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Bentornati a scuola #Scuola2020

Dedicare il massimo di attenzione, di impegno e di cura alla riapertura delle scuole (al plurale) è importante, doveroso. Sono già stati coinvolti cinque milioni di studenti nelle scuole “di ogni ordine e grado”, un milione e più di docenti e di personale scolastico e, naturalmente, i genitori, le cui preoccupazioni e timori vanno comprese e non stigmatizzate purché espresse senza livore e senza cercare capri espiatori, neppure nel Ministro Azzolina. Complessivamente, da più di vent’anni tutte le scuole italiane hanno problemi dei più vari tipi dall’edilizia agli spazi, dalle risorse ai supplenti. Nessuno può pensare che un ritardo ventennale possa essere colmato nei pochi mesi da maggio a oggi che hanno portato alla riapertura. In un certo senso le scuole sono lo specchio nel quale è possibile vedere le rughe di affaticamento e invecchiamento del sistema politico e burocratico italiano. Rimangono, però, il luogo della formazione della prossima classe dirigente italiana.

Qui so di dovere aggiungere la speranza che sia migliore di quelle, compresa l’attuale, che l’hanno preceduta. Allora mi esercito a notare che in non pochi casi scuole che iniziano la loro attività con carenze di organico avranno difficoltà a offrire insegnamenti all’altezza delle aspettative anche dei genitori. Reclutamenti affrettati ope legis dei cosiddetti precari senza un minimo di verifica delle loro conoscenze non promettono nulla di buono. Il mancato aggiornamento dei docenti già di ruolo apparirebbe preoccupante in un mondo che cambia rapidamente anche durante la pandemia. Sono convinto che i sindacati dei docenti dovrebbero occuparsi non solo degli inserimenti in ruolo e degli stipendi, ma della qualità dei docenti.

Da tempo sappiamo che, oltre a offrire gli insegnamenti specifici e caratterizzanti che porteranno preparati al lavoro, la scuola svolge l’importantissimo il compito di preparare gli studenti a vivere in società. Mi auguro, ma ne ho anche una ragionevole aspettativa, che nelle loro prime lezioni dopo la ripresa i docenti abbiano parlato della pandemia e abbiano accuratamente spiegato le conseguenze sociali dei comportamenti collettivi che non rispettino regole e protocolli. Stare insieme vuole anche dire evitare qualsiasi azione che rischi di produrre danni alla nostra compagna del banco vicino, al prof, ai genitori quando torneremo a casa. Prendendo lo spunto dai fatti di cronaca è possibile e molto opportuno discutere di violenza, in particolare, sulle donne, e di razzismo. È probabile che affrontando il tema dell’insegnamento a distanza si abbia lo spunto per soffermarsi sulla eguaglianza e le diseguaglianze. Certamente, molti studenti hanno avuto a disposizione un luogo apposito e confortevole dove seguire le lezioni con il loro computer personale. Altri non sono così fortunati e non tutti sono riusciti a rimediare a queste carenze. Un buon corso di educazione civica servirà a spiegare che “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli” (art.3). Bentornati a tutti. C’è molto da fare.

Pubblicato AGL il 15 settembre 2020

INVITO Difendiamo la rappresentanza democratica! #IoVotoNO #14settembre #Bologna @europaverde_it @NoTaglio

lunedì 14 settembre ore 20.30
Cortile del Centro Costa
via Azzo Gardino, 44
Bologna

 

Europa Verde e Coordinamento per la Democrazia Costituzionale

Incontro pubblico con
Gianfranco Pasquino
Paolo Galletti
Silvia Zamboni

“Il Pd? A volte è un po’ banderuola. Elezioni Regionali: andrà a finire così” #intervista #Affaritaliani @affariroma

Parla con Affari il politologo Gianfranco Pasquino: “Alle Regionali? Do per probabile un 3 -3 e possibile un 4-2 per il centrosinistra”

Intervista raccolta da Paola Alagia

Bolla il pronostico del sette a zero del leader della Lega come “la solita sparata dello sbruffone Salvini” e lo definisce un risultato “improbabile”. Non solo, ma il professore emerito di Scienza politica, Gianfranco Pasquino, intervistato da Affaritaliani.it, si proietta già alla sera del 21 settembre e azzarda: “Do per scontato che il centrosinistra vinca in Campania e in Toscana, li considero risultati quasi sicuri. E non do affatto per perse né le Marche e né la Puglia. Sono contendibili. Almeno questo è ciò che mi dice la mia personale sfera di cristallo”.

Professore, quindi dando i numeri, è possibile un quattro a due per il centrosinistra?
Può benissimo finire 3 a 3, escludendo la Val d’Aosta che è sempre stata una realtà diversa dal resto del Paese. Diciamo che do per probabile un 3 a 3 e per possibile un 4 a 2 per il centrosinistra. Scenario, quest’ultimo, che si realizzerebbe in caso di vittoria, appunto, anche in Puglia e Marche.

In Liguria, dopo l’esperimento fallimentare in Umbria, riparte il laboratorio delle alleanze tra Pd ed M5s. Una sconfitta qui potrebbe causare una battuta d’arresto sul camino delle intese?

Ritengo che nessuna Regione sia un laboratorio perché ciascuna risponde a fattori personali e locali. Detto questo, la Liguria è una sfida difficilissima per il centrosinistra perché qui c’è un presidente, Toti, che è molto popolare e sostanzialmente ha fatto bene. Ecco perché considero l’intesa raggiunta un tentativo apprezzabile, ma non più di un tentativo. Quindi, se il centrosinistra perde, come è probabile, non significa affatto che non debbano più farsi accordi locali tra Pd e Movimento cinque stelle. Dovrebbero, questo sì, partire un po’ prima. Sempre con la consapevolezza che le intese non sono garanzia di vittoria, ma sono garanzia di competitività.

Fa bene quindi Luigi Di Maio che è già proiettato alle comunali del 2021?
Di Maio finalmente agisce in maniera razionale. Peccato però che il M5s abbia già deciso di ricandidare Virginia Raggi a Roma. Questa operazione andava fatta dopo avere raggiunto in qualche modo un accordo con il Pd e non ponendosi subito in posizione antagonista. Comunque, questa è la linea giusta, secondo me, ma senza esagerazioni: sono contrario alle alleanze organiche, bisogna raggiungere intese programmatiche sulle candidature a livello locale.

La Toscana, invece, vede insieme Pd e Italia viva. Una vittoria del centrosinistra potrebbe ringalluzzire Renzi e spingerlo ad alzare la posta di richieste sul governo?
Bisognerà innanzitutto contare i voti di Italia viva e vedere intanto se risulteranno decisivi per la vittoria del candidato di centrosinistra. La Toscana, poi, è la Regione di Renzi, ma anche di Maria Elena Boschi. Dunque, lì devono dimostrare di essere forti. Casomai una lezione arriverebbe se risultassero deboli e si attestassero su percentuali tristi, ad esempio al di sotto del 5 per cento.

Nella prima ipotesi cosa accadrebbe?
Non credo che ci sia da ringalluzzirsi. Magari ci sarà da deprimersi, dipenderà dal risultato. Dopodiché Iv è imprevedibile, come il suo leader. Credo che ci sarà una continuazione della guerriglia. Renzi è in questo momento un guerrigliero che cerca di operare all’interno delle linee amiche, ma non può portare la guerra fino alla sconfitta perché la sconfitta sarebbe anche la sua.

Ma l’esito del voto può minare la stabilità del governo?
Le ripercussioni sul governo si potrebbero avere, ovviamente, se il centrodestra vincesse nelle sette Regioni. Significherebbe che l’esecutivo non è più in sintonia con il Paese. Il governo, allora, dovrebbe elaborare il risultato, ammettere che un problema esiste, ma sottolineare anche che si tratta di elezioni comunque regionali e che in Parlamento ci sono numeri per andare avanti.

Si affaccerebbe con maggiore forza l’ipotesi di un rimpasto?
Forse il governo potrebbe prendere in considerazione l’ipotesi. Ma attenzione, rimpastare Azzolina mi pare una lezione che il ministro non merita. Rimpastare dovrebbe significare scegliere persone più brave di quelle che già ci sono. Una cosa è sicura.

Quale?
Discuterei di tutto meno che di Mario Draghi che mi pare una specie di briscola chiamata in causa probabilmente anche contro il suo volere e le sue aspettative.

Non sarà che il governo rischia di più proprio con la prova scuola?
La gestione della scuola è una cosa complicatissima. Parliamo di 8 milione di studenti, quasi 2 milioni tra personale scolastico e professori, più i genitori, insomma un esercito di oltre 10 milioni di persone che si muovono. Si tratta di una mobilitazione di massa per cui gli inconvenienti possono sempre presentarsi.

Apriamo il capitolo referendum. Lei si è schierato per il no al taglio dei parlamentari, è così?
Ritengo che il meno non sia sinonimo di meglio. Penso inoltre che non basti tagliare. Bisogna sapere dove poter cucire. Il problema nel nostro Paese risiede nel rapporto tra governo e Parlamento, ma ridurre il numero di parlamentari non lo migliora affatto. Anzi, rischia di rafforzare indebitamente il governo: meno parlamentari significa meno persone in grado di controllare quello che il governo fa, non fa o fa male.

Il 21 settembre si scopriranno le carte. Sapremo se avrà vinto il sì o il no al referendum. Che accadrà l’indomani?
Se vince sì i Cinque stelle esulteranno, mi auguro che eviteranno di ballare sui balconi. Avranno ragione di esultare. Non so, invece, se il Pd potrà permetterselo.

Per quale ragione visto che Zingaretti ha portato il partito sulla linea del sì al taglio?
Perché il sì del Pd si mi pare abbastanza sofferto e opportunistico.

Cosa intende per opportunistico?
Che alcuni nel Partito democratico si comportano in maniera opportunistica. Un opportunismo e un’opportunità che comprendo perché i democratici devono tenere in piedi questo governo, anche alla luce delle sfide che attendono il Paese, con i 209 miliardi da investire. Concordo che non sarebbe il momento più opportuno per una campagna elettorale.

E se vincesse il no?
Sarebbe la sconfitta di una deriva populista del M5s. I Cinque stelle dovranno interrogarsi su questo. Allo stesso modo il Pd dovrà chiedersi cosa non ha funzionato e quanta attenzione ha prestato ai suoi elettori e al dibattito pubblico in generale.

Al di là delle ripercussioni in casa Pd e in casa M5s, il governo Conte potrebbe subirne i contraccolpi?
Non ritengo una eventuale vittoria del no al referendum una delegittimazione del governo. Sarebbe una sconfitta dei parlamentari che hanno votato questa riforma costituzionale. Terrei molto distinto il destino dell’esecutivo dal no e dal sì al taglio del numero dei parlamentari.

Forse l’esecutivo no, ma Zingaretti rischierebbe di salire sul banco degli imputati.
Zingaretti dovrebbe certamente interrogarsi sulla sua capacità di convincere non solo i suoi iscritti, ma anche i suoi elettori, chiedersi se davvero il Pd ha fatto una campagna elettorale seria – non vedo i manifesti del partito per il sì – e con quanto impegno ha sostenuto davvero questa riforma.

E’ probabile un assalto alla sua segreteria?
Aprire questa partita sarebbe fuori luogo. Zingaretti è stato scelto con primarie e deve andare avanti fino alla fine del mandato. E, poi, gli sfidanti sarebbero esponenti come Bonaccini perché ha vinto le elezioni in Emilia Romagna? Ricordiamo che era presidente uscente e poi anche che l’Emilia Romagna è la Regione rossa per eccellenza. Insomma, non mi sembra un titolo sufficiente per aspirare alla segreteria. Quanto agli altri eventuali aspiranti, aspettino il loro turno e chiedano le primarie.

Da Roberto Saviano sono arrivate parole pesanti contro il Pd. Secondo lo scrittore è privo di identità politica, è “vapore acqueo”. Lei cosa ne pensa?
Su alcune tematiche il Pd sembra una banderuola. Detto questo, un po’ Saviano esagera sempre, ma io lo capisco. La sua è una questione di stile e forse anche una scelta e cioè quella di voler acutizzare le situazioni. Una cosa però va detta.

Quale?
Il Pd, dal 2007 a oggi, non ha elaborato una cultura politica di riferimento degna di questo nome. E quindi è vagamente democratico, vagamente progressista e vagamente riformista. Un male generale nel contesto italiano. L’unica che può dire di avere una cultura politica, infatti, è Giorgia Meloni. Persino i leghisti hanno attenuato la loro visione della Padania. Trenta anni fa c’era Gianfranco Miglio che aveva idee forti, oggi chi sono gli intellettuali di riferimento? Borghi e Bagnai?

Pubblicato 11 settembre su affaritaliani.it

 

 

INVITO Meno non significa meglio NO al taglio dei parlamentari #12settembre Montopoli in Val d’Arno #Pisa

sabato 12 settembre 2020 ore 11,30
Circolo ARCI Torre Giulia
San Romano - Montopoli in Val d'Arno(PI)

Dialogo con Gianfranco Pasquino
Professore Emerito di Scienza Politica

Preferirei di NO Riflessioni e dialogo sul Referendum costituzionale #12settembre Castelnuovo di Garfagnana #Lucca

sabato 12 settembre 2020 ore 17
Castelnuovo di Garfagnana (LU)
Loggiato Porta

Preferirei di NO
Riflessioni e dialogo sul Referendum costituzionale con Gianfranco Pasquino, autore di Minima Politica. Sei lezioni di democrazia (UTET)

Le Costituzioni non si tagliano a fettine #11settembre #Bologna #IoVotoNO

venerdì 11 settembre ore 18
NOstra! Bologna
BARRICATA71
via Sant'Isaia 71
Bologna

Le Costituzioni non si tagliano a fettine

INVITO Tagliare la rappresentanza? Incontro su Referendum, Parlamento, Costituzione #10settembre #Roma @Anpinazionale

10 settembre ore 16:30
Sala della Promoteca
Piazza del Campidoglio
Roma

Gaetano Azzariti
Gianfranco Pasquino
Carlo Smuraglia

coordina Daniela Preziosi

VIDEO Meno parlamentari = parlamentari migliori? Onda Rossa #ArticoloUno Reggio Emilia

 

 

 

Confronto sul referendum costituzionale tra il prof. Pasquino e la sen. Mantovani alla festa di Articolo Uno Reggio Emilia

VIDEO 

  Festa Provinciale di Articolo Uno di Reggio Emilia
Onda rossa
6 settembre ore 11
Campagnolo Emilia
Sala 2000 via Magnani, 1

Meno parlamentari = parlamentari migliori?

Gianfranco Pasquino
Maria Laura Mantovani
modera Enrico Tidona


Tagliare gli eletti renderà il parlamento meno capace di controllare il governo #Referendum2020 @domanigiornale

È legittimo ridurre il numero dei parlamentari per risparmiare, ma meno parlamentari non equivale affatto e non comporta miglioramenti automatici nella loro qualità ed efficienza

Nelle democrazie il numero dei parlamentari è da sempre significativamente collegato alla popolazione, al numero degli elettori dai quali i parlamentari sono eletti e ai quali debbono offrire rappresentanza.

Contrariamente a quello che si pensa e si continua a dire, nelle democrazie parlamentari il compito principale del Parlamento non consiste nel “fare” le leggi, ma nel controllare l’operato del governo in nome e per conto dei cittadini.

È legittimo ridurre il numero dei parlamentari per risparmiare, ma meno parlamentari non equivale affatto e non comporta miglioramenti automatici nella loro qualità e efficienza. Al contrario, oberandoli di lavoro li indebolisce a fronte del governo.

In tutte le democrazie il numero dei parlamentari è in qualche modo in collegato con il numero degli elettori. Grosso modo, il rapporto è un parlamentare ogni all’incirca centomila elettori (Francia 577; Germania 598 più un fluttuante numero di seggi aggiuntivi; Gran Bretagna 650). La grande eccezione è rappresentata dalla Repubblica federale e presidenziale degli Stati Uniti d’America il cui numero di Senatori (due per ciascuno Stato, oggi, dunque, complessivamente cento) è stabilito dalla Costituzione del 1787 e quello dei Rappresentanti (435) fu definitamente fissato dal Congresso nel 1929. Negli USA non sono in discussione i numeri, ma la ripartizione (reapportionment) dei rappresentanti fra gli Stati con riferimento ai mutamenti della popolazione (che spiega perché i censimenti decennali siano considerati molto importanti). Nel complesso, gli USA non possono essere presi come punto di riferimento per nessuna comparazione significativa.

I Costituenti italiani collegarono il numero dei deputati e dei senatori alla popolazione con l’obiettivo primario e predominante di dare adeguata rappresentanza all’elettorato italiano, uomini e donne le quali votarono per la prima volta nel 1946. Nelle elezioni del 1948 il numero dei deputati eletti fu 574 e quello dei senatori la metà: 237. Nel 1953 furono eletti 590 deputati, i senatori fermi a 237 e nel 1958 596 deputati e 246 senatori. Per bloccare una crescita continua dovuta all’aumento fisiologico della popolazione italiana, l’art. 56 della Costituzione fu modificato prima delle elezioni del 1963 stabilendo che i deputati dovevano essere e rimanere 630 e i senatori 315. Così è. Nel corso del tempo, in diverse occasioni, vi fu chi propose con varie motivazioni di ridurre il numero complessivo dei parlamentari. Spesso viene citata Nilde Iotti, comunista, a lungo (1979-1992) Presidente della Camera dei deputati, che sostenne che, una volta eletti i Consigli regionali che già davano rappresentanza politica aggiuntiva, era ipotizzabile e auspicabile la riduzione del numero dei parlamentari. Nelle commissioni bicamerali per le riforme istituzionali, altri proposero il superamento del bicameralismo con l’abolizione del Senato e l’elezione di una sola Camera composta da 500 (numero tondo) deputati. Qualcuno a sinistra si lasciò trascinare dall’entusiasmo di stampo antiparlamentare e populista affermando che 100 eletti erano più che sufficienti.

Altrove, in Francia, il fondatore e Presidente della Quinta Repubblica Charles de Gaulle perse nel 1969 il referendum popolare sull’abolizione del Senato e si dimise sdegnato. Il potente Primo ministro britannico Tony Blair ingaggiò una battaglia contro la House of Lords, ma gli riuscì soltanto di ridurre il numero dei Lords e delle Baronesse che, comunque, rimangono tuttora poco meno di 800. Si parva licet componere magnis, nella sua non proprio lineare riforma costituzionale del 2016, il Presidente del Consiglio Renzi aveva imposto la riduzione del numero dei Senatori a 100, affidandone l’elezione alle regioni, e ridefinito in maniera non proprio limpida i compiti del Senato, ridimensionandone notevolmente i poteri. In tutti questi casi, le motivazioni prevalenti facevano riferimento alla necessità di migliorare la rappresentanza politica e di dare maggiore efficienza ai procedimenti legislativi. Invece, la giustificazione principale offerta dal Movimento 5 Stelle per effettuare il “taglio delle poltrone”, ovvero la riduzione del numero dei parlamentari da 630 deputati a 400 e da 315 senatori a 200, è stata quella, peraltro, non del tutto disprezzabile, del risparmio: nel corso di una legislatura 500 mila Euro derivanti dal drastico ridimensionamento di stampo certamente populistico dei componenti della “casta”.

Nella visione complessiva dei pentastellati si trova anche l’aspettativa che meno parlamentari significhi maggiore efficienza sia della Camera sia del Senato. Ė un’aspettativa male argomentata e poco o nulla convincente. I Cinque Stelle e la maggior parte di coloro che si sono espressi a favore della riduzione del numero dei parlamentari, a loro tempo anche i sostenitori della riforma renziana, sembrano credere che il compito più importante del Parlamento in una democrazia parlamentare consista nel fare le leggi. Affermano che meno parlamentari significherebbe meno intralci nella discussione dei disegni di legge e maggiore rapidità nella loro approvazione. Questa teoricamente e fattualmente erronea concezione mette in secondo piano quelle che sono, invece, le due attività più importanti e insostituibili di un Parlamento: controllare, non solo da parte dell’opposizione, quello che il governo fa, non fa, fa male, e dare rappresentanza politica ai cittadini (al “popolo”). Il governo e i ministri dispongono di staff politici e burocratici che consentono loro, se sono uomini e donne mediamente capaci e competenti, di elaborare una molteplicità di disegni di legge e di emanare decreti anche complessi che richiedono valutazioni accurate. Ė evidente che la riduzione del numero dei parlamentari implicherà un sovraccarico di lavoro sia, sicuramente, nelle Commissione, già oggi quasi tutti i parlamentari fanno parte di almeno due Commissioni, sia in aula, dove i parlamentari hanno la facoltà di chiamare il governo a rispondere delle sue azioni e delle sue omissioni. Insomma, è molto probabile che, ridotti di numero, i parlamentari non saranno in grado di svolgere efficacemente e incisivamente il loro fondamentale compito di controllo sull’operato del governo.

Quanto alla rappresentanza politica, naturalmente, molto dipende dalla legge elettorale che sarà approvata. Appare più che probabile che sarà prescelta una legge proporzionale (incidentalmente, tutte le democrazie europee occidentali, ad eccezione della Gran Bretagna e della Quinta Repubblica francese, utilizzano buone leggi proporzionali, quella tedesca essendo la migliore, importabile purché nella sua interezza). Chi desidera buona rappresentanza dovrà esigere che sia esclusa la possibilità di pluricandidature e che sia consentito agli elettori di esprimere una preferenza, meglio se una sola. I candidati/e al parlamento in collegi necessariamente (più) ampi dovranno lavorare molto sodo per conquistarsi l’elezione e altrettanto intensamente per mantenere contatti con il loro elettorato. Dare buona rappresentanza politica, oltre a comportare enormi difficoltà per i partiti piccoli, diventerà certamente più difficile, non posso aggiungere “di oggi” poiché la rappresentanza attualmente esistente è per un insieme di ragioni sostanzialmente pessima, e anche più costoso.

La verità è che la riduzione del numero dei parlamentari, in nessun modo automaticamente migliorativa della rappresentanza politica, porrà il nuovo Parlamento e i suoi ridimensionati componenti alla mercé del governo. D’altronde, questa riforma nasce in chiave antiparlamentare quasi per dimostrare l’irrilevanza, al limite dell’inutilità, del Parlamento italiano, organismo che sarebbe da superare con modalità di democrazia diretta e con il ricorso alla tecnologia. La conferma della riforma aprirebbe la strada a esperimenti pericolosi per chi crede che il cuore della democrazia parlamentare sia costituito proprio dal Parlamento, eletto facendo ricorso a una legge elettorale decente, attrezzato per controllare il governo e capace di garantire efficace rappresentanza politica ai cittadini, alle loro preferenze e esigenze, ai loro interessi e ideali. Che già si parli della necessità di altri interventi, correttivi e cambiamenti è fonte di preoccupazioni aggiuntive.

Pubblicato il 6 settembre su Domani

¿Reducir los escaños parlamentarios mejora la democracia? No. La reforma en marcha del Parlamento italiano @CalibarInforme

En las democracias, el número de parlamentarios siempre ha estado relacionado significativamente con la población, con el número de votantes que eligen los parlamentarios y a los que deben ofrecer representación. Contrariamente a lo que usualmente se piensa y se sigue diciendo, en las democracias parlamentarias la principal tarea del Parlamento no es “hacer” las leyes, sino controlar el trabajo del gobierno en nombre y representación de los ciudadanos.

En todas las democracias, el número de parlamentarios está relacionado de alguna manera con el número de votantes. En términos generales, la relación equivale a un parlamentario por cada cien mil votantes (Francia 577; Alemania 598 más un número fluctuante de escaños adicionales; Gran Bretaña 650). La gran excepción es la República Federal y Presidencial de los Estados Unidos de América cuyo número de Senadores (dos por cada Estado, hoy, por tanto, un total de cien) está establecido por la Constitución de 1787, y se fijó definitivamente el de Representantes del Congreso (435) en 1929. En los Estados Unidos no se cuestionan las cifras, sino la redistribución de los representantes entre los Estados con referencia a los cambios de población (lo que explica por qué los censos que se hacen cada diez años son considerados muy importantes). Por ello, los Estados Unidos no pueden tomarse como punto de referencia para una comparación significativa.

Los constituyentes italianos vincularon el número de diputados y senadores a la población con el objetivo principal y predominante de dar una representación adecuada al electorado italiano, hombres y las mujeres que votaron por primera vez en 1946. En las elecciones de 1948 el número de diputados electos fuer de 574, y la mitad de los senadores: 237. En 1953 se eligieron 590 diputados, los senadores se mantuvieron en 237 y en 1958 pasó a 596 diputados y 246 senadores. Para bloquear el crecimiento continuo debido al aumento fisiológico de la población italiana, el art. 56 de la Constitución fue modificado antes de las elecciones de 1963 estableciendo que los diputados debían seguir siendo 630 y los senadores 315.

Con el tiempo, en varias ocasiones, hubo quienes propusieron por diversas razones reducir el número total de parlamentarios. A menudo se cita a Nilde Iotti, comunista, durante un largo período (1979-1992) Presidenta de la Cámara de Diputados italiana, quien argumentó que, una vez elegidos los Consejos Regionales que ya proporcionaban representación política adicional, era concebible y deseable una reducción en el número de parlamentarios. En las comisiones bicamerales de reformas institucionales, otros propusieron la superación del bicameralismo con la abolición del Senado y la elección de una Cámara única compuesta por 500 diputados (número redondo). Alguien de la izquierda se dejó llevar por el entusiasmo antiparlamentario y populista, afirmando que 100 escaños eran más que suficientes.

En otros lugares, en Francia, el fundador y Presidente de la Quinta República, Charles de Gaulle, perdió el referéndum popular sobre la abolición del Senado en 1969 y dimitió indignado. El poderoso primer ministro británico Tony Blair libró una batalla contra la Cámara de los Lores, pero solo logró reducir el número de lores y baronesas que, sin embargo, aún permanecen en algo menos de 800. Si parva licet componere magnis (“si es legítimo comparar cosas pequeñas con grandes”), en su reforma constitucional no exactamente lineal de 2016, el primer ministro Matteo Renzi había impuesto una reducción del número de senadores a 100, confiando la elección a las regiones, y redefinió las tareas del Senado de una manera no del todo clara, redimensionando considerablemente sus poderes. En todos estos casos, las motivaciones predominantes se refirieron a la necesidad de mejorar la representación política y dar mayor eficiencia a los procedimientos legislativos. En cambio, la principal justificación que ofrece ahora el Movimiento 5 Estrellas para llevar a cabo el “recorte de escaños”, que es la reducción del número de parlamentarios de 630 diputados a 400 y de 315 senadores a 200, es el ahorro de 500 millones de euros en el transcurso de una legislatura. En esta vision, existe la expectativa de que a menos parlamentarios haya una mayor eficiencia tanto de la Cámara de Diputados como del Senado. Premisa que parte de un mal argumento y poco o nada convincente. Este movimiento politico y la mayoría de los que se han pronunciado a favor de la reducción del número de parlamentarios, y que en su momento también fueron partidarios de la reforma Renzi, parecen creer que la tarea más importante del Parlamento en una democracia parlamentaria es hacer leyes. Argumentan que menos diputados significarían menos obstáculos en el debate de proyectos de ley y una aprobación más rápida. Esta concepción teórica y facticamente errónea eclipsa las que son, en cambio, las dos actividades más importantes e insustituibles de un Parlamento: controlar, no solo por la oposición, lo que el gobierno hace, no hace, daña y dar representación política a los ciudadanos (al “pueblo”). El gobierno y los ministros cuentan con personal político y burocrático que les permite, si son hombres y mujeres en promedio capaces y competentes, elaborar una variedad de proyectos de ley y emitir incluso decretos complejos que requieren evaluaciones cuidadosas. Está claro que la reducción en el número de parlamentarios implicará una sobrecarga de trabajo tanto, ciertamente, en las comisiones (hoy casi todos los parlamentarios forman parte de al menos dos comisiones), como en el plenario, donde los parlamentarios tienen derecho a llamar al gobierno para responder de sus acciones y omisiones. En definitiva, es muy probable que, reducidos en número, los parlamentarios no sean capaces de llevar a cabo de manera eficaz e incisiva su tarea fundamental de controlar el trabajo del gobierno.

En cuanto a la representación política, por supuesto, mucho depende de la ley electoral que se apruebe. Parece más que probable que se elija una ley proporcional (por cierto, todas las democracias de Europa occidental, con la excepción de Gran Bretaña y la Quinta República Francesa, utilizan buenas leyes proporcionales, siendo la alemana la mejor a imitar siempre que lo sea en su totalidad). Quienes quieran una buena representación deben exigir que se excluya la posibilidad de múltiples candidaturas y que se permita a los votantes expresar una preferencia, preferiblemente solo una. Los candidatos al parlamento en distritos electorales más grandes tendrán que trabajar muy duro para ganar las elecciones e igualmente para mantener el contacto con su electorado. Dar una buena representación política, además de implicar enormes dificultades para los partidos pequeños, ciertamente será más difícil.

Lo cierto es que la reducción del número de parlamentarios, que de ninguna manera mejora automáticamente la representación política, pondrá al nuevo Parlamento y sus reducidos miembros a merced del gobierno. Por otro lado, esta reforma nació en clave antiparlamentaria como para demostrar la irrelevancia, hasta el límite de la inutilidad, del Parlamento italiano, organismo que habría que superar con métodos de democracia directa y con el uso de la tecnología. La confirmación de la reforma allanaría el camino a experimentos peligrosos para quienes creen que el corazón de la democracia parlamentaria está constituido por el propio Parlamento, elegido recurriendo a una ley electoral digna, equipado para controlar al gobierno y capaz de garantizar una representación política efectiva a los ciudadanos, sus preferencias y necesidades, sus intereses e ideales. El hecho de que ya se hable de la necesidad de otras intervenciones, correcciones y cambios es una fuente de preocupación adicional.

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*Profesor Emérito de Ciencia Politica, Universidad de Bolonia. Socio de la Accademia dei Lincei. Entre sus libros más recientes, podemos mencionar: “Bobbio e Sartori: Capire e cambiare la politica”  y “Minima Politica. Sei lezioni di democrazia”.

 

CALÍBAR el rastreador. Informe estratégico sobre Argentina
Número 70 – 7 de septiembre de 2020