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Le democrazie sono imperfette

Questo testo riprende e rivisita creativamente (sic) parti del mio libro Deficit democratici (Milano, Egea-Università Bocconi Editore, 2018).

 

Alle democrazie manca sempre qualcosa. È giusto così. Forse è persino meglio così perché nelle democrazie è possibile continuare a cercare quello che manca, spesso trovandolo. Democratico è quello che deve essere soggetto al controllo del popolo, vale a dire, governanti, rappresentanti, assemblee elettive, leggi, non, però, la burocrazia, le Forze Armate, la magistratura, le istituzioni scolastiche che debbono rispondere a criteri di efficienza e efficacia, di conseguimento degli obiettivi decisi dai rappresentanti e dai governanti. Il popolo deciderà poi se, come, quando fare circolare quei rappresentanti e governanti, cambiarli, meglio non usando il criterio burocratico del limite ai mandati tranne per le cariche elettive di governo che hanno la possibilità di sfruttare il loro potere per influenzare la propria rielezione.

La democrazia riguarda esclusivamente la sfera politica, quella nella quale si affida a qualcuno il potere di decidere “secondo le forme e i limiti della Costituzione”. Naturalmente, è ciascuna Costituzione, anche con riferimento all’assetto istituzionale del sistema politico: vari modelli di parlamentarismo, di presidenzialismo, di semi-presidenzialismo, persino di governi direttoriali-collegiali (come la Svizzera), a stabilire quelle forme e i relativi limiti. Qualcuno deve arbitrare relativamente alle forme e ai limiti. Dalla Costituzione USA in poi quel qualcuno è una Corte Costituzionale, il “giudice delle leggi”, la cui esistenza e la cui attività non vanno affatto a scapito della democrazia tranne quella che viene interpretata in chiave populista dove il popolo deciderebbe tutto con il suo voto, a prescindere dalle forme e dai limiti, finendo spesso nelle braccia di leader populisti e demagoghi e con loro fuoriuscendo dalla democrazia. Certo, ci sono anche casi nei quali è la democrazia che “fuoriesce” dal popolo (e da se stessa) ovvero meglio isola i governanti dal popolo. Succede quando una coalizione di strutture raggiunge accordi di non belligeranza e non interferenza e si irrigidisce dando vita ad autoritarismi centrati sul riconoscimento di reciproche sfere di influenza: la burocrazia statale, le Forze Armate, i grandi gruppi industriali, spesso la Chiesa.

Nella misura in cui la democrazia è pluralismo competitivo, le coalizioni autoritarie nascono raramente, vivono malamente e durano (relativamente) poco. Si trovano nei paesi a noi vicini soprattutto in Russia e in Turchia, ma soltanto qualche commentatore avventato può definire entrambi i paesi “democrazie autoritarie” (che è persino peggio dell’espressione “obblighi flessibili”). Russia e Turchia sono situazioni nelle quali non manca qualcosa alla democrazia. Manca la democrazia. L’obiezione che in entrambe c’è democrazia poiché si vota va completamente fuori bersaglio. Le elezioni democratiche debbono essere libere, competitive e eque. Nulla di tutto questo né in Russia né in Turchia né, naturalmente, in molte altre situazioni, ad esempio, di recente, in Zimbabwe. Laddove i cittadini non godono pienamente dei diritti politici, ad esempio, quello di candidarsi, di dare vita ad organizzazioni (persino, partiti) e di fare campagna elettorale, e, spesso, vedono i loro diritti civili, ad esempio, all’informazione, calpestati, in nessun modo è possibile considerare “democratiche” quelle elezioni. Tuttavia, anche alle elezioni democratiche può mancare qualcosa, ad esempio, gruppi selezionati e discriminati di elettori .

In troppi stati del Sud degli USA le minoranze afro-americane si vedono private, del diritto di voto con vari accorgimenti burocratici: requisiti di residenza, di registrazione nelle liste elettorali, di conoscenza della Costituzione. Altrove, le assemblee statali a maggioranza repubblicana fanno da tempo ricorso quasi scientifico, chirurgico al gerrymandering, alla manipolazione dei collegi elettorali. Quando le leggi elettorali danno scarso potere agli elettori, ad esempio, sottraendo loro qualsiasi possibilità di influenzare la scelta dei parlamentari siamo, ovviamente, di fronte ad un deficit democratico (Rosato, de te fabula narratur). Le democrazie si reggono su un’unica eguaglianza assoluta, quella di fronte alla legge: isonomia. Non è un’eguaglianza che esiste in natura. Deve essere creata e alimentata, mantenuta e riprodotta in continuazione. La democrazia è rule of law, governo della legge. Nessuna democrazia ha mai promesso l’eguaglianza di risultati. Non soltanto impossibile da conseguire, un’eguaglianza di questa specie sarebbe molto pericolosa poiché impedirebbe a ciascuno di noi di soddisfare effettivamente le sue priorità e le sue preferenze. Non desidero più denaro, ma più tempo libero. Mi impegno a lavorare di più per un certo periodo della mia vita per fare il critico d’arte in un altro periodo. Nelle democrazie esiste pluralismo delle scelte, ma, chiaramente, a seconda dei tempi e dei luoghi, nelle democrazie c’è sempre un deficit di risorse per soddisfare tutti i desideri, tutti i bisogni. Saranno, però, i cittadini a decidere quanto risparmiare, quanto spendere, come e quanto ridistribuire. E avranno regolarmente la possibilità di cambiare le loro preferenze nel corso del tempo.

Spesso le democrazie sono deficitarie per quel che riguarda il ruolo e il potere politico delle donne, dell’altra metà del cielo, che si traduce in gravi diseguaglianze sociali e economiche. Le quote rosa non risolvono il problema e possono persino essere anti-costituzionali. Tocca alle donne sfidare il potere politico maschile/ista non limitandosi a salire sulle code dei potenti e a farsi portare là dove si trovano le cariche che, come vengono attribuite/elargite, potranno essere revocate.

Last but not least, nelle democrazie può manifestarsi un deficit di leadership. Fermo restando che, periodicamente, si riscontrano deficit di capacità e qualità nel mondo dell’industria, diciamo meglio, fra i capitalisti, nell’accademia, nel giornalismo, nelle squadre di calcio e nell’atletica, i deficit di leadership politica hanno conseguenze sistemiche molto più gravi. Raramente le democrazie selezionano i “migliori” (qualità di quasi impossibile definizione) , ma in democrazia, costoro sono, per definizione, i vincenti nelle elezioni competitive. Raramente i migliori in un sistema politico dedicano le proprie energie alla politica. Molto diffusi in Italia l’antiparlamentarismo e l’antipolitica danno un grande contributo a tenere i migliori, con pochissime eccezioni, lontani dalla politica. Però, quello che conta è che un regime democratico rimanga sempre competitivo e aperto. La leadership di buona qualità riuscirà a fare la sua comparsa, ad affermarsi. Naturalmente, i migliori dovranno “sporcarsi le mani”, conquistare i voti. Dovranno contare sull’esistenza di molti cittadini interessati alla politica,informati sulla politica, partecipanti, non solo con il loro voto, alla politica.

Le democrazie hanno gravi deficit se questi cittadini sono pochi di numero, poco interessati e poco informati, partecipanti infrequenti e fluttuanti. La democrazia esisterà comunque, ma il suo funzionamento difficilmente sarà soddisfacente e la sua qualità risulterà certamente modesta, ma corrisponderà alla situazione che i suoi cittadini si sono costruita e meritata. Al cittadino non competente e non partecipante, che si irrita e protesta, allora diremo cura te ipsum. Se la democrazia è potere del popolo, il popolo ha il dovere civico di prepararsi per esercitarlo in maniera appropriata riducendo al massimo i suoi deficit cognitivi e partecipativi. Yes, we can.

Pubblicato il 3 settembre 2018

Alla ricerca di un Macron che non c’è

La domanda giusta non è: “chi è il Macron italiano?”. La domanda giusta è: “sarebbe possibile un Macron in Italia?” Non pochi hanno già dato risposta alla prima domanda: “Matteo Renzi”. È la risposta sbagliata poiché Macron ha rotto gli schieramenti politici francesi e ha creato un movimento allargato, mentre Renzi ha addirittura agevolato la rottura del PD e ne ha ridotto il consenso. Più importante è la risposta alla seconda domanda. A fronte delle improvvisate richieste di un Macron italiano, la mia risposta è: “non ne esistono le condizioni politiche e istituzionali minime”. Preliminarmente, si dovrebbe anche osservare che Macron non ha affatto rinnovato la sinistra francese . Ha, invece, assorbito parte significativa del declinante Parti Socialiste e ha emarginato quel che è rimasto della sinistra in Francia (equivalente come consenso elettorale grosso modo a quello del Partito Democratico in Italia). A nessuno in Italia riuscirà di fare un’operazione come quella francese poiché mancano le condizioni politiche e soprattutto istituzionali. Quand’anche Forza Italia fosse assimilabile ai gollisti francesi, che, a loro volta, sono stati largamente erosi da Macron, quel che rimane del suo consenso elettorale, aggiunto a quello del PD, supponendo che giungessero relativamente compatti all’appuntamento, non servirebbe a conseguire nessuna maggioranza parlamentare. Anzi, il rischio è che una parte degli elettori di Forza Italia accelererebbero il loro deflusso a favore di Salvini. Quel che soprattutto manca all’eventuale “operazione Macron” è il contesto istituzionale. Con coraggio politico di cui bisogna dargli atto, Macron entrò in campo grazie alla decisiva opportunità offertagli dal modello istituzionale della Quinta Repubblica francese: l’elezione popolare diretta del Presidente. La sua performance è stata notevole, ma la sua personale vittoria fu favorita dalla frammentazione dell’elettorato altrui. Poi, è stata la legge a doppio turno per l‘elezione dell’Assemblea Nazionale francese a dargli attraverso una serie di convergenze e di riaggregazioni una maggioranza parlamentare molto confortevole, ma anche molto composita. Nessuno può pensare neppure per un momento che la legge Rosato, approvata con lo scopo di dare ai leader il potere di nominare i loro parlamentari, consentirebbe agli elettori italiani di “rompere le righe” a favore di nuovi candidati che abbiano già trovato un leader coraggioso. Infatti, quand’anche esistesse un leader politico dotato di sufficiente coraggio da sfidare quel che rimane dei partiti in Italia, gli mancherebbe l’arena. Senza semi-presidenzialismo accompagnato da una legge elettorale a doppio turno a nessun uomo o donna politica italiana sarà mai possibile mettere alla prova il proprio coraggio. Dunque, chi vuole (essere) un Macron italiano dovrebbe iniziare la sua battaglia proponendo il modello semi-presidenziale francese e la relativa legge elettorale. Il resto sono chiacchiere ovvero, come direbbero i francesi, è noioso e improduttivo blà blà blà.

Pubblicato AGL il 3 settembre 2018

La Costituzione è ancora il Patto fondamentale che lega tutti i cittadini e le Istituzioni? #6settembre #Cesena

Alcune parole chiave: Sovranità, Culture politiche, Asilo, Partecipazione, Partiti, Conflitto di interessi, Leggi elettorali, Senza vincolo di mandato, Governo, Antifascismo, Modificare la Costituzione

Associazione Benigno Zaccagnini Cesena

giovedì 6 settembre 2018 ore 17.30
Aula Magna Biblioteca Malatestiana Cesena

Gianfranco Pasquino

La Costituzione è ancora il Patto fondamentale
che lega tutti i cittadini e le Istituzioni?

 

 

 

Progetto “Il futuro è oggi” Video intervista a Gianfranco Pasquino

Economia
CAPITALISMO
Quale potrebbe essere l’evoluzione futura del complesso rapporto tra capitalismo globalizzato e democrazia?

 

 

Geopolitica
SCENARIO GLOBALE
Quali trend stanno emergendo a livello geopolitico?

 

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Progetto “Il futuro è oggi”

Come sarà il futuro? Quali scenari si stanno delineando in campo sociale, politico, economico e tecnologico? Come si trasformerà il nostro modo di rapportarci alla realtà che ci circonda?
Sul futuro proiettiamo speranze e aspettative di progresso, ma anche paure e timori. Se è vero che anticipare ciò che ci attende è difficile e che avvicinarsi alle frontiere dell’ignoto richiede una buona dose di coraggio, è altrettanto vero che non possiamo abbandonarci alla nostalgia del passato o stazionare in un perpetuo presente.
Mossi dal desiderio di scoprire ciò che ci attende, in partnership con Fondazione Pordenonelegge.it, Dedica Festival e Teatro Comunale “Giuseppe Verdi” di Pordenone, abbiamo intervistato alcuni esponenti della cultura italiana e internazionale.
Siamo fermamente convinti che proprio la cultura, intesa come capacità di analisi critica e consapevole, che non ci fa fuggire davanti ai problemi ma anzi ci porta a trovare per essi autentiche soluzioni originali, possa aiutarci a comprendere i cambiamenti in atto, a dominarli per quanto possibile e non ad esserne dominati.

Video intervista è stata registrata nell’ambito del festival Pordenonelegge 2017

Il filosofo vuole cambiare partito

Cambiare il Partito Democratico? Si può, sostiene Roberto Esposito su “Repubblica” (24 agosto). È facile. Però, bisogna che gli intellettuali che criticano il PD si iscrivano al partito. Lo cambieranno da dentro. Come mai non ci (mi metto, non abusivamente, fra gli intellettuali critici) abbiamo pensato prima? Per fortuna che, adesso, grazie ad Esposito, i filosofi non si limitano più a studiare il mondo, ma cercano di cambiarlo. Non so quanto mondo conosca il filosofo Esposito. Sono, invece, sicuro che non conosce i partiti politici e, meno che mai, il PD (come partito, non come dirigenti). Lascio da parte che, anche se, nel peggiore dei casi, il PD avesse circa 300 mila iscritti, sarebbe difficile per gli intellettuali di sinistra vincere numericamente qualsiasi battaglia interna a qualsivoglia organismo di partito. Riuscirebbero mai ad ottenere la maggioranza in un circolo del PD? A Bologna certamente no. Lì hanno vinto coloro che volevano candidare Pierferdinando Casini al Senato e poi l’hanno anche fatto votare (e votato davvero!). Altrove, bisognerebbe fare un’analisi circolo per circolo, ma ho regolarmente assistito a votazioni nelle quali facevano la loro comparsa truppe cammellate di iscritti tempestivamente invitate per l’ora nella quale si sarebbe tenuta la votazione. Grazie a interventi “sapientemente” misurati, la votazione aveva luogo quando gli oppositori si erano stancati e i cammellati erano arrivati.

Peraltro, il problema per l’iscrizione di massa degli intellettuali comincerebbe proprio dalla richiesta della fatidica tessera. Infatti, qualsiasi domanda di iscrizione può essere respinta dal direttivo di qualsiasi circolo. Le motivazioni del respingimento sarebbero tutte molto plausibili. Come si fa a dare la tessera a quello lì che ci critica da anni oppure a quello lì che si è opposto alle riforme costituzionali oppure a quell’altro che ha votato LeU, l’ha detto pubblicamente, se n’è vantato? Non siamo affatto convinti che l’aspirante condivida, minimo, il programma del partito, e così via.  Iscrizione a rischio, spesse volte lasciata ad libitum dei dirigenti del partito locale i quali, ovviamente, hanno i voti e sono in grado di respingere persino gli eventuali simpatizzanti di un altro leader locale che sia in minoranza. No, il filosofo Esposito non conosce il Partito Democratico e le sue dinamiche. Sembra che non conosca neanche il funzionamento dei partiti in generale. Avrebbe, forse, potuto (dovuto) rafforzare il suo bizzarro invito all’iscrizione di massa degli intellettuali con qualche esempio di successo tratto da sistemi politici nei quali la trasformazione di uno o più partiti è avvenuta con la procedura da lui suggerita.

La un tempo famosissima Bad Godesberg (1959) grazie alla quale la SPD riuscì a accreditarsi come partito non a vocazione maggioritaria, ma governativa, avvenne in seguito all’iscrizione di massa degli intellettuali tedeschi a quel partito? La creazione del Parti Socialiste in Francia nel 1971 fu il prodotto di spostamenti di masse di intellettuali al seguito di François Mitterrand oppure di una lunga elaborazione culturale e politica in club nei quali si trovavano settori della società civile, borghesia progressista, imprenditori, alti funzionari statali, laureati della Grandi Scuole d’Amministrazione (non ricordo la presenza di filosofi), ma soprattutto della leadership politica? La trasformazione del Labour Party in New Labour all’inizio degli anni novanta del secolo fu il seguito di un boom di iscrizioni di intellettuali oppure di un cambio generazionale e di una consapevole lotta politica condotta da Tony Blair, Gordon Brown e alcuni esperti di comunicazione politica? Qualcuno potrebbe anche voler chiedere a Esposito in quale conto i fondatori del Partito Democratico hanno dato prova di tenere gli intellettuali nel 2007 e poi, ad esempio, nel 2018 per le candidature al Parlamento.

Nessuna iscrizione di massa al PD è possibile a meno che i non meglio definiti intellettuali critici del partito si organizzino come falange compatta (non proprio la modalità organizzativa preferita e praticata dagli intellettuali chiunque siano) prima di qualsiasi azione nei confronti del PD. Altrimenti, quasi sicuramente sarebbero risucchiati nelle logiche di funzionamento interno di un partito organizzato in piccole, settarie oligarchie. Soprattutto, una volta ufficialmente iscritti, troveranno molti ostacoli all’espressione del loro dissenso. Forse, però, è questo l’obiettivo di Esposito: fare risucchiare gli intellettuali critici e, mentre lui continuerà a scrivere su “Repubblica”, sostanzialmente silenziarli.

Pubblicato il 25 agosto 2018

E se fosse questo il PD che vogliono?

Sembra che sappiano tutti, in particolare, gli editorialisti dei grandi quotidiani (ahi, almeno marginalmente ci ricasco anch’io) come ricostruire il Partito Democratico. Un po’ meno (personalmente, direi “per niente”) lo sanno i dirigenti del Partito. La maggior parte di loro non ha perso le elezioni. E’ tornata in Parlamento. Non ha, essendo stata paracadutata, nessun collegio da curare. Deve soltanto capire come posizionarsi. La prossima volta le carte, pardon, i collegi, le darà ancora Renzi oppure toccherà a qualcun altro (escludo “altra”)? E’ preferibile stare coperti/e aspettando a esprimersi poiché si sarà molto meglio accolti essendo decisivi al momento delle votazioni: “gli ultimi saranno i primi”… Tutto già visto, anche già criticato, ma questo è il rituale non soltanto del Partito Democratico il quale, però, aveva promesso qualcosa di diverso, molto di più. Naturalmente, gli ispiratori, i teorici, i fondatori sostengono, in numerose dichiarazioni e interviste, che è stato tradito lo spirito originario del partito. Farebbero meglio a chiarire quale era quello spirito e chi e come l’ha tradito. Potrebbero, a coronamento di una riflessione che merita di avere i toni di una forte autocritica, anche dire se il Partito Democratico, così com’è adesso, è recuperabile oppure bisogna costruire qualcosa di assolutamente nuovo.
Nel silenzio (operoso?) dei dirigenti, le ricette degli editorialisti non sembrano particolarmente originali. Smettere con l’arroganza e la pretesa di sapere tutto, comunque e sempre di più non soltanto degli elettori, ma anche degli iscritti, che contano poco o nulla, e dei simpatizzanti, meno di niente. Il fatto è che loro, i dirigenti, politici di mestiere, sono assolutamente convinti di saperne di più. Possono anche fare finta di ascoltare, ma poi vanno dove vogliono. Attendo esempi contrari. Mettersi in contatto con, ahi, la gente? il popolo? gli elettori? L’occasione migliore è sempre quella offerta da una campagna elettorale, ma con la legge Rosato non ce n’era bisogno del contatto, spesso faticoso, qualche volta controproducente. Tweet e Facebook non sono alternative alla presenza sul territorio. Possono integrarla, mai sostituirla. Chi c’è sul territorio del PD? Alcuni inamovibili dirigenti locali in carriera che certamente lotteranno con le unghie e con i denti per continuare la carriera. Conoscono da tempo gruppi di elettori. Quelli, non altri, insieme ai “quadri intermedi” in coda per il loro turno, mobiliteranno sia per la carriera sia, se necessario, per le preferenze. No, le incursioni in territori ostici non le faranno quei politici di mestiere. Ne abbiamo viste di sconfitte eccellenti dei dirigenti del PD nelle elezioni del marzo 2018? Fuori i nomi!
Adesso, da ultima, è spuntata l’idea dei comitati che dovrebbero riannodare qualche filo di discorso politico con l’elettorato (certo non maggioritario) che vede i guasti del governo giallo-verde e teme ancora più per il futuro. Dove sono finiti i leggendari Comitati per il “sì” dai quali secondo il segretario riformatore costituzionale sarebbe scaturita la nuova classe dirigente? Tutti dissolti dopo la pesante sconfitta? Ma è questo il modo di fare politica oppure dovrebbe, piuttosto, consistere nell’imparare le ragioni della sconfitta e del perché quel 40 per cento di elettori del “sì” non costituivano il bottino di Renzi? Da capo. Il deserto non è soltanto nelle periferie, ma anche nel centro delle città. Chiaro che a Bologna non ci si può aspettare granché dal Senatore del PD Pierferdinando Casini, ma altrove, Torino, Milano, Firenze, Roma, qualcuno può vantare iniziative significative, per esempio, una discussione vera non soltanto sulle cause della sconfitta elettorale e sulle ragioni della perdurante irrilevanza politica?
Alla fine di questa riflessione, non derivante dalla calura, avendo nel passato scritto abbondantemente sulla “cazzimma” dei dirigenti della sinistra, sui loro ipocriti rapporti con gli elettori, sul loro disinteresse per l’organizzazione bypassata dalle comparsate televisive, sono giunto a una conclusione, non nuovissima (almeno per me), ma da discutere, sì, discutibile. E se fosse proprio questo, vale a dire, quel che ne è rimasto, il PD voluto da coloro che l’hanno votato?

Pubblicato il 23 agosto 2018

Il Governo e il peso di quegli applausi

Gli applausi di Genova al governo vanno contestualizzati e interpretati. Il contesto è che sia la città di Genova sia la Regione Liguria hanno maggioranze di centro-destra, ma anche una forte presenza del Movimento Cinque Stelle. Dunque, il governo giallo-verde riscuote già in partenza le simpatie politiche degli elettori liguri. Tuttavia, ciò che sicuramente è contato di più in quegli applausi è il comportamento degli esponenti del governo che ha incrociato le reazioni e le emozioni prevalenti. Con toni diversi, con qualche eccesso “giustizialista”, sia Di Maio sia Salvini, ma anche il Presidente del Consiglio Conte, hanno messo sotto accusa e, qualcuno direbbe, già condannato la società responsabile della manutenzione del ponte Morandi . Hanno altresì rimproverato i governi passati e le loro burocrazie per gli accordi con Atlantia e i mancati controlli. Infine, hanno annunciato la revoca del contratto, la richiesta di adeguati risarcimenti e l’intenzione di nazionalizzare la Società Autostrade per l’Italia. Poco importa ai fini della spiegazione degli applausi che le condanne definitive richiederanno l’intervento della magistratura, attendendo i suoi tempi, e che anche l’eventuale revoca non sarà affatto facile. Al funerale delle vittime, i “cavilli” giudiziari e burocratici sono passati in secondo piano rispetto alle buone intenzioni del governo giallo-verde. In qualche modo, gli uomini al governo hanno sottolineato due aspetti di assoluto rilievo che vanno contro vent’anni almeno di assuefazione neo-liberista. Primo: non è affatto scontato che i capitalisti siano più efficienti dello Stato né, meno che mai, che si curino degli interessi generali a scapito dei loro ingenti profitti. Secondo: esistono attività che per natura, importanza, impatto sulla collettività devono essere svolte dallo Stato e rispetto alle quali la responsabilità non può che essere assunta dai politici. Probabilmente, è proprio l’attribuzione al Partito Democratico, che ha governato negli ultimi cinque anni, della responsabilità dei mancati controlli e di arrendevolezza nei confronti di una grande impresa privata, che spiega, forse, persino giustifica, i fischi al segretario Martina, già Ministro dell’Agricoltura, e alla parlamentare genovese Roberta Pinotti, già Ministro della Difesa. Con affermazioni ancora troppo generiche, il governo giallo-verde, con la perplessità di Salvini, che conosce bene il suo elettorato lombardo-veneto di piccoli e medi imprenditori, sembra volere (ri-)costruire una situazione nella quale lo Stato sia regolatore attento e inflessibile del mercato e della concorrenza e persino torni a fare il gestore di alcune attività definite strategiche. Tanto le infrastrutture quanto la rete di comunicazioni di un paese si sono strategiche per il buon funzionamento del sistema economico e per la vita dei cittadini. Gli applausi di Genova sono interpretabili come invito al governo ad assumersi il compito di rilanciare il paese. Hic Genova hic salta.

Pubblicato AGL il 21 agosto 2018

Gianfranco Pasquino será Profesor Honorario Visitante de la Universidad Autónoma del Estado de Hidalgo @UAEH_OFICIAL #FUL2018 #LaFeriaDeTodos #Mexico

La Feria Universitaria del Libro 2018 se complace en tener la participación del reconocido escritor internacional de ciencia política, Gianfranco Pasquino, formando parte del Claustro Honorario Visitante de la UAEH. Es profesor emérito de Ciencia Política por la Universidad de Bolonia. Su pasión y entrega a la politología identifican al profesor, político y senador italiano, destacado a nivel internacional.

El reconocido escritor internacional de la ciencia política Gianfranco Pasquino será reconocido como nuevo profesor honorario visitante de la Universidad Autónoma del Estado de Hidalgo (UAEH) en la 31 Feria Universitaria del Libro (FUL) 2018 que será realizada del 24 de agosto al 2 de septiembre en las instalaciones del poliforum Carlos Martínez Balmori, de Ciudad del Conocimiento.

La ceremonia de investidura como nuevo Profesor Honorario Visitante de Gianfranco Pasquino será el 28 de agosto a las 9 horas, cuando el rector de la máxima casa de estudios de la entidad Adolfo Pontigo Loyola le entregue la beca académica. De esa forma, el destacado politólogo quedará adscrito al área académica de ciencia política y administración pública del Instituto de Ciencias Sociales y Humanidades (ICSHu).

Lo anterior, en el contexto de la sexta emisión del régimen de seminarios internacional que forma parte del Programa de actividades de innovación educativa para el alumnado de la UAEH, aprobado por el consejo universitario, que permite consolidar internacionalmente las unidades académicas a través de su incorporación y adscripción a la línea de investigación de los expertos académicos prolíficos y expertos internacionales.

Después de la ceremonia de investidura, Gianfranco Pasquino impartirá el taller La comparación en ciencia política. ¿Por qué y cómo comparar?, en el Pabellón Internacional Margarita Michelena del poliforum universitario. Posteriormente, ofrecerá la conferencia magistral titulada “La democracia exigente”, en el salón de actos Ingeniero Baltasar Muñoz Lumbier, del centro cultural La Garza a las 13:30 horas. El 29 de agosto, a las 11 horas, el experto en ciencia política presentará su más reciente libro Deficit democratici, en el auditorio Josefina García Quintanar del poliforum.

Cabe destacar que Gianfranco Pasquino es profesor emérito de ciencia política por la Universidad de Bolonia. Su pasión y entrega a la politología identifican a ese catedrático, político y senador italiano, destacado a nivel internacional. Obtuvo el máster de habilidades en relaciones internacionales por la Escuela de Relaciones Internacionales Avanzadas en Washington DC, en la Universidad Johns Hopkins en 1967. Se especializó en política comparada por la Universidad de Florencia, guiado por el reconocido politólogo italiano Giovanni Sartori. Es licenciado en ciencias políticas por la Universidad de Turín en 1965, donde tuvo como profesor a Norberto Bobbio, jurista y politólogo italiano.

Además, Pasquino es profesor asociado superior de ciencia política en la Universidad Johns Hopkins, de Bolonia, en la que imparte clases de política italiana y desarrollo político comparado. Igualmente ha sido profesor visitante y ha colaborado en numerosas escuelas y universidades, como Florencia, Harvard, California, Instituto Juan March de Madrid, Instituto Christ Church de Oxford, Clare Hall de Cambridge e Instituto St Antony’s de Oxford, donde ha escrito obras sobre la política italiana y política comparada.

Pasquino obtuvo el Máster de Habilidades en Relaciones Internacionales por la Escuela de Relaciones Internacionales Avanzadas en Washington D.C. en la Universidad Johns Hopkins en 1967. Se especializó en Política Comparada por la Universidad de Florencia guiado por el reconocido politólogo italiano Giovanni Sartori. Es Licenciado en Ciencias Políticas por la Universidad de Turín en 1965 teniendo como profesor a Norberto Bobbio jurista y politólogo italiano.

Es Profesor Asociado Superior de Ciencia Política en la Universidad Johns Hopkins en Bolonia, donde imparte clases de Política Italiana y Desarrollo Político Comparado. Además, ha sido profesor visitante y ha colaborado en numerosas Escuelas y Universidades como: Florencia, Harvard, California, Instituto Juan March de Madrid, Instituto Christ Church de Oxford, Clare Hall de Cambridge e Instituto St. Antony’s de Oxford donde ha escrito obras sobre la política italiana y política comparada.

Dentro de sus publicaciones recientes destacan:

  • 2018. Deficit democratici
  • 2017. La sociedad (in) civili. Coautor
  • 2017. Europa en 30 lecciones
  • 2015. La Constitución en 30 lecciones
  • 2014. Partidos, instituciones y democracia
  • 2014. Política e instituciones
  • 2013. Cuarenta años de ciencia política en Italia
  • 2012. Sistemas políticos comparados
  • 2011. Nuevo curso de Ciencia Política
  • 2010. Las palabras de la política

 

 

 

 

La democrazia è viva #vivalaLettura

“Crisi della democrazia?” Non la pensa così il candidato Chamisa che ha appena perso le elezioni presidenziali in Zimbabwe. Anzi, sostiene che il vincitore ha manipolato le regole democratico-elettorali e che in un quadro effettivamente democratico non sarebbe riuscito a vincere. L’opposizione venezuelana combatte contro il Presidente Maduro proprio per (re-)instaurare uno Stato di diritto e la democrazia politica con la rigorosa osservanza della separazione dei poteri e il ritorno dei militari nelle caserme. Un po’ dovunque nel mondo, dalla Russia alla Turchia, dall’Africa all’Asia, persino in Italia, ci sono uomini e donne che combattono ostinatamente per e in nome della democrazia, sì, proprio quella definita “occidentale”. Sono spesso arrestati e condannati, ma non cessano la loro battaglia. No, per loro non c’è “crisi della democrazia”. Al contrario. Ci sono leader e movimenti autoritari, teocratici, sultanisti, populisti che comprimono e soffocano la democrazia. Tutti i dati disponibili segnalano che mai nel passato sono esistiti tanti sistemi politici che possono essere legittimamente e rigorosamente definiti democratici, nei quali la competizione politico-elettorale è libera e periodicamente conduce all’alternanza al governo, nei quali i diritti dei cittadini sono protetti e promossi, nei quali l’aspettativa di vita è superiore a quella di qualsivoglia regime autoritario.

Nel 2018 è stato conseguito un risultato storico, quello del più alto numero di sempre di persone che vivono in paesi liberi. Con il suo regime chiaramente e totalmente dominato da un partito e da una nomenklatura, è la Cina che fa da massimo contrappeso alle democrazie realmente esistenti. Nessuno dei paesi divenuti democratici dopo quella che Samuel Huntington definì la terza ondata di democratizzazione, dalla metà degli anni settanta dello scorso secolo al post-1989, ha perso le caratteristiche democratiche iniziali fondanti. Certo, dobbiamo preoccuparci dell’involuzione dell’Ungheria e della Polonia. Dobbiamo ritenere l’avanzata e la sfida dei variegati populismi pericolose per la vita democratica di un sistema politico, ma finora di regressi e crolli dovuti a populismi vittoriosi non se ne sono visti (in Venezuela è stata l’implosione del bipartitismo inaridito a aprire la strada a Chavez). Le democrazie “illiberali” sono una ferita all’ideale di democrazia, ma conservano potenzialità di trasformazione positiva. Ciononostante, la cosiddetta crisi della democrazia, non solo disagio e disincanto, è oggetto di seriose conversazioni fra intellettuali, meglio se in qualche ridente località sede di convegni accademici, e di allarmate discussioni nelle redazioni dei giornali.

In generale, la maggioranza dei cittadini sembra pensarla alquanto diversamente, soprattutto nelle democrazie europee, in particolare quelle di più lunga durata. In Italia, la percentuale di insoddisfatti è superiore a quella dei soddisfatti, ma il punto da sottolineare è che le critiche riguardano il “funzionamento”, non la “natura”, della democrazia. Già trent’anni fa Giovanni Sartori tracciò una linea distintiva chiara e netta fra la democrazia ideale e le democrazie reali, quelle realmente esistenti. Ciascuno di noi ha una visione di come vorrebbe che fosse la sua democrazia ideale e ciascuno di noi (e dei nostri concittadini) valuta il rendimento, le prestazioni della democrazia italiana anche alla luce della sua democrazia ideale. Le valutazioni negative non coinvolgono affatto automaticamente la democrazia in quanto insieme di regole, di istituzioni, di comportamenti. Anzi, proprio perché siamo esigenti nei confronti della democrazia diventiamo molto critici delle sue carenze, delle sue inadeguatezze, dei suoi deficit. Allora, meglio sarebbe se, seguendo le indicazioni di Sartori, da un lato, prendessimo atto che la democrazia ideale non è conseguibile, ma merita di continuare a essere l’insieme di criteri con i quali valutare le democrazie realmente esistenti, e, dall’altro, non negassimo che, sì, in effetti, non c’è “crisi della democrazia”, ma nelle democrazie esistono molti problemi di funzionamento che devono essere affrontati e risolti, mentre nuove sfide sorgono proprio perché le democrazie sono società vivaci e aperte.

Chi sceglie questa strada che, a mio parere, non soltanto è quella giusta, ma è anche quella più produttiva, vedrà probabilmente che i problemi di funzionamento, da un lato, affondano le loro radici nelle istituzioni e nelle regole e, per quel che riguarda il caso italiano, clamorosamente nelle leggi elettorali e nei rapporti Parlamento/ governo, ma, dall’altro, dipendono moltissimo dai cittadini stessi. Norberto Bobbio ha scritto che questa è la promessa che la democrazia non ha mantenuto: non è riuscita a educare politicamente i cittadini. I problemi della democrazia, se si preferisce le “crisi nelle democrazie”, sono la conseguenza dell’esistenza di cittadini che non s’interessano di politica, non sono informati sulla politica, partecipano poco alla politica (per i quali il voto è spesso l’unica modalità di partecipazione in tutta la vita) e, magari, se ne vantano, pur godendo di tutte le cose buone, a cominciare dal cambiare idee e preferenze, che solo la democrazia garantisce. Questi cittadini, disinformati e apatici, non sono in grado di innescare e fare funzionare il circolo virtuoso della responsabilizzazione di coloro che ottengono il potere di rappresentarli e di governarli. Non sapranno valutarne qualità e operato. Non manderanno a casa i peggiori. Non riusciranno a imporre la selezione dei migliori fra loro – meno che mai, naturalmente, se esistesse quello tremendamente semplificatrice mannaia burocratica che si chiama “limite ai mandati”. Fuori dalle carenze istituzionali e elettorali , che pure esistono, ma sono riformabili, i problemi delle democrazie contemporanee derivano dall’incompetenza, dalla disinformazione, dal mancato impegno, dal conformismo e dalla bassa qualità dei cittadini. Crisi dei cittadini “democratici”?

Pubblicato il 19 agosto 2018

Gli irriducibili del referendum perduto

A quasi due anni dal referendum costituzionale, gli sconfitti non riescono a farsene una ragione. Anzi, con un implausibile ricorso al post hoc ergo propter hoc attribuiscono la responsabilità di tutti gli esiti negativi, compresa la formazione del governo Cinque Stelle-Lega, a chi ha votato “no”. Non sembrano neppure sfiorati dal dubbio che quelle riforme fossero malfatte e controproducenti, che la campagna plebiscitaria dell’autore di riforme male fatte, tecnicamente, quindi, “malfattore”, abbia provocato reazioni di rigetto, che le argomentazioni a sostegno siano state mediocri e faziose.

Ho ascoltato più volte qualche professore per il “sì” affermare senza nessun ripensamento che la riforma del Senato avrebbe posto fine al bicameralismo “perfetto” (che, se fosse tale, sarebbe davvero da preservare). Il governo giallo-verde deriverebbe dall’esito referendario, anche se non facilmente spiegabile è come mai le Cinque Stelle abbiano accresciuto i loro voti fra il 2013 e il 2018 e la Lega li abbia addirittura quadruplicati. La loro campagna elettorale si è svolta principalmente su temi costituzionali, su quella vittoria, oppure, rispettivamente, su reddito di cittadinanza e blocco dell’immigrazione? Nessuno fra gli sconfitti che si chieda dove sono finiti quel 40 per cento di elettori del PD nelle europee del maggio 2014 e poi del “sì” che il segretario Renzi, mai smentito dai suoi collaboratori, al contrario, applaudito e osannato, rivendicava come suoi facendo un paragone azzardato con lo scarno 26 per cento per Macron nel primo turno delle elezioni presidenziali francesi? Comunque, dimenticando le sconfitte nelle elezioni amministrative del 2015, dove sono finiti e a chi quei voti fuggiti che hanno lasciato il PD al 18 per cento circa? Non sono certamente stati conquistati da Liberi e Uguali, il cui esito percentuale (e politico) è stato assolutamente deludente. La campagna elettorale del PD nel 2018 è stata impostata e condotta in maniera brillante? L’attacco a due punte, Renzi e Gentiloni, ha valorizzato le riforme e la figura del Presidente del Consiglio, già allora più popolare del due volte segretario del partito? È mai passata (se esisteva) l’idea che il PD s preoccupasse delle diseguaglianze, fosse il partito che avrebbe operato per ridurre quelle esistenti e per creare eguaglianze di opportunità? E tutto questo c’entrava qualcosa con la sconfitta referendaria, era impedito da quella sconfitta oppure reso più impellente? Quelle cattive riforme avrebbero cambiato in meglio la Costituzione italiana, che non è necessario considerare la più bella del mondo (non esiste concorso di bellezza per le Costituzioni altrimenti assisteremmo alla paradossale vittoria della Costituzione che non c’è: quella inglese) per valutarne positivamente le qualità? Mancano al loro dovere di difesa della Costituzione gli esponenti del no che non scendono in piazza contro le elucubrazioni di Davide Casaleggio sulla futura probabile inutilità del Parlamento? Oppure il confronto fra riforme fatte e proposte futuribili è improponibile, oltre che un processo alle (non) intenzioni?

Potrei concluderne che la pochezza argomentativa degli irriducibili giapponesi del sì è rattristante. Potrei anche aggiungere che sono fatti loro, parte della spiegazione di una sconfitta sonora che non hanno mai saputo spiegarsi e che continuano a non capire. Dirò, invece, che gli sconfitti del sì, chiusi nella loro torre dalla quale vedono solo le responsabilità altrui, privano il paese e i loro elettori di un’opposizione sulle cose, in grado di contrastare un governo al quale diedero prematuramente via libera, e di controproporre. Chi non impara dalla storia è condannato a riviverla (ma alcuni fra noi non si meritano questa punizione).

Pubblicato il 18 agosto 2018