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Scorciatoia cognitiva
Sappiamo che la fantasia e anche l’irriverenza degli elettori possono spingersi verso limiti estremi. Se I Presidenti di seggio e gli scrutatori volessero potrebbero raccontarne di tutti I colori relativamente alle schede che sono costretti ad annullare. Non è, naturalmente, possibile, ma neanche auspicabile, porre alla fantasia di candidati talvolta sconosciuti che cercano di emergere per conquistare almeno un pugno di voti. Non so se questo è l’anno in cui Mussolini possa tornare in auge come strumento di attrazione per elettori nostalgici oppure arrabbiatissimi con i “politicanti” e con le condizioni, non proprio eccellenti, del sistema politico italiano. È anche merito della Costituzione italiana, da un lato, avere statuito il divieto di “ricostituzione del disciolto partito fascista”, dall’altro, di avere obbligato i neo fascisti a cambiare. Qualche saluto romano continua a fare la sua comparsa, qualche slogan può fare breccia temporanea, qualche tatuaggio attrae l’attenzione, qualche canzonetta può avere un refrain accattivante, ma la sostanza rimane. La storia non si ripete, anzi, come scrisse memorabilmente Karl Marx, la prima volta è una tragedia, la seconda è una farsa. Non andrò oltre nel ricorrere a espressioni blasonate perché rischiano, se non di legittimare, di dare un po’ troppa importanza a fenomeni marginali.
Ho sempre detto e scritto che il ricorso al termine “regime” per indicare l’indubbiamente molto importante ruolo politico svolto da Berlusconi tra il 1994 e il 2013 era un’esagerazione polemica, sbagliata, fuorviante, diseducativa. Rimane, tuttavia, da capire che cosa sta dietro il folklore di richiamarsi a Mussolini Benito. Per farla difficile potrei dire che quel richiamo da parte di tre candidati potrebbe essere, a loro insaputa, una “scorciatoia cognitiva”. Mirano a comunicare, senza scendere nei particolari di un programma che non saprebbero stilare, la loro collocazione. Sì, stanno a destra, vogliono “legge e ordine” imposta dall’alto, preferibilmente con durezza; sì, sostengono di avere una orgogliosa identità nazionale (che, naturalmente, stona con il leghismo di qualsiasi sfumatura): sì, sono nettamente ostili agli immigrati specialmente se di colore; si, vorrebbero una democrazia autoritaria con un leader in grado non soltanto di prendere le decisioni, ma di tradurle o farle tradurre in maniera granitica in azioni. La tentazione di sostenere che gli inchini fascisti interpretano qualcosa che è nell’aria ce l’ho. Poiché il vento delle destre populiste e nazionaliste soffia in molti paesi europei, non basta alzare le spalle e dire che sono cose del passato. Sarebbe più produttivo cercare di risolvere problemi, insegnare come rapportarsi agli altri, adottare uno stile rispettoso di tutti, all’insegna dei valori costituzionali.
Pubblicato il 14 maggio 2016
Lo scambio elettorale politico-mafioso
Al Senato si sta discutendo un nuovo DDL che propone l’inasprimento delle pene
Ho detto cosa ne penso a Marianna Ferrenti per l’Indro
Lo scambio elettorale politico-mafioso fu un reato introdotto nel 1992, in occasione delle stragi di Capaci e di via D’Amelio che portarono alla morte dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, due pietre miliari nella lotta alla mafia e alle collusioni con il tessuto politico, abbandonati proprio da quel mondo istituzionale che avrebbe dovuto supportarli e proteggerli. Sull’emotiva di un eccidio tanto grave quanto ancora avvolto nel mistero, si rese necessario un intervento rapido per arginare qualsiasi ostacolo al libero esercizio del voto. In seguito a questi ennesimi omicidi, infatti, il Parlamento approvò la legge che introduceva ‘modifiche urgenti al nuovo codice di procedura penale e provvedimenti di contrasto alla criminalità mafiosa’.
Questo provvedimento avrebbe dovuto rafforzare quanto previsto dall’articolo 416bis del Codice Penale, sulle associazioni di stampo mafioso, con reclusione da sette a dodici anni per chiunque entri a far parte a diverso titolo delle organizzazioni criminali; mentre chi le dirige era perseguibile con una pena di reclusione da nove a quattordici anni.
Il decreto legge n. 306 dell’8 giugno 1992, (convertito in legge n. 356, il 7 agosto 1992), manifestò con il tempo la sua profonda inefficacia perché veniva meno all’obiettivo prefissato, ossia quello di stanare fin dalle origini qualsiasi legame tra il mondo della politica e quello della criminalità organizzata. Infatti, il sodalizio tra criminalità organizzata e politica non si limita soltanto alla erogazione di denaro in cambio di voti, ma si allarga a tutto un mondo sommerso, al limite tra il lecito e l’illecito. Il legame si sviluppa anche attraverso la concessione di alcuni favori o benefici, che vanno dall’assegnazione degli appalti fino all’assunzione dei lavoratori, alimentando quindi un circuito clientelare.
“Un conto è scambiare influenza sul territorio che, ovviamente, significa anche controllo dei voti, non solo per un partito, ma per alcuni suoi candidati, che è quello che la mafia ha sempre saputo fare in maniera quasi scientifica; un conto è trattare direttamente con i decisori che, spesso, non sono soltanto ministri e sottosegretari, ma possono essere anche presidenti delle commissioni parlamentari e direttori generali o affini dei ministeri. La mafia è regolarmente riuscita ad adattarsi alle varie situazioni. Darwinianamente: appoggiando i più forti oppure aiutandoli a diventare tali” commenta Gianfranco Pasquino, uno dei massimi esponenti di Scienza politica a livello internazionale e docente emerito dell’Università di Bologna. La legge n. 356, il 7 agosto del 1992 subentrava con pene detentive solo dopo che il reato (l’erogazione di denaro) fosse stato commesso, tralasciando il fatto che che il politico si riservasse di pagare solo quando e se avesse vinto le elezioni. Inoltre, interveniva dopo che il reato avesse sortito i suoi effetti negativi. La mafia, la camorra e la n’drangheta, nel corso degli anni, hanno subito diverse metamorfosi, così come è cambiato l’intreccio con la politica. “Lo scambio elettorale che, naturalmente, riguarda anche la camorra (che, però, è più frammentata e più mutevole) e la ‘ndrangheta, ha effetti nefasti: I più corrotti vincono. Aiutano imprese altrimenti inefficienti. Svolgono attività deteriori. Mandano il messaggio che la corruzione, il clientelismo, i favoritismi servono a vivere meglio e a prosperare. Scoraggiano chiunque aspiri a qualche forma di premio al merito e di giustizia sociale. Inducono alla rassegnazione, o alla fuga privando quella comunità di energie per il cambiamento” aggiunge Pasquino.
[…]
A distanza di ventiquattro anni, il Parlamento è intervenuto nuovamente con la legge 62/2014 cambiando radicalmente il modo di intendere il delitto di scambio elettorale politico-mafioso. La legge ha introdotto modifiche all’art.416 ter del Codice Penale, da un lato inasprendo la condotta incriminata ed estendendo quindi lo spettro dei fatti punibili includendo anche l’accettazione della promessa di voti in cambio dell’erogazione di una somma di denaro (o di un’altra utilità), dall’altro riducendo la pena in modo proporzionato al reato commesso.
Il provvedimento, però, prevedeva anche riduzione delle sanzioni previste dall’art. 416 bis, nel caso in cui ci si trova di fronte ad una condotta incriminata meno grave. “L’unica pena che i politici temono davvero è quella dell’esclusione dalla politica. L’unica pena che anche i burocratici temono è quella della perdita del posto e dello stipendio. Queste sono da applicare immediatamente e severamente, appena con un minimo di modulazione” rincara la dose Gianfranco Pasquino. “L’origine politica della corruzione discende dal fatto che in una società non caratterizzata da competizione aperta e da mobilità sociale, la politica è il più efficace ascensore sociale verso il benessere e il prestigio. Chi lo prende sale e non vuole più scendere. Se deve pagare il prezzo di una modica corruzione personale lo pagherà, sperando che i suoi elettori non solo lo perdonino, ma gli siano grati di quanto fa per loro, e che i dirigenti del suo partito chiudano finché è possibile uno o due occhi. Talvolta, questa è limpidamente omertà”
Leggi l’articolo integrale su L’Indro
La corruzione che affonda il Paese
Quando i dirigenti dei partiti indeboliscono la loro struttura, la aprono agli arrivisti, non controllano la selezione del personale, non sanno escludere chi fa politica non per vocazione ma per carriera, qualsiasi tipo di corruzione è in agguato e sarà sicuramente praticato dalle Alpi alla Sicilia. Quando i partiti, i loro dirigenti, i loro rappresentanti al governo e all’opposizione si rivelano disposti a tutto pur di mantenere le cariche ottenute e di proseguire la carriera, tutti gli operatori economici, ma soprattutto quelli che in un mercato aperto e competitivo non riuscirebbero a vincere, entrano in relazioni di scambi perversi con quei politici. Negli scambi, inevitabilmente, sono coinvolti anche i burocrati, nominati e promossi dai politici, che traggono il massimo del vantaggio dal loro ruolo cruciale di intermediari, ma, spesso, anche essendo coloro che danno attuazione alle decisioni. Alla fine della filiera si trova la magistratura il cui compito costituzionale è scoprire, processare, punire i responsabili della corruzione che stravolge la vita della collettività e le attività economiche, sociali, politiche.
È indispensabile prendere le mosse da queste considerazioni, accompagnandole con il dato della corruzione percepita che pone l’Italia al 63 esimo posto nella classifica di Transparency International (ai primi posti stanno i paesi con il più basso livello di corruzione, scandinavi e anglosassoni). Risanare un paese profondamente corrotto richiedere colpire la testa della corruzione, cioè la politica e le burocrazie pubbliche. La Legge Severino che, appena approvata, è stata abbondantemente e subdolamente criticata da parlamentari, politici e loro giornalisti di riferimento, va proprio nel senso giusto. Data la vastità della rete di corruzione politica in Italia e la sua straordinaria capacità di riprodursi (inimitabile esempio di “energie rinnovabili”), il contrasto va effettuato non tanto con l’inasprimento delle pene detentive, che, naturalmente, non debbono neppure essere addolcite, ma colpendo politici e burocrati in quello che hanno di più caro: il posto di “lavoro” e le prospettive di carriera.
Per quanto riguarda i detentori di cariche elettive, il primo passo è l’immediata sospensione. A condanna acquisita, il secondo passo è la decadenza dalla carica. Infine, il terzo e ultimo passo è la decisiva sanzione dell’ineleggibilità, un po’ come è stato comminato a Berlusconi, ma a mio parere l’ineleggibilità dovrebbe essere definitiva. Per i burocrati coinvolti in casi di corruzione la sequenza delle pene dovrebbe riguardare, anzitutto, lo stipendio, anche per indennizzare lo Stato (cioè i cittadini) dei danni subiti; poi, la retrocessione nelle mansioni e quindi nello stipendio; infine, il licenziamento, accompagnato nei casi più gravi anche dalla rivalsa dello Stato sulla pensione eventualmente maturate. Se queste mie riflessioni e proposte hanno qualche validità, i dirigenti di partito e i politici dovrebbero rivisitare la legge Severino e le sue clausole e lavorare sulla riforma della burocrazia predisposta dal Ministro Marianna Madia affinché si giunga ad una rapida e, soprattutto, certa applicazione delle sanzioni da me indicate.
Potremo anche valutare la reale volontà dei politici di combattere la corruzione nei loro ranghi e in quelli della burocrazia dalla celerità e dalla sistematicità dei loro interventi e dal loro non intralcio, ma sostegno alle inchieste della magistratura. Quando l’Europa ci guarda è soprattutto la corruzione italiana che vede e l’inadeguatezza degli interventi con i quali ridurla. Meno corruzione, percepita e praticata, più affidabilità: questa sarebbe l’Italia che va avanti.
Pubblicato AGL 9 maggio 2016
#RadioRadicale Intervista Gianfranco Pasquino sul Referendum costituzionale
L’intervista realizzata da Lanfranco Palazzolo è stata registrata in collegamento telefonico da Chicago domenica 8 maggio 2016 alle ore 10:48. La registrazione audio ha una durata di 7 minuti.
“Siamo in collegamento con il professor Gianfranco Pasquino dagli Stati Uniti per parlare delle delle riforme in particolare della proposta radicale di sottoporre i referendum confermativo a diversi diversi quesiti referendari perché il corpo elettorale probabilmente potrebbe giudicare diversamente diversi passaggi della riforma costituzionale in un referendum confermativo diviso per parti …”
Per voi che ragionate e non plebiscitate. C’è chi ci mette la faccia, noi ci mettiamo la testa
“Noi crediamo profondamente in una democrazia così intesa, e noi ci batteremo per questa democrazia. Ma se altri gruppi avvalendosi, come dicevo in principio, di esigue ed effimere maggioranze, volessero far trionfare dei princìpi di parte, volessero darci una Costituzione che non rispecchiasse quella che è la profonda aspirazione della grande maggioranza degli italiani, che amano come noi la libertà e come noi amano la giustizia sociale, se volessero fare una Costituzione che fosse in un certo qual modo una Costituzione di parte, allora avrete scritto sulla sabbia la vostra Costituzione ed il vento disperderà la vostra inutile fatica” (Lelio Basso, 6 marzo 1947, in Assemblea Costituente).
1. Il NO non significa immobilismo costituzionale. Non significa opposizione a qualsiasi riforma della Costituzione che sicuramente è una ottima costituzione. Ha obbligato con successo tutti gli attori politici a rispettarla. Ha fatto cambiare sia i comunisti sia i fascisti. Ha resistito alle spallate berlusconiane. Ha accompagnato la crescita dell’Italia da paese sconfitto, povero e semi-analfabeta a una delle otto potenze industriali del mondo. Non pochi esponenti del NO hanno combattuto molte battaglie riformiste e alcune le hanno vinte (legge elettorale, legge sui sindaci, abolizione di ministeri, eliminazione del finanziamento statale dei partiti). Non pochi esponenti del NO desiderano riforme migliori e le hanno formulate. Le riforme del governo sono sbagliate nel metodo e nel merito. Non è indispensabile fare riforme condivise se si ha un progetto democratico e lo si argomenta in Parlamento e agli elettori. Non si debbono, però, fare riforme con accordi sottobanco, presentate come ultima spiaggia, imposte con ricatti, confuse e pasticciate. Noi non abbiamo cambiato idea. Riforme migliori sono possibili.
2. No, non è vero che la riforma del Senato nasce dalla necessità di velocizzare il procedimento di approvazione delle leggi. La riforma del Senato nasce con una motivazione che accarezza l’antipolitica “risparmiare soldi” (ma non sarà così che in minima parte) e perché la legge elettorale PorceIlum ha prodotto due volte un Senato ingovernabile. Era sufficiente cambiare in meglio, non in un porcellinum, la legge elettorale. Il bicameralismo italiano ha sempre prodotto molte leggi, più dei bicameralismi differenziati di Germania e Gran Bretagna, più della Francia semipresidenziale e della Svezia monocamerale. Praticamente tutti i governi italiani sono sempre riusciti ad avere le leggi che volevano e, quando le loro maggioranze erano inquiete, divise e litigiose e i loro disegni di legge erano importanti e facevano parte dell’attuazione del programma di governo, ne ottenevano regolarmente l’approvazione in tempi brevi. No, non è vero che il Senato era responsabile dei ritardi e delle lungaggini. Nessuno ha saputo portare esempi concreti a conferma di questa accusa perché non esistono. Napolitano, deputato di lungo corso, Presidente della Camera e poi Senatore a vita, dovrebbe saperlo meglio di altri. Piuttosto, il luogo dell’intoppo era proprio la Camera dei Deputati. Ritardi e lungaggini continueranno sia per le doppie letture eventuali sia per le prevedibili tensioni e conflitti fra senatori che vorranno affermare il loro ruolo e la loro rilevanza e deputati che vorranno imporre il loro volere di rappresentanti del popolo, ancorché nominati dai capipartito.
3. No, non è vero che gli esponenti del NO sono favorevoli al mantenimento del bicameralismo. Anzi, alcuni vorrebbero l’abolizione del Senato; altri ne vorrebbero una trasformazione profonda. La strada giusta era quella del modello Bundesrat, non quella del modello misto francese, peggiorato dalla assurda aggiunta di cinque senatori nominate dal Presidente della Repubblica (immaginiamo per presunti, difficilmente accertabili, meriti autonomisti, regionalisti, federalisti). Inopinatamente, a cento senatori variamente designati, nessuno eletto, si attribuisce addirittura il compito di eleggere due giudici costituzionali, mentre seicentotrenta deputati ne eleggeranno tre. È uno squilibrio intollerabile.
4. No, non è vero che è tutto da buttare. Alcuni di noi hanno proposto da tempo l’abolizione del CNEL. Questa abolizione dovrebbe essere spacchettata per consentire agli italiani di non fare, né a favore del “sì” nè a favore del “no”, di tutta l’erba un fascio. Però, no, non si può chiedere agli italiani di votare in blocco tutta la brutta riforma soltanto per eliminare il CNEL.
5. Alcuni di noi sono stati attivissimi referendari. Non se ne pentono anche perché possono rivendicare successi di qualche importanza. Abbiamo da tempo proposto una migliore regolamentazione dei referendum abrogativi e l’introduzione di nuovi tipi di referendum e di nuove modalità di partecipazione dei cittadini. La riforma del governo non recepisce nulla di tutta questa vasta elaborazione. Si limita a piccoli palliativi probabilmente peggiorativi della situazione attuale. No, la riforma non è affatto interessata a predisporre canali e meccanismi per una più ampia e intensa partecipazione degli italiani tutti (anzi, abbiamo dovuto registrare con sconforto l’appello di Renzi all’astensione nel referendum sulle trivellazioni), ma in particolare di quelli più interessati alla politica.
6. No, non è credibile che con la cattiva trasformazione del Senato, il governo sarà più forte e funzionerà meglio non dovendo ricevere la fiducia dei Senatori e confrontarsi con loro. Il governo continuerà le sue propensioni alla decretazione per procurata urgenza. Impedirà con ripetute richieste di voti di fiducia persino ai suoi parlamentari di dissentire. Limitazioni dei decreti e delle richieste di fiducia dovevano, debbono costituire l’oggetto di riforme per un buongoverno. L’Italicum non selezionerà una classe politica migliore, ma consentirà ai capi dei partiti di premiare la fedeltà, che non fa quasi mai rima con capacità, e di punire i disobbedienti.
7. NO, la riforma non interviene affatto sul governo e e sulle cause della sua presunta debolezza. Non tenta neppure minimamente di affrontare il problema di un eventuale cambiamento della forma di governo. Tardivi e impreparati commentatori hanno scoperto che il voto di sfiducia costruttivo esistente in Germania e importato dai Costituenti spagnoli è un potente strumento di stabilizzazione dei governi, anzi, dei loro capi. Hanno dimenticato di dire che: I) è un deterrente contro i facitori di crisi governative per interessi partigiani o personali (non sarebbe stato facile sostituire Letta con Renzi se fosse esistito il voto di sfiducia costruttivo); II) si (deve) accompagna(re) a sistemi elettorali proporzionali non a sistemi elettorali, come l’Italicum, che insediano al governo il capo del partito che ha ottenuto più voti ed è stato ingrassato di seggi grazie al premio di maggioranza.
8. I sostenitori del NO vogliono sottolineare che la riforma costituzionale va letta, analizzata e bocciata insieme alla riforma del sistema elettorale. Infatti, l’Italicum squilibra tutto il sistema politico a favore del capo del governo. Toglie al Presidente della Repubblica il potere reale (non quello formale) di nominare il Presidente del Consiglio. Gli toglie anche, con buona pace di Scalfaro e di Napolitano che ne fecero uso efficace, il potere di non sciogliere il Parlamento, ovvero la Camera dei deputati, nella quale sarà la maggioranza di governo, ovvero il suo capo, a stabilire se, quando e come sciogliersi e comunicarlo al Presidente della Repubblica (magari dopo le 20.38 per non apparire nei telegiornali più visti).
9. No, quello che è stato malamente chiesto non è un referendum confermativo (aggettivo che non esiste da nessuna parte nella Costituzione italiana), ma un plebiscito sulla persona del capo del governo. Fin dall’inizio il capo del governo ha usato la clava delle riforme come strumento di una legittimazione elettorale di cui non dispone e di cui, dovrebbe sapere, neppure ha bisogno. Nelle democrazie parlamentari la legittimazione di ciascuno e di tutti i governi arriva dal voto di fiducia (o dal rapporto di fiducia) del Parlamento e se ne va formalmente o informalmente con la perdita di quella fiducia. Il capo del governo ha rilanciato. Vuole più della fiducia. Vuole l’acclamazione del popolo. Ci “ha messo la faccia”. Noi ci mettiamo la testa: le nostre accertabili competenze, la nostra biografia personale e professionale, se del caso, anche l’esperienza che viene con l’età ben vissuta, sul referendum costituzionale (che doveva lasciare chiedere agli oppositori, referendum, semmai da definirsi oppositivo: si oppone alle riforme fatte, le vuole vanificare). Lo ha trasformato in un malposto giudizio sulla sua persona. Ne ha fatto un plebiscito accompagnato dal ricatto: “se perdo me ne vado”.
10. Le riforme costituzionali sono più importanti di qualsiasi governo. Durano di più. Se abborracciate senza visione, sono difficili da cambiare. Sono regole del gioco che influenzano tutti gli attori, generazioni di attori. Caduto un governo se ne fa un altro. La grande flessibilità e duttilità delle democrazie parlamentari non trasforma mai una crisi politica in una crisi istituzionale. Riforme costituzionali confuse e squilibratrici sono sempre l’anticamera di possibili distorsioni e stravolgimenti istituzionali. Il ricatto plebiscitario del Presidente del Consiglio va, molto serenamente e molto pacatamente, respinto.
Quello che sta passando non è affatto l’ultimo trenino delle riformette. Molti, purtroppo, non tutti, hanno imparato qualcosa in corso d’opera. Non è difficile fare nuovamente approvare l’abolizione del CNEL, e lo si può fare rapidamente. Non è difficile ritornare sulla riforma del Senato e abolirlo del tutto (ma allora attenzione alla legge elettorale) oppure trasformarlo in Bundesrat. Altre riforme verranno e hanno alte probabilità di essere preferibili e di gran lunga migliori del pasticciaccio brutto renzian-boschiano. No, non ci sono riformatori da una parte e immobilisti dall’altra. Ci sono cattivi riformatori da mercato delle pulci, da una parte, e progettatori consapevoli e sistemici, dall’altra. Il NO chiude la porta ai primi; la apre ai secondi e alle loro proposte da tempo scritte e disponibili.
Con Verdini un balzo all’indietro
Non credo che si possa dire che i voti non puzzano. Come e dove sono stati conquistati fanno una differenza tanto che qualche volta implicano sanzioni. D’altronde, non tiene più neanche il famosissimo detto pecunia non olet, il denaro non puzza. Infatti, se davvero il denaro non puzzasse non si capirebbe perché le attività di riciclo, di lavaggio che, infatti, in inglese si chiamano money laundering, siano tanto diffuse, fiorenti e lucrative? Questa introduzione soltanto per andare al bersaglio. No, i voti di Verdini non sono come tutti gli altri. Non sono, certamente, gli unici che puzzano e, come altri, sono voti che vengono dal trasformismo: abbandonare lo schieramento nel quale si è stati eletti per andare a lucrare qualcosa nello schieramento di governo. Poi, sarebbe bello se gli elettori fossero in grado almeno ex post facto di dare il loro giudizio sui trasformisti. La legge elettorale Italicum non glielo consentirà in nessun modo. Il fatto che Verdini e i suoi parlamentari dell’Ala abbiano già votato molti provvedimenti del governo Renzi-Boschi non riduce il tasso di trasformismo già ratificato dall’ingresso nella maggioranza di Ala, dimostrato dalla concessione di alcune cariche nelle commissioni ai parlamentari di Ala. Se, poi, davvero Ala e Verdini parteciperanno alla formazione dei Comitati per il SÌ al referendum su riforme costituzionali che il capo del governo considera l’elemento più qualificante della sua azione di governo tanto da “metterci la faccia”e giocarsi la carriera, allora l’ingresso dei verdiniani nella maggioranza governativa non attenderebbe che un piccolo passo: la nomina di un vicesegretario.
Ferme restando le critiche ai cambi di casacca in Parlamento, il problema più grosso causato dalla straordinaria capacità di manovra di Verdini e dall’altrettanto straordinaria disponibilità di Renzi riguarda il future prossimo, più precisamente l’eventuale nascita del Partito della Nazione. Con Alfano e Verdini, forse anche con Casini e altri, il Partito della Nazione si troverebbe inevitabilmente spostato verso il centro dello schieramento politico. Grazie al premio di maggioranza garantito dall’Italicum, che consente di ricompensare tangibilmente con la altrimenti difficile rielezione i verdiniani e gli alfaniani, il Partito della Nazione godrebbe di una ampia maggioranza alla Camera dei deputati. Relegati all’opposizione sarebbero, da un lato, la destra e Salvini, dall’altro, il Movimento Cinque Stelle. Dunque, spostatosi un po’ al centro anche per vincere, il Partito della Nazione si troverebbe inevitabilmente ad occupare quel centro, con due opposizioni non in grado di coalizzarsi, se non in maniera negativa: contro il governo, non per sostituire il governo.
Non voglio in nessun modo equiparare il Partito della Nazione alla Democrazia Cristiana, costretta ad occupare il centro per tenere a bada eventuali rigurgiti di fascismo, ma anche la sfida reale del comunismo. Quello che, invece, merita di essere evidenziato è che il Partito della Nazione metterebbe la parola fine al bipolarismo, peraltro mai gradito da molti settori del ceto politico e dai cerchiobottisti della società civile, tutti intenti a trovare aggettivi derogatori: muscolare, feroce et al. Invece, il bipolarismo (non bipartitismo) è la modalità migliore di funzionamento delle democrazie, non solo contemporanee, quella che, fra l’altro, offre la prospettiva dell’alternanza. Il Partito della Nazione riporterebbe l’Italia indietro di quasi un quarto di secolo, a una politica che i sedicenti riformatori della Nazione e della Costituzione non conoscono, ma rischiano colpevolmente di fare resuscitare. È proprio vero che chi non ricorda la storia è costretto a riviverla.
Pubblicato AGL 4 maggio 2016
Dizionario di Politica Bobbio, Matteucci, Pasquino. Perchè le parole contano!
Intervista raccolta da Annamaria Abbate per la Casa della Cultura
Giunto alla sua quarta edizione, a quarant’anni dalla data della prima pubblicazione, il Dizionario di Politica di Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino resta un’opera unica nel suo genere. Uscito per la prima volta nel 1976, negli anni Ottanta fu tradotto anche in spagnolo e portoghese, lingue parlate in molti Paesi allora nuovi alla democrazia. Diventato un “classico” della Scienza politica, ha accompagnato generazioni di studiosi e ora è riproposto dalla UTET in una nuova edizione aggiornata
Leggo dalle sue note bio-bibliografiche che lei, Prof Pasquino, si dice “particolarmente orgoglioso” di avere condiretto, insieme a Bobbio e a Matteucci, il Dizionario di Politica. Ci racconta perché e com’è successo?
Semplicissimo. Fui cooptato da entrambi, Bobbio, il docente con il quale mi ero laureato a Torino nel marzo 1965, e Matteucci, il docente che mi aveva “reclutato” come professore incaricato di Scienza politica nell’Università di Bologna nel novembre 1969. Svolsi il compito di Redattore capo della prima edizione, sette anni di lavoro, pubblicata nel 1976. Da Bobbio, filosofo della politica, e da Matteucci, storico delle dottrine politiche, ho imparato molto, a cominciare da come si scrive una voce di dizionario (di politica, non di scienza politica), a come si citano gli autori, tutti, anche quelli con i quali si è in disaccordo, a come si riscrive quello che collaboratori disinvolti e sicuri di sé, ma presuntuosi e irritabili, hanno consegnato. Sia Bobbio sia Matteucci, molto esigenti con se stessi, mi parevano, e qualche volta osai dirlo loro, fin troppo arrendevoli nei confronti di alcuni loro colleghi, diciamolo, rigidi. Fu, poi, nel corso della preparazione della seconda edizione, che uscì nel 1983, che Bobbio decise, con il beneplacito di Matteucci, di promuovermi condirettore: un premio straordinario. Ne fui felice e ne rimango, per l’appunto, “particolarmente orgoglioso”.
Che tipo di lavoro vi proponevate e ne siete stati soddisfatti?
Volevamo preparare uno strumento il più articolato possibile di analisi, storica, filosofica, politologica, dei concetti, dei fenomeni, dei movimenti politici più importanti, non solo italiani, di un’analisi che fosse precisa e compiuta, ma anche suggestiva, che offrisse il massimo di informazioni, ma anche prospettive per approfondimenti. Nessuno di noi tre pensava opportuno rincorrere l’attualità e le mode; tutt’e tre abbiamo cercato di illuminare i temi classici della politica. Al proposito, mi fa grandissimo piacere sottolineare che le non poche voci assolutamente fondamentali scritte da Bobbio e da Matteucci hanno retto al passare del tempo. Anzi, rimango convinto che chiunque voglia capire la democrazia e la teoria delle elites, farebbe molto bene a leggere le due voci di Bobbio così come chi vuole conoscere che cosa sono il costituzionalismo e il liberalismo deve assolutamente leggere le due voci di Matteucci. Entrambi scrissero diverse altre voci molto importanti. Vorrei segnalare Disobbedienza civile di Bobbio e Diritti dell’uomo di Matteucci. Naturalmente, tutt’e tre vedevamo problemi irrisolti, inconvenienti analitici, fenomeni insorgenti. Prima nel 1983 e poi, nella terza edizione, del 2004, abbiamo cercato di porvi rimedio. Faccio un solo esempio: la riscrittura delle voci comunismo e socialismo diventate in parte obsolete in parte inutili per chi leggesse il Dizionario nel 2004. Bobbio non poté vedere la 3a edizione poiché morì due settimane prima della pubblicazione, ma avevamo discusso insieme tutti cambiamenti (e gli alleggerimenti).
Come si spiega l’assenza di Giovanni Sartori, il suo “secondo” maestro? Come mai non gli avete affidato nessuna voce?
In quegli anni Sartori, che si trasferì a Stanford nell’estate del 1976, era impegnatissimo a scrivere il suo fondamentale Parties and party systems (pubblicato nel 1976 e del quale celebreremo opportunamente il 40esimo anniversario). Interpellato, ci fece notare che Bobbio e Matteucci potevano scrivere ottimamente le voci, Costituzionalismo, Democrazia, Liberalismo, Scienza politica, sulle quali lui aveva già scritto molto. Quanto ai Sistemi di partiti disse che potevo provarci io stesso che, insomma, dovevo pure avere letto quanto lui aveva scritto. Per le edizioni successive acconsentì a mandarci qualche riga di apprezzamento di cui, conoscendolo, siamo tuttora molto lieti e grati!
E lei, prof Pasquino, di quali voci si sente “particolarmente orgoglioso”?
Premetto che mi è sempre piaciuto cercare di formulare le definizioni più precise dei concetti politici, rintracciando quel che serve nella storia e collegandolo alle trasformazioni avvenute e alle nuove interpretazioni. Potrei dire che tutte le mie voci mi sono care, ma non è così (anche perché, talvolta, mi capita persino di avere un po’ di senso critico nei miei confronti). Sono piuttosto soddisfatto delle voci Forme di governo, Militarismo e Rivoluzione. Nella nuova edizione ho scritto, in maniera che mi pare efficace, le voci Accountability, Deficit democratico e Scontro di civiltà. Mi pongo costantemente in un dialogo ideale con i lettori, le loro curiosità e i loro interessi. Cerco di scrivere in maniera tale da soddisfare i lettori senza ridurre il tasso di inevitabile tecnicismo che ciascuna voce deve contenere. Lo faccio osservando la lezione di Bobbio e di Luigi Firpo: la chiarezza espositiva è una conquista che giova sia a chi scrive sia a chi legge.
Il Dizionario è oramai arrivato alla quarta edizione che esce quarant’anni dopo la prima. Potrebbe dirci che tipo di interventi ha fatto, ha suggerito, ha incluso?
Anche per non produrre un testo troppo voluminoso e non più maneggevole, ho fatto cadere alcune voci di esclusivo interesse storico che si trovano in molti repertori. Abbiamo proceduto al rinfrescamento di diverse voci e alla riscrittura specifica in chiave comparata della voce Mafia (Federico Varese, cervello italiano, brillante studioso, da quasi vent’anni a Oxford), di Terrorismo politico (Luigi Bonanate) per includervi anche il terrorismo cosiddetto internazionale, e di Unione Europea (Roberto Castaldi) perché l’UE cambia, purtroppo, non sempre in meglio, ma merita di essere analizzata con grande attenzione. Poi ci sono diciassette voci del tutto nuove che vanno, ne cito solo alcune, da Alternanza a Capitale sociale, da Cittadinanza a Patriottismo, da Consociativismo a Governance, da Narrazione a Primarie (non poteva mancare!). Tutte le volte che analizzo la politica e che commissiono analisi ai colleghi mi rendo conto quanto sia importante essere attentissimi e chiarissimi nelle definizioni, articolati nelle interpretazioni, non-ideologici nelle valutazioni. Tre qualità che è tuttora possibile apprezzare e tentare di imparare da due maestri come Bobbio e Matteucci.
Conoscendola, prof Pasquino, e avendola spesso ascoltata parlare e, come dice lei, “predicare”, non posso credere che lei non voglia niente di più che definizioni, interpretazioni, valutazioni, dal Dizionario di Politica.
Certamente, conoscendomi, anch’io so che desidero molto di più. Mi piacerebbe che il Dizionario fosse ampiamente utilizzato e diventasse indispensabile non soltanto (la prego di notare l’ordine) ai colleghi e agli studenti, ma anche agli operatori dei mass media, sì, i giornalisti della carta stampata, della radio e della televisione, magari diventasse, come sento che si dice, “virale” in rete (sic) e a un’opinione pubblica che rifiuti di farsi ingannare dagli affabulatori. Ciò detto, chiudo il mio piccolo libro dei sogni. Il predicatore che è in me rinsavisce; si disincanta; torna al realismo, alla politica che c’è; si rimette a studiare, a scrivere, a criticare, cercando di migliorare il linguaggio e le analisi politiche, e si rallegra nel dedicare questa nuova edizione alla memoria di Norberto Bobbio e di Nicola Matteucci (anche loro “predicatori” di una politica esigente e migliore).
Pubblicato il 28 aprile 2016
Regioni sgangherate e sprecone. Riforme confuse e sbagliate
Intervista raccolta da Carlo Valentini per Italia Oggi
Che cosa ci aspetta in questi mesi pre-referendum istituzionale sul quale Matteo Renzi ha scommesso (forse9 la sua leadership? Ecco le previsioni di un politologo, Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica all’università di Bologna e docente di European studies alla Johns Hopkins University (sede di Bologna. I suoi ultimi libri. Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (Egea-UniBocconi 2015) e La Costituzione in trenta lezioni (Utet 2016).
Domanda. Il referendum è trasformato in una consultazione pro o contro Renzi: questa volta non si può dire che i politici non ci mettano la faccia…
Risposta. In verità, il capo del governo ci mette la faccia in maniera assolutamente impropria. Vale a dire, incanala il dibattito non sul merito delle riforme che ha fatto, ma sulla sua permanenza in carica. Tecnicamente, il suo è un ricatto plebiscitario del tipo: “Se non accettate le mie riforme vi punisco con l’instabilità governativa”. Se per respingere un pacchetto pasticciato di brutte riforme, bisogna correre il rischio delle dimissioni di Renzi, lo si corra. Altri governi sono possibili. Altre riforme sono preferibili. Non esistono né uomini, né donne, né riforme della Provvidenza.
D. Però dopo tanti anni di immobilismo non è un bene che finalmente finisca il bicameralismo perfetto e quindi intanto mettere nel paniere questo importante cambiamento? Non c’era il rischio che continuando a discutere, con tanti pareri in campo, si finisse come sempre è accaduto, nell’immobilismo?
R. Negli anni Novanta si sono fatte riforme, come quella elettorale e la legge sui sindaci. Negli anni Duemila, sono stati riformati i rapporti fra Stato e autonomie locali, è stata fatta un’altra riforma elettorale, è arrivata anche la Grande Riforma (56 articoli) berlusconiana bocciata da un referendum. Il bicameralismo italiano non era perfetto, ma paritario. La riforma renzian-boschiana non abolisce affatto il bicameralismo. Lo trasforma in maniera confusa. Qualcuno dei riformatori è in grado di portare esempi relativi a gravi problemi di legislazione e di rappresentanza prodotti dal senato? Altro che immobilismo. Grande, persino eccessivo attivismo. È stato il Senato a rallentare la legislazione italiana e a inquinarla? Il parlamento italiano è stato regolarmente più produttivo di leggi dei parlamenti inglese, tedesco, spagnolo e francese. La nient’affatto chiara divisione di competenze legislative fra Camera e Senato trasformato e la possibilità di richiami dei disegni di legge suggeriscono che emergeranno molti conflitti costosi in termini di tempo e di energie.
D. La riforma istituzionale divide i costituzionalisti: come mai esperti e studiosi sono tanto in dissidio tra loro su una questione che è anche tecnica?
R. Mai affidare la riforma di una Costituzione esclusivamente ai giuristi. Conoscono le norme, non abbastanza il sistema politico. I giuristi non sono attrezzati per fare analisi comparate. Raramente si ricordano che le istituzioni sono popolate da attori molto influenti, a cominciare dai partiti. Comunque, in questo caso, dietro il conflitto tecnico stanno due schieramenti entrambi alimentati dal capo del governo: coloro che lo sostengono in odio ad un passato che poco conoscono o hanno dimenticato e coloro che vi si oppongono poiché non vogliono le sue brutte riforme e temono un future di pulsioni autoritarie e di pericolose confusioni istituzionali. A costoro, con grande finezza, Renzi ha già fatto sapere che li “spazzerà via”. Riforme condivise?
D. Lo spacchettamento del referendum proposto dai radicali sarebbe una strada utilmente percorribile?
R.Chi è interessato al merito delle riforme deve pervicacemente desiderare lo spacchettamento anche perché alcune materie sono tutt’altro che omogenee. Per esempio, con la trasformazione del Senato, l’abolizione (giusta) del CNEL non c’entra nulla. Anche una nuova disciplina dei referendum merita di essere analizzata e valutata separatamente. Tuttavia, i “plebiscitari” non possono rinunciare al grande composito pacco: prendere o lasciare. Fanno molto male.
D. Quale rapporto c’è tra la legge istituzionale e l’Italicum? Con la modifica dell’Italicum cambierebbe il suo giudizio sulla legge istituzionale?
R. No, la mia valutazione complessiva rimarrebbe comunque negativa. Essendo butte tutt’e, legge elettorale e revisione costituzionale, non è che qualche ritocchino cosmetico ad un Italicum dall’impianto sbagliato potrebbe farmi cambiare idea. Il combinato disposto fra revisione istituzionale e legge elettorale accentua lo squilibrio dei poteri a favore del governo, per di più già abbondantemente premiato dal bonus non perché, e questo punto merita la massima attenzione, si troverà con una maggioranza di 340 seggi, ma perché nel migliore dei casi, se vince un partito del trenta per cento, otterrà quasi il raddoppio dei suoi seggi. Sia la legge elettorale tedesca sia quella francese sono nettamente superiori all’Italicum in quanto a potere conferito agli elettori e alle modalità di formazione del governo.
D. Lei ritiene che si arriverà comunque alla fine della legislatura?
R. La sopravvivenza della legislatura mi pare un interrogativo del tutto marginale. Un governo e un parlamento meritano di durare se fanno qualcosa di utile per il Paese. Se no tornino a spiegarsi davanti agli elettori. Le dimissioni di Renzi, quando avrà perso il plebiscito, non implicano affatto lo scioglimento automatico del Parlamento. Mattarella può imitare gli esempi luminosi dei suoi predecessori. Scalfaro negò lo scioglimento due volte: a Berlusconi nel dicembre 1994 e a Prodi nell’ottobre 1998. Napolitano lo negò tanto a Berlusconi quanto al centro-sinistra nel novembre 2011. Credo che entrambi, il vecchio democristiano e il vecchio comunista, abbiano operato in maniera politicamente e costituzionalmente corretta. Altrettanto mi aspetto dal Presidente Mattarella.
D. Che ruolo potrà giocare in questi mesi la minoranza Pd bersaniana-cuperlana-speranzana?
R. La minoranza del PD deve spiegare che cosa vuole davvero per la Costituzione, per il governo del paese, per la ristrutturazione della sinistra, per il ruolo dell’Italia in Europa. Le doverose punzecchiature a Renzi e le periodiche prese di distanza non sono servite e non serviranno a un bel niente. Tengo basse le aspettative sulle capacità di elaborazione strategica delle minoranze Pd ma vorrei vedere una loro impennata che suggerisca come giungere ad una democrazia di buona qualità che, certo, non è quella che si intravede all’ombra del partito della nazione Renzi-Alfano-Verdini.
D. Pessimista sulla minoranza Pd. E sul ruolo del presidente della Repubblica?
R. Il presidente Mattarella ha affermato che vuole fare l’arbitro. Ottimo. Vorrei suggerirgli che dovrebbe prendere esempio dagli arbitri del football americano: fischiare le azioni fallose e, poi, spiegare alto e forte quale fallo punisce e come. Lascerei perdere qualsiasi inclinazione alla moral suasion per politici che si piegano non di fronte alla soffice persuasione ma solo alla esplicita costrizione
D. Le prossime elezioni amministrative influiranno sull’esito del referendum?
R. Direi di sì. Quanto influiranno dipende dagli esiti in particolare di Milano e di Roma. Credo che influiranno significativamente anche sul centrodestra spappolato e sul M5S nel suo posizionamento per la conquista di Palazzo Chigi.
D. A posteriori, e dopo tante polemiche, la cancellazione delle Province sembra avere colto nel segno della semplificazione istituzionale a livello locale, anche con qualche risparmio. Ne vogliamo dare atto a Renzi?
R. Quanto siano effettivamente state cancellate e non soltanto messe in stallo le Province ancora non lo sappiamo. Siamo in attesa delle città metropolitane, ma credo sia lecito porre due domande:1. Per quanto tempo l’Italia dovrà tenersi Regioni sgangherate e costose? 2. Non sarebbe meglio se il riassetto del Titolo V desse una spinta decisiva al riaccorpamento delle regioni?
Pubblicato il 27 aprile 2016
Tre cose che so sulle revisioni costituzionali
Discutere con lo stuolo di renziani della prima ora e di convertiti in corso d’opera, spesso ancora più zelanti (ovvero fanatici) sul merito delle revisioni costituzionali è praticamente impossibile. A qualsiasi obiezione di merito i renziani e i loro disinvolti fiancheggiatori, presenti anche nei mass media, contrappongono tre obiezioni. La prima è che bisognava comunque fare qualcosa dopo trent’anni di immobilismo. La seconda è che, da qualche parte, qualcosa, meglio se una tesi dell’Ulivo (ma quello di Renzi appoggiato da Alfano e Verdini è un governo del brand Ulivo?) o qualcuno, meglio se un vecchio comunista (incidentalmente, non ricordo di avere visto stagliarsi alto il profilo di Napolitano riformatore delle istituzioni e della legge elettorale), hanno proposto cambiamenti molto simili a quanto da loro fatto. Terzo, dati rapporti di forza nel Parlamento eletto nel febbraio 2013 non era possibile fare niente di più, ma soprattutto niente di diverso. Nessuna delle tre obiezioni tiene.
Alla prima obiezione ho contrapposto tempo fa (Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate, Egea/UniBocconi 2015), quello che ho definito “un’altra narrazione”. Nessun immobilismo negli ultimi trent’anni. Anzi, notevole attivismo dei cittadini e del Parlamento. Legge sulle autonomie locali 1990; referendum sulla preferenza unica 1991; abolizione di 4 ministeri e del finanziamento statale dei partiti più, cambiamento della legge elettorale del Senato nel 1993; approvazione delle legge sull’elezione diretta dei sindaci nel 1993; approvazione del Mattarellum nel 1993. Riforma del Titolo V nel 2001; revisione di 56 articoli della Costituzione nel 2005 (poi bocciata da referendum ovviamente e correttamente non chiesto dai revisionisti, ma contro di loro: referendum oppositivo); legge elettorale Porcellum 2005. Tralasciando alcune riforme minori, è evidente che il ritornello dell’immobilismo, da un lato, è pura e semplice, ma colpevole, ignoranza; dall’altro, è un deplorevole ricorso alla manipolazione dei fatti su uno almeno dei quali il Presidente Mattarella, parte in causa, ha il dovere istituzionale di farsi sentire.
Andare alla ricerca delle Tesi dell’Ulivo che l’Ulivo non tentò in nessun modo di tradurre in pratiche ha qualcosa di patetico. Senza contare l’avversione della maggioranza degli ulivisti a quanto veniva fatto nella Commissione Bicamerale presieduta da D’Alema fino a contribuire al suo fallimento, quelle tesi non sono il Vangelo istituzionale del buon riformatore. Quanto ai vecchi comunisti, almeno per quello che riguarda il Senato la loro posizione iniziale fu: nessun Senato, monocameralismo. La distanza fra il monocameralismo e il bicameralismo con il Senato trasformato in camera di regioni discreditate è qualitativa, abissale. All’obiezione che le riforme fatte non hanno nessuna visione sistemica, ma sono episodiche e occasionali, gli improvvisati riformatori non hanno risposta alcuna. Soprattutto, non spiegano che forma di governo verrà fuori da quanto hanno cambiato e dal chiaro ridimensionamento nei fatti dei poteri del Presidente della Repubblica che non dovrà più nominare il Presidente del Consiglio, che sarà automaticamente il capo del partito che avrà ottenuto il premio di maggioranza, e non potrà più opporsi allo scioglimento del Parlamento quando quel capo di maggioranza lo riterrà opportuno e benefico per i suoi interessi di partito.
Infine, l’invito dei renziani a prendere atto che in questo parlamento non era possibile fare riforme di tipo e qualità diversa è, di nuovo, il prodotto di una combinazione di ignoranza e di manipolazione. La politica consiste nella capacità di creare le condizioni per le riforme. Nel Parlamento eletto nel 2013 era possibile, da un lato, cercare, con pazienza, ma anche con durezza, altri interlocutori, magari nelle aule parlamentari senza produrre un accordo extraparlamentare, il Patto del Nazareno che, naturalmente, ha posto enormi paletti alla legge elettorale poiché, in sostanza, l’Italicum contiene tutte le componenti del Porcellum in piccolo: porcellinum. Dall’altro, persino volendo mantenere un filo del discorso con Berlusconi, altre soluzioni erano possibili, soprattutto per quanto riguarda il Senato. Semplicemente, non sono state esplorate. Qualcuno vorrebbe raccontare la favola che Berlusconi ha imposto la sopravvivenza di cinque senatori (i Senatori delle Autonomie) nominati dal Presidente della Repubblica? Oppure che Berlusconi ha fortemente voluto che al Senato delle autonomie fosse conferito il potere di nominare due giudici costituzionali?
Da ultimo, il Presidente del Consiglio ricorre al ricatto plebiscitario senza nessun precedente in Italia su referendum costituzionale: “se bocciate riforme me ne vado”. No comment? No!
Pubblicato il 25 aprile 2016
L’eredità della Resistenza
Per molto tempo, le celebrazioni del 25 aprile, la Resistenza e la liberazione dell’Italia, si sono prevalentemente svolte all’insegna della retorica e dell’ipocrisia che cancellavano una storia fatta anche di aspri scontri non soltanto fra opinioni. Che gli italiani abbiano imparato da quelle celebrazioni qualcosa sulla loro storia è molto dubbio. Che non sia stata costruita nessuna memoria condivisa dell’evento che portò alla fondazione della Repubblica che abbiamo (e della sua Costituzione) è accertato. La retorica è fatta di parole roboanti che scivolano via, spesso nel fastidio di chi ascolta. Dall’avvento di Berlusconi nel 1994 ad oggi le celebrazioni “ufficiali” del 25 aprile, senza perdere quasi nulla in retorica, sono diventate controverse, anche arrabbiate, con reciproche accuse di tradimenti e di sovvertimenti, ma non sono migliorate in quanto portatrici di storia e di memorie (al plurale), di luoghi, eventi, famiglie e persone, della sostanza della vita di una collettività.
La maggioranza degli italiani non sente neppure la necessità di fare i conti con il proprio passato perché continua a non conoscere la storia del suo paese il cui insegnamento nelle scuole italiane è diventato raro, difficile e controverso. Gli insegnanti che possono permetterselo lo evitano per non avere conflitti con genitori malamente politicizzati. Neanche quest’anno le celebrazioni della Resistenza, poco sentite e poco preparate, in numerosi casi utilizzate per fare propaganda pro o contro le riforme costituzionali di Renzi e il suo referendum d’ottobre, adempiranno al compito per il quale, più o meno consapevolmente, la maggioranza dei partigiani prese le ami e combatté e che i Costituenti tradussero nel testo scritto della Costituzione repubblicana.
Molto sinteticamente, ai limiti della ipersemplificazione, la Resistenza fu, con motivazioni anche diverse, la richiesta di un’altra Italia e la lotta armata per conseguirla. Nelle spesso e giustamente citate parole dell’azionista Piero Calamandrei, uno dei costituenti più autorevoli e più influenti, la Costituzione è la rivoluzione promessa in cambio della rivoluzione che la Resistenza non riuscì a produrre. Allora, una buona celebrazione della Resistenza dovrebbe basarsi sulla sottolineatura dei valori inseriti nella Costituzione, su una valutazione di quanto è stato fatto, che non è poco, e di quanto manca, che è molto, sull’impegno a dare attuazione concreta a quei valori. Gli obiettivi sono indicati negli articoli della Costituzione, a cominciare dall’eguaglianza e la partecipazione a continuare con l’onestà e il decoro nel ricoprire le cariche pubbliche.
Una buona celebrazione della Resistenza dovrebbe chiamare gli italiani a interrogarsi su quanto hanno fatto, governanti e cittadini, e stanno facendo per conseguire la rivoluzione promessa. Sapere che più di settant’anni fa molti uomini e donne rischiarono e spesso persero per la vita per quei valori, come appare nel documento più importante e commovente, le Lettere dei condannati a morte della Resistenza (in Italia e in Europa), apprezzarlo e insegnarlo ad opera di chi ha l’autorità per farlo in maniera credibile, serve a costruire, nell’oggi e per il domani, una visione condivisa di come gli italiani hanno il dovere di comportarsi se vogliono ottenere una Repubblica migliore. Del resto, se sono esercizi di retorica, magari acida, è meglio non parlare.
Pubblicato AGL 25 aprile 2016




