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Pasquino: «Conte? Un signore, Mattarella poteva dargli un’altra chance» #intervista #Ventuno
Intervista raccolta da Ruggero Tantulli
«Giuseppe Conte è stato sostituito malamente. Il suo governo poteva continuare». A dirlo è il professore emerito di Scienza politica Gianfranco Pasquino, che risponde al telefono alle domande di Ventuno. Il governo Draghi, secondo il professore torinese, «non è il governo dei migliori». E soprattutto non deriva «affatto da una crisi della politica», ma da un «comportamento ricattatorio e irresponsabile di Matteo Renzi». Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella era davvero obbligato a chiamare “Supermario” Draghi, come acriticamente riportato su gran parte dei media? No: avrebbe potuto dare «un’altra chance a Conte».
Professore, è nato il governo Draghi. Qual è il suo giudizio?
«La composizione del governo rispecchia i rapporti di forza dei partiti in questo Parlamento. Sì, è il manuale Cencelli ma esiste in tutte le democrazie parlamentari. I governi si fanno comunque così. Per quanto riguarda i ministri c’è una notevole continuità e penso vedremo anche molti sottosegretari e viceministri che faranno la loro ricomparsa. I tecnici, poi, sono “i migliori”, come si dice con esagerazione? No. Bisogna intendersi sul significato di “migliori” in politica: spesso sono quelli che ottengono più voti o che fanno scelte sagge nei momenti eccezionali. Ci sono certamente buoni ministri: stimo Patrizio Bianchi, Enrico Giovannini e Roberto Speranza».
Rispetto al Conte-2, possiamo dire che c’è stato uno spostamento verso destra?
«No, direi verso il centro. Perché la Lega è stata costretta a capire che bisogna seguire le linee portanti della Ue. Quindi è un successo del sistema europeo nel suo insieme. C’è una conversione opportunista verso il centro di Salvini. Però la conversione vera è quella di Giorgetti».
Giuseppe Conte è uscito da Palazzo Chigi tra gli applausi dei dipendenti e le ovazioni da via del Corso. Cosa vuol dire?
«I sondaggi, che lo davano sopra il 50%, non mentivano. Conte come persona è un signore e si è dimostrato tale anche uscendo da Palazzo Chigi. Io sono d’accordo con chi lo applaudiva e mi auguro recuperi un ruolo politico. Ma voglio aggiungere una cosa: per me è stato sostituito malamente perché quel governo poteva continuare».
Ecco. Nel dibattito pubblico spesso si sente dire che per il presidente della Repubblica chiamare Mario Draghi fosse l’unica scelta possibile. È davvero così?
«La metto in maniera ipotetica. Quando Fico (dopo il mandato esplorativo, ndr) ha riferito che i partiti non erano in grado di convergere su qualcosa, Mattarella aveva due strade: o dire lui cosa fare o prendere atto che Conte aveva ottenuto la fiducia, abbondante alla Camera e risicatissima al Senato, dicendogli di andare avanti. E avvertendolo che, in caso di sconfitta su un disegno di legge come quello sulla riforma della giustizia, allora gli avrebbe chiesto di dimettersi. Poteva dargli un’altra chance. Evidentemente ha ricevuto pressioni da qualcuno oppure non voleva rischiare di rimandare Conte in Parlamento e di ritrovarselo pochi giorni dopo sconfitto in un voto importante».
Visto che ha parlato di “pressioni”: si sente spesso dire, come presupposto incontestabile, che la crisi nasce da una crisi politica di sistema. Non è però nata dalla scelta di un partito che forse si è mosso sulla base anche di altri interessi, come quelli di gruppi di potere?
«La crisi si è aperta per un comportamento ricattatorio e irresponsabile di Renzi e di Italia Viva. Non c’era alcun bisogno di aprirla. Evidentemente Renzi voleva far valere qualcosa contro Conte. Certamente non era solo: i giornali da mesi conducevano una campagna contro Conte, direi da giugno (“È pronto Draghi”, “Poi arriva Draghi” etc.), per ragioni che mi sfuggono. Una parte dei giornali non vuole il M5s: in particolare il Corriere della sera e in una certa misura anche la Repubblica. Loro hanno creato le premesse. Un leader ricattatorio ha avuto un colpo di fortuna e adesso sostiene di aver scelto lui Draghi. Una frase francamente eccessiva. Sostiene anche di aver fatto lui questo governo: nel 2018 poteva fare un governo
con il M5s da segretario del Pd ma buttò il partito all’opposizione senza neanche convocare gli organismi dirigenti. Sento dire che sarebbe un genio della politica: dissento fortemente. La politica, comunque, non è affatto fallita. E nemmeno il sistema. La democrazia parlamentare è sufficientemente flessibile da accomodare diversi tipi di governo e sapersi adattare. Quindi non siamo affatto di fronte a una crisi di sistema, lo rifiuto nella maniera più totale. La Costituzione ha tutte le risposte da dare anche in queste situazioni. Mattarella infatti, anche se secondo me con qualche leggera forzatura, ha utilizzato la Costituzione. Dopodiché sono convinto che ci sia stato un lungo dialogo tra Mattarella e Draghi per scegliere i ministri, perché sono altrettanto convinto che Draghi non conosca bene la politica italiana e i partiti italiani».
Renzi ha portato Lega e Fi al governo. Non un gran risultato, visto da sinistra…
«Renzi non sta guardando da sinistra ma dal centro. Solo che è inchiodato al 2,8% e se si fa una legge elettorale con soglia di sbarramento non entra più. Ma sono sicuro che tratterà per un seggio sicuro per sé e per Maria Elena Boschi».
La “congiura” di Renzi è arrivata proprio quando bisogna pianificare l’investimento dei 209 miliardi ottenuti da Conte con il Recovery Fund. Non è un tempismo sospetto?
«Qui mi chiede dietrologie e su questo non sono particolarmente bravo. Conte sicuramente sapeva in quale direzione andare per usare quei fondi. Credo che lo sappia anche Draghi e che non cederebbe a pressioni. Credo che Renzi non riuscirà a influenzare le scelte di Draghi».
Draghi è stato osannato dalla quasi totalità dei media. Non è stato eccessivo? Inoltre, il parlare di “governo dei migliori” non nasconde una concezione aristocratica della politica volta quasi a svilire la portata della democrazia?
«Chi vuole il governo dei migliori non opera all’interno delle regole della democrazia: il governo è fatto da coloro che sono riusciti ad avere il maggior numero di seggi in Parlamento. Qualche volta sono migliori dei loro cittadini, qualche volta no. Conosco qualche esempio di governo dei migliori: l’amministrazione di John Kennedy(Usa, 1961-1963, ndr), alcuni governi di De Gaulle, il primo governo laburista (1945-1951). Questo non è il governo dei migliori. Anche se devo dire che in questo Paese non ho mai visto un governo dei migliori».
Ma a proposito di democrazia, lasciare solo un partito all’opposizione è normale o è un’anomalia?
«I partiti decidono se andare al governo o all’opposizione. Giorgia Meloni ha giustificato in maniera condivisibile la sua scelta. Io naturalmente preferisco un sistema dove c’è una vera opposizione che si candida come alternativa al governo. Ma sono molto rari i sistemi bipolari eh! In Europa, contrariamente a quanto si pensa, l’alternanza vera è una merce rarissima (dopo l’intervista, anche Sinistra italiana ha comunicato la decisione di non votare la fiducia al governo Draghi, come sostenuto dal segretario Nicola Fratoianni, ndr)».
Il M5s è stato criticato per aver consultato i propri iscritti. E soprattutto per come è stato scritto il quesito, contestato anche al suo interno. Che ne pensa?
«Io preferisco 77mila persone che votano su Rousseau al metodo decisionale di una o poche persone».
Come valuta questa mutazione definitiva del M5s, che ha comportato una spaccatura netta tra l’ala governista e quella di opposizione?
«Credo sia errato dire che ci siano un’ala governista e una di opposizione. Per me ci sono quelli che hanno imparato che se vuoi cambiare le cose devi stare al governo e far passare le tue idee e quelli che si beano di stare all’opposizione e testimoniare».
Pensa che ci sarà una scissione o che i ribelli proveranno a riprendersi il Movimento?
«Se fanno una scissione si suicidano. Mi auguro rimangano nel M5s e in Parlamento combattendo le loro battaglie, anche sugli emendamenti. In politica stare in disparte è un errore».
Il governo Draghi è stato criticato per la scarsa presenza femminile e per aver depotenziato il ruolo del Sud. Che ne pensa?
«La scelta delle donne dipende dai partiti. Sul Sud, da torinese mi sembra che Draghi sia romano: quindi il Sud è ben rappresentato».
Legge elettorale. Ai cittadini suona come un tema inutile ma in realtà non è così. Riuscirà questo Parlamento a farla, soprattutto dopo la riforma costituzionale che ha ridotto il numero dei parlamentari?
«La convinzione secondo la quale ai cittadini non interessa la legge elettorale è sbagliata. E se fosse giusta sarebbe colpa dei politici che devono dire ai cittadini che è importante! Prima i partiti iniziano questa opera pedagogica fondamentale, meglio sarà. Rosato (da cui il Rosatellum, ndr) può dire quello che vuole ma la legge elettorale è pessima. Alcune cose non dovrebbero esserci mai: la possibilità di pluricandidature è assolutamente scandalosa. Sono contrario poi ai candidati paracadutati. Credo che dovrebbero esserci un voto di preferenza vero e la possibilità di un voto disgiunto. Dopodiché se si vuole una buona rappresentanza politica la soluzione è il sistema elettorale tedesco: si chiama proporzionale personalizzato. Se si vuole un buon maggioritario, invece, si può seguire il modello francese. Il criterio principe per valutare le leggi elettorali è: quanto potere hanno gli elettori? Con la legge Rosato gli elettori hanno pochissimo potere. Con il Porcellum di Calderoli ne avevano ancora meno. Con il Mattarellum invece ne avevano. Se non si vuole imitare un modello estero, basta adattare la legge Mattarella con un paio di ritocchi».
Che futuro vede per Conte?
«L’ho visto accompagnato da una bella signora bionda. Lo vedo in vacanza per una settimana, fuori da questa gabbia dove ci si scambia colpi di pugnale. Conte ha dimostrato di avere delle capacità, è cresciuto nella sua carica e secondo me ha fatto bene. Fare politica è una scelta di vita, non so se lo voglia. Potrebbe avere una carriera europea o un futuro anche in questo governo. Ma non gli suggerirei di fare un partito. Comunque do una valutazione positiva di Conte. Il suo futuro è in parte nelle sue mani».
Pubblicato il 15 febbraio 2021 su Ventuno
Draghi, Pasquino ad Affari:”Il M5S stia nel governo. Al lavoro con i Dem-Leu” #intervista @Affaritaliani
Il celebre politologo sui mal di pancia dei 5S: “Cerchino con intelligenza di influenzare le scelte politiche del governo Draghi. Star fuori è scelta sbagliata”
Intervista raccolta da Carlo Patrignani
Il nuovo governo di Mario Draghi, colui che ha salvato l’euro e l’Europa, ha da usare e gestire i 209 miliardi del Recovery Plan: è questa una grossa opportunità e insieme una speranza per il rilancio del Paese, messo in ginocchio dalla pandemia Covid19. Molto dipenderà dalle capacità non solo di Draghi, ma di Colao e di Cingolani di sfruttare al meglio quest’occasione. E’ l’opinione del politologo Gianfranco Pasquino che si dice “relativamente ottimista” sulla possibilità del nuovo governo di poter centrare l’ambizioso obiettivo. Professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna ed Accademico dei Lincei, il politologo ha alle spalle anche la preziosa esperienza di senatore della Repubblica che gli consente analisi più approfondite.
“C’è stata una assordante campagna di stampa, in modo particolare da parte dei giornaloni, nell’invocare Draghi come ‘il salvatore dell’Italia’, appunto dopo aver salvato l’euro e con esso l’Europa, mentre il governo Conte – osserva Pasquino – stava facendo bene, andava nella giusta direzione”. Fatta questa osservazione dovuta, “Draghi – sottolinea il politologo – ha un suo percorso preciso, ma dalla sua ha uno sponsor politico chiaro, autorevole, come il Presidente della Repubblica, Mattarella, che, non v’è dubbio, saprà consigliarlo al meglio in questo passaggio delicatissimo”.
Come dire, pur se Draghi ha sempre operato nel mondo delle banche e della finanza, fino alla presidenza della Bce, “forse potrà essere meno keynesiano del suo maestro Caffe’, forse non avrà sufficiente esperienza politica, però – evidenzia Pasquino – non è un salvatore della Patria, ma è tutt’altro che sprovveduto e saprà essere all’altezza del compito affidatogli dal Presidente della Repubblica“.
Insomma, attorno al neo premier troppi sperticati, eccessivi elogi non richiesti: una enfasi sopra le righe. “Sono relativamente ottimista”, ribadisce Pasquino rispetto all’irripetibile opportunità di rilancio del Paese grazie ai 209 miliardi del Recovery Plan. Eppure dopo il pronunciamento favorevole al nuovo governo di tutte le forze presenti in Parlamento, ad eccezione di Fdl, ci sono fermenti dentro il M5S sul voto di fiducia per la composizione della compagine governativa e sulla distribuzione dei ministeri.
“Mi pare che il M5S si sia pronunciato, abbia già votato e la maggioranza ha scelto di dare il via alla formazione del governo Draghi di cui farà parte – evidenzia Pasquino – Ora lavori bene e cerchi con intelligenza di influenzarne le scelte politiche, quali politiche fare. Star fuori dal governo è, per me, una scelta sbagliata”. Tanto più che in ballo c’è ancora la possibilità di una alleanza più o meno strutturale con Pd e Leu.
“Certamente l’esperienza accumulata con il governo Conte non va dispersa, anzi va rafforzata dal momento che anche Pd e Leu fanno parte del governo che – nota Pasquino – dovrà metter mano alla legge elettorale: occasione per formulare proposte magari comuni“. Poi in primavera ci sono importanti test amministrativi, in grandi città: occasione per dar vita ad alleanze elettorali.
“Si tratta di tanti passaggi importanti – conclude Pasquino – sui quali lavorare, non solo il Recovery Plan, ma la legge elettorale, la lotta alla pandemia, il piano vaccinazioni, per proseguire e migliorare l’esperienza realizzata con il governo Conte“. E con un occhio alla prossima tornata elettorale. I voti contano. Contare tanti voti serve.
Pubblicato il 14 febbraio su affaritaliani.it
Con i partiti destrutturati il Presidente guardi all’Unione @DomaniGiornale
La formazione del governo Draghi è la più chiara smentita della tesi alquanto confusa relativa ad una crisi di sistema. Se il sistema è, come dovrebbe, la democrazia parlamentare, non solo ha tenuto, ma ha offerto per l’ennesima volta la prova che è in grado di risolvere le crisi di governo, anche quelle irresponsabilmente procurate dai leader dei partitini. Certo, se per sistema s’intende il sistema dei partiti, questo è da tempo in crisi. Sostanzialmente destrutturato, il sistema dei partiti barcolla e non è il luogo della soluzione dei problemi politici. Tuttavia, anche in un sistema vacillante possono prodursi fenomeni importanti che meritano di essere valutati con precisione. Il più importante dei fenomeni prodottisi ha influito in maniera molto significativa, quasi decisiva sulla formazione del governo Draghi.
In seguito alla svolta europeista, il centro-destra si è profondamente diviso. Per quanto improvvisa, la svolta non è stata affatto improvvisata, ma preparata con calma e tenacia da Giancarlo Giorgetti, giustamente premiato con un ministero. Salvini ha dovuto convertirsi, a mio modo di vedere in maniera opportunistica più che per convinzione, forse anche avendo ricevuto il messaggio da parte dei ceti produttivi del Nord che in Europa bisogna stare, in Europa bisogna agire. Dunque, anche il sistema europeo ha dimostrato, se ce ne fosse ancora bisogno, di essere vivo e molto vitale. La lezione europea, spesso rifiutata da Berlusconi, era già penetrata nei ranghi di Forza Italia anche grazie alla sua appartenenza e frequentazione della famiglia dei popolari europei. Adamantina in larga misura per convinzione, ma anche per ruolo, da poco diventata Presidente del Gruppo che può a giusto titolo essere definito dei sovranisti, Giorgia Meloni si è deliberatamente collocata all’opposizione. Potrebbe anche riuscire a sfruttare quelle che ritengono siano definibili come “rendite di opposizione”, a scapito della Lega, ma, forse, anche di una parte dell’elettorato che è in allontanamento dal Movimento 5 Stelle. Quello che è sicuro è che le differenze di opinione nel centro-destra sono destinate a continuare.
Comprensibilmente, la situazione si presenta delicata sia per i Cinque Stelle nei loro rapporti con Berlusconi e il suo partito sia per il Partito Democratico che si trova al governo con la Lega. Affari loro, naturalmente, che, però, debbono essere tenuti in grande considerazione per evitare che si riflettano negativamente sull’azione del governo Draghi. Immagino che a Draghi sia stato comunicato che le coabitazioni promiscue contengono potenziali negativi per i procedimenti decisionali nel Consiglio dei Ministri e in Parlamento. Non sono soltanto le differenti idee intrattenute dai quattro inopinati alleati su quale Italia e quale Europa a dovere preoccupare. Sono soprattutto le ricette che hanno elaborato nel corso del tempo, a riprova non casuale che esistono ancora distanze fra la destra e la sinistra ovvero, se si preferisce, fra i conservatori e i progressisti.
Intravvedo due modalità possibili, peraltro non in grado di evitare che, di tanto in tanto, gli scontri si manifestino, ma per superarli in maniera efficace. Su quasi tutte le tematiche significative, a cominciare, comprensibilmente, da come assegnare e utilizzare gli ingenti fondi del Piano di Ripresa e di Rilancio, il Presidente del Consiglio Draghi dovrebbe “giocare” la carta europea. Sempre formulare soluzioni compatibili con una visione europeistica che lui è in grado di articolare meglio di altri, sempre richiamare tutti agli esempi europei, sempre argomentare con riferimento alle modalità sperimentate nei paesi europei. Il livello del confronto, in materia di giustizia come di scuola, di digitalizzazione come di infrastrutture, deve sempre essere ricondotto a quello che serve all’Italia per cambiare e crescere secondo le direttive europee. Sarà difficile. Richiederà un apprendimento accelerato per il capo del governo, ma, yes, Draghi can (o quantomeno dovrebbe tentare).
Pubblicato il 14 febbraio 2021 su Domani
Appena una premessa. Andare oltre rapidamente
L’operazione di combinare tecnici e politici in una nuova compagine governativa è stata piuttosto complicata. L’esito complessivo non presenta novità sconvolgenti. Anzi, il governo Draghi 1 si situa in notevole continuità con il governo Conte. Nei ministeri importanti, Esteri, Interni, Sanità, Difesa e Cultura, che avrà un ambito di operatività molto più ampio dell’attuale, sono rimasti i ministri politici, cioè fortemente rappresentativi dei loro partiti, Cinque Stelle, PD e Leu, e la dott. Lamorgese. Le due effettive novità sono rappresentate dalla Prof Cartabia, ex Presidente della Corte Costituzionale, alla Giustizia, e dal Prof Patrizio Bianchi, già Rettore dell’Università di Ferrara e assessore della Regione Emilia-Romagna, nominato Ministro all’Istruzione. Esce dal governo, forse quasi inevitabilmente, il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri, non “bocciato”, ma perché quello è il settore nel quale, comunque, operano le competenze, le conoscenze, i precedenti rapporti di Draghi con l’Unione Europea e con i grandi operatori economici tradizionali. Entrano i leghisti di peso Massimo Garavaglia e Giancarlo Giorgetti e due stelle di Forza Italia, Mara Carfagna (Sud e Coesione sociale) e Maria Stella Gelmini (Affari Regionali), ma la parità uomini/donne non è stata conseguita. Spazio anche a Renato Brunetta al quale viene affidata la delicata riforma della Pubblica Amministrazione da lui già affrontata come Ministro nel passato. Infine, lo spesso criticato Vittorio Colao diventa Ministro della Transizione Digitale (insomma, Conte non aveva scelto male…).
Nel complesso, la mia valutazione è che nel mix fra non politici e politici siano i effettivamente stati gli uomini e le donne di partito a prevalere. Fermo restando che, ovviamente, il peso di Draghi è molto rilevante, non posso affermare che tutti i prescelti siano di alto profilo politico, ma nella misura in cui è possibile valutarli, quasi tutti hanno un curriculum professionale di buon livello. Naturalmente, ciascuno di loro, se scelto personalmente dal Presidente del Consiglio, a lui renderà conto e da lui riceverà le indicazioni essenziali. La presenza di ministri di partito e di personaggi influenti nei loro partiti suggerisce che Draghi vuole davvero che i partiti che gli hanno espresso apprezzamento e fiducia si sentano impegnati e intendano, al di là delle certamente non cancellabili differenze di opinione, collaborare fattivamente.
La prova del budino, come dicono con grande saggezza gli inglesi, consiste nel mangiarlo. Fuor di metafora, attendiamo i prescelti all’opera. Sarà il discorso del Presidente del Presidente del Consiglio a indicare le tematiche sulle quali Draghi eserciterà la sua leadership e la sua capacità di andare con maggiore rapidità (il cambio di passo spesso richiesto a Conte) oltre quello che aveva impostato, a mio parere già efficacemente, il governo precedente. Questa è l’impresa alla quale è stato chiamato Draghi. Il primo passo mi pare cauto e non particolarmente innovativo. Auguri.
Pubblicato AGL il 13 febbraio 2021
Il “governo della provvidenza” priorità e tempi ancora oscuri @fattoquotidiano
Guardo le agenzie di stampa, seguo tutti (sic) i talk show, leggo i commenti di accalorati giornalisti e affermati studiosi e mi sorgono “spontanee” molte domande. Il governo Draghi che verrà dalle nuove consultazioni potremo finalmente annoverarlo fra quelli scelti dal popolo (che diventerebbe una nuova anomalia italiana: altrove non succede da nessuna parte)? Otterrà presto una legittimazione elettorale di qualche tipo? Almeno il prestigioso capo del governo otterrà quel mandato politico-elettorale che è sempre mancato al Prof. Giuseppe Conte? Oppure, tutta questa discussione va giustamente lasciata alla polemica politica/politicista del pretestuoso passato? La mia nota posizione è tutta costituzionale (art. 94): “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere” (incidentalmente, non sta scritto “della maggioranza assoluta”). Quella fiducia il governo Conte l’aveva formalmente avuta.
Ho qualche ricordo del passato dei molti governi italiani e delle valutazioni tanto dei politici quanto dei commentatori. Qualsiasi tentativo di accordi fra governo e opposizione e fra partiti di opposti schieramenti veniva, anzi, è sempre stato prontamente e da quasi tutte le parti bollato come “inciucio” e “ammucchiata”? Tutti, compresa anche Giorgia Meloni, alla quale, sbagliando, si rimprovera l’autocollocamento all’opposizione, si riempiono la bocca con nobili definizioni: governo di unità nazionale, governo di larghe intese, governo di alto profilo, governo tecnico-politico. Manca soltanto il riferimento al governo della Provvidenza, che pure sarebbe il più appropriato poiché, da molte parti, all’incolpevole Draghi, sul cui volto immagino un leggero sorriso, è stata attribuita la caratterizzazione di uomo della Provvidenza. Non ho mai né pensato né scritto che nelle democrazie non si possano avere accordi fra governi e opposizioni. Non ho mai usato le parole inciucio e ammucchiata. Credo, però, che una riflessione sulle caratteristiche delle componenti di un governo Draghi e delle sue qualità sia più che opportuna, essenziale.
Ho regolarmente criticato e ironizzato sulla sequenza di totale ipocrisia di coloro che ogniqualvolta è necessario trovare candidature a livello nazionale e locale (attualmente, per molte cariche, non “poltrone”, di sindaco) sentenziano: “prima i programmi poi i nomi”. Come se i nomi, di persone minimamente conosciute, non portassero con loro una biografia professionale e, talvolta, politica. Draghi è proprio uno di quei nomi che portano con sé una storia fatta di successi europei e, in parte, come Governatore della Banca d’Italia, anche nazionale. Ledo la maestà di qualcuno se, ricordati i suoi decisivi meriti nel salvare l’Euro e l’Unione Europea, affermo che avrei ritenuto preferibile fin dall’inizio che tutti (o quasi) gli esponenti delle delegazioni partitiche consultati dicessero: “Draghi ottima scelta, ma aspettiamo di vedere quali sono i suoi punti programmatici”? I titoli li sappiamo tutti. Ci piacerebbe conoscere le priorità e la tempistica. L’improvvisa conversione di Matteo Salvini mi spinge a pensare che Draghi abbia detto o comunque fatto chiaramente capire che esiste una condizione preliminare discriminante per fare parte del suo governo: l’accettazione piena e convinta della presenza italiana nell’Unione Europea. Infine, mi rimane una preoccupazione. Premessa, in Italia non è fallita la politica, sempre relativamente debole, ma sono falliti i politici irresponsabili che aprono crisi senza sapere risolverle. Adesso, qualcuno dice che tocca ad un governo tecnico/politico ovvero, interpreto, composto da persone con competenze e da uomini e donne di partito. Altri sostengono che è l’ora del governo dei migliori. Resto in scettica attesa dei requisiti che debbono possedere i migliore e dei criteri con i quali valutarli.
Pubblicato il 9 febbraio 2021 su Il Fatto Quotidiano
Draghi deve governare, non salvare la politica @DomaniGiornale
Nell’oramai avanzato processo di prematura beatificazione di Mario Draghi, che immagino alquanto preoccupato dalle aspettative crescenti, s’innesta una formidabile richiesta con codicillo. Di tanto in tanto, ma in parecchi momenti di svolta della storia d’Italia e della Repubblica, da un lato, i “giornaloni”, dall’altro, molti commentatori free lance, di parte, ma di poca arte, hanno prima dichiarato il fallimento della politica, poi subito dopo auspicato la ricostruzione della stessa ad opera di un demiurgo, mai rivelatosi tale. Oggi il prestigioso ruolo di demiurgo è affidato all’ex-Presidente della Banca Centrale Europea.
Fermo restando che il fallimento cui porre rimedio riguarda non la politica, ma i politici, alcuni dei quali, genialmente (forse l’avverbio dovrebbe essere “irresponsabilmente”) aprono crisi che non sanno in nessun modo risolvere, è comunque giusto porsi il compito di ristrutturare la politica italiana. Difficile farlo da populisti, poiché quel che conta per il leader e i suoi seguaci non sono le regole, le procedure, le istituzioni, ma i rapporti basati su emozioni spesso piuttosto instabili. Difficile anche farlo da sovranisti poiché oramai la politica nel male, che c’è, e nel bene, che è chiaramente superiore, non è confinabile in un solo paese, ma si dipana a livello europeo in scontri e incontri, in ricerca di soluzioni condivise. Almeno di questo irreversibile sviluppo il non-politico Draghi ha sicuramente ampia consapevolezza. Però, c’è un problema che neanche Houston potrebbe risolvere. Confrontarsi con rigidi e altezzosi banchieri obbliga ad imparare alcune prassi della mediazione. Frequentare le cancellerie, come ho visto scrivere su molti giornaloni e giornalini, impartisce qualche lezione, soprattutto su come funziona la politica in quei paesi. Tuttavia, è molto improbabile che ne derivino lezioni immediatamente applicabili nel contesto italiano.
Rifiutandomi di definire tecnico o politico un qualsiasi governo con riferimento al numero di ministri privi di precedenti esperienze in assemblee elettive e a quello dei ministri che saranno “politici” nella misura in cui hanno radici nei loro rispettivi partiti, credo sia opportuno porsi la domanda: saranno loro a ricostruire la politica? Aggiungo: avrà l’eventuale Presidente del Consiglio Mario Draghi il tempo, le energie, la voglia e la competenza di ricostruire “la politica”? Dove e quando mai la politica di un paese è stata ricostruita da un uomo o una donna proiettati alle più alte cariche istituzionali (direi lo stesso anche per gli ex-giudici costituzionali e affini) privi di esperienza e del sostegno di un partito, di un’organizzazione politica che si riconoscano in lui/lei?
Quando, nel 1958, il Gen. Charles de Gaulle arrivò alla Presidenza della sua Quinta Repubblica francese aveva “fatto” politica per più di un decennio e poteva contare su una vasta schiera di compagnons de la Résistance. C’erano gollisti in ogni angolo della Francia. Grazie a lui, la politica francese fu in effetti profondamente ricostruita. Quanti dei tecnici che Draghi recluterà per affidare loro ministeri presumibilmente importanti saranno scelti anche per loro provate o immaginate capacità di costruire una nuova politica in questo paese e non, invece, proprio per la loro proclamata e conclamata distanza dalla vecchia e, presuntamente, fallita, politica? Non intendo in nessun modo sottovalutare l’utilità e l’apporto dei tecnici. Lo stesso de Gaulle si circondò di alcuni grandi intellettuali e di grands commis (alti burocrati, forse tecnocrati). Ma l’impronta politica e istituzionale sulla Quinta Repubblica francese è quasi esclusivamente sua.
Ho letto anche che qualcuno pensa e qualcuno spera che, nel ricostruire la politica, Draghi innescherà addirittura procedimenti che porteranno ad una ristrutturazione del sistema dei partiti in chiave di agognato bipartitismo. Anche questa aspettativa mi pare eccessiva. Faccio grazia ai lettore/trici di qualsiasi dotta digressione sulla legge elettorale, ma presumo che Draghi anche di questo si troverà a doversi occupare, e concludo che sì è auspicabile che la nuova politica si definisca intorno a due poli (il bipolarismo è al tempo stesso più facile e più flessibile del bipartitismo): europeismo federalista vs sovranismo. Certo, con la Lega che partecipasse ad un eventuale prossimo governo anche questo bipolarismo diventerebbe lontano e improbabile.
Pubblicato il 8 febbraio 2021 su Domani
Lezioni di Politica @EnricoLetta e @GP_ArieteRosso #BristolTALK
Programma ideato e condotto da Lorenzo Benassi Roversi
“Questa volta parliamo di politica (non di schieramenti politici!): quale legge elettorale può garantire stabilità? Come rinnovare davvero il sistema politico? Le istituzioni europee sono democratiche? Qual è il ruolo dei giovani e di quali linguaggi sono portatori? A farci da guida, saranno i libri Minima Politica e Libertà inutile, i cui temi affronteremo con l’autore, Gianfranco Pasquino, in dialogo con Enrico Letta, fondatore di Scuola di Politiche.”
In onda il 6 Febbraio 2021 su TRC
Come mai adesso l'”ammucchiata” si chiama governo di unità nazionale? @HuffPostItalia
Caro Huffington,
sinceramente preoccupato dalla sorte del paese in cui nacqui, vorrei avere qualche informazione più precisa per farmi un’idea su quale governo potrebbe formarsi. Enuncerò alcune interrogativi semplici e largamente diffusi dai mass media, te Huffington compreso, e da non pochi politici. Primo, il governo Draghi sarà eletto dal popolo? Avrà una legittimazione dal voto? Almeno il capo del governo otterrà un mandato politico-elettorale? Oppure, tutta questa discussione va lasciata alle illusioni/delusioni di Luciano Fontana, Direttore del Corriere della Sera, che intitolava melanconicamente la sua rubrica Lettere al Direttore: “Votare premier e coalizione è solo un sogno proibito?” La mia nota posizione è tutta costituzionale (art. 94): “il Governo deve avere la fiducia delle due Camere” (incidentalmente, non sta scritto “della maggioranza assoluta”)
Secondo, è vero che molto spesso nel passato qualsiasi tentativo di accordi fra governo e opposizione e fra partiti di opposti schieramenti veniva, anzi, è stato prontamente e da quasi tutte le parti bollato come “inciucio” e “ammucchiata”? Oggi, un eventuale governo che includa Cinque Stelle, Partito Democratico, Lega e i numerosi cespugli centristi (chiedo scusa, ma non troppo, e dirò: i volonterosi, responsabili et al.) diventa governo di unità nazionale, o qualcosa di simile, ma soprattutto ottiene generose valutazioni positive. Terzo, con Draghi siamo, dunque, all’uomo della Provvidenza come fu definito da Papa Ratti, Pio XI il Mussolini che l’11 febbraio 1929 sottoscrisse i Patti lateranensi? Certo, non mi riferisco all’ideologia di Mario Draghi, sicuramente un sincero democratico, ma alle malposte iperboli dei commentatori, uomini e donne, dello stivale. Quarto, i politici e i loro giornalisti di riferimento si sono regolarmente riempiti la bocca con le parole: “prima i programmi poi i nomi”. Non mi pare che questo sia stato il punto di partenza delle varie dichiarazioni di sostegno al Presidente del Consiglio incaricato. Giusto ricordarne i molti meriti e decisivi nel salvare l’Euro e l’Unione Europea, ma non sarebbe stato opportuno che i capi partiti e partitini dicessero: “Draghi ottima scelta, adesso vediamo i programmi” (o nel loro lessico “andiamo a vedere le carte”)? Ma almeno una carta dovrebbe essere chiara: “dentro l’Italia nell’Europa dentro l’Europa nell’Italia”. Ė lecito interrogarsi se Draghi ha posto questa condizione preliminare? Tu Huffington chiamala pure discriminante.
Da ultimo, almeno allo stato delle cose, “ricostruire la politica” (con la molto discutibile affermazione che “il sistema è fallito” quale “sistema” “che cosa è il fallimento, come lo si misura”?) è un compito che può essere credibilmente affidato a chi di esperienza politica (che non significa trattare con altri banchieri e con le cancellerie) non ne ha? Però, se davvero Draghi volesse/dovesse ricostruire la politica, non sarebbe lecito fin da subito chiedergli quali sarebbero le linee essenziali di questa ricostruzione? Caro Huffington, mi fermo qui, ma spero, anzi, sono certo che presto, molto presto tu mi chiederai di commentare il governo dei migliori, giusto?
Pubblicato il 6 febbraio 2021 su huffingtonpost.it
Pasquino e le partite di calcio in America: «Draghi era riflessivo anche in campo» di @ClaudioBozza @Corriere
Il ricordo: «Negli studi eccelleva, come giocatore di calcio però era poco scattante, riluttante a scartare gli avversari. Mario se la cavava decisamente meglio a basket»
di Claudio Bozza MILANO
Ottobre 1974: Belmont, elegante sobborgo di Cambridge. Sono i giorni dei mille colori del foliage, uno spettacolo nel Massachusetts. In quelle settimane una decina di italiani si trovano il sabato e la domenica a casa di Sergio Brosio, giovane campione di pattinaggio e nipote di Manlio, ambasciatore e segretario generale della Nato.
Sul prato di una bellissima casa quei ragazzi si sfidano in lunghe partite. «Basket? Macché, solo calcio. Eravamo italiani», ricorda il politologo Gianfranco Pasquino, che aveva appena vinto la Lauro De Bosis fellowship, prestigiosa borsa di studio di Harvard. Il professore racconta poi che in campo con i ragazzi della Business school c’era anche un certo Mario Draghi: 27 anni, già sposato con Serena, e che stava concludendo il dottorato al Mit con Franco Modigliani, futuro Nobel per l’Economia. «Draghi, che negli studi eccelleva, però come giocatore di calcio era poco scattante, troppo riflessivo, riluttante a ostacolare gli avversari e a spingerli», riavvolge ancora il nastro Pasquino; mentre i compagni di liceo italiani raccontano oggi che «Mario se la cavava decisamente meglio a pallacanestro, anche se non era molto alto».
Ma torniamo sul prato del Massachusetts: «In quelle occasioni si affacciava anche il professor Modigliani – dice ancora Pasquino -: era interessato a conoscere tutti gli italiani, ci faceva un sacco di domande, voleva sapere». Draghi arrivò presentato da Federico Caffè e quindi non c’era bisogno di aggiungere altro. Di politica si parlava raramente anche durante il rito del tè con pasticcini (rigorosamente italiani).
«Draghi, nelle discussioni politiche, brillava per “riservatezza” – aggiunge il politologo -. Era semmai interessato alla politica americana: non era certo un uomo di sinistra, bensì piuttosto un moderato. Non gli sentii mai fare riferimento ai partiti, ma ricordo la sua ferma preferenza per il keynesismo temperato».
C’era poi Sergio Brosio, liberale come suo zio. Mentre tutti gli altri giocatori sul prato di Belmont, con Pasquino che sarà poi eletto tre volte in Senato con i progressisti, si collocavano variamente a sinistra. Una sinistra non comunista, altrimenti non sarebbe stato concesso loro il visto.
Da quelle sfide a pallone sono passati quasi 47 anni. Draghi, dopo aver occupato le poltrone chiave della finanza mondiale, si trova catapultato a Palazzo Chigi per gestire il dramma economico e della pandemia: «Se potessi consigliarlo? – conclude il professor Pasquino – Gli direi: occhio a quelli che adesso ti giurano lealtà incondizionata a prescindere. Draghi dovrebbe assumere un atteggiamento contrattuale con tutte le parti in causa: mettere tutto nero su bianco».
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