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Avanti con l’Unione Europea #introduzione a Massimo Riva, L’Europa che non c’è, Pisa University Press

Avanti con l’Unione Europea

L’Unione Europea è il più grande spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo. Non ha una Costituzione, come le rimprovera amaramente Massimo Riva, ma neppure la vecchia Gran Bretagna, vero, inimitabile modello politico per tutti i sinceri democratici, ha una costituzione scritta. Laddove i britannici fanno riferimento agli Atti del Parlamento, alle sentenze della magistratura e alle loro tradizioni, gli europei sanno di potere contare sui Trattati approvati nel corso di 75 anni di vita, in particolare sull’ultimo, il Trattato di Lisbona (2007), che nei suoi articoli ha certamente rango costituzionale.

Quello spazio ha garantito ad almeno oramai tre generazioni di europei quello di cui i Padri Fondatori e i loro predecessori, nonni e bisnonni, non avevano potuto mai godere: pace, e prosperità. Nessuna guerra ha avuto luogo fra potenze che avevano causato due guerre mondiali e tutti i paesi che hanno aderito nelle diverse fasi all’Unione sono oggi più prosperi. Sono anche democratici essendo la democrazia uno dei requisiti essenziali per l’adesione e la permanenza. In seguito all’aggressione russa all’Ucraina gli europei si sono resi dolorosamente conto che la pace e la prosperità vanno difese oggi, e domani, con una politica armata comune. Riva ha parole giustamente sprezzanti nei confronti dei pacifisti. Le condivido poiché, fra l’altro, ritengo che i pacifisti indeboliscono l’Unione Europea, sono nemici del processo di unificazione che deve essere protetto anche da sistemi di difesa comune, e perché un’Unione indifesa non sarebbe in grado di svolgere nessuna attività di pace.

Mi pare molto importante ricordare a tutti, non solo ai cosiddetti “sovranisti”, più o meno orgogliosi, e agli euroscettici, più o meno ignoranti, che il sistema politico-istituzionale dell’Unione Europea configura una democrazia di buona qualità. Ha un tutt’altro che inutile e non debole Parlamento che offre efficace rappresentanza ai cittadini dei ventisette Stati-membri grazie ai parlamentari da loro eletti e contribuisce notevolmente alle attività della Commissione Europea. A sua volta la Commissione, che può essere considerata il braccio esecutivo, il motore dell’Europa, è un organismo che esprime al meglio, con un commissario per Stato membro, le preferenze e gli interessi degli Stati-membri, portandoli al livello superiore, cioè quello europeo.

   Condivido con Riva l’insoddisfazione nei confronti della Commissione attuale e soprattutto della Presidente in carica, che mi pare fin troppo appagata dal suo essere oramai entrata nella storia. Ma se il convento, ovvero i governi degli Stati-membri, non ha passato di meglio, non è giusto criticare l’Unione Europea. Piuttosto dobbiamo interrogarci sul declino della qualità del personale politico europeo a tutti i livelli. Certo, però, gli USA dimostrano che è possibile fare peggio, molto peggio.

  Chi critica la democrazia nella e della Unione Europea abitualmente ha due (facili) bersagli: il Consiglio dei capi di Stato e di governo e il voto all’unanimità. Quanto al Consiglio bisogna volere e sapere distinguere. La sua composizione è sicuramente democratica. Ciascuno dei capi di governo è espressione della maggioranza elettorale e politica del suo paese. Se perde la maggioranza lui/lei sarà sostituito da chi ha conquistato la maggioranza. Meglio di così francamente non si può. Preoccupante, piuttosto, è il funzionamento del Consiglio, in particolare, il fatto che su determinate materie, ad esempio, la politica estera e di difesa e la politica fiscale, per decidere è indispensabile l’unanimità.

   Tantissimi anni fa ho imparato da Norberto Bobbio che l’unanimità non è una procedura democratica di voto. In pratica serve a difendere lo status quo, gli interessi acquisiti. Con grande generosità potremmo sostenere che l’unanimità è l’arma che consente ai piccoli di non venire schiacciati dai potenti. Poiché, però, ne sappiamo di più dobbiamo subito aggiungere che, politicamente, troppo spesso la procedura di voto unanime contiene deplorevoli possibilità di manipolazione e ricatto e consente di metterle in atto.

   C’è manipolazione, a monte, quando, per lo più informalmente, un capo di governo fa sapere che quella specifica decisione sarà da lui bloccata a meno che venga (ri)scritta seguendo le sue preferenze. C’è vero e proprio ricatto quando, di fronte ad una proposta elaborata dalla Commissione, un capo di governo fa sapere, più o meno trasparentemente, che non la voterà a meno che gli venga dato qualcosa in cambio. L’ungherese Viktor Orbán ha frequentemente, cinicamente fatto ricorso sia alla manipolazione sia al ricatto, spesso ottenendo quel che voleva oppure bloccando quel che non gradisce. Naturalmente, è molo probabile che, informalmente e riservatamente, anche altri capi di governo abbiano tratto vantaggio dalla loro indispensabilità con qualche scambio improprio.

   Da qualche tempo esiste un accordo diffuso sulla opportunità di abolire del tutto il voto all’unanimità, ma, al proposito, il gatto si morde la coda. Infatti, per abolire l’unanimità è necessario un voto all’unanimità! Comunque, sono convinto che è solo questione di tempo (ma anche di insondabili volontà politiche). Succederà.

Peraltro, si potrebbe procedere anche altrimenti, ad esempio, come suggerisce Riva e come condiviso da molti, me compreso, progettando e ponendo in essere una Europa a più velocità. Più materie importanti decise da chi ci sta perché vuole avanzare verso maggiore integrazione più rapidamente è una soluzione sulla quale saggiare la convergenza di quanti e quali Stati membri. Disponiamo già di un esempio più che positivo: l’Euro moneta comune di 20 dei 27 Stati membri. Quel che si è fatto per l’Euro potrebbe essere fatto anche per altri ambiti: banche, fisco, tassazione dei colossi del web, difesa, immigrazione? Non partiamo da zero e sulla scorta delle preziose indicazioni contenute nell’importante Rapporto Draghi, l’Unione Europea potrebbe fare passi da gigante, proprio come vorrebbe Massimo Riva.

Aggiungo quella che a mio modo di vedere è molto più che una postilla. Le decine di milioni di migranti che rischiano la vita per approdare in Europa fanno giorno dopo giorno un omaggio incommensurabile all’Unione Europea e, naturalmente, anche all’Italia. Non è soltanto un omaggio alle opportunità di lavoro, ma anche alle condizioni e alle prospettive di vita per loro e i loro figli. Non sottovalutiamo queste motivazioni. 

Cosa manca, dunque, per procedere e che cosa sarebbe necessario? Fermo restando che i sovranisti, che chiedono a gran voce che la loro Nazione si riappropri della sovranità, si badi, non perduta, ma consapevolmente ceduta ieri e condivisa oggi a livello europeo, praticano un balordo gioco di interdizione, quel che è indispensabile è una leadership all’altezza. E allora, mi esibisco nel wishful thinking, nel rendere pubblici i miei pii desideri nella aspettativa più che fondata che l’autore di questo libro li condivida.

Vedo due carenze, entrambe significative entrambe rimediabili nessuna delle due adeguatamente discussa nel dibattito pubblico e solo sfiorate da Massimo Riva. La prima carenza è stata ampiamente evidenziata dal Rapporto stilato da Enrico Letta (Molto più di un mercato, Bologna, il Mulino, 2024). Consiste nel mancato completamento del Mercato Unico. La strada rimane tracciata, ma troppi governanti europei e troppi alti burocrati a Bruxelles e dintorni non sembrano particolarmente dinamici e innovativi. C’è molto che si può e si deve fare, forse, a questo punto, costretti ad agire anche per dare risposte efficaci ai dazi scelleratamente (im)posti dal Presidente Trump. La seconda carenza riguarda la leadership.

   Tutt’altro che priva di capacità e qualità, Ursula von der Leyen ha iniziato il suo secondo mandato (2024-2029) forse troppo preoccupata dalla consapevolezza che la maggioranza che la ha rieletta e la sostiene è meno coesa e meno convintamente europeista. Di conseguenza, la Presidente non si spinge avanti, non cerca di innovare, non vuole rischiare contraccolpi e indebolimenti. Comportamento comprensibile, ma, soprattutto nell’attuale situazione internazionale che richiede iniziative, dannoso.

   Quello della leadership politica e democratica è sempre stato, solo da ultimo a livello delle istituzioni europee, un problema molto complesso. In quanto professore di Scienza politica mi sento autorizzato a sostenere che le grandi leadership, quelle che fanno la differenza, emergono in tempi di crisi gravi e in seguito a conflitti seri e profondi. Anche se non ci troviamo in un periodo brillante, l’Unione europea non è a questo stadio. Se, però, crediamo che il problema della leadership esiste, personalmente ne sono convinto, allora bisognerà pensare a modalità elettive della Presidenza che siano in grado di dare una risposta in termini di coinvolgimento dei cittadini europei, di maggiore partecipazione, di effettiva influenza. Con qualche nostalgia vorrei discuterne con Jean Monnet (1888-1979) e con Altiero Spinelli (1907-1986) le capacità e le energie dei quali si sommarono molto positivamente. Suscitata la vostra curiosità, non svelo le mie carte. Attendo per farlo che Riva voglia andare oltre quanto ha qui utilmente scritto fra passione e delusione. Si può; si deve. Buona lettura.

Bologna (Europa), agosto 2025                                                                                   Gianfranco Pasquino

Introduzione a
Massimo Riva, L’Europa che non c’è, Pisa University Press, 2025,
PP- 7-11

Massimo Riva, L’Europa che non c’è, Pisa University Press, 2025,
PP- 7-11

L’ordine liberale è morto da anni. L’interregno genera mostri @DomaniGiornale

L’ordine politico internazionale liberale è venuto meno da più di un decennio. Era definito liberale in quanto basato sul riconoscimento, la protezione e la promozione dell’autonomia degli Stati e dei diritti e delle libertà dei cittadini. Soltanto parzialmente e non dappertutto riuscì a conseguire questi obiettivi. Pertanto è giustamente criticabile. Però, in qualche modo garantì che le due superpotenze USA e URSS non si facessero la guerra e che, seppure grazie all’equilibrio detto “del terrore” poiché motivato dall’imperativo di evitare un devastante conflitto nucleare, sul continente europeo si avessero decenni di pace. Altrove, certo non mancarono i conflitti armati, alcuni, quelli relativi alla decolonizzazione, tanto inevitabili quanto complessivamente positivi. Con il crollo dell’URSS prima, che per qualche tempo lasciò gli USA, come scrisse acutamente Samuel Huntington, superpotenza “solitaria”, e con la lenta, ma inarrestabile, crescita della Cina, il vecchio ordine è quasi del tutto scomparso, ma un nuovo ordine non si è affermato. Non è neppure alle viste. Nell’interregno, vale l’affilata, troppo spesso dimenticata, visione di Antonio Gramsci: proliferano i germi della degenerazione, “nascono i mostri”.

Nessuno sembra sapere dire quanto sia diffusa la consapevolezza della pericolosità dell’interregno. In misure e con modalità diverse, tre protagonisti: Russia, USA e Cina, stanno cercando di trarre il massimo vantaggio dalla situazione esistente. Per dirla con Fukuyama, le liberal-democrazie, che erano riuscite a porre fine vittoriosamente alla storia della Guerra Fredda e del conflitto, non soltanto ideologico, con il comunismo, sono chiamate a combattere una nuova guerra, quella della costruzione di un nuovo ordine internazionale. Ed è tutta un’altra storia.

C’è chi, come Putin, vorrebbe tornare al passato, ma neppure un’improbabile vittoria in Ucraina glielo consentirebbe poiché il costo di quella guerra è la sua ormai evidente pesante dipendenza dalla Cina. C’è chi, come Trump, si gioca tutto il potere tentando di restituire la grandezza per gli USA a costo di distruggere con i dazi da lui tesso imposti uno dei pilastri dell’ordine mondiale che fu: il commercio regolamentato. Non a caso la libertà di circolazione dei beni e dei servizi, delle persone e delle idee è considerata uno dei grandi successi dell’Unione Europea. C’è chi, last but not least, come il neo-primo ministro giapponese, la conservatrice Sanae Takaichi, annuncia dopo l’incontro con Trump che la via da seguire sono gli accordi bilaterali. Alla faccia dell’appartenenza del Giappone all’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN). C’è anche chi, come il Presidente argentino Milei, accolto di recente con grande empatia dal capo del governo italiano, si fa comprare come un vassallo la vittoria nelle elezioni di metà mandato, accettando il ricatto di un cospicuo prestito elargito da Trump. Ubi sovranista maior sovranista minor cessat.

Tutti i “sovranismi”, nessuno escluso, da un lato, cercano accordi e favoritismi personalizzati; dall’altro, si oppongono a prospettive più ampie di collaborazione che potrebbero condurre ad un nuovo ordine internazionale. Da questo punto di vista, l’incontro fra sorrisi e ammiccamenti di Giorgia Meloni con il filoputiniano Viktor Orbán è stato assolutamente deplorevole. Ha segnalato affinità che non possono avere spazio in una Unione europea che voglia essere protagonista nella costruzione del prossimo, necessario, ordine politico internazionale. All’uopo, non è plausibile stare con Trump, che vuole indebolire l’Unione Europea, e neppure, come rivendica Giorgia Meloni, stare con l’Occidente e rappresentarlo. Mai semplice (sic) dato geografico, oggi più che mai, l’Occidente, luogo di valori, diritti, libertà, va (ri)costruito nell’ottica non del sovranismo intimamente egoistico, ma in quella di un internazionalismo aperto. C’è davvero molto da fare con amici e alleati affidabili.

Pubblicato il 29 ottobre 2025 su Domani

Un bella domenica italiana al Corriere #ParadoXaForum

Il “Corriere della Sera” di domenica 26 ottobre 2025 nelle pagine della Cultura con risalto riferisce annuncia che una giuria presieduta da Aldo Cazzullo, che cura la pagina quotidiana “Lo dico al Corriere” e molto altro molto spesso scrive, ha premiato un libro scritto da Massimo Gramellini, responsabile per il “Corriere” della rubrica di prima pagina “Il Caffè”. Sabato 25 ottobre Aldo Cazzullo è stato ospite della trasmissione “In altre parole” condotta da Massimo Gramellini per rete televisiva La7. Urbano Cairo è il presidente del Gruppo Cairo Communication, proprietario de La7, e di RCS MediaGroup che controlla diverse testate giornalistiche fra le quali il “Corriere della Sera”.

Soltanto facendo mostra di molta ipocrisia, di cui, più che un merito, è un semplice fatto, non sono possessore, potrei limitarmi a dire: primo, sono tutti bravi e si meritano premi e partecipazioni; secondo, si tratta di coincidenze casuali. Ho citato alcuni pochi casi perché si sono presentati tutti insieme in nemmeno quarant’otto ore. Da attento lettore del “Corriere” sono in grado di assicurare che nel corso dell’anno questo fenomenale incrocio di scambi è frequentissimo. Comporta come prima tangibile conseguenza che per vincere un premio letterario bisogna fare in qualche modo parte di quello che un giornalista del “Corriere” definisce “circoletto”. Sarebbe utile, forse doveroso esplorare le presenze, contarle, classificarle. Compito tanto importante quanto deprimente.

Seconda considerazione: i giornalisti del “Corriere” si recensiscono a vicenda e le loro reciproche recensioni occupano grande spazio, qualche volta hanno addirittura il richiamo in prima pagina. Non ricordo di avere mai letto recensioni critiche né, meno che mai, stroncature dei libri dei componenti il “circoletto”. Più in generale, la regola che mi è stata autorevolmente riferita è che le firme del Corriere debbono astenersi nella maniera più assoluta dal criticarsi l’un altro. Persino, Giovanni Sartori a malincuore vi si uniformò. Quelle recensioni elogiative a piena pagina costituiscono spesso il biglietto da visita per gli inviti ai Festival dei libri nonché l’anticamera dei premi. Vale a dire che fanno parte integrante del problema dello strapotere del quotidiano di Via Solferino.

Non sta a me, comunque, non in questa sede, trovare soluzioni a problemi di etica professionale che, evidentemente i giornalisti del “Corriere” non considerano per niente tali. Mi limito a suggerire che, quantolmeno nel caso delle recensioni incrociate, si potrebbe operare diversamente. I recensori dei libri delle firme del Corriere siano tutti esterni, non collaboratori e non aspiranti a diventare tali.

Coda. Nel 50esimo anniversario dell’uccisione di Pier Paolo Pasolini, l’attuale direttore del “Corriere” Luciano Fontana scrive nelle pagine de La Lettura con grande vanto che scandalo non fu l’arrivo di PPP (“reclutato” dall’allora direttore Piero Ottone). “Lo scandalo è considerare il giornale come un fortino in cui si ospitano soltanto le opinioni che si condividono”. Già.

Pubblicato il 27 ottobre 2025 su ParadoXaforum

Meglio il diavolo che conosci: perché Meloni è ancora forte @DomaniGiornale

Appena superato per durata il governo Craxi, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni si avvia a raggiungere i due governi più longevi della Repubblica guidati da Silvio Berlusconi, il II 1287 giorni e il IV 1412 giorni, e a centrare l’obiettivo più ambizioso. Infatti, il governo Meloni I ha notevolissime probabilità di diventare il primo e unico dei finora 68 governi italiani a completare l’intera legislatura 2022-2027. Così facendo, lo scrivo e lo sottolineo, farebbe cadere il presupposto fondante del suo disegno di legge costituzionale che prevede l’elezione diretta del presidente del Consiglio “per il rafforzamento della stabilità del Governo”. Da tempo sappiamo che, da un lato, la stabilità dei governi è effettivamente un problema nelle democrazie parlamentari; dall’altro, che non dipende affatto dalla sua elezione diretta e popolare, che non esiste da nessuna parte. La stabilità dei governi parlamentari dalla Svezia alla Norvegia, dalla Germania alla Spagna dipende dalla coesione politica delle coalizioni e dalla loro condivisione programmatica, con il contributo essenziale, ma variabile, del capo del governo.

Nel caso italiano, sicuramente la leadership governativa di Giorgia Meloni ha fatto la sua parte che i sondaggi rilevano positivamente. Invece, le prestazioni del governo non sono certamente mirabolanti tantomeno se paragonate con gli obiettivi programmatici. In altri paesi esistono istituti che eseguono l’opera meritoria di valutare nella maniera più scientifica possibile il fatto, il non fatto, il malfatto. Qui lascerò da parte le mie preferenze politiche e programmatiche personali e enucleerò sommariamente solo alcune tematiche. L’immigrazione non è stata posta sotto controllo e il tanto vantato centro in Albania per lo più ospita meno di una ventina di persone al costo di parecchie migliaia di euro. Il tasso di crescita economica dell’Italia non è soltanto molto basso, è anche inferiore alla media degli Stati-membri dell’Unione Europea. Vero è che il governo ha riportato il deficit sotto il 3 per cento e, forse, eviteremo la procedura di infrazione, ma il debito pubblico rimane altissimo, 135 per cento del Prodotto Interno Lordo. Il livello medio dei salari italiani è al penultimo posto nell’UE. Il numero delle persone che vivono sotto la soglia della povertà è cresciuto.

Mai una priorità nelle preoccupazioni politiche degli italiani, la politica estera ha, comunque, offerto alla Presidente del consiglio grandi opportunità di mostrare che è una governante tenuta in considerazione, per lo più valutata affidabile e, talvolta, persino, nonostante qualche contraddizione, nient’affatto “cortigiana”, ma con una vicinanza a Trump che la rende relativamente influente. Poiché quel che conta è il parere dell’elettorato non sembra dubbio che nell’insieme Giorgia Meloni ha (re)suscitato una buona dose di orgoglio nazionale (un tempo prerogativa della squadra di calcio quando vinceva i mondiali. Il 12 luglio del 1982 ricordo di avere festeggiato con un gelato tricolore. Più o meno significativamente anche questo si riflette in maniera positiva sul governo. E poi si vede un’alternativa?

Nelle democrazie parlamentari con governi stabili le opposizioni contrastano sul merito i disegni di legge del governo, argomentando e proponendo, in piena consapevolezza che quel governo non cadrà anzitempo. Invece, le opposizioni italiane danno all’elettorato l’impressione che una “spallata” sia spesso possibile e praticabile in parte illudendolo in parte allarmandolo. Quella parte di elettorato –singoli e associazioni dei più vari tipi- non ampia, spesso decisiva, che gradisce la stabilità, ma sarebbe disponibile al cambio, vede le divisioni e le distanze politiche, le ambizioni e le gelosie, i personalismi delle e nelle opposizioni italiane che renderebbero un loro potenziale governo tutto meno che stabile. E, allora, ragionatamente, better the devil we know, si tiene più meno rassegnatamente, il governo Meloni I. Almeno fino a che le opposizioni, anche stimolate da commentatori e commentatrici non zelanti, ma capaci di criticarle per i loro molti errori, riescano a elaborare posizioni comuni lealmente sostenute e praticate. Domani potrebbe essere un altro giorno.

Pubblicato il 22 ottobre 2025 su Domani

State-building in Palestina, pace per la democrazia, e viceversa #ParadoXaforum

Nonostante molte critiche, più o meno fondate e saccenti, il Piano di Pace di Donald Trump ha posto, almeno finora, termine al conflitto Israele-Hamas e consentito lo scambio fra circa duemila detenuti palestinesi e 48 ostaggi israeliani vivi e morti. Poi, è certamente opportuno e doveroso porre nel mirino delle critiche quello che risalta, l’impianto affaristico della ricostruzione a Gaza, e quello che viene progettato, una fase di indefinita durata di un governo «tecnocratico e apolitico». Non entrerò nei dettagli, pure importantissimi, poiché voglio giungere all’elaborazione del punto che ritengo decisivo. Premetto che due elementi mi hanno colpito molto sfavorevolmente. Il primo è che nessuno dei quattro firmatari del documento: il presidente egiziano El-Sisi, il presidente turco Erdogan, l’emiro del Qatar Hamad al-Thani e, per dirla tutta, neppure il Presidente americano Trump, è un «sincero democratico». Il secondo elemento è la sfilata ossequiosa dei leader a stringere, uno per uno, in poco splendida solitudine e distanziati, la mano di Trump con relativa foto di rito. Apprezzabile la ritrosia di Giorgia Meloni, visibile nelle sue espressioni facciali e nel suo body language. La celebrazione ostentata è andata fuori misura e pone gran parte dell’onere dell’attuazione degli accordi sulle spalle del Presidente USA.

Il problema cruciale dell’attuazione è che esiste una controparte, ma non l’altra. Anche se cambiasse, come è possibile, per scaramanzia non scrivo probabile, il primo ministro di Israele, ci saranno altri governanti a garantire che lo Stato di Israele manterrà fede agli impegni presi. Al momento, i palestinesi di Gaza sono privi non soltanto di qualsiasi rappresentanza politica, ma di voce in capitolo. L’Autorità Nazionale Palestinese, vecchia, screditata e da molti accusata di alto tasso di corruzione, non controlla il territorio e, soprattutto, non dispone di milizie armate in grado di controllare Hamas. Nel documento manca qualsiasi riferimento alla necessità che i palestinesi abbiano/si dotino/ottengano uno Stato (la cui «esistenza» è incredibilmente già riconosciuta da più di 150 Stati sui 190 facenti parte dell’ONU).

Proprio perché sono assolutamente consapevole delle enormi difficoltà dei processi di State-building, l’assenza nel documento di indicazioni e linee guida che vadano oltre il ricorso ad un comitato «tecnocratico e apolitico» (costruire uno Stato è un compito di enorme complessità e politicità), forse presieduto da Tony Blair, la cui fama mediorientale non è propriamente elevatissima, è decisamente grave.

Si è aperta una grande finestra di opportunità per uno Stato palestinese in grado di mantenere l’ordine politico e di sfruttare le ingenti risorse che affluiranno per la ricostruzione di Gaza e, perché no?, anche per il lancio su scala internazionale del turismo balneare sulla striscia. Infine, per chi crede con me, e con una significativa «striscia» di ricerche e di analisi, e come me che gli Stati democratici non si fanno la guerra fra di loro, uno Stato palestinese democratico sarebbe un attore decisivo per la pace duratura nel Medio-oriente. Mi fermo qui senza procedere a speculazioni, pure possibili e plausibili, sul perché i governanti autoritari degli altri sistemi politici medio-orientali non vedrebbero con favore, vero e sincero understatement, la nascita nei loro dintorni di uno Stato democratico. Avremo modo, temo presto, di tornarci.

Pubblicato il 15 ottobre 2025 su PARADOXAforum  

Legge elettorale. La sinistra pensi alle primarie @DomaniGiornale

Nonostante i classici dotti pareri di giuristi sempre molto generosi con i detentori di potere politico, la più recente neppure originale trovata dei revisori della legge elettorale vigente pone qualche problema di costituzionalità. Infatti, inserire nel simbolo del partito/lista elettorale il nominativo del/la candidato/a alla carica di Presidente del Consiglio cozza, certo indirettamente, e ridimensiona, se non addirittura elimina, più o meno informalmente, il potere costituzionale (art. 92) che viene attribuito al Presidente della Repubblica di nominare lui il capo del governo. Naturalmente, anche questo è uno degli intenti, subito conciliantemente negato dai proponenti, perseguiti da quell’inserimento che, per di più, aggravante, servirebbe ad anticipare la soluzione proposta nel disegno di legge costituzionale sul premierato de noantri.

Già scritto, detto e ripetuto che in nessuna democrazia parlamentare, dalla più antica, quella della Gran (sì, Great) Bretagna alla Germania fino ad una delle più recenti e importanti, quella del Spagna, i simboli dei partiti non contengono mai i nomi dei candidati alla carica di capo del governo, la cui (in)stabilità dipende dalla fiducia del Parlamento, quel nome accarezza e agevola la personalizzazione della politica. Viene ritenuto un modo per raggiungere e mobilitare alcuni settori dell’elettorato accontentando una preferenza mai chiaramente esplicitata che, per di più, non ha nessuna garanzia di essere tradotta in pratica e di essere mantenuta in corso d’opera. Questa osservazione critica vale anche per il cosiddetto premierato che, addirittura, regolamenta la sostituzione dell’eletto (qui proprio non riesco a usare il femminile: l’eletta non si lascerebbe mai sostituire) dal popolo con un prescelto dalla stessa o quasi maggioranza. Insomma, lo stratagemma elettorale si rivela come un trucchetto ad alto potenziale di inganno.

Comunque, poiché l’attuale maggioranza di governo dispone abbondantemente dei numeri parlamentari proverà ad andare avanti a meno che il Presidente della Repubblica non decida di fare ricorso a qualcosa di più incisivo che semplice moral (aggettivo che non troverebbe terreno fertile) suasion. Le opposizioni non possono permettersi di ricorrere a forme di persuasione, con il “moral” non utilizzabile da tutte, costantemente respinte con perdite dalla granitica maggioranza della destra. Sapendo di avere, quando si voterà, anche una volta stilati buoni impegni programmatici comuni, la necessità di segnalare chi diventerà il capo (anche al femminile) del loro governo, dovrebbero con colpo d’ala stabilire che terranno primarie di coalizione. Sarebbe un sano ritorno ad un dolce bel tempo antico: le primarie dell’Ulivo, ottobre 2005, che designarono un candidato poi andato a vincere.

In consapevole e deliberata non presenza di una candidatura dell’allora Partito Democratico della Sinistra, Romano Prodi vinse alla grande grazie al loro esplicito generoso impegno e sostegno. Oggi, anche, ma non solo, per convincere i potenziali alleati, in primis, il Conte stellato, sarebbe opportuno che il PD consentisse quantomeno la praticabilità di più di una candidatura scaturita dai suoi ranghi, ramoscello d’ulivo offerto ai “riformisti” insoddisfatti, ma finora solo bofonchianti. Il resto, che è molto, lo faranno gli altri candidati, di partito oppure no. Dovranno andarsi a cercare gli elettori vantando la propria biografia personale, professionale, politica. Argomenteranno le loro priorità programmatiche e le loro capacità di dare soluzioni non soltanto ai problemi più urgenti. Esalteranno la loro capacità di tenere unita la coalizione senza permissivismo, ma con vigore e rigore. Chi vincerà non soltanto ne saprà di più sullo sparso elettorato progressista di questo paese, ma potrà vantare una notevole legittimità di leadership. Questa delle primarie è ad ogni buon conto un’ottima, forse la migliore, modalità di scelta delle candidature in competizione, di coinvolgimento degli elettori e di personalizzazione della politica.

Pubblicato il 15 ottobre 2025 su Domani

«Ma Schlein su Ue e Ucraina non è chiara. Chi le è contro la sfidi invece di criticarla» #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna, commenta il voto in Toscana e analizza quanto accade nel Pd, con Paolo Gentiloni che negli scorsi giorni ha chiesto a Schlein «un chiarimento» con il M5S. «Penso che Schlein volte prende posizioni che non mi piacciono ma per sfidarla servono posizioni chiare e precise che al momento ha solo una piccola minoranza guidata da Pina Picierno – dice – Dopodiché un partito deve avere una linea molto chiara sulle questioni più spinose come appunto l’Europa e l’Ucraina, cosa che in questo momento non avviene».

Professor Pasquino, in Toscana Giani ha stravinto e il Pd è ampiamente primo partito: segno che Schlein può dormire sonni tranquilli alla guida dei dem?

I toscani, come i calabresi e i marchigiani, votano sulle questioni che riguardano la Regione e scelgono il loro candidato presidente in base alla persona. Tutto il resto, cioè i Pro Pal, l’idea che possa in qualche modo contare la politica internazionale sulle questioni interne e regionali, esiste solo nella bolla mediatica. Detto ciò, Schlein è la segretaria eletta attraverso le primarie e gli sfidanti se vogliono devono chiederne le dimissioni e proporre le primarie come controllo sul suo operato.

Eppure nel fine settimane Paolo Gentiloni ha detto che serve un «chiarimento» con il M5S sull’Europa, sull’Ucraina, insomma sulla politica estera: che ne pensa?

Penso che Schlein volte prende posizioni che non mi piacciono ma per sfidarla servono posizioni chiare e precise che al momento ha solo una piccola minoranza guidata da Pina Picierno. Dopodiché un partito deve avere una linea molto chiara sulle questioni più spinose come appunto l’Europa e l’Ucraina, cosa che in questo momento non avviene.

Il guru dem Goffredo Bettini dice invece che serve un chiarimento interno al partito, più che con il M5S: che ne pensa?

Bettini non voglio commentarlo. Mi chiedo perché debbano rivolgersi a un guru esterno. Un partito, come diceva il compagno Gramsci, è un intellettuale collettivo e sicuramente la linea al Pd non può darla Bettini ma neanche Cacciari o Canfora. E neanche Albanese.

Casa riformista può essere il progetto centrista che manca alla coalizione?

Il centro è un luogo geografico, per diventare un luogo politico dovrebbe avere politiche chiare e specifiche che invece vengono messe in secondo piano dagli ego di Renzi e Calenda ma anche di Lupi, dall’altra parte. Quindi i centristi possono avere qualche voto, ma non sono decisivi. Come sarebbero invece i Cinque Stelle che però perdono voti di qua e di là con Conte che ha preso posizioni estremiste che renderanno difficile un governo con il Pd.

In Campania De Luca dice che il Pd sta buttando al vento tutti i suoi voti regalando la Regione al M5S per sostenere Fico: ha ragione?

No, perché quando si fanno le alleanze bisogna cedere qualcosa. E Fico è il meno grillino possibile, ha poco a che vedere con Conte, ha imparato moltissimo facendo il presidente della Camera e sostanzialmente è un progressista. Non è un grillino imprevedibile con punte di antipolitica. Insomma, Fico ha complessivamente la consapevolezza della complessità della politica e non è un terribile semplificatore come il grillino medio.

Renzi insiste sul fatto che il campo largo può vincere solo con un centro forte, che faccia da contraltare al M5S… Ribadisco: al centro ci si va in maniera politica. Bisogna trovare tematiche attraenti anche per elettori grossomodo moderati di centro ma che devono andare bene anche al Pd. Perché attenzione: il lavoro che il Pd deve fare non è spostarsi al centro ma trovare tematiche giuste per allargare il proprio bacino elettorale. E ci sono due tematiche sulla quali mi pare che non ci siamo.

Cioè?

La prima è quella dell’ordine pubblico, sulla quale sinceramente non mi ritrovo con il Pd di oggi. Spaccare vetrine per sostenere la Palestina è una stronzata, tecnicamente parlando. L’altra è che questo paese ha bisogno di crescere in maniera significativa e quel che conta è l’istruzione. In questo Paese non ci sono investimenti in istruzione ma bisognerebbe sapere come sfruttare tutte le nuove potenzialità a cominciare dall’IA. Non serve assumere insegnanti e basta, ma serve assumere insegnanti specifici e formati. Se non ci sono bisogna prepararli in maniera molto urgente e se ci sono bisogna assumerli, pagarli meglio e farli circolare.

Pubblicato il 14 ottobre 2025 su Il Dubbio

Francesca Albanese cittadina onoraria di Bologna #intervista al prof. Gianfranco Pasquino @RadioRadicale

GUARDA IL VIDEO

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Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati.

“Francesca Albanese cittadina onoraria di Bologna, intervista al prof. Gianfranco Pasquino” realizzata da Lanfranco Palazzolo con Gianfranco Pasquino (politologo, professore emerito di Scienza Politica all’Università degli Studi di Bologna).

L’intervista è stata registrata venerdì 10 ottobre 2025 alle ore 12:00.

Nel corso dell’intervista sono stati discussi i seguenti temi: Bologna, Cittadinanza, Comuni, Esteri, Gaza, Geopolitica, Guerra, Hamas, Israele, Lepore, Manifestazioni, Medio Oriente, Meloni, Nobel, Pace, Palestinesi, Polemiche, Premio, Terrorismo Internazionale, Trump, Violenza.

Francesca Albanese e la cittadinanza onoraria di Bologna, Gianfranco Pasquino: «Lepore sbaglia, questo Pd non avrà il mio voto» #intervista @corrierebologna

intervista di Francesco Rosano
Il professore emerito di Scienza politica critica la scelta caldeggiata dal sindaco Matteo Lepore: «La relatrice Onu non ha tutti i meriti che le vengono attribuiti, è una donna aggressiva e assolutista. Il primo cittadino così insegue la sinistra estrema»

«Un partito che dà la cittadinanza onoraria a Francesca Albanese è un partito che non avrà il mio voto». Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica, critica con forza il riconoscimento alla relatrice speciale Onu per la Palestina voluto dal Pd e dal centrosinistra. E mette in guardia dem e Cgil dal rischio di seguire un movimento di proteste pro Gaza che non sono in grado di governare: «Serve una sinistra che sblocca, non che blocca».

Professore, prima la consegna a Reggio Emilia del Primo Tricolore ad Albanese con la contestazioni e la pubblica reprimenda al sindaco Marco Massari, adesso la cittadinanza onoraria a Bologna caldeggiata dal sindaco Matteo Lepore. Come giudica questo rapporto tra i dem e la relatrice speciale Onu?
«Io credo che il Pd non stia dando un buona immagine di sé. Il Pd è un partito importante, indispensabile nello schieramento italiano, che dovrebbe tenere conto di sensibilità diverse. Francesca Albanese è una donna aggressiva e assolutista, che non ha tutti i meriti che le vengono attribuiti e che si è comportata in modo molto maleducato. Non le avrei dato la cittadinanza onoraria, la sua attività non ha dato nessun contributo specifico alla causa della pace, ed è il motivo per cui il Pd non avrà il mio voto».

Perché Palazzo d’Accursio si è mosso in questa direzione allora?
«Il sindaco Lepore aveva già sbagliato una volta esponendo la sola bandiera palestinese, in certi conflitti prendere parte senza argomentare in maniera approfondita non è mai un buon segnale. Adesso riconoscere addirittura una cittadinanza onoraria per meriti che non ci sono vuole dire rincorrere l’elettorato di sinistra estrema. Ma siamo sicuri che i pro Pal che distruggono le vetrine siano anche elettori e non solo distruttori?».

Quello del sindaco le sembra un autogol?
«Non mi interessa se Lepore fa un autogol, ma che giochi una partita diversa che giovi a tutti i bolognesi».

C’è molto nervosismo nell’area riformista del Pd. Dall’europarlamentare dem Elisabetta Gualmini in poi, molti stanno esprimendo insofferenza per questa «comunione» con le posizioni della relatrice Onu. Crede ci saranno contraccolpi nel partito?
«Non so cosa succederà, ma ho espresso subito il mio apprezzamento a Gualmini e le ho detto che è giusto combattere certe battaglie dentro il Pd, non in futuri partitini che potrebbero nascere. È il Pd che deve cambiare».

Bologna è una delle città dove le mobilitazioni per Gaza sono state più intense. Perché secondo lei?
«Con ogni probabilità dipende dal numero di studenti universitari presenti in città. Il problema è che c’è la convinzione che qui ci sia un clima di permissivismo, che si possano fare della cose che altrove non sarebbero possibili. La rottura delle vetrine, l’assalto alla stazione, i blocchi stradali non sono l’espressione di una sinistra che mi piace e che fa avanzare il Paese».

Lei critica le proteste e il «permissivismo» in città, sembra quasi che si ritrovi nelle posizioni del centrodestra bolognese.
«C’è un fondo di verità in quello che dicono, fermo restando che l’ordine che loro vogliono è quello della quiete che non disturba il governo, io voglio l’ordine del movimento, bisogna sapere sostenere e guidare coloro che si muovono, non vedere negozi distrutti e agenti assaliti».

La Cgil, in tutto questo, è andata un po’ al traino dei sindacati di base che sono stati i veri animatori delle proteste.
«Sono state alcune delle parole d’ordine di Landini ad aprire la strada ai sindacati di base, come quando ha parlato di “rivolta sociale”. Esagera lo scontro perché non ha una linea politica e obiettivi chiari. La Cgil che ricordo io aveva un servizio d’ordine che conteneva e i facinorosi, evidentemente non è più così».

Pubblicato il 10 ottobre 2025 sul Corriere di Bologna

Cosa imparare dal partito dell’astensione @DomaniGiornale

Le Marche sono, oramai lo sappiamo tutti, l’Ohio dell’Italia. Perdere lì, come hanno fatto i “campeggiatori” del centro-sinistra, è brutt’affare assai. Invece, la Calabria è il Tennessee dove raramente vincono i progressisti. E poi lì, troppi dicono che con poco più del 50 per cento dei non voti ha vinto il Partito dell’Astensionismo. Però, sorpresona o classica truffa elettorale, quel Partito non ha ottenuto neanche un seggio. Non sapremo mai dai suoi non-eletti se i loro non-elettori vogliono più sanità o più Palestina, più servizi e meno criminalità organizzata e sommersa. Da quale proposta più “radicale” saranno raggiunti quei novecentomila elettori che alle urne non ci sono andati e probabilmente non erano neanche andati in piazza con le bandiere della Palestina? Tanto per cominciare, sparse abbondanti lacrime coccodrillo, i politici potrebbero pensare al voto postale in tutte le sue varianti, compresa la possibilità di votare in anticipo. Lungi da me, peraltro, credere che un meccanismo tecnico risolva un problema politico gigantesco che riguarda il campo a geometria troppo variabile del centro-sinistra (e la politica italiana).

Il punto di partenza è prendere sempre atto che nelle amministrazioni locali, comuni e regioni, le elezioni si vincono sulle tematiche che riguardano e preoccupano gli elettorati delle diverse zone. Nessun elettore di destra voterà una lista di sinistra perché è Pro-Palestina. Meno che mai quegli elettori andranno alle urne dell’Ohio e del Tennessee, chiedo scusa, delle Marche e della Calabria, per “cacciare” Giorgia Meloni da Palazzo Chigi. Gli elettori prossimi venturi della California, alias Toscana, che voteranno Eugenio Giani Presidente della regione sanno quello che vogliono, ma non si aspettano che il loro voto sia una spallata al governo delle destre. Saranno tanto più soddisfatti se potranno votare una candidatura di persona che conoscono, che abita nel collegio, che fa campagna elettorale sui temi politici, economici e sociali sui quali la coalizione a suo sostegno ha elaborato una posizione condivisa. Quegli elettori non si chiederanno se stanno dalla parte giusta della storia, dove li aspetta graniticamente attestato Nicola Fratoianni. Saranno probabilmente molto più interessati a stare con chi propone credibilmente soluzioni fattibili.

A sua volta, almeno in parte, la platea degli astenuti tornerebbe in “campo” se quelle proposte la raggiungessero, se ne vedessero i portatori, se venissero convinti che, andata al governo, quella coalizione non si dividesse, non si paralizzasse in estenuanti mediazioni, non precipitasse travolta da ambizioni personalistiche e da profonde contraddizioni. Quegli astenuti hanno opinioni che possono essere plasmate e ridefinite, che un partito capace di meritevole pedagogia politica può fare cambiare a cominciare dall’insegnamento costituzionale che l’esercizio del voto è “dovere civico” (art. 48). Quel partito pedagogico sa anche che ha molto da imparare sulla sua inadeguatezza da chi si astiene, dai motivi talvolta fondati (rappresentanza tradita) ai motivi sbagliati: la politica è autoreferenziale, “non si occupa di persone come me”.

Non bisogna rottamare chi si è astenuto, ma offrire buone ragioni di ravvedimento operoso. Non bisogna disintermediare, ma fare sì che il partito e i suoi candidati/e si rapportino alle associazioni economiche (i sindacati, proprio così), sociali, religiose, culturali, non con mire egemoniche strumentalizzanti, ma per interazioni fruttuose produttive di quel capitale sociale che rende robuste e vibranti le società, anche quelle non proprio e non sempre davvero civili. Sì, la politica in Italia, la politica italiana è arrivata al tornante al quale senza esagerazioni né drammatizzanti né superlative l’astensionismo ne dichiara e evidenzia una condizione deplorevole, tutt’altro che attribuibile esclusivamente al governo di destra e tutt’altro che magicamente risolvibile da una qualsiasi coalizione di centro sinistra. Ma se il centro-sinistra vuole tornare, provare a vincere meglio che tenga conto del sintetico catalogo sopra squadernato.   

Pubblicato l’8 ottobre 2025 su Domani