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In Francia sono in crisi i partiti, non la democrazia @DomaniGiornale

 “Chi conosce il diritto costituzionale classico e ignora la funzione dei partiti, ha un’idea sbaglia dei regimi politici contemporanei; chi conosce la funzione dei partiti e ignora il diritto costituzionale classico ha un’idea incompleta ma esatta dei regimi politici contemporanei”. Questa frase del giurista e politologo francese Maurice Duverger, è tratta dal suo giustamente famosissimo libro Les partis politiques (1951). Mantiene tutta la sua validità e bisogna farne tesoro analitico. Anni dopo, pur fiero oppositore del Gen. de Gaulle e inizialmente delle istituzioni della Quinta Repubblica, Duverger diventò sostenitore e cantore del semipresidenzialismo, modello di governo poi diffusosi con successo in Portogallo e in non poche democrazie postcomuniste dell’Europa centro-orientale. Fedele alla sua impostazione, oggi Duverger suggerirebbe di guardare alle notevoli difficoltà di funzionamento (come sono bravo a evitare la parola crisi meno che mai associandola a democrazia) della Quinta Repubblica, ma, senza in nessun modo sottovalutare l’assetto costituzionale, andando ad esplorare in special modo la struttura e la dinamica del sistema dei partiti.

   Fintantoché i partiti gollista e, in maniera appena inferiore, il Parti Socialiste hanno saputo raccogliere e organizzare il consenso dell’elettorato, la Francia, che, è opportuno ricordarlo, veniva dall’esperienza disastrosa della Quarta Repubblica, ha acquisito dinamismo, si è modernizzata, ha dato vita a energizzanti alternanze al governo e grande spolvero alla sua grandeur. Indebolitisi i partiti per molte ragioni, una delle quali è il declino delle qualità delle loro leadership, è diventato più difficile acquisire e mantenere un funzionamento soddisfacente delle istituzioni semipresidenziali.

    Nel 2017 Emmanuel Macron conquistò la presidenza sfruttando un appositamente creato veicolo elettorale che scompaginò la sinistra, soprattutto i socialisti, e in parte anche i gollisti. Poi, contando probabilmente troppo sulle sue capacità personali, non si è impegnato a sufficienza per radicare sul territorio, operazione comunque difficile, la sua comunque strutturalmente debole organizzazione politica. Riconquistata la presidenza nel 2022 soltanto grazie a quel che rimane della “disciplina repubblicana” con la quale de Gaulle escludeva democraticamente la destra da qualsiasi accesso al governo, Macron si è trovato a fronteggiare un’Assemblea Nazionale nella quale i “suoi” deputati non sono mai stati maggioranza assoluta e hanno dimostrato di non avere abbastanza forza di attrazione. Al contrario.

   La sua esagerata autostima e una malposta volontà di ripicca nei confronti di alcuni settori della sinistra, in particolare quelli guidati da Jean-Luc Mélenchon, hanno portato l’orgoglioso Presidente Macron in un vicolo cieco. Potrebbe procedere a sciogliere nuovamente il Parlamento, sperando in qualche colpo di fortuna elettorale, ma il rischio di logorare a suo personale scapito sia l’elettorato sia le istituzioni è molto grave. Non riesce a trovare, probabilmente oggi non esiste, una personalità in grado di convincere almeno parte dei rappresentanti della France Insoumise a sostenere un nuovo governo. Per di più non potendo ricandidarsi per un terzo mandato, le sue dimissioni in tempi brevi aprirebbero una voragine, pardon la strada per l’Eliseo al Rassemblement National, anche se non all’inibita Marine Le Pen ovvero, in alternativa, non meno sgradita al campione di europeismo Macron, ad un esponente anti-Unione Europea di France Insoumise. Se i non sottomessi saranno capaci, superando le loro differenze, di trovare un candidato vincente.

  Comunque vada, senza una effettiva e significativa ristrutturazione del sistema dei partiti, il funzionamento del sistema politico francese non migliorerà. Anzi, continuerà ad essere la palla al piede delle indispensabili riforme economiche e sociali la cui attuazione richiede una guida politica competente, affidabile, legittimata dal consenso elettorale. Vaste programme, bien sûr

Pubblicato il 10 settembre 2025 su Domani

INVITO La politica: vocazione e partecipazione #LectioMagistralis #11settembre #Ancona 7° Festival della Storia #Passioni

giovedì 11 Settembre 2025
h. 17:00 | Auditorium della Mole

La politica: vocazione e partecipazione

Gianfranco Pasquino

Lectio Magistralis

Chi non si interessa di politica, la politica non si interessa di lui/lei. Politica è vivere insieme nella città. Interessarsi, informarsi, inquietarsi, partecipare, vincere, perdere rifluire. L’indifferenza è il vizio dei cittadini di serie B. Appassionarsi con giudizio è la qualità che vorremmo, che possiamo acquisire. Giova a noi e agli altri.

7° Festival della Storia Passioni Ancona 11 settembre – 14 settembre 2025

Democrazie, non fragili, ma complesse #paradoXaforum

Fra pochi giorni sarà in libreria il primo importante libro di Giovanni Sartori, Democrazia e definizioni, pubblicato dal Mulino nel 1957. Come avrebbe poi teorizzato, Sartori scriveva contro, vale a dire criticando le definizioni di democrazia date dai comunisti e dai benpensanti non solo a sinistra negli anni quaranta e cinquanta del secolo scorso. Quel contesto era particolarmente significativo. Quelle definizioni, spesso accompagnate da aggettivi distorcenti, democrazia “guidata”, pleonastici e fuorvianti, democrazie “popolari”, erano spesso strumento di lotta politica e ideologica. Forse oggi c’è bisogno di dire e sottolineare che Sartori riteneva e argomentava che la democrazia liberale era la forma migliore di democrazia. Condivido, sapendo che Sartori fu sempre attento alle possibili declinazioni pratiche delle democrazie liberali. Qui sta il punto che merita un approfondimento.

Le democrazie, a partire da quelle liberali, sono, come, senza fantasia ripetono non pochi commentatori, “fragili“? Quest’aggettivo non compare negli scritti di Sartori et pour cause, cioè non per caso. Infatti, né le democrazie liberali né la democrazia di Sartori possono mai essere definite fragili, castelli di carte. Quell’insieme di diritti, civili e politici, talvolta anche sociali, e di istituzioni separate (merci, Montesquieu), che è costitutivo delle democrazie, non è affatto fragile. Merita, anche quando non è accompagnato da una società, uso gli aggettivi preferiti dagli americani, ”robusta e vibrante”, l’aggettivo complesso. Poi, caso per caso, si potrà indagare se complesso implica anche e a quali condizioni vulnerabile. Non necessariamente.

Certamente, la democrazia di Weimar (1919-1933), alla quale nessuno ha mai attribuito l’aggettivo fragile, fu politicamente e istituzionalmente molto complessa e si dimostrò anche vulnerabile. In quanto drammaticamente tale continua a essere oggetto di una molteplicità di analisi anche ottime sulle cause del suo crollo. Ma, fermo restando che si contano sulle dita di una mano le democrazie apparse e cresciute dopo il 1945, dopo il 1974 e dopo il 1989 (le ondate di democratizzazione di cui ha convincentemente scritto nel 1991 Samuel P. Huntington), quali sarebbero di grazia le democrazie “fragili”?

Soltanto di una democrazia del secondo dopoguerra è possibile affermare con certezza che è “caduta”: il Venezuela. Gli analisti sono concordi che la causa principale, il fattore scatenante fu l’implosione dei due partiti che garantivano la politica democratica e competitiva, non la fragilità delle istituzioni venezuelane. Quel che è sicuro è che l’autoritarismo di Maduro è tutt’altro che solido. Tuttavia, il discorso su presunta fragilità, complessità e vulnerabilità delle democrazie non deve essere abbandonato. Insieme a molti errori definitori e talvolta, più gravi, analitici (non è vero che le democrazie “muoiono”, accertabile è che vengono assassinate, per lo più dalle elites politiche, economiche, militari, persino religiose), alcuni studiosi hanno finalmente colto i punti più importanti, spesso decisivi. Erosione e backsliding, scivolamento all’indietro, retrocessione sono i due fenomeni più preoccupanti.

   Quando i diritti dei cittadini vengono limitati e cancellati e l’autonomia di ciascuna delle istituzioni, in particolare quella del sistema giudiziario, viene ferita e ridimensionata, allora comincia un procedimento pericolosissimo che colpisce prima la qualità di quella democrazia, poi, la sua funzionalità, infine, la sua esistenza. Niente di questo risulta comprensibile a chi lo guarda dalla finestra della fragilità, meno che mai sapendo come bloccarlo. Mantenere la complessità suscitando pluralismo è, Sartori approverebbe, la ricetta dei difensori della/e democrazia/e.

Pubblicato il 4 settembre 2025 su PARADOXAforum

VIDEO Democrazia, riforme istituzionali e rappresentazione politica: un dialogo tra consapevolezza storica e il senso del presente – Asterischi – Festival di idee e di dettagli Venti25 #Carloforte #SU #intervista @fraschianchi @asterischi_

Francesca Schianchi intervista Gianfranco Pasquino

Pasquino:“Attori del disordine” #intervista @Key4biz Cina, Russia e India pronti alla nuova governance globale anche sulla tecnologia.

SCO 2025. Cina, Russia e India pronti alla nuova governance globale anche sulla tecnologia.

di Flavio Fabbri | 2 Settembre 2025

Il vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai segna un passo in avanti nell’asse Pechino-Mosca-Delhi. Infrastrutture, materie prime, tecnologie e dazi americani ridisegnano gli equilibri globali, rafforzando la cooperazione asiatica e mettendo in discussione vecchi ordini. L’intervento di Gianfranco Pasquino.

Difficile dire quali saranno le conseguenze concrete del vertice dell’Organizzazione per la cooperazione tenutosi a Shangai. Per quel che sappiamo pare opportuno che il giudizio rimanga per metà sospeso e per metà meriti di essere piuttosto negativo. Certamente quegli stati e i loro leader non sapranno costruire un nuovo ordine mondiale. Hanno contribuito per insipienza e per prepotenza al disordine. Non hanno elaborato e diffuso idee sulle loro preferenze (ma qualche riprovevole fattaccio, sì). Non risolveranno il problema, ma continueranno ad essere parte cospicua di quel problema“, ci ha spiegato Gianfranco Pasquino, accademico dei Lincei, Professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna.

La dichiarazione di Tianjin sul “rispetto del diritto dei popoli a scegliere in modo indipendente e democratico i propri percorsi di sviluppo politico e socio-economico” è CLAMOROSAMENTE contraddetta – ha proseguito Pasquino – da un lato, dalla continuazione dell’aggressione russa all’Ucraina, dall’altro, dalle palesi mire della Cina su Taiwan nonché dalle modalità di “normalizzazione” di Hong Kong (da non dimenticare). Per di più, come opportunamente nota Flavio Fabbri, “Pechino reclama un ruolo chiave e di guida” (sicuramente non basato sul soft power) che, la Russia forse sarà costretta a riconoscere, ma che l’India proprio non può permettersi di accettare“.

Tutti o quasi guidati in maniera autoritaria, con l’eccezione democratica dell’India che Modi sta erodendo, gli stati firmatari condividono due caratteristiche fondamentali: un notevole livello di repressione e un alto grado di corruzione politica, economica, sociale. Su questi due pilastri non si costruirà nessun nuovo ordine internazionale. Anzi, ben presto emergeranno le contraddizioni nei comportamenti dei firmatari e nelle loro interazioni.
In maniera molto ingenerosa, si critica l’Europa per la sua assenza, quasi rassegnazione. Ma a che cosa? L’Unione Europea è impegnata su una pluralità di fronti in azioni di cooperazione allo sviluppo e di sostegno internazionale. Deve legittimamente astenersi da critiche esplicite a fenomeni incompiuti che non può in nessun modo condividere. La sua stessa esistenza e le sue attività mantengono accesa la torcia dei diritti umani e della democrazia. Lo sanno benissimo tutti i migranti che approdano sulle spiagge europee perché in Europa vogliono venire a vivere, lavorare, fare crescere i figli, persino tornare a fare politica
“, ha precisato Pasquino.

Quando nascerà un nuovo ordine internazionale decente post-liberale, alcuni dei governanti dello SCO avranno perso le loro cariche e, forse, i precedenti degli autoritarismi repressivi insegnano, anche la vita. Quel nuovo ordine non avrà nulla o quasi da spartire con le ambizioni egoiste, gli interessi particolaristici e gli opportunismi dei firmatari della dichiarazione di Tianjin.  Saranno i principi e i valori dell’Unione Europea a costituirne le fondamenta“, ha sottolineato Pasquino.

Le fatiche di Sisifo della sinistra multiforme @DomaniGiornale

Da qualche tempo, forse più che nel recente passato, per intenderci ai tempi dei governi guidati da Berlusconi, le opposizioni italiane si (rap)presentano all’elettorato e all’opinione pubblica in maniera frammentata e particolaristica, conflittuale al loro interno, improponibili come governanti. In parte consapevolmente e deliberatamente, in parte anche, va detto, con egoismo e insipienza, sembrano avere deciso che ciascuna di loro rappresenta una sua parte di elettorato, che a ciascuna di loro viene appaltata quasi in esclusiva una tematica importante.

   Coerentemente con la sigla prescelta, Alternativa Verdi e Sinistra si definisce con riferimento alle tematiche ambientali, affidate a Bonelli, e alle tematiche sociali più antagoniste (quelle sulle quali il Partito Democratico è più timido) riserva di Fratoianni, sempre televisivamente ripresi insieme (par condicio). Lasciato un po’ (troppo) sullo sfondo il reddito di cittadinanza, le 5 Stelle di Giuseppe Conte, lui più che altri, si caratterizzano come il partito più contrario alla guerra con tutte le ambiguità del caso. Dal canto loro, Renzi e Calenda sono essi stessi tutto un programma personalistico e non esitano a rimarcarlo in maniera più o meno plateale ogniqualvolta possibile, preferendo farlo con prese di distanza rispetto alle posizioni del Partito Democratico.

   In quanto vero e proprio, anche se spesso insoddisfacentemente, partito, il PD non può limitarsi a possedere una sola preminente e prominente tematica che lo caratterizzi una volta per tutte. In aggiunta alla sanità e al salario minimo garantito (che non merita di essere lasciato appassire), deve avere una pluralità di offerte e di posizioni programmatiche e deve cercare di fare sintesi con quelle dei potenziali e indispensabili alleati. Al suo interno, e non soltanto perché la segretaria Elly Schlein da quell’interno, che poco si concilia con alcune sue propensioni di movimento, non viene e poco lo conosce, stanno diverse “sensibilità” che cercano di manifestarsi, per l’appunto intorno ad una tematica. Di recente, sono stati i cattolici, sì, lo so, molto più di una semplice tematica, piuttosto un posizionamento (ideale?), a esprimere il loro disagio. La sostanza complessiva è che l’elettorato percepisce una immagine variegata delle opposizioni che, talvolta attrae e talvolta respinge, a seconda dei luoghi e della prevalenza non del tutto casuale di uno o di altro oppositore.

Marciare separati per offrire il massimo di rappresentanza ad una società frammentata e conflittuale, agitata da interessi particolaristici è comprensibile. Può servire e riuscire, ma è una fatica di Sisifo. Richiede determinazione, pazienza e raffinatezza. Si esaurisce di volta in volta. Per stare alle parole della politica, il campo deve essere definito, popolato e allargato costantemente. Per colpire uniti, che è la seconda, decisiva fase, se non ad una unità impossibile, forse neppure desiderabile, da chi crede che il pluralismo è la vera ricchezza, è essenziale non soltanto formulare un programma, non una sommatoria, coerente, ma dimostrare molto più che la semplice condivisione e intenzione di sostenerlo. Invece, nelle aule del Parlamento, nel salotti dei talk televisivi, sui social, nelle piazze, i dirigenti delle opposizioni ricercano la loro visibilità segnalando quanto gli altri siano distanti e, soprattutto, siano in errore, sbaglino. Gli elettori vedono e sentono, alcuni se ne dolgono e se ne vanno (lontano dalle urne). Pochi, non sufficienti, si lasciano attrarre da promesse contrastanti. Altri, lo sappiamo da diverse ricerche, non vogliono un governo attraversato da tensioni che potrebbero essere paralizzanti se non letali.

Sarebbe sbagliato chiedere alle opposizioni di appiattirsi abbandonando temi cari e importanti per l’lettorato, ma se non riescono ad elaborare una credibile prospettiva di governo non all’ultimo minuto, il futuro loro e quel che più conta dei loro elettori sarà triste e gramo.

Pubblicato il 3 settembre 2025 su Domani

INVITO I principi della Costituzione e le politiche della destra #30agosto Festa dell’Unità #ReggioEmilia @PdReggioEmilia

30 AGOSTO ore 20
Tenda Dibattiti Raffaele Leoni
I principi della Costituzione e le politiche della destra
Gianfranco Pasquino, Professore emerito di Scienza politica, Università di Bologna
Dialoga con: Ermete Fiaccadori, Presidente ANPI Reggio Emilia.

Per arrivare alla pace servono veri mediatori @DomaniGiornale

A nessuno sono note le capacità di mediazione del Presidente Trump. Al contrario, le sue esternazioni all’inizio del secondo mandato (tertium non datur!) hanno mostrato propensioni autoritarie e impositive che mal si conciliano, anzi, per niente, con gli assi portanti di qualsiasi mediazione minimamente efficace e produttiva. Infatti, i suoi maldestri passi non hanno finora prodotto nulla di positivo e molto di deprecabile. L’accettazione del cessate il fuoco, tra Russia e Ucraina e tra Netanyahu e Hamas, deve costituire senza se senza ma la premessa imprescindibile di un negoziato che conduca in tempi necessariamente non predefinibili ad una pace decente (sì, lo so che il mantra è “pace giusta e duratura”, ma non sembra funzionare). I mediatori non dovrebbero porsi nessun altro obiettivo né quello di ottenere il conferimento del Premio Nobel per la pace né quello della trasformazione delle spiagge della striscia di Gaza in una riviera internazionale di lusso. I desideri di Trump lo squalificherebbero fin dall’inizio come mediatore credibile se non fossero sostenuti dalla potenza militare gli USA e dalle dimensioni spropositate del suo ego. Quello che è da temere ancor più è la sua visione complessiva, espressa politicamente e visivamente nell’incontro in Alaska con l’autocrate Putin, di come ricostruire l’ordine internazionale, vale a dire con accordi bilaterali. Chi vuole mediare non deve stendere nessun tappeto rosso, meno che mai omaggiando l’aggressore né, naturalmente, deve continuare a vendere armi al governo israeliano.

Trump non è né il mediatore ideale né l’unico mediatore possibile anche se è inevitabile. L’Unione Europea ha l’obbligo politico e, lo scrivo con convinzione, morale di rivendicare un posto di rilievo al tavolo delle trattative. Lo può fare e deve cercare di farlo fin da adesso se le sue autorità, a cominciare dalla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen e l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri Kaja Kallas, prendono l’iniziativa. A quel tavolo dovrebbe essere presente e avere un ruolo anche il segretario generale delle Nazioni Unite. Però, sono consapevole che per le sue posizioni espresse in maniera imprudente e talvolta esagerata, Antonio Guterres è persona sgradita tanto a Zelensky quanto a Netanyahu (che gradisce solo se stesso).

La situazione generale dei due conflitti mi pare talmente grave, complicata, potenzialmente foriera di sviluppi ancora più drammatici da richiedere qualche innovazione che potrebbe essere sostenuta dai policy-makers di una pluralità di stati, anche, forse soprattutto, dai Volenterosi e dalle loro opinioni pubbliche. Non soltanto credo che sarebbe opportuno che a Putin e Zelensky e a Netanyahu e Hamas venisse chiesto di suggerire un certo, piccolo, numero di mediatori a loro graditi e nei quali hanno fiducia, ma anche che emergessero candidature autorevoli di personalità di indiscusso prestigio dotate di competenza in materia. Finora sono circolate idee vecchie, inadeguate, senza retroterra storico-culturale, talvolta essenzialmente desideri, non tutti pii, purtroppo alcuni piuttosto empi.

Più pensieri più proposte più soluzioni verranno affacciate meglio sarà e più probabile sarà trovare le strade da percorrere oggi e domani perché certo porsi anche il compito di evitare la riproposizione di conflitti simili è oramai imperativo.

    Tutto questo sembra un futuribile alquanto improbabile a sostegno del quale, peraltro, non sarebbe difficile sollecitare riflessioni condivise, valutazioni dei pro e dei contro, indicazioni che i protagonisti, da Trump ai governi in conflitto e ai loro sostenitori, siano in linea di principio disponibili a muoversi in questa mai sperimentata direzione che, peraltro, presenta, a mio parere, più opportunità che rischi. L’alternativa è sotto gli occhi di tutti: prosecuzione dei conflitti e dei massacri che creano anche situazioni peggiori nelle quali trattare e costruire futuri accettabili.

Pubblicato il 27 agosto 2025 su Domani

Sarebbe un errore fatale rendere essenziale l’alleanza con i 5Stelle… #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Riccardo Tripepi

Con l’avvicinarsi delle prossime elezioni regionali, si intensifica il clima da campagna elettorale e per quel che attiene il centrosinistra, si discute sulle reali possibilità del campo largo in sperimentazione di strappare qualche regione al centrodestra e, soprattutto, sulla tenuta dell’alleanza tra PdMovimento 5 Stelle e le forze centriste. L’ennesimo scontro tra il leader di Italia Viva Matteo Renzi e l’omologo di Azione Carlo Calenda, da questo punto di vista, non fa ben sperare. Per analizzare lo scenario in continua evoluzione abbiamo discusso con Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica e autore del saggio In nome del popolo sovrano – Potere e ambiguità delle riforme in democrazia.

Professore, come si presenta il centrosinistra in vista delle prossime elezioni regionali?

Il centrosinistra, per una volta, si presenta meglio del solito. Non ci sono state rotture irreparabili, e le marce di avvicinamento fra le diverse componenti sembrano più convincenti che in passato. Non tutto è risolto, ma si aprono degli spiragli per riuscire a fare qualcosa in più rispetto al recente passato. Penso che il centrosinistra possa giocarsi la vittoria in quattro o cinque regioni. Se riuscisse a conquistare anche la Calabria, sarebbe un risultato di grande rilievo. La partita in Veneto, invece, sarà molto più difficile. Nel complesso, però, arriva a questa tornata elettorale in condizioni migliori rispetto alle precedenti.

Matteo Renzi, dalla sua newsletter, ha indicato come «indispensabile» un’alleanza con i Cinque Stelle per costruire un vero campo largo. È d’accordo?

L’alleanza con i Cinque Stelle è importante, ma non dev’essere vista come una condizione imprescindibile. Il centrosinistra non può permettersi di dipendere interamente da questa intesa. La retorica che rende il Movimento Cinque Stelle “essenziale” per qualsiasi campagna o strategia elettorale è sbagliata. Sono alleati importanti ma non sono da considerare fondamentali per ogni campagna elettorale e per ogni elezione. Gli accordi vanno poi verificati caso per caso.

Il leader di Azione Carlo Calenda ha reagito con durezza alle parole di Renzi, dicendo che Azione non sosterrà mai candidati comuni con i Cinque Stelle…

Calenda reagisce male per abitudine, direi quasi per riflesso. Ma non è mai in grado di proporre un’alternativa credibile. È sbagliato porre veti perfino all’inizio della discussione. E sbaglia anche nel valutare il proprio peso politico: si illude di essere decisivo, ma finora è stato determinante solo nelle sconfitte. Un atteggiamento costruttivo sarebbe quello di contribuire alla definizione di candidature e programmi credibili, non certo quello di alzare barricate.

Lo stato di salute dei rapporti tra Pd e Movimento 5 Stelle, invece, come lo valuta?

Deve ancora migliorare. Le alleanze regionali e comunali dovrebbero essere decise in base alle dinamiche locali, non imposte dall’alto. È un errore che Conte e Schlein non devono commettere. Ogni territorio ha le sue peculiarità, e gli accordi vanno costruiti sul campo, coinvolgendo i gruppi dirigenti locali. I diktat nazionali producono solo risentimenti e fallimenti.

Per qualche interprete Pd e Movimento Cinque Stelle si stanno dividendo il Paese: il Pd punta al Centro- Nord, il Movimento al Sud, puntando anche al reddito di dignità regionale, parente stretto del reddito di cittadinanza. È così?

Può succedere che si formino queste dinamiche. Ma non bisogna esagerare con le semplificazioni. Prendiamo l’esempio di Roberto Fico in Campania: non mi pare stia interpretando una linea che punti esclusivamente verso politiche di tipo assistenzialista. È chiaro che al Sud servano anche politiche di sostegno, ma non ci si può fermare lì. Serve una strategia di sviluppo, una visione strutturata. Diversamente, si perpetua l’idea che il Sud sia solo una terra da aiutare e non da valorizzare. Ma non mi sembra strano che si offra sostegno alle aree più deboli del Paese.

E il centrodestra? Come arriva a questa tornata elettorale?

Il centrodestra parte da una posizione di forza: è al governo e ha una leader indiscussa, Giorgia Meloni, che riesce a tenere insieme la coalizione e a controllare tutto. I suoi vice Antonio Tajani e Matteo Salvini non sono in grado di insidiarle la leadership. E poi i leader del centrodestra sanno perfettamente che devono stare insieme, non uniti, per vincere. Questo garantisce stabilità all’alleanza che può anche concedere qualche sciagurato giro di valzer a qualche attore e soprattutto a Matteo Salvini che ha bisogno di visibilità. Alla fine, però, si ricompattano sempre.

Secondo lei il risultato delle elezioni regionali può influire sulla tenuta del governo Meloni?

Credo di no. Il governo deve andare avanti sia sul piano nazionale che su quello internazionale. Le elezioni regionali hanno una loro dinamica distinta e non determinano automaticamente ripercussioni sulla tenuta dell’esecutivo. Vale per qualsiasi maggioranza, di destra o di sinistra: governare significa assumersi la responsabilità di guidare il Paese, indipendentemente dall’esito delle consultazioni locali.

Pubblicato il 27 agosto 2025 su Il Dubbio

INVITO Democrazia, riforme istituzionali e rappresentazione politica: un dialogo tra consapevolezza storica e il senso del presente – Asterischi – Festival di idee e di dettagli Venti25 #23agosto #Carloforte #SU

CARLOFORTE 23 AGOSTO ore 19.30
Piazza Repubblica – Dai Barüffi

Gianfranco Pasquino, ospite di @asterischi_

Politologo, ha studiato Scienza Politica con Norberto Bobbio all’Università di Torino e si è specializzato in Politica Comparata con Giovanni Sartori a Firenze. Professore titolare di Scienza Politica all’Università di Bologna dal 1969 al 2012, è stato nominato Professore Emerito nel 2014. Attualmente è docente adjunct al SAIS-Europe di Bologna e Life Fellow del Clare Hall di Cambridge; è stato anche Fellow a Oxford.

È stato direttore della storica rivista Il Mulino (1980–1984) e tra i fondatori e caporedattori della Rivista Italiana di Scienza Politica. Pasquino è Socio dell’Accademia dei Lincei dal 2005.

Autore di numerosi saggi, tra cui Parole della politica (2010), Cittadini senza scettro. Le riforme sbagliate (2015), La Costituzione in trenta lezioni (2015), L’Europa in trenta lezioni (2017), Deficit democratici (2018), In nome del popolo sovrano (2019) e Il lavoro intellettuale. Cos’è, come si fa, a cosa serve (2023), è una delle voci più autorevoli sulla trasformazione delle istituzioni e sulla crisi della democrazia contemporanea.

Con lui rifletteremo su democrazia, riforme istituzionali e rappresentazione politica: un dialogo tra consapevolezza storica e il senso del presente.

Appuntamento ad *asterischi, insieme a Francesca Schianchi, il 23 agosto ore 19:30.