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¡Dialogamos con el profesor Gianfranco Pasquino sobre el rumbo de la Ciencia Política después de la crisis sanitaria! #lasillaeléctrica

La Silla Eléctrica Mesa de análisis político, dominada por alumnos universitarios acerca de los temas más trascendentales de la vida pública diaria en México y Aguascalientes.
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¡Dialogamos con el profesor emérito de ciencia política, por la Universidad de Bolonia Gianfranco Pasquino sobre el rumbo de la Ciencia Política después de la crisis sanitaria!

 

20 de Mayo, Universidad de Aguascalientes

 

 

Il governo esce più forte dal Senato, perché le destre si sono dimostrate deboli #intervista @ildubbionews

«Renzi ha voluto dimostrare di essere in grado di far cadere il governo, ma di avere l’intelligenza di non farlo. Bonafede? E’ stato convincente, era la mozione ad essere fuori fuoco»

Intervista raccolta da Giulia Merlo

 

Renzi ha giocato bene la partita politica e Bonafede si è rivelato più convincente delle aspettative. Insomma «il governo esce rafforzato dal confronto d’aula al Senato, nella misura in cui le destre hanno dimostrato la loro debolezza». Sintetizza così la giornata campale di ieri, il professore emerito di Scienza politica Gianfranco Pasquino, che ne estrapola una lezione precisa: «Chi fa cadere un governo lo fa solo se sa di poterne controllare le conseguenze».

Renzi ha definito quello di ieri al Senato “il suo intervento più difficile”. Che impressione le ha fatto in aula?

L’ho trovato molto efficace, meno fanfarone del solito. Ha detto cose di sostanza e in particolare un passaggio è stato molto importante: ha spiegato che il suo gruppo non ha sfiduciato Bonafede perché appoggia il governo guidato da Conte. Il premier questo deve tenerlo ben presente. Si è detto che questa scelta di Italia Viva sia costata 48 ore di contrattazione con Palazzo Chigi. Io non so cosa Renzi abbia chiesto a Conte né quale ricompensa abbia concesso il presidente del Consiglio, ma francamente mi interessa poco. Anzi, credo che in un governo di coalizione sia giusto e corretto che il premier vada incontro agli interessi di una componente irrequieta, che chiede visibilità. Perché di questo stiamo parlando: Italia Viva va male nei sondaggi e ha bisogno di acquisire spazio. Ma questo fa parte della politica e non mi scandalizzerei se Conte concedesse a Renzi un sottosegretario in cambio del salvataggio di Bonafede. Sarebbe uno scambio perfettamente legittimo.

Renzi di fatto ha spostato il focus sul premier. Bonafede, dunque, è rimasto sullo sfondo di un confronto che solo apparentemente riguardava il suo ruolo?

Io non credo sia del tutto così. Bonafede è il ministro della Giustizia e in un qualsiasi organigramma di governo è il terzo o quarto ruolo più importante. Inoltre, in Italia la situazione della giustizia è particolarmente delicata e dunque acquista ulteriore rilevanza, anche alla luce delle conseguenze di questo Coronavirus. La mozione era decisamente contro Bonafede e la sua replica agli attacchi è stata molto convincente: ho ascoltato un ministro che è arrivato preparato e ha dimostrato di saper ben argomentare e documentare le sue scelte. Era la mozione ad essere fuori fuoco.

La mozione di Bonino non era centrata?

Sul tema delle carceri Bonino combatte una battaglia giusta, era la mozione ad essere sbagliata perché giocava sui malumori e sulle intemperanze della maggioranza. Bonino avrebbe potuto chiedere e forse anche ottenere migliori condizioni per il carcere senza bisogno di questa mozione di sfiducia, che mi sembra frutto di una certa voglia di protagonismo. Anche perché mi chiedo: se anche la mozione sua o quella delle destre fosse passata, si sarebbero risolti i problemi della giustizia?

Eppure lo stesso Renzi ha detto che, se Italia Viva avesse usato il metro giustizialista dei 5 Stelle, Bonafede sarebbe stato sfiduciato.

Io trovo che gli argomenti contrapposti del giustizialismo e garantismo in questo caso siano mal posti. Mi spiego: io non ho mai apprezzato la teoria radicale del “nessuno tocchi Caino”. A mio modo di vedere Caino deve essere toccato eccome, cacciandolo in galera per omicidio. Su questo lo Stato deve essere deciso, perché se i colpevoli non vengono puniti si trasmette un messaggio di impunità e di doppiopesismo giudiziario. In questo senso, è la stessa cultura giuridica italiana a non aver mai sciolto il dilemma tra giustizialismo e garantismo. Figuriamoci se può averlo fatto la politica. Per questo ritengo che nel caso di Bonafede la categoria giustizialista non c’entri. Renzi ha parlato di cultura del sospetto e ha detto che, sulla base di quella, si sarebbe stati legittimati a sospettare del comportamento del ministro.

E dunque perché Renzi non lo ha sfiduciato? Sulla base di una vera condivisione del progetto politico del governo o per mero tatticismo?

Sarebbe troppo facile risponderle che lo ha fatto per entrambe le ragioni. Io credo che all’origine di tutte le scelte di Renzi ci sia la rivendicazione di aver fatto nascere questo governo lo scorso agosto, quando ha aperto la strada all’alleanza Pd-5Stelle. Nello stesso tempo, Renzi è irritato perché questo merito non gli viene riconosciuto e per questo è arrivato alle estreme conseguenze di uscire dal Pd per fondare un suo movimento. Detto questo, Renzi sa di aver bisogno di voti per rimanere in politica ma questi voti, per ora, non stanno venendo fuori. Dunque ha bisogno di più tempo. Accanto a questo ragionamento di convenienza, però, credo che Renzi abbia la consapevolezza del fatto che il Paese si trova in un momento molto delicato e che far cadere ora il governo sarebbe gravissimo.

Lei che giudizio dà della scelta politica di Renzi?

Ritengo che Renzi abbia voluto dimostrare di avere la forza di far cadere questo governo, ma anche l’intelligenza di non farlo cadere. Su questa scelta spera di ottenere un giudizio positivo da parte dei futuri elettori.

Una scelta lungimirante?

Guardi, chi è politicamente responsabile compie azioni rilevanti come far cadere un governo solo se ha la certezza di controllarne le conseguenze, almeno nel medio periodo. Tradotto: si può far cadere il governo Conte solo nella misura in cui si è in grado di prevedere quale governo gli succederà, e soprattutto che questo governo successivo sia migliore di quello attuale. Attualmente, però, queste due condizioni non esistono.

Dunque il confronto di ieri al Senato è stato la proverbiale montagna che ha partorito il topolino?

Non direi. Anzi, mi sembra che dal confronto di ieri siano emersi alcuni dati politicamente molto rilevanti. Il primo, che la destra di Salvini e Meloni è debole e può pensare di vincere solo se la maggioranza attuale si sfarina. Il secondo, che Bonafede si è dimostrato adeguatamente competente. Il terzo, che il governo è uno e trino: uno è Conte, gli altri tre sono le sinistre di Pd, Italia Viva e Leu, e di questi il presidente del Consiglio deve tener più conto.

Dunque il governo esce rafforzato o indebolito da questa non sfiducia a Bonafede?

Il governo esce appena appena più forte, nella misura in cui le destre si sono dimostrate deboli. Questo esecutivo, tuttavia, ha sfide di ben altra portata davanti: penso al MES, che andrebbe preso così com’è ma su cui i 5 Stelle si sono aggrovigliati in una posizione ideologica. Al netto della parentesi di ieri, il governo rimane in una posizione difficile perché imbarca acqua da più lati e solo ogni tanto riesce a mettere un tappo. E, per sentirsi al sicuro, ha ancora moltissima strada da fare.

Pubblicato il 21 maggio 2020 su ildubbio.news

Rischi calcolati, non profezie di sventure #fase2 #coronavirus #Covid_19

Il rischio calcolato di una riapertura relativamente cauta delle attività produttive ai più vari livelli è stato preso. Gli italiani hanno finora sostanzialmente mostrato una buona propensione a seguire le regole, i cosiddetti protocolli. Non c’è nessuna ragione perché si permettano adesso, in un momento di delicata transizione, che può essere decisiva nel riuscire ad andare avanti o nell’essere costretti ad una brutta regressione, di comportarsi troppo disinvoltamente. Purtroppo, però, sono alcuni commentatori che hanno deciso di essere inopinatamente spregiudicati nelle loro previsioni.

È indubbio che esistono numerose situazioni di grande sofferenza, che non sarà possibile sanare in tempi brevi, ma alle quali i provvedimenti del governo mirano a procurare sollievo, almeno temporaneo. Anche gli enti locali, le regioni, ma soprattutto i comuni, sono impegnabili e impegnati nell’opera di conforto ai loro cittadini i cui bisogni conoscono, comprensibilmente, molto meglio delle autorità nazionali. In una società nella quale l’informazione circola liberamente poiché la libertà di stampa non è stata in nessun modo ridimensionata, come succede nei regimi non democratici, i comunicatori hanno grandi responsabilità. Debbono, anzitutto, spiegare, possono individuare e cogliere criticità, le cose che non vanno, e suggerire soluzioni, come migliorarle. Non debbono in nessun modo offrire visioni edulcorate, che non corrispondano alla realtà, ma neppure ritrarsi dal segnalare, anche con asprezza, problemi aperti, se non addirittura, problemi che si apriranno qualora i governanti non sappiano predisporre per tempo gli indispensabili rimedi. Quello che, invece, mi pare che i commentatori dovrebbero assolutamente evitare sono due atteggiamenti: il vittimismo e l’allarmismo.

Siamo, questa è una severa lezione della pandemia, tutti nella stessa barca, dunque, non ci sono stati complotti e non esistono vittime designate, ma certo c’è chi soffre di più. A costoro, non è in nessun modo utile dire che andrà anche peggio. Ho trovato, ma non sono stato il solo, gravissima l’affermazione-previsione di Concita De Gregorio “la rabbia generata dalla disperazione economica esploderà”. Non ho apprezzato le parole di Andrea Purgatori che in TV in un dialogo con un preoccupatissimo Veltroni, sostanzialmente lo invitava a dire che la crisi sociale è probabile e condurrà a comportamenti violenti. Sappiamo che altri sono i rischi più imminenti e immanenti, in particolare, quello della criminalità organizzata, alla quale certo non manca la liquidità per impadronirsi di molti settori in difficoltà. Invece di creare allarmismo, di cui al momento non si vede nessuna evidenza, sarebbe di gran lunga preferibile concentrare l’attenzione dei cittadini e delle autorità su sfide minacciose che, identificate, possono essere meglio affrontate. Meno profeti di sventura più cittadini informati, consapevoli, solidali e pronti a mobilitarsi.

Pubblicato AGL il 20 maggio 2020

Come eravamo (normali?)

Ho passato la domenica pomeriggio a prepararmi per la normalità. Ho cominciato con il chiedermi: è normale che i retroscenisti un giorno sì e l’altro anche dichiarino che il governo Conte barcolla, traballa, sta per saltare? E lo dicano da almeno tre mesi riportando non fatti, ma dichiarazioni, gossip, spifferi? Caro Bogie (Humphrey Boghart), non vorrai mica giustificarli dicendo “è la stampa, bellezza”?

È normale che vengano criticati i molti e dettagliati Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri perché danno soldi, contributi, sussidi a pioggia? Ma se il Covid-19 ha colpito tutte le attività del paese, tutti i suoi comparti economici, tutti gli operatori, i sussidi avrebbero con un minimo di “giustizia sociale” dovuto concentrarsi esclusivamente su alcune attività (le mie preferite sono musica, cinema e spiagge) lasciando tutte le altre al bruttissimo destino della scomparsa nella miseria?

È normale che tutti i liberisti, gli sregolati deregolatori, i cavalieri rampanti della flat tax oggi vogliano, fortemente vogliano che lo Stato intervenga qui e là e anche un po’ più in là e comunque di più? È normale che la lentezza nell’applicazione delle regole e nell’erogazione dei fondi sia attribuita come colpa al governo e non piuttosto a una burocrazia irriformata (da nessuno dei precedenti governi, neppure da quello, arrembantissimo, del febbraio 2014-dicembre 2016), e non alle banche?

È normale che qualcuno pensi che c’è bisogno di un governo di unità nazionale, senza spiegare che cosa significa esattamente: todos Ministros? e nessuno getti lo sguardo oltre le Alpi per vedere se da qualche parte in Europa a causa della crisi e come risposta si sia proceduto a dare vita a governi di unità nazionale?

È normale che qualcuno, con un passato da sostenitore del Premierato forte (sic), accusi di deriva autoritaria il Presidente del Consiglio apportando come prove decisive, primo, il suo avere emanato otto o nove DPCM (quattro dei quali già inseriti in decreti-legge che il Parlamento è chiamato a esaminare e votare) e, secondo, avere annunciato quello che faceva in numerose conferenze stampa? Se non avesse fatto così quanto è probabile che il rimprovero sarebbe stato quello di “non averci messo la faccia”?

È normale che qualche giornalista annunci che è molto probabile che la rabbia generata dalla disperazione economica aprirà spazi all’esplosione sociale? Certo, c’è anche chi vola più in alto e sostiene che bisogna creare una nuova classe dirigente. Mai di domenica. Mi ci proverò domattina dopo la tonificante pausa caffè. Poi i sostenitori della nuova classe dirigente si dividono fra quelli che vogliono fare appello a Mario Draghi, che immagino sorridere, con qualche preoccupazione, e quelli che chiedono consigli al decano del Parlamento italiano, Pierferdinando Casini, il democristiano eletto Senatore del Partito Democratico nel collegio di Bologna-Centro, subito passato al Gruppo misto, che nel 2023 festeggerà (se non sarà stato eletto Presidente della Repubblica…) quarant’anni di vita parlamentare. Non dirò nulla su quei parlamentari, alcuni dei quali con un noto passato assenteista, e i loro buonisti di riferimento che si lamentano perché il Parlamento è (stato)chiuso per molto tempo. Potrebbero approfittarne per leggere la Costituzione dove sta scritto, art. 62, secondo comma, che “ciascuna Camera può essere convocata in via straordinaria per iniziativa del suo Presidente … o di un terzo dei suoi componenti”.

Scripta manent. Temo proprio che tutto quello che ho scritto sia normale. D’altronde, uno dei non migliori slogan di conforto al nostro scontento è: “tutto tornerà come prima”. Vorrà dire che non avremo imparato un bel niente, che non avremo fatto, rimango nelle banalità, della crisi “una opportunità per l’innovazione”, la famosa “crisi creativa”. Vorrà dire che non ha fatto la sua comparsa nessuna nuova classe dirigente, operazione che richiede vent’anni di preparazione e, soprattutto, un conflitto/competizione veri, non fra parlamentari cooptati, raccontati da giornalisti che conoscono i fatti e studiano. È ora che qualcuno dica alto e forte che non vuole affatto tornare alla normalità, ma che auspica un po’ di eccezionalità per la quale sarebbe persino disponibile ad impegnarsi. Che sia questo il senso più profondo dello smart working?

Pubblicato il 18 maggio 2020 su paradoxaforum.com

Noi, le libertà e i diritti @FondCorriere #DialoghiSuDiNoi Autoanalisi per una ripartenza

13 Maggio 2020
Fondazione Corriere della Sera

DIALOGHI SU DI NOI Autoanalisi per una ripartenza

NOI, LE LIBERTÀ E I DIRITTI

Gianfranco Pasquino
Professore emerito di Scienza Politica
Università di Bologna

Massimo Rebotti
Giornalista Corriere della Sera

[ERRATA CORRIGE Debbo dolorosamente correggere un mio errore:
non è un quinto, ma un terzo dei componenti della Camera e del Senato che può (auto)convocarsi (art. 62). GP ]

 

Che la pioggia sia benefica #decretorilancio

Il decreto del governo annunciato ad aprile è slittato a maggio e continua a essere oggetto di molti desideri e di molte revisioni. Comprensibilmente, da più parti vengono richieste di correzioni e di inserimenti, di maggiori stanziamenti e di provvedimenti più mirati. Tantissimi italiani sono stati colpiti dalla pandemia, hanno subito gravi danni, cercano in qualche modo di ripartire, ma hanno bisogno di aiuto, di un giusto sostegno alle loro attività. Da un lato, arrivano richieste di finanziamento prioritario ad attività strategiche e, comunque, cruciali, come sono quelle di un buon numero di imprese. Dall’altro, vi sono coloro che, giustamente, mettono in rilievo che il tessuto produttivo italiano è fatto di una miriade di piccole e medie imprese, molte a base famigliare, ma anche capaci di dare lavoro ad un grande numero di persone. Poiché il denaro disponibile, pure tenendo conto degli ingenti fondi che verranno da fonti europee, Banca Centrale e Commissione, non potrà coprire tutti i bisogni, il governo deve scegliere. Ovviamente, i partiti della coalizione hanno le loro preferenze calcolate anche, senza scandalo, tenendo conto dei rispettivi elettorati. Non potrebbe essere diversamente in una democrazia rappresentativa. Mi pare che decidere di concentrare gli sforzi e i fondi su alcuni pochi settori, solo le grandi imprese, trascurando, per esempio, del tutto il settore del turismo, lasciare in secondo piano l’agricoltura in una fase delicata di raccolti che richiedono lavoratori stagionali, aprirebbe seri conflitti sociali e non necessariamente darebbe gli sperati risultati economici e sociali.

Quando si parla di finanziamenti a pioggia spesso lo si fa per criticarli come se la loro caratteristica dominante fosse quella della dispersione. Invece, no, i finanziamenti a pioggia possono, debbono essere e spesso sono finanziamenti certamente diffusi, ma mirati. I governanti hanno il compito e dovrebbero anche avere la capacità di individuare una pluralità di settori nei quali fare investimenti che salvino attività ritenute importanti adesso, per la ripresa, e in prospettiva, per una crescita vigorosa, ma che diano risultati positivi in tempi brevi. L’azione virtuosa dei governanti consiste anche nel giustificare perché preferire alcune scelte rispetto ad altre, e nello spiegare in quale direzione pensano che i fondi siano meglio indirizzati e utilizzati, magari tenendo conto delle specificità delle aree territoriali e dei distretti industriali italiani. Le tensioni e i conflitti che vediamo nella maggioranza sono fisiologici poiché rappresentano alternative plausibili che discendono anche dalla grande differenziazione che caratterizza la società italiana. Forse nelle scelte, anche dolorose, dei governanti vorremmo vedere che idea di paese hanno, quale Italia dopo la tremenda ancora non conclusa esperienza della pandemia intendono ricostruire. Che la pioggia degli interventi sia, dunque, strategicamente diffusa e benefica.

Pubblicato AGL il 13 maggio 2020

Adelante, Conte, con judicio. Ecco l’opinione di Pasquino (con tirata d’orecchie) @formichenews

 

Perché parlare prima dei nomi, e non dei progetti, si chiede il prof. Pasquino, che lamenta i limiti del dibattito politico. Serve maggiore giudiziosità, la stessa che sembra mancare a troppi commentatori italiani sulla scena e dietro la scena

Basics. Quel che non dobbiamo dimenticare. Il governo Conte 2 è una coalizione composita fra un Movimento 5 Stelle diversificato dalle molte mai ricomposte provenienze e con obiettivi tanto ambiziosi quanto ambigui e un Partito, uno: Democratico, e trino: Leu e Italia Viva. Rappresentano elettorati abbastanza, qualche volta molto, differenziati anche perché la società italiana è diversificata, frammentata, addirittura fratturata lungo una pluralità di linee: geografiche, sociali, generazionali, “europee”, di egoismi e di progettualità difficili da ricomporre per chiunque. Ancora più complicata è la ricomposizione in una situazione di crisi pandemica che colpisce i più deboli, che richiede scelte dolorose, che impone proprio al potere politico di esercitare al massimo la sua capacità di intervento, di ri-orientamento, di previsione e di correzione poiché nessuno è in grado di fare scelte impeccabili al primo colpo senza necessità di revisioni frequenti.

I partiti al governo hanno la maggioranza dei seggi sia alla Camera sia, in maniera risicata, al Senato. Sono in grado di durare se lo desiderano anche se debbono temere lo stillicidio di defezioni ad opera di parlamentari pentastellati alla ricerca di un loro personale futuro. I governanti possono anche sperare in un non impossibile sostegno occasionale, ma riproducibile, di parlamentari responsabili, che curano i loro destini, ma anche quelli del paese al quale una crisi di governo hic et nunc non gioverebbe affatto. Il Presidente del Consiglio ha rapidamente capito che le coalizioni si tengono insieme mediando, riconciliando, ricomponendo tensioni e conflitti, inevitabili in tutte le coalizioni, senza esagerare, ma anche senza cedere sull’essenziale che è soprattutto continuare nella convinzione che the best has yet to come. Qualche miglioramento è possibile, con e in questa coalizione. Soprattutto, il capo del governo ha imparato che deve metterci la faccia. Forse, come lo rimproverano, la faccia ce l’ha messa troppo spesso, ma i sondaggi lo hanno premiato. D’altronde, le altre facce, Di Maio e Zingaretti, Crimi e qualsiasi altro dirigente del PD non è detto che fossero più accettabili e più convincenti.

A livello europeo, probabilmente anche grazie ad un gioco di squadra con Gentiloni e Gualtieri, il capo del governo ha ottenuto risultati, MES senza condizionalità compreso, impensabili, purtroppo non ancora capiti in tutta la loro importanza presente e futura. Conte è consapevole che il Presidente della Repubblica, che ne ha viste molte, non dà troppo peso agli scricchiolii nella sua coalizione e alle differenze di opinioni, inevitabili, spesso esagitate e esaltate a scopi di visibilità personale e incomprimibilmente narcisistica. Inoltre, Mattarella ha come compito quello di sostenere l’esistente governo fintantoché la sua maggioranza è operativa (lo è). Non ascolta le sirene (sic) degli opinionisti e dei retroscenisti che annunciano, oramai da mesi, una crisi strisciante. Meno che mai si fa suggerire la soluzione della crisi.

Prima il progetto poi i nomi è il mantra politichese. E allora perché fare il nome senza chiedersi quale sarebbe la maggioranza a sostegno di un europeista convinto? Non è vero che “tutto va bene, Madama la Marchesa”, ma, se non tutto, molto potrebbe andare peggio. Dunque, “adelante, Conte, con juicio”, con quella giudiziosità che sembra mancare a troppi commentatori italiani (anche di Formiche.net) sulla scena e dietro la scena.

Pubblicato il 13 maggio 2020 su formiche.net

Crimini e conversioni @HuffPostItalia

Il confinamento sociale si giustifica, ed è stato molto ampiamente accettato e praticato dai cittadini italiani, in base al principio che la nostra libertà di circolazione non deve creare rischi (di contagio) agli altri. È assunzione di responsabilità. Pagare il riscatto per qualsiasi persona rapita e addirittura rendere noto che questa è la “dottrina” italiana, significa assolvere dalla responsabilità le varie associazioni di cooperazione, i loro operatori e tutti coloro che in paesi notoriamente pericolosi mettono a rischio la loro persona, ma anche quella di altri. Indirettamente, in questo modo ne risultano incentivati i rapimenti nella suprema consapevolezza dei rapitori che il loro reato contro quella persona li arricchirà. Per di più, è molto probabile che i soldi ottenuti saranno usati per altri rapimenti, per accrescere il potere di quella banda rispetto ad altre, certamente non per opere di bene come quelle perseguite dalle associazioni di cooperazione. A sua volta, chi va in luoghi dove i rapimenti sono pratica diffusa dovrebbe essere consapevole del rischio che corre e delle conseguenze che non saranno positive neppure per quelle parti di popolazione che qualsiasi cooperante, laico o religioso, intenda aiutare, con qualsiasi motivazione prevalentemente altruistica (che non merita mai di essere sminuita né derisa).

Fra le motivazioni possono trovarsi anche credenze religiose di vario tipo che ciascuno dei cooperanti può nutrire a suo piacimento. Può scegliere di non avere nessun credo, ma anche di cambiarlo, di convertirsi. Nessuno può sapere quanti si convertano leggendo i testi sacri delle religioni monoteistiche. Nessuno può affermare con inspiegabile sicurezza che l’Islam è una religione di pace piuttosto che di guerra, e che esiste un’interpretazione moderata del Corano, che automaticamente e logicamente implica che ve ne sia anche una estremistica, radicale. Tuttavia, appare azzardato sostenere che siano “moderati” coloro che minacciano l’uccisione del rapito/a, minaccia spesso condotta alle sue estreme conseguenze, in caso di non pagamento del riscatto. Che la lettura del Corano suggerita (imposta?) dai rapitori serva a ispirare una conversione proprio al credo contenuto in quel libro che viene utilizzato per giustificare e più volte vantare comportamenti efferati fino alle uccisioni degli ostaggi, è alquanto azzardato, non facilmente comprensibile, questionabile, ma non automaticamente ridicolizzabile.

Naturalmente, nessuno è in grado di scrutare nel profondo dell’anima delle donne e degli uomini. Nessuno, se non i diretti interessati, è in grado di sapere quanto soffocante possa essere il senso di oppressione che attanaglia chi è ridotto in condizioni di subalternità assoluta. Non posso, però, esimermi dal rilevare che molti fenomeni e comportamenti dovrebbero essere sufficientemente conosciuti anche sulla base dei molti precedenti, conversioni comprese. Ne consegue che la dottrina italiana in materia di rapimenti e di riscatti va assolutamente rivisitata per evitare che i soldi italiani servano ai rapimenti e alle uccisioni di altre persone, a prescindere dalla loro nazionalità. Le considerazioni sulle conversioni non possono arrestarsi alla soglia di credenze, preferenze, esperienze intimamente personali. Debbono spingersi fino alle riflessioni sulle conseguenze per gli altri della legittimazione di azioni che, anche poste sotto l’insegna di credenze sacre, sono e rimangono criminose. Il resto è preferibile che sia silenzio.  

Pubblicato il 12 maggio 2020 su huffingtonpost.it

Seconda #intervista Come mettere in equilibrio economia e salute #ACEF Associazione Culturale Economia e Finanza

 

VIDEO

 

QUI LA PRIMA INTERVISTA

QUI TUTTE LE INTERVISTE DEL PRESIDENTE ACEF – Associazione Culturale Economia e Finanza

 

La governabilità fra 10, Downing Street e Westminster #recensione Storia costituzionale del Regno Unito attraverso i Primi ministri

Alessandro Torre, Storia costituzionale del Regno Unito attraverso i Primi ministri, (Milano, Wolters Kluwer, 2020)

Ho sempre pensato e regolarmente insegnato che il Primo ministro inglese è il capo di governo più “forte” di tutti regimi democratici, comprese le repubbliche presidenziali. Più forte perché è in grado di tradurre le promesse elettorali sue e del suo partito con la massima fedeltà in politiche pubbliche, poiché è effettivamente, come ha scritto Max Weber, il “dittatore del campo di battaglia parlamentare” e dal Parlamento e con il Parlamento guida il suo paese. Almeno a partire dall’inizio del secolo scorso, è davvero forte perché diventa Primo ministro chi è capo del partito che ha (conquistato) la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera dei Comuni. Ciascuno dei parlamentari di maggioranza è ampiamente consapevole che se il “suo” governo funziona in maniera apprezzabile, le sue chances di essere rieletto rimarranno (molto) buone. Quindi, quel parlamentare sosterrà il governo e il Primo ministro nell’attuazione del programma, della party platform, che il suo partito ha presentato agli elettori ritenendo, per lo più correttamente, che gli elettori abbiano dato loro il mandato di attuarlo. Pertanto, il Primo ministro, il suo Cabinet composto dai senior Ministers, la sua compagine di governo, i parlamentari del partito di maggioranza hanno non soltanto il diritto istituzionale di tradurre le promesse elettorali in politiche pubbliche. Hanno anche il dovere politico di farlo. Dal canto loro, i parlamentari di maggioranza hanno la facoltà di dissentire esclusivamente su materie che attengono a loro profondi convincimenti (ma anche alle preferenze, almeno come le conoscono, proprio del loro collegio) che debbono, ogniqualvolta appaia necessario, giustificare e spiegare ai colleghi parlamentari, al Primo ministro e, naturalmente, agli elettori, in particolare, ma non soltanto, a quelli del loro collegio. I parlamentari di maggioranza sono tenuti ad accettare, con più o meno preoccupazione, lo scioglimento della Camera quando lo deciderà il Primo ministro poiché ritengono e sperano che il Primo ministro abbia fatto bene i suoi conti, con riferimento all’attuazione/esaurimento del programma, alla popolarità del governo, ai sondaggi. Tutto questo nella sua talvolta ingannevole linearità e nei molteplici elementi di discrezionalità, mi è sempre apparso affascinante. Coerentemente, ho pensato che imporre per legge che la legislatura durasse cinque anni, come fece la coalizione Conservatori-LiberalDemocratici all’inizio della loro fase di governo nel 2010, significasse un irrigidimento dannoso contro una prassi che garantiva invece positiva flessibilità (alla quale, in parte, sono già tornati).

Questo modello costituzionale inglese che ho descritto a grandi linee è in larga misura non imitabile. Tuttavia, è stato esportato e ha finora funzionato più che soddisfacentemente laddove esiste una cultura politica “anglosassone”: Australia, Canada, Nuova Zelanda e in alcuni paesi dei Caraibi. Si è sviluppato nel tempo anche, forse, soprattutto, accompagnando l’evoluzione della figura del Primo ministro che è, da qualsiasi prospettiva lo si guardi, centrale e cruciale. Pertanto, apprezzo molto l’idea portante di quanto ha organizzato e inteso fare Alessandro Torre in un densissimo importante volume: ripercorrere la Storia costituzionale del Regno Unito attraverso i Primi ministri (Milano, Wolters Kluwer, 2020). Ne è risultata un’opera straordinaria che consta di 1210 pagine di cui non esiste l’eguale nella letteratura in materia. È una storia lunga che Torre fa cominciare con Robert Walpole, intitolando il capitolo da lui stesso scritto “Nascita e formazione di un Primo ministro”. Walpole è stato colui che plasmò la carica da lui ottenuta anche grazie al fatto che la occupò per ben ventuno anni, dal 1721 al 1742, più di qualunque altro Primo ministro dopo di lui. Finora di Primi ministri ce ne sono stati, in tutto, cinquantacinque. I lettori e gli autori mi scuseranno, dunque, se non recensirò/discuterò approfonditamente nessuno dei capitoli, cercando, invece, di mettere in rilievo i punti nodali e le trasformazioni intervenute nel tempo, mirando a dare un senso alla storia complessiva.

In parte, l’operazione cui mi accingo è svolta efficacemente da Angus Hawkins nella sua introduzione intitolata The Office of Prime Minister. È una storia che si dipana nell’ambito di una Costituzione che è “scritta”, sostiene Hawkins, ma “non codificata”. La si trova in qualche modo scritta nelle tradizioni, nei precedenti, nelle sentenze della magistratura, negli Atti del Parlamento, nonché, naturalmente, nei comportamenti dei Primi ministri. Esiste un consenso abbastanza ampio fra gli studiosi del Primo ministro che, in effetti, la carica è, nelle parole di Herbert Henry Asquith, Primo ministro liberale dal 1908 al 1916 (l’apposito capitolo è opera di Paola Piciacchia), “quello che il suo detentore sceglie ed è capace di farne”. Questa affermazione, da un lato, suggerisce che il Primo ministro ha una grande discrezionalità nella sua interpretazione del ruolo; dall’altro, scoraggia dal tentare una comparazione fra i 55 Primi ministri presentati nel libro. Personalmente, sono, in larga misura, d’accordo con l’esistenza di notevoli opportunità per il Primo ministro di esercitare il suo ruolo, ma è innegabile che esistano dei limiti, delle costrizioni, delle restrizioni e che, nel corso del tempo, vi siano stati cambiamenti significativi a cominciare dal contesto. Il declino del potere della monarchia è uno di questi cambiamenti “epocali”. La comparsa di partiti organizzati è il secondo cambiamento, mentre il terzo discende dall’aumento dell’importanza dei mass media, della comunicazione politica. Le difficoltà della comparazione non mi scoraggiano, ma certo costituiscono una sfida che accetto sapendo, però, che è possibile fare molto di più.

Noterò criticamente che il curatore avrebbe dovuto chiedere agli autori di offrire in maniera sistematica alcuni dati aderendo ad un template. Mi limito ad alcuni esempi: età di elezione alla camera dei Comuni; età di ascesa alla carica di Primo ministro; durata in carica. Tutti i primi ministri sono stati parlamentari, per lo più alla Camera dei Comuni. Nel caso di Douglas Home, 1963-1964 (capitolo di Giulia Aravantinou Leonidi) dovette rinunciare al titolo di Lord. Tutti i Primi ministri hanno ricoperto la carica di Ministro prima di diventare l’inquilino di 10 Downing Street, ad eccezione di Tony Blair (1997-2007, dal 1983, anno della sua prima elezione, il Labour Party fu confinato all’opposizione fino alla sua vittoria nel 1997), quindi, giungevano a guidare il governo almeno relativamente preparati. Tutti o quasi, ma qui azzardo, erano i capi dei rispettivi partiti. Non più di un quarto di loro ha guidato più governi. Credo sia giusto menzionare i più famosi Pitt il Giovane, 1783-1801, 1804-1806 (capitolo di Marina Calamo Specchia); Henry John Temple, più noto come Lord Palmerston, 1855-1858, 1859-1865; Benjamin Disraeli, 1868, 1874-1880 (capitolo di Miryam Jacometti); William Gladstone 1868-1874, 1880-1885, 1886, 1892-1894 (capitolo di Claudio Martinelli); Stanley Baldwin, 1923-1924, 1924-1929, 1935-1937 (capitolo di Davide Rossi); Winston Churchill, 1940-1945, 1951-1955 (capitolo di Carlo Fusaro); Harold Wilson, 1964-1970, 1974-1976 (capitolo di Francesca Rosa), fino ai casi molto noti di Margaret Thatcher, 1979.1983, 1983-1987, 1987-1990 (capitolo di Ginevra Cerrina Feroni) e Tony Blair, 1997-2001, 2001-2005, 2005-2007 ( capitolo di Francesco Clementi). Da questo elenco trarrei una sola conclusione che mi sembra abbastanza fondata e plausibile. A periodi di continuità nella carica fanno seguito periodi nei quali i Primi ministri cambiano spesso. Questi cambiamenti sono, ovviamente, dovuti ai risultati elettorali, ma spesso il cattivo esito delle elezioni è anche il prodotto delle divisioni/lacerazioni all’interno dei singoli partiti.

Leggendo i vari profili mi sono spesso chiesto se non fosse utile cercare di giungere ad una valutazione complessiva dei Primi ministri. Wikipedia mi ha offerto una pluralità di fonti e di tabelle. Ne esiste anche una contenente la valutazione di tutti i Primi ministri a partire da Walpole. Ho preferito guardare ai Primi ministri del dopoguerra e alla Tabella costruita nel 2016 da un gruppo di ricercatori dell’Università di Leeds sulla base delle risposte di 82 docenti britannici specialisti di storia e politica inglese nel secondo dopoguerra. La Tabella non richiede una interpretazione raffinata, ma è importante segnalare come il primo posto sia occupato dal laburista Clement Attlee che guidò un solo governo, avendo sconfitto Winston Churchill, pure l’artefice della vittoriosa resistenza contro Hitler. Nel sottotitolo del suo capitolo dedicato a Attlee, Salvatore Bonfiglio lo definisce The “Unorthodox”. Mi pare ci sia molto di più: una carriera politica, doti di negoziatore e persuasore, capacità di fare funzionare il Gabinetto, l’attuazione di un programma di respiro, ricostruzione e trasformazione. La classifica degli studiosi riconosce in Attlee non solo il miglior Primo ministro del dopoguerra, ma un grande uomo politico.

Concludo facendo riferimento alle riflessioni di George W. Jones contenute in una conferenza del 2014 e pubblicate come conclusione del volume. Sono riflessioni dedicate in senso lato al problema della crescita dei poteri del Primo ministro, della cosiddetta più o meno intenzionale “presidenzializzazione” della sua carica, del suo ruolo. Sono riflessioni sagge e ricche di sfumature che sottolineano come il ruolo e il potere del Primo ministro inglese siano fluttuanti, dipendano dal contesto, dagli eventi, dalla popolarità e dalla composizione del governo, dal grado di successo o no delle politiche, dall’atteggiamento dei suoi ministri. Mettono in fortissimo dubbio che altrove, per esempio, in Italia dove se ne è dissennatamente e forsennatamente discusso, sia possibile costruire con qualche riformetta elettorale e qualche aggiuntina di poteri un Premierato “forte”. Implicitamente respingendo la tesi della presidenzializzazione, Jones conclude che “al di sopra di tutto il Primo ministro risulta potente tanto quanto lo lasciano essere i colleghi di governo”. È la lezione da apprendere dai duecentocinquanta anni di questa utile e efficace storia costituzionale del Regno Unito attraverso i suoi protagonisti: i Primi ministri.

Pubblicato il 9 maggio 2020 su casadellacultura.it