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È giunta l’ora di ripensare cos’è la libertà @fattoquotidiano

La pandemia, con la necessità di porre dei limiti alle libertà personali, obbliga tutti, a cominciare dai politici, che dovranno decidere che cosa, come, quanto, ai giuristi, ai filosofi, agli scienziati della politica, a ripensare al significato di libertà e alla realtà della/e libertà nel mondo contemporaneo. Non possiamo accontentarci della pure feconda, ma anche controversa, distinzione effettuata da Isaiah Berlin fra libertà “da” e libertà “di”. Certo, è importante essere liberi da impedimenti e da interferenze che vengano dallo Stato, dai detentori del potere politico, da chiunque abbia risorse tali da influenzarci in maniera notevole e sgradevole. Proprio se e quando riusciamo a sfuggire alle influenze esterne siamo liberi di agire e di fare. Allora, ci troveremo in condizione di perseguire i fini che desideriamo, di appagare le nostre preferenze. Quelle libertà individuali sono essenziali.

Tuttavia, abbiamo imparato da Thomas Hobbes che quando tutti tentano di ottenere quello che desiderano senza osservare nessuna regola finiscono inesorabilmente per scontrarsi producendo la grave situazione del bellum omnium contra omnes. L’ordine, prodromo di esiti autoritari, dovrà essere e verrà imposto dall’alto a meno che si pervenga ad una condivisione di regole accettate da tutti o quasi. L’ordine politico, premessa della democrazia e sua positiva conseguenza, implica che tutti rispettino le libertà altrui e che nessuno eserciti la sua libertà a scapito di quella degli altri. Forse, il pensiero politico non si è esercitato a sufficienza sui limiti reciproci della libertà.

La riflessione che ho svolto, finora molto carente in Italia, è indispensabile per passare ai casi pratici, a cominciare dalla libertà di circolazione che, riconosciuta nell’art. 16 della Costituzione italiana, è stata fortemente circoscritta dai decreti del Presidente del Consiglio. L’articolo afferma che la circolazione è libera “salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza”. Quindi, gli interventi limitati possono (debbono?) essere sanati da una legge successiva. Più concretamente, a suo sostegno e giustificazione, il governo deve argomentare che la libertà dei cittadini di circolare sul territorio nazionale, di uscirne e di rientrarvi trova un limite oggettivo nel diritto alla salute qualora esista una ragionevole preoccupazione che i cittadini circolanti siano portatori di malattie. Allo stesso modo e per ragioni simili, possono essere sospesi il diritto di riunione (art. 17) e il diritto di esercitare “in pubblico il culto” (art. 19). Tutti questi sono diritti che definirei sociali. Trovano presenza, protezione e promozione nell’ambito della società, nella socialità.

Se, come pare opportuno e acquisito, attribuiamo allo Stato il compito di proteggere la vita e di promuovere il benessere dei cittadini, allora ne consegue che il governo deve essere in grado di predisporre e di fare osservare le misure necessarie ai compiti primari. Potremo giustamente discutere il contenuto e i dettagli di queste misure (ad esempio, la definizione dei congiunti e il numero massimo di partecipanti ai funerali) chiedendo che il governo offra motivazioni specifiche e precise. Fra queste misure non può non essere collocato il ricorso al contact tracing (rin-tracciabilità dei movimenti e degli incontri) che richiede una trattazione specifica, ma i cui criteri irrinunciabili sono volontarietà, provvisorietà, temporaneità (ovvero la certezza che i dati raccolti saranno rapidamente distrutti dopo l’uso al quale erano stati destinati).

Primum vivere deinde philosophari, ma filosofeggiare sulle libertà nel mondo interdipendente significa andare ripetutamente, ostinatamente alla ricerca dei più accettabili punti di equilibrio fra le libertà dei cittadini. Niente di meno niente di più niente di diverso. Il diavolo potrà anche annidarsi nei dettagli, ma, forse, dobbiamo temere di più i diavoli che fanno un uso spregiudicato dei dettagli con l’intento di oscurare the big picture, il quadro complessivo: una pandemia che colpisce tutti e tutti mette e mantiene in pericolo.

Pubblicato il 8 maggio 2020 su Il Fatto Quotidiano

Il gioco duro della Corte Costituzionale tedesca #Karlsruhe

Da qualsiasi parte la si giri e la si guarda, la sentenza della Corte Costituzionale tedesca è una brutta roba. Dichiarando sostanzialmente illegale l’acquisto di bond da parte della Banca Centrale Europea guidata da Mario Draghi, incide pesantemente sui poteri e sui comportamenti sia della Corte di Giustizia Europea (CGE) sia, per l’appunto, su quello che potrebbe/potrà fare la Banca Centrale oggi guidata da Christine Lagarde. Non tenendo in nessun conto il giudizio della Corte Europea, la Corte Costituzionale tedesca fa fare un lungo passo indietro al processo di integrazione fra gli Stati-membri dell’Unione che la CGE ha sempre assecondato con le sue sentenze di stampo coerentemente europeo. Se altre Corti Costituzionali seguissero la sentenza tedesca di “diritto europeo” non si potrebbe più in nessun modo parlare. La Banca Centrale Europea dovrà rispondere alle obiezioni della sentenza tedesca e certamente lo farà giustificando le modalità con le quali Draghi aveva attuato il programma noto come quantitative easing. Però, anche una ottima, e possibile, giustificazione potrebbe non essere sufficientemente poiché la sentenza della Corte tedesca è diretta ad impedire alla Bundesbank di partecipare al programma di Quantitative Easing e di conseguenze a programmi simili che la Banca Europea intenda mettere in campo per contrastare l’emergenza del Covid-19. Anche in questo caso, il precedente avrebbe conseguenze gravissime se fosse invocato anche da altre banche centrali. All’entrata a gamba tesissima della Corte Costituzionale tedesca nel campo di gioco europeo, molti sono i giocatori che debbono attivarsi se vogliono preservare non solo le possibilità di una risposta condivisa e efficace al Civid-19, ma anche quella di interventi futuri della Banca Centrale. Al momento, non mi pare che la sentenza tedesca sia stata colta in tutta la sua portata di estrema gravità. Forse per rassicurarci, il ministro dell’Economia Gualtieri ha detto che non cambia nulla. Temo, al contrario, che possa e debba cambiare molto. Il senso del cambiamento sarà notevolmente negativo se la Banca Centrale sarà costretta a limitarsi nell’ampiezza dei suoi interventi e la Bundesbank si ritrarrà in tutto o in parte. Il senso del cambiamento potrà risultare positivo se verrà riaffermato il ruolo superiore della Corte di Giustizia Europea e se la Commissione Europea e il Consiglio dei capi di Stato e di governo riusciranno ad adottare rapidamente gli emendamenti necessari ai Trattati. Purtroppo, la procedura è lunga e richiede l’unanimità nel Consiglio.

Pubblicato AGL il 7 maggio 2020

Retroscenisti e onorevoli: responsabili?

Qualche retroscenista, che cerca ostinatamente di indebolire il governo Conte, resuscita i “responsabili”. Non hanno vincolo di mandato. Decideranno loro se e come impegnarsi a salvare sia il governo sia la legislatura per mantenere, legittimamente, il loro seggio parlamentare. Esiste un legame insopprimibile fra legge elettorale e rappresentanza politica cosicché, a causa della pessima legge elettorale del renziano Rosato, a nessuno dei Responsabili sarà possibile, nel bene e nel male, conoscere, oggi e domani, come gli elettori valutano i loro comportamenti.

 

 

 

 

Chi può essere così stupido da fare una crisi di governo? #Intervista @fattoquotidiano

È ridicolo accusare Conte di una svolta autoritaria. Ed è folle pensare di sostituirlo durante la pandemia

Intervista raccolta da Tommaso Rodano

“Non andrà tutto bene e non torneremo come prima”. Gianfranco Pasquino si muove tra un ragionamento e l’altro con ampio ricorso all’ironia. Non è appassionato della retorica anti-virus, sorride degli slogan di questi giorni. “Primo: non è andato tutto bene, non va tutto bene, è difficile che andrà bene in futuro. Secondo: non torneremo come prima. Abbiamo perso denaro, speranze, opportunità. E non deve tornare come prima: non voglio tornare all’Italia dei processi per corruzione, del dominio della criminalità organizzata, dell’evasione fiscale di massa. Non tornerà tutto come prima: spero proprio di no. Spero che si faccia tutto meglio”.

C’è chi accusa il governo di calpestare le garanzie costituzionali. Cito Matteo Renzi; “Nemmeno durante il terrorismo abbiamo derogato così tanto alla Costituzione”. Concorda?

Scriva che la risposta inizia così:. Pasquino sospira profondamente… No, non concordo. Sono esagerazioni, errori, provocazioni che possono provenire solo dall’ex segretario del Pd. Ha il dente avvelenato ed è in costante ricerca di pubblicità.

Secondo lei Conte non ha commesso nessuna forzatura?

Chi sa interpretare la Costituzione spiega questo: ci sono delle azioni che stanno dentro la Carta, altre che sono fuori dalla carta (ma senza arrecarle danno) e altre ancora che invece le vanno contro. Nel peggiore dei casi -e io non concordo con questa tesi- i decreti del Presidente del Consiglio possono essere considerati extra-costituzionali. Peraltro i DPCM sono stati raccolti in un testo che sarà sottoposto al voto del Parlamento. Siamo seri: è incredibile pensare davvero che Conte stia scivolando verso una deriva autoritaria.

Riconoscerà che c’è un aumento del controllo e della pressione dello Stato sulle libertà individuali. Non la preoccupa?

Penso che sia sempre legittimo preoccuparsi delle proprie libertà, ma credo pure che si debbano considerare le libertà degli altri. Il limite è sempre quello: posso rivendicare il mio diritto a circolare liberamente se mette in pericolo il diritto alla salute di chi mi sta vicino? Le scelte del governo mi paiono giustificate e giustificabili.

Sono anche giuste, oltre che giustificabili?

Alcune cose si potevano fare meglio. Alcune decisioni potevano essere modulate in modo diverso. Ma sarebbe servita una grandissima capacità, che temo la burocrazia italiana non abbia. Vista la gravità della situazione, meglio essere più rigidi piuttosto che più flessibili.

Almeno sulla comunicazione il governo poteva lavorare meglio, non crede?

Avrei preferito che il Presidente del Consiglio comunicasse meno, e magari in orari più consoni. Nel complesso però il tono di Conte mi è parso buono: è sfuggito sia alla retorica dell’esagerazione sia al vittimismo di spostare la responsabilità su altri. E poi mi chiedo: qualcun altro ha comunicato meglio di Conte? O avrebbe potuto comunicare meglio?

Salvini ha “occupato” il Parlamento.

Segno di un nervosismo clamoroso. Era stato beffato dal flash mob della Meloni, ha dovuto alzare l’asticella, ma non mi pare un gran gesto. La sua macchina della comunicazione ha perso originalità, è capace solo di una propaganda aggressiva. In questa situazione invece servono empatia e condivisione del dolore. Non si guadagna consenso attaccando il governo.

Ne è così sicuro? Nei retroscena dei quotidiani è un gran scrivere di “unità nazionale”, un governo nuovo per sostituire Conte. Non ci crede?

Io non metto in dubbio che ci sia qualcuno che ritenga necessario sostituire Conte. Però penso che sbagli. Il premier ha un indice di gradimento molto alto, non è facile nemmeno immaginare una figura di quel genere, ha dimostrato capacità notevoli in questa fase. E poi attenzione: sostituire Conte significa aprire una crisi di governo. Chi può essere così stupido da provocare una crisi di governo nel pieno di un’emergenza tremenda?

Sono sicuro che qualcuno le viene in mente

Ma ci sono delle difficoltà che è impossibile ignorare. Una nuova maggioranza deve passare attraverso il Movimento Cinque Stelle. E i grillini non sono disponibili a sostituire Conte. In questa fase evocare la crisi è un discorso pazzesco che possono permettersi solo alcuni editorialisti e commentatori che non sanno scrivere di altro.

Sta di fatto che si parla e si scrive tanto di Mario Draghi

La figura di Draghi pesa: ha statura, visibilità, competenza. Io lo conosco personalmente, almeno un po’, e non mi pare proprio che abbia l’ambizione di essere preso da qualcuno e piazzato a Palazzo Chigi.

Però il suo intervento nel dibattito sulla crisi è stato significativo. E non ha mai smentito queste voci.

Il suo articolo sul Financial Times serviva -e in parte c’è riuscito- a orientare la politica della Commissione europea. Poi sono convinto che non smentisca le voci su di lui perché non vuole alimentare con il chiacchiericcio politico: sta zitto perché non vuole essere coinvolto. E credo sappia benissimo che guidare un paese è molto diverso da amministrare una banca centrale. Non lo vedo premier ora ma potrebbe essere un eccellente candidato alla presidenza della Repubblica nel 2022. La sua figura avrebbe un peso nel quadro europeo.

La politica è diventata subalterna di tecnici e scienziati?

No. È diventata consapevole di una verità importante: le competenze scientifiche sono irrinunciabili perché i politici facciano scelte corrette. Se i tecnici e gli scienziati sono bravi, il loro lavoro è fondamentale per indicare il costo di una scelta pubblica. È un passo avanti, non una rinuncia all’autonomia.

Pubblicato il 4 maggio 2020 su Il Fatto Quotidiano

Le conseguenze dell’emergenza #coronavirus, la credibilità del #Governo, l’ipotesi di unità nazionale, la popolarità di #Salvini, la solidarietà europea #intervista @RadioRadicale

Intervista a Gianfranco Pasquino su politica del governo e unità nazionale realizzata da Claudio Landi registrata lunedì 4 maggio 2020
La registrazione audio ha una durata di 8 minuti

Ascolta

 

Essere più buoni (e più costituzionali) ai tempi di Covid-19 @formichenews

Tutte le libertà personali di tutte le persone hanno come limite invalicabile le stesse libertà di tutte le altre persone. E allora, sull’emergenza, potrebbe essere il Parlamento a legiferare in materia, oppure il governo (con la sua maggioranza) lasciando alle Camere il compito di precisare, limare, eventualmente migliorare.

Trovo molto fastidiosa la pretesa di alcuni, giuristi e giornalisti, di qualificarsi come più buoni, più rispettosi della Costituzione, più protettori delle libertà dei cittadini e dunque più autorizzati, anzi, i soli autorizzati a criticare il governo e, in particolare, il Presidente del Consiglio. La maggior parte delle critiche sono pretestuose, politicamente (im)motivate e, infine, diseducative. Due sono i punti più discutibili: i Decreti del Presidente del Consiglio dei Ministri (DPCM) e la (eventuale) limitazione delle libertà personali.

Con i DPCM il “cattivo” Conte avrebbe imposto la sua linea “a prescindere”, secondo alcuni fuoriuscendo dalla Costituzione, secondo altri andando contro la Costituzione, ma, evidentemente, con il sostegno della “sua” maggioranza. Poiché continuo a credere che il custode della Costituzione è il Presidente della Repubblica, ritengo il silenzio di Mattarella assolutamente eloquente. So anche che da Palazzo Chigi al Quirinale funzionano linee telefoniche, c’è anche, come si dice, una “batteria” e, dunque, sono certo che le due autorità si sono confrontate. Tralascio tutto il discorso sui decreti, che dovrebbero essere emanati soltanto “in casi straordinari di necessità e d’urgenza” (art.77) quando è arcinoto che entrambi i requisiti sono sistematicamente violati, l’urgenza essendo spesso procurata. Ma, scrive giustamente Vincenzo Lippolis, “le norme costituzionali vanno interpretate con riferimento al contesto” cosicché mi pare lecito aggiungere e sottolineare che i DPCM si giustificano pienamente proprio con riferimento al contesto.

Giuristi e giornalisti hanno lamentato la compressione del Parlamento, la sua emarginazione, il suo mancato funzionamento. Credo che il Presidente della Camera Roberto Fico abbia già risposto soddisfacentemente. Rilevo che il Parlamento italiano oggi è un’istituzione nella quale stanno uomini e donne di partito malamente eletti da una pessima legge elettorale che li rende dipendenti da chi li ha candidati: capipartito e capicorrente (con aiutini da parte di qualche lobby). Sono loro a non fare funzionare il Parlamento, non il Presidente del Consiglio. Infatti, “un Parlamento che non vuole essere emarginato ha tutte le possibilità per chiamare il governo a spiegare la sua linea d’azione e a controllare il suo operato” (Lippolis).

A maggior ragione il Parlamento dovrebbe chiamare il governo a rispondere nei casi in cui ravvisi violazioni delle libertà e dei diritti. Qui entrano in campo anche i filosofi e i sociologi. Davvero la libertà di circolazione è un diritto assoluto? Quando la libertà di circolazione incide sul mio (e vostro) diritto alla salute, non potrebbe/dovrebbe essere limitata, circoscritta, anche con un’apposita tecnologia? È possibile suggerire come punto di partenza quantomeno che tutte le libertà personali di tutte le persone hanno come limite invalicabile le stesse libertà di tutte le altre persone. Potrebbe essere il Parlamento a legiferare in materia, oppure il governo (con la sua maggioranza) lasciando al parlamento di precisare, limare, eventualmente migliorare. John Locke suggerirebbe un elenco che vede al primo posto la vita, poi, la proprietà, al terzo posto la libertà. Lo interpreto flessibilmente. Se non c’è vita (quindi la salute), la proprietà non serve a nulla, ma come si può esercitare la libertà senza il possesso di un minimo di risorse personali? Ecco, forse, proprio questo Primo Maggio è più appropriato di altri a farci riflettere senza formalismi e garbugli sull’elenco (e le priorità che mi paiono attualissime) di Locke.

Pubblicato il 1° maggio 2020 su formiche.net

Coscienza di classe, da remoto #FormicheRivista #Orwell2020 @formichenews

Da Rivista Formiche n. 158/maggio 2020 Orwell 2020, il virus della sorveglianza, pp. 54-55

 

Niente tornerà come prima. Molto rischia di essere peggio di prima. Dall’uomo di Aristotele, animale politico, poiché viveva con altri uomini (e donne) nella polis, ai simposi romani nei quali si gozzovigliava insieme, dall’ecclesia, comunione di persone, di credenze, di speranze, ai salotti illuministi, dagli americani osservati da Tocqueville che si associavano ogniqualvolta dovessero risolvere un problema, alle rumorose birrerie bavaresi dove si lanciavano putsch, dagli amici e colleghi di via Panisperna e oltre (lascio deliberatamente incompleto questo elenco), uomini e donne hanno sempre, nel bene e nel male, cercato di rapportarsi reciprocamente. L’arte di associarsi ha accompagnato la civilizzazione e civilizzato la politica, ha fatto uscire dalla condizione di homo homini lupus, e di foemina foeminae lupior. Ha costruito comunità nelle quali (quasi) tutti sono consapevoli della loro interdipendenza e molti sanno che la fiducia reciproca è una componente essenziale del capitale sociale che arricchisce tanto la comunità quanto i singoli.

Quella fiducia si crea nelle interazioni fra persone, negli approcci e nelle conversazioni. Con gli avvicinamenti si intessono rapporti. Il distanziamento sociale, che nasce dal timore che gli altri siano portatori di pericoli, inevitabilmente conduce alla diffidenza, al sospetto, alla disintegrazione sociale e politica. Qualcuno potrà anche vantarsi di avere contenuto possibili catastrofi economiche attraverso forme di smart working, peraltro, non estensibili a tutte le attività. Certo, lo smart working non creerà coscienza di classe, ma neppure sentimenti e orgogli di appartenenza. Altri si rallegreranno della capacità di docenti e studenti di proseguire le lezioni online. Non ne seguirà mai quella identità di gruppo che si formò negli anni Venti e Trenta fra classi diverse, ma con gli stessi professori, al Liceo D’Azeglio di Torino. E nessuno avrà più il privilegio, che traggo dai mie personali ricordi, dei seminari all’Istituto di Scienze Politiche di Torino, condotti da Norberto Bobbio e Alessandro Passerin d’Entrèves. Quando gli sguardi d’intesa, di perplessità, di desiderio di saperne di più si incrociavano fra gli studenti e fra loro e i docenti. Ovvieremo con qualche piattaforma, semplice da usare, alle rumorose riunioni nelle quali si progettano i fascicoli di Formiche e la newsletter? La sera andremo in Via Veneto oppure ci parleremo attraverso Skype? Compreremo libri da Amazon dopo averne letto una stringata scheda grazie a Google oppure avremmo preferito discuterne con il libraio e magari con qualche amico/a al bar? Come faremo in quei pomeriggi troppi lunghi e azzurri sapendo che sì, il prete per chiacchierar ci sarebbe pure, ma è impegnato a dire messa per i parrocchiani che si sono abituati a “riceverla” a casa, sul loro divano, inginocchiati sul loro tappeto?

There is no such thing as society” affermò perentoriamente il Primo Ministro Margaret Thatcher (peccato che John Locke non riuscì a replicare a causa della sua scarsissima dimestichezza con il computer). Medici, infermieri, personale sanitario di tutte le qualifiche e le mansioni dimostrano, invece, che ci sono donne e uomini che hanno senso sociale, del dovere verso gli altri, che ci credono. Abbiamo già iniziato a cercare di sostituirli con allegri robottini meno fragili emotivamente, forse meno costosi, ma anche più efficienti? Ma la carezza affettuosa, l’ultimo sguardo come saranno trasmessi? Dobbiamo essere preoccupati sia da coloro che ripetono che tutto tornerà come prima sia, forse più, da coloro che pensano di andare oltre grazie alla tecnologia applicata come se fosse sostitutiva dei rapporti fra persone e superiore alle (nostre) capacità di apprendere, di cambiare, di creare una società migliore nella quale ciascuno di noi guardando negli occhi gli altri li tratterà come fini e non come mezzi e in quegli occhi vedrà fiducia e reciprocità. Tutto da (ri)costruire.

Craxi Sine ira ac studio @Mondoperaio

Da Mondoperaio 3/4, 2020, pp. 81-85

Non ho mai “odiato” Craxi, ma neanche l’ho esaltato. Nel 1987 quando mi candidai a capogruppo della Sinistra Indipendente del Senato una schiacciante maggioranza dei colleghi mi votò contro perché, dissero, ero filo-socialista. In verità, ero (e continuo a essere) irrimediabilmente a favore di un’alternativa di sinistra che, allora, come oggi, richiede un forte partito socialista. Non dissi e non scrissi mai che Craxi aveva prodotto una “mutazione genetica” del Partito Socialista Italiano. Ho incontrato Craxi tre volte. La prima all’inizio del 1978 in un hotel di Roma. Invitato da Luigi Covatta stavamo preparando il Progetto Socialista che il segretario avrebbe illustrato al Congresso di Torino nell’aprile di quell’anno. Facendo una visita improvvisa Craxi chiese “chi è Pasquino?” Non perché io fossi particolarmente importante, ma perché ero l’unico di quel piccolo gruppo che non conosceva. La seconda volta fu nel dicembre 1988 alla commemorazione nella Sala Zuccari del Senato in occasione del decimo anniversario della morte di Lelio Basso. Ero seduto in prima fila, ma molto defilato rispetto agli oratori. Nell’unico posto libero di fianco a me si sedette Craxi arrivato all’ultimo momento, appena affannato. Notai che era elegantemente vestito con una camicia bianca impeccabile. Come se ci conoscessimo da tempo (e/o mi avesse subito riconosciuto), in poche parole mi ricordò che aveva conosciuto Basso negli anni quaranta nello studio di avvocato di suo padre a Milano e sbuffò che quel Rodotà lo irritava alquanto e non solo per il suo eloquio. La terza volta, non ricordo precisamente l’anno, forse il 1990, ma il mese e il giorno sì: giugno, sabato mattina. Doveva esserci una qualche votazione eccezionale in Senato. Saranno state le 9 e mezza. Entrai in Piazza Navona provenendo da Via Zanardelli (cioè, dal Tevere). Lo facevo regolarmente perché la vista dell’intera piazza senza turisti mi affascinava. All’altezza dell’edicola, che da oramai troppo tempo non esiste più, notai un uomo alto in camicia bianca le maniche appena arrotolate. In una mano aveva un pacco di giornali, con l’altra teneva affettuosamente un bambino (oggi direi il nipotino) con il quale parlava camminando lentamente e piegandosi per ascoltarne le domande. Era un Craxi assolutamente inaspettato e imprevedibile in questo quadretto di famiglia. Non lo vidi più.

Ho citato questi tre episodi poiché, seppure in maniera diversa, gli autori dei due libri che danno spunto alle mie riflessioni (Claudio Martelli, L’antipatico. Bettino Craxi e la Grande Coalizione, Milano, La nave di Teseo, 2020, pp. 223, e Fabio Martini, Controvento. La vera storia di Bettino Craxi, Soveria Mannelli, 2020, pp. 202) evidenziano e sottolineano che Craxi era, volente o nolente, antipatico, spesso facendo dell’antipatia che suscitava anche un elemento politicamente rilevante, uno strumento di percussione. Non sono del tutto convinto che l’antipatia sia stata la cifra dominante del suo modo di fare politica, ma, certo, Craxi non mirò a conquistare il potere e il consenso attraverso affermazioni melense e comportamenti ossequiosi. In qualche modo, la sua durezza naturale costituisce un elemento centrale, consapevolmente e deliberatamente utilizzato da Craxi, primo leader italiano a fare ricorso a quella che in seguito è stata definita la personalizzazione della politica. Ma Craxi aveva un partito. Lo aveva conquistato. Ne fu il legittimo sostanzialmente incontrastato leader dal 1976 al 1993. Sia Martini sia, soprattutto, Martelli mettono in grande evidenza la storia (e la lealtà) di partito di Craxi, il suo percorso dentro il partito, ma anche la sua scelta (obbligata) di agire per rafforzare, anche economicamente, l’organizzazione del partito. Di fronte a quello che Craxi stesso definì “bipolarismo” di due partiti grandi e ben finanziati con metodi che sappiamo essere stati più che riprovevoli, tutto quello che serviva a potenziare il suo PSI gli sembrò accettabile.

Al proposito, però, mi pare che entrambi gli autori trascurino due aspetti molto importanti. Da un lato, Craxi non acquisì mai pieno controllo sul PSI. Anzi, lasciò, ma, forse, non poteva fare diversamente, che alcuni “luogotenenti” si imponessero come padroni dei partiti socialisti locali: dal Piemonte al Veneto, dalla Toscana alla Puglia, dalla Campania alla Sicilia, facendo il bello (per loro) e il cattivo (per la reputazione del PSI) tempo. Dall’altro, non solo non tollerò mai il dissenso interno, considerandolo elemento di divisione e pensando di saperne di più, ma accettò pratiche, come l’acclamazione a segretario al Congresso di Verona nel 1984, che non soltanto agli occhi degli avversari ne accreditarono le critiche di autoritarismo (respinte come assurde sia da Martini sia da Martelli). Credo sia tuttora opportuno ricordare che la democrazia nei partiti, già difficile da definire, non costituì certamente il tratto dominante del PCI né, ancorché in misura inferiore, della DC, partito di oligarchie competitive. Anche il vantato “decisionismo” di Craxi fu interpretato come inevitabile conseguenza di pulsioni autoritarie. Sul punto ho sempre dissentito asserendo che il decisionismo accompagnato dalla assunzione di responsabilità si colloca pienamente nel funzionamento delle procedure democratiche. In questa luce, ho valutato molto positivamente la affermazione di Craxi che in caso di vittoria degli abrogazionisti nel referendum sul taglio di alcuni punti della scala mobile, il Presidente del Consiglio si sarebbe dimesso “un minuto dopo” (Martini, p. 91).

Un partito non è soltanto organizzazione sul territorio e coesione interna. La sua forza dipende anche dalla capacità di esprimere una visione del mondo (“tu chiamala, se vuoi, ideologia”) e della società in cui agisce per conquistare il potere necessario per cambiarla e per migliorarla. Sfidare la DC, ma soprattutto i comunisti contrapponendo al loro fatiscente marxismo e al gramscismo ritualizzato, certamente non adatto all’interpretazione (e al governo) di una democrazia relativamente affluente un Vangelo socialista che aveva le sue fondamenta nel pensiero di Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865) fu una scelta provocatoria, ma certamente non felice e, comunque, del tutto inadeguata all’obiettivo. Un partito che voleva essere più moderno dei suoi due maggiori antagonisti non avrebbe in nessun modo dovuto cercare dei riferimenti culturali in un pensatore della prima metà del XIX secolo, soprattutto quando il gruppo degli intellettuali socialisti era già andato molto più avanti nelle elaborazioni presentate sulle pagine di “Mondoperaio” (si veda il capitolo del libro di Martini intitolato “Gli intellettuali disorganici”). Quel “Vangelo” cadde rapidamente nell’oblio, superato da quella che rimane la più alta elaborazione socialista di quei tempi: il discorso su “meriti e bisogni” di Claudio Martelli alla conferenza programmatica di Rimini, 31 marzo-4 aprile 1982, quanto di più vicino si potesse avere alle promesse, alle esperienze e alle prestazioni delle socialdemocrazie scandinave.

Elegantemente, Martelli non si auto-elogia, mentre lapidariamente Martini intitola l’apposito paragrafo “I meriti e i bisogni, ma Bettino non applaude” (pp. 102-103). Comunque, in seguito, logoratosi il rapporto con gli intellettuali che avevano molto contribuito alla Conferenza Programmatica di Rimini, 31 marzo-4 aprile 1982, anche i meriti e i bisogni scomparvero dall’agenda di Craxi e del PSI. In verità, qualche “bisognoso” venne molto concretamente aiutato da Craxi. Furono i dissenzienti dei paesi comunisti e non pochi oppositori dei regimi autoritari del Terzo Mondo. Questa è una pagina dell’attività di Craxi lasciata alquanto in ombra che, invece, per giungere ad un bilancio equilibrato della sua opera politica deve essere illuminata proprio come fanno Martini e Martelli. Il primo intitola tutto un pregevole capitolo “Il finanziatore dei diritti umani”. Il secondo si esprime senza mezzi termini: “Non c’è, non è mai esistito un leader politico dell’Italia repubblicana che abbia difeso con tanto coraggio e tanta coerenza, a Est e a Ovest, la libertà degli uomini e i diritti dei popoli come Craxi ha fatto per tutta la sua vita” (Martelli, p. 84).

È arcinoto che il giusto e ammirevole sostegno ai dissidenti nei paesi comunisti serviva anche, ma perché no?, per mettere in evidenza le contraddizioni del Partito Comunista Italiano. D’altronde, Craxi non poteva che mirare a sottrarre voti al PCI con l’obiettivo di sorpassarlo. Quando il Parti Socialiste di Mitterrand superò in voti il Partito Comunista francese si poté permettere il lusso di includerlo nella coalizione di governo. Dunque, quello che Giuliano Amato e Luciano Cafagna chiamarono Duello a sinistra (sottotitolo Socialisti e comunisti nei lunghi anni 70, Bologna, Il Mulino, 1982) era assolutamente inevitabile. Avrebbe persino potuto essere produttivo. Invece, divenne uno scontro esageratamente personalizzato “Craxi contro Berlinguer”, con i comunisti che non smisero mai il loro, peraltro largamente ingiustificato, atteggiamento di superiorità politica, etica, personale. L’episodio che fece maggiormente scalpore, l’ho ancora nelle orecchie, furono i fischi con i quali, in maniera del tutto irrituale, ma non organizzata, i delegati socialisti accolsero al Congresso di Verona nel 1984 il segretario del Partito Comunista. Ricordo di avere ascoltato alla radio il racconto, monco, dell’avvenimento, vale a dire soltanto la frase di Craxi “non mi sono unito a questi fischi solo perché non so fischiare”. Opportunamente, Martini ricorda che Craxi aveva premesso che l’ostilità dei delegati socialisti non era diretta a una persona, “ma a una politica profondamente sbagliata” e che “se i fischi erano un segnale politico contro questa politica”, allora Craxi aveva più di un motivo per condividerli (p. 123). Quel duello a sinistra condotto senza regole e senza esclusione di colpi avrebbe travolto sia il PCI non più di Berlinguer sia Craxi e il PSI, terminando con la morte della sinistra in Italia. Non credo che riflettere su quegli avvenimenti porti alla resurrezione, ma penso che sia comunque un dovere di onestà intellettuale ricordarli.

Inevitabilmente, la valutazione dell’uomo politico Craxi continua ad essere tuttora affidata a due insiemi di avvenimenti: primo, il finanziamento illecito del Partito Socialista che ha preso il sopravvento sul secondo, vale a dire l’esito della sua attività politica. Continuo a ritenere scandaloso il silenzio, solo parzialmente imbarazzato, dei dirigenti degli altri partiti alla Camera dei Deputati quando (3 luglio 1992) Craxi denunciò la corruzione del sistema nel quale tutti i partiti operavano (erano “costretti” a operare). Sia Martelli sia Martini (paragrafo intitolato “il discorso-verità”) si soffermano sul discorso di Craxi che vale la pena di riportare nel suo punto centrale: “Buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale” e “se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo” (Martini, p. 152). E nessuno si alzò. Nessuno prese la parola. Martini commenta “quel silenzio [fu] il preannuncio di un rito collettivo: il capro espiatorio” (p. 153). Concordo in larga misura con l’interpretazione di Martini e di Martelli (pp. 208-209) che a Craxi fu riservato il ruolo di capro espiatorio in special modo perché aveva tentato di scardinare equilibri consolidati fra DC e PCI e tutti i loro numerosi sostenitori di riferimento i quali, certo, non volevano che si spalancassero i loro altarini. Martini scrive di un “complotto”; Martelli fa i nomi di uno schieramento impressionante che si attivò contro Craxi. Ripetutamente fa cenno ad un “partito del potere e del denaro” scivolando in una visione complottistica della politica che non mi pare del tutto convincente. Penso anche che da allora la situazione è soltanto parzialmente cambiata (non mi avventuro a scrivere migliorata), ma che il problema di come fare sì che il denaro non conti più dei voti, spesso, peraltro, acquisiti proprio con il ricorso al denaro e allo scambio di risorse improprie, non è affatto stato risolto nella politica italiana.

Sul secondo insieme di avvenimenti né Martini né Martelli offrono quanto ritengo sarebbe necessario e, quel che più conta, non vanno abbastanza a fondo. È possibile e giusto sostenere che quando Craxi lasciò l’Italia per Hammamet, la sua politica era stata sconfitta? Se il suo obiettivo dominante era quello di spaccare il bipolarismo DC/PCI, nei fatti era stato conseguito, ma non grazie alla azione e alla determinatezza del PSI quanto, piuttosto, a causa della caduta del Muro di Berlino e del successivo disfacimento della DC. Se, invece, il suo obiettivo era costituito dalla formazione di un governo progressista imperniato sul PSI, allora nulla di tutto questo abbiamo visto né allora né dopo. Provocatoriamente, scrivo che il Partito Democratico è la riaffermazione in forme diverse, più deboli, ma largamente rappresentative, del bipolarismo fra post-comunisti e post-democristiani. Il sistema partitico italiano è sostanzialmente destrutturato. Da qualche tempo nessuno parla più di alternanza e meno che mai di “alternativa”. Se il test dell’opera di uno statista consiste nella sua eredità, cioè nel lasciare il sistema politico in condizioni migliori di quando lo ha governato, Craxi non ha superato il test. Lo scrive con nettezza Martelli: “voleva e ha perseguito una grande riforma della repubblica e delle sue istituzioni, ma ha mancato l’obiettivo” (p. 216). Martelli attribuisce la sconfitta all’ ”l’insuperabile e irresponsabile rifiuto di quasi tutte le altre forze politiche” (ibidem), ma si può legittimamente affermare che quella Grande Riforma rimase sempre vaga (con una terminologia appropriata Martini intitola il suo paragrafo in materia “La Grande Riforma, un’araba fenice”, pp. 115-118), e che, presto, Craxi smise persino di perseguirla. Si adeguò in attesa di tempi che non sono venuti. La verità è che il grande giocatore di poker aveva bluffato e non ebbe il coraggio di rischiare, di andare a vedere le carte altrui per timore di perdere.

Curiosamente, sia Martelli sia Martini concludono il loro libro con un riferimento-paragone fra Aldo Moro e Bettino Craxi. Sobriamente, Martelli nota che “come quella di Moro, anche la famiglia di Craxi ha rifiutato i funerali di Stato offerti da un’ipocrita nomenklatura” (p. 217). Martini va oltre aggiungendo che “tutti e due vollero riposare per sempre in cimiteri appartati” (p. 191). Premesso che, contrariamente a una imponente letteratura apologetica, ritengo che neppure Aldo Moro è in grado di superare il test dello stato del sistema politico che contribuì a plasmare in trent’anni ai vertici del potere, ovvero del suo miglioramento, non mi parrebbe inopportuno procedere ad una valutazione “tra luci e inevitabili ombre” del loro rispettivo contributo che, però, non centrerei e neppure limiterei, come suggerisce Martini (p. 192) al “consolidamento della democrazia in Italia” e “alla conquista della libertà in tanti Paesi oppressi dalla dittatura”. Temo che nella valutazione complessiva di entrambi questi leader politici, sicuramente di alta statura, un po’ tutti gli analisti, non solo Martini e Martelli, si facciano troppo influenzare dalle loro più che infelici morti. Per entrambi i leader chiederei maggiore equanimità che non rinunci alla critica della loro politica. I due libri che ho qui discusso vanno positivamente in questa direzione, ma rimane ancora molto da fare.

 

Nella normalità gli italiani riescono sempre a dare il peggio di sé @HuffPostItalia

In un paese decente si discuterebbe di chi sono i congiunti? delle relazioni consolidate? della riapertura delle chiese cattoliche? (gli ebrei hanno deciso che le sinagoghe rimangono chiuse). Ecclesia non significa “assembramento” e gli assembramenti non sono vietati? Il Commissario all’Emergenza Domenico Arcuri ne sa meno della Conferenza Episcopale Italiana? Da dove traggono le loro conoscenze, evidentemente specialistiche, i vescovi italiani? Passato un cortissimo interludio siamo già tornati a gettare discredito sulle competenze e sugli esperti? “Dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare” non potrebbe, forse, significare che, oltre alle tasse a Cesare dovremmo riconoscere anche, sulla base delle acquisizioni scientifiche, di prendere decisioni che riguardano l’organizzazione e la vita di una collettività?

Quelli che in Italia oggi vogliono l’allentamento sono gli stessi che hanno espresso la loro ammirazione per la chiusura draconiana della provincia di Wuhan e di Singapore? Che, naturalmente, comprendeva fortissime restrizioni alla libertà personale di circolazione. E quelli che criticano la possibilità di “tracciare” i movimenti dei cittadini sanno che proprio il tracciamento effettuato su tutti i sud coreani ha praticamente sconfitto il coronavirus? Da quando alcune libertà sono assolute (quella di circolazione poi) anche quando sappiamo che possono andare a detrimento grave delle libertà degli altri fino a portare al loro decesso?

Sarebbero costoro gli italiani che danno il meglio di sé nell’emergenza? A me pare, tutt’al contrario, che l’emergenza sia la cartina di tornasole che fa emergere tutti i difetti, le carenze, gli egoismi degli italiani (per fortuna, di non tutti gli italiani). Su questi fastidiosi rumori di fondo, spesso manipolati e ingranditi, sempre sgradevoli, qualcuno pensa di costruire una politica alternativa a quella del governo Conte? Non sarebbe preferibile che formulasse prima, con precisione, quale politica alternativa è fattibile, con quali costi, con quali esiti, con quali tempi? Non può, naturalmente, trattarsi semplicemente di dire apriamo qualche giorno prima, diamo cento euro in più, riduciamo le distanze di sicurezza. Tutto questo può certamente essere detto accompagnandolo da spiegazioni e da qualche evidenza scientifica. Invece, vedo, ma non sono il solo, che è in atto “un gioco di società”: differenziazioni e riposizionamenti con un sottile profumo di esibizionismo populista e un tocco di immarcescibile servilismo clericale.

Questo triste balletto significa che già molto è tornato come prima. Che non abbiamo imparato niente anche perché per imparare bisogna “avere le basi”. Che sta tornando la normalità nella quale gli italiani riescono sempre a dare il peggio di sé. Oggi più di ieri. In attesa, gioite: una volta sostituito il Presidente del Consiglio Conte che più o meno (la seconda) autorevoli commentatori vedono addirittura “affaticato”, l’Italia s’impennerà. E avremo la gioiosa occasione di dire molte messe di ringraziamento.

Pubblicato il 28 aprile 2020 su huffingtonpost.it

Virus, la democrazia fa meglio dei regimi

Un’analisi comparata seria esige che il problema sia posto in maniera limpida. Sono i regimi non democratici superiori alle democrazie nell’affrontare/risolvere le emergenze? In base a quali criteri? Poi, è indispensabile esplicitare criteri e modalità dell’asserita superiorità di quale gruppo di regimi: tempi, strumenti, esiti. Sento ripetere ossessivamente, al limite del fastidio che Cina (totalitaria) e Singapore (autoritario) hanno affrontato e risolto l’aggressione del Covid-19 meglio delle democrazie, per esempio, degli USA e, se vogliamo, dell’Italia. Prima di procedere ricordiamo che il virus fece la sua comparsa in Cina e la sua esistenza fu segnalata con qualche settimana di ritardo. Coerentemente con una delle caratteristiche cruciali per i regimi totalitari, i detentori del potere politico soppressero l’informazione. L’assenza di mezzi d’informazione liberi e indipendenti consentì l’operazione di occultamento del problema per alcune, forse cruciali, settimane. Una volta costretti ad accettare e a rivelare l’esistenza del virus, le autorità cinesi avrebbero risposto in maniera più efficiente delle autorità dei paesi democratici. Il loro lockdown, “scontato” un deplorevole ritardo iniziale, ma non dovremmo “contarlo”?, ha limitato il numero dei contagi e delle vittime e risolto il problema.

È possibile accettare senza riserve i dati che vengono forniti dalle autorità cinesi e considerarli veritieri? La risposta è “non possiamo esserne certi” poiché dall’interno della stessa Cina filtrano dati delle vittime quattro volte superiori a quelli ufficiali. Per qualche settimana iniziale, è sembrato che il regime autoritario di Singapore (5 milioni e 535 mila abitanti, circa la metà di quelli della Lombardia), avendo immediatamente messo in atto il suo lockdown, fosse riuscito a prevenire con successo il diffondersi del virus. Dati successivi suggeriscono di no. Qui interviene la comparazione. Il lockdown è stato “imposto” anche da due democrazie asiatiche: la Corea del Sud, che era stata gravemente colpita, e Taiwan. In entrambi i casi, i dati disponibili e accertabili confermano che contagi e vittime sono di gran lunga proporzionalmente inferiori a quelli di Cina e Singapore. Pertanto, poiché stiamo paragonando paesi molto più omogenei fra loro di quanto sono i sistemi politici asiatici rispetto alle democrazie occidentali, potremmo chiudere qui affermando alto e forte che in Asia le democrazie si sono dimostrate più efficienti dei regimi non-democratici. Non per questo possiamo automaticamente e conseguentemente assolvere tutte le democrazie occidentali per le modalità con le quali hanno affrontato il coronavirus.

La critica prevalente è che nelle democrazie i lockdown sono stati decisi con ritardo. Lascio ad altri definire il “ritardo”, rispetto a che cosa? Chiedo, invece, se il ritardo dipenda da qualche insuperabile inconveniente insito nelle caratteristiche costitutive della democrazia oppure dipenda da ciascun regime democratico realmente esistente, da ciascun assetto istituzionale, dalle specifiche autorità attualmente in carica. La tesi prevalente sembra essere che i regimi non-democratici decidono molto rapidamente. Invece, le democrazie sono lente farraginose confuse. Per di più sono anche obbligate a tenere conto dei rispettivi parlamenti. A questo punto, però, i critici delle democrazie non possono, come direbbero gli inglesi, have their cake and eat it, vale a dire piangere le amare sorti dei Parlamenti al tempo stesso che imputano i ritardi e le incertezze delle risposte democratiche proprio alle procedure parlamentari.

In maniera sostanzialmente simile, non è accettabile gridare alla perdita dei diritti dei cittadini, a partire da quello alla libera circolazione, e plaudire alla perentorietà dei lockdownimposti dalle autorità cinesi e di Singapore (ma anche coreane e taiwanesi). È possibile sostenere che i lockdown non democratici “funzionano” meglio poiché quelle popolazioni sono, da un lato, assuefatte al controllo poliziesco dei loro movimenti, dall’altro, conoscono la probabilità di una repressione indiscriminata di loro comportamenti eventualmente devianti.

Da ultimo, come valutare gli esiti della presunta efficienza dei regimi non- democratici rispetto a quelli democratici? Il macabro conto delle vittime, se le cifre proposte dai regimi non-democratici fossero attendibili, sarebbe un criterio da utilizzare. Per i tempi, secondo criterio, dovremmo attendere la conclusione della pandemia. Il terzo criterio richiede una difficile riflessione preliminare: quanta libertà i cittadini democratici sono disposti a sacrificare per ridurre il rischio del contagio e della morte (loro e, come si dice, dei loro cari)? Ma, il fatto stesso che i cittadini democratici hanno la libertà di scelta non è già un indicatore della preferibilità dei regimi democratici rispetto a quelli non-democratici?

Pubblicato il 28 aprile 2020 su il Fatto Quotidiano