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Processo o farsa
Il conflitto fra magistratura e politica è insito nelle democrazie. Sta in uno dei principi fondamentali dei regimi democratici: la separazione dei poteri. Correttamente intesa la separazione dei poteri conferisce ai politici il diritto che, spesso, è anche il dovere, di prendere le decisioni di loro competenza e ai magistrati (fino alla Corte costituzionale) il diritto/dovere di controllare che le decisioni politiche non vadano contro le leggi esistenti (che i politici potrebbero, eventualmente, se le considerano inadeguate, cambiare) e non violino la Costituzione. In questo insieme di rapporti sono coinvolte tutt’e tre le istituzioni centrali delle democrazie: legislativo, giudiziario e, poiché le decisioni più importanti le prendono i governi e i loro ministri, anche l’esecutivo. Dunque,i conflitti fra le tre istituzioni sono fisiologici. La degenerazione, ovvero la patologia, fa la sua comparsa quando i detentori di uno qualsiasi dei tre poteri tentano di coartare gli altri. Nel caso dei politici, questo avviene prevalentemente quando qualcuno di loro si pone al di sopra della legge. Nel caso dei magistrati quando un giudice tenta di usare la legge a suoi fini personali di pubblicità e carriera.
Nella richiesta dei magistrati di Catania di procedere contro Salvini per il reato di sequestro di persona per il diniego di attracco alla nave Diciotti che portava migranti, è possibile che quei magistrati cerchino pubblicità. Potrebbe anche essere pubblicità negativa se le autorità competenti non riscontreranno l’esistenza di un reato. Prima di allora, però, in un procedimento che, di per sé, è garantista, debbono essere compiuti due passi. Il primo passo è nelle mani del potere legislativo, più precisamente della Giunta per le autorizzazioni a procedere del Senato. Se la Giunta, collocata fra i magistrati di Catania e il Ministro degli Interni, concederà l’autorizzazione, il secondo passo toccherà al Tribunale dei Ministri.
Sembra che Salvini non veda l’ora di essere giudicato da questo Tribunale. Ha preso atto che senatori del M5S in Giunta voteranno per dare l’autorizzazione al suo processo e ha dichiarato di non avere nessuna preoccupazione e di volersi in effetti fare processare. Al proposito è già cominciata una non edificante manfrina. Berlusconi ha subito detto di essere garantista, il che, secondo lui, significa votare contro l’autorizzazione. I rappresentanti del PD voteranno per consentire a Salvini di essere processato. A questo punto, tutto diventa più chiaro, anzi, semplicissimo. Se Salvini è convinto della giustezza del suo operato e vuole non evitare il processo, ma andare a difendersi nel processo, rinunci apertamente all’immunità di cui gode. Lo faccia chiedendo ai suoi colleghi senatori della Lega di votare per concedere l’autorizzazione ai giudici. Sarà così evitata la farsa di un Ministro della Lega che vuole essere processato e dei senatori della Lega che votano contro la sua “esplicita” volontà, sottraendolo al processo
Pubblicato AGL il 29 gennaio 2019
Elogio del rimpasto. Dà flessibilità ai governi #vivalaLettura
Nella letteratura politologica sulle coalizioni di governo non si parla di “tagliandi”, come quello ritenuto plausibile dal Presidente del Consiglio Conte nella sua conferenza stampa di fine anno, all’attività di governo Forse, il giurista Conte ha voluto evitare il più noto termine “verifica” che è quanto si è fatto regolarmente nei governi di coalizione italiani del secondo dopoguerra. Peraltro, le verifiche spesso portavano ai rimpasti, vale a dire al cambiamento concordato di alcuni ministri, fuoruscite e nuovi ingressi. Il tutto serviva, da un lato, a registrare i nuovi rapporti di forza fra i partiti della coalizione al governo (e spesso delle vivaci correnti della DC), e, dall’altro, a rilanciare l’azione del governo. Avendo solennemente annunciato l’ingresso dell’Italia nella Terza Repubblica, il noto storico delle istituzioni e costituzionalista Luigi Di Maio non vuole tornare a pratiche della Prima Repubblica (che conosce poco e che, incidentalmente, è l’unica Repubblica che abbiamo): “nessuna ipotesi di rimpasto e, se dovessi fare il governo domani, ripresenterei gli stessi nomi come ministri, ripresenterei la stessa squadra” (dichiarazione del 30 dicembre 2018).
Nelle democrazie parlamentari, quale più quale meno, il rimpasto è fin dall’inizio sempre all’ordine del giorno. Soprattutto quando alcuni ministri sono neofiti, privi di esperienze di governo e persino, capita spesso, ma non dappertutto con la stessa frequenza, di conoscenze specifiche per il Ministero al quale approdano, è possibile/probabile che le loro prove siano non solo inferiori alle aspettative, ma anche al di sotto di quanto è indispensabile per attuare in maniera soddisfacente le politiche del governo. Questo avviene, in particolare, quando il governo è un “Governo per il Cambiamento” che mira a innovare. Poiché in tutte le democrazie parlamentari al governo ci vanno i capi dei partiti che si coalizzano (è appena successo in Svezia dove ha visto la luce un governo socialdemocratico di minoranza con l’appoggio esterno di più partiti, non una novità nella storia politica del paese), sono spesso proprio i capi dei partiti a incoraggiare alcuni ministri “deboli” a lasciare il posto a chi, in Parlamento, ha mostrato di avere maggiori qualità. Talvolta, questa modalità di rimpasto implica un qualche scambio che vede anche ministri degli altri partiti cedere il passo nell’intento duplice di ridare slancio all’azione di governo e di soddisfare le ambizioni di parlamentari dimostratisi capaci, ad esempio, nell’attività delle commissioni.
Esistono poi fattispecie più politiche. Nel caso della Gran Bretagna, alla quale è sempre utile fare riferimento, in quanto madre di tutte le democrazie parlamentari, praticamente tutti i governi conservatori e laburisti hanno proceduto a rimpasti nel corso del loro mandato. Il Primo ministro gode del vantaggio di essere anche il capo del suo partito (rimanendo Primo ministro soltanto se non perde la carica di capopartito) e, dunque, di avere la facoltà di “licenziare” (i termini inglesi sono abitualmente più drastici: sack, fire) i suoi ministri in caso, ad esempio, di dissenso sulle politiche. Talvolta, sono gli stessi ministri dissenzienti ad andarsene nobilmente aprendo la strada al rimpasto. Molto di recente, non condividendo il tipo di accordo (deal) raggiunto dal Primo Ministro May, quattro ministri sono usciti dal governo subito rimpiazzati (rimpastati!). Qualche volta sono dichiarazioni fuori luogo (sessiste e xenofobe) e comportamenti inappropriati (ad esempio, in Germania, il plagio di una tesi di dottorato) che impongono le dimissioni di un ministro. Talvolta ancora l’elemento scatenante è dato dalla scoperta di una qualche forma di conflitto d’interessi, fattispecie non rara neppure nei governi delle democrazie parlamentari europee e no, ma che vengono immediate sanzionate.
Ovviamente, la motivazione più frequente, anche se non sempre resa pubblica, per non indebolire né il governo né il partito del ministro dimissionato, attiene alla capacità, alla competenza, all’operato del ministro stesso. La difesa ad oltranza di un ministro responsabile di errori e di violazioni (anche “a sua insaputa”) non è un segnale di forza del suo partito né del governo del quale fa parte, ma di debolezza. La sorte di nessun governo parlamentare può mai dipendere da quella di un uomo o di una donna che ne faccia parte. La pratica del rimpasto correttamente interpretata e posta in essere è molto concretamente una delle modalità che danno sostanza alla flessibilità e all’adattabilità dei governi parlamentari. Nuove e inusitate sfide, problemi improvvisi e emergenze, inadeguatezza delle personalità che esercitano cariche di governo possono essere affrontati e risolte attraverso un rimpasto rapido e mirato. Lungi dall’essere criticabile, la possibilità di ricorrere al rimpasto della compagine governativa è uno dei maggiori pregi delle democrazie parlamentari. Da custodire, applicare, elogiare.
Pubblicato il 27 gennaio 2019
INVITO L’Europa com’è e come la vorremmo #29gennaio #Modena @ANPI_Modena
Il Comitato Provinciale dell’ANPI di Modena
INVITA la cittadinanza all’incontro-lezione sul tema:L’EUROPA: COM’È E COME LA VORREMMO
Relatore GIANFRANCO PASQUINO
Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bolognamartedì 29 gennaio 2019
ore 20,30
Presso la sala G. Ulivi
Via Ciro Menotti, 137 (ex mercato ortofrutticolo)
Modena
Democrazia e Partiti. Per l’attuazione dell’art.49 della Costituzione #Roma #24gennaio
Presentazione del n.3/2018 Quaderni del Circolo Rosselli
Giovedì 24 gennaio alle ore 17
Sala Zuccari di Palazzo Giustiniani
Via della dogana vecchia 29, Roma
Democrazia e Partiti
Per l’attuazione dell’art.49 della Costituzioneintervengono
Samuele Bertinelli, Gianfranco Pasquino, Valdo Spini, Sofia Ventura, Luigi Zanda
Centrosinistra, un segnale da Cagliari
Avere un seggio in meno alla Camera dei deputati non fa una differenza significativa per l’ampia maggioranza parlamentare del governo giallo-verde. Tuttavia, l’elezione suppletiva tenutasi a Cagliare per sostituire un parlamentare delle 5 Stelle, espulso dal Movimento e dimissionario, ha un significato politico che va oltre il piccolo dato numerico. A fare campagna elettorale per il candidato unitario del centro-destra era sceso in campo persino Silvio Berlusconi. In applauditissimi incontri pre-elettorali, Berlusconi ha utilizzato l’occasione per annunciare la sua candidatura alle prossime elezioni del Parlamento europeo poiché lui è l’unico capace di portare idee liberali in Europa. Immagino la curiosità e la preoccupazione dei liberali nel Parlamento europeo che sanno benissimo che Forza Italia si trova nello schieramento dei Popolari Europei che comprende anche il partito Fidesz del Primo Ministro Viktor Orbán, sovranista amico di Salvini e nient’affatto “liberale”. Anzi, Orbán ha orgogliosamente dichiarato di avere fatto dell’Ungheria una democrazia illiberale.No, il leader carismatico Berlusconi non ha prodotto nessun miracolo a Cagliare. La candidata di Forza Italia è arrivata terza. Dunque, Forza Italia non è affatto in ripresa.
Clamoroso il crollo delle 5 Stelle che precipitano da più del 42 per cento di voti ottenuti neppure un anno fa al 29 per cento: un vero tonfo a evitare il quale non sono state sufficienti né l’”abolizione della povertà” annunciata da Di Maio né l’approvazione del reddito di cittadinanza. Tutti i sondaggi nazionali danno il Movimento in “decrescita”, non so quanto felice, mentre la Lega svetta. Però, nelle elezioni locali Salvini non ha nessuna intenzione di intaccare la sua coalizione con Forza Italia e con Fratelli d’Italia, che gli consente di governare in molte zone e costituisce un’ottima posizione di ricaduta se i contrasti con Di Maio dovessero mai portare a una crisi di governo. La sorpresa è venuta dalla vittoria del candidato comune del centro-sinistra che rappresentava uno schieramento definito “Progressisti di Sardegna. Ha ottenuto più del 40 % dei voti e ha annunciato che s’iscriverà al Gruppo dei deputati del PD.
Sarebbe eccessivo trarre insegnamenti definitivi o, comunque, a largo e lungo raggio da questa elezione soprattutto per un’importante ragione: ha votato poco più del 15 per cento dei cagliaritani aventi diritto. Due elementi meritano di essere sottolineati. Primo, il Movimento 5 Stelle appare effettivamente in una situazione di grande difficoltà. Non riesce più a presentarsi come il ricettore dell’insoddisfazione dei cittadini, ma neanche come il partner di governo che produce risposte efficaci. Il secondo elemento è che, tuttora in stallo a livello nazionale, non brillante e incisivo come opposizione, con il PD incapace di dare smalto al processo con il quale approderà all’elezione del segretario, il centro-sinistra è ancora vivo. Quando l’elezione si svolge in un collegio uninominale, può vincere.
Pubblicato AGL il
Due scommesse di puro azzardo
Si rallegrino gli elettori e le elettrici del Movimento Cinque Stelle e della Lega. I due movimenti hanno finalmente dato corpo alle più importanti promesse programmatiche fatte in campagna elettorale e inserite nel Contratto del Governo per il cambiamento: reddito di cittadinanza e quota 100. È stata un’operazione complessa tradotta in un decreto di 24 pagine che contiene 26 articoli, paritariamente distribuiti: 13 per il reddito di cittadinanza (che, incidentalmente, contiene anche le “pensioni di cittadinanza”) e 13 per i criteri, 62 anni di età e 38 anni di contributi, per andare in pensione. Sul merito si possono fare molte osservazioni cominciando dal fatto che, da un lato, il reddito di cittadinanza ha un predecessore, il Reddito di Inclusione, elaborato da un governo a guida PD; dall’altro, che “quota 100” vuole smontare la riforma Fornero (ministra nel governo Monti). Ci riuscirà, con esiti, però, che molti esperti ritengono discutibili e rischiosi in un paese nel quale è cresciuta l’aspettativa di vita, ma stanno diminuendo in modo preoccupante le nascite. La seconda osservazione è che, come specificate nel decreto, le modalità di accesso al reddito di cittadinanza e la sua concessione appaiono molto complesse e richiederanno un’efficienza degli organismi burocratici inusuale in Italia, anche per sventare le temute infiltrazioni dei “furbetti” alla cui punizione sono, infatti, dedicati alcuni appositi articoli. La terza osservazione attiene al procedimento legislativo prescelto dai governanti. Il Parlamento italiano non si è ancora rimesso dall’umiliazione subita neppure tre settimane fa in occasione dell’approvazione della Legge di Bilancio, la famigerata manovra, tradotto in un maxiemendamento per la lettura (sic) del quale il Senato ebbe a disposizione quattro ore, e sul quale il governo pose la fiducia. È davvero riprovevole che su due tematiche qualificanti dell’azione di governo, forse, addirittura dell’intera legislatura, Cinque Stelle e Lega abbiano deciso di procedere con un decreto che, lo ricordo, deve essere approvato da entrambe le Camere entro sessanta giorni, sul quale, dunque, è assolutamente probabile che sarà posta la fiducia. Infine, è la stessa filosofia economica sulla quale si fondano reddito di cittadinanza e quota 100 a meritare una riflessione finora appena accennata. Fondamentalmente, il decreto ha caratteristiche redistributive. Per di più, cade in una fase nella quale l’economia europea sta probabilmente entrando in stagnazione, dimostrando quanto dipende davvero dalla locomotiva tedesca che, purtroppo per tutti, ha rallentato fino quasi a fermarsi, e l’economia italiana è in bilico tra stagnazione e recessione. Grillo non parla più di “decrescita felice”, ma recessione significa proprio decrescita che, però, non è affatto felice. Purtroppo, Di Maio e Salvini, troppo flebilmente smentiti da Tria, latitante Conte, si comportano da giocatori d’azzardo puntando su una crescita praticamente irrealizzabile.
Pubblicato AGL il 18 gennaio 2019
VIDEO Totalitarismi. Nazismo, fascismi, comunismi
PROGETTO: NOVECENTO – PASSATO PROSSIMO Morti e Resurrezioni E OLTRE
Venerdì 14 Settembre 2018
Accademia dei Concordi di Rovigo
ConferenzaMITI E UTOPIE
Gianfranco Pasquino
Totalitarismi. Nazismo, fascismi, comunismi
P.S. Correggo un errore che mi è sfuggito
.La rivendicazione della responsabilità dell’omicidio di Matteotti da parte di Mussolini avvenne il 3 gennaio 1925
INVITO La Costituzione della Repubblica italiana oggi e domani #15gennaio #Modena
Il Comitato Provinciale dell’ANPI invita la cittadinanza all’incontro-lezione sul tema:
La Costituzione della Repubblica italiana
oggi e domaniRelatore Gianfranco Pasquino
Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di BolognaMartedì 15 gennaio 2019 ore 20.30
Sala G. Ulivi
via Ciro Menotti, 137 Modena
Illuminare l’Europa e il suo/nostro futuro (… e vincere delusione, sconcerto e irritazione per la conferenza istituzionale del Ministro Moavero Milanesi)
Ho assistito alla conferenza istituzionale (sono definite così) tenuta dal Ministro degli Affari Esteri Enzo Moavero Milanesi all’Accademia dei Lincei l’11 gennaio 2019. Non posso e non voglio sintetizzarla qui. Credo che sia disponibile sul sito. Qui scriverò poche osservazioni. No, non si comincia nessuna conferenza sul futuro dell’Europa menzionando l’aspirazione di Napoleone Bonaparte a riunificare, lo sappiamo, con la spada e con il fuoco, il continente: non propriamente una procedura raccomandabile. Secondo Moavero, anche Hitler va menzionato fra coloro che avevano l’obiettivo di una Europa unita (ma il Terzo Reich era molto più ambiziosamente al di sopra della semplice Europa). Lev Davidovic Bronstein, detto Trotsky, la cui straordinaria biografia scritta da Isaac Deutscher sto leggendo, ha protestato formalmente in più lingue, sostenendo a ragione che la sua rivoluzione permanente avrebbe dato vita ad una Europa unita dalla classe operaia. Al moderato Stalin di Europa ne bastò metà. La smetto qui con il sarcasmo, ma chiedo: possibile che lo staff del Ministro non gli abbia detto che il grande storico Federico Chabod, autore di un prezioso volume: Storia dell’idea d’Europa (1961), fu socio dei Lincei?
La dimenticanza di Altiero Spinelli, se voluta gravissima, se casuale ancora peggio per chi di Europa si è già occupato professionalmente (Ministro degli Affari Europei nei governi Monti e Letta) è clamorosa. Non uso altri aggettivi, ma, forse, è anche significativa. Credo si debba trarne la conclusione che Moavero respinge, senza neppure sentire il bisogno di contro-argomentare, la prospettiva federalista alla quale Spinelli si dedicò anima e corpo nella seconda parte della sua vita. Nella prima aveva combattuto il fascismo fino a essere condannato a molti anni in carcere e poi al confino dove, appunto, con Ernesto Rossi e Eugenio Colorni, scrisse il Manifesto di Ventotene (1941), testo fondamentale dell’europeismo federalista.
Il titolo della conferenza faceva sperare che il Ministro avrebbe davvero parlato del futuro dell’Europa, dei futuri possibili dell’Unione Europea il cui Parlamento sarà (ri)eletto a fine maggio. Praticamente, neanche una parola. Eppure, non sarebbe stato fuori luogo confrontarsi con i cinque scenari formulati dal Presidente della Commissione Jean-Claude Juncker il giorno del 60esimo anniversario del Trattato di Roma, 25 marzo 1957. Dire perché alcuni no, qualcuno sì e come l’Italia, che non si esaurisce nel governo giallo-verde, dovrebbe avere un ruolo anche propositivo per l’Europa, quella Utopia in costruzione, titolo di un volume del 2018 di cui Moavero è stato condirettore,unitamente a Giuliano Amato, Lucrezia Reichlin e chi scrive, pubblicato dalla Enciclopedia Italiana. Non sono soltanto deluso; sono sconcertato e profondamente irritato.
Quorum e democrazia diretta ai tempi della propaganda
Le democrazie parlamentari rappresentative funzionano in maniera soddisfacente laddove ne sono rispettate le regole e le procedure. Ad esempio, quando i decreti del governo sono emanati solo “in casi straordinari di necessità e urgenza” (art. 77 della Costituzione italiana); quando entrambe le Camere dispongono di tempo adeguato per esaminare, eventualmente emendare, infine, approvare i disegni di legge (art. 72) senza, tranne eccezionalmente, essere coartate dal voto di fiducia. I rapporti fra governo e parlamento richiedono uomini e donne rispettosi di modalità e limiti per non cadere, da un lato, nella dittatura del governo, dall’altro, nell’assemblearismo aggravato dal trasformismo. Sempre critici del Parlamento, i dirigenti del Movimento 5 Stelle vogliono arrivare alla democrazia diretta, ma dal dire al fare, com’è noto, c’è di mezzo il mare. Peraltro, sulla democrazia dentro il Movimento e sulle modalità di operazione della piattaforma Rousseau che dovrebbe garantirla, le critiche sono già state molte e argomentate. Per dare più potere ai cittadini, il ministro 5 Stelle Fraccaro ha presentato un disegno di legge sul referendum propositivo. L’intenzione è di consegnare parte del potere legislativo ai cittadini. Raccolte 500 mila firme a sostegno di un disegno di legge, se il Parlamento non lo approva oppure approva un testo molto diverso si dovrà tenere un referendum con i cittadini chiamati a scegliere fra le due opzioni. Questo tipo di referendum richiede una riforma della Costituzione che potrebbe a sua volta essere sottoposta a referendum se approvata da meno di due terzi dei parlamentari. Al momento, il punto controverso è il quorum di partecipazione al referendum affinché una proposta sia approvata dagli elettori. Le 5 Stelle dicono: “nessun quorum” per premiare i cittadini partecipanti. Sembra, invece, che la Lega desideri un quorum, il 33 per cento. Potrebbero esservi anche altri problemi. Il primo sarebbe l’intasamento del Parlamento obbligato a occuparsi in tempi predefiniti di una pluralità di proposte venute dal “popolo”. Il secondo sarebbe quello di una legislazione occasionale e casuale, priva di qualsiasi coerenza programmatica, con un probabilmente molto basso tasso di partecipazione dei cittadini e, quindi, con la legittimità dell’esito sempre molto criticabile. Qualcuno ha adombrato che l’introduzione del referendum propositivo sia una mossa delle Cinque Stelle per dimostrare che, come profetizzato da Davide Casaleggio, il Parlamento sta perdendo la sua utilità. A me pare che si tratti di una fuga propagandistica in avanti e che sarebbe di gran lunga preferibile che governo e parlamento si preoccupassero di migliorare i loro rapporti, di applicare davvero i dettati della Costituzione e di trovare forme di consultazione, di informazione e di “educazione” dei cittadini (ad esempio, facendo ricorso a esperimenti di “democrazia deliberativa” già attuati a livello locale)tali da migliorare la qualità della democrazia italiana.
Pubblicato AGL il 10 gennaio 2019





