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Referendum propositivo? Una fuga in avanti propagandistica
Paradossalmente, se funzionerà, finirà per intasare il Parlamento con le richieste pilotate da Rousseau (piattaforma). Il referendum propositivo è una fuga in avanti propagandistica per chi non sa migliorare i rapporti Governo/Parlamento e vuole rendere inutile il Parlamento. Avanti un altro.
La “rivolta” dei sindaci contro il decreto sicurezza INTERVISTA a GP @RadioRadicale
“Intervista a Gianfranco Pasquino sulla “rivolta” dei sindaci contro il decreto sicurezza” realizzata da Claudio Landi con Gianfranco Pasquino (Professore di Scienza politica presso l’Università degli Studi di Bologna).
L’intervista è stata registrata giovedì 3 gennaio 2019 alle ore 00:00.
La registrazione audio ha una durata di 6 minuti.
AUDIO QUI
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La rivista di un tempo che fu #Mondoperaio
Pubblicato in “Mondoperaio”, dicembre 2018 (pp. 39-42)
Quando un partito smette di elaborare idee, la sua funzione complessiva praticamente si esaurisce. A riprova, i partiti-non partiti italiani contemporanei, da qualche tempo privi di qualsiasi elaborazione culturale, si aggrappano a brandelli di potere, a Fondazioni e a oscure piattaforme soltanto per stare a galla. Non dipende solo dal fatto che nessun non-partito può permettersi una (non)scuola di partito. È che i protagonisti della scena politico-parlamentare italiana non hanno nessuna cultura politica, nessuna idea politica guida da trasmettere. Non faccio eccezione neanche per il Movimento Cinque Stelle poiché nessuna delle loro esperienze Meet up e altro ha il compito di formare una cultura politica. Forse, ma è un suggerimento al limite dell’oltraggio, invece di affidarsi alla Piattaforma Rousseau, potrebbero leggere sia Rousseau sia qualche altro illuminista. Questa breve digressione è necessaria per affermare un principio fondativo. Le idee vanno elaborate con riferimento alla visione della società che si desidera costruire, per negazione e per affermazione, ma anche nello scontro politico, nella orgogliosa rivendicazione di identità e di autonomia. Nella Repubblica italiana le riviste in qualche modo, con poche eccezioni, collegate ai partiti, sono state il luogo preminente di elaborazione politica. Senza dubbio “Mondoperaio” ha occupato, seppur con alti e bassi, un posto di rilievo fra le riviste di cultura politica. La sua storia e la sua incidenza non possono essere ridotte unicamente al conflitto con i comunisti, dotati di un considerevole apparato di strumenti di comunicazione politica. Mi limito a segnalare il settimanale “Rinascita” e il trimestrale “Critica marxista”, più tardi anche “Democrazia e diritto”. Quando sia il PSI sia “Mondoperaio” si “arrotolarono” intorno a Craxi, ho iniziato a collaborare su loro richiesta con notevole frequenza tanto a “Rinascita” quanto a “Democrazia e diritto”. Quando Covatta me lo chiederà potrei persino scrivere qualche nota comparata. La storia di “Mondoperaio” è anche quella di un partito che era convinto che gli intellettuali dovessero avere spazio di elaborazione e di intervento e che sapeva ascoltarli e, entro (in)certi limiti valorizzarli. L’elaborazione e la valorizzazione non poterono più continuare quando Craxi recuperò Proudhon (si noti che ho evitato il verbo riesumare), con il quale non era sicuramente possibile andare verso il rinnovamento del socialismo. Infatti, da nessuna parte in Europa, tantomeno in Francia, si guardò a Proudhon (per una discussione approfondita di quel recupero, delle sue motivazioni e delle sue conseguenze utilissimo è il volume curato da Giovanni Scirocco, Il vangelo socialista. Rinnovare la cultura del socialismo italiano, Torino, Nino Aragno Editore, 2018, che riporta il testo di Craxi e il carteggio fra un socialista milanese Virgilio Dagnino e Luciano Pellicani).
Non è banale iniziare sottolineando che certamente e inevitabilmente il contrasto con le idee comuniste e con le prassi del PCI, non riducibile esclusivamente alla giusta e doverosa, quanto difficile, ricerca da parte del PSI di maggiore spazio politico, fu frequente e rilevante sulle pagine di ”Mondoperaio”. Tuttavia, soprattutto, sotto la direzione di Federico Coen, nei difficili anni settanta, quando il PSI toccò il punto più basso del suo consenso elettorale e della sua presenza culturale, fu “Mondoperaio” a tentare e sostenere un’ambiziosa operazione di rilancio e di formulazione di una moderna culturale politica. Giusto fu ingaggiare quello che Amato e Cafagna definirono Duello a sinistra: socialisti e comunisti nei lunghi anni ‘settanta (Bologna, Il Mulino, 1982). Giusta, ma forse non sufficiente, fu l’attenzione ai socialisti spagnoli, portoghesi e del PASOK: l’ascesa del socialismo mediterraneo conteneva insegnamenti che non abbiamo sfruttato adeguatamente. Giusto fu anche prendere ispirazione da François Mitterrand che si era proposto di erodere il consenso del Partito comunista francese (non solo filo-sovietico, ma sostanzialmente ancora stalinista), al tempo stesso, però, cercando di ampliare l’area complessiva della sinistra. Troppi, invece, pensarono, alcuni anche sulle pagine di “Mondoperaio”, che sarebbe stato sufficiente, sottovalutandone l’enorme difficoltà e la grande improbabilità, un travaso di elettori dal PCI, “esploso” quantitativamente grazie alla sua proposta di compromesso storico della quale per qualche tempo era rimasto prigioniero, per poi entrare in grande confusione strategica orientato a una mai meglio definita “alternativa democratica” (forse, percependosi, autocriticamente, ma ci vorrebbe uno psicanalista lacaniano, sì come alternativa, ma non proprio/non del tutto “democratica”?).
Perdere voti, come successe per tutti gli anni ottanta, non sarebbe bastato al PCI per cambiare linea. Aveva, naturalmente, ragione Norberto Bobbio, e doppiamente. Primo, bisognava dialogare con i comunisti e persuaderli a “socialdemocratizzarsi” (Quale socialismo? Discussione di un’alternativa, Torino, Einaudi, 1976), ma neppure Bobbio andò a fondo su questa auspicabile trasformazione, anteponendole la davvero complessa formazione di un partito unico dei lavoratori. Secondo, era indispensabile ripensare la sinistra. Qui si colloca un mio personale “coming out”. Dall’inizio degli anni settanta mi trovavo proprio lì: fra il PSI di De Martino, e il PCI di Berlinguer per due ragioni. Ero, prima ragione, analiticamente e politicamente convinto che bisognasse costruire una alternativa alla DC attraverso un’alleanza fra PSI e PCI entrambi trasformati. Seconda ragione, pensavo che, sfidato e portato sul piano dell’alternativa, il PCI sarebbe stato costretto a abbandonare la sua linea pro-sovietica diventando un plausibile partito di governo. Nel 1976 e 1979 fui molto lieto quando il PCI candidò e fece eleggere Altiero Spinelli al Parlamento Europeo, ma non bastava. Lo dirò meglio, ma anche più ingenuamente: ero schierato sulla frontiera dell’scelta di sinistra. Quella frontiera si poté allora, per cinque–sei anni, difendere e fare avanzare con qualche prospettiva, seppur non grande, di successo scrivendo, dialogando, polemizzando, elaborando idee sulle pagine di “Mondoperaio”. Senza nessun pentimento da allora sono stato un compagno di strada, promiscuo, disposto a fare tutta la strada necessaria in compagnia di coloro che volessero e operassero per l’alternativa. Oggi, la strada appare tutta in salita, qualcuno è giunto alla conclusione che in cima non c’è neppure più l’alternativa. Sostengo, l’ho letto da qualche parte (probabilmente nelle pregevoli memorie di Sisifo) che quello che conta è il viaggio, ovviamente fatto in buona compagnia. In quegli anni, la compagnia dei collaboratori di “Mondoperaio” era probabilmente la migliore trovabile in Italia. Poi si è dispersa e alcuni hanno preso una strada che non potevo percorrere se volevo, e lo volevo, restare fedele alla mia certa idea di “alternativa di sinistra”.
Furono numerosi gli articoli pubblicati su “Mondoperaio” intesi a cogliere l’essenza della sinistra vincente di Mitterrand: plurale, federata, con forte presenza sul territorio, dotato di una cultura politica moderna, capace di attrarre e di valorizzare un non piccolo mondo intellettuale e di grands commis. Anche il sistema istituzionale della Quinta Repubblica francese, semi-presidenzialismo e legge elettorale a doppio turno contribuì significativamente al successo di Mitterrand (“le istituzioni della Quinta Repubblica non sono state fatte per me, ma me ne servirò”–cito a memoria la sua dichiarazione subito dopo la prima elezione alla Presidenza nel 1981). Alla Francia guardò l’allora già molto autorevole collaboratore della rivista Giuliano Amato, com’è facile notare rileggendo il suo libro: Una Repubblica riformare (Bologna, Il Mulino, 1980). Vi fece riferimento esplicito anche Giuseppe Tamburrano, Perché solo in Italia no (Roma-Bari, Laterza, 1983). Per quanto non sempre con la precisione necessaria –infatti, tuttora, non sono pochi coloro che accomunano, sbagliando alla grande, il presidenzialismo USA al semipresidenzialismo francese e non sanno cogliere le grandi opportunità politiche, non solo elettorali, del doppio turno in collegi uninominali, i socialisti e “Mondoperaio” posero la questione istituzionale al centro del dibattito. Sottolineo qui la centralità del doppio turno in collegi uninominali (nulla a che vedere con l’Italicum) nel consentire, anzi , imporre a socialisti e comunisti francesi di giungere ad accordi al primo o, molto più frequentemente, al secondo, turno, ma aggiungo che, come congegnato in Francia, il doppio turno per le elezioni parlamentari offre grandi opportunità ai (candidati dei) partiti non estremi, garantendo anche un ruolo insostituibile, quindi da premiare ai (candidati dei) partiti estremi disposti a formare coalizioni. Purtroppo, l’azione dei parlamentari socialisti nella Commissione per le riforme istituzionali (novembre 1983-febbraio 1985) presieduta da Aldo Bozzi, non andò affatto in direzione “francese”.
Le parole di oggi, ancorché alquanto appannate, democrazia maggioritaria, bipolare, alternanza, hanno radici in quel dibattito, in quegli anni, sulle pagine di quella rivista. Il compromesso storico non aveva nulla a che vedere con la prospettiva che sarebbe poi stata, non proprio felicemente, definita “compiuta” (quasi per definizione le democrazie non sono mai “compiute”, ma sempre in progress). Negava la prospettiva dell’alternanza, serviva, forse, a entrambi i potenziali contraenti, PCI e DC, per mantenere le loro rendite d’opposizione e di posizione piuttosto che per affrontare il loro rinnovamento, di persone e di idee. Non avrebbe mai condotto l’Italia nell’ambito delle democrazie dell’Europa occidentale e meno che mai nel solco delle socialdemocrazie. Nient’affatto auspicato, ma anzi spesso violentemente contrastato, l’esito socialdemocratico era il più temuto dai comunisti che ripetevano il loro mantra: le socialdemocrazie non hanno cambiato il capitalismo, le socialdemocrazie sono in crisi, le socialdemocrazie sono superate. Se ben ricordo, però, né il percorso né l’esito socialdemocratico furono difesi con molto vigore da tutti sulle pagine di “Mondoperaio”. Non pochi collaboratori avevano e mostrarono riserve, a mio modo di vedere, allora e oggi, non nobili e sbagliate. È troppo facile ironizzare adesso sui comunisti che odiavano le socialdemocrazie e che hanno, prima, dato vita al Partito Democratico, poi sono diventati renziani, sostenendo riforme costituzionali che nulla avevano in comune con il progetto, per quanto vago, della Grande Riforma, ma è doveroso ricordarlo e farlo. Certo, diventato Presidente del Consiglio Bettino Craxi non sostenne più la sua idea del cambiamento della forma di governo (e anche il “Mondoperaio” di quella fase l’abbandonò). Qualsiasi alleanza di governo con la DC, temporanea e di lungo respiro, contraddiceva alla radice tutte le ipotesi di cambiamento costituzionale, istituzionale, elettorale. Bastò un solo referendum su una piccola clausola della legge elettorale proporzionale, vale a dire, la preferenza unica, per mandare gambe all’aria tutto il sistema dei partiti che aveva costruito e accompagnato la storia della Repubblica (dei partiti. Evoluzione e crisi di un sistema politico: 1945-1966, titolo di un fortunato libro di Pietro Scoppola, Bologna, Il Mulino, 1991, scoperta tardiva della partitocrazia quando declinava il potere democristiano che di quella partitocrazia era stato il perno determinante) e aprire un percorso di cambiamenti quasi esclusivamente elettorali, con poche e molto discutibili, comunque, inadeguate riforme istituzionali che non hanno nulla a che vedere con la Grande Riforma, pure suscettibili di interpretazioni e di attuazioni molto diverse.
Non è questo, adesso, il luogo per procedere ad approfondimenti e precisazioni sul tema generale “quale Costituzione” anche perché non ho affatto voglia di rincorrere tutti i molto loquaci e verbosi opportunisti, vale a dire coloro che hanno cambiato idea a seconda delle opportunità. Due riflessioni sono, però, indispensabili proprio alla luce di quanto “Mondoperaio” ha fatto e ha prospettato. La prima riflessione riguarda la persistenza delle problematiche di allora che, in condizioni attualmente molto più difficili, continuano a richiedere soluzioni. Lascerò da parte la questione dell’alternanza poiché, da un lato, di alternanze ne abbiamo avute molte, nessuna da manuale, vale a dire con una coalizione di governo che dura tutta la legislatura e viene sostituita da una coalizione diversa che per tutta la legislatura ha svolto il ruolo dell’opposizione. Incidentalmente, alternanze di questo tipo sono molto rare anche nelle altre democrazie occidentali. Per le necessarie informazioni mi permetto di rimandare ai saggi contenuti in G. Pasquino e M. Valbruzzi, a cura di, Il potere dell’alternanza. Teorie e ricerche sui cambi di governo, Bologna, Bononia University Press, 2011). Dall’altro lato, mi corre l’obbligo scientifico di sottolineare che, per esempio, Sartori non ha mai ritenuto, e lo ha scritto e ripetuto, che l’alternanza abbia virtù taumaturgiche tali da sanare i vizi dei partiti, dei loro dirigenti, dei governanti. Operare soltanto sulle condizioni dell’alternanza non migliora affatto il funzionamento del sistema politico. Non vorrei, però, che i lettori si buttassero al polo opposto e pensassero che una maggioranza di governo artificialmente gonfiata da un premio, più o meno cospicuo, di seggi, sia la soluzione auspicabile e produca automaticamente la cosiddetta “governabilità” a scapito della rappresentanza. Al contrario, meno rappresentanza non equivale affatto a più e migliore governabilità.
La seconda riflessione è a più vasto raggio. La mia interpretazione di quanto ha fatto “Mondoperaio”, specialmente quando fu diretto da Federico Coen, è quella di un tentativo forte di ridefinire, trasformare, modernizzare la cultura politica della sinistra, in particolare, sfidando i comunisti che la loro cultura politica non stavano affatto rinnovando, neppure con gli apporti di Gramsci (che fra i suoi pur grandi meriti non può sicuramente vantare quello di essere un teorico della democrazia né bipolare né compiuta ). Questa operazione, importante, degna di attenzione e di una valutazione complessivamente positiva, non è riuscita. Pertanto, rimane all’ordine del giorno. Invece, è successo che tutte le culture politiche italiane, a partire da quelle, la liberale, la cattolico-democratica, l’azionista, la socialista e la comunista, sono sostanzialmente scomparse (ho intitolato La scomparsa delle culture politiche in Italia, un fascicolo della rivista “Paradoxa”, Ottobre-Dicembre 2015,nella quale si trovano, fra gli altri, articoli di Giuliano Amato e Achille Occhetto, i quali non sorprendentemente solo in parte concordano con me).
Molte delle esigenze di allora, in particolare, da un lato, la costruzione di una democrazia decente, che non ha bisogno di altri aggettivi, dall’altro, la formazione di un partito di sinistra, permangono in condizioni molto più difficili. Quel partito di sinistra non è mai stato il Partito Democratico dal quale i socialisti si sono tenuti e sono stati tenuti lontani, quasi che il meglio delle culture riformiste del paese (nello slogan ripetuto fino alla noia dai Democratici e mai tradottosi in una qualsiasi cultura politica già largamente assente nell’Ulivo) potesse affermarsi escludendo proprio la cultura socialista (e qui, credo, che sarebbe opportuno rileggere la storia delle riforme del centro-sinistra), a sua volta, forse il meglio, gioco con le parole, non con la sostanza, delle culture politiche riformiste italiane. Naturalmente, mi si potrebbe obiettare che non sappiamo più neppure che cosa voglia dire sinistra. Dissento e sostengo che è tuttora possibile e fecondo definire sinistra lo schieramento che, da un lato, con riferimento a Bobbio, si batte a favore dell’eguaglianza o, se si preferisce, per ridurre, contenere, infine eliminare almeno le diseguaglianze di opportunità, dall’altro, protegge e promuove i diritti, quelli veramente tali, non le rivendicazioni, civili, politici e sociali. Vedo non poche coincidenze con le argomentazioni, pure non sistematiche, contenute negli articoli di “Mondoperaio” di quei tempi. Quello che, invece, non vedo è chi si stia attualmente impegnando su questo terreno. Addirittura temo che, prima di pensare alla formulazione di una cultura politica sia necessario creare una cultura di fondo, fatta di conoscenze e di interpretazioni della storia d’Itali e d’Europa (sì, lo so che ci sono anche la globalizzazione e il capitalismo, suvvia). C’è molto da fare (e quasi niente per cominciare).
Lo stato di salute dell’opposizione PLAY #2019
“Quando una democrazia funziona poco e male, la responsabilità non è esclusivamente del governo, ma anche dell’opposizione: quella guidata da un vecchio leader ormai declinato che rampogna il potenziale alleato dotato di felpe e ruspe per riportarlo nell’ovile di Arcore; la semi-opposizione dei Fratelli d’Italia che vorrebbero più securità e più sovranismo; l’opposizione sostanzialmente irrilevante di un partito che i suoi dirigenti si impegnano a dilaniare senza tregua. Per ragioni oggettive di collocazione politica le due opposizioni e mezza non potranno convergere, ma neppure collaborare. Nel 2019 la democrazia italiana continuerà a essere ostaggio di due organismi dal pensiero democratico debole tanto quanto deboli sono le opposizioni.”
Gianfranco Pasquino
Lo stato di salute dell’opposizione
La democrazia, elettorale, e politica, italiana entra nel 2019 a vele quasi spiegate, con un governo notevolmente rappresentativo delle scelte effettuate dagli elettori. Composta da due organismi che hanno ottenuto un significativo successo elettorale e che hanno stilato non troppo faticosamente un Contratto di governo, entrambi elementi decisivi e presenti in tutte le democrazie occidentali, la coalizione Cinque Stelle-Lega rappresenta più della metà dell’elettorato italiano e attua politiche che ne riflettono le preferenze e che hanno consentito addirittura di accrescerne il consenso. Ovviamente, esistono fra i contraenti differenze di opinione, peraltro, non tali da mettere in discussione la continuazione dell’attività di governo. Tuttavia, qualche elemento di maggiore difficoltà è destinato a fare la sua comparsa in occasione delle elezioni europee di fine maggio 2019. Soltanto se la divaricazione fra Cinque Stelle e Lega fosse grande e dirimente, ponendo, ad esempio, le Cinque Stelle come quasi decisive per lo schieramento europeista, le tensioni potrebbero riflettersi sul governo e, in parte peraltro piccola, sulla stessa democrazia.
In realtà, la democrazia italiana ha sempre saputo nelle sue varie fasi superare le tensioni e ricomporre le fratture anche nell’ambito di coalizioni diversificate. L’elemento contemporaneo di incertezza è dato dalla quasi nulla conoscenza del passato ad opera delle Cinque Stelle e dalla loro incerta padronanza delle regole del “gioco” di una Repubblica parlamentare. I pericoli per la democrazia vengono sostanzialmente da atteggiamenti che meritano di essere definiti “ideologici”, in quanto rigidi e aprioristici, relativi a due elementi centrali della democrazia: il Parlamento ovvero, meglio, la rappresentanza parlamentare e l’accettazione del pluralismo competitivo. Da un lato, per bocca di Davide Casaleggio, le Cinque Stelle hanno dichiarato la probabile inutilità del Parlamento in un futuro prossimo al tempo stesso che, con la cooperazione della Lega, lo piegano ai voleri del governo ricorrendo alla molto tradizionale, comunque deprecabile, tagliola: “decretazione d’urgenza e voto di fiducia”. Dall’altro, in una pluralità di forme, ad esempio, con le loro plateali accuse ai mezzi di comunicazione di massa, tentano di contenere le critiche dimostrando fastidio proprio per quell’opinione pubblica che, anche quando commette errori, costituisce la linfa delle liberal-democrazie. A sua volta, la Lega va nella direzione, condivisa da un numero molto elevato di italiani, che chiamerò securitaria (e sovranista) accentuando politiche di “legge e ordine” che colpiscono alcuni elementi cruciali di una democrazia come “società aperta” secondo l’insuperata analisi di Karl Popper. Infine, l’attuazione di alcune riforme di bandiera: reddito di cittadinanza e quota 100 per le pensioni chiama in causa il rendimento del governo e la sua capacità di autocorrezione.
Quando una democrazia funziona poco e male, la responsabilità non è, fin troppo facile dirlo, esclusivamente del governo, ma anche dell’opposizione. Nel contesto italiano attuale, potremmo rallegrarci per l’esistenza di più di una opposizione: quella guidata da un vecchio leader oramai declinato che rampogna il potenziale alleato dotato di felpe e ruspe per riportarlo nell’ovile di Arcore; la semi-opposizione dei Fratelli d’Italia che vorrebbero più securità e più sovranismo; l’opposizione sostanzialmente irrilevante di un partito che i suoi dirigenti s’impegnano a dilaniare senza tregua, senza avere imparato nulla dalle sconfitte e senza perseguire un qualsivoglia obiettivo specifico e chiaro, meglio se in una certa misura mobilitante. Per ragione oggettive di collocazione politica le due opposizioni e mezza non potranno convergere, ma neppure, se non in maniera occasionale e episodica, collaborare. Nel 2019 la democrazia italiana continuerà a essere ostaggio di due organismi dal pensiero democratico debole tanto quanto deboli sono le opposizioni. Auguri.
Pubblicato in Play 2019 Formiche n. 143 gennaio 2019
M5s in cerca di un’identità (europea). La missione Di Battista spiegata da Pasquino
di Francesco Bechis
Conversazione di Formiche.net con Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’università di Bologna.
Di Battista? Se è mancato ai Cinque Stelle vuol dire che hanno un problema strutturale. Le pagelle del 2018? Moscovici il ministro più efficiente, Bonafede secondo. Il Pd? È un partito caserma.
“Sto leggendo una stupenda biografia di Trotsky scritta da un trotskista, Isaac Deutscher. Ma se proprio volete parlare di Di Battista…”. Interrompiamo a malincuore le letture natalizie di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, decano dei politologi italiani. Siamo però costretti a riferirgli una notizia: Alessandro Di Battista è tornato in pista. Non solo quella da sci, dove si è fatto immortalare in un video di auguri di fine anno con l’amico Luigi Di Maio, in rispettoso silenzio. Per qualche mese, prima di partire alla volta del Congo, il pasionario del Movimento Cinque Stelle darà manforte ai suoi in vista di una campagna, quella per le europee di maggio, che non sarà una passeggiata di salute. “Sì, sì, ho visto il video un paio di volte, sono commosso”, scherza il professore – “A me Di Battista non era mancato, spero non sia mancato anche ai suoi colleghi. Un Movimento che ha bisogno di un suo esponente per sopravvivere ha un problema strutturale”.
Professore, partiamo dal video di auguri.
C’è una doppia lettura che possiamo dare del video. Di Battista parla solo per pochi secondi, riconosce che Di Maio è il vero capo politico. Di Maio lancia ai suoi e ai detrattori un messaggio molto chiaro: è lui che parla a nome di tutto il Movimento, e nessun altro.
Quanto è mancato Di Battista al Movimento Cinque Stelle?
Se un movimento soffre dolorosamente la mancanza di un suo esponente significa che ha un problema strutturale, perché dipende da pochissime persone. Dovrebbero rifletterci su.
Il Movimento si è perso un po’ per strada mentre Di Battista era in Sud America?
Non si è perso nulla per strada. Più semplicemente la strada ha preso una direzione diversa. Quando si va al governo non ci si può portare dietro tutto, qualcosa deve essere abbandonato, altre proposte devono essere limate assieme all’alleato di coalizione. Il Movimento aveva una straordinaria capacità di dire no all’opposizione, ora è obbligato a dire qualche sì. Anche Di Battista avrebbe subito restrizioni una volta entrato nella stanza dei bottoni, forse per questo se ne è andato a spasso 7-8 mesi.
Perché questo ritorno? Sarà un modo per arginare l’onnipresenza mediatica di Matteo Salvini in vista delle europee?
Sarò controcorrente, ma sono convinto che la personalizzazione della politica abbia poco a che vedere con le qualità personali e abbia molto a che vedere con le idee. Di Battista potrebbe arginare Salvini se avesse un’idea di Europa davvero alternativa e la sapesse articolare. E invece, a differenza di Salvini e dei suoi colleghi sovranisti, mi sembra che lui e il Movimento abbiano le idee molto confuse.
Ora i Cinque Stelle devono trovare un alleato per avere i numeri all’Europarlamento. Con chi possono andare?
In Europa non c’è nessuno come loro. La convivenza al governo con la Lega rende loro difficile trovare partner, avranno problemi molto grossi a meno che non riescano ad elaborare una linea politica che li distingua. Gli unici che potrebbero tendere una mano sono i Verdi, a patto che i pentastellati valorizzino il tema ambientale e quello dei diritti. L’alternativa è vagare e finire nel gruppo misto. I liberali di Verhofstadt saranno il vero ago della bilancia fra Ppe e Pse, non ricommetteranno l’errore di tentare un’alleanza con i Cinque Stelle.
A proposito di numeri, a forza di espulsioni alla Camera e al Senato la maggioranza si stringe. Queste cacciate dall’Eden creeranno problemi?
La questione numerica è irrilevante, recupereranno i numeri persi da altre parti. Sorvolerei anche sulle critiche al modello democratico del Movimento, perché non c’è un partito italiano che al suo interno abbia dinamiche democratiche. I Cinque Stelle sono più esposti perché si sono dati regole molto restrittive, ma la democrazia non abita nei partiti. Bisogna invece riflettere sulla capacità del gruppo dirigente di controllare il reclutamento. Troppo spesso vengono reclutate persone con idee chiaramente in contrasto con il Movimento solamente perché sono famose, è il caso di De Falco. Il risultato è che vengono espulse da un giorno all’altro, senza neanche fornire una pubblica motivazione. Il dissenso dovrebbe essere valorizzato, non espulso.
Altro che Pd. Lì il dissenso c’è eccome, anzi regna sovrano…
Il Pd non dà spazio al dissenso, ma a una moltitudine di persone con opinioni diverse fra cui spunta sempre qualcuno che vuole imporre la sua volontà. Renzi ci è riuscito per un po’, ma ha commesso il grave errore di buttare fuori i dissidenti. Oggi nel Pd c’è una competizione fra persone con distanze ideologiche minime, l’unica vera distanza che viene misurata è quella da Renzi. I candidati alla segreteria, Zingaretti, Giachetti, Martina, dovrebbero prima chiedersi che tipo di partito vogliono costruire. Ovvero, come diceva Achille Occhetto, se costruire un partito caserma o un partito carovana, che va avanti e accetta tutti.
Prima di lasciarla alle sue letture trotskiste, le chiedo una pagella dei ministri gialloverdi nel 2018.
Se devo stilare una classifica dei ministri più efficaci lascio in disparte sia Salvini che Di Maio. Sul primo posto non ho alcun dubbio, scelgo Pierre Moscovici (ride, ndr). Al secondo ci metto il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che ha portato a casa il ddl anticorruzione e ha saputo tenere una linea decorosa nella polemica con i giudici.
Pubblicato il 2 gennaio su Formiche.net
L’augurio è che sull’Italia il Presidente abbia ragione #Mattarella #discorsoallanazione #discorsodifineanno
Elegante, sereno, più disinvolto che nei suoi precedenti messaggi di fine d’anno, persino pungente, il Presidente Mattarella ha delineato l’immagine di un’altra Italia sociale e politica, possibile. E’ un’Italia nella quale le persone hanno fiducia in se stesse e negli altri, collaborando e usando al meglio le loro energie, anche morali, nella quale chi si sente solo/a trova aiuto immediato nelle Forze dell’ordine e la sicurezza non dipende dai soldati nelle strade, ma dal sentirsi parte di una comunità, dall’avere salute, lavoro, istruzione, opportunità, nella quale alle associazioni no profit non si fa pagare una “tassa sulla bontà” (il governo ha detto che rimedierà, ma meglio ricordarglielo esplicitamente).
All’Italia politica, nient’affatto separata da quella sociale, anzi, sua espressione, il Presidente ha fatto non pochi rimproveri. Ricordata l’importanza dell’Europa che si avvia al rinnovo del Parlamento dell’Unione, Mattarella ha rimarcato che la faticosa approvazione della Legge di Bilancio è stata ottenuta schiacciando il Parlamento, impedendo una discussione ampia e approfondita di tematiche e politiche complesse fra i rappresentanti del popolo ridotti a passacarte. Mattarella ha anche sottolineato di avere avuto poche ore di tempo per leggerla e valutarla e di averla firmata rapidamente soltanto per evitare un dannoso esercizio provvisorio. Ha preannunciato grande attenzione sui numerosi provvedimenti che il governo dovrà emanare per dare attuazione a quanto previsto nella Legge di Bilancio.
Si potrebbe leggere nelle parole del Presidente quasi una manovra alternativa ispirata a una visione differente da quella del governo, da approvare in maniera più rispettosa delle competenze specifiche delle istituzioni. Il Presidente, che ha il diritto di esprimere le sue preferenze e valutazioni, poiché, come stabilisce la Costituzione, “rappresenta l’unità nazionale”, avrebbe certamente preferito un iter e contenuti diversi da quelli imposti dal governo giallo-verde. Nel discorso di insediamento, Mattarella si era ritagliato il ruolo di arbitro. Per restare in metafora, l’arbitro ha dovuto fischiare alcuni falli plateali della squadra di governo e ha comminato alcune doverose ammonizioni. La partita continua e, a sua volta, Mattarella si sentirà obbligato a svolgere il suo ruolo di arbitro anche, credo sia giusto aggiungere, cercando di supplire all’evanescenza delle opposizioni, in maniera soffice, ma sempre nel rispetto delle regole costituzionali.
Il Presidente ha espresso grande fiducia nel paese e nelle sue risorse. Forse poteva, ma non è nel suo stile, criticare con maggiore forza alcuni comportamenti degli italiani, non solo quelli, davvero deplorevoli, degli ultras, a loro volta rappresentativi della degenerazione del tifo calcistico. Non resta che sperare, insieme al Presidente, che i buoni sentimenti e le buone politiche prevalgano. Personalmente, sono molto meno ottimista di Mattarella, ma mi auguro abbia ragione lui.
Pubblicato AGL 2 gennaio 2019
Il premier Conte e il tagliando non richiesto
Persino troppo sicuro di sé, il Presidente del Consiglio Conte ha tracciato un quadro rassicurante e ottimistico del governo da lui presieduto e delle sue “coraggiose” manovre. Si è anche impegnato in alquanto azzardate previsioni di crescita per i prossimi anni. Ha, però, taciuto su due aspetti importanti. Primo, continuando ad autodefinirsi, purtroppo non contraddetto da nessuno dei giornalisti, “avvocato del popolo” non ha chiarito contro chi deve difendere il popolo. Non ha neppure detto se chi critica la situazione attuale e le scelte fatte per il popolo da Cinque Stelle e Lega sia un “nemico del popolo”. È una novità assoluta che il capo di un governo, invece di agire come guida del suo popolo, si erga a suo difensore. Tuttavia, Conte non lo difende abbastanza e neppure adeguatamente quel suo popolo. Attraverso un esageratamente protratto e faticoso dialogo con la Commissione Europea, l’avvocato Conte e i due potenti capi dei popolani italiani, vale a dire, nell’ordine, Matteo Salvini e Luigi Di Maio, hanno fatto perdere non pochi soldi al popolo. Conte si è anche dimenticato di dire che la Commissione, temporaneamente disinnescata, mantiene molte riserve su una manovra che, comunque, non ridurrà il debito pubblico, pesante palla al piede per qualsiasi strategia di crescita economica, che, infatti, rimarrà mediamente più bassa di quella degli Stati-membri dell’Unione Europea.
Secondo aspetto: molto riprovevole è che l’avvocato del popolo non abbia manifestato la sua preoccupazione ed espresso una personale (auto)critica per come il suo governo ha compresso il tempo a disposizione del Parlamento per l’analisi e la valutazione della manovra e per l’umiliazione alla quale i legittimi rappresentanti del popolo, vale a dire, i parlamentari, di maggioranza e di opposizione, sono stati assoggettati. Evidentemente conoscendo poco del Parlamento e dei rapporti fra Governo e Parlamento, Conte si è piegato ai voleri del Capitano della Lega e del Capo politico delle 5 Stelle. Però, dopo avere magnificato il Contratto di governo, ha avuto un sussulto di (in)coscienza dichiarando che, forse, al Contratto bisognerà fare un “tagliando”, ovvero vedere che cosa non ha funzionato, non escludendo neppure la possibilità di un rimpasto di ministri. “Rimpasto” non è una brutta parola della Prima Repubblica. È, invece, una procedura nota e praticata in tutte le democrazie parlamentari a cominciare dalla Gran Bretagna, madre di tutte quelle democrazie, per sostituire ministri che non funzionano e ridare slancio all’attività governativa con energie fresche. Purtroppo, dato il pool di energie disponibili a Lega e, soprattutto, Cinque Stelle, “fresche” non potrà significare competenti e esperte. Conte afferma che il “suo” governo durerà cinque anni e, a quel punto, terminerà la sua avventura politica. Molti osservatori ritengono, forse illudendosi, che le elezioni europee potranno risultare una disavventura per i rapporti Lega -Cinque Stelle. Chi vivrà vedrà.
Pubblicato AGL il 30 dicembre 2018
Pasquino: «Non solo periferie, il Carroccio ormai pesca ovunque»
Intervista raccolta da Mauro Bonciani per il Corriere Fiorentino
Gianfranco Pasquino è professore emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna. Il suo libro più recente è Deficit democratici (UniBocconi 2018).
Professore, Salvini inizia la sua campagna elettorale per conquistare Firenze: come si muoverà secondo lei nei prossimi mesi?
«Salvini ha imparato a muoversi molto bene. Quando serve fa anche muovere le ruspe. Ha le physique du rôle sia quando fa il capo politico, il Capitano della Lega, sia quando indossa le felpe da ministro degli Interni che difende il territorio. Che poi sul territorio si trovi di tutto, anche qualche capo ultrà condannato perché facinoroso e più, ma “milanista”, è un incidente di percorso. A Firenze viene facendo più attenzione a incontri selettivi senza rinunciare a qualche provocazione».
Il leader della Lega ha detto che prima a Firenze il centrodestra non ci ha mai veramente provato, con un riferimento implicito a Forza Italia e alla conduzione di Denis Verdini: è vero?
«Ha ragione. Effettivamente a Firenze il centrodestra ci ha “provato” quasi soltanto presentando un candidato, mai credendoci a sufficienza. Salvini avrebbe fatto una campagna elettorale più aggressiva, almeno a favore del milanista Giovanni Galli. Avrebbe cercato di radicare il centro-destra».
Dove prenderà i voti, nelle periferie e nel centro? Negli strati popolari o nella borghesia e nelle categorie economiche?
«Nel centro, nella Ztl, continuerà a prevalere il Partito democratico. Oramai si trova quasi più soltanto lì. La Lega è diventata un organismo che prende voti un po’ dappertutto. Le sue due tematiche, che si intersecano, immigrazione e sicurezza, fanno breccia anche nei settori popolari, non soltanto di Firenze. Artigiani e piccoli imprenditori hanno capito che Salvini rappresenta anche i loro interessi».
Lega e centrodestra puntano su un candidato civico a Firenze: fanno bene?
«Non posso rispondere senza sapere se già esiste quel candidato civico e chi è. Neppure i “civici” sono tutti eguali in quanto a visibilità politica, biografia professionale, capacità di rapportarsi alle persone, agli elettori. Un civico può vincere, ma se non ha esperienza e competenza non governerà in maniera soddisfacente».
La Lega può strappare l’area di centro a Nardella?
«Nardella non “possiede” l’area di centro. Deve riconquistarsela. Quella area è contendibile più che nel passato, è preoccupata, non è organizzata, quindi fluttua».
Firenze, ma anche Prato e Livorno, sono ormai diventati contendibili: perché non c’è più l’“eccezione Toscana”, il monolite rosso ad egemonia Pd?
«Non dimentichiamo che altrove, Arezzo e Siena, ma anche Massa, la contendibilità ha già portato alla sconfitta dei “rossi”. Non so se il Pd è mai stato un monolite rosso capace di egemonia. Credo, invece, che anche in Toscana sia stato un “amalgama mal riuscito” (espressione di Massimo D’Alema che se ne intende. Punto!), privo di cultura politica da trasmettere e da utilizzare per ottenere e mantenere il sostegno dell’elettorato. Il potere politicoamministrativo ha cessato di produrre altro potere e i voti necessari per riprodursi. La classe politica del Pd è chiaramente inferiore come qualità ai suoi predecessori di dieci-quindici anni fa. Non va più da nessuna parte».
E la sinistra si mobiliterà e si unirà contro l’“effetto Salvini” o crede che le divisioni, anche senza Renzi in campo, siano ormai troppo profonde?
«Non so cos’è la “sinistra” a Firenze. Quel poco di eletti e di amministratori che hanno ancora una visione che combina, giustamente, le loro preferenze personali, anche di carriera politica, con una visione di città e di Paese da costruire e da guidare potrebbero impegnarsi nella mobilitazione. Però potrebbe non essere sufficiente. Con quali idee e proposte, credibilità personale e politica la “sinistra” pensa di ricostruirsi?».
La sicurezza sarà centrale nella campagna elettorale: la Lega avrà il monopolio si questo tema? Cosa può fare la sinistra?
«Sulla sicurezza la Lega ha conquistato quella che si chiama issue ownership, possiede la tematica. È più credibile di qualsiasi concorrente. Fino ad un certo punto non è importante che risolva il problema, che non è mai uno solo. Molti elettori pensano che solo la Lega è intenzionata ad affrontarlo. La sinistra non sa fare granché e la maggioranza dei suoi elettori, sbagliando, almeno in parte, pensano che i problemi sono altri, diversi, risolvibili con una indefinita “integrazione”, con la solidarietà, con il multiculturalismo, tutto soltanto parzialmente vero, ma mai declinato in maniera convincente».
Pubblicato il 21 dicembre 2018
Post-millennials e futuro della politica #Introduzione a “Giovani e futuro della politica. Oltre il disincanto”
A cura di Gianfranco Pasquino
Paradoxa, ANNO XII – Numero 4 – Ottobre/Dicembre 2018

Giovani e futuro della politica. Oltre il disincanto
Paradoxa, ANNO XII – Numero 4 – Ottobre/Dicembre 2018
indice del fascicolo
Post-millennials e futuro della politica
Introduzione di Gianfranco Pasquino
Interrogarsi sui giovani è, logicamente e inevitabilmente, interrogarsi sul futuro: sul loro, ma anche su quello che rimane del nostro. È cercare di capire che cosa diventerà l’Italia e che cosa ne sarà dell’Europa. È cercare di capire quali modelli hanno i giovani, quali prospettive perseguono, quali valori ispirano i loro comportamenti. Gli articoli di questo fascicolo cercano in particolare di capire, dall’angolo visuale della “formazione”, come i giovani, spesso criticati per le loro mancanze e il loro distacco, si rapportano alla politica. Come vi sono arrivati, se vi pervengono effettivamente, quali novità è possibile riscontrare nel loro percorso, se tale può essere definito il tragitto attraverso il quale acquisiscono la consapevolezza che la politica conta per loro anche contro di loro, le loro preferenze, la loro disponibilità, se qualcosa si è rotto nella trasmissione di interesse e di informazione dalle “vecchie” generazioni a quelle attuali.
È opinione diffusa, e non intendiamo smentirla, che, almeno superficialmente, ma per percentuali molto elevate di giovani, la politica, passiva (quella che si riceve) e attiva (quella che si fa) riscuota un’attrattività decisamente scarsa, comunque inferiore a quella della media della Repubblica. Chi scrive pensa che, anche per lui, la politica com’è fatta in Italia da qualche decennio, meriti di essere tenuta a distanza, ma, qui sta una differenza verticale, per osservarla, studiarla e valutarla meglio. Forse, però, la distanza dei giovani dalla politica non dipende soltanto e neppure principalmente dalla sua scarsa attrattività, ma essenzialmente da qualcosa che, persino in Italia, è andato perduto, vale a dire dalla mancanza di sedi e di luoghi di discussione e di formazione politica. Per quanto giustamente criticati, i partiti italiani avevano in modalità diverse offerto notevoli occasioni di incontri e di formazione politica a centinaia di migliaia di giovani (anche a quelli del Sessantotto). Potremmo discutere della qualità di quella formazione politica, ma non della sua esistenza, non della sua diffusione, non, aggiungo, del fatto che conteneva anche aspetti positivi fra i quali includerei quello di interazioni non banali e non sterili fra giovani di estrazione e di status diversi.
Non intendo idealizzare nessun passato, meno che mai il Sessantotto, che merita di essere richiamato esclusivamente perché per molti giovani rappresentò un’esperienza politica formativa, ma certamente criticabile, l’ho fatto altrove, da molti altri punti di vista. Anzi, sono giunto a pensare che il surplus di politica di quegli anni ha avuto come conseguenza un surplus di riflusso per molti di quei giovani diventati padri e madri, nonne e nonni dei millennials, i quali non hanno poi sentito parlare di politica dai loro parenti più stretti. Il rapporto surplus/exit è una chiave interpretativa plausibile. Altra chiave, forse in grado di aprire una porta teorica e conoscitiva più ampia, è quella della trasformazione della società e della democrazia prima e più che della trasformazione, che c’è stata e continua, della politica.
Se fossi un giovane oggi da quali canali di informazione e di “formazione” trarrei lo stimolo a interessarmi alla politica, a partecipare ad attività politiche, addirittura a impegnarmi politicamente? Rivolgo grato la memoria, prima, al mio professore di Storia e Filosofia del Liceo Cavour di Torino, poi a quello straordinario corpo di docenti dell’allora Corso di Laurea in Scienze Politiche di Torino, irripetibile nelle qualità dei singoli, delle loro esperienze di vita, del loro insegnamento (anche con lo stile), della cultura politica diffusa nella città di Gobetti e Gramsci. Poi torno, non con i piedi, ma con la testa in terra, per riflettere. Lo fanno, anche loro sulla base di esperienze personali e competenze scientifiche, i collaboratori di questo fascicolo. Ne concludo drasticamente, perché troppi distinguo (in molti casi dalla indubbia valenza ipocrita che credo scoraggiante per i giovani) non giovano né alla diagnosi né alla prognosi, che purtroppo, la politica di oggi, non solo, ma soprattutto in Italia, è proprio la logica conseguenza di una cattiva, se non sostanzialmente inesistente, formazione in termini di conoscenze, di atteggiamenti, di (non evasione delle) responsabilità. Non intendo assumermi nessuna responsabilità personale né addossarla a tutta la mia generazione. Semmai responsabili sono le generazioni successive che hanno distrutto la “vecchia” politica senza sapere costruirne una nuova e migliore. Ho fatto (e continuo a fare) tutto il possibile per spiegare la politica, per praticarla (a molti livelli), per predicarla. Più il tempo passa più mi rendo conto che rimane molto da fare, ma per riuscire a tras/formare la politica mi sembra indispensabile conoscere chi avrà, se lo vorrà, il compito di pensare al suo ruolo e alla trasformazione che desidera, per l’appunto, i giovani.
Lega pimpante. In affanno il Movimento
Il Movimento 5 Stelle è da qualche settimana entrato in affanno. Il passaggio da ampio contenitore della insoddisfazione e della protesta, entrambe spesso giustificabili, degli italiani a componente di una coalizione di governo che deve tradurre il programma in decisioni politiche si è rivelato molto complicato. Gradualmente, ma inesorabilmente, il Movimento ha perso consensi, mentre, altrettanto inesorabilmente e continuamente, la Lega è cresciuta nei favori dell’elettorato. In parte responsabile della crescita della Lega è stato il fenomeno/problema dell’immigrazione, ritenuto il più importante da una quota molto elevata di elettori. In parte è stata la figura fisica di Salvini presente con le sue ruspe e le sue felpe un po’ dappertutto sul territorio nazionale e, quel che più conta, con una base solida e diffusa capace di amplificarne il messaggio. Il Movimento non sembra essersi reso conto che la piattaforma Rousseau può servire al massimo al suo funzionamento interno e ai suoi processi di comunicazione. Non serve, invece, in nessun modo a entrare in contatto con gli elettori, a rassicurare, spiegare, ampliare il consenso per quanto è stato fatto dal governo, a cominciare dal decreto “dignità”. In un certo senso, la politica tradizionale, quella che, tutto sommato, pratica la Lega, facendo affidamento anche su una fitta rete di amministratori locali che il Movimento ha solo in parte e che sono meno preparati, perché neofiti, dei leghisti, ha dimostrato la sua superiorità sulla nuova politica che vorrebbero i pentastellati.
Nella lunga trattativa con la Commissione Europea per la riscrittura della Legge di Bilancio, mentre Salvini ha insistito imperterrito sulla sua volontà di tenere conto anzitutto degli interessi di sessanta milioni di italiani, Di Maio si è limitato a porre l’accento sul reddito di cittadinanza che riguarderà pochi milioni di italiani. Inoltre, chi ha il compito di mediare fra la Commissione e le preferenze dei due contraenti del patto di governo, il Presidente del Consiglio Conte, vicino ai pentastellati, non ha sicuramente la presenza fisica e l’energia di Salvini e ne viene spesso offuscato. Tutti questi elementi, dalla perdita di consenso alla diminuzione della visibilità politica hanno fatto emergere le prime critiche alla leadership di Luigi Di Maio, il capo politico del Movimento. Pur lasciando da parte le disavventure della ditta di famiglia e del padre, è apparso evidente che Di Maio non ha la statura del governante come Salvini. Qualche cenno di Beppe Grillo e qualche dichiarazione sparsa di aderenti al Movimento segnalano preoccupazioni. Come già accaduto nel recente passato, la figura di Alessandro di Battista ha fatto la ricomparsa dai luoghi del suo anno sabbatico di astensione dalle cariche politiche. Le esternazioni di Di Battista, che scavalcano le posizioni più moderate di Di Maio che deve tenere conto del suo ruolo di governo, indicano che un’alternativa è possibile, ma la sua stessa esistenza rischia di indebolire il Movimento.
Pubblicato AGL il 18 dicembre 2018





