Home » Articles posted by gianfrancopasquino

Author Archives: gianfrancopasquino

Sembrava la mossa del cavallo ma è solo un ronzino che scalcia

Messo nell’angolo nel corso del dibattito sulla calendarizzazione della, ancora eventuale, ma abbastanza probabile, crisi del governo dal quale non vuole dimettersi, Salvini ha fatto, secondo qualche commentatore, la mossa del cavallo. La proposta rivolta alle Cinque Stelle di votare in via definitiva la riduzione del numero dei parlamentari, complessivamente da 945 a 600, in cambio di elezioni subito dopo, ma con il rinvio degli effetti della riforma costituzionale soltanto alla legislatura che seguirà (cioè, a quella da eleggersi nel 2024!), sembrerebbe piuttosto lo scalciare di un ronzino imbizzarrito. Dal Quirinale è subito “trapelata” l’irritazione del Presidente nei confronti di chi gioca con le istituzioni, le regole, le procedure e ne fa merce di scambio. Giustamente, per molte buone ragioni. Ciascuna e tutte le riforme costituzionali possono dirsi completate soltanto dopo due passaggi importanti. Devono trascorrere tre mesi nei quali gli eventuali oppositori, che possono essere 500 mila elettori oppure cinque Consigli regionali oppure un quinto dei parlamentari non chiedano un referendum contro quella riforma. Se la richiesta oppositiva si materializza si dovrà andare al voto nei tre mesi successivi. Supponendo che, come voluto da Salvini, si andasse subito a eleggere i parlamentari nel numero attualmente sancito nella Costituzione, fra qualche mese, a riforma approvata anche con il referendum, si avrebbe una situazione del tutto anomala. Una Camera dei deputati di 630 componenti e un Senato di 315 (più i senatori a vita) con la Costituzione riformata che ne prevede rispettivamente 400 e 200. Sarebbe inevitabile sostenere che il Parlamento dei 945, non rispondente alle norme scritte in Costituzione, non è più legittimo e, dunque, deve essere sciolto. All’ultima decisiva votazione sulla riforma del numero dei parlamentari, Di Maio ha subito chiesto di aggiungere anche il dimezzamento dell’indennità. Non è chiaro come tagliare le “poltrone” e ridurre i costi migliori la rappresentanza politica. Semmai, Di Maio avrebbe dovuto aggiungere alla riforma costituzionale anche la riforma elettorale. La Legge Rosato è pessima di suo, ma diventa insostenibile con la riduzione di un terzo dei parlamentari abbattendosi come una scure sui partiti medio-piccoli. Anche la riforma elettorale richiede tempo, quel tempo che Salvini non vuole fare passare timoroso che il successo annunciato dai sondaggi degli ultimi mesi si vada riducendo anche per le difficili scelte da fare per l’economia italiana che si ostina a non crescere. Non saranno le mosse di cavalli e ronzini che scalciano la Costituzione a produrre la crescita. Dovrebbe essere una lezione per tutti, tanto per coloro che vogliono la crisi di governo e nuove elezioni quanto per coloro che intendano fare un altro governo, non per continuare la legislatura, ma per risolvere problemi. Sono certo che il Presidente Mattarella richiederà una maggioranza non solo numerica, ma operativa.

Pubblicato AGL il 15 agosto 2019

Pasquino: «Non ci sarà sfiducia. Un Conte bis? perché no…» #intervista

 Intervista di Simona Musco al politologo Gianfranco Pasquino. Per il docente, Salvini «ha agito da giocatore di poker i voti ce li ha, ma non scommetterei su di lui. Si è dimostrato grande nelle sue campagne nelle spiagge, meno da governante»

«Non credo si arrivi alle elezioni subito. Il M5s e il Pd possono trovare dei punti di convergenza, ci sono già. Ma Mattarella, per non sciogliere le Camere, dovrà avere davanti un progetto serio. Se è solo per mantenere le poltrone allora dirà di no». Per Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna, il gioco di Matteo Salvini potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio. Perché se fosse una mano di poker, assomiglierebbe ad un bluff.

Professore, si andrà a votare o arriveremo alla manovra finanziaria con un governo?

Intanto credo sia legittimo, da parte di Salvini, volere le elezioni il prima possibile. Se fosse stato coerente avrebbe dovuto dimettersi subito, assieme agli altri ministri e sottosegretari leghisti, aprendo la crisi. Invece ci ha messo un po’. Ma è pure legittimo cercare una soluzione alternativa, che però non deve durare qualche settimana. Non mi sento di gridare all’inciucio: se qualcuno vuole prolungare la vita del Parlamento fa bene a provarci. Detto ciò, credo prevarrà la seconda soluzione.

Con un accordo M5s- Pd? Nessuno ammette davvero di volerlo.

Il nodo si può sciogliere facendo chiarezza sulle priorità di ciascuno. Su alcune proposte dei 5 Stelle il Pd può convergere, come il salario minimo. La riduzione dei parlamentari la voleva anche Renzi, sarebbe grave se ora si contraddicesse. E poi va trovata una convergenza sull’Europa, ma di fatto c’è già stata con il voto dei 5 Stelle a Ursula von der Leyen.

Poi c’è la manovra economica.

Bisogna vedere cosa diranno gli esperti di entrambi i partiti. Io, al momento, posso solo ipotizzare cosa direbbe Pier Carlo Padoan al Pd e so già che sarei d’accordo con lui. Cioè di rispettare quello che l’Europa ci chiede, cosa che dovremmo fare comunque per mettere il bilancio al sicuro.

Ma è vero, secondo lei, che Salvini ha aperto la crisi per non affrontare la manovra economica?

Salvini non sa nulla di economia, non è questo. C’erano pressioni all’interno della Lega per il problema del rapporto con la Russia. Lui vuole evitare di affrontare questo argomento e anche la mozione di sfiducia. Ha compiuto un atto irrazionale, pensando di incassare subito quello che i sondaggi dicono avrebbe in termini di voti. Ed è tutto da vedere: gli italiani cambiano idea facilmente. Ha agito da giocatore di poker.

Troverà alleati?

Anche Berlusconi ha votato per la von der Leyen. In Europa Salvini sta con Orban, che ha votato allo stesso modo, e Le Pen, che invece ha votato diversamente. Che politica avranno? E poi Berlusconi non è mica finito, resiste e vorrà un numero non marginale di collegi sicuri.

Il Pd, invece? Riuscirà a spaccarsi ulteriormente?

Non so se fosse possibile farlo ma lo hanno fatto. Non hanno mai raggiunto un’unità vera. Renzi lo aveva unificato con la forza, Zingaretti sperava di farlo con una visione ecumenica. Ma non ha funzionato. Solo che l’uno non va da nessuna parte senza l’altro. Forse sarebbe anche il caso che facessero una direzione in cui ognuno dica liberamente come la pensa, individuare un punto di convergenza, fare un patto tra gentiluomini e rispettarlo. Così potrebbe contare qualcosa, altrimenti consegneranno il Paese alla destra.

Come esce il M5s da questo anno e mezzo di governo?

Ha dimostrato di avere un’inadeguatissima cultura politica istituzionale e di non avere una classe dirigente. Ma il vero problema è l’inadeguatezza completa di Di Maio. I voti li ha persi lui, non il M5s, con le cose che dice e come le dice. C’è un problema di leadership. Poi vanno riformulate le regole dicendo che finalmente hanno capito come funziona una democrazia parlamentare e come funziona la politica di un Paese. Grillo invece è una risorsa per il M5s, può essere molto motivante per una parte di elettorato.

E Conte?

In quanto professore, lo invidio, perché ha fatto una carriera strepitosa. Ma è inadeguato. Sapeva poco di politica e mi è parso anche poco di istituzioni. Per esempio, dire “sono l’avvocato del popolo” è stupido, devi essere una guida. Poi ha imparato lentamente. Negli ultimi mesi ha preso ottime posizioni e ha fatto bene a ricordare a Salvini i suoi scheletri nell’armadio. Può svolgere un ruolo, ma il potere politico è un’altra cosa.

Verrà sfiduciato?

Penso che la maggioranza dirà no. Ma anche se ci fosse, dipende da come viene motivata la sfiducia. A quel punto andrà da Mattarella e non escludo che possa esserci un Conte bis, con una nuova maggioranza. Ma non numerica, operativa.

A quel punto Salvini perderebbe tutto?

Non penso, tanto prima o poi si andrà a votare e i voti li avrà. Certo, se io oggi dovessi scommettere non scommetterei su di lui. Ha commesso molti errori. Credo meriti di perdere. Si è dimostrato grande nelle sue campagne nelle spiagge. Meno da governante.

Pubblicata il 14 agosto 2019 su ildubbio.news

Governo 5 stelle-Pd anti Salvini o vittoria del centrodestra alle elezioni? #intervista #crisidigoverno

Intervista raccolta da Tatiana Santi

La crisi di governo è segnata in queste ore da una crescente confusione. Il Partito Democratico è ancora più spaccato al suo interno su un possibile dialogo con i 5 stelle, nel frattempo Beppe Grillo torna in aiuto dei suoi, salta l’incontro Salvini-Berlusconi. Si aprono le danze.

Lo strano matrimonio fra Lega e Movimento 5 stelle oramai è un ricordo del passato. La crisi di governo ha rimescolato tutte le carte in tavola: sono iniziate le trattative fra Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia; il movimento 5 stelle e il Partito Democratico mostrano segnali di dialogo.

Quali scenari si aprono per l’Italia: elezioni anticipate con la vittoria del centrodestra o governo 5 stelle e Pd in chiave anti Salvini? Attendendo il voto del Senato sul calendario della crisi, Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista in merito Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna.

Professore Pasquino, perché torna in campo Beppe Grillo?

Torna perché innanzitutto lui è all’origine di tutto questo, è il fondatore, è colui che ha dato grande impulso al movimento per i primi 3-4 anni. Grillo è anche responsabile di aver scelto Di Maio come capo politico. Si rende conto che il movimento se la sta passando male e cerca di dare una mano per riuscire a recuperare un po’di voti, di prestigio e visibilità.

Secondo lei fra i 5 stelle e la Lega è una rottura definitiva?

Credo di sì. Fin dall’inizio l’accordo era molto strano, si è trattato di un vero accordo di potere, oserei dire. Il contratto di governo era basato su cose che potevano fare insieme, ma erano molto conflittuali. Ora la situazione è definitivamente conclusa.

Parliamo delle coalizioni. Quali sono i possibili scenari? Il movimento 5 stelle va a braccio con il Partito Democratico ormai?

Lo scenario più probabile è che se si va a votare vince il centro destra e Salvini diventa Presidente del Consiglio. Il centrodestra in questo momento è sicuramente più forte di qualsiasi alternativa. In Parlamento la situazione è diversa: i seggi del movimento 5 stelle assieme a quelli del Pd e di Leu consentono di costruire una maggioranza. Una maggioranza numerica non è necessariamente una maggioranza politica. Questi partiti devono dire su che cosa vogliono costruire la maggioranza, altrimenti non possono dare vita al governo.

Un governo formato da Partito Democratico e i 5 stelle si potrebbe definire di sinistra?

Nel Partito Democratico ci sono posizioni che secondo me non sono di sinistra. Almeno la metà del Movimento 5 stelle non è di sinistra. È un governo fatto da due forze politiche che condividono un principio fondamentale: non fare vincere Salvini, non fare vincere il centrodestra. Hanno posizioni non troppo distanti per esempio sull’Europa e su un’economia che funzioni in modo meno favorevole ai grandi gruppi italiani. Possono quindi stare insieme, però non è facile.

Con l’attuale crisi e soprattutto con un governo 5 stelle-Partito Democratico come possono cambiare i rapporti con l’Europa? Fra Bruxelles e Roma tornerà l’amicizia?

Il Pd è sicuramente un partito europeista, il Movimento 5 stelle ha votato Ursula von der Leyen e quindi sosterrà la Commissione. Il problema è chi sarà il commissario italiano. Il presidente del Consiglio Conte avrebbe già dovuto nominarlo, dovrebbe farlo in fretta. L’Italia del Partito Democratico e dei 5 stelle è più europeista e certamente conterebbe di più, Salvini in Europa non conta assolutamente nulla, Berlusconi conta un pochino, ma è nel gruppo popolare europeo, la Meloni non conta nulla. Non solo, hanno un atteggiamento antagonistico e aggressivo nei confronti dell’Europa e non verrebbero presi in considerazione. L’Italia in generale non conta moltissimo, ma se vuole contare un po’ ha bisogno del Pd e dei 5 stelle.

Pubblicato il 14 agosto 2019 su it.sputniknews.com

L’opinione dell’autore può non coincidere con la posizione della redazione.

Ecco perché Salvini si è intortato. Lezione del prof. Pasquino @formichenews

 

l rischio è che un certo numero di potenziali elettori del leader della Lega finisca, in parte, per volatilizzarsi. Il capitano li ha illusi su un successo facile, ha voluto mantenere la poltrona, ha dimostrato poco coraggio, ritorna ad una alleanza con il vecchio (Berlusconi) e non avrà il potere di fare nessuna agognata riforma

“You cannot have your cake and eat it”. Questo lapidario detto inglese riflette ottimamente la situazione nella quale si trova Salvini. No, non è possibile avere la moglie drogata e la siringa piena, come spiritosamente tradusse Giorgio Galli. Salvini ha voluto rimanere al governo pur formulando una mozione di sfiducia, dunque, dichiarando alto e forte di non fidarsi più neppure dei Ministri (e dei sottosegretari) della Lega, meno che mai (sic, è una valutazione sulla quale concordo) del Ministro degli Interni. Adesso vorrebbe accelerare i tempi, votare fulmineamente la mozione, sciogliere il Parlamento, andare ad elezioni anticipate, approvare subito la sua manovra finanziaria che, sostiene, è già bella cotta e commestibile.

Non so che cosa ne pensano i suoi indispensabili alleati, Meloni e Berlusconi, forse troppo interessati ad andare al governo, ma il passo non sarà breve. Sarebbe stato sufficiente che Salvini rinunciasse alla sua carica, no, debbo usare un’espressione più salviniana: “alzasse le chiappe dalla (sua) poltrona ministeriale” e avrebbe ottenuto molto. Non tutto poiché in una democrazia costituzionale nessuno ha pieni poteri, quindi alcune decisioni spettano al Parlamento, altre al Presidente della Repubblica.

Una volta abbandonata la poltrona di Ministro alla quale dice di non essere attaccato, Salvini poteva salire al Colle per comunicare al Presidente della Repubblica che il governo Conte non aveva più la maggioranza in parlamento e che, di conseguenza, doveva prenderne atto e rassegnare il suo mandato. Invece, sempre per rimanere con gli inglesi che, Brexit a parte, se ne intendono, there is an entirely new ball game. La palla non è più nelle mani di Salvini, ma dei gruppi parlamentari, dei dirigenti delle Cinque Stelle e del Partito Democratico, del Presidente del Consiglio e, naturalmente, dulcis in fundo, del Presidente della Repubblica. È anche, ma poco, nelle mani di Forza Italia e di Fratelli d’Italia ai quali Salvini ha dovuto prematuramente, precocemente concedere addirittura la prospettiva, forse fare la promessa di un’alleanza pre-elettorale. Quando sarà sarà.

Nel frattempo, saranno altri a decidere le regole e i tempi, persino i protagonisti, del new ball game. A tempi dilatati il rischio è che un certo numero di potenziali elettori di Salvini finisca, in parte,per volatilizzarsi. Il capitano li ha illusi su un successo facile, ha voluto mantenere la poltrona, ha dimostrato poco coraggio, ritorna ad una alleanza con il vecchio (Berlusconi), non avrà il potere di fare nessuna agognata riforma: non le autonomie differenziate non la tassa piatta. Another time another place, ma, allora, anche un altro governo.

Pubblicato il 13 agosto 2019 si formiche.net

Una democrazia parlamentare, se saprete conservarla

Finita l’ubriacatura nociva delle finestre elettorali che si aprivano e si chiudevano senza nessun senso, nessuna logica, nessun aggancio alla Costituzione, già circolano altre affermazioni senza fondamento.

Propongo come punto di partenza analitico che tutti si ricordino che uno dei grandi pregi delle democrazie parlamentari (non dirò “repubbliche” poiché in Europa ci sono fior fiori di re e regine capi di Stato di monarchie parlamentari), probabilmente il più grande, è la loro flessibilità.

Non significa che tutto è negoziabile, ma che esistono importanti spazi per trovare gli accordi e, naturalmente, per esprimere i disaccordi. Sento l’immediato bisogno di affermare per l’ennesima volta che nelle democrazie parlamentari gli elettorati non eleggono mai il loro governo.

Eleggono più o meno bene, grazie al tipo di legge elettorale, un Parlamento nel quale si formerà il governo, si potranno cambiare i ministri: rimpasto, non “roba da Prima Repubblica”, ma strumento che tutti i governi parlamentari, monopartitici e di coalizione usano per ridare slancio alla loro azione, per sostituire chi non ha fatto bene, per rimettersi in sintonia con il loro elettorato e con l’opinione pubblica.

Si potrà persino cambiare la composizione partitica di quel governo, al limite con un quasi ribaltone. In secondo luogo, i lavori parlamentari, tempi e contenuti, sono decisi dalla conferenza dei capigruppo e da nessun altro.

In ultima istanza tocca all’aula, vale a dire a tutti i parlamentari, esprimersi a dimostrazione che non è vero che il governo opprime e sopprime il ruolo del Parlamento. Repressi saranno quei parlamentari che abdicano alla loro autonomia decisionale.

Terzo, quando un partito al governo stila una mozione di sfiducia contro il suo governo correttezza (e coerenza) istituzionale vuole che tutti i ministri e i sottosegretari di quel partito si dimettano dal governo. Non facciano le quinte colonne rendendosi anche ridicoli (aggettivo parlamentare? no, ma è azzeccato).

Quarto, parlamentarizzata la crisi, toccherà al Parlamento con un dibattito ampio, aperto e trasparente comunicare le diverse posizioni all’opinione pubblica che ha il diritto di essere accuratamente informata e che, nella mia esigente concezione di democrazia, ha il dovere di informarsi.

Se si potrà fare un nuovo governo emergerà dal dibattito, ma spetterà al Presidente della Repubblica valutare se la nuova coalizione è soltanto un’operazione numerica oppure se gode di una maggioranza politicamente operativa. Non potrà essere nessun partito singolo a decidere che la crisi di governo ha come unica soluzione lo scioglimento del Parlamento ed elezioni anticipate.

Nessun’altra considerazione può essere costituzionalmente fatta valere. Tuttavia, nel caso italiano attuale, è assolutamente legittimo che il Movimento 5 Stelle chieda con forza e con urgenza che si tenga comunque l’ultima votazione sulla riduzione del numero dei parlamentari.

Contrariamente a quello che alcuni dicono, una volta approvato in via definitiva quel disegno di legge costituzionale, non è affatto vero che il Parlamento non potrà venire sciolto. Semmai, un po’ di tempo sarà richiesto dall’obbligatorio ridisegno dei collegi. Anche a Parlamento sciolto, un quinto dei parlamentari uscenti oppure cinque Consigli regionali oppure cinquecentomila elettori potranno attivarsi nei tre mesi successivi per chiedere un referendum contro quella riforma costituzionale, dunque, non un referendum confermativo, ma, se si vuole un aggettivo pregnante, oppositivo.

Anche se si svolgeranno le elezioni politiche, saranno due binari separati non destinati a incontrarsi né a scontrarsi. Poi il referendum si terrà nella primavera del 2020. Nessuno si nasconda dietro quella riforma costituzionale. Soprattutto, tutti operino dentro il quadro costituzionale, le sue “forme”, i suoi “limiti”.

Pubblicato il 12 agosto 2019 su huffingtonpost.it

Caro Conte, le sue dimissioni non siano irrevocabili @formichenews

L’anno non è stato “bellissimo”, ma la sua esperienza è stata istruttiva, gratificante, degna di essere vissuta. E adesso prenda l’iniziativa. L’epistola di Gianfranco Pasquino al presidente del Consiglio

Bologna, 9 agosto 2019

Caro Presidente del Consiglio,

le scrivo poiché so che si trova in una situazione difficile, e ancora più forte le scriverò poiché immagino il frastuono intorno a lei. Non ho mai apprezzato la sua interpretazione del ruolo “avvocato del popolo”. Ho sempre pensato che i capi di governo non debbano “difendere” il popolo, ma rappresentarlo e guidarlo. Adesso, però, dopo mesi di penose inadeguatezze di Di Maio e di intollerabili forzature di Salvini, ci vedo meglio. Sì, il popolo deve essere difeso anche dai suoi errori di voto e, aggiungo subito,come consiglio interessato al popolo, deve sapere che perseverare diabolicum est. Lei ha fatto molto bene a rivendicare la sua autonomia, quantomeno istituzionale, e adesso spero che intenda e riesca a sfruttarne tutti i margini. È giusto chiedere che la crisi di governo sia totalmente “parlamentarizzata”. Le crisi extraparlamentari sono state il lato peggiore della Prima Repubblica. Erano disprezzo per il Parlamento, schiaffo al Presidente della Repubblica, cattivo servizio all’opinione pubblica alla quale si negavano informazioni politiche rilevanti, massimo segno di arroganza dei dirigenti di partito. L’hanno pagata, ma troppo tardi e, in sostanza, troppo poco. La mozione di sfiducia dei leghisti e del loro abbronzato “capitano” servirà a narrare che cosa è cambiato, spero non solo i sondaggi,  e che cosa vorrebbero fare dopo le elezioni, spero non more of the same, che, adesso non sarebbe loro possibile a causa di (quali?) ostacoli insuperabili. Ci garantiscano anche che hanno già preso tutte le misure necessarie a impedire l’interferenza della Russia nella campagna elettorale prossima ventura.

   Credo che lei abbia il potere di chiedere ai due Presidenti delle Camere la loro convocazione relativamente ravvicinata. Vorrei anche che, a dimostrazione che è tuttora capo di questo governo, lei decida rapidamente di procedere alla nomina del Commissario europeo che spetta all’Italia, non alla Lega, non al Movimento 5 Stelle, ma proprio al governo. Faccia il nome. Non vorrei bruciare nessuno, ma l’identikit di un candidato di peso, con competenze economiche, noto a livello internazionale si attaglia perfettamente a Carlo Cottarelli.

   I passi successivi dipenderanno dallo svolgimento e dai contenuti del dibattito parlamentare. Le suggerirei di ripetere il suo secco e sobrio discorso di giovedì 9 sera, rimpolpandolo con le cose fatte, le cose da completare, le cose da fare e, naturalmente, mettendo in evidenza soprattutto le convergenze, –le divergenze le urlerà il VicePresidente Salvini, certamente affermando (sic) di averle più volte espresse nel Consiglio dei ministri. O sbaglio? Comunque, tiri un bilancio complessivo in tutto candore. Le suggerirei di dire che, no, l’anno non è stato “bellissimo”, ma la sua esperienza è stata istruttiva, gratificante, degna di essere vissuta: “bellissima” (il professore di Scienza politica che è in me aggiunge subito: “invidiabile”).

Dopo il voto di Camera e Senato scriverò anche al Presidente della Repubblica Mattarella. Avevo più familiarità con Napolitano, ma, insomma sono stato sui banchi del Parlamento anche con Mattarella, per dire come penso debba essere “governata” la crisi. Lei, caro Presidente del Consiglio, dia le sue dimissioni senza aggiungere irrevocabili, e comunichi al Presidente la sua disponibilità a formare un nuovo governo che conduca alle elezioni e le sovrintenda. Non possono essere né i Ministri delle Cinque Stelle né, meno che mai, l’attuale Ministro degli Interni coloro che credibilmente garantiranno un’equa competizione elettorale. Mi rifiuto di pensare che nel paese non esistano venti persone, uomini e donne, dotati di una biografia personale e politica al disopra di ogni sospetto, competenti, equilibrati/e, disposti a dare due mesi della loro attività a un procedimento elettorale limpido. Anche in questo caso, mi sento di fare almeno due nomi: Raffaele Cantone agli Interni e Emma Bonino agli Esteri. Gli economisti sono più controversi, ma il Presidente Emerito dell’Accademia dei Lincei, Alberto Quadrio Curzio ha un curriculum di tutto rispetto.  Naturalmente, sarà lei a guidare il governo elettorale.

Non vado oltre, ma mi raccomando, caro Prof Conte: sia assertivo, prenda l’iniziativa, parli alto e forte.  Ha dimostrato di saperlo fare. Insista e persista. La Repubblica (no, non il quotidiano) le sarà grata.

Pubblicata il 9 agosto 2019 su formiche.net

Contratto addio per tre motivi

“Qualcosa si è rotto nel governo” dichiara il Vice-Presidente del Consiglio Matteo Salvini dopo avere riportato una nettissima vittoria parlamentare sul Movimento 5 Stelle che ratifica la possibilità di procedere alla TAV. Sconfitti, umiliati e adesso anche abbandonati da Salvini che ha deciso che “non si può andare avanti”, i pentastellati non sanno come replicare. La loro è oramai da parecchi mesi una crisi di consensi perduti in abbondanza tanto che i sondaggi danno loro meno della metà dei voti che ottennero il 4 marzo 2018. È anche, sempre più visibilmente, una crisi di leadership: a Di Maio manca proprio il “fisico del ruolo”, mentre il fisico di Salvini straborda da tutte le spiagge e da tutte le reti televisive.

Vengono date due spiegazioni della decisione di Salvini di “rompere” il contratto di governo. La prima è che Salvini ha sostanzialmente ceduto alla base e ai suoi collaboratori che ritengono giunto il momento di andare all’incasso dei voti che significherebbe più che raddoppiare i seggi del 2018 e essere in grado di governare indisturbati con la sola aggiunta di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni anche lei in crescita. La seconda è che qualcuno nella Lega ha fatto qualche conto giungendo a conclusioni sconfortanti: i soldi per la flat tax non ci sono (e Tria lo certifica), l’Iva “scatterà”, la Legge di Bilancio non potrà soddisfare i criteri della nuova Commissione Europea, mentre nel frattempo lo spread inizia a salire. Meglio chiedere il voto agli italiani prima di infliggere loro sacrifici inevitabili e pesanti. A queste due possibili e plausibili spiegazioni ne aggiungerei una terza, meno discussa, ma che sicuramente conta. Si prospettano due guai molto seri per Salvini, Ministro degli Interni e “capitano” della Lega: la mozione di sfiducia (al momento calendarizzata il 12 settembre) per i suoi comportamenti ministeriali e l’inchiesta, che procede, sui rapporti fra la Lega e la Russia di Putin.

Lo scioglimento del Parlamento procrastinerebbe tutto, forse solo per qualche tempo, ma meglio di niente. La crisi è aperta, ma deve essere formalizzata. In assoluto, la procedura più corretta è che il Presidente del Consiglio dichiari in Parlamento le ragioni per le quali la sua (prima) esperienza è giunta a termine. Informare i parlamentari, i media, l’opinione pubblica e i cittadini significa rendere un buon servizio alla democrazia italiana. Tutti i passi successivi sono nelle mani, immagino molto preoccupate, del Presidente della Repubblica. Rinviare Conte al Parlamento per un voto formale. Tentare la costruzione di un Conte-bis ricordando a tutti i protagonisti il costo economico e di credibilità di una crisi adesso. Dare l’incarico a una personalità autorevole con il solo compito di condurre alle urne sovrintendo a elezioni turbolente, ma eque. L’alleanza giallo-verde è stata molto nociva per il paese. Il suo superamento sarà molto aspro e gravoso.

Pubblicato AGL il 9 luglio 2019