenti e compatibili per Camera e Senato senza peraltro mirare a elezioni anticipate ad libitum, ovvero a piacimento del segretario prossimo venturo della maggioranza del PD. Il libitum, aggiungo io, vale a dire il potere di scelta dei tempi e dei modi, è tutto nelle mani e nella mente di Mattarella e sta anche scritto nella Costituzione.
Dal dibattito triangolare Renzi-Emiliano-Orlando non è venuta fuori nessuna indicazione sulle leggi elettorali prossime venture. Renzi fa bene a tenere coperte le sue carte. Se vedremo, noi e la Corte Costituzionale, che sono brutte come quelle dell’Italicum, sarebbe un altro colpo, non basso, ma meritato, per lui. Emiliano e Orlando sono stati troppo vaghi in materia. Peccato perché lanciare una buona proposta, magari, perché no, quella francese, di cui troppi hanno straparlato, ma i cui meccanismi sono e rimangono ottimi, servirebbe a capire che cosa attende un po’ tutti, partitini compresi, nella primavera del 2018 (che è la mia data preferita per le elezioni).
Su un punto, non abbastanza sottolineato, Renzi ha fatto una capriola acrobaticissima: l’Europa. Non più critiche, peraltro, sbagliate, a Eurocrati e Burocrati, ma il riconoscimento che l’Europa è il progetto del PD ed è anche il destino di un’Italia che voglia crescere e migliorare. Per il resto, nessuno dei tre ha detto che partito vuole davvero, che rapporti fra maggioranza e minoranze nel partito, che democrazia interna, che cultura politica, quali modalità per la scelta delle candidature (ma Emiliano e Orlando si sono espressi contro i capilista bloccati: vessillo di Renzi, Boschi e Berlusconi). Eppure, il PD era nato per combinare il meglio delle culture riformiste. Adesso, sembra che il compito se lo sia assunto Giuliano Pisapia con il suo, peraltro, vago e embrionale, Campo Progressista. Insomma, il 30 aprile sapremo soltanto chi è il segretario del Partito Democratico. Tutto il resto, dalla legge elettorale al governo Gentiloni, dalla politica economica alla presenza italiana nell’Unione Europea, verrà dopo e, da quel che s’è sentito nel dibattito triangolare, sarà praticamente da inventare.
Pubblicato il 28 aprile 2017 su Fondazione Nenni Blog
Una bella storia bolognese
Un giorno del 2008 Giorgio Guazzaloca mi telefonò chiedendomi, con leggera, inusuale esitazione, la disponibilità a scrivere la prefazione a un libro su di lui. Chiesi di vedere il libro (scritto da Alberto Mazzuca, Guazzaloca. Una vita in salita) e scrissi un testo intitolandolo “Una storia bolognese”. Il riferimento era al volumetto Una storia italiana mandato in omaggio nel lontano 1994 dal candidato Berlusconi a milioni di elettori. Nel ringraziarmi Guazzaloca mi comunicò la sua iniziale perplessità a vedersi “confinato” nel ristretto ambito bolognese, ma subito la lettura lo convinse della bontà del titolo oltre che, non lo nascondo, del contenuto. La sua conquista al ballottaggio della carica di sindaco nella città rossa per eccellenza in quel fatidico giugno 1999 fu proprio il coronamento di una storia bolognese. Il candidato “civico” Guazzaloca non sbucava dal nulla, ma da una vita di lavoro, cominciata da ragazzo come macellaio, di capacità di governo di associazioni, da quella dei macellai fino alla Presidenza per 13 anni della Confcommercio, coronata con la decisione di sfidare il Partito di Bologna, ovvero gli ex-comunisti che faticosamente e malamente (non) si adattavano alla nuova situazione politica, con molti conflitti interni, il più devastante dei quali riguardò proprio la scelta dell’antagonista di Guazzaloca. Un insieme di errori derivanti da malposte e maldestre ambizioni i cui protagonisti si trovano ancora tutti in città. Non avrebbero comunque perso se l’alternativa non fosse stato proprio Giorgio Guazzaloca, noto e diffusamente stimato, capace di rapporti personali fatti di serietà e affidabilità, con un suo profilo in nessun modo identificabile con il modesto centro-destra cittadino. Grazie all’ex-comunista Carlo Monaco, poi il suo migliore assessore, Guazzaloca condusse un’ottima campagna elettorale, sui fatti e non sui meriti di un passato che gli ex-comunisti non potevano già più rinverdire. Purtroppo, la malattia lo colse dopo neppure due anni dalla sua elezione. La seconda parte del suo mandato non fu brillante anche perché non tutti gli assessori erano all’altezza (gli feci notare che quello passava il convento del centro-destra). La conquista del secondo mandato si rivelò impossibile poiché il centro-destra non seppe/volle sostenerlo fino in fondo e gli ex-comunisti si consegnarono mani e piedi al “briscolone” venuto o mandato da fuori, la meteora Sergio Cofferati. L’evento storico, “sparato” su tutte le prime pagine dei quotidiani nazionali e stranieri, era comunque avvenuto. Con qualche amarezza per il prosieguo di quella storia, Guazzaloca ne fu sempre fiero. Giustamente.
Pubblicato il 27 aprile 2017
Cosiddette primarie e post-verità #PrimariePD #30aprile
Leggo sul quotidiano “Il Piccolo” l’invito di Piero Fassino a votare Renzi così sintetizzato: “Con Renzi perché la sua mozione interpreta al meglio l’esigenza principale del Paese: rimettere in moto la crescita”. Sono stupefatto. Siamo di fronte ad una chiara, non so se consapevole o no, manipolazione del significato delle doppie consultazioni/votazioni, prima, degli iscritti al Partito Democratico, poi dei potenziali elettori. Il 30 aprile saranno questi ultimi a scegliere con il loro voto il prossimo segretario del Partito. Dunque, dovrebbero essere soprattutto interessati a votare quel candidato che prometta di interessarsi del partito e abbia spiegato come quanto in quale direzione con quali strumenti e, forse, anche con quali collaboratori provvederà a questo molto importante compito. La mozione del prescelto dovrebbe rispondere anzitutto alla domanda quale partito costruirà e fare funzionare, non quale crescita, non quale paese.
Il Partito Democratico, sostanzialmente trascurato da Renzi segretario (e dai suoi due vice-segretari Guerini e Serracchiani), spesso bistrattato, grazie anche alla gestione della Direzione ad opera del Presidente, Matteo Orfini, adesso, reggente, non gode di buona salute. Anche se il Partito Democratico è, in pratica, l’unico partito rimasto -tutti gli altri sono veicoli personalistici senza nessuna vita/vitalità interna e con addirittura meno democrazia del PD- la sua struttura e la sua presenza sul territorio lasciano moltissimo a desiderare, soprattutto da parte di chi crede che un partito debba essere una comunità di uomini e donne che non intende soltanto vincere episodicamente le elezioni, conquistare cariche, soddisfare ambizioni e dare un reddito a chi vive di politica (anche perché, probabilmente e spesso provatamente, non saprebbe fare altro). Invece, un partito, come dovrebbe sapere Fassino, già segretario della Federazione del Partito Comunista di Torino in anni difficilissimi e poi segretario nazionale dei Democratici di Sinistra, è anche un luogo di elaborazione culturale, di selezione di proposte, di sintesi politica, un tempo si sarebbe detto “alta” (e chi sa che non lo si possa tornare a dire prossimamente). In quella sintesi, che è culturale prima che operativa, che, anzi, deve essere culturale se vuole essere efficacemente operativa, troveranno spazio anche i problemi del paese che quel partito vuole affrontare, per la soluzione dei quali chiede voti per andare al governo.
Né Renzi (lo abbiamo già visto all’opera) né i suoi collaboratori ed estimatori, fra i quali, visibilmente, Fassino, sembra abbiano colto questo aspetto: la centralità del partito in qualsiasi attività di rappresentanza e di governo. Ecco: una delle ragioni per le quali queste votazioni, che non sono primarie, poiché non designano il candidato ad una carica elettiva, ma scelgono il segretario di un partito e poi si vedrà, hanno poco appeal. Sì, si sono effettivamente logorate, ma la colpa non è dello strumento. Ovviamente, è del pessimo uso che ne è stato fatto, a partire proprio da Renzi che ha impostato tutta la sua, peraltro mediocre e ripetitiva, campagna su “Renzi 2, il ritorno” (qualcuno aggiungerebbe “e la vendetta”). Il passo successivo, che Renzi avrebbe voluto compiere già a giugno, poi fatto slittare a settembre, tuttora reclamato il prima possibile, sarà la richiesta di elezioni anticipate per riconquistare la Presidenza del Consiglio, in questo modo, automaticamente indebolendo, o mantenendo debole, il governo Gentiloni sui cui ministri, più o meno tecnici, si è già scaricato un “fuoco” che non pare proprio essere “amico”.
Questo fuoco si intensificherà subito dopo la vittoria di Renzi, di quanto sarà più intenso lo vedremo una volta che siano stati contati i partecipanti alle votazioni e, non solo la percentuale, ma, in special modo, i voti assoluti ottenuti dal non più tanto nuovo segretario. Elettori e iscritti saranno subito risospinti nelle quinte della scena politica. Del Partito Democratico, della sua struttura, della sua presenza, delle sue modalità di funzionamento, della sua collocazione non si parlerà più. Della necessità di elaborare una cultura politica meno che mai (d’altronde, mica si può rischiare che tornino “in campo” i famigerati professoroni). Al massimo, il tema sarà affidato ad una scuola di politica nella versione passerella per dirigenti, quelli che dovevano contaminare il meglio delle culture riformiste del paese, che si esibiscono in quel tanto/poco di propaganda di cui (non) sono capaci. Ne deriverà un inaspettato omaggio a Zygmunt Bauman, sociologo polacco recentemente scomparso: un partito liquido (liquefatto). Con quel partito risulterà impossibile strutturare un decente sistema dei partiti e dare vita ad una democrazia competitiva di buona qualità.
Pubblicato il 27 aprile 2017







