Home » Articles posted by gianfrancopasquino

Author Archives: gianfrancopasquino

La libertà degli altri #15ottobre ore 18.30 Conferenza in diretta streaming da #Ascona Foundation Eranos a partire da Libertà inutile Profilo ideologico dell’Italia repubblicana @UtetLibri

La conferenza sarà fruibile anche in diretta streaming, via Zoom:

https://us02web.zoom.us/j/86769877854

La video-registrazione, dopo la post-produzione, sarà caricata nel canale YouTube della Fondazione:

https://www.youtube.com/channel/UCHDgqyYwulAveMQal16R0lw

Conferenza: “La libertà degli altri”

Relatore: Prof. Gianfranco Pasquino (Università di Bologna)

Ciclo: Eranos-Jung Lectures: “Meditazioni sulla libertà. L’autonomia allo specchio della vulnerabilità, tra paranoia e responsabilità”

Data: 15 ottobre 2021, ore 18:30

Luogo: Auditorium, Monte Verità, Ascona e Zoom (https://us02web.zoom.us/j/86769877854)

Moderatore: Prof. Fabio Merlini (Fondazione Eranos, Ascona, e IUFFP, Lugano)

Discussione

Rinfresco e incontro con il relatore

Introduzione

Gli uomini (e le donne) sono, secondo Aristotele, “animali politici”, vale a dire che vivono nella polis. Lì quegli uomini e quelle donne si riconoscono reciprocamente spazi di libertà, diritti e doveri, responsabilità. Creano le indispensabili istituzioni e regole. Talvolta, però, hobbesianamente, quando manca l’ordine politico, homo homini lupus. Rimangono “animali” politici, ma mettono la loro convivenza e le loro libertà in pericolo. La creazione/imposizione dall’alto dell’ordine politico non è sufficiente, poiché tutto dipende dalla qualità di quell’ordine e delle libertà che possono essere esercitate. La libertà dallo Stato e dalle sue interferenze è necessaria, ma può, a determinate condizioni e secondo precise modalità, essere limitata. La libertà di azione e di partecipazione dipende da criteri e opportunità, da regole che ne stabiliscano gli ambiti e le conseguenze e dall’esercizio della responsabilità secondo l’etica delineata da Max Weber. Poiché il poeta, John Donne, ha ragione e coglie il senso più profondo della convivenza: no man is an island, il discorso sulla libertà va condotto con riferimento alle relazioni sociali. Saremo tutti più responsabili quando riconosceremo le libertà degli altri. Saremo meno vulnerabili quando sapremo associarci per risolvere i problemi. Saremo tutti più liberi quando riusciremo a creare capitale sociale.

Relatore

Gianfranco Pasquino, torinese, è Professore Emerito di Scienza politica all’Università di Bologna. Si è laureato in Scienza politica con Norberto Bobbio e specializzato in Politica comparata con Giovanni Sartori. Fra i fondatori della “Rivista Italiana di Scienza Politica”, ne è stato Redattore capo e Condirettore. Ha altresì diretto la rivista “il Mulino”. È stato Visiting Professor alla School of Advanced International Studies di Washington, D.C., all’Università di California, Los Angeles e all’Instituto Juan March di Madrid e Fulbright Distinguished Lecturer all’Università di Chicago. Autore di numerosi volumi, è particolarmente orgoglioso di avere condiretto con Bobbio e Nicola Matteucci il Dizionario di Politica (2016, 4a edizione). I suoi libri più recenti sono Italian Democracy. How It Works (Routledge, 2020), Minima Politica. Sei lezioni di democrazia (UTET, 2020) e Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET, 2021). Già Presidente della Società Italiana di Scienza politica, ha ricevuto quattro lauree ad honorem. Dal 1983 al 1992 e dal 1994 al 1996 è stato Senatore della Repubblica italiana. Dal luglio 2005 è Socio dell’Accademia dei Lincei.

L’edizione 2021 delle Eranos-Jung Lectures è dedicata al tema “Meditazioni sulla libertà. L’autonomia allo specchio della vulnerabilità, tra paranoia e responsabilità”. Abbandonata al suo solo desiderio di affermazione, la libertà rischia di trasformarsi in uno strumento di sopraffazione. Per questo, si potrebbe dire, la libertà va protetta da se stessa. E l’unico modo per farlo è associare all’esercizio della libertà il senso della responsabilità. Confrontati alla nostra vulnerabilità, nella complicazione delle molteplici crisi cui siamo soggetti oggi (economica, sanitaria, ecologica, interiore…), dobbiamo imparare a ripensare l’idea della libertà alla luce delle obbligazioni che fanno di ognuno di noi un “essere di relazioni”. Impegnarsi lungo questa via significa dare una chance alla nostra fragilità inaggirabile, affinché essa resista consapevolmente alla tentazione dei comportamenti paranoici: una tentazione, del resto, sempre in agguato, il cui esito finale è la tirannia.

Le democrazie non muoiono, vengono uccise #recensione Adolf Hitler. Biografia di un dittatore @Caroccieditore @C_dellaCultura 

Hans-Ulrich Thamer, Adolf Hitler. Biografia di un dittatore, Roma, Carocci, 2021, pp. 318.

Sono un lettore attento di biografie e di autobiografie, peraltro, due generi letterari fra i quali intercorrono non poche differenze. Apprezzo, in particolare, quelle opere nelle quali gli autori riescono ad illuminare, insieme con la vita del (auto)biografato, anche i suoi tempi e il suo ambiente. Mantengo una certa distanza dalle introspezioni psicologiche anche se, talvolta, non abbastanza spesso, conducono a capirne di più del personaggio. In alcuni casi, però, specialmente quelli che definirò drammatici, le interpretazioni psicologiche hanno la tendenza a spiegare l’intero percorso di vita con la “socializzazione” del biografato e la sua devianza. Preferibili mi paiono le biografie che riescono a inserire il biografato nel suo tempo e nel suo luogo cercando di cogliere le strutture profonde, le influenze e quanto il biografato ne sia dipendente e/o abbia saputo plasmarle fino a, eventi eccezionali, dominarle. Fatta questa, credo, indispensabile, premessa, debbo ricordare che da tempo esistono alcune, buone, anche eccellenti, biografie di Adolf Hitler da quella pionieristica di Alan Bullock (1952) a quella sobria di Joachim Fest (1973) a quella possente in due volumi di Ian Kershaw (1998; 2000). Le ambizioni di Thamer sono più limitate, ma, anticipo, l’obiettivo di fondo, situare l’uomo e il capo politico nel suo tempo per comprenderne l’azione e valutarla, è conseguito più che soddisfacentemente.

   Non è nelle origini familiari relativamente, ma non troppo disagiate, comuni a milioni di persone, neppure nelle vicissitudini scolastiche di uno studente certamente non modello, non motivato, non interessato a qualche materia specifica, infine, non di successo e non “popolare” fra i suoi compagni che si possono trovare gli elementi che costruiranno la leadership di un dittatore. Quanto all’antisemitismo era presente e diffuso in Austria, come in tutta l’Europa orientale, ma non in quantità allora esagerate e, comunque, inizialmente non dominanti nel pensiero e nelle azioni di Hitler. La svolta nella formazione politica avviene, sottolinea Thamer, con la Prima Guerra Mondiale. Hitler vi prende parte molto convintamente. Combatte, viene ferito, condivide l’interpretazione della sconfitta dovuta anche, sostanzialmente, alla “pugnalata alle spalle” inferta dalle sinistre tedesche, comunisti e socialdemocratici, alle Forze Armate tedesche. La sua visione negativa, ma non nichilista, viene rafforzata, quando è costretto a lasciare i ranghi militari e si trova senza lavoro. Forse, però, quello che conta maggiormente è che perde la sua comunità di riferimento. Noto che Thamer non menziona nessuna amicizia fatta da Hitler e non ritiene di esplorare se, quanto e come Hitler si rapportasse al mondo femminile tranne che, in generale, era misogino. Non è questione di poco conto poiché l’asocialità è, probabilmente, un elemento che spiega il disprezzo per la vita degli altri che il Führer manifesterà in tutta la sua vita politica. Spiega anche che non si consultasse con nessuno nelle decisioni importanti, che non chiedesse pareri e consigli. Solipsismo, secondo me, hubris, secondo il titolo che Kershaw dà alla vita di Hitler dalla nascita al 1936.

   In effetti, in tutta la fase che va dal famosissimo tentato putsch nella birreria di Monaco, 9 novembre 1923, alla sua nomina a Cancelliere il 30 gennaio 1933, Hitler fece regolarmente affidamento sulla sua personale valutazione degli avvenimenti, dimostrando di nutrire la convinzione assoluta di non avere bisogno di nessuno nel perseguimento del potere: non solo arroganza, dunque, ma anche, questo mi appare il tratto dominante, fanatismo, non cieco, ma mirato, determinato, senza né tentennamenti né resipiscenze: “in vita mia” dichiarò lui stesso, “ho sempre giocato il tutto per tutto” (p. 223) . Più volte, Thamer sottolinea le grandi, rare e inusitate qualità oratorie e istrioniche di Hitler che dagli ascoltatori e dalle folle traeva energie elettrizzanti. I molti filmati disponibili costituiscono documenti indispensabili quanto inquietanti anche, forse soprattutto, per quello che a Norimberga e altrove ho sempre assimilato a un drammatico orgiastico sabba nazionalistico.

   Il carisma trova conferma nella capacità di fare miracoli. Nel caso di Hitler i miracoli, sociali e economici, forse anche politici, avvennero dopo la conquista con la violenza e la manipolazione del potere politico nazionale. Tuttavia, bisogna interrogarsi sulla sua grande capacità di attrarre seguaci costruendo quella gigantesca macchina da guerra che fu il Partito Nazional-Socialista. Sulle macerie dell’impero tedesco, fra una popolazione disorientata, in un contesto attraversato da conflitti profondi e incomponibili, Hitler riuscì a sollecitare e a (ri)plasmare un’appartenenza nazionale basata su “sangue e territorio” e sull’identificazione del nemico, lo scrivo con qualche esagerazione e semplificazione: il bolscevismo ebraico.

   Una questione sulla quale non sembra esserci accordo fra gli studiosi riguarda quello che chiamerò il progetto politico di Hitler e se questo progetto fosse già iscritto nel Mein Kampf (scritto in prigione e pubblicato nel 1925). Non vale in nessun modo la pena di confrontarsi con coloro che “leggono” Mein Kampf con gli occhi dei critici letterari e dei professori universitari, che fanno le pulci all’analisi e vi trovano errori di ogni tipo, soprattutto storici, come se si trattasse di una tesi di dottorato. Sarebbe bello se costoro leggessero sempre in questo modo i libri e le memorie dei politici, ma il punto è un altro. Da un lato, non è possibile esimersi dal notare che Hitler traeva molte delle sue idee da quanto già esisteva nella cultura tedesca, certo potremmo dire “deteriore”, ma non per questo meno diffusa e influente. Dall’altro, che Mein Kampf era da Hitler inteso, giustamente, come un documento di battaglia, peraltro, non necessariamente vincolante pur contenendo l’indicazione di molti degli obiettivi da perseguire, in particolare i più importanti: la conquista del potere politico e il fare grande la Germania. Se “Make Germany Great Again” richiama alle vostre orecchie e menti, cari lettori/lettrici, qualcosa di conturbantemente contemporaneo, ebbene: sì, proprio così. In corso d’opera, naturalmente sarebbe stato necessario disfarsi degli ebrei, ostacolo e nemici della grandezza che soltanto gli ariani potevano conseguire.

Rimangono tre punti importantissimi anche in chiave comparata per chi voglia capire come si costruisce e che cosa è un regime effettivamente totalitario. Alla luce di tutte le analisi, spesso “chiacchiere” su come muoiono le democrazie, è opportuno sottolineare quanto Thamer sostiene più volte con grande determinazione: senza la connivenza, il contributo, l’ipocrisia, la manipolazione e, buoni ultimi, gli errori delle classi dirigenti tedesche (p. 141), Hitler non avrebbe conquistato e mantenuto il potere. Questa osservazione vale a maggior ragione per Mussolini e per il fascismo. Dunque, non è vero che (tutte) le democrazie muoiono. Piuttosto, vengono uccise. Sempre conosciamo i nomi sia degli assassini sia dei loro complici. Secondo punto, una delle chiavi del successo di Hitler e del nazionalsocialismo fu il ricorso senza scrupoli alla violenza, spesso inaudita, fino al terrore. Domenico Fisichella merita di essere citato al proposito per la sua definizione dei regimi totalitari in base all’esistenza di un “universo concentrazionario” nel quale il terrore è l’asse portante, dominante. I campi di concentramento nazisti furono uno strumento cruciale per il regime, un esito non solo voluto, ma necessitato. Terzo punto: il regime nazista fu compiutamente un caso di totalitarismo realizzato (p. 171). Proprio guardando al nazismo governante coloro che posseggono gli strumenti del metodo comparato possono affermare con sicurezza che il fascismo italiano non riuscì mai a diventare, come tentò e sicuramente avrebbe voluto, totalitario.

   In breve tempo, dopo il 30 gennaio 1933, Hitler privò di qualsiasi potere tutte le altre istituzioni, smantellandole. La strategia detta Gleichschaltung (uniformazione) fu attuata con successo totale. Nella Germania, un tempo ricchissima di associazioni, divenuta nazista, rimase un’unica organizzazione: il Partito nazionalsocialista in simbiosi con Adolf Hitler. “il Führerstaat totalitario, privo di controlli … sopravanzò in velocità con il radicalismo del suo sviluppo totalitario la dittatura fascista” (p. 171). Nell’Italia di Mussolini, persino negli anni che, impropriamente. Renzo De Felice chiamò “del consenso”, ovvero dopo la conquista dell’Impero, 1936, la Monarchia era rimasta viva e vitale, le Forze armate erano sabaude e nient’affatto fascistizzate, la Chiesa manteneva grande autonomia nell’ampio spazio assistenziale e educativo. Alla caduta di Hitler la “Germania anno zero” si presentò come una tabula rasa. Una volta licenziato Mussolini dal re, fu il Gen. Badoglio a guidare la prima transizione, mentre la Chiesa Cattolica si riposizionava senza difficoltà, utilizzando le molte risorse che mai le erano state sottratte. La conclusione di Thamer: “di Hitler non ci libereremo tanto in fretta” (p. 286) non suona affatto sorprendente per chi vive in un paese nel quale davvero il fascismo è “un passato che non passa”.   

Pubblicato il 15 ottobre 2021 su casadellacultura.it

Anni che qualcuno s’è bevuti #prefazione a La Terza Repubblica della TV

prefazione a: Gennaro Pesante, La Terza Repubblica della TV, Roma, Bibliotheka Edizioni, 2021, pp. 9-12

Anni che qualcuno s’è bevuti

“Formidabili” anche gli anni Ottanta? In un certo senso, forse, sì. Comunque, meritevoli dell’attenzione che loro dedica Gennaro Pesante. Certamente, in quegli anni l’Italia cambia, e di molto. Qualcuno si beve Milano. Craxi duella sia con De Mita, e sostanzialmente vince, anche se Pirro lo avrebbe messo in guardia. Craxi duella anche, sotto mentite, ma mai smentite, spoglie, quelle di Ghino di Tacco, con il Fondatore-Direttore-Editorialista di “Repubblica” Eugenio Scalfari che, in una quasi memorabile intervista a “Prima Comunicazione” dichiarò che il Direttore di “Repubblica” era più potente del Presidente del Consiglio. In quel duello, mi pare non abbia vinto nessuno dei due. Nel 1992 si vide, ma furono pochi quelli che capirono, che stava perdendo una certa idea di Repubblica, pluralista e progressista e che la rivoluzione promessa non stava affatto arrivando (oggi, nessuno la promette più). Però, no, non era affatto arrivata la Terza Repubblica. Al proposito debbo fare ricorso ad alcuni essenziali strumenti della scienza politica che, naturalmente, servono ad illuminare anche lo stato attuale della Repubblica italiana, anche per coloro che vorrebbero riformarla.

   Una Repubblica, qualsiasi Repubblica, è una costruzione complessa fatta di una Costituzione che contiene istituzioni, regole, come le leggi elettorali, procedure, quelle che sovrintendono alla formazione dei governi e al funzionamento del Parlamento, quelle che riguardano i poteri del Presidente della Repubblica. A mio modo di vedere soltanto quando cambiano le istituzioni, le regole e le procedure diventa corretto, legittimo e utile parlare della comparsa di un’altra Repubblica. Mi limito a citare come esemplare la Francia. La Quarta Repubblica (1946-1958) fu una debole e tormentata democrazia parlamentare. La Quinta Repubblica (1958–) è una democrazia semipresidenziale con sue istituzioni, regole e procedure notevolmente diverse da quelle della Quarta. Non nascondo che, come molti studiosi, le ritengo significativamente e accertabilmente superiori a quelle della Quarta e imitabili da chi voglia effettivamente uscire, senza escamotages particolaristici, da una democrazia parlamentare.

   Anche se Pesante cita la formazione del governo Goria (1987) in maniera critica “senza che gli elettori si siano espressi” e sarcasticamente aggiunge “è la democrazia parlamentare, bellezza!”, le cose stanno proprio così. In nessuna democrazia parlamentare sono gli elettori a dare vita al governo. Incidentalmente, nelle democrazie presidenziali e semipresidenziali, gli elettori votano per un capo dello Stato che è anche capo del governo. Nulla di più. Poi, sarà l’eletto a decidere come fare il governo e con chi, quali ministri nominare e, di tanto in tanto, praticamente a suo piacere, come sostituirli. Vale per gli USA, ma anche per la Francia della Quinta Repubblica

   Lo strepito sul “governo non eletto dal popolo” non è soltanto sbagliato e fastidioso. Soprattutto, è inutile e improduttivo. È servito a bollare in particolare il Conte II, ma nel passato tutti i governi, anche quelli formati e guidati da Berlusconi. Neanche il Draghi I è stato “eletto dal popolo”. Anzi, meno che mai, però, per il suo personale prestigio e per la cooptazione dei “migliori”, sembra sfuggito alla comunque infondata delegittimazione. Allo stesso modo, è sbagliato e non serve a nulla numerare le nostre inesistenti Repubbliche. Siamo nella seconda fase della Repubblica nata nel 1948 e sarebbe preferibile spendere le nostre energie fisiche e intellettuali per farla funzionare meglio.

In quegli anni Ottanta, invece, il pentapartito, coalizione asfittica e autoreferenziale, riuscì a mostrare il peggio della politica italiana. La Grande Riforma di Craxi ottenne un risultato: la quasi totale abolizione del voto segreto. Poi, a fronte della sfida della riforma elettorale, Craxi si trasformò in un rigido e riottoso difensore della variante italiana di legge proporzionale che, sì, aveva dei difetti, ma nel complesso era nettamente superiore alla legge Calderoli (Porcellum) e alla legge Rosato (Rosatellum) in quanto a capacità di dare rappresentanza e potere agli elettori. Non nutro grandi aspettative sulla legge elettorale prossima ventura.

  Mentre a Milano si continuava a bere, andavano in onda una serie di trasmissioni televisive innovative in termini di formato e di linguaggio che hanno sicuramente, per quanto indirettamente, inciso sulla politica. Pesante vi fa ampio e opportuno riferimento. Qualche anno dopo il grande politologo Giovanni Sartori scrisse un piccolo, ma fondamentale, libro: Homo videns (Laterza 1997). La televisione non cambia solo il modo di guardare e vedere la politica. Cambia e impoverisce il modo di farla e di interpretarla. Trasforma il linguaggio e impoverisce il pensiero. Qualcuno ritenne allora e probabilmente anche oggi che la più alta forma di analisi politica si trovi nei molleggiati monologhi di Adriano Celentano e, anche, i più politicizzati, negli esagitati discorsi di Roberto Benigni. Nel decennio successivo Grillo ha dimostrato, aiutato da Rousseau che se ne intende anche di manipolazione, che si può fare ancora meglio. Dei cambiamenti sociali e “culturali” dei (quasi) formidabili anni Ottanta ne fecero le spese i partiti che già tutti avevano iniziato il loro declino. Sparirono semplicemente, tristemente, meritatamente, per loro. Non sono più riusciti a risollevarsi, a diventare veicoli decenti per i cittadini affinché “determinino la politica nazionale” (sono parole dell’articolo 49 della Costituzione). Per fortuna le istituzioni della Repubblica, in special modo, il Presidente della Repubblica, hanno tenuto, persino respingendo alcune arrogantissime aggressioni pseudo riformiste. Qousque tandem?

   Non è mio compito qui rivalutare i conduttori televisivi degli anni Ottanta (e neppure gli uomini politici). Mi rallegro, però, del giudizio molto positivo che il prestigioso “The Guardian” ha dato di Raffaella Carrà (opportunamente molto apprezzata anche dall’autore di questo libro). Non mi attendo, invece, che nessun quotidiano e nessuno storico riesca nell’opera di riabilitazione degli anni Ottanta. Qualcuno se li è bevuti: peggio per lui/lei. Purtroppo, molti hanno imparato poco. Però, Pesante ne ha scritto un epitaffio adeguato. Requiescant in pace.

Gianfranco Pasquino                                                                10 maggio 2021

La storia (in)finita spiegata al Professor Giulio Sapelli @DomaniGiornale

Il professor Giulio Sapelli è spesso spumeggiante e controcorrente, talvolta anche, volutamente, dissacrante. Giorni fa (In Grecia, non in Germania, c’è il cuor della rinascita europea, Formiche.net 10 ottobre), però, è andato di gran lunga fuori misura. Riferendosi ad un presunto “avvenire nichilistico senza storia profetizzato da quel Yoshio Fukuyama, star dell’Università Stanford in California”, commette molti errori. Li segnalo poiché la loro correzione serve a migliorare le conoscenze sul mondo come è stato, com’è, come sarà. Yoshio Fukuyama (1921-1995) è stato un teologo americano di evidenti origini giapponesi, padre di Francis Fukuyama (1952) che Sapelli definisce “aedo della scomparsa delle contraddizioni nel mondo civilizzato”. Quella è “una profezia” conclude Sapelli “che certo ancora ci disorienta”. Desidero riorientare Sapelli e i molti come lui che, quasi certamente, non hanno mai, non dico letto il libro di Francis Fukuyama, ma neppure il titolo nella sua interezza: La fine della storia e l’ultimo uomo. Lo faccio con piacere, ma anche doverosamente poiché ho scritto la prefazione alla traduzione italiana di quel libro pubblicata dall’UTET 2020 (pp. 7-11).

   Per i molti che non l’hanno letto sottolineo che Fukuyama argomenta due tesi fondamentali. La prima è che la storia che è accertabilmente, definitivamente finita è quella della contrapposizione, la “guerra”, fra le liberaldemocrazie occidentali e il comunismo sovietico. Le liberaldemocrazie hanno vinto. Adesso, di conseguenza, questa è la seconda tesi, gli uomini e le donne possono usare tutta la loro libertà per “realizzarsi”. Non riesco a capire perché Sapelli si debba sentire disorientato da questa che non è una profezia, ma una aspettativa, una opportunità. Non vedo nessuna lode alla scomparsa “delle contraddizioni nel mondo civilizzato”. Al contrario, Fukuyama è sinceramente preoccupato dalla prospettiva che le opportunità non vengano colte, che le aspettative si trasformino in frustrazioni. Altro che nichilismo si trova nelle pagine de La fine della storia e l’ultimo uomo! Si trova una serie di sfide che, grazie alla libertà, gli uomini e le donne che vivono nelle liberaldemocrazie affronteranno meglio attrezzati di chiunque altro, offrendo esempi in qualche misura imitabili.

   Ad una prima lettura avevo personalmente attribuito a Fukuyama una sottovalutazione dei molti nemici rimasti delle liberaldemocrazie, in particolare dei fondamentalismi di stampo religioso. In seguito ad una rilettura (che consiglio non soltanto a Sapelli), mi sono reso conto che, in effetti, Fukuyama ha piena consapevolezza della minaccia fondamentalista alle liberaldemocrazie. Trent’anni fa la minaccia già esisteva, ma appariva embrionale, geograficamente limitata, circoscrivibile. Oggi ha fatto irruzione nelle abitazioni delle liberaldemocrazie. Le società aperte non possono chiudersi. Hanno il diritto e il dovere di proteggersi e reagire essenzialmente con la forza delle idee e con la competizione. Con un minimo di retorica, il pessimismo della ragione, dirò che la minaccia è frontale, ma con l’ottimismo della volontà, nutrito anche da alcuni scritti successivi di Fukuyama –UTET ha opportunamente pubblicato quello dedicato alla Identità. La ricerca della dignità i nuovi populismi (2019), ma importante è anche il libro sulla fiducia Trust. The Social Virtues and the Creation of Prosperity (1995)–, affermo, contro le non convincentemente motivate opinioni dei “teorici” della crisi della democrazia, che le liberaldemocrazie hanno le carte per ingaggiare la battaglia e per prevalere.

Pubblicato il 12 ottobre 2021 su Domani

Libertà inutile a “Ort’Autori: incontri con l’autore” #16ottobre Orta San Giulio #Novara @UtetLibri

16 ottobre ore 18 a Villa Bossi, Orta San Giulio

Gianfranco Pasquino, Professore emerito di Scienza della Politica alla Johns Hopkins University

presenta

LIBERTÀ INUTILE
Profilo ideologico dell’Italia repubblicana 
(UTET)

The Freedom of Others #Ascona Canton Ticino #15ottobre Libertà inutile Profilo ideologico dell’Italia repubblicana @UtetLibri

Program

Conference: “The Freedom of Others”

Lecturer: Prof. Gianfranco Pasquino (University of Bologna)

Cycle: Eranos-Jung Lectures: “Meditations on Freedom. Autonomy in the Mirror of Vulnerability, between Paranoia and Responsibility”

Date: October 15, 2021, 6:30pm

Place: Auditorium, Monte Verità, Ascona and Zoom (https://us02web.zoom.us/j/86769877854)

Chairman: Prof. Fabio Merlini (Eranos Foundation, Ascona, and SFIVET, Lugano)

Discussion

Refreshment and meeting with the lecturer

Introduction

According to Aristotle, men (and women) are “political animals”, i.e. they live in the polis. There, those men and women mutually recognize spaces of freedom, rights and duties, responsibilities. They create the indispensable institutions and rules. Sometimes, however, Hobbesianly, when the political order is lacking, homo homini lupus. They remain political “animals”, but they put their coexistence and their freedoms in danger. The creation/imposition from above of the political order is not enough, since everything depends on the quality of that order and the freedoms that can be exercised. Freedom from the state and its interference is necessary, but it can, under certain conditions and in specific ways, be limited. Freedom of action and participation depends on criteria and opportunities, on rules that establish their scope and consequences, and on the exercise of responsibility according to the ethics outlined by Max Weber. Since the poet, John Donne, is right and captures the deepest sense of coexistence: no man is an island, the discourse on freedom must be conducted with reference to social relations. We will all be more responsible when we recognize the freedoms of others. We will be less vulnerable when we know how to associate to solve problems. We will all be freer when we are able to create social capital.

Lecturer

Gianfranco Pasquino, from Turin, is Professor Emeritus of Political Science at the University of Bologna. He graduated in Political Science with Norberto Bobbio and specialized in Comparative Politics with Giovanni Sartori. Among the founders of the “Rivista Italiana di Scienza Politica”, he has been its Editor-in-Chief and Co-Director. He has also directed the magazine “il Mulino”. He has been Visiting Professor at the School of Advanced International Studies in Washington, D.C., at the University of California, Los Angeles, and at the Instituto Juan March in Madrid and Fulbright Distinguished Lecturer at the University of Chicago. The author of numerous volumes, he is particularly proud to have co-directed with Bobbio and Nicola Matteucci the Dizionario di Politica (2016, 4th edition). His most recent books are Italian Democracy. How It Works (Routledge, 2020), Minima Politica. Sei lezioni di democrazia (UTET, 2020), and Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET, 2021). Former President of the Italian Society of Political Science, he received four honorary degrees. From 1983 to 1992 and from 1994 to 1996, he was Senator of the Italian Republic. Since July 2005, he is Member of the Accademia dei Lincei.

The 2021 edition of the Eranos-Jung Lectures is dedicated to the topic, “Meditations on Freedom. Autonomy in the Mirror of Vulnerability, between Paranoia and Responsability.” Abandoned to its sole desire for affirmation, freedom runs the risk of becoming an instrument of oppression. For this reason, freedom must be protected from itself. And the only way to do this is to associate the exercise of freedom with a sense of responsibility. Faced with our vulnerability, in the complication of the multiple crises to which we are exposed today (economic, health, ecological, interior…), we must learn to rethink the idea of freedom in the light of the obligations that make each of us a “being of relationships”. Committing ourselves to this path means giving a chance to our unassailable fragility, so that it can consciously resist the temptation of paranoid behavior: a temptation, after all, always lurking, whose final outcome is tyranny.

***

Conferenza: “La libertà degli altri”

Relatore: Prof. Gianfranco Pasquino (Università di Bologna)

Ciclo: Eranos-Jung Lectures: “Meditazioni sulla libertà. L’autonomia allo specchio della vulnerabilità, tra paranoia e responsabilità”

Data: 15 ottobre 2021, ore 18:30

Luogo: Auditorium, Monte Verità, Ascona e Zoom (https://us02web.zoom.us/j/86769877854)

Moderatore: Prof. Fabio Merlini (Fondazione Eranos, Ascona, e IUFFP, Lugano)

Discussione

Rinfresco e incontro con il relatore

Introduzione

Gli uomini (e le donne) sono, secondo Aristotele, “animali politici”, vale a dire che vivono nella polis. Lì quegli uomini e quelle donne si riconoscono reciprocamente spazi di libertà, diritti e doveri, responsabilità. Creano le indispensabili istituzioni e regole. Talvolta, però, hobbesianamente, quando manca l’ordine politico, homo homini lupus. Rimangono “animali” politici, ma mettono la loro convivenza e le loro libertà in pericolo. La creazione/imposizione dall’alto dell’ordine politico non è sufficiente, poiché tutto dipende dalla qualità di quell’ordine e delle libertà che possono essere esercitate. La libertà dallo Stato e dalle sue interferenze è necessaria, ma può, a determinate condizioni e secondo precise modalità, essere limitata. La libertà di azione e di partecipazione dipende da criteri e opportunità, da regole che ne stabiliscano gli ambiti e le conseguenze e dall’esercizio della responsabilità secondo l’etica delineata da Max Weber. Poiché il poeta, John Donne, ha ragione e coglie il senso più profondo della convivenza: no man is an island, il discorso sulla libertà va condotto con riferimento alle relazioni sociali. Saremo tutti più responsabili quando riconosceremo le libertà degli altri. Saremo meno vulnerabili quando sapremo associarci per risolvere i problemi. Saremo tutti più liberi quando riusciremo a creare capitale sociale.

Relatore

Gianfranco Pasquino, torinese, è Professore Emerito di Scienza politica all’Università di Bologna. Si è laureato in Scienza politica con Norberto Bobbio e specializzato in Politica comparata con Giovanni Sartori. Fra i fondatori della “Rivista Italiana di Scienza Politica”, ne è stato Redattore capo e Condirettore. Ha altresì diretto la rivista “il Mulino”. È stato Visiting Professor alla School of Advanced International Studies di Washington, D.C., all’Università di California, Los Angeles e all’Instituto Juan March di Madrid e Fulbright Distinguished Lecturer all’Università di Chicago. Autore di numerosi volumi, è particolarmente orgoglioso di avere condiretto con Bobbio e Nicola Matteucci il Dizionario di Politica (2016, 4a edizione). I suoi libri più recenti sono Italian Democracy. How It Works (Routledge, 2020), Minima Politica. Sei lezioni di democrazia (UTET, 2020) e Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET, 2021). Già Presidente della Società Italiana di Scienza politica, ha ricevuto quattro lauree ad honorem. Dal 1983 al 1992 e dal 1994 al 1996 è stato Senatore della Repubblica italiana. Dal luglio 2005 è Socio dell’Accademia dei Lincei.

L’edizione 2021 delle Eranos-Jung Lectures è dedicata al tema “Meditazioni sulla libertà. L’autonomia allo specchio della vulnerabilità, tra paranoia e responsabilità”. Abbandonata al suo solo desiderio di affermazione, la libertà rischia di trasformarsi in uno strumento di sopraffazione. Per questo, si potrebbe dire, la libertà va protetta da se stessa. E l’unico modo per farlo è associare all’esercizio della libertà il senso della responsabilità. Confrontati alla nostra vulnerabilità, nella complicazione delle molteplici crisi cui siamo soggetti oggi (economica, sanitaria, ecologica, interiore…), dobbiamo imparare a ripensare l’idea della libertà alla luce delle obbligazioni che fanno di ognuno di noi un “essere di relazioni”. Impegnarsi lungo questa via significa dare una chance alla nostra fragilità inaggirabile, affinché essa resista consapevolmente alla tentazione dei comportamenti paranoici: una tentazione, del resto, sempre in agguato, il cui esito finale è la tirannia.

I no Green Pass non sono una nuova marcia su Roma, ma … @formichenews

Che gli italiani non abbiano davvero mai fatto i conti non solo con il fascismo, ma con i fascisti, è lapalissiano. Non concluderò affermando solennemente che bisogna insegnare la storia. Dirò, invece, che bisogna prevenire, reprimere e punire in maniera selettiva, puntuale, senza attenuanti. Il commento di Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei e professore emerito di Scienza politica

Se siamo oppressi e schiacciati da una dittatura sanitaria voluta congiuntamente da Draghi e da Speranza (nonché da qualche oscuro potere straniero: il Forum di Davos?) e non casualmente imposta dai mezzi affidati al Generale Figliuolo, allora non resta che solidarizzare con gli eroici combattenti (No Vax) No Green Pass. Dalle loro torri d’avorio ( o forse sono trasmettitori televisivi) intellettuali, filosofi, critici d’arte e giornalisti affermano che a essere violata dalle decisioni del Führer Draghi (faccio più fatica a vedere Speranza nel phisique du rôle del dittatore) è la nostra libertà personale che loro, con grande sprezzo del pericolo, si dannano per difendere, anzi, per non sacrificare neppure minimamente. Poi, magari, citano a sproposito e sbagliando la Costituzione, ricorrono a concezioni della libertà più simili a quelle di un anarchismo mal interpretato, si arrampicano in fantasiose analisi comparate.

   Credo che, sempre, le parole abbiano/hanno conseguenze, ma dubito che i facinorosi di Forza Nuova, i loro sostenitori e i dimostranti di ieri a Roma, dell’altro ieri e di domani, si facciano influenzare dai professoroni. Semmai, usano quelle parole come giustificazioni di comportamenti che stanno tutti nelle loro corde. Disordini e distruzioni vanno, comunque, sempre condannati e puniti. Il rispetto delle idee altrui, qualche volta, peraltro, espressione ipocrita che equivale a lavarsi le mani, non ha nulla a che vedere con l’accettazione supina di aggressioni selvagge. Certo, non tutta la violenza politica è automaticamente fascismo. Però, quando è accompagnata da slogan, simboli, gestualità che si richiamano deliberatamente e inequivocabilmente alle modalità praticate dallo squadrismo merita di essere definita quantomeno di stampo fascista.

   Saranno i magistrati, quando, finalmente, investiti della questione, a decidere se Forza Nuova si configura come tentativo di riorganizzazione del disciolto partito fascista. La apposita Dodicesima Disposizione transitoria e finale è già stata applicata nel novembre 1973 a Ordine Nuovo fondato da Pino Rauti, con chiusura delle sedi e confisca di beni. Che il fascismo sia eterno oppure no non è un tema che, lo dirò con il verbo spesso usato dai politici, mi appassiona. Vedo che esistono diverse generazioni che si alimentano di fascismo. Che il fascismo in questo paese mantenga propaggini numerose, delle quali è, però, sbagliato esagerare la pericolosità, è evidente. Che si riproduca anche grazie alla connivenza e benevolenza di ambienti politici e economici (che ne finanziano le attività), è un segreto di Arlecchino. Che gli italiani non abbiano davvero mai fatto i conti non solo con il fascismo, ma con i fascisti, è lapalissiano. Non concluderò affermando solennemente che bisogna insegnare la storia. Dirò, invece, che bisogna prevenire, reprimere e punire in maniera selettiva, puntuale, senza attenuanti. Scriverò un commento simile fra una decina di mesi?

Pubblicato il 10 ottobre 2021 su formiche.net

“Corea del Centro: Intelectuales por el mundo” trae a cuatro mentes brillantes que nos ayudarán a pensar mejor el mundo en el que vivimos VIDEO @CanalNetAr

Corea del Centro: Intelectuales por el mundo vuelve a traer a cuatro genios, para analizar los conflictos que se viven en le país, desde una mirada internacional. Pablo Alabarces y Marina Dal Poggetto desde Buenos Aires, Gianfranco Pasquino desde Bolonia Italia y Silvio Waisbord, desde Washington.

Ver el vídeo aquí

Fuente: http://www.canalnet.tv Canal de aire Net TV

Giorgia Meloni disprezza l’autonomia del Quirinale @DomaniGiornale

Nel sistema politico italiano la Presidenza della Repubblica è una istituzione importante, dotata di poteri significativi a lungo sottovalutati. Quei poteri hanno cominciato a manifestarsi, non casualmente, con la Presidenza di Oscar Luigi Scalfaro (1992-1999), contemporaneamente con la sfaldarsi del sistema di partiti. Parlamentare di lunghissimo corso e convinto sostenitore del ruolo centrale del Parlamento italiano, Scalfaro si trovò quasi costretto a esercitare appieno i poteri di nomina del Presidente del Consiglio e di (non)scioglimento del Parlamento, dando alla Presidenza un importante compito di stabilizzazione e di riequilibrio.

Sulla scia di Giuliano Amato, formulai allora e precisai in seguito la metafora della “fisarmonica dei poteri del presidente”. Quando i partiti sono deboli, i Presidenti possono suonare la fisarmonica a loro piacimento avendo come limite soltanto la Costituzione. Se i partiti sono forti, ad esempio, in grado di dare vita a solide coalizioni di governo e di convergere sulla scelta del capo di governo, allora il Presidente terrà chiusa la sua fisarmonica. Scalfaro, Napolitano (2006-2013, 2013-2015), Mattarella (2015-2022) sono stati ripetutamente chiamati a suonare la fisarmonica, facendolo in maniera più che apprezzabile, anche supplendo alle inadeguatezze dei partiti e dei loro gruppi dirigenti. Il mandato di Ciampi (1999-2006) si è svolto in presenza di una coalizione guidata da Berlusconi e dotata di una ampia maggioranza parlamentare che non richiese nessun intervento.

Complessivamente, è valutazione diffusa che sia opportuno che il Presidente abbia la possibilità di esercitare pienamente i poteri attribuitigli dalla Costituzione. Non molto indirettamente, la proposta, difficile dire quanto estemporanea, di Giorgia Meloni, suscita molte perplessità. Cito: “siamo pronti a votare Draghi al Quirinale a patto che subito dopo si vada alle elezioni”. Il dato più evidente è che la proposta di Meloni è di stampo platealmente partitocratico: i partiti che riprendono il sopravvento sulle istituzioni, a cominciare dalla Presidenza della Repubblica. La condizione che viene posta a Letta, il quale, peraltro, ha già espresso la sua preferenza per la continuità dell’azione del governo guidato da Draghi fino alla conclusione naturale della legislatura (marzo 2023), mi pare irricevibile. Anzitutto, implica il trattare Draghi come un burattino ambizioso che, pur di diventare Presidente della Repubblica, è disposto a rinunciare non soltanto a portare a compimento la sua opera di ripresa e rilancio dell’Italia, ma addirittura alla sua autonomia decisionale. In secondo luogo, appena eletto il Presidente dovrebbe sentirsi obbligato, come primo atto della sua Presidenza, a sciogliere il Parlamento e a indire nuove anticipate elezioni.

Da sempre, sappiamo che nessun Presidente della Repubblica è “autorizzato” a sciogliere un Parlamento nel quale esista/e una maggioranza che sostiene un governo. Il Presidente può essere giustificato allo scioglimento se il governo appare fragile, ad esempio, venendo sconfitto in una o più votazioni su disegni di leggi significativi, e se la sua maggioranza risulta molto indisciplinata, non più operativa. Tuttavia, la valutazione e la decisione spettano al Presidente e lo scioglimento non gli può essere imposto meno che mai come adempimento di un accordo che menomi significativamente l’autonomia dell’istituzione presidenziale. Infine, quale credibilità, quale affidabilità, quale onorabilità avrebbe un Presidente eletto sulla base di un patto scellerato fra i partiti?

La fuga in avanti di Meloni è segno di nervosismo politico. Godere della rendita di opposizione non le basta più. Rischia di risultare irrilevante nella imminente elezione presidenziale e ancor più in tutte le scelte di un governo che sta all’opposto del sovranismo di Fratelli d’Italia. Ma la sua proposta rivela inconsapevolmente grave disprezzo per l’autonomia della Presidenza della Repubblica, e non solo.

Pubblicato il 6 ottobre 2021 su Domani

L’astensionismo e il voto delle amministrative 2021. Intervista a Gianfranco Pasquino @RadioRadicale @LanfrancoPalazz

Intervista raccolta da Lanfranco Palazzolo il 4 ottobre 2021 alle ore 19

Astensionismo vuol dire tante cose: la popolazione invecchia, ha ancora timori del contagio, viviamo isolati, non riceviamo abbastanza stimoli politici e i partiti non sono in grado di fare un’offerta.

Nel corso dell’intervista sono stati discussi i seguenti temi: Amministrative, Amministrazione, Astensionismo, Calenda, Centro, Comuni, Conte, Destra, Elezioni, Forza Italia, Fratelli D’italia, Lega Per Salvini Premier, Letta, Manfredi, Meloni, Milano, Movimento 5 Stelle, Napoli, Parlamento, Partiti, Partito Democratico, Politica, Raggi, Roma, Sala, Salvini, Voto.

La registrazione ha una durata di 3 minuti

Ascolta qui

https://www.radioradicale.it/scheda/649350/iframe