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Avanti a piccoli passi. Basterà?

In giornata, rigorosamente in collegamento telematico, si riunirà l’Eurogruppo, vale a dire, i 19 ministri economici dei paesi europei della zona dell’Euro. Hanno il molto arduo compito di convergere su misure che, da un lato, consentano di attutire il tremendo impatto del coronavirus un po’ su tutte le economie dell’Unione Europea; dall’altro, di decidere quali interventi adottare per rilanciare la crescita economica il più presto possibile. Nella discussione svoltasi finora sono emerse soprattutto le preoccupazioni, se non addirittura, l’ostilità di alcuni paesi, in particolare l’Olanda, a soccorrere i paesi del Sud Europa, in special modo l’Italia. Per dirla brutalmente, una parte di governi europei, praticamente sempre gli stessi, ad eccezione della Francia, pensano che alcuni governi/paesi/cittadini europei siano inaffidabili, indisciplinati, spreconi (addirittura “peccatori”) e si rifiutano di allargare i cordoni della borsa neanche se quei paesi e i loro capi di governo si “pentono”. Quello che sembra sfuggire ai virtuosi, olandesi in testa, ma anche agli austriaci e, con qualche titubanza, ai tedeschi, è che le conseguenze economiche del coronavirus rischiano di travolgere persino le loro stesse “frugali” economie. Qualcuno pensa che non venire in aiuto dell’Italia (e della Francia e della Spagna) significherebbe travolgere l’Unione Europea. Le soluzioni tecniche praticabili sono numerose, ma, una, quella del ricorso al Meccanismo Europeo di Stabilità, appare inaccettabile all’Italia perché potrebbe implicare un controllo esterno stringente e rigoroso, esagerato sull’intera economia italiana, una messa sotto tutela. Invece, quello che una composita coalizione di 9 stati, fra i quali gli italiani e i francesi vorrebbero è l’emissione dei cosiddetti coronabond finanziati da tutti gli Stati-membri e garantiti dalla Banca Centrale Europea. Di fronte all’opposizione dura e intransigente di alcuni stati del Nord Europa, la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha formulato una proposta a più ampio raggio definita SURE: Sostegno per mitigare l’Unemployment (la disoccupazione) e i Rischi nella Emergenza, dotato di 100 miliardi di euro più una serie di altri interventi anche per le banche sui quali non sembrano esserci obiezioni. Da ultimo, i Commissari italiano Paolo Gentiloni e francese Thierry Breton hanno proposto la creazione di un Fondo Europeo per l’emissione di obbligazioni a lungo termine. È possibile che anche questa soluzione incontri la contrarietà dell’Olanda, mentre la Germania ha segnalato disponibilità purché quel Fondo sia chiaramente considerato eccezionale. Nella riunione dell’Eurogruppo forse si raggiungerà un compromesso con molti paletti limitativi e si farà qualche piccolo passo avanti. Non è l’ultima occasione per l’Europa, ma è preoccupante che a più di 60 anni dal Trattato di Roma alcuni Stati fondatori non abbiano compreso che la solidarietà è il pilastro sul quale si fonda e dovrebbe funzionare l’Unione.

Pubblicato AGL il 7 aprile 2020

I politici che bluffano oggi preparano tempi peggiori @HuffPostItalia

In un dramma che continua è già possibile individuare alcune lezioni che la politica italiana potrebbe imparare. Probabilmente, alla fine di questa tremenda prova ne verranno altre insieme ad approfondimenti e revisioni delle lezioni sperabilmente già apprese. Prima lezione, con buona pace dei seguaci della sig.ra Thatcher, esiste una società. Esistono uomini e donne che hanno relazioni con altri uomini e altre donne che improntano i loro comportamenti anche tenendo conto delle conseguenze che possono/potrebbero avere sulla vita degli altri, nella consapevolezza che è giusto che la loro libertà si arresti dove comincia la libertà degli altri, e viceversa. Anzi, proprio perché sanno che esistono conseguenze buone e cattive, a questi uomini e a queste donne la politica ha il dovere di indicare i comportamenti più atti a mantenere la coesione sociale e non lasciarli scivolare o peggio a spingerli verso una società liquefatta. La probabilità che i comportamenti suggeriti, indicati, imposti dalla politica siano effettivamente accettati e tradotti in seppur dolorose pratiche dipende dalle conoscenze scientifiche disponibili. La seconda lezione è che la politica ha l’obbligo di avvalersi delle conoscenze scientifiche, di rivalutare il ruolo e l’importanza della scienza e degli scienziati, degli studiosi e dei competenti. Ha altresì l’obbligo di assumersi la piena responsabilità di decidere fra le alternative disponibili argomentando e spiegando pubblicamente le ragioni delle scelte.

Esiste una responsabilità sociale degli scienziati come esiste una responsabilità politica dei governanti e dei rappresentanti. Soltanto riconoscendo questa differenza e, al tempo stesso, la necessità dell’incontro è possibile affrontare attrezzati i problemi complessi che la modernità continuerà a presentare ai cittadini del mondo. La terza lezione che la politica può imparare e anche i cittadini potrebbero apprezzare è che la fiducia è una risorsa di eccezionale importanza tanto nei rapporti orizzontali fra cittadini quanto nei rapporti verticali fra le autorità, specialmente, ma non solo, quelle politiche e la cittadinanza. La fiducia si crea sulla base delle esperienze pregresse e delle competenze dimostrate, cresce se dimostra di giovare, diminuisce e va perduta quando viene tradita. Governanti e rappresentanti che promettono quello che sanno di non riuscire a mantenere, che rilanciano perché pensano che non saranno chiamati a rispondere dei loro bluff, ridimensionano, ridicolizzano la fiducia e preparano tempi peggiori anche se così facendo conquistassero temporaneamente cariche di governo. A giudicare da non poche dichiarazioni dei/delle dirigenti e dei/lle parlamentari dei partiti di opposizione, non pochi di loro questa lezione sulla fiducia non l’hanno assorbita oppure hanno deciso consapevolmente di ignorarla.

Nelle democrazie il luogo per eccellenza della fiducia è un Parlamento liberamente eletto con parlamentari, uomini e donne liberi/e di rappresentare l’elettorato e di agire senza vincolo di mandato, senza nessun vincolo neppure quello nei confronti dei capipartito e dei capi fazione che hanno sfruttato il potere di eleggerli e nelle cui mani rimane soprattutto il potere di ricandidarli e di farli rieleggere. La quarta lezione da apprendere è che in una situazione di gravissima crisi, il potere di decidere il più rapidamente possibile sta nelle mani dei decisori che, in quanto governanti, godono della fiducia della maggioranza parlamentare. Le leggi, dovremmo saperlo, non le fanno i parlamenti, ma i parlamenti non solo hanno il compito importantissimo di valutare quelle leggi, eventualmente emendandole, ma debbono anche controllare continuativamente e accuratamente l’operato del governo e porre paletti chiari alla sua azione. In attesa che i sovranisti de noantri critichino Putin e soprattutto Orbán per come manipolano il parlamento per ridimensionarne fino a cancellarne le capacità di controllo sul governante massimo, la lezione per la democrazia italiana è che il Parlamento acquisisca davvero centralità nel sistema politico-istituzionale, non come tribuna per tornei oratori, ma tanto come luogo privilegiato della discussione politica e della valutazione delle alternative quanto come arena per l’informazione dei cittadini. Se la politica imparasse queste lezioni e ne facesse tesoro per il futuro che mi auguro il più prossimo possibile, la qualità della democrazia italiana farebbe davvero un balzo in avanti, in alto.

Pubblicato il 3 aprile 2020 su huffingtonpost.it

Come mettere in equilibrio economia e salute #intervista #ACEF Associazione Culturale Economia e Finanza


<p><a href=”https://vimeo.com/402512812″>Intervista a Gianfranco Pasquino</a> from <a href=”https://vimeo.com/acef”>Giacomo Barbieri</a> on <a href=”https://vimeo.com”>Vimeo</a&gt;.</p>

QUI TUTTE LE INTERVISTE DEL PRESIDENTE ACEF – Associazione Culturale Economia e Finanza

Che cosa voleva dire Draghi all’Europa

Tutt’altro che incline a spettacolizzare le sue scelte di gestione economica e meno che mai la sua persona, Mario Draghi ha scritto un articolo molto importante pubblicato dal “Financial Times” qualche giorno fa. Tristemente, nel dibattito pubblico, l’articolo di Draghi ha finora ricevuto molta meno attenzione di quella che merita. Cercherò di spiegare perché formulando alcune ipotesi e traendo quelle che ritengo essere conseguenze ineludibili. Per cominciare, sottolineo che il “Financial Times” è, insieme al “Wall Street Journal”, il più importante quotidiano economico del mondo, e che, in generale, la sua visione dell’economia e dell’Unione Europea è sempre stata piuttosto distante da quella di Draghi e dalle modalità con le quali ha agito come Presidente della Banca Centrale Europea. La decisione di pubblicare è, probabilmente, stata dettata dalla straordinarietà della crisi prodotta dal coronavirus e dalla convinzione condivisa del senso di urgenza e drammaticità della situazione (da fare conoscere anche al Primo Ministro della Gran Bretagna). Tutto l’articolo di Draghi, argomenta punto per punto, politiche che gli Stati-membri dell’Unione Europea dovrebbero attuare molto rapidamente e che gli organismi dell’Unione Europea dovrebbero accompagnare e sostenere senza esitazioni. La risposta indirettamente pervenuta dalla riunione telematica del Consiglio dei capi di governo è stata assolutamente deludente. Benissimo ha fatto Giuseppe Conte a non firmare il documento conclusivo e a imporre un altro incontro fra due settimane. Sostanzialmente, Draghi propone quasi un rovesciamento delle politiche economiche neo-liberali finora seguite dall’Unione in buona misura poiché imposte dalla Germania, con la sua ideologia dominante dell’Ordoliberalismus, ma, questo punto è molto importante, condivisa da non pochi altri Stati-membri dell’Europa centro-settentrionale fra i quali si distingue per durezza e malposta intransigenza l’Olanda. C’è una componente quasi religiosa nel chiedere che chi fra gli Stati del Sud si trova in difficoltà paghi sulla sua pelle il prezzo dell’indisciplina, dei “peccati”, non solo economici, che li hanno condotti a chiedere sostegno. In maniera soffice e elegante, non meno laicamente “religiosa”, Draghi fa notare in avvio del suo articolo che in situazioni di tragedie umane abbiamo un dovere di solidarietà reciproche. Poi,affonda uno degli elementi chiave dell’Ordoliberalismus (inserito nel Patto di Stabilità e Crescita), cioè il tabù del debito pubblico il cui incremento deve essere accettato. Cito: “Livelli di debito pubblico molto più elevati diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie e saranno accompagnati dalla cancellazione del debito privato”. La ineluttabilità che il debito pubblico aumenti è strettamente collegata ai compiti che gli Stati debbono svolgere a cominciare dal “fornire un reddito di base a coloro che perdono il lavoro” e a “incanalare la liquidità verso le imprese in difficoltà”. Ancora più esplicitamente, dovranno essere “i governi ad assorbire una grande parte della perdita di reddito … se si vogliono proteggere posti di lavoro e capacità”. Infine, Draghi chiede “un cambiamento di mentalità” affinché, “in quanto europei” ci si sostenga “a vicenda nel perseguimento di ciò che è evidentemente una causa comune” (corsivo mio). Sostanzialmente, l’ex-Presidente della Banca Centrale Europea sta, da un lato, spingendo quella Banca in una direzione fortemente interventista, in larga misura, sembrerebbe, condivisa dalla Presidente Christine Lagarde, dall’altro, qui forzo un po’, fa rivivere il keynesismo, impossibile in un solo Stato, come politica economica e sociale europea, dell’Unione. Invece di “tirarlo per la giacchetta”, operazione alla quale non obietto, per chiamarlo a salvare la patria Italia, con modalità tutte da definire, sarebbe preferibile che le autorità politiche italiane mirino ad ottenere un consenso ampio fra gli Stati-membri dell’UE proprio sulle politiche delineate da Draghi.

Pubblicato il 31 marzo 2020 su il Fatto Quotidiano

Draghi: cambio di passo per affrontare virus e crisi economica @Zeta_Luiss

Sito di informazione della Scuola Superiore di Giornalismo “Massimo Baldini” – Luiss Guido Carli.

L’allarme dell’ex presidente della BCE. Gianfranco Pasquino: “è molto preoccupato”
Intervista raccolta da Elisabetta Amato e Chiara Sgreccia

«È necessario un cambio di mentalità per affrontare questa crisi, come lo sarebbe in tempo di guerra» ha scritto Mario Draghi, ex presidente della Banca Centrale Europea, sul Financial Times. «Le azioni intraprese dai governi per evitare che i nostri sistemi sanitari vengano travolti sono coraggiose e necessarie. Devono essere supportati. Ma queste azioni comportano anche un costo economico enorme e inevitabile».

Aumentare il debito pubblico e permettere agli stati di spendere quanto è necessario per fronteggiare la pandemia è la risposta – secondo l’ex presidente BCE – per impedire alla recessione economica attuale di trasformarsi in una crisi profonda. Ma non basta: occorre fornire liquidità alle imprese e, oltre a dare incentivi a chi perde il lavoro, deve essere mobilitato il sistema finanziario affinché le aziende non perdano la loro capacità produttiva e non siano costrette a licenziare i dipendenti. Le imprese possono superare questo momento di recessione facendo debito che poi lo stato dovrà assorbire. «Il punto non è se ma come lo stato potrà farlo» scrive Draghi.

Le banche hanno un ruolo chiave in questo sistema, offrendo velocemente fondi a costo zero alle società disposte a salvare posti di lavoro. Diventano uno strumento della politica pubblica per sanare il sistema produttivo e per questo i costi a loro carico dovranno essere sostenuti dallo stato. Inoltre le imprese dovranno essere ripagate delle perdite che stanno subendo in quanto le loro capacità di investimento, una volta fuori dalla crisi, saranno fondamentali. Per questo è necessario accrescere il debito pubblico, pena «una distruzione permanente della capacità produttiva e quindi della base fiscale che sarebbe molto più dannosa per l’economia e infine per il credito pubblico».

La velocità ha un ruolo fondamentale. Non si tratta di una crisi ciclica ma di un vero e proprio shock di cui nessuno di coloro che pagano le spese ha colpa. La velocità con cui si deteriorano i bilanci privati deve essere affrontata con uguale velocità nel mobilitare i bilanci pubblici, le banche ed il sostegno europeo «Il costo dell’esitazione può essere irreversibile».

«Io e Mario Draghi ci conosciamo abbastanza bene e questo mi dice qualcosa di importante sull’articolo che ha pubblicato: è evidentemente molto preoccupato»: così il professor emerito di Scienza Politica, Gianfranco Pasquino, ha commentato le parole dell’ex presidente della Banca Centrale Europea. L’amicizia nata a Cambridge nel 1974, quando Mario Draghi svolgeva il suo dottorato all’MIT con Franco Modigliani, ha permesso al professor Pasquino di vedere al di là dei tecnicismi. Ha riconosciuto il tono calmo e chiaro, che contraddistingue da sempre l’ex presidente, ma con una nota di tensione: «è l’articolo di una persona che sa che stanno succedendo cose importanti e che l’Europa, l’istituzione che lui ha guidato con la Banca Centrale Europea per otto anni, non sta facendo quello che dovrebbe fare. Preoccupazione che non deriva dal suo protagonismo, che non ha mai avuto e non lo ha neanche adesso».

Secondo Gianfranco Pasquino, Mario Draghi scrivendo quell’articolo si è mantenuto coerente con l’insegnamento di Modigliani e con il suo lavoro di presidente. Proseguendo nel commentare le parole del suo compagno di pallone ai tempi della sua fellowship a Harvard afferma: «È un articolo keynesiano: nei momenti di crisi i governi devono investire in opere pubbliche, che producano reddito e che salvaguardino al massimo le fasce della popolazione. Questo è importante perché cerca di evitare che dalla recessione si passi alla depressione e crea anche una possibilità di rilancio da quella che sarà una crisi economica molto lunga».

Nell’Europa tanto amata da Mario Draghi, c’è posto, però, per un’azione comune? Secondo il professor emerito di Scienza Politica ci dovrebbe essere per poter uscire da questa situazione, aiutando così anche il nostro paese: «L’Italia da sola non ce la può fare ha assoluto bisogno di un aiuto europeo. Gli europei più intelligenti, più lungimiranti, sanno che aiutare l’Italia significa aiutare l’Europa e i loro paesi. Se si aiuta l’Italia si avrà un rimbalzo positivo anche sugli altri paesi». Gianfranco Pasquino ha, infine, provato a immaginare un futuro politico italiano post coronavirus: «Non so come ne uscirà la politica dell’Italia. Il presidente del Consiglio ha dimostrato di avere delle capacità e possiamo dire di essere stati fortunati, perché altri l’avrebbero giocata in maniera più politica. Conte la sta giocando in maniera di rappresentanza nazionale, come colui che deve guidare un governo e cerca di evitare lo scontro politico». E gli italiani cambieranno? «Non so se questo ci farà capire che siamo tutti sulla stessa barca, perché vedo che ci sono tantissime persone che sono state multate: non si rendono conto che la loro licenza incide sulle vite degli altri. Mi auguro che i disciplinati diventino quasi la totalità degli italiani. Se alla fine di questo ci renderemo conto che osservare le leggi, non solo ci rende dei bravi cittadini, ma permette anche di far vivere bene gli altri, allora sarà un grande successo. Se, però, mi chiede se ci scommetto le dico di no».

Pubblicato il 27 marzo 2020 su zetaluiss.it

 

 

Coronavirus en el mundo Gianfranco Pasquino. No culpes a la globalización (de propagar la peste) @clarincom

Encerrado en su casa, el notable politólogo analiza la geopolítica del virus que azota Italia, se desparrama por Estados Unidos y está en nuestro país. El sistema global no es el culpable directo, sostiene el profesor.

La globalización no es la causa del coronavirus. En el peor de los casos, la globalización puede ser considerada un factor facilitador en la propagación del virus. A la espera de una respuesta satisfactoria por parte de los académicos, la responsabilidad de la aparición del virus recae en un conjunto de elementos que denomino “condiciones de vida, de trabajo y del medio ambiente”. Aunque el coronavirus no pueda ser definido, como lo hace brutalmente el presidente Trump, como el “virus chino”, tampoco se puede negar que en muchos lugares de China hay condiciones demasiado favorables para la aparición de enfermedades epidémicas. Quizás nunca lo sabremos, y esto ya es un gran inconveniente, pero la existencia del virus parece haber sido reportada al menos un mes antes de que las autoridades políticas chinas lo dieran a conocer. La información fue suprimida, el fenómeno negado. Esto es lo que hacen, lo que pueden hacer, los regímenes totalitarios. Ya hace décadas que el economista indio Amartya Sen señaló que donde no hay libertad de información, la respuesta –ante ante una hambruna, por ejemplo–, es más difícil, fragmentada, lenta y sobre todo evita que se tomen las medidas adecuadas. El resto, por supuesto, tiene que ver con la calidad del liderazgo político, con su credibilidad, la disposición a aceptar las recomendaciones de los expertos, en este caso, médicos e investigadores, e implementarlas. ¿Podría argumentarse, entonces, que en la fase de implementación el poder totalitario es más efectivo que el poder democrático para resolver la crisis? Puede ser. En China el virus ha sido prácticamente derrotado, como afirman las autoridades, pero nadie puede asegurarlo ni verificar la información de las autoridades. Nadie tiene los números necesarios para evaluar cuáles han sido los costos en vidas humanas de las dramáticas demoras iniciales, y los absolutos. Hoy China trata de recuperar credibilidad al otorgar una enorme ayuda a Italia, que, al menos en Occidente, es el país más afectado.

Gianfranco Pasquino en Buenos Aires, 27 de septiembre de 2019. Foto: Juano Tesone

¿Por qué exactamente Italia? La respuesta más simple gira en torno a dos elementos. En primer lugar Italia tiene relaciones intensas con China, especialmente económicas. En segundo lugar, los portadores del virus que se contagiaron en China regresaron a zonas altamente pobladas y económicamente avanzadas de Italia (Lombardía sobre todo, luego Véneto y Emilia-Romaña), por lo que la propagación y el contagio se ha desarrollado muy rápidamente. Las autoridades políticas regionales y nacionales respondieron en la medida de lo posible y conocible. No hay evidencia de que hayan minimizado el peligro ni de que hayan suprimido la información que, en verdad, ha circulado ampliamente y libremente (en todo caso, las críticas deben dirigirse a los periódicos y periodistas de derecha que negaron la emergencia), y nunca han caído en exceso del alarmismo. Sin embargo, empezando por las fluctuaciones y manipulaciones reprobables de Trump y la subestimación cínica del primer ministro Boris Johnson –comportamientos criticados por los medios masivos–, la respuesta de las autoridades ha sido sin duda inadecuada. También se habló de inadecuación en la respuesta de la Unión Europea. La acusación contiene solo una parte de verdad. Desde lo económico, la UE está interviniendo para apoyar a los países afectados por el coronavirus, incluso anticipando cambios importantes en lo que concierne a toda su política económica. Por otro lado, los poderes en materia sanitaria no están en manos de la Comisión Europea, sino de los Estados miembro que, tal vez, aprenderán para el futuro, pero que ahora son responsables de no haber elaborado una respuesta compartida.

Nuevamente el problema de quién decide y cómo. La lección es: una autoridad política supranacional responde más efectivamente frente a una pandemia. Y es correcto preguntarnos sobre la democracia, hoy y mañana. Hasta ahora, los jefes de gobierno, con mayor o menor celeridad, han tomado sus decisiones sin ser “obstaculizados” por sus respectivos parlamentos y ni siquiera por las oposiciones, ninguna de las cuales ha podido ofrecer soluciones técnicas y políticas diferentes y potencialmente mejores que las de sus respectivos gobiernos. Noté una gran disponibilidad y receptividad de los gobiernos a las opiniones de técnicos, expertos y científicos. Sin embargo, no creo que haya surgido el riesgo de un futuro gobierno de tecnócratas. Me preocupan, en cambio, algunas medidas tomadas por los gobiernos, en particular las relacionadas con la restricción de la libertad personal: la invitación a quedarse en casa y las sanciones para quienes no cumplan esta invitación sin razones válidas. Aprenderemos, tal vez, y no solo por lo que concierne a la salud, que la libertad de cada uno de nosotros encuentra, o más bien debe encontrar (y aceptar) como límite insuperable el de la libertad y la salud de los demás. ¿Aprenderemos también que en emergencias, pero quizás en muchas otras circunstancias, la confianza interpersonal es un recurso crucial para la democracia y para una vida mejor?

Después del coronavirus no vamos a ser necesariamente mejores que ahora, si no aprendemos otra lección clara: todos estamos en el mismo barco de la globalización y nuestra vida depende, en un sentido amplio, de la calidad del medio ambiente y las modalidades (debería decir modalidades capitalistas, pero no quiero excluir a China, régimen totalitario de capitalismo de estado) del desarrollo. Al golpear a todos indiscriminadamente, una pandemia también puede reducir las desigualdades, como argumentó Walter Scheidel en un gran libro: El gran nivelador. La violencia y la historia de la desigualdad desde la era de Piedra hasta el siglo XXI. Si este es el caso, no sé en qué medida la satisfacción del resultado nos hará olvidar el dolor del precio que pagamos.

27/03/2020 Clarín.com  Revista Ñ  Ideas

Traducción: Andrés Kusminsky. ©Gianfranco Pasquino, autor del libro Bobbio y Sartori. Entender y cambiar la política (2019), próximamente traducido por Eudeba.

La democrazia imperfetta #Recensione Minima Politica @UtetLibri su @lasiciliait

Il libro. ”Minima politica” di Gianfranco Pasquino analizza conoscenze politiche che dovrebbero avere tutti i cittadini. La recensione di Paolo fai

«Laddove le persone hanno poco potere sulla politica e lo esercitano limitatamente, si riscontra l’effettiva esistenza di un deficit democratico»

Gianfranco Pasquino, allievo di Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna, ha da poco licenziato alle stampe un libro «Minima politica – Sei lezioni di democrazia», Utet 2019, pp. 175, euro 14,00, il cui titolo – spiega Pasquino – «intende essere il mio modesto omaggio a Theodor Adorno, “Minima moralia” (1951) […], nel convincimento che per arrivare a grandi cose bisogna cominciare dalle piccole cose, impararle e farle il meglio possibile. “Minima politica” contiene, analizza e, spero, illumina il minimo di conoscenze politiche che i cittadini dovrebbero acquisire se desiderano adempiere efficacemente ai loro doveri civili e democratici».

Innervato di rigore scientifico e insieme meritoriamente divulgativo, il libro attraverso sei sezioni (Leggi elettorali, Rappresentanza politica, Presidenti della Repubblica, Deficit democratico, Governabilità, Non liberali, non democrazie) offre al lettore un’analisi, chiara e puntuale, delle problematiche attinenti al funzionamento della forma di governo, la democrazia, in cui, quanto meno per forza di etimologia, il popolo, ovvero la comunità degli individui-cittadini, è il detentore del potere politico.

Intanto, Pasquino non è tra i politologi che cantano la messa funebre alla democrazia. Né è pessimista sul futuro della democrazia. Perché, alle lamentazioni degli apocalittici, per i quali «alle democrazie manca sempre qualcosa», egli ribatte che «le democrazie sono imperfette ed è giusto così. Forse è persino meglio così perché nelle democrazie è possibile continuare a cercare quello che manca, spesso trovandolo».

Allora, dovendo scegliere fior da fiore, troveremo che a Pasquino «pare che, in maniera più appropriata, il deficit democratico meriti di essere riferito al potere dei cittadini, etimologicamente: deficit di potere del popolo. Laddove i cittadini hanno poco potere sulla politica e sui politici e lo esercitano limitatamente, si riscontra l’effettiva esistenza di un deficit democratico». Spesso, tale deficit si avverte quando vanno al potere governi neoconservatori (Tatcher, Reagan, ma anche Trump, che per Pasquino non ha «la benché minima infarinatura di liberalismo»), il cui obiettivo è «comprimere la partecipazione politica, scoraggiare i movimenti collettivi, disincentivare la mobilitazione sociale e reprimerla», al fine di ridurre il “sovraccarico” ovvero «l’accumularsi di un numero eccessivo di domande» da parte dei cittadini, che, secondo Richard Rose, sarebbe la causa della crisi di governabilità.

Il libro si apre e si chiude, ad anello, con due capitoli che si illuminano l’un l’altro: “Leggi elettorali” e “Non liberali, non democrazie”. Le democrazie si fondano sul voto dei cittadini. Ne consegue che «il rapporto tra elettori, da un lato, e rappresentanti e governanti, dall’altro, è accertatamente influenzato dalla legge elettorale che viene utilizzata». Pasquino classifica le riforme elettorali in “partigiane” e “sistemiche”. Fu sistemica quella elaborata nel 1946 dalla Costituente, che riguardava il funzionamento del sistema politico. Tutte quelle venute dopo sono state partigiane, compresa la cosiddetta “schiforma” Renzi-Boschi, su cui Pasquino, caustico, osserva: «Che la stabilità del governo […] dovesse essere affidata al premio di maggioranza ricorda la legge truffa [del 1953], la riabilita e la redime».

Se vengono meno, sostiene con forza Pasquino, i capisaldi delle democrazie liberali moderne, cioè, «da un lato, il riconoscimento, la protezione, la promozione dei diritti dei cittadini, delle persone, e, dall’altro, la separazione delle istituzioni e dei poteri», avremo solo «sistemi politici in cui si tengono elezioni intrinsecamente poco libere», quindi non liberali, non democrazie. Tra i fini di quelle pseudo-democrazie (la Turchia di Erdoğan e l’Ungheria di Orbán, ma anche la Russia di Putin), che Pasquino definisce “democrazie elettorali”, «non si trova praticamente mai quello di dar vita e senso alla “rule of law” (“governo della legge”), o (“stato di diritto), o “nomocrazia”), di tenere separate le istituzioni, di approntare freni e contrappesi, di creare canali e strutture di responsabilizzazione (“accountability”) dei governanti e dei rappresentanti. Questo è il catalogo al quale debbono attingere coloro che vogliono costruire uno stato, una democrazia compiutamente liberale». Da solo, però, il “governo della legge” non basta. Occorre anche una libera stampa e, principalmente, una forte consapevolezza politica nei cittadini. «Le (non) democrazie illiberali –conclude Pasquino – si fondano su cittadini, più o meno consapevolmente, illiberali». E sul silenzio imposto agli oppositori e ai giornalisti. Come nel «caso, esemplarmente tragico, della giornalista Anna Politkovskaja».

Pubblicato il 25 Marzo 2020 sul quotidiano La Sicilia

Davvero niente sarà più come prima

Niente sarà più come prima. Se tornasse “tutto come prima” vorrebbe dire che non avremmo capito molto e, soprattutto, che non avremmo imparato niente. Non avremmo capito che chi non protegge e non promuove l’ambiente predispone di continuo alcune condizioni che facilitano le epidemie e altri guasti. Non avremmo capito che è giusto e “democratico” che le decisioni che valgono per una comunità debbono essere prese dai politici scelti attraverso elezioni free and fair e che gli eletti hanno l’obbligo costituzionale e morale di assumersene personalmente sempre tutta la responsabilità. Ma, nessuno dei rappresentanti e dei governanti dovrà più, mai più ignorare i pareri e le conoscenze degli esperti, dei tecnici, degli scienziati. Neppure in politica “uno vale uno” (è solo il voto degli elettori che ha valore eguale), ma certamente in tutti gli ambiti professionali, qualcuno vale più di altri quanto a competenza, esperienza, capacità di proporre soluzioni. Non c’è nessun scivolamento dolce e rassegnato verso la tecnocrazia (che, comunque, non potrebbe configurarsi come “tornare a prima”), ma il decisivo e positivo riconoscimento che nella modernità esiste qualcosa chiamato scienza che merita rispetto. Molto più prosaicamente e concretamente, merita anche finanziamenti e non soltanto per evitare che i “nostri” giovani ricercatori siano obbligati ad andare all’estero.

Se, molto improbabilmente, tutto tornasse come prima vorrebbe dire che non abbiamo imparato alcune altre lezioni importanti e irreversibili. La globalizzazione porta con sé grandi opportunità, ma anche grandi rischi. Non vi si può opporre, ma la si deve regolare. Allora, diventa indispensabile individuare, stabilire, scegliere e fare rispettare buone regole a livello globale. Non tornare a prima, ma costruire e potenziare le organizzazioni sovranazionali è un imperativo categorico. Questo imperativo vale anche per i sovranisti. Stanno spostando il tiro, ma non sembra che abbiamo imparato che nessuno in questo mondo e nel mondo che verrà, avrà più il potere di chiudere le frontiere, di sigillarsi, di vivere nell’autarchia (famigerata illusione del fascismo), di fare a meno di un coordinamento quanto meno europeo. Ed è proprio in questo ambito che nulla dovrà tornare come prima, tutto dovrà cambiare per andare avanti, politicamente, socialmente, economicamente, culturalmente.

Non credo che molti abbiano capito che cosa è e che cosa significa effettivamente la democrazia. Vedo che troppi stanno sporgendosi a lodare il sistema politico cinese che, tecnicamente, è totalitario, con tutto il potere nelle mani del partito unico e del suo segretario Presidente, perché avrebbe bloccato e posto fine in tempi relativamente brevi all’epidemia. Loro, i cinesi, torneranno a come prima e, in assenza di libera circolazione delle informazioni, come prima saranno esposti alla prossima epidemia. Sento che molti accigliati democratici deplorano le misure di controllo sui movimenti dei cittadini non solo italiani, di limitazione della libertà di circolazione. In Italia, tornare a come prima, significa non tanto recuperare un’apprezzabile situazione di libertà quanto ripristinare una deplorevole e criticabile situazione di violazione frequente, quasi sistematica, spesso condonata, delle regole. Andare oltre significa ripensare i rapporti interpersonali cominciare dall’esempio offerto dalle migliaia di medici e di operatori sanitari che stanno consapevolmente mettendo in gioco la loro salute e la loro vita per la salute e la vita degli altri, molti dei quali hanno violato le nient’affatto oppressive regole di non circolazione. Andare oltre, avendo imparato qualcosa di importante, significa prendere atto, insegnare e desiderare che tutti sappiano che la libertà di ciascuno di noi si arresta e finisce dove incontra la libertà di chiunque altro. Che la nostra libertà si costruisce intorno alla fiducia che, come facciamo noi (sic), tutti gli altri rispetteranno le regole.

Pubblicato il 25 marzo 2020 su parliamoneora.it

L’Arbasino di Voghera

Ho incontrato Alberto Arbasino varie volte, soprattutto negli anni ottanta e novanta. Spesso ai concerti di Santa Cecilia a Roma quando con poche parole mi dava una spiegazione illuminante dell’esecuzione dell’orchestra accompagnandola con alcune indicazioni per meglio comprendere quella musica, spesso una sinfonia. Dal 1983 al 1987 fu deputato per il Partito Repubblicano. Gli dissi che aveva incautamente accettato la candidatura per un’attività che non gli sarebbe affatto piaciuta, che l’avrebbe piuttosto infastidito pur offrendogli una insostituibile opportunità di osservare i rappresentanti eletti dell’Italia, la classe politica. A lui, acutissimo osservatore e fustigatore (questa parola non gli sarebbe sicuramente piaciuta) di costumi, il Parlamento offriva non il meglio e non il peggio dell’Italia, ma un luogo e una fauna (anche su questo termine immagino la sua obiezione) meritevoli di essere clinicamente osservati. Per chi ne volesse, e ne dovrebbe, sapere di più sulle modalità di osservazione di Arbasino, consiglio il libro Fratelli d’Italia, pubblicato la prima volta nel 1963, quando l’autore aveva 33 anni, e rivisto e ampliato fino al 1991. Ironico e caustico, brillante e controcorrente, contiene la visione di un’Italia che non vorremmo, ma che è proprio la nostra. Siamo noi. La sua “casalinga di Voghera” è diventata una figura leggendaria. Molti di quelli che la citano, però, non ne colgono tutti gli elementi e non sanno farne un uso flessibile. La riducono ad uno stereotipo, che non era affatto né l’intenzione né lo scopo di Arbasino. Quella casalinga viveva in provincia, per l’appunto a Voghera, luogo natale dello stesso Arbasino, non propriamente scintillante. Era esposta a quello che veniva dalle città e che vedeva nella televisione che le portava in casa il mondo. Non era, però, affatto priva di spirito critico. Anzi, me l’immagino che, grazie ad Arbasino, fosse diventata in grado di smitizzare e di sbeffeggiare politici e pomposi intellettuali, coloro che facevano uso del potere per vantarsi e coloro che facevano uso del sapere per dimostrare la loro superiorità di classe e di talento. Non importava che gli intellettuali parlassero e scrivessero in modo astruso, non come vezzo, ma per incapacità di rendersi comprensibili a causa del loro oscuro e confuso pensiero. Ciononostante, la casalinga di Voghera li decrittava (sì, scusami, Arbasino), guardava e passava oltre. Con il fluire degli anni, nella tranquillità della provincia, usufruendo di tempo libero, la casalinga di Voghera ha imparato a usare il computer e, naturalmente, è diventata assidua frequentatrice dei social. La troverete su Twitter e WhatsApp, meno su Facebook poiché non ama mettersi in mostra. Non ha affatto smesso di farsi beffe dei politici e degli intellettuali. Non si permetterebbe mai di dire che il suo mentore, Alberto Arbasino, è uno snob poiché conosce l’etimologia: sine nobilitate. Al contrario, concorda con me: Arbasino appartiene alla ristretta schiera degli aristocratici del gusto e dello stile.

Pubblicato AGL il 24 marzo 2020

Che fare del Parlamento al tempo del coronavirus?

Infuria un dibattito surreale nel quali soprattutto alcuni parlamentari e dirigenti del centro-destra chiedono la convocazione immediata di Camera e Senato. Senza esplorare, per carità di patria, la loro precedente assiduità al lavoro parlamentare, per Salvini e Meloni sono percentuali risibili e riprovevoli, sembra che la motivazione più forte sia quella autolesionistica. Molte categorie sociali italiane sono esposte al contagio, dunque, è giusto, oserei scrivere “democratico”, che i parlamentari si espongano allo stesso rischio. Mentre sappiamo che i rischi che ammirevolmente corrono alcune categorie, a cominciare dal personale sanitario, hanno uno scopo chiaro: salvare vite e curarle, è lecito che agli affannati “convocatori del parlamento” venga chiesto di offrire una motivazione altrettanto impellente.

Non buttiamola subito in democrazia, cioè che il Parlamento è l’istituzione centrale in una democrazia parlamentare, dunque deve essere aperto per battere più di un colpo. Troppo spesso abbiamo ascoltato i governanti criticare il Parlamento come un intralcio per le loro decisioni e coartarlo con la decretazione d’urgenza e la tenaglia del voto di fiducia. Qualcuno dei riformatori ama tanto il Parlamento che ha votato la riduzione drastica del numero dei parlamentari per renderlo più efficiente. Poi, però, definisce efficienza la smodata produzione delle leggi, che risponde a ben altre esigenze, non escluso il clientelismo spicciolo a favore di qualche categoria privilegiata. E vi aggiunge anche la possibilità del voto online come se il compito principale del Parlamento fosse fare presto un alto numero di leggi. Non è così, ma se del caso sarebbe sufficiente convocare in luoghi molto spaziosi le commissioni di merito in sede deliberante: siano loro, senza passare per l’Aula, a esaminare, emendare, approvare le leggi. Se poi si desiderano trasparenza e assunzione di responsabilità il tutto venga teletrasmesso con grande soddisfazione dei sostenitori di una democrazia “decidente”, magari elettronicamente.

Nessun parlamento si caratterizza e si giustifica perché fa (molte) leggi. Un buon parlamento ha due compiti più importanti, più necessari, più esigenti. Primo, un’assemblea di eletti (nel solo significato che “sono stati eletti”) deve rappresentare le preferenze, le paure, le speranze dei cittadini. Naturalmente, lo farà meglio quanto più la legge elettorale avrà dato potere ai cittadini-elettori, che non è il caso della Legge Rosato. Questa rappresentanza servirà, da un lato, a informare quei cittadini delle opzioni e delle decisioni, costi e benefici. Dall’altro, dovrà, sia ad opera dell’opposizione sia di tutti i parlamentari, controllare l’operato del governo. Sono disponibili tutti gli strumenti tecnologici necessari per riunire telematicamente i parlamentari affinché, rinunciando alle sceneggiate d’aula, operino secondo queste modalità a cominciare dal decreto Cura Italia. Procedano.

Pubblicato AGL il 20 marzo 2020