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“Bobbio y Sartori. Comprender y cambiar la política” #video Gianfranco Pasquino presenta su libro

La propuesta de Gianfranco Pasquino es transitar en estas páginas el pensamiento de Norberto Bobbio y Giovanni Sartori deteniéndose especialmente en temas abordados por ellos en sus trayectorias como filósofos de la ciencia política. El recorrido incluye temas fundamentales como las nociones de ambos autores sobre la democracia, el papel de los intelectuales en la vida democrática, el sistema de partidos y temáticas de profunda actualidad. Con el conocimiento cercano de la vida y la obra que le otorga su condición de discípulo de ambos pensadores –perspectiva que no rehúye pero tampoco abusa de cierta agradecida nostalgia– pero desde la madurez del intelectual formado y probado en las armas de la disciplina, Pasquino nos acerca estas herramientas “para comprender y cambiar la política”.

Commentano: Mara Pegoraro e Cecilia Galván Moderatore: Luciana Berman

Gianfranco Pasquino es profesor de mérito de la Universidad de Bolonia, donde enseñó por más de treinta años. Fue discípulo de Norberto Bobbio y de Giovanni Sartori. Publicó y compiló más de medio centenar de libros y es autor de innumerables artículos en revistas científicas, notas de divulgación académica y de columnas sobre temas de actualidad en la prensa escrita. En las carreras de ciencia política de toda América Latina son bien conocidas sus obras dedicadas, sobre todo, a la enseñanza (El diccionario de ciencia política, que compiló junto con el dream team de los politólogos italianos Norberto Bobbio, Morlino, Panebianco, Bartolini, y los libros Sistemas políticos comparados y Nuevo curso de ciencia política). Sin embargo, el profesor Pasquino no solo ha enseñado y ha estudiado la política, también la protagonizó desde un lugar muy relevante. Fue senador de la República Italiana entre 1983 y 1992 y entre 1994 y 1996.

Nell’ambito della Settimana delle Scienze Politiche (organizzata dalla Carriera in Scienze Politiche dell’UBA), e per quanto riguarda l’edizione spagnola del suo libro “Bobbio y Sartori. Capire e cambiare la politica ”(Eudeba, 2020),  lo hanno intervistato i professori Mara Pegoraro e Cecilia Galván .

Mes o non Mes, non esiste vincolo di mandato per i parlamentari

Noi che pensiamo e sappiamo che i parlamentari debbono agire “senza vincolo di mandato”, proprio come sta scritto nell’art. 67 della Costituzione, dobbiamo difendere questo diritto sempre. Dunque, siamo convinti “non da oggi” che: deputati e senatori dei Gruppi Misti, di Cambiamo, dei più o meno Responsabili e dissenzienti di varia provenienza hanno tutti, senza esclusione alcuna, il diritto di votare secondo coscienza e scienza (quello che sanno). Poi, se vogliono, ma qualcuno lo ha già fatto, spiegheranno perché. Sarebbe molto bello se potessero farlo nei loro collegi uninominali!

Se guardiamo al problema riforma del MES e accettazione del MES per spese sanitarie dirette e indirette, potremmo anche chiedere a coloro che vorrebbero imporre il vincolo del mandato se hanno la possibilità di valutare in qualche modo che gli elettori dei parlamentari delle 5 Stelle hanno voluto, in effetti, impegnare con il loro voto i candidati che stavano eleggendo. Non mi pare che il 4 marzo 2018 il MES sanitario facesse parte del dibattito pubblico e neppure del non-programma del Movimento 5 Stelle. Dunque, nessuno, ma proprio nessuno dei parlamentari pentastellati (così come, in realtà, nessuno degli altri parlamentari) può sentirsi in qualche modo vincolato ad un mandato che non può avere ricevuto.

Naturalmente, il discorso deve essere allargato poiché, anche se non vogliamo e non potremmo ottenere parlamentari vincolati a impossibili mandati, siamo in molti a pensare che qualche forma di disciplina di voto e di coerenza politica tutti i parlamentari dovrebbero sicuramente averla. Chi accetta (se non, addirittura, sollecita e impone) la candidatura in un partito, salvo eccezioni clamorose, sta dichiarando di condividere la visione politica di quel partito e anche, più o meno completamente, il programma che quel partito sottopone agli elettori e sul quale i candidati fanno campagna elettorale. Una volta nei banchi di Camera e Senato gli eletti hanno l’obbligo politico e la responsabilità di cercare di trasformare il programma in leggi, in decisioni il più coerenti possibile con le indicazioni programmatiche. Non sarà affatto facile in un eventuale governo di coalizione nel quale bisogna sempre tenere conto delle preferenze programmatiche di ciascuno e di tutti i partiti facenti parte della coaIizione e dei loro parlamentari.

Voti contro il programma di governo concordato sono accettabili soltanto, a mio parere, se lo scostamento rispetto al programma del proprio partito è molto grande giungendo a sovvertirlo o quasi. Qui sta, opportunamente motivato, un voto di coscienza in dissenso dal proprio partito e dal governo (che può condurre fino all’abbandono). Criticare questi parlamentari con le classiche, ma logorissime accuse di essere attaccati alle poltrone (mentre sono i critici quelli attaccati ai loro pregiudizi), non soltanto è almeno in parte, in qualche caso molto grande, sbagliato. In buona sostanza è l’ennesima manifestazione di un brutto antiparlamentarismo che non muore mai, condito con una spruzzatina di maleodorante populismo.

Pubblicato il 8 dicembre 2020 su huffingtonpost.it

La rappresentanza politica esiste dove gli elettori hanno potere @DomaniGiornale

Invece di ricorrere a improbabili non divertenti e assolutamente insignificanti parole latine per definire la bozza della prossima legge elettorale, sarebbe molto più utile che i commentatori ne spiegassero e valutassero le caratteristiche. Dire che in Commissione Affari Istituzionali si discute del Brescellum (perché il cognome del Presidente della Commissione è Brescia), ma si intrattiene anche l’idea del Germanicum o, peggio, del Tedeschellum poiché la legge potrebbe avere una soglia d’accesso al Parlamento del 5 per cento (attendo lo Svedesellum se la soglia sarà del 4 per cento come in Svezia), non serve a informare correttamente nessuno. Annunciare che “ritorniamo” alla proporzionale (con grande scandalo di coloro che temono che l’Italia s’incammini verso una Weimar da loro immaginata) senza ricordare che l’attuale legge Rosato è già 2/3 proporzionale e 1/3 maggioritaria, è una manipolazione. Non spiegare che il non precisato maggioritario che vorrebbe il leader di Italia Viva non ha niente a che vedere con le leggi maggioritarie inglese e francese, entrambe in collegi uninominali, la prima a turno unico, la seconda a doppio turno, è un’altra brutta manipolazione. Infatti, almeno a parole Renzi vorrebbe qualcosa di simile al suo amato Italicum: un premio di maggioranza innestato su una legge proporzionale che gli consentirebbe trattative a tutto campo.

   Fintantoché nessuno dirà con chiarezza, e sosterrà con coerenza, che le leggi elettorali si scrivono non per salvare i partiti e per garantire i seggi dei loro dirigenti, ma per dare buona rappresentanza politica agli elettori, non sarà possibile scrivere una legge elettorale decente. Quando leggo nel titolo di grande rilievo dell’intervista rilasciata da Sabino Cassese al “Domani” che : “l’attuale classe politica non è all’altezza di governare”, mi sorgono spontanee (sic) tre domande: 1. come è stata reclutata l’attuale classe politica? Che c’entri qualcosa anche la legge elettorale? 2. dove e come troverebbe l’astuto professor Cassese una classe politica migliore, all’altezza? 3. che sia necessaria una legge elettorale diversa per porre le premesse del miglioramento della classe politica? Poi mi vengono in mente tutti coloro che, saputelli e arrogantelli, dicono che non esiste una legge elettorale perfetta, magari mentre vanno in giro criticando il bicameralismo italiano proprio perché “perfetto” (non lo è).

La classe politica migliore verrà, da un lato, dalla competizione vera fra partiti e fra candidati, proprio quello che la legge Rosato non può offrire, e dalla possibilità per gli elettori scegliere davvero fra partiti, ma anche fra candidati/e non nominati non paracadutati. Se il collegio è uninominale (e la legge maggioritaria), no problem: gli elettori valuteranno anche i candidati, la loro personalità, la loro esperienza, la loro competenza. Se la legge è proporzionale, la lista delle candidature non deve essere bloccata e agli elettori bisogna assolutamente garantire la possibilità di esprimere un voto di preferenza (perché non due lo spiegherò un’altra volta). Trovo, da un lato, risibili, dall’altro, prova sicura di ignoranza profonda, dall’altro, ancora, offensiva per la grande maggioranza degli elettori italiani, sostenere, come viene spesso fatto, che il voto di preferenza apre la strada alla mafia e alla corruzione. Oggi esiste una Commissione parlamentare che serve a individuare preventivamente quali sono le candidature impresentabili e c’è una Legge Severino che punisce severamente la corruzione.    La mafia e la corruzione non si combattono, e meno che mai si vincono, sottraendo agli elettori la possibilità di scegliere il loro candidato/a e non consentendo ai candidati/e di andare a cercarsi quei voti, interloquendo con gli elettori per farsi eleggere, e di tornare da quegli elettori per ottenere la rielezione spiegando il fatto, il non fatto, il malfatto. Dunque, le leggi elettorali si valutano in base alla possibilità di stabilire e mantenere un legame di rappresentanza politica fra elettori e candidati attraverso il collegio uninominale oppure il voto di preferenza e dando per l’appunto agli elettori il potere di scegliere. Non mi pare proprio che queste esigenze siano tenute in conto in Commissione alla Camera. Credo che almeno i commentatori (e qualche professore di Scienza politica non servo del suo partito di riferimento) dovrebbero farne tesoro o, quantomeno, tenerle presenti e discuterne.

Pubblicato il 8 dicembre 2020 su Domani

Gianfranco Pasquino: “Las democracias son en sí mismas promesas incumplidas” #entrevista #NuevosPapeles

Entrevista argentina sobre la traduccion del libro Bobbio Y Sartori
Autor: Mara Pegoraro y Cecilia Galván

Gianfranco Pasquino es profesor de mérito de la Universidad de Bolonia, donde enseñó por más de treinta años. Fue discípulo de Norberto Bobbio y de Giovanni Sartori. Publicó y compiló más de medio centenar de libros y es autor de innumerables artículos en revistas científicas, notas de divulgación académica y de columnas sobre temas de actualidad en la prensa escrita. En las carreras de ciencia política de toda América Latina son bien conocidas sus obras dedicadas, sobre todo, a la enseñanza (El diccionario de ciencia política, que compiló junto con el dream team de los politólogos italianos Norberto Bobbio, Morlino, Panebianco, Bartolini, y los libros Sistemas políticos comparados y Nuevo curso de ciencia política). Sin embargo, el profesor Pasquino no solo ha enseñado y ha estudiado la política, también la protagonizó desde un lugar muy relevante. Fue senador de la República Italiana entre 1983 y 1992 y entre 1994 y 1996.

En el marco de la Semana de la Ciencia Política (organizada por la Carrera de Ciencia Política de la UBA), y a propósito de la edición en castellano de su libro “Bobbio y Sartori. Comprender y cambiar la política” (Eudeba, 2020), las profesoras Mara Pegoraro y Cecilia Galván lo entrevistaron. Agradecemos a Mara, Cecilia y a Luciana Berman y a Elsa Llnderrozas por permitirnos la reproducción de la misma.

Profesor Pasquino: Norberto Bobbio y Giovanni Sartori son dos grandes maestros de la ciencia política mundial, pero al mismo tiempo son dos autores y dos personalidades muy diferentes. ¿Cómo y por qué se le ocurrió la idea de publicar un libro que confronte la obra y el legado de estos dos gigantes? 

Yo creo que es importante analizar y estudiar a Bobbio y a Sartori juntos porque comparten tres elementos muy importantes. Primero, han estudiado la democracia de manera diferente pero muy profundamente y han contribuido significativamente a su comprensión y análisis. Es decir, que no podemos comprender exactamente lo que era la democracia y lo que puede ser si no conocemos el pensamiento de Bobbio y de Sartori. Bobbio escribió un libro sobre la democracia y su futuro y Sartori escribió un libro muy importante sobre la teoría de la democracia. Segundo elemento que comparten: fueron ambos críticos del partido comunista, del comunismo italiano y en general. Eso es importante, no podemos decir que el comunismo ha muerto porque no es cierto, pero es importante no solamente porque es necesario criticar el comunismo, pero porque es necesario criticar al marxismo como teoría interpretativa de la vida política. Bobbio y Sartori lo hacen de manera diferente porque el primero intentaba obligar a los comunistas italianos a cambiar y el segundo intentaba excluir a los comunistas de la vida política de Italia como partido antisistema. Han contribuido en rechazo al marxismo, han obligado a los intelectuales comunistas italianos a cambiar. El tercer elemento que comparten es que ambos fueron intelectuales públicos, es decir, hombres que escribían en los diarios, que participaban en los debates públicos y que producían ideas y un sentido cívico que en Italia no está verdaderamente desarrollado. Y hay un cuarto elemento que no es tan importante, pero ambos fueron mis maestros, es decir, yo he estudiado ciencia política en la Universidad de Turín con Bobbio y mi especialización fue en la Universidad de Florencia con Sartori. Yo creo que son los dos intelectuales públicos de Italia más importantes de los años 70, 80 y 90.

Antes que nada, gracias a la carrera y a usted profesor por darme la posibilidad de compartir y de entrevistar a alguien que para nosotros, desde la Argentina y quienes estudiamos ciencia política, forma parte de la trilogía. Para nosotros es Bobbio, Sartori y Pasquino. A mí el libro me pareció de lo más interesante. Primero, porque humaniza a autores que para nosotros son literatura y, desde ese lugar, plantea una revisión de textos que uno ha leído y trabajado y que sigue dando en la facultad. Usted al inicio del libro plantea que la necesidad de contar un poco los principales aportes de Bobbio y de Sartori tiene que ver con hablarles a las nuevas generaciones y plantear si hay viejos interrogantes y nuevas respuestas, y cómo los clásicos por algo son clásicos. Y, en ese sentido, yo pensaba que el libro de Bobbio, El futuro de la democracia, sobre el que usted presta especial atención cuando describe el aporte del autor, tiene un título de lo más actual. Hoy las democracias, en particular en América Latina, enfrentan algunos desafíos que son nuevos, otros que son viejos, y parecieran persistir las promesas incumplidas de la democracia que anticipaba en ese libro con un título tan atemporal, lo que lo convierte en un clásico sin dudas. Mi pregunta es, como conocedor no sólo de la producción bibliográfica de Bobbio, sino que también de la persona, ¿hasta qué punto cree usted que los escenarios de reversión democrática que hoy existen en el mundo o de erosión democrática pueden ser pensados como una nueva promesa incumplida de la democracia en términos de lograr consolidarse como el único régimen político disponible? ¿Cómo pensar, un poco más teóricamente, la relación entre Estado y régimen político? Bobbio plantea en un punto, y usted lo destaca en el libro, que la democracia solo convive con el Estado de derecho. No obstante, aparecen nuevos modos de democracia que son adjetivados donde se da un poco de cruce con la idea de Estado de derecho. Entonces, ¿en su opinión cómo hay que pensar hoy estas promesas incumplidas de la democracia en estas nuevas formas democráticas, si es que podemos hablar de nuevas formas democráticas, en particular para América Latina?

Creo que si puedo decir que las democracias son en sí mismas promesas incumplidas, podemos decir que obviamente implanta el problema desde el punto de vista de lo que las democracias pueden hacer, que lo que no han hecho. El punto más importante en mi opinión es que las democracias no logran educar a los ciudadanos. Debemos tener democracias que produzcan ideas e informaciones y que convenzan a los ciudadanos a comportarse de manera democrática. La educación del ciudadano democrático es algo que la democracia debe hacer, pero la democracia en ese caso somos nosotros. Los otros ciudadanos democráticos deben saber cómo obligar, si puedo decir así, a los ciudadanos que no son democráticos, que son populistas, que tienen comportamientos autoritarios, que no aceptan la igualdad entre hombres y mujeres, a comportarse de manera democrática. Eso es un punto muy importante. Bobbio comparte con Sartori, que es más explícito, otro punto verdaderamente importante: la democracia como idea y como ideal. Nunca podemos obtener la democracia ideal que tenemos dentro de nuestra cabeza y corazón. A su vez, están las democracias reales, las cuales siempre tienen problemas. Entonces, yo no creo que hoy haya una regresión democrática. Hay algunos países dentro de los cuales hay problemas democráticos, inconvenientes, desafíos, tensiones, conflictos. Por ejemplo, en Polonia hay tensiones y conflictos. No es mi democracia ideal, pero es una democracia con problemas. Hay muchísimos problemas en lo que se consideraba democracia ideal de todo el mundo, como en EE.UU. Pero existe la democracia con problemas. Debemos enfrentarnos a los problemas y producir soluciones. Debemos entonces dividir en democracia ideal y democracias realmente existentes. Si hacemos esta operación, podemos intentar resolver algunos de estos problemas. Pero si tenemos una visión pesimista de la democracia no vamos a lograrlo. Otro elemento que Bobbio y Sartori compartían es que la democracia es prácticamente el único régimen político que puede reformarse. Los regímenes autoritarios cambian, pero no se reforman. Los regímenes totalitarios se derrumban o colapsan, solamente las democracias pueden reformarse. Entonces, los dos son en verdad intelectuales públicos, reformistas y progresistas.

Ambos autores sostienen esta tarea per

manente sobre la reflexión en torno a la democracia por esto de que siempre hay problemas. Una de las cuestiones que yo tenía en mente es en relación a la Teoría de la democracia de Sartori, de 1987. Él comienza el libro señalando que es en 1940 donde empieza una bifurcación entre lo que es la democracia real o empírica y la democracia normativa. Entonces, por qué empieza con esta discusión sobre desde dónde se empieza a cuestionar por qué tenemos que ir a pensar qué es la democracia. Y dice que 1940 viene desde dos lados. Por un lado, los que quieren tener sus definiciones de democracia, esa discusión tan parroquialista sobre lo que es la democracia sin saber su historia. Y, por otro lado, como bien señalaba al principio sobre el marxismo, hablar sobre democracia capitalista. En torno a eso, yo quisiera saber de dónde le parece a usted que tenemos que mirar las críticas a la democracia y a aquellos que la ponen en peligro. O sea, no solo faltaría reflexionar hacia dónde vamos o cómo la reformulamos, sino que tendríamos que volver a decir “No, esperen, la democracia es esto” y discutir qué es la democracia nuevamente. Básicamente, si ve esa amenaza latente después de 80 años de donde Sartori está marcando este dilema. 

Sartori decía que hay dos posibilidades de definición. Una definición es histórica, la manera con la cual los hombres y las mujeres han definido la democracia. Todos sabemos que la democracia tiene una definición histórica muy elegante, pero con muchísimas posibilidades de interpretación. Es el poder del pueblo. ¿Quién es el pueblo? ¿Qué es el poder? ¿Cuál poder o cuáles poderes? Pero no podemos decir que la democracia no es el poder del pueblo. La democracia no es el poder de las élites, no es democracia, es un régimen elitista. Entonces, definición histórica primero. Segundo, podemos decir que hay definiciones negociadas, es decir, usted y yo decidimos que la democracia es cuando unos grupos gobiernan y otros grupos están a la oposición. Podemos decir que hay una democracia autoritaria, lo que sería una contradicción que Sartori no va a aceptar y que Bobbio tampoco acepta. Pero podemos intentar transformar la democracia. Un intento fue hecho por Robert Dahl. Llamamos poliarquía a las democracias porque no son los ciudadanos quienes gobiernan o tienen el poder, sino los grupos, las asociaciones. Podemos decir que la democracia es cuando los hombres y las mujeres enfrentan un problema y se asocian para resolverlo. Entonces, en línea general se puede definir democracia utilizando muchos adjetivos. No es la posición de Sartori como ha escrito muy claramente en su primer libro, Democrazia e definizioni, por lo que no podemos decir que existen democracias populares. El poder del pueblo popular es una contradicción que no puede ser aceptada. Entonces, sí, la democracia puede ser definida de muchas maneras diferentes, pero el núcleo central, el poder del pueblo, no puede ser excluido de la definición. Respecto al Estado de derecho, aquí tenemos un problema de idioma porque las palabras correctas serían Rule of law, “gobierno de la ley”, que es exactamente eso lo que los ingleses y los americanos dicen. Estado de derecho es otra cosa, es un producto de la experiencia Europea, un Estado que acepta, respeta y aplica las leyes, pero no es lo mismo que Rule of law. Los derechos son muy importantes y Bobbio y Sartori lo saben. Utilizan algunos análisis especialmente de Locke, de Hume, de sociólogos, pero lo que es importante es que los derechos son algo que los ciudadanos tienen y que el Estado de derecho respeta, promueve y protege.

La pregunta iba orientada desde dónde hoy, 80 años después de esos avances en contra de definiciones claras de democracia que marca Sartori, surge el problema para contestar. Qué tenemos que contestarles, a quiénes tenemos que hacerlos reflexionar sobre lo que es la democracia. 

El problema surge porque hay algunos que no conocen la historia de la democracia ni la historia de la definición de la democracia e intentan manipular la democracia. Entonces, el problema no solamente es de definición, sino que también de concepción. Pero si aceptamos conceptos que no son vagos, que no tienen raíces en la historia del pensamiento político occidental, no podemos hacer un análisis aceptable. Entonces, la definición del concepto de democracia es y debe ser clara. Después podemos aceptar algunos adjetivos o algunas variaciones que perfeccionan la democracia. Por ejemplo, yo creo que algunas prácticas de democracia deliberativa pueden servir para perfeccionar la democracia que conocemos, pero sabemos que hay elementos que deben siempre existir: los derechos de los ciudadanos, la Rule of law, el gobierno de la ley, la importancia del cuidado de la ley, la separación de los poderes. La concentración de los poderes produce autoritarismo y, en algunos casos, totalitarismo también.

Profesor, yo voy a retomar parte de lo que le comentaba a Cecilia, pero voy a volver sobre la idea de educación de ciudadanos democráticos. Tiene que ver con la necesidad que forma parte de las promesas incumplidas de la democracia: cómo construimos ciudadanía democrática que además pueda garantizar soberanía individual, dos condiciones que van de la mano. Usted dijo que Bobbio y Sartori fueron intelectuales públicos, y ahí me surge la pregunta sobre el rol del intelectual, en particular, en la formación de los ciudadanos democráticos. Se instaló durante muchísimos años que los intelectuales eran apolíticos, confundiendo apolíticos con apartidarios, y entonces había una idea que iba más allá de la mera neutralidad valorativa de Weber. Era como el intelectual aséptico que no puede comprometerse. Y la democracia, dice Bobbio, requiere un compromiso normativo de quienes la piensan como ideal y real. Entonces, mi pregunta es operativa en términos del rol de los intelectuales hoy: cómo pueden contribuir los intelectuales y si podemos pensar qué es un intelectual hoy, en el mundo de las redes sociales y la fluidez del conocimiento en un montón de sentidos, para la construcción de ciudadanos democráticos. Muchos académicos o personajes que se denominan intelectuales producen una defensa de regímenes que se pelean bastante, no solo con el ideal democrático, sino que también con la mera democracia como método básico para la selección de gobernantes. En resumen, ¿dónde está la responsabilidad del intelectual para la construcción de la ciudadanía democrática?

Primero, los intelectuales públicos, pero los intelectuales en general, deben ser críticos porque todos sabemos que no existe nada perfecto. Entonces, debemos saber criticar, explicar por qué criticamos y lo que criticamos y, en algunos casos, producir o indicar soluciones. Bobbio fue exactamente un intelectual crítico. La palabra clave del pensamiento de Bobbio fue dubbio, la duda. Los intelectuales siempre dudan de lo que ven e intentan interpretarlo a través de sus conocimientos históricos, lo que leen, lo que han estudiado, lo que entienden. La palabra importante de Sartori sería que los intelectuales no deben solamente indicar los fines, sino que también deben saber cómo identificar las herramientas. Entonces, aparecen las herramientas analíticas, las herramientas de intervención. Sartori cree que la ciencia política puede ser aplicada, es decir, que tiene conocimientos importantes que dicen “Si se dan las condiciones ABC, es posible conseguir las condiciones XYZ”. Debemos entonces evaluar a los intelectuales cuando saben cómo enfrentar los problemas. Las soluciones pueden ser diferentes, pueden ser decididas para el poder político o para los ciudadanos que deciden cómo hacer, quién debe tener el poder para hacer. Eso es importante. Hoy es una generación mínima, hay poquísimos intelectuales públicos en el mundo. En los años 40, 50, 60, Europa tenía importantísimos intelectuales públicos, como por ejemplo Raymond Aron, George Orwell, Albert Camus. Hoy no hay. Probablemente el intelectual público de Europa más conocido hoy sea Jürgen Habermas, que tiene 88 años. La escuela de Frankfurt no ha producido nada más y tenemos problemas con EE.UU. también. Algunos intelectuales públicos han sido muy importantes, como por ejemplo John Rawls. Yo sé que el hombre es muy controvertido, pero creo que Mario Vargas Llosa es un intelectual público importante y creo que también Gabriel García Márquez lo fue. No voy a identificar intelectuales públicos en Argentina, pero Guillermo O’Donnell fue un importante intelectual público.

El “para qué” es muy fuerte en Bobbio y en Sartori y se percibe esta intensidad a la hora de estudiar y abordar los problemas. Una de las cuestiones relevantes en Sartori tiene que ver con el estudio de las leyes electorales y la influencia en los sistemas de partidos, como cuando estudia el parlamentarismo, el presidencialismo y el semipresidencialismo en ese de libro Ingeniería constitucional comparada. Incluso está el capítulo donde él promueve el presidencialismo alternativo y sueña un modelo que a mí me divierte mucho y que me pareció ingenioso para debatir y decir “Bueno, no es solamente describir, sino que también entender, comprender, modificar”. Esa necesidad de ir hacia una transformación me parece que es lo más relevante que tiene y transmite Sartori. En este sentido, sin Sartori después de 2017, el libro que usted escribe llega hasta la reforma de 2018 en Italia –la ley electoral Rosato- y en las noticias actuales en 2020 nos encontramos con un panorama muy difícil o, por lo menos, impensado después de 2018. Es con el Movimiento de 5 Estrellas con tanto poder, con una reforma de reducción del parlamento. Como que está invertido y ahora hay que buscar una ley electoral para ver qué se hace con esa reducción de parlamentarios. Entonces, yo quisiera ver cómo usted está viendo esto de acuerdo a las enseñanzas de Bobbio y Sartori y la ausencia de estos intelectuales públicos que decía Mara, y que nos preocupan también porque están ausentes en este debate.

¿Cómo estoy viviendo todo eso? Con preocupación, con irritación. Creo que los políticos y los periodistas no tienen bastantes conocimientos de la ciencia política. Dicen y escriben cosas que simplemente no son correctas. Entonces, no saben individuar los elementos que producen consecuencias. Es un debate bastante confuso. En algunos casos, no es manipulación, es confusión: no conocen los problemas que analizan. Creo que es necesario hacer una distinción muy clara entre la ciencia política aplicada y la ciencia política aplicable, que puede ser aplicada, porque la transición de la aplicabilidad a la aplicación es muy complicada. Yo diría que al centro de lo que Sartori ha escrito sobre el parlamento buscamos el problema de la representación política, es decir, cómo los parlamentarios intentan representar a los electores. Sartori ha escrito, yo diría, de manera memorable que los parlamentarios tienen miedo de una sanción, que es la sanción de los líderes de los partidos, mientras que deberían tener miedo de la sanción de los electores. Pero la sanción de los electores es menos importante que la que viene de los líderes del partido si la ley electoral es una ley mala, y las leyes electorales italianas (como la Ley del 2005, del 2014/15) son leyes malas. Es decir que no les sirven a los electores para utilizar su poder de escoger entre los candidatos y entre los partidos. Entonces, debe existir un criterio fundamental para evaluar las leyes electorales que es el poder de los electores. Las dos leyes electorales más recientes de Italia dan poquísimo poder a los electores y muchísimo poder a los líderes que deciden quién es candidato y, prácticamente, quién va a ser elegido.

El segundo elemento que me parece importante del parlamentarismo es que cuando hablamos de democracias parlamentarias, debemos saber que el corazón de esas democracias es el parlamento. Entonces, un parlamento bien elegido puede hacer funcionar la democracia de una manera destacable. Los parlamentos que no son bien elegidos producen consecuencias negativas sobre el funcionamiento de la democracia.

El tercer elemento es diferente. Usted ha dicho “presidencialismo alternativo”. Creo que sería mejor decir “presidencialismo alternante”. Entonces, aquí el problema es claro, yo creo que ha sido definido de manera excelente por Juan Linz. Con el presidencialismo, ustedes pueden elegir como presidente a cualquier persona que tiene recursos de visibilidad, de dinero, de ser exterior al sistema de los partidos contra la política que existe. Pero el problema es que eso produce situaciones que todos conocemos porque hemos visto. Trump es un ejemplo perfecto. Linz podría utilizarlo como el ejemplo perfecto de un outsider que no tiene ningún elemento político necesario para representar y gobernar un país. Eso no puede ocurrir en las democracias parlamentarias. Los líderes alemanes, ingleses, españoles e italianos también -con algunas excepciones- tienen una carrera política. Entonces, tienen conocimientos, tienen relaciones, no pueden ser separados de lo que ocurre en un país como ha sucedido con Trump. De esta manera, el presidencialismo alternante es que cuando el presidente es alguien que no sabe cómo gobernar puede ser reemplazado, el sistema va a ser un sistema parlamentario. Si el sistema parlamentario no produce consecuencias positivas (por ejemplo, tiene inestabilidad política), puede ser reemplazado por un sistema presidencial. Me parece una idea interesante, pero es muy difícil traducir la idea en práctica política.

Iba a hacer unas preguntas sobre Derecha e izquierda de Bobbio, pero ya que habló de Trump aprovecho y pregunto, aunque un poco igual viene a colación. En Derecha e izquierda Bobbio plantea que la democracia suele favorecer a los moderados y castiga a los extremistas. Trump es un outsider, algunos hablarían de liderazgo autoritario, y en América Latina aparece un proceso de creciente polarización y radicalización del discurso político o de la acción política. Entonces, a mí no me queda muy claro si la democracia sigue premiando a los moderados y castiga a los extremistas o, en una de las promesas incumplidas de la democracia, no logramos instaurar la moderación como curso de acción política en esta tensión que Bobbio plantea entre extremistas y moderados en contextos democráticos. Y ahí Trump es algo más que un outsider. Para Levitsky y para Ziblatt, en el libro de Cómo mueren las democracias, el liderazgo de Trump es un liderazgo amenazante para una democracia que nunca se nos ocurriría decir que no estaba consolidada. Entonces, en su opinión, tal vez saliendo un poco de hacer la interpretación sobre Bobbio y Sartori, ¿cómo lee la emergencia de estos liderazgos autoritarios y democracias que parecen premiar electoralmente liderazgos extremistas, contrario a lo que Bobbio sostenía de que la democracia premiaba a los moderados?

La democracia de EE.UU. ha sobrevivido a Trump y Trump ha perdido las elecciones. Entonces, el extremista ha sido derrotado, lo que es muy importante. Es decir que las instituciones y las reglas del juego han resistido a las presiones de Trump, a la polarización que él ha introducido como herramienta de gobierno y de representación. Eso me parece muy importante porque es verdad que algunos comportamientos de Trump fueron autoritarios pero, en general, las instituciones han logrado rechazar algunos de los comportamientos y al final los electores han derrotado a Trump. Eso me parece una buena enseñanza. Y yo diría sí, que las democracias mueren. Levitsky y Ziblatt dicen algo similar, pero no exactamente como yo creo que se puede decir. Las democracias mueren cuando las élites abandonan comportamientos democráticos, cuando no respetan las leyes, cuando deciden utilizar herramientas autoritarias. No es el pueblo que derrota la democracia, son las élites. En el contexto de EE.UU., los republicanos han apoyado a Trump de manera exagerada, demasiado. Vamos a ver si lo abandonan ahora que ha perdido las elecciones pero, en general, la democracia de EE.UU. ha reaccionado contra Trump. Yo diría otra cosa: que no tenemos ningún ejemplo de democracia bastante consolidada pero que la consolidación sea algo que tenemos que analizar de manera más profunda. O sea, ninguna democracia consolidada que haya desaparecido en los últimos cincuenta o sesenta años. Todos los países que han conquistado la democracia desde 1945 han logrado quedar democráticos. Vemos desafíos a la democracia pero ninguna ha desaparecido. Yo podría decir que hay una excepción, es decir, que Turquía no es una excepción porque tenía una democracia consolidada. Rusia no es una excepción tampoco porque nunca fue una democracia. La excepción es Venezuela porque este país tenía una democracia que parecía bastante consolidada, con dos partidos grandes: un partido social demócrata y un partido demócrata cristiano, COPEI y Acción Democrática. ¿Cuál fue el problema? El problema fue que los partidos dejaron el camino abierto para un líder autoritario, el líder populista. Aquí hay una grandísima generalización de un científico político de EE.UU., Schnaider: las democracias nacen con los partidos y los partidos nacen con las democracias. Entonces, el mensaje es que si queremos construir una democracia de calidad y aceptable debemos construir partidos democráticos.

Bueno, un poco en línea con lo que viene diciendo sobre la situación actual de la democracia: hay unos párrafos en el libro que hablan sobre las fracturas políticas que originan partidos vs. las fracturas sociales. Entonces decimos que las fracturas sociales, como originantes de los partidos políticos, corresponden a una etapa y que las fracturas políticas serían las que ahora están dando origen a nuevos partidos. A mí me gustaría que explicara un poco esto porque me parece que puede ser una categoría útil para entender qué está pasando en las democracias, por qué hay más partidos en Europa y que no tiene que ver con algo subyacente, tan sociológico, sino que tiene que ver con lo que viene desde arriba y qué pasa con esto.

La fractura política más importante hoy es clarísima: la fractura entre los que quieren una Europa federal, una Europa políticamente unida a través del federalismo, y los que no quieren eso y se oponen a una Europa federal. Los partidos de derecha en general están contra la Europa y la mayoría, pero no todos, los partidos de izquierda están a favor de la Europa. Eso es una fractura política clarísima. Eso es lo que ha escrito Altiero Spinelli en 1941 en el famoso “Manifiesto de Ventotene”. Y creo que esa verdadera fractura que puede producir el nacimiento de partidos y mismo la muerte de algunos partidos que no representan lo que los electores quieren. En los otros países veo que hay fracturas como en Argentina, que veo que hay una fractura política clarísima: los peronistas y los otros, es una fractura política permanente y que es muy importante, que representa algo significativo en la historia y en la política argentina también. En otros países de Latinoamérica hay hoy fracturas políticas que no son bastante importantes para producir nuevos partidos porque hay fracturas de tipo culturales también. El populismo son los que tienen una visión de nación y de pueblo que es diferente de los otros que son definidos como elitistas. Pero es una fractura política, no son los pobres contra los ricos, es una concepción de lo que debemos hacer si queremos representar a los que no tienen recursos. Los partidos populistas construyen su fractura política para obtener el consenso del pueblo. En EE.UU. la fractura es clarísima, es cultural. Los que aceptan verdaderamente una sociedad y un sistema político multicultural, y los que piensan que los blancos, deben continuar gobernando manteniendo el poder político. Esa es una fractura cultural que ha producido la polarización porque la polarización de EE.UU. es la consecuencia del hecho de que los republicanos van a la derecha extrema. Es una fractura cultural y podemos decir que religiosa también. Los evangélicos apoyan y han apoyado a los republicanos y a Trump. La pregunta es muy difícil, pero creo que he intentado producir algunos elementos necesarios para comprender lo que ocurre.

Yo tengo una última pregunta. Voy a traer a otro italiano a la mesa. Usted hablaba de esta famosa frase de Schneider de “Sin partidos no hay democracia y sin democracia no hay partidos”, esa necesidad de implicación en el desarrollo de uno y otro. Hay otro italiano, Angelo Panebianco, sobre todo en lo que tiene que ver con el origen de los partidos político. Panebianco plantea algo que tiene que ver con los partidos que son buenos partidos. Son aquellos que distribuyen bienes en incentivos colectivos. Y el incentivo colectivo central que distribuyen los partidos es la identidad. Mi pregunta es ¿qué futuro tiene la democracia si los partidos que distribuyen bien esos incentivos son partidos no democráticos? Cuando los partidos son fundamentalmente populistas o con sesgos autoritarios, ¿cuál es el futuro de la democracia si los partidos que son eficientes en distribuir identidad no tienen un compromiso normativo con la democracia

¿Tiene ejemplos que yo pueda analizar de partidos que distribuyen identidad y que no son democráticos?

Sí. Cuando el partido republicano, a la cabeza del discurso de Trump, construye un discurso de supremacía blanca o cuando se instala el discurso del odio. Usted hablaba de la Argentina. Sin entrar en la profundidad sobre la naturaleza de la grieta política en Argentina, si esa grieta hoy, además, es social y si tiene un discurso de clase –un poco la discusión o la tensión entre libertad o igualdad que aparece tanto en esa grieta política-. Parecen ser partidos que recogen una alta voluntad electoral y construyen un discurso que engloba a muchos ciudadanos, pero su sentimiento es antidemocrático. Entonces, ¿hay futuro para la democracia si los partidos no son normativamente democráticos?

No habría un futuro, pero diría que los partidos que no tienen en su interior procedimientos o reglas democráticas no pueden obtener un gran éxito electoral. Hay un nivel al cual los partidos no democráticos pueden llegar, pero no pueden nunca llegar más que eso. Puedo decir que el ejemplo más interesante es el partido Nacional Socialista alemán, el partido de Hitler. Nunca obtuvo la mayoría de los votos de los alemanes, 35-40% en elecciones libres. Hoy, por ejemplo, Alternative für Deutschland (Alternativa por Alemania), el partido de extrema derecha, tiene el 10-12-15% de los votos. Marinne Le Pen ha ganado, creo, el 30-35% de los votos. El partido independentista de Gran Bretaña ganó el 15% de los votos. Los republicanos en EE.UU. nunca ganaron la mayoría de los votos tampoco, entonces, creo que hay dificultades. Si los partidos utilizan solamente una identidad que es necesariamente la identidad del pasado, no va a ocurrir ni va a producir poder político. Si puedo interpretar al futuro, yo diría que los republicanos de EE.UU. van a cambiar porque saben que si no cambian, puede quedar una minoría permanente. Y tenemos ejemplos en el pasado de los dos partidos que han cambiado de manera muy importante cuando perdían las elecciones, eso es posible.

La identidad de los electores también puede cambiar. Por ejemplo, en Europa hoy hay electores que no se definen solamente como italianos, franceses, holandeses, sino como europeos e italianos, europeos y franceses, europeos y holandeses también. Es decir que debemos interpretar la identidad como algo que puede evolucionar a través del tiempo.

Ya tenía en mente una pregunta que a mí me interesaba alrededor de Sartori y cómo él recupera a Schumpeter y a Downs porque mí me gusta mucho Schumpeter y me gustaba mucho Downs, dos economistas. Y para mí hay como una sorpresa en los textos de Sartori: los toma muy en serio y se apropia mucho de sus textos. Un poco en relación a la pregunta de Mara, con esta idea de que los partidos tienen que saber competir y la respuesta que usted ha hecho en relación que hay un incentivo para que estas identidades tan inventadas de estos partidos nacionalistas o de extrema derecha empiecen a competir bien me acordé de este interés mío por saber qué pasa con esa lectura que hace Sartori sobre Schumpeter. Es uno de los mejores lectores de Schumpeter en la ciencia política, su aporte para recuperar a Schumpeter para la disciplina me parece fundamental.

Sartori critica el elemento central de Downs: la competencia política. Porque no es verdad que los electores están en el centro del sistema político, hay electores que no cambian y que entonces pueden ser de extrema derecha y de extrema izquierda. Si el partido de extrema izquierda intenta conquistar a los electores del centro, va a perder algunos electores de extrema izquierda. Lo mismo ocurre con el partido de extrema derecha. Entonces, hay una situación en la que debemos saber cuáles son las reglas de la competencia política, de la competencia electoral. Downs es muy claro y muy lindo yo diría, pero tiene algunos problemas. No es solamente un problema de conquistar electores, es un problema de no perder el alma. Shumpeter es verdaderamente importante y creo que él tiene una visión de la democracia que es una democracia presidencial o presidencialista. Sartori prefiere las democracias parlamentarias. Entonces, Sartori prefiere a Kelsen, que es un autor que a Bobbio le gusta mucho. Y Kelsen prefiere una democracia parlamentaria, partidaria y proporcional. De aquí, el concepto importante es la representación. Sartori mejora la teoría de Shumpeter porque dice que este intenta explicar cómo los políticos compiten. Los que competen saben que deben escuchar lo que los electores quieren y aprender de los mismos. Entonces, aquí el concepto importante es accountability, responsabilidad, es decir, no es verdad que cuando elegimos un líder, él es libre de hacer lo que quiera porque si quiere ser reelegido, debe ser responsable. Eso es lo que Sartori introduce en la teoría de Schumpeter. Y hay otro elemento que me parece importante: la relación entre los líderes. Ellos establecen una relación que puede ser muy productiva porque, esta vez, a través de redes obtienen y producen información. Esta es importante en la teoría de Downs. Son uno de los elementos que definen una democracia: derechos, accountability o responsabilidad y la separación de los poderes. Todo eso existe en la teoría de Schumpeter. Debemos leerlo con más atención, Schumpeter tiene todos los elementos necesarios para explicar lo que es una democracia, aun una democracia presidencial. Lo que Sartori evalúa muy positivamente de Schumpeter es la claridad y la perfección o elegancia de la teoría.

NP Nuevos Papeles 06 12 2020

Tensione M5S-Pd, Pasquino: “Ecco perché il governo non cadrà sul Mes” #intervista #SputnikItalia

Intervista raccolta da Alessandra Benignetti

Per Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, intervistato da Sputnik Italia, il premier Giuseppe Conte sul Mes avrà la maggioranza anche grazie ad una parte di Forza Italia e ai “responsabili” del gruppo misto. E sull’ipotesi del rimpasto attacca: “Chi gestisce Lavoro e Trasporti va sostituito”.

“Non cadrò sul Mes”, ha assicurato il premier Giuseppe Conte al direttore di Repubblica, Maurizio Molinari. Ma con la maggioranza spaccata sul Fondo salva-Stati e una pletora di grillini dissidenti che promettono di votare contro la riforma del Meccanismo europeo di stabilità, chi salverà il governo? Sputnik Italia lo ha chiesto a Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna.

— Siamo sull’orlo di una nuova crisi di governo?  

— Io credo che il M5S non si possa permettere la sfiducia nei confronti di Conte perché per loro sarebbe una sconfitta. Un governo Conte–Pd è un governo che hanno voluto i Cinque stelle quindi se votano contro Conte, votano contro sé stessi. Se vogliono fare i conti all’interno del movimento è un’altra storia. Però credo che alcuni di loro siano, nonostante quello che leggo, sufficientemente razionali da sapere che non è quello il luogo dove si fanno i conti e che devono contarsi da un’altra parte.

— Quindi cosa succederà?

— Troveranno una soluzione, qualcuno voterà in dissenso, qualcun altro non ci sarà, perché al Senato se uno esce non conta dal punto di vista numerico. Ci sono tutta una serie di escamotage che possono sfruttare.

— E poi, chi arriverà in soccorso di Conte?

— Una parte di Forza Italia probabilmente vuole evitare di far cadere il governo, e lo farà nel segreto dell’urna se questo è necessario. Altrimenti anche assumendosi le sue responsabilità, perché il partito non è più riconducibile al dominio di Berlusconi. In secondo luogo c’è un numero consistente di parlamentari che hanno lasciato i loro gruppi e sono finiti nel gruppo misto, questi sono a maggior rischio di non rielezione e quindi certamente non vogliono creare una situazione che porti alle urne. Possiamo chiamarli responsabili, e in questo caso visto che si tratta di un voto molto rilevante si tratta di responsabili nel senso positivo della termine. Questo è sufficiente a garantire al governo una maggioranza, seppur risicata.

— Ha ragione, quindi, Conte a dire che non cadrà sul Mes?

— Le do una notizia: per una volta Pasquino è d’accordo con Conte.

— Cosa significherà per il M5S?

— Il partito in quanto tale non esiste, esiste un raggruppamento di uomini e donne che hanno avuto un sacco di voti nelle elezioni del 4 marzo del 2018 e si barcamenano. Sono disposti a transigere su una serie di materie, di tanto in tanto alzano il tiro, prendono le distanze e così via, però sanno che oramai non hanno nessun luogo dove andare. Devono rimanere al governo perché l’alternativa è tornare a casa. Per qualcuno è un problema di coscienza, perché ci crede davvero, per altri è un problema di convenienza, perché non ci credono ma sanno di non avere scelta.

— Per ora un rimpasto sembra escluso, non ci sono le condizioni?

— Le condizioni per un rimpasto ci sono ma non bisogna porre la questione in maniera vaga. Bisogna dire: ‘ci sono due o tre ministri i quali non hanno fatto abbastanza bene’. Bisogna dare una valutazione. I vari schieramenti devono dire apertamente se ci sono persone migliori da poter mettere in campo per quest’ultima fase della legislatura. Detto ciò, se dire ‘ci vuole un rimpasto’ non significa nulla, rispondere ‘non ci vuole un rimpasto’ significa ancora meno. Significa che il premier pensa di non essere in grado di trovare persone migliori, questo secondo me è preoccupante. Ci sono sicuramente due o tre ministri che possono essere sostituiti da persone un po’ più capaci.

— Ci dica i nomi…

— Le dico prima chi non sostituirei. Non è sicuramente il ministro dell’Istruzione (Lucia Azzolina, ndr) che da mesi è sottoposta ad attacchi brutali non giustificati. Ciò premesso mi limito a chiederle: funzionano bene i trasporti in questo Paese? Hanno fatto tutto quello che era necessario per portare i ragazzi a scuola e da scuola a casa? E ancora: funziona bene il mercato del lavoro, viene fatto tutto il necessario per creare posti di lavoro o per difenderli in maniera adeguata?

— Pensa che questo governo arriverà alla scadenza naturale della legislatura?

— Sicuramente il governo farà tutto il possibile per arrivare all’appuntamento del 2022 per l’elezione del presidente della Repubblica. Il che di per sé non significa che riuscirà ad eleggerlo, perché a quel punto il voto dei singoli avrà una enorme importanza. Dovranno scegliere una candidatura adeguata e questo non sarà facile.

— Insomma, una crisi è esclusa nonostante le profezie di Renzi, che a La Stampa ha detto che dubita che l’attuale squadra riuscirà ad arrivare al 2023?

— Renzi può anche fare una crisi di governo ma poi ne pagherà il prezzo, visto che il suo partito non raggiunge neppure il tre per cento. La prospettiva è quella di rimanere fuori dal Parlamento, a meno che non faccia un patto con il Pd, operazione non facilissima ma non impossibile.

— Cosa farà Conte?

— Penso che Conte non vorrà fare il presidente della Repubblica e neppure un partito suo. Mi auguro che nei prossimi due anni il governo non si limiti a stare a galla ma a navigare. E a navigare anche velocemente, perché deve fare davvero dei buoni progetti per far tornare il Paese a crescere, altrimenti staremo tutti male per chissà quanti anni.

— Anche perché l’Europa ci guarda…

— L’Europa ci guarda e ha le sopracciglia alzate quando pensa all’Italia.

Pubblicato il 5 dicembre 2020 su SputnikNews

Quer pasticciaccio brutto sul MES

Nei pre-annunci di voto sulla riforma del Meccanismo Economico di Stabilità, gli attori (sì, uso proprio questa parola per dare il senso di uno spettacolo) politici italiani stanno, con qualche eccezione, dando il peggio di sé. In alcuni, a cominciare da Berlusconi e da diversi parlamentari pentastellati, c’è tattica: dimostrare che esistono. Ottenuto quel che voleva per Mediaset, mai convintamente europeista, Berlusconi ha preferito ricongiungersi ai sovranisti coerenti Salvini e Meloni dicendo no al MES riformato. Poiché è (im)pura tattica, probabilmente Berlusconi riluciderà la sua immagine ribadendo il suo sostegno al MES solo per spese sanitarie dirette e indirette. La tattica dei dissidenti pentastellati serve a evidenziare che, pur non essendo pochi, non hanno ottenuto cariche significative nel Movimento. Oltre, verso una strategia non sanno e non possono andare. L’unico che ha una strategia è il Presidente del Consiglio che gode anche del sostegno delle riconosciute qualità di autorevolezza e credibilità in Europa del Ministro dell’Economia Gualtieri. La rotta è quella dell’Europa. Bisogna tenere la barra diritta. Lasciare che gli oltranzisti si sfoghino tanto non hanno nessuna alternativa praticabile. Una rottura sull’Europa non sarebbe affatto apprezzata dal Presidente della Repubblica. Dietro l’angolo, piuttosto spigoloso, non c’è nessuna maggioranza, nessuna prospettiva. Le posizioni ideologiche pentastellate non contengono una visione strategica. Sono imbarazzanti e paralizzanti.

   Infine, c’è la drammatica perdita di memoria persino riguardo ad avvenimenti recentissimi. Qualcuno, anzi, molti, nell’Amministrazione pubblica e nelle numerose, forse troppo, squadre apposite messe al lavoro da Conte (e sperabilmente coordinate da lui e da pochissimi collaboratori) è al difficile lavoro di preparare piani operativi per investire gli ingenti fondi, 209 miliardi di Euro, più di qualsiasi altro Stato-membro dell’Unione Europea, in parte prestiti, in parte molto consistente sussidi, assegnati all’Italia. Sembra assurdo che nessuno dei contendenti italiani che obietta alla riforma del MES si renda conto che tanto la posizione di rifiuto quanto le motivazioni, a mio parere, molto peregrine (che l’UE voglia asservire la nostra economia, mentre, al contrario, cerca di salvarla e di rivitalizzarla) sono destinate a essere viste con grande preoccupazione. Per di più sono proprio i due attori, Berlusconi e il Movimento 5 Stelle, nei quali già in partenza le autorità europee hanno fiducia molto relativa, a mettersi di traverso. In questo modo, però, più o meno consapevolmente viene danneggiata la credibilità, non tanto del governo Conte, ma, usando il politichese, del “sistema paese”. Al momento della valutazione dei progetti italiani non saranno soltanto i paesi autodefinitisi frugali a esercitare un surplus di attenzione e di rigore, ma un po’ tutti coloro che udendo lo strepito italiano penseranno che l’Italia non riuscirà a fare quello che ha promesso. Tristemente.

Pubblicato AGL 4 dicembre 2020

Così Di Maio s’inventa statista di protesta (e di proposta)

“Statisti” non si nasce, si diventa. È un processo lungo, spesso tormentato, qualche volta l’esito è un riconoscimento postumo (sì, siete autorizzati a fare gli scongiuri di rito). Nel 2005, quando divenne Cancelliera per la prima volta, pochissimi pensarono che Angela Merkel si sarebbe trasformata in una statista. Ammetto che il paragone con Luigi Di Maio che, sicuramente, statista non nacque, è comunque alquanto azzardato, ma se pensiamo ai loro rispettivi punti di partenza, il tragitto compiuto dal già due volte ministro del Movimento 5 Stelle è lungo assai. Poco più di un anno fa celebrava con un ballo da balcone l’abolizione della povertà. Da qualche mese, pure in una fase molto difficoltosa del Movimento in declino accertato, Di Maio assume atteggiamenti responsabili. Sembra (però, non voglio dubitare più di tanto) avere capito, contrariamente a molti fra i Cinque Stelle, ma anche negli altri partitini italiani, che la situazione politica e sociale in Italia è molto brutta e che le soluzioni debbono essere non proclamate, ma impostate con cura e fatte maturare. Finalmente s’è reso conto, non è l’unico nel Movimento, ma temo per lui che non sia neanche in maggioranza, che bisogna passare dalla protesta a qualcosa di più della proposta, alla traduzione concreta in comportamenti e, se del caso, leggi. Peraltro, la protesta non può essere del tutto abbandonata, meno che mai lasciata a disposizione di Alessandro Di Battista e dei suoi pasdaran. Deve, invece, essere governata. Continuerà ad esistere poiché per un periodo indefinito di tempo molte cose in Italia (e persino in Europa) non andranno come vorremmo. Protestare è, spesso, giusto, sono i modi della protesta a diventare talvolta deplorevoli e, sobriamente, Di Maio ha lasciato intendere che in effetti lui li “riprova”.

   Paradossalmente il passo indietro che ha fatto da leader del Movimento a esponente autorevole nonché ministro che impara il suo mestiere ne hanno fatto una voce ascoltata poiché non esprime soltanto ambizioni personali. Ha già avuto molto, dunque, non ha bisogno di sgomitare. Per di più grazie alla deroga alla regola dei due mandati potrà svolgerne anche un terzo, quindi, può proiettare il suo pensiero, la sua azione e la sua non automaticamente censurabile ambizione (e ne ha, eccome, ed è legittima) anche oltre l’orizzonte del secondo governo Conte. Quel governo e quel capo di governo li deve difendere non soltanto perché sono anche il prodotto, il secondo più del primo, di sue preferenze e di sue scelte, ma perché ha capito che la stabilità politica è indispensabile per chiunque intenda conseguire efficacia per le politiche che attua.

   Il futuro del governo è strettamente collegato con il futuro del Movimento. Di Maio non è l’unico ad avere capito che soltanto se il governo Conte dura, e giungendo a fine legislatura potrà vantare buoni risultati, compreso il superamento della pandemia, il Movimento potrà riacquisire almeno alcuni dei troppi voti che i sondaggi tetragoni danno per perduti dal marzo 2018 ad oggi. Di Maio ha capito che quei voti non risorgeranno da un bagno di opposizione nel quale il Movimento rischierebbe di annegare. Infine, il suo personale processo di apprendimento, finora più politico che istituzionale, ha portato di Di Maio a rendersi pienamente conto dell’importanza di una posizione aperta nei confronti dell’Unione Europea che è, ma questa è la mia opinione personale, l’àncora di salvezza per il sistema politico e economico italiano. Essere Ministro degli Esteri ha comportato la necessità di apprendere molte lezioni e di farlo in maniera accelerata vedendo anche che grama e triste è la vita dei populisti nel Parlamento europeo.  

Non possedendo qualità di introspezione psicologica, sono costretto a cercare consapevolmente nella dinamica dei sistemi politici le condizioni che influenzano quella che è la rilevante trasformazione della persona pubblica di Di Maio. Lo scriverò senza enfasi, ma in maniera solenne. Ancora una volta (in precedenza è toccato a Berlusconi, ma ne vediamo l’esito soprattutto adesso) la democrazia parlamentare ha dimostrato di essere tutt’altro che una forma debole di governo. Impedì a suo tempo molte violazioni ai governi di centro-destra e alle loro cospicue maggioranze parlamentari. Con i suoi vincoli, con le sue regole, precise, ma, entro certi limiti, anche flessibili e adattabili, ha accolto il Movimento 5 Stelle e lo ha costretto a svolgere la sua azione “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Il nuovo Di Maio è anche la conseguenza apprezzabile delle costrizioni politiche e costituzionali esistenti e vitali nella Repubblicana italiana.

Pubblicato il 2 dicembre 2020 su Domani

Sul rimpasto decide Conte (e la Costituzione). La lezione di Pasquino @formichenews

Da politologo stagionato, che significa con molte stagioni passate a studiare (e alcune ad agire), sono convinto che i rimpasti si possono fare, a determinate condizioni che ora non vedo. E comunque, attendo che sia Conte, non Renzi non Orlando non Di Battista, a decidere se rimpastare come e quando farlo e chi sostituire. Il commento di Gianfranco Pasquino

Rivolgo un caldo appello a tutti i sostenitori, non miei estimatori né da me mai estimati (sic), del premierato forte. Fatevi sentire all’unisono affermando quello che avete sostenuto ad nauseam: è il Presidente del Consiglio che nomina i Ministri e che deve esercitare il potere di licenziarli. I rimpasti sono una sua prerogativa, da Londra a Berlino (naturalmente, non è vero). Non abbiamo più da tempo il “complesso del tiranno” anche se il felpato Conte qualche atteggiamento tiranneggiante, sostengono accigliati giuristi, ce l’ha. Superato il complesso, se c’è qualche ministro da sostituire lo deciderà il Presidente del Consiglio.

   Non vorrete mica che siano i capi delegazioni, non riconosciuti dalla Costituzione e neppure menzionati nell’ambizioso pacchetto di riforme renzian-boschiane che, se fossero state approvate, mica staremmo qui a discutere, a rimpastare! Neppure io discuto del nulla. Penso, invece, che gli eventuali rimpasti debbano essere motivati sulla base delle valutazioni trasparenti che riguardino quanto i ministri hanno fatto, non fatto, fatto male e che poggino su attendibili previsioni relative agli eventuali sostituti basate sulle loro competenze, precedenti esperienze, provate capacità. Non, per intenderci, al fine di produrre nuovi e più avanzati equilibri nei rapporti fra i partiti(ni) e fra le correnti. Poi, magari, qualcuno penserà che nel mese di Natale, non è proprio il caso di fare regali così costosi come uno o più ministri rimpastati.

Da Bruxelles comunicano che ci sono da preparare programmi dettagliati e seri (aggettivo di non frequente utilizzo e di difficile applicazione al dibattito politico italiano) per ottenere i fondi, grants and loans, stabiliti nel NextGenerationEU. I nomi dei, anzi delle, rimpastabili non sembrano avere nulla a che fare con questo tema. Infine, retroscenisti e commentatori allo sbaraglio mettono in circolazione l’idea che qualcuno voglia il rimpasto proprio per mettere in difficoltà il Presidente del Consiglio. Un rimpasto dopo l’altro si arriva fino a Palazzo Chigi. So che i premieratisti forti non vorrebbero questo esito. Si sussurra che neppure il Presidente Mattarella, consapevole dei tempi in cui viviamo e della inesistenza di alternative, lo accetterebbe. Anzi, ha già fatto circolare la sua indisponibilità ad una crisi di governo. Incidentalmente, qualcuno ricorda che nel succitato pacchetto costituzionale il limpido voto di sfiducia costruttivo non era minimamente contemplato. Eppure quello è lo strumento che funziona da splendido affidabile deterrente contro coloro che ordiscono le crisi al buio.

Da politologo stagionato, che significa con molte stagioni passate a studiare (e alcune ad agire), sono convinto che i rimpasti si possono fare, a determinate condizioni e per conseguire con certezza esiti migliori. Non ne vedo le condizioni, ma vedo molte ambizioni che ritengo alquanto malposte. Non intravedo esiti migliori. Comunque, attendo che sia Conte, non Renzi non Orlando non Di Battista, a decidere se rimpastare come e quando farlo e chi sostituire. Auguri a chi arriverà al panettone.  

Pubblicato il 1° dicembre 2020 su formiche.net 

Basta inutili retroscena su Conte. Ora il “futuro” @fattoquotidiano

In questo paese di poeti e naviganti, retroscenisti e visionari non è soltanto giusto, ma è anche assolutamente doveroso criticare il capo del governo per non avere una visione. Poi, correttamente, i critici diranno alti e forti i nomi dei numerosi visionari di questo paese, ingiustamente tenuti ai margini. Qualcuno dovrà anche spiegare in che modo chi individua la differenza fra debito buono e debito cattivo stia già delineando la società giusta, o no? Nel frattempo, fioccano le richieste, più o meno motivate, di rimpasto nel governo Conte. I più ambiziosi e più visionari vorrebbero anche giungere a colpire il bersaglio grosso: il Presidente del Consiglio in persona. Al conseguimento di questo obiettivo giova avvalersi di quanto rivelano i sondaggi, cito il titolo del “Corriere della Sera” (28 novembre, p. 19): Cala ancora il gradimento per Conte.

Mi sono subito dedicato ad una attenta lettura dei dati riportati (e interpretati) da Nando Pagnoncelli, sondaggista esperto e degno di stima. Il 55 per cento degli italiani conferma il suo gradimento per Conte, tre punti in meno rispetto ad un mese fa, ma tre punti in più rispetto al 26 settembre del 2019 (dati tutti opportunamente riportati da Pagnoncelli). Quanto al governo, 52 per cento di approvazione, tre punti meno di un mese fa e 7 punti in più di un anno. Peraltro, poiché oramai siamo tutti (sic) diventati professionisti nella lettura dei sondaggi, noni ci facciamo influenzare dalle variazioni a meno che siano superiori al margine di errore che, unanimi, sondaggisti e studiosi situano fra il +2 e il -2. Allora guardiamo al trend e siamo costretti (sic) a rilevare che c’è un declino per Conte e il suo governo tra luglio e oggi, ma rimangono dati molto favorevoli rispetto a un anno fa e nel confronto con i predecessori di Conte. Ad esempio, nel settembre 2015 Renzi era sceso dal 47 al 38 per cento di gradimento rispetto ad un anno prima e il suo governo era al 36. Meglio aveva fatto il suo successore Paolo Gentiloni il cui gradimento personale era al 43 per cento (stesso livello del suo governo) nell’agosto 2017. Quindi, 12 punti meno di quanto ottenuto da Conte in piena pandemia.

Forse, qualsiasi discussione del futuro di Giuseppe Conte e del suo governo dovrebbe tenere in qualche considerazione queste cifre. Invece gli si imputa come colpa grave quella di arroccarsi, mentre, ho letto sul “Domani”, i capi dei partiti di governo sono in “stallo messicano”, cioè, fermi in una desolata Piazza Montecitorio a guardarsi negli occhi con la mano sulla pistola. Continuando a leggere ho scoperto, nel pregevole articolo del quirinalista Marzio Breda, che il Presidente Mattarella ha fatto trapelare che, se stallo messicano c’è, allora anche lui dispone di sue armi personali e istituzionali ed è pronto a usarle. Sono armi che tiene costantemente oliate, tutte appropriatamente collocate nella Costituzione formale, quella scritta, e nella Costituzione materiale, quello che si è fatto nel passato e quello che è possibile fare senza violare la Costituzione scritta, avendo come stella polare la stabilità e la funzionalità del governo.

Cambiare un ministro, forse due, si può. È una prerogativa del capo del governo che dovrebbe addirittura essere sostenuto e applaudito da tutti coloro che ossessivamente dichiarano che il non farlo è segno di debolezza dei Presidenti del Consiglio/non Primi ministri italiani. Rimpasto è un’operazione più complessa che, naturalmente, merita di essere opportunamente motivata e giustificata e soprattutto non dovrebbe presentarsi come un gioco dei quattro cantoni (musical chairs direbbero gli anglosassoni). Qualsiasi operazione che vada oltre questi limiti implica una vera e propria messa in discussione del governo. Sarebbe il momento peggiore proprio mentre, da un lato, tutti sanno che è il tempo del completamento e della presentazione dei programmi del governo per ottenere gli ingenti fondi NextGenerationUE, dall’altro, che le autorità europee hanno dato mostra di avere fiducia in Conte e, quindi, sarebbero molto deluse sia da un eventuale crisi di governo sia, ancor più, da una sua, peraltro complicatissima sostituzione (ma anche da un suo ridimensionamento). Potremmo concluderne che, insomma, è davvero ora di parlare di programmi, stesura e attuazione e, con Shakespeare, che se ne intendeva, il resto è silenzio.

Pubblicato il 2 dicembre 2020 su Il Fatto Quotidiano

Davvero c’è una crisi della democrazia? Solo le democrazie dimostrano capacità di adattamento e di risposta alle sfide, solo le democrazie sanno riformarsi

Troppo occupati a parlare della crisi “epocale” della democrazia, gli analisti non hanno dedicato abbastanza attenzione a quello che succede nelle democrazie realmente esistenti. Dal 21 febbraio a oggi nessuna protesta significativa (tranne in Francia ma era il seguito di qualcosa), nessun tumultuoso cambio di governo, libere elezioni con la meritata sconfitta di Trump. Le democrazie reali si informano, imparano si riformano.