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Va bene il proporzionale, ma con preferenza unica @fattoquotidiano

La legge elettorale prossima (av)ventura. Premessa: se sarà una legge elettorale proporzionale non dovrà avere pluricandidature e dovrà consentire a elettrici e elettori di esprimere un voto di preferenza. Non due voti poiché non è vero che favoriscono le donne. Al contrario, subordinano le elette all’uomo che abbia fatto scambi con loro. Non tre o quattro preferenze poiché sono propedeutiche, come qualsiasi parlamentare democristiano eletto tra il 1948 e il 1987 potrebbe confermare, alla formazione di correnti. Infine, se si desidera evitare la frammentazione del sistema dei partiti, certamente non produttiva di buona rappresentanza politica, ma di potenziali poteri di ricatto per piccoli gruppi, dovrà contenere una clausola di accesso al Parlamento.

Di leggi elettorali proporzionali ne esistono molte varietà. Due elementi importanti le caratterizzano: la ampiezza della circoscrizione, misurata con riferimento al numero dei parlamentari che vi sono eletti e la formula di assegnazione dei seggi (le tre più utilizzate sono d’Hondt, Hare e Sainte-Lagüe, elemento molto tecnico, ma tutt’altro che irrilevante nel favorire i partiti o i partiti grandi). Ipotizzando che vengano ritagliate quaranta circoscrizioni con dieci deputati da eleggere in ciascuna, non ci sarebbe neppure bisogno di una clausola di accesso. Per vincere un seggio sarà indispensabile ottenere almeno l’8-9 per cento dei voti in ciascuna circoscrizione. Per un senato di 200 componenti eletti in 20 circoscrizioni il discorso sarebbe esattamente lo stesso, ma è complicato dalla statuizione costituzionale che ne impone l’elezione su base regionale.

Fuoruscendo dall’ormai stucchevole ricorso al latino che, al contrario del Mattarellum e del Porcellum, non apporta nulla in termini di conoscenza, chi volesse adottare la legge elettorale tedesca (non Germanicum, non Tedeskellum), dovrebbe farlo nella sua interezza. La clausola del 5 per cento è, ovviamente, importante, ma molto più importante è che l’elettore/rice tedesco/a dispone di due voti. Con il primo sceglie fra i candidati in collegi uninominali su base dei Länder; con il secondo vota una lista di partito. Non soltanto il doppio voto conferisce più potere all’elettore/trice, ma ha spesso consentito loro di incoraggiare e approvare la formazione di coalizioni indicate dai dirigenti di partito (Democristiani-Liberali; Socialdemocratici-Liberali; Socialdemocratici-Verdi).

Ė persino banale affermare che non esiste una legge elettorale perfetta. Certamente, no, ma altrettanto certamente esistono leggi elettorali buone e leggi elettorali cattive. Grazie all’Italicum e alla legge Rosato è oramai accertato e acclarato che esistono leggi elettorali pessime. La legge proporzionale usata in Italia dal 1946 al 1987 era accettabile e funzionò in maniera (più che) soddisfacente. L’alternanza mancò soprattutto poiché l’alternando, il PCI, non ebbe mai voti sufficienti a renderla inevitabile. La legge Mattarella, l’unica della seconda fase della Repubblica ad essere in qualche modo il prodotto di un referendum popolare, ebbe più pregi che difetti e alcuni dei difetti (il cosiddetto “scorporo” e la possibilità di liste civetta) sarebbero oggi facilmente eliminabili.

Sento ripetere da qualche politico che lui/lei preferirebbero il maggioritario, magari con l’aggiunta “il sindaco d’Italia”. Al di là dei problemi di scala: eleggere il sindaco, anche di città grandi come Roma, Milano, Napoli, Torino, non è la stessa cosa dell’elezione del capo del governo, la legge per l’elezione dei consigli comunali è proporzionale. L’elezione diretta del sindaco/a è altra cosa e configura una forma di governo presidenziale con l’eletto/a che non può essere sostituito/a proprio come i presidenti “presidenziali”. Maggioritarie sono le leggi elettorali delle democrazie anglosassoni: vince il seggio in collegi uninominali chi ottiene anche un solo voto in più degli altri candidati. Maggioritaria è la legge elettorale a doppio turno (non ballottaggio) in collegi uninominali utilizzata in Francia. Sono purtroppo consapevole che, al momento, non esiste una proposta a sostegno della legge francese e neppure una maggioranza disposta a votarla. So, però, che una proposta articolata in tal senso sarebbe la vera “mossa del cavallo”. Aprirebbe un campo elettorale inusitato impedendo giochi di partito. Conferirebbe all’elettorato grandi responsabilità incentivandolo a informarsi e a ridefinire con maggiore attenzione le sue preferenze. Obbligherebbe i partiti a selezionare meglio le loro candidature, che è proprio uno dei più importanti obiettivi vantati dai sostenitori della riduzione del numero dei parlamentari: “meno, ma meglio”. Vorrei che l’opzione francese rimanesse viva. Comunque, almeno potrò affermare: “ve l’avevo detto” et salvavi animam meam.

Pubblicata il 29 settembre 2020 su Il Fatto Quotidiano

De America fabula narratur #Presidential2020

Nella più recente classifica dei Presidenti USA (Rottinghaus, Eady, and Vaughn, Presidential Greatness in a Polarized Era: Results from the Latest Presidential Greatness Survey, in “PS. Political Science & Politics”, vol. 53, July 2020, pp. 413-420) Donald Trump occupa l’ultima posizione con grande distacco dal penultimo. Eppure, nonostante il consistente vantaggio del candidato democratico Joe Biden registrato in tutti i sondaggi, anche negli Stati chiave, non è affatto sicuro che Trump sarà sconfitto il 3 novembre. Non è neppure sicuro che il 3 novembre conosceremo il nome del vincitore.

Nel frattempo a Trump si è presentata la grande occasione, per quel che so più unica che rara, di nominare un altro giudice alla Corte Suprema. Sarebbe il terzo che gli consentirebbe di lasciare un’eredità duratura. Ne ha subito approfittato scegliendo una donna relativamente giovane (48 anni), apertamente antiabortista, ruvidamente conservatrice. Poiché i giudici mantengono la carica a vita, per almeno trent’anni e più, la Corte Suprema avrà una solida maggioranza di giudici molto conservatori, alcuni reazionari, che, con le loro sentenze, incideranno non soltanto sulla società, per esempio, consentendo l’abolizione dell’Obamacare e rendendo quasi impossibili le interruzioni di gravidanza, ma anche sulla politica, per esempio, non intervenendo sui vari sotterfugi usati per “sopprimere il voto” (voter suppression). Non mi riferisco esclusivamente alla pratica, troppo spesso condonata, del gerrymandering (tracciare/disegnare i collegi elettorale per favorire/sfavorire determinati candidati), ma alle numerose modalità che riescono a rendere difficilissimo al limite dell’impossibile lo stesso esercizio del diritto di voto a cominciare dalla indispensabile registrazione nelle liste elettorali.

Nel frattempo, in almeno quattro stati USA gli elettori hanno già la possibilità di votare e lo stanno facendo per una pluralità di ragioni, compresa ovviamente quella di evitare eventuali assembramenti ai seggi ai tempi del Covid (che ha colpito duramente gli Stati Uniti). In altri stati si annuncia un massiccio ricorso al voto postale che Trump ha deciso di contrastare in tre modi: 1. dichiarando che si presta a frodi ordite dai democratici; 2. chiedendo che venga concesso soltanto a chi dimostra di non essere in condizioni fisiche che gli/le consentano di andare al seggio (negli Stati governati dai repubblicani il numero di seggi è stato considerevolmente ridotto: taglio non proprio “lineare”); 3. negando i fondi allo US Postal Service al cui vertice qualche tempo fa nominò un suo ricco finanziatore. Naturalmente, va subito sottolineato che, da un lato, in caso di ricorsi le eventuali frodi potrebbero giungere alla Corte Suprema, dall’altro, che addirittura l’esito complessivo del voto e quindi l’elezione del Presidente finirebbero proprio nelle mani della Corte come avvenne nel 2000 quando i cinque giudici nominati dai Repubblicani decisero che il repubblicano George W. Bush aveva sconfitto il democratico Al Gore a favore del quale si erano schierati i quattro giudici nominati dai democratici.

Tutti i mass media USA riportano quotidianamente non soltanto i dati dei sondaggi, ma i molti episodi che riguardano ostacoli frapposti agli elettori. Non mi spingo fino a dire che negli USA è in corso una crisi costituzionale e istituzionale senza precedenti. Prendo atto della acuta preoccupazione di molti commentatori, la maggioranza dei quali sono, comprensibilmente, democratici. Segnalo, però, che, da un lato la separazione dei poteri scricchiola e vacilla. Il Presidente repubblicano può imporre alla sua maggioranza di senatori repubblicani di confermare la donna giudice da lui prescelta portando ad una granitica maggioranza nelle sede più alta e decisiva del potere giudiziario. Dall’altro, prendo atto che persino il fondamento della democrazia, le elezioni, rischiano di non essere free and fair, ma di venire manipolate, sovvertite. Sullo sfondo stanno le proteste dei partecipanti al movimento “Black Lives Matter” contro il razzismo strisciante e il suprematismo bianco. Nessuno stupore che gli USA occupino il 23esimo posto nella classifica di Freedom House.

Pubblicato il 28 settembre 2020 su PARADOXAforum

Legge elettorale, Pasquino spiega perché il doppio turno è molto meglio del doppio forse @formichenews

Il criterio migliore con il quale valutare le leggi elettorali è quanto potere conferiscono all’elettorato, non il tornaconto personalistico e particolaristico immediato, che genera invece leggi mediocri se non pessime. Il commento di Gianfranco Pasquino

Da oramai troppo tempo la discussione sulle leggi elettorali è inquinata da inesattezze, più o meno volute, e manipolazioni. Purtroppo, in alcune, non proprio marginali, inesattezze è incorso anche il prof. Alfonso Celotto nel suo intervento “Carlo Magno e l’eterno dilemma della legge elettorale”. Il Mattarellum non era “un sistema per 2/3 maggioritario”, ma per 3/4 tale ed è importante aggiungere “in collegi uninominali”. Fatti salvi due difetti, le modalità dello scorporo alla Camera e la possibilità di liste civetta, facilmente rimediabili, la legge elettorale di cui fu relatore Sergio Mattarella rimane la migliore delle leggi elettorali post-1993. Non è corretto affermare che “nel 2005, sulla spinta [non fu una spinta, ma una meditata decisione] del centro-destra, si è tornati a un proporzionale semplice [C.vo mio], ma con la forte correzione di soglia di sbarramento e premio di maggioranza (oltre alle liste bloccate: cosiddetto Porcellum)”.

Infatti, ovviamente, una legge che ha una soglia di sbarramento e un premio di maggioranza, non può e non deve mai essere definita “semplice” e neppure “proporzionale puro” come leggo su troppi quotidiani e ascolto in troppi talk show.  Semmai, è proporzionale corretta, ma di “correzioni” se ne possono escogitare molte altre a partire dalla dimensione della circoscrizione. Meno parlamentari si eleggono in una circoscrizione tanto più difficile sarà per i partiti piccoli vincere un seggio.

Nella sua storia la Francia ha spesso cambiato leggi elettorali, anche, per la precisione, nel 1985 quando la maggioranza di sinistra, Mitterrand presidente, abolì la legge maggioritaria in collegi uninominali e introdusse una legge proporzionale, non “piccola rettifica”, nel tentativo di impedire la vittoria del centrodestra a guida gollista. Nelle elezioni legislative del 1986 Jacques Chirac vinse lo stesso e con la sua maggioranza assoluta subito reintrodusse il maggioritario a doppio turno in collegi uninominali. Dobbiamo chiederci il perché della lunga durata del doppio turno, ma dobbiamo subito aggiungere che quel doppio turno si accompagna alla forma di governo semipresidenziale con elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica.

Potremmo pretendere un salto di qualità dalla discussione in corso (centrata sulla “altezza” della soglia di accesso al Parlamento), ma siamo consapevoli che la nostra pretesa è una grande illusione. Fintantoché i sedicenti riformatori impronteranno le loro proposte al tornaconto personalistico e particolaristico immediato, avremo leggi elettorali mediocri, se non pessime. Il criterio migliore con il quale valutarle è quanto potere conferiscono all’elettorato. Poi, ad libitum, sarei in grado di precisare, facendo riferimento sia al sistema proporzionale personalizzato (si chiama proprio così) tedesco sia al doppio turno francese, che cosa significa “potere dell’elettorato”, come strutturarlo e come valutarlo. Ho promesso a Carlo Magno che lo dirò a lui per primo.

Pubblicato il 28 settembre 2020 su formiche.net

Dopo il referendum: legge elettorale e riforme costituzionali #live #29settembre ore 18

I Colloqui de “Il pensiero mazziniano”

Introduce Pietro Caruso

intervengono
Gianfranco Pasquino
Mario Di Napoli

Conclude Michele Finelli

 

martedì 29 settembre 2020 ore 18
L'evento sarà trasmesso in diretta facebook su

https://www.facebook.com/associazionemazziniana/

https://www.facebook.com/domusmazziniana/

 

 

 

Democracia con Gianfranco Pasquino EPISODIO ESPECIAL La Silla Electrica

En este episodio, el profesor emérito de Ciencia Política por parte de la Universidad de Bologna, Gianfranco Pasquino, nos platica acerca de la Teoría de la Democracia, así como los desafíos que existen hoy en día en cuanto al desarrollo de la vida democrática de los países. ¿Existe un mejor régimen político que la democracia? ¿Que sucede con los partidos políticos y la democracia? ¿Cuáles son los factores políticos que hacen de un régimen una democracia? ¿Realmente las democracias mueren? ¡Todas estas preguntas serán respondidas en el episodio de hoy!

 

Democrazia diretta (da chi?). La lezione di Pasquino a Grillo e Casaleggio. Oltre il Parlamento, più piattaforme per tutti @formichenews

Abbiamo tutti potuto notare quanto soddisfacentemente funzioni la democrazia, più o meno diretta (da chi?), nel Movimento Cinque Stelle. Produce dibattiti serrati e approfonditi, smussa i contrasti fra le diverse fazioni: governativista, ortodossa, battista, e suggerisce soluzioni… Il commento di Gianfranco Pasquino

Non si è ancora spenta la eco dello straordinario successo referendario sul taglio delle poltrone (diciamo pane al pane e vino al vino) che si è inaugurata una stagione intensissima di Grandi Riforme. Per prima cosa si taglieranno le indennità dei prossimi seicento parlamentari eletti, nessuno dei quali, prevedibilmente, grazie al taglio lineare, potrà essere ascritto alla categoria dei fannulloni e degli assenteisti. Rimane il dubbio se i nuovi seicento saranno anche competenti.

Niente panico, però. Infatti, dieci costituzionalisti del “sì” hanno subito, bontà loro e grazie ad una competenza specialistica di lungo corso, trovato la soluzione: il voto di preferenza. Tutte (non proprio tutte, eh) le ricerche rivelano che con un voto di preferenza gli elettori, soprattutto quelli italiani, notoriamente i più interessati alla politica, i più informati sulla politica, i più partecipanti (o forse no visto che un terzo di loro ha deciso di astenersi nelle elezioni regionali) riusciranno sicuramente a scegliere parlamentari assolutamente competenti. Se non succederà così bisognerà ovviamente proseguire sulla strada delle riforme con un altro taglio lineare. Purtroppo, avendo già risparmiato tagliando le indennità, i risparmi ulteriori non saranno ingenti, mezza tazzina di caffè o almeno una manciata di chicchi.

Sembra che in un popolo di sospettosi qualcuno, soprattutto nelle file di coloro che hanno votato “no”, lo facesse anche perché ricordava le parole di Davide Casaleggio che non se la sentiva di escludere che fra una quindicina d’anni il Parlamento si sarebbe dimostrato/si dimostrerà inutile. Ieri è arrivata la conferma nelle sempre dotte parole di Beppe Grillo (che cito dal “Corriere della Sera”, 24 settembre 2020, p. 1): “Non credo assolutamente più in una forma di rappresentanza parlamentare, ma nella democrazia diretta”. D’altronde, abbiamo tutti potuto notare quanto soddisfacentemente funzioni la democrazia, più o meno diretta (da chi?), nel Movimento Cinque Stelle. Produce dibattiti serrati e approfonditi, smussa i contrasti fra le diverse fazioni: governativista, ortodossa, battista, suggerisce soluzioni non ideologiche, ad esempio sul MES per spese sanitarie dirette e indirette, incorona leader con procedure trasparenti e non esasperanti.

Sarà sufficiente estendere a tutto il paese questa sperimentata democrazia diretta magari con la creazione di altre quattro o cinque piattaforme. Bisognerà procedervi lentamente per non bruciare il percorso delle riforme, ovvero le sue “magnifiche sorti e progressive”. Con allegra compostezza, balli sul balcone (non sul mattone) vietati, quelle sorti ci verranno aulicamente narrate dai costituzionalisti del “sì” anche se temo che, per farsi notare, qualcuno/a di loro leverà grida allarmate, ma fatta la breccia nella Costituzione mica ci si può più fermare. Avanti tutta verso la democrazia “decidente” senza troppi impacci da parte dei pochi rimanenti parlamentari. Viva Rousseau e viva Carl Schmitt.

Pubblicato il 24 settembre 2020 su formiche.net

Separati in casa. Cinque Stelle e PD dopo il voto @Mov5Stelle @pdnetwork @domanigiornale

Sfide immaginarie e reali, alleanze più o meno organiche da costruire, personalismi di vario genere, consensi elettorali che vengono e più spesso vanno (via), elettori volubili e volatili. In attesa di nuove, indispensabili regole elettorali e istituzionali, questo è il panorama politico italiano. Lo si vede sia sul versante del centro-destra sia su quello del centro-sinistra e, se diamo ragione (una volta tanto…) a Di Maio, sull’evoluzione(-declino, ma non “disfatta storica”, come sentenzia Di Battista) dei Cinque Stelle, sulla persistenza di un terzo polo, piccolo, ma non irrilevante, talvolta potenzialmente decisivo. Quello che è sicuro è la ridefinizione dei rapporti di forza elettorali in entrambi gli schieramenti nonché per il polo del Movimento 5 Stelle. La ridefinizione continuerà fintantoché il sistema partitico rimarrà destrutturato, vale a dire per un periodo di tempo indefinito. Naturalmente, anche la scelta della nuova legge elettorale inciderà su una eventuale, difficile, ristrutturazione. Chi vuole “la proporzionale” deve essere avvisato. Qualsiasi variante di proporzionale ha poco da contribuire per configurare un sistema di partiti caratterizzato da coesione. Anzi, la proporzionale, mai punitiva nei confronti degli scissionisti, contribuisce alla frammentazione dei partiti. Scherzando, ma non troppo, potrei dire che la proporzionale faciliterà la comparsa di una lista Di Battista obbligando il pasionario dei pentastellati a contarsi.

L’esito elettorale-politico delle elezioni regionali contiene qualche insegnamento non banale per chi, come Zingaretti e, prima di lui, Dario Franceschini, desideri la costruzione di un’alleanza “organica” con il Movimento 5 Stelle. A livello locale aderenti e elettori dei pentastellati non hanno dimostrato grande propensione a favorire e premiare una simile alleanza. Anzi, i flussi elettorali suggeriscono che i pentaelettori si disperdono in una pluralità di direzioni, andando in misura limitata a sostenere i candidati del Partito Democratico. Più interessante e più rilevatore sarà il comportamento degli elettori del Movimento al ballottaggio in alcuni comuni, ma anche il comportamento degli elettori del PD quando al ballottaggio è passato un candidato dei Cinque Stelle.

Ė più che ragionevole pensare che prima di procedere dall’alto a dichiarare l’assoluta indispensabilità di un’alleanza organica fra Cinque Stelle e Partito Democratico, i proponenti, fra i quali sembra si collochi anche Di Maio, dovrebbero cominciare valutando il sentiment (è da tempo che volevo usare questa parola!) prevalente a livello locale. Dovrebbero incentivare incontri e forme di collaborazione, facendo leva sui temi propri a quei livelli e sulle persone giuste, quelle maggiormente in grado di rapportarsi fra loro e con l’elettorato.

Al momento, quello che si vede sul territorio è un insieme di “macchie” del più vario tipo, dovute in misura maggiore alla notevole diversificazione di opinioni, di aspettative, di preferenze dell’elettorato pentastellato. Per di più, a livello locale possono giocare negativamente molte animosità, sociali e politiche, pregresse, superabili soltanto con il tempo e con l’individuazione di obiettivi comuni. Sarebbe sicuramente sbagliato accelerare il processo di riavvicinamento che deve maturare e condurre a condividere elementi significativi di una cultura politica di governo. La fusione a freddo che diede vita al PD è l’esempio assolutamente da non ripetere.

Nella prospettiva che ritengo sia praticabile e produttiva, il governo Conte è un protagonista essenziale. La sua durata offre il tempo da utilizzare a livello locale. Le sue politiche condivise sono la garanzia che la collaborazione produce frutti, a cominciare da quanto già ottenuto a livello europeo che non sarebbe stato possibile per nessun governo Salvini/Meloni, e viceversa. Una legge elettorale proporzionale che entrambi gli alleati di governo hanno dichiarato di volere è disfunzionale rispetto all’obiettivo di una collaborazione più stretta. Infatti, porrebbe Cinque Stelle e Partito Democratico in inevitabile competizione. Un buon sistema elettorale maggioritario a doppio turno in collegi uninominali come in Francia darebbe molti incentivi agli elettori di entrambi a convergere in particolare per sconfiggere i candidati/e del più socialmente e politicamente omogeneo centro-destra. Solo nuove modalità di competizione politico-elettorali promettono di cambiare in meglio la struttura delle opportunità. Vale la pena rifletterci.

Pubblicato il 24 settembre 2020 su Domani

Il governatore bravo a offrire soluzioni #intervista #LaCittàdiSalerno

Il politologo: «Berlusconi avrebbe dovuto lasciar scegliere il candidato a Mara Carfagna»

«Vincenzo De Luca è bravo. E questo, molto semplicemente, è il segreto del suo successo ». Non c’è nessuna formula magica, dunque, dietro la riconferma, con un plebiscito di stampo bulgaro, del governatore uscente. Su questo non ha dubbi il politologo e accademico Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna. «È bravo – evidenzia riferendosi a De Luca – a trovare soluzioni possibili e plausibili. E, con il suo decisionismo, riesce a tenere a freno un popolo che non sempre è disciplinato. Per questi motivi si è ampiamente meritato la rielezione».

De Luca, però, ha stravinto. E anche le sue liste hanno ottenuto migliaia di voti. Come legge questo dato?

Non c’è da meravigliarsi, perché è normale che un candidato ad una carica elettiva monocratica personalizzi la competizione elettorale. De Luca, comunque, resta sempre un esponente del Partito democratico, al di là di qualsiasi altra considerazione.

Secondo lei De Luca può ambire alla leadership del Pd?

Penso che De Luca sappia benissimo che, almeno in questa fase, la sua rimanga una dimensione regionale. In linea di principio, però, io sono contro chi, una volta preso un impegno, ambisce ad altre cariche. Pertanto spero che De Luca in questi 5 anni riesca a portare a termine i suoi progetti in Campania.

Quali dovranno essere, in questa seconda legislatura, le priorità di De Luca?

Non sono un profondo conoscitore dei problemi della Campania. Però De Luca dovrebbe cercare di essere più attento a promuovere il turismo, anche quello d’arte, perché in Campania ci sono tanti tesori. E a far ritornare i cosiddetti cervelli in fuga, offrendo loro la possibilità di fare ricerca. E, poi, come obiettivo principale, dovrebbe riuscire a ridurre la criminalità e la corruzione.

Come contraltare al successo di De Luca c’è la débâcle del centrodestra in Campania…

Questo è un male, perché l’opposizione non deve mai sparire e essere perlomeno decente. Però l’insuccesso del centrodestra era ampiamente annunciato, in quanto ha scelto un candidato, Stefano Caldoro, che aveva già perso.

A quanto pare non è stato possibile trovare un’alternativa a Caldoro…

Se fosse così sarebbe gravissimo. Caldoro è stato scelto direttamente da Silvio Berlusconi, ma in questo caso il cavaliere doveva lasciare più potere decisionale a Mara Carafagna, che conosce bene le dinamiche politiche in Campania. Doveva essere la vicepresidente della Camera a scegliere il candidato, portando anche soluzioni alternative.

Il centrodestra, comunque, a livello nazionale, sembra aver retto…

Sì, la coalizione è andata abbastanza bene, anche se nel suo interno ci sono diversi problemi. Matteo Salvini perde consensi, tant’è che ha pure cambiato strategia comunicativa. E la Lega è sì il primo partito ma in continua perdita di consensi. Giorgia Meloni ha vinto nelle Marche col suo candidato ma ha perso in Puglia. E, nonostante sia un lenta crescita, non riesce a sorpassare la Lega. Forza Italia oramai boccheggia e sopravvive.

Quale giudizio dà del Pd alla luce di questa tornata elettorale?

Tutto sommato positivo. Il Partito democratico ha dovuto sconfiggere due componenti: la destra, che in questi casi riesce a compattarsi, e la sfida di Italia Viva, che ha finanche presentato un proprio candidato, che è andato malissimo, in Puglia. Il pareggio si sarebbe potuto addirittura trasformare in vittoria se nelle Marche non si fosse fatto l’errore di mettere da parte il governatore uscente. Quando c’è la possibilità di schierare ai nastri di partenza qualcuno in carica non bisogna sostituirlo.

Qual è la sua opinione sul Movimento 5 Stelle?

Dal punto di vista dei numeri è andato molto male, perché l’ulteriore perdita di voti conferma la tendenza al declino. Evidentemente non sa scegliere più i candidati e motivare l’elettorato. Se, invece, non prendiamo come metro di paragone le preferenze ma il risultato del referendum, i 5 Stelle ne escono bene. E Luigi Di Maio ha giustamente rivendicato il risultato politico. C’è, tuttavia, un altro dato che, secondo me, deve essere evidenziato.

Quale?

L’astensionismo. È andato a votare soltanto il 45% degli italiani. E dovremmo essere molto preoccupati per questo motivo, in quanto neanche sfide così importanti riescono più a stimolare l’elettorato. Colpa delle politica, che non è più in grado di risolvere i problemi della gente. Perciò sarebbe importantissimo riprendere il discorso con gli italiani.

(gds)

Pubblicato il 23 settembre 2020 su lacittadisalerno.it

E adesso poveri parlamentari

Preso atto del voto, è opportuno rilevare che all’appello referendario è mancato circa il 45 degli aventi diritto e alle pur importanti elezioni regionali più 1/3 degli elettori ha deciso di non partecipare. Peccato. Hanno perso una buona occasione di fare conoscere le loro preferenze. Chi non vota non conta, ma in qualche modo rende molto più complicato il compito di coloro che debbono rappresentare i cittadini. I verdetti sono stati tutti molto chiari, limpidi. Più di 2/3 dei votanti hanno approvato la riduzione del numero dei parlamentari. Maggioranze più (De Luca in Campania e Zaia in Veneto) o meno (Emiliano in Puglia) ampie hanno confermato i Presidenti uscenti i quali partono, grazie alla loro visibilità e attività di governo, con un buon vantaggio iniziale. Laddove non c’era un Presidente uscente, il candidato di Fratelli d’Italia ha conquistato le Marche e il centro-sinistra ha sconfitto la candidata di Salvini in Toscana.

Alla fine della ballata, il sicuro vincitore è il governo guidato da Conte. Tanto il Movimento Cinque Stelle, che s’è intestato la revisione costituzionale, quanto il Partito Democratico di Zingaretti, che ha ottenuto un esito numerico e politico confortante, possono tirare un sospiro di sollievo e guardare avanti, molto avanti. Debbono assolutamente formulare i progetti necessari ad ottenere gli ingenti fondi del programma Next Generation EU stanziati per migliorare la vita e le condizioni di lavoro delle future generazioni. Molto correttamente il Presidente del Consiglio Conte ha affermato che gli italiani dovranno giudicare lui e il suo governo proprio da come utilizzeranno i fondi europei. In contemporanea, però, la maggioranza deve dare seguito alle sue promesse di ritocchi necessari dopo la riduzione drastica del numeri dei parlamentari. In ottica ancora molto populista i Cinque Stelle desiderano ridurre anche le indennità: una “casta” numericamente ridimensionata e messa a dieta con il rischio che da alcuni settori sociali, non ricchi, ma benestanti nessuno intenderà più candidarsi al Parlamento.

Il compito più complesso e delicato è quello di scrivere una legge elettorale che consenta di reclutare i migliori, i più competenti. Non c’è nessuna garanzia che “la proporzionale” abbia esiti virtuosi, come sostiene Di Maio (e, da tempo, anche Zingaretti). Dal canto suo, mentre Salvini si lecca le sue oramai molte ferite, Meloni rilancia un non meglio precisato presidenzialismo accompagnato da un altrettanto imprecisato “maggioritario”. È una discussione, non nuova, destinata a durare. I risultati delle elezioni regionali hanno certificato l’ascesa di Fratelli d’Italia che, però, non hanno ancora raggiunto la Lega, e una leggera, ma significativa, ripresa del Partito Democratico con conseguente rafforzamento del segretario Zingaretti. Il non buono stato di salute elettorale dei Cinque Stelle sembra essere una garanzia che l’alleanza di governo continuerà. Conte va. Il suo cammino, che dipende in notevole misura dalle sue capacità, può continuare.

Pubblicato AGL il 23 settembre 2020

Italy: No Country for Trivial Elections #September21 Bologna Institute for Policy Research

Monday 21 September at 6.30 pm


You would think that a small number of regional elections could pass unnoticed in the greater scheme of things – particularly during a global pandemic! – but not in Italy. The country not only faces a test in the relationship between the two awkwardly matched coalition partners, but each of the governing parties individually faces its own turning point. The Five Star Movement is giving up its two-term mandate; the Democratic Party risks losing one or more of its traditional strongholds; and Italia Viva could shrink into irrelevance (if it is not there already). Each of these developments brings a new element of risk into the coalition dynamics at a time when the country (and the euro area) can ill-afford a government crisis. Add to that the constitutional referendum to reduce the number of parliamentarians – with implications for both the electoral system and the functioning of the Italian parliament – and you have a potentially volatile mixture of concerns. Italy’s bond markets may be calm under the influence of the European Central Bank, but that does not mean they are secure. The storm may be coming and this election could bring it closer. If you want to understand the results as they unfold, please join our expert panel.

Italy: No Country for Trivial Elections

Donatella Campus
Associate Professor of Political Science, University of Bologna
Justin O. Frosini
Adjunct Professor of Constitutional Law, Johns Hopkins University SAIS Europe; Director of the Center for Constitutional Studies and Democratic Development; Associate Professor of Comparative Public Law, Luigi Bocconi University
Erik Jones – Chair
Professor of European Studies and International Political Economy, Johns Hopkins University SAIS Europe
Gianfranco Pasquino
Senior Associate Fellow, Johns Hopkins University SAIS Europe; Professor Emeritus of Political Science, University of Bologna