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INVITO Democrazia, istituzioni e cittadini nell’Unione Europea #15novembre #Pordenone Auditorium Casa Zanussi @ScopriEuropa

Nell’ambito del Progetto Europa. Integrazione o implosione?
44ª serie di incontri di cultura storico politica organizzati da
Istituto Regionale Studi Europei del Friuli Venezia Giulia

Giovedì 15 novembre 2018 ore 15.30
CRISI DEL PROGETTO EUROPA?

Democrazia, istituzioni e cittadini nell’Unione Europea

Gianfranco Pasquino
professore emerito di Scienza politica

Introduce e coordina Roberto Reale
giornalista già vicedirettore di RaiNews 24

 

La partecipazione è gratuita. È gradita l’iscrizione irse@centroculturapordenone.it

Centro Culturale Casa A. Zanussi
via Concordia Sagittaria, 7
33170 Pordenone (PN)

INVITO “Post ideologia e post democrazia: quale spazio per la politica?” #Arona #9novembre

Nell’ambito degli incontri organizzati dall’Associazione Partecipazione Solidarietà Arona sul tema
“Dove va l’uomo? dal postmoderno al post umanesimo”

venerdì 9 novembre 2018 – ore 21
Aula Magna Liceo E. Fermi
Via Monte Nero, Arona

Post ideologia e post democrazia: quale spazio per la politica?

Relazione di Gianfranco Pasquino,  autore di

DEFICIT DEMOCRATICI.
Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader 

DEFICIT DEMOCRATICI
COSA MANCA AI SISTEMI POLITICI, ALLE ISTITUZIONI E AI LEADER
UBE (Egea 2018)

Orecchio a terra? In piedi, con la schiena diritta! #GiuseppeConte

Molti s’interrogano su quello che il Presidente del Consiglio Conte sente del popolo quando appoggia, come ha dichiarato martedì sera nella trasmissione televisiva di Floris, appoggiando l’orecchio per terra. I grandi capi pellerossa sentivano arrivare i pericoli, cioè, i soldati USA che, gradualmente, li annientarono. Invece, il Presidente del Consiglio non riesce a sentire le documentate critiche della Commissione Europea e dei Ministri dell’Economia degli Stati-membri dell’Unione alla manovra economica di Di Maio e Salvini (ai quali si potrebbe aggiungere Tria, ma non lui che in materia non ha detto nulla). Non riesce a sentire che da più parti, anche dal popolo, per esempio, quello, spesso evocato, delle partite IVA, provengono critiche alla costosissima combinazione “reddito di cittadinanza più flat tax” che poco spazio lascerà a un’equilibrata riduzione delle tasse. Il popolo che Conte sostiene di ascoltare si è diviso di recente sulla prescrizione dei processi con quello grillino chiaramente contrario a lasciare fare il bello e il cattivo tempo agli avvocati di clienti danarosi che la tirano per le lunghe e quello leghista che, tacitato da Salvini, a sua volta incline a non rompere con Berlusconi su un tema di grande interesse per il leader di Forza Italia (ottanta per cento dei suoi processi sono andati prescritti a legislazione vigente), è per toccare l’argomento solo in maniera cosmetica. I corposi interessi del popolo imprenditoriale e industriale, ma anche operaio che sta nell’elettorato della Lega, vorrebbero che le Grandi Opere: dalla TAV alla ricostruzione del Ponte Morandi si facessero davvero e presto. Quel popolo lì Conte lo sente poco. La sua posizione sulla TAV non è nota e di pressioni sul Ministro pentastellato alle Infrastrutture e ai Trasporti Danilo Toninelli nessuno ne ha viste. Eppure, una parte di popolo piemontese e genovese segnala urgenze e vantaggi. Le parole e le proteste di quel popolo Conte non sembra sentirle. L’avvocato del popolo procede come fanno i populisti: quelli che stanno con il leader, ma in questo caso con la coppia Salvini-Di Maio, sono il popolo buono di cui lui sarà l’avvocato. Tutti gli altri, in particolare, giornalisti e intellettuali, banchieri e burocrati, europei, ma anche italiani, quelli annidati negli Uffici bilancio di Camera e Senato e nel palazzo del Ministero dell’Economia, sono il popolo cattivo. Sarebbe utile, anche se difficile, sapere dal Presidente del Consiglio elogiatore di Trump, se il popolo al quale appartiene la sovranità non sia piuttosto un’entità fatta di cittadini ai quali il capo del governo dovrebbe offrire non banalità e pensieri rosa, ma una guida. Per i quali dovrebbe rappresentare non un garante che modera i conflitti, forse, comunque, inevitabili fra Movimento 5 Stelle e Lega, ma colui che offre soluzioni perché ha le conoscenze e il potere per scegliere e decidere, senza appoggiare l’orecchio a terra, ma, in piedi, con la schiena diritta.

Pubblicato AGL 8 novembre 2018

Democrazia e cittadini nell’Unione Europea

Contributo al forum del CeSPI sul futuro della UE

 

Non è vero che l’Unione Europea soffre di un deficit democratico. E’ vero che in alcuni Stati-membri la democrazia funziona meglio di quella dell’Unione europea. Tuttavia, in non pochi altri Stati-membri come, ad esempio, Ungheria, Polonia, Slovacchia e anche in Italia, non soltanto la qualità della democrazia, ma il suo stesso funzionamento lasciano molto a desiderare e la comparazione non va affatto necessariamente a favore degli Stati. I cosiddetti sovranisti non possono vantare loro superiori, mai comprovate, doti democratiche e molto spesso le opposizioni in quei paesi sono in grado di testimoniare quanto difficile e dura è la loro vita (non solo politica). Il pregio della democrazia è la sua capacità di riformarsi, nel caso dell’Unione Europea a condizione che la diagnosi sia corretta e che i riformatori sappiano proporre i rimedi adeguati. Prima di dichiarare l’esistenza di un deficit democratico dell’Unione Europea è necessario valutare con conoscenza di causa, che cos’è il deficit, dove si colloca, come si manifesta.

Come può non essere considerato democratico il Consiglio nel quale s’incontrano (si confrontano e si scontrano) i capi di governo degli Stati-membri? Ciascuno di loro ha vinto le elezioni nel suo paese, quindi rappresenta una maggioranza elettorale e politica e in quel Consiglio rimarrà fintantoché riesce a mantenere la sua maggioranza. Potremmo, semmai, obiettare alle procedure decisionali del Consiglio, in particolare, da un lato, alla regola dell’unanimità, dall’altro, alle modalità con le quali i capi di governo pervengono alle decisioni. L’unanimità, peraltro, usata raramente, ha scarsa legittimità democratica poiché consente a un capo di governo di bloccare qualsiasi decisione a lui sgradita anche se tutti gli altri capi di governo hanno raggiunto un accordo. Quell’unico capo di governo dissenziente può, in qualche modo, “ricattare” tutti gli altri. Pertanto, i riformatori dovrebbero eliminare quella regola. Quanto alle modalità dei procedimenti decisionali, neI Consiglio e, in misura minore, nella Commissione, quei procedimenti sono spesso farraginosi e poco o nulla trasparenti. E’ vero che in alcune materie politiche è opportuno, proprio per giungere a decisioni migliori, preservare uno spazio, più o meno, ma non troppo, ampio. Tuttavia, è auspicabile che la maggior parte di quei procedimenti decisionali si svolgano in maniera tale che i cittadini europei abbiano la possibilità di attribuire le responsabilità positive e negative di quanto è stato deciso, non deciso, deciso male.

Coloro che ritengono che la democrazia si esprime in particolar modo attraverso le elezioni non possono mai sostenere che il Parlamento Europeo è un organismo non-democratico nel quale si manifesterebbe un deficit. Al contrario, il Parlamento Europeo è un luogo molto significativo di rappresentanza delle preferenze e degli interessi dei cittadini europei. Nel corso del tempo ha acquisito maggior potere nei confronti sia del Consiglio sia della Commissione controllando le attività e valutandone gli esiti. Se il Parlamento europeo ha un deficit democratico questo non è a lui intrinseco, ma deriva dai partiti e dai cittadini degli Stati membri. Sono i partiti che fanno campagna elettorale su temi e con obiettivi nazionali a essere responsabili del deficit. Paradossalmente, meno responsabili sono i partiti populisti e sovranisti poiché, facendo campagna contro l’Unione Europea, sono inevitabilmente più propensi a parlare proprio di Europa di quanto fa, non fa, fa male e quanto meglio farebbero i singoli Stati se riacquisissero la sovranità ceduta. Scrivo “ceduta”, non perduta e non espropriata, poiché ciascuno degli Stati-membri ha consapevolmente e deliberatamente ceduto parte della sua sovranità all’Unione per perseguire obiettivi altrimenti irraggiungibili da ciascuno Stato singolo. I partiti nazionali sono anche responsabili della loro incapacità di convincere gli elettori ad andare alle urne per eleggere i loro rappresentanti. Quando, come nel maggio 2014, soltanto il 44% degli elettori europei (percentuale nettamente inferiore a quella, che tutti noi abbiamo spesso stigmatizzato, degli americani nelle elezioni presidenziali) va a votare, allora c’è un problema, ma non è definibile come deficit delle istituzioni dell’UE. Più precisamente, si tratta di un deficit di partecipazione dei cittadini europei ai quali in qualche modo bisognerebbe fare sapere che perdono la facoltà di criticare Parlamento e parlamentari che non hanno voluto eleggere.

Sul banco degli imputati di deficit democratico sembra persino troppo facile collocare in blocco la Commissione Europea e, in particolare, i singoli Commissari. Mancherebbe loro qualsiasi legittimazione democratica. Sarebbero, come affermano troppi critici male informati e preconcetti, dei burocrati o, forse peggio, dei tecnocrati che i populisti considerano una razza dannata poiché, senza avere mai avuto un mandato democratico (elettorale) antepongono le loro conoscenze alle preferenze e alle esperienze del “popolo”. La verità è che, praticamente da sempre,  hanno acquisito la carica di Commissario uomini e donne provenienti da cariche politiche e di governo, persino al vertice, nei loro rispettivi paesi. Dunque, mai burocrati, ma “politici”, spesso con conoscenze di alto livello. Debbono la loro carica alla nomina ad opera dei capi di governo di ciascuno Stato-membro, ma, come ho già scritto, quei capi di governo sono democraticamente legittimati. In più, ciascuno dei Commissari deve superare/ha superato un “esame” relativo alle sue conoscenze e al suo tasso di europeismo svolto di fronte al Parlamento europeo. Inoltre, sa che, una volta confermato, nella sua azione dovrà spogliarsi di qualsiasi preferenza nazionale. Dovrà operare negli interessi dell’Unione Europea. Oso affermare che la stragrande maggioranza dei Commissari negli ultimi sessant’anni ha davvero avuto come stella polare il processo di unificazione politica dell’Europa. Quanto al Presidente, a partire dal 2014 è stato stabilito che ciascuna delle famiglie politiche/partitiche europee possa presentare un candidato/a alla Presidenza. Il candidato della famiglia che ha ottenuto più voti/più seggi viene designato Presidente, ma anche lui/lei deve superare lo scrutinio del Parlamento europeo. Di fronte a queste procedure, ciascuna con il suo evidente tasso di democraticità, è davvero assurdo sostenere che la Commissione non ha crismi di democrazia, che è democraticamente carente, se non addirittura illegittima. Ovviamente, però, la Commissione, vero motore istituzionale e, in parte, anche politico dell’Europa può a sua volta essere criticata per quello che fa, non fa, fa male.

Dunque, nell’Unione Europea, va tutto bene? Certamente, no. Però, il problema non si chiama deficit democratico. Si chiama deficit di funzionalità. Quasi sicuramente c’è troppa burocrazia nell’Unione europea, troppo red tape, come hanno costantemente sostenuto gli inglesi (che ci mancheranno e che stanno anche accorgendosi che l’Europa mancherà a loro). C’è troppo spazio per le lobbies, per i gruppi di interesse. C’è troppa lentezza nel prendere decisioni. C’è troppa opacità. Sono sicuramente inconvenienti, altrettanto sicuramente possono essere affrontati e risolti dentro l’Unione. Non potranno essere coloro che si chiamano fuori –e meno che mai coloro che intralciano l’Europa che c’è, a risolvere quei problemi e altri, a cominciare dall’immigrazione a seguire con la crescita delle economie europee e con la regolamentazione la tassazione delle grandi corporations. Con buona pace dei sovranisti, nessuno Stato da solo potrà fare di più e meglio per la vita dei suoi cittadini di quanto l’Unione Europea ha già fatto e potrà fare nei prossimi anni. Saranno i cittadini europei, quelli che si interessano all’Europa, si informano, votano e partecipano, a decidere, democraticamente, che Europa vorranno. Saranno responsabili di quello che hanno fatto e di come hanno votato o non votato. Proprio come avviene nelle (migliori) democrazie.

Un successo a metà: la strada per un ritorno dei Democratici alla Presidenza rimane accidentata #MidTerms2018

Le elezioni di metà mandato (non di “mezzo termine” che, pur pronunciata e scritta mille volte da commentatori incompetenti, rimane espressione errata, priva di significato) sono state un successo a metà per i Democratici. Hanno ottenuto la maggioranza alla Camera, ma perso almeno un seggio al Senato. Non hanno vinto nessuna sfida cruciale. Nel “governo diviso” potranno ostacolare Trump, ma la strada per un loro ritorno alla Presidenza rimane molto accidentata.

La società. Non si gioca a bocce da soli. Non si porta via il pallino #IlRaccontodellaPolitica

IL RACCONTO DELLA POLITICA
Lezione 7

La società. Non si gioca a bocce da soli. Non si porta via il pallino

“Alla base di un sistema politico ben funzionante sta una società civile capace di organizzarsi, di associarsi, di produrre gruppi che entrano in competizione fra di loro consentendo ai cittadini di esprimersi al meglio. Una buona società civile è la premessa di una buona politica e viceversa”

I vedovi del sì non capiscono il consenso dei giallo-verdi

Dal 5 marzo 2018 mattina, incessantemente, molti politici del PD e i giornalisti del Foglio, professoroni (sic) abbacinati da Renzi, dopo essersi invaghiti di Craxi e di Berlusconi, giornaliste embedded, continuano ad attribuire ai sostenitori del NO la colpa della nascita e dell’esistenza del governo giallo-verde. Chiedono ai professoroni del “no”, ma dovrebbero estendere il loro invito almeno anche ai partigiani “cattivi”, di riconoscere che hanno aperto la strada a quel governo e che, adesso, se ne stanno a guardare senza sbottare a ogni (più o meno presunta e presumibile) violazione della Costituzione –anche se finora proprio non ve ne sono state. Affermare, insieme a Casaleggio, che il Parlamento potrebbe un giorno risultare inutile, non è, peraltro, la stessa cosa di fare del Senato un dopolavoro per consiglieri regionali (come voleva la riforma Renzi-Boschi). Cattivi perdenti, “quelli del ‘sì”, non soltanto non si chiedono dove hanno sbagliato, che sarebbe il minimo, ma persistono in alcune argomentazioni logorissime, senza nessun fondamento minimamente scientifico. Secondo loro, mi riferisco in particolare all’articolo di Angelo Panebianco, Quei puristi (scomparsi) della Carta (“Corriere della Sera”, 3 novembre, pp. 1 e 28), i sostenitori del “no” non criticherebbero abbastanza, anzi, per niente, Grillo e Casaleggio (della Lega e di Salvini l’articolo non parla). Di più, sarebbero ancora prigionieri del “complesso del tiranno” ragione per la quale non avrebbero voluto il rafforzamento dei poteri del governo. Non c’era nulla nella riforma Renzi-Boschi che, attraverso un limpido intervento sulla Costituzione, rafforzasse i poteri del governo. Eppure sarebbe bastato il voto di sfiducia costruttivo alla tedesca oppure anche alla spagnola, ma i sedicenti riformatori d’antan e i loro molti commentatori amici non lo presero in nessuna considerazione. Oggi, peraltro, si vede con chiarezza quali sono i fattori che rendono forte un governo, persino, quando è di coalizione. Ricordo che la legge elettorale Italicum era stata formulata proibendo la formazione di coalizioni con l’intento di dare vita al governo di un solo partito premiato (gonfiato) da un cospicuo premio di seggi a tutto scapito della rappresentanza parlamentare. Non soltanto il governo Cinque Stelle-Lega ha a suo fondamento la maggioranza assoluta in entrambi i rami del Parlamento, ma non si sente in alcun modo ostacolato nelle decisioni che prende, nei decreti che produce, nella sua concreta attività di governo. Con vezzo italiano, proprio non solo dei complottisti e degli incompetenti, denuncia l’ esistenza dei poteri forti, delle tecnostrutture e, naturalmente, dei burocrati di Bruxelles ogniqualvolta incontra resistenze alle sue politiche, ma, almeno finora, non attribuisce le responsabilità alla Costituzione italiana. Anzi, a oggi le uniche proposte ventilate dalle Cinque Stelle stanno tutte nel solco di quanto i partecipanti alla Commissione Letta per le riforme istituzionali avevano variamente ventilato: riduzione bilanciata del numero dei parlamentari e potenziamento dell’istituto referendario. Non si vede, dunque, perché i sostenitori del “no” dovrebbero lanciarsi a capofitto in una campagna ostruzionistica. A riforme eventualmente approvate dal Parlamento si vedrà. Qualcuno potrebbe, invece, volere chiedere alle Cinque Stelle (la Lega non sembra interessata alla tematica) una profonda revisione della legge elettorale Rosato, anzi, per usare un termine caro alla parte politica di Rosato, una vera e propria rottamazione. Tornando al governo in carica le prefiche del “sì” potrebbero anche interrogarsi sulle ragioni che ne mantengono elevato il consenso in tutto il paese e chiedersi se non sarebbe meglio destinare il troppo tempo che impiegano a criticare chi ha vinto il referendum per formulare una strategia politica alternativa e farla viaggiare su quel che rimane dei partiti oggi all’opposizione.

Pubblicato il 6 novembre 2018

Quell’antico monito di Bobbio

“Testimonianze”, LUGLIO-AGOSTO 2018, n. 520, pp. 64-68

È arrivata l’ora dell’autocritica non come vezzo degli intellettuali radical-chic, della sinistra al caviale o altre piacevolezze, ma perché una autocritica condotta a fondo è un esercizio pedagogico decisivo. Dagli errori si impara e diventa possibile andare oltre. Se è emersa una crisi della rappresentanza, se è cresciuto il divario fra società e politica, se i populisti attaccano con qualche successo l’establishment, se l’euroscetticismo è diventato più diffuso dell’accettazione, peraltro mai entusiastica, dell’Unione Europea, se sono comparse nuove diseguaglianze, quanti di questi fenomeni gli studiosi avevano previsto, quanti sono giunti del tutto inaspettati, come è possibile cercare di porvi rimedio?

Tre fenomeni di grande respiro e di enorme impatto hanno ridisegnato la storia dell’Europa e del mondo negli ultimi trent’anni: primo, crollo del comunismo che sembrava realizzato nell’Europa centro-orientale e in Unione Sovietica e fine del richiamo della sua ideologia, ma, come Norberto Bobbio mise immediatamente in rilievo, nessuna scomparsa dei problemi e delle ingiustizie alle quali il comunismo aveva inteso porre rimedio, e, oggi sappiamo, ritorno alla superficie di nazionalismi beceri; secondo, allargamento e approfondimento (con qualche limite) del processo di unificazione politica dell’Europa; terzo, affermazione in ogni angolo del mondo, seppure con qualche differenza di intensità, della globalizzazione. Non è facile tenere insieme questi tre fenomeni e offrirne un’analisi e una spiegazione unitari, ma è importante individuare le connessioni e, di volta in volta, gli errori interpretativi. Consapevole della difficoltà di una precisa datazione, comincerò dalla globalizzazione poiché, praticamente per definizione, è il fenomeno più comprensivo.

Fin dall’inizio, vale a dire, dal momento che emerse la consapevolezza che determinati processi, in particolare, economico-finanziari, penetravano sostanzialmente non filtrati e non controllati in tutti i sistemi politici del mondo e altri processi, quelli relativi alla comunicazione, non solo politica, acuivano la sensibilità di governanti e cittadini e accrescevano le informazioni disponibili, seppure in maniera differenziata, un po’ a tutti i protagonisti, la globalizzazione ebbe suoi numerosi. Erano e sono rimasti un gruppo molto composito nel quale sembrano tuttora predominare i protezionisti e i comunitaristi. Le motivazioni dei primi riguardano soprattutto la sfida alle attività economiche del loro paese, alle industrie, all’agricoltura, ai lavoratori dipendenti. Si sono tradotte nell’opposizione al libero commercio che, invece, è considerato dalla maggior parte degli economisti come uno dei motori fra i più potenti della crescita economica. Certo, il libero commercio associato alla globalizzazione ha avuto conseguenze distruttive per alcune attività e creato forti tensioni sociali. I dati mondiali, dal canto loro, rilevano e rivelano una maggiore disponibilità di risorse, ma, solo di recente hanno messo in rilievo che la ricchezza complessiva si è accompagnata alla crescita delle diseguaglianze anche sociali all’interno di molti paesi.

Quanto ai comunitari, quasi tutti loro associano, in larga misura correttamente, la globalizzazione al multiculturalismo, opponendosi ad entrambi. Vogliono proteggere stili e modalità di vita, culture specifiche, identità dei più vari generi. Ne sottolineano l’importanza e, di conseguenza, contrastano visioni e prospettive multiculturali acritiche. No, multiculturalismo non è bello. Anzi, secondo i comunitari il multiculturalismo è una sfida portatrice di tensioni e di conflitti, foriera di perdita di identità e di sfaldamento di comunità che lasceranno/lascerebbero tutti, nient’affatto arricchiti dalle diversità, ma culturalmente più poveri e “spaesati”. A questa sfida, al tempo stesso economica e identitaria, in alcuni paesi coinvolti forse più di molti altri nel processo di globalizzazione poiché vere e proprie società aperte, come la Svezia, come la Gran Bretagna, come gli USA, hanno fatto seguito reazioni sconcertanti. Ne sono testimonianza possente e inquietante il successo elettorale dei Democratici Svedesi, partito sicuramente xenofobo e identitario, la Brexit prodotta dal referendum del giugno 2016, la conquista della Presidenza di Donald Trump nel novembre 2016 all’insegna del motto “America First”.

L’elemento che accomuna queste esperienze è costituito dalla mobilitazione non organizzata di coloro che potrebbero essere definiti i perdenti della globalizzazione o che si ritengono tali. Che i voti decisivi siano venuti da uomini bianchi del Nord dell’Inghilterra, Liverpool, Manchester, Newcastle, mentre Londra ha votato con elevate percentuali per restare nell’Unione Europea; che siano stati migliaia di operai bianchi del Michigan, della Pennsylvania, del Wisconsin, malauguratamente, ma in maniera rivelatrice, definiti deplorable dalla candidata Hillary Clinton; che nella Svezia, da molti giustamente considerata una (social)democrazia di grande successo, più del 10 per cento di elettori dia il suo voto ad un partito deliberatamente anti-europeo e xenofobo non sono accadimenti che possono essere liquidati scrollando le spalle e, nei due casi anglosassoni, sostenendo che quegli elettori hanno semplicemente sbagliato e se ne accorgeranno. Forse se ne accorgeranno, ma a fondamento del loro voto stanno motivazioni che non sono affatto deplorevoli e transeunti.

Non sarà il miglioramento, peraltro non facile e non scontato, delle loro condizioni di vita a produrre il cambiamento delle loro opzioni di voto. Né il cambiamento del voto risolverà problemi che sono identitari e culturali. Nel caso degli USA la capacità di mettere insieme le minoranze, afro-americani, latinos, donne (sic), potrà servire ai Democratici per vincere qualche elezione, persino per tornare alla Presidenza, ma non migliorerà la politica e neppure la società. Il grido Black Lives Matter non perderà il suo significato contro il razzismo persistente e strisciante. La preoccupazione per la crescente presenza di latinos con i loro stili di vita, la lingua, il tipo di legami familiari, non verrà meno. Le varie diseguaglianze, che non hanno soltanto una, importantissima, componente economica, ma che si traducono in una visione di società, non saranno neppure affrontate se non si approntino le politiche opportune. Non saranno certamente i banchieri della City di Londra e i brokers di Wall Street, i signori della tecnologia della Silicon Valley e le donne e gli uomini dell’establishment della East Coast a presentarsi credibilmente come coloro in grado di rappresentare quei settori sociali, di proteggere le identità e di operare per contenere e ridurre le diseguaglianze.

Nessuno riuscirà a sostenere convincentemente la tesi che bisogna dare risposte che riguardano i diritti, di ogni tipo, in particolare quelli riguardanti gli orientamenti sessuali, sottovalutando le diseguaglianze in termini di riconoscimento e di opportunità, di sostenere che prima vengono le diversità, poi le ricompense, di considerare che lo ius soli è più importante e più qualificante del diritto al lavoro. La sinistra che non agisce prioritariamente per ridurre le diseguaglianze ha perduto, sosterrebbe Norberto Bobbio, la sua ragion d’essere, la sua anima. La sinistra continuerà anche a perdere consistenza e rilevanza politica a fronte delle sfide diversamente populiste che hanno fatto la loro comparsa un po’ dappertutto in Europa (e altrove). È fra gli Stati-membri dell’Unione Europea che, a sessant’anni dal Trattato di Roma, i populismi sembrano avere trovato accoglienza migliore e spazi più ampi.

I populisti vanno alla ricerca e alla conquista di coloro che ritengono sia più importante preservare e celebrare l’identità nazionale, se non addirittura quella locale, piuttosto che ottenere quei vantaggi economici, la cui esistenza peraltro negano, che derivano dall’apertura alla globalizzazione e al libero commercio. I populisti mobilitano quello che considerano il “loro” popolo, mai tutto il popolo, contro l’establishment. Lo definiscono e lo ridefiniscono sostenendo di essere i soli in grado di rappresentarlo contro l’Europa dei banchieri e dei tecnocrati. Vogliono offrirgli protezione contro le ondate di migranti che non solo potrebbero rubargli il lavoro, ma che minacciano i loro stili di vita, le loro credenze religiose, le prospettive della loro prole. È stato profondamente sbagliato sottovalutare questi sentimenti, ritenendoli un retaggio del passato in via di superamento e, peggio, criticandoli come segno di arretratezza e deridendoli.

In qualche convegno a Davos, in riunioni ristrette a Bruxelles, a un vernissage parigino, nel foyer di un teatro londinese, ad una prima della Scala, forse anche alla Freie Universität di Berlino è molto facile trovarsi d’accordo sul fatto che l’Unione Europea è un grande progetto di unificazione politica che sta mettendo insieme una pluralità di culture a partire da una base che si dice essere comune (ma, talvolta, mi chiedo che cosa unisca Dante e Shakespeare, Leonardo e Picasso, Miguel de Cervantes e Franz Kafka, Thomas Mann e Albert Camus), da una storia condivisa, ma intessuta di conflitti e di guerre civili, da prospettive ancora adesso nient’affatto precisamente definite. A fronte delle molte irrisolte problematiche economiche, di creazione e di distribuzione della ricchezza che non hanno ridotto vecchie diseguaglianze e ne hanno prodotte di nuove, la risposta in termini di cultura non è finora sembrata adeguata. Ha aperto spazi ai sovranisti che non sono stati contrastati convincentemente facendo notare che è molto improbabile che qualsiasi singolo Stato europeo riesca da solo a risolvere i problemi prima e meglio di quanto faccia l’Unione Europea. È una lezione che persino la pur grande e efficiente Gran Bretagna sta imparando a sue spese, che non saranno controbilanciate in toto dall’accentuazione tutta “culturale” dell’identità: la Britishness.

Il senso complessivo della mia riflessione su globalizzazione, Unione Europea e diseguaglianze può essere condensato in due considerazioni e due conclusioni. La prima considerazione contiene anche una personale autocritica. Ho creduto che tanto la globalizzazione quanto l’Unione Europea fossero processi in grado di produrre e offrire maggiori opportunità senza lasciare indietro nessuno, tranne per poco tempo, che i costi di entrambe sarebbero stati distribuiti in maniera relativamente equilibrata fra tutti i settori sociali, pur implicando vantaggi, sperabilmente non eccessivi, per coloro che già sono privilegiati. Non è stato così. La seconda considerazione ugualmente da accompagnarsi con una modica dose di necessaria autocritica è che, affidate le problematiche economiche alla competitività e al mercato della globalizzazione e dell’Unione Europea, ho creduto che tutti gli aspetti di cultura e di identità fossero, per così dire, da un lato, “privatizzabili”, vale a dire, risolvibili in proprio dai vari gruppi oppure, questo, sicuramente, errore più grave, superabili con l’ascesa del repubblicanesimo delle regole e dei diritti delle persone. Non soltanto alcune delle tematiche identitarie si sono dimostrate irriducibili, ma sono anche risultate non negoziabili e i loro portatori non saranno, almeno nel loro e nel nostro tempo di vita, soddisfatti da nessuno scambio: “più risorse economiche meno accento su identità”, meno che mai se riguarda le loro famiglie e i loro figli.

La prima delle due code riguarda direttamente le elaborazioni e le attuazioni della sinistra ovvero il suo lento graduale, ma apparentemente inarrestabile scivolamento verso posizioni incapaci di comprendere quanto nella vita delle persone contino gli elementi di comunità in senso lato: con chi si vive, con chi si lavora, quali nostalgie legittime si hanno per il passato, quali aspettative di cambiamento prevedibile per il futuro, ma anche quali siano le distanze sociali e le diseguaglianze prodotte dalla globalizzazione. La seconda coda è data dalla constatazione che non sono emerse personalità in grado di elaborare una narrativa di ampio respiro e di profondità della globalizzazione e di svolgere il compito di leadership a livello europeo. La mancanza nelle democrazie europee e negli USA di leadership dinamiche e capaci di disegnare il futuro, innovative e empatiche, è un vero e proprio dramma contemporaneo. Non sono alla ricerca di personalità carismatiche, ma di predicatori appassionati, credibili, capaci di delineare un percorso condiviso per popoli e per persone. Consapevole che quanto ho qui scritto è poco più di un insieme di spunti schematici, suscettibili di una molteplicità di approfondimenti, mi auguro che siano degni di attenzione e mi ripropongo di rivisitarli e ampliarli.

Democrazie in bilico, ecco come correggerle

Colloquio con Pasquino, atteso ad Arona la sera di venerdì 9 novembre 2018

Intervista raccolta da Manuela Borraccino

Il politologo: senza forte opposizione grave deficit

In una fase in cui «l’antipolitica dilaga, riverita e alimentata dalla comunicazione», il deficit democratico può fare la sua comparsa in tre casi, denuncia il politologo Gianfranco Pasquino. «Primo, quando il regime risulta inadeguato nelle sue strutture di rappresentanza e di governo; secondo, quando le autorità non hanno le competenze necessarie; e, terzo, quando i cittadini sono apolitici, impolitici e antipolitici». Tuttavia «l’esistenza di un deficit può costituire lo stimolo che spinge ad azioni migliorative» riflette con il nostro giornale lo studioso docente emerito all’Università di Bologna, atteso venerdì 9 novembre ad Arona per offrire delle chiavi di lettura dello stato dell’arte nelle democrazie occidentali sulla scia del suo ultimo saggio Deficit democratici. Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader (Università Bocconi Editore 2018; 192 pagg.; 16,50 euro; 8,99 epub).

Professore, le elezioni del 4 marzo hanno visto il trionfo della cosiddetta “anti-politica”. La vittoria del populismo rappresenta un deficit democratico?

Il paradosso è che in questo caso la democrazia italiana ha funzionato ed il deficit di democrazia è stato in parte colmato, poiché è evidente che i partiti usciti vincitori hanno dato voce ad un blocco maggioritario di cittadini che si sentivano poco rappresentati dai partiti tradizionali ed aspiravano ad una rappresentanza nuova, diversa. Non dimentichiamoci che godono del consenso di circa il 60 % degli italiani.

Dove vede il deficit maggiore in Italia?

Direi che il deficit maggiore si annida soprattutto nella crisi dei partiti tradizionali e dell’afasia dei loro leader: in particolare nel centro-destra con Forza Italia non c’è alcuna attività propulsiva mentre il Pd appare paralizzato in un’opposizione irrilevante alla Lega e al Movimento 5 Stelle, senza offrire alcuna rappresentanza politica agli elettori che ha perso e ad una prospettiva di cambiamento».

In un recente saggio il sociologo De Rita lamenta l’egemonia di una classe politica “prigioniera del presente” senza un progetto di sviluppo organico per il Paese. Lei che ne pensa?

Non sono sicuro che siano prigionieri del presente. La Lega ha una strategia chiara almeno fino alle elezioni europee del 2019: riuscire ad essere più forte in Italia per essere più forte in Europa. Per raggiungere tale obiettivo non esita ad allearsi con regimi autocrati come Mosca e altri Paesi dell’ex blocco sovietico. Ritengo assai più evidente la manifesta incapacità politica del Movimento 5 Stelle. Il fatto stesso che il premier Giuseppe Conte si definisca “un avvocato del popolo” che ritiene di dover “proteggere il popolo” lascia intravvedere come non abbia neppure capito dove si trovi: il presidente del Consiglio è infatti un rappresentante del popolo e non un suo avvocato, deve guidare il popolo e non difenderlo.

Un deficit dei leader come nel caso della Brexit?

Se si votasse oggi i britannici sarebbero di certo assai più informati sull’Europa.

Nel suo libro lei punta l’indice anche contro gli astensionisti. Chi non vota danneggia la democrazia?

Certamente, perchè la qualità di una democrazia dipende in modo speciale dalla qualità dei suoi cittadini. Le democrazie hanno bisogno di cittadini interessati alla politica, ovvero alle modalità di vita organizzata nella loro città. Informati sulla politica, altrimenti come si potrebbe concedere a loro il potere di scegliere chi dovrà formulare e attuare le politiche pubbliche che tutti ci coinvolgono e che tutti dovremo subire e pagare? Partecipanti, perché senza partecipazione non può esistere nessuna democrazia. E che si sentano efficaci, ovvero dotati di una ragionevole fiducia nella loro capacità di influenzare coloro che hanno ottenuto il potere politico.

Pubblicato il 2 novembre 2018

Sovranismo, populismo, autoritarismo

Sovranismo è pensare di riuscire a fare da soli quello che la collaborazione fra ventisette/ventotto stati non riesce a conseguire. E’ anche il tentativo furbesco di approfittare dei rapporti con quegli Stati solo quando conviene, senza dare nulla in cambio, peggio, violando sistematicamente le regole pre-stabilite e approvate e gli impegni presi. Nessuno Stato nell’Unione Europea è stato espropriato della sua sovranità, meno che mai da burocrati e tecnocrati senza volto che vivono a Bruxelles. Ciascuno degli Stati e tutti i loro governi hanno liberamente deciso di aderire all’Unione Europea consapevoli di stare cedendo una parte della loro sovranità nazionale. Sanno anche che nell’Unione Europea possono contribuire a proteggere e promuovere i loro interessi nazionali, ad esempio, prosperità e sicurezza, collaborando con gli altri Stati-membri. Non è vero che nell’Unione se qualcuno “vince” qualcun altro deve perdere. Spesso il “gioco” è a somma positiva: guadagnano un po’ tutti (e le statistiche lo dimostrano). Chi esce, come oramai tutti dovrebbero imparato grazie all’esperienza della Brexit, sicuramente perde — la mia impressione è che gli Stati piccoli perderebbero di più. La cessione consapevole di sovranità, se accompagnata da capacità, intelligenza, impegno, rafforza quegli Stati che hanno quelle qualità e le applicano poiché riusciranno a rispondere meglio alle esigenze e preferenze dei cittadini. Laddove, invece, i politici si rilevano inadeguati, in molti modi e da molti punti di vista, nessun vantaggio potrà scaturire da una presenza sulla scena europea non accompagnata da competenza e credibilità. Al contrario (e se qualcuno pensa che il riferimento è all’Italia ha colto il punto). L’Italia e, con poche eccezioni, i governanti italiani dal 2006 ad oggi, semplicemente non sono stati credibili.

Con il senno di poi, ma anche guardando alla tragedia del Venezuela contemporaneo, è persino troppo facile affermare che il fenomeno per eccellenza della non-credibilità è il populismo. Per lo più il leader populista giunge al potere grazie, in parte, agli errori dei governanti “democratici”, in parte, alle sue capacità personali nello sfruttare/strumentalizzare quegli errori, infine, in parte non piccola, alla credulità di ampi settori del popolo. Ovviamente, non è mai tutto il popolo che porta al successo il leader populista il quale, tutte le volte che gli parrà opportuno, contrapporrà il popolo buono, quello vero, che lo sostiene, al popolo cattivo, e definirà “nemici del popolo”, coloro che lo contrastano. E’ la pretesa di un leader, ma anche di un movimento, di rappresentare da solo, direttamente, senza bisogno di organizzazioni intermedie, il popolo, che costituisce l’elemento caratterizzante le esperienze populiste. E’ il rifiuto del pluralismo sociale, politico, culturale. E’ il rigetto di qualsiasi modalità di competizione libera e aperta. E’ il disconoscimento della separatezza e dell’autonomia relativa delle istituzioni, in particolare, di quelle parlamentari, talvolta giudicate inutili e spesso bypassate, e di quelle giudiziarie, dove si annidano alcuni nemici del popolo e del populismo! Sul filo teso dell’equilibrismo populista, abbiamo ascoltato il Presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte definire il suo ruolo “avvocato del popolo”. I vertici del governo italiano hanno definito il loro documento di bilancio, già bocciato (23 ottobre) dalla Commissione Europea, “la manovra del popolo”. La banalità del populismo si accompagna e si nutre dell’ignoranza di non pochi settori del popolo stesso in attesa delle soluzioni miracolistiche promesse dai populisti di tutte le tacche. Quando il populismo fallisce, come è sempre successo, dappertutto, allora la tentazione è forte, spesso irresistibile, di introdurre elementi di autoritarismo e di applicarli.

Può esistere una “democrazia illiberale”, quale, secondo Viktor Orbán, è diventata l’Ungheria del cui governo lui è il capo? Un sistema politico che impedisce ai mass media di fare il loro lavoro, che manipola il sistema giudiziario, che sottilmente colpisce qualsiasi attività degli oppositori, ha solamente intaccato i principi liberali: diritti civili e politici e freni e contrappesi istituzionali, oppure ha anche gravemente ristretto gli spazi democratici introducendo elementi di autoritarismo? (La Polonia è incamminata su questa strada). Quanto possa durare una “democrazia” continuando a privarsi del “liberalismo” è una domanda alla quale molti sistemi politici latino-americani e africani hanno già dato una risposta chiara: poco. Certo, il liberalismo potrebbe tornare, ma più facile, più probabile, anche se non inevitabile, è che quella democrazia illiberale scivoli nell’autoritarismo. La dictablanda, faccio ricorso alla terminologia elaborata con raffinata ironia dai latino-americani, può essere sia la conseguenza logica e politica di una democradura sia la sua alternativa più praticabile. Né l’una né l’altra troveranno legittimazione nell’Unione Europea.

Pubblicato il 1° novembre 2018 su italianitalianinelmondo.com