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Dare i numeri per fare coalizioni

In politica i numeri contano, ma, come ha sempre convincentemente sostenuto Sartori, bisogna saperli contare. Nel contesto attuale, quelli che contano sono i numeri dei voti e i numeri dei seggi. Per formare un governo i numeri dei seggi debbono, abitualmente, raggiungere una maggioranza. Nel caso tedesco, ad esempio, la maggioranza che elegge il/la Cancelliere/a deve essere assoluta con riferimento al numero dei deputati. Nel caso italiano, lo scarno dettato costituzionale “il governo deve avere la fiducia delle due Camere” (art. 94) lascia ai regolamenti parlamentari di stabilire quale debba essere la maggioranza, non degli aventi diritto, ma dei votanti (i contrari potendo astenersi oppure, come al Senato, uscire dall’aula per non farsi contare). La teoria delle coalizioni, un campo di ricerca della scienza politica sviluppato con molto successo, ha chiarito che possono esistere tre tipi di coalizioni: di minoranza, minimo vincenti, sovradimensionate. Nel corso del tempo, l’Italia ha avuto governi di tutt’e tre i tipi, con una leggera prevalenza di governi che si reggevano su coalizioni sovradimensionate (come, per lo più, il centrismo, il centro-sinistra e, soprattutto, il pentapartito).

Sovradimensionata è qualsiasi coalizione che comprenda anche partiti non necessari per conseguire la maggioranza assoluta in Parlamento. Pertanto, le Grandi Coalizioni di stampo tedesco non appartengono alla categoria delle coalizioni sovradimensionate, essendo entrambi i partiti contraenti assolutamente necessari per conseguire la maggioranza assoluta dei seggi. La teoria delle coalizioni rileva poi come più plausibili siano le coalizioni fra partiti contigui, fra partiti programmaticamente compatibili, fra partiti che già abbiano formato una coalizione fra loro e che, di conseguenza, sono in grado di ridurre le incertezze sui rispettivi comportamenti e i tempi delle inevitabili contrattazioni sul programma di governo.

Le elezioni italiane del 2018 hanno consegnato un Parlamento nel quale dal punto di vista numerico sono possibili più coalizioni, nell’ordine: Movimento 5 Stelle più Centro-destra; Centro-destra più PD; Movimento 5 Stelle più Lega; Movimento 5 Stelle più PD, qui sotto presentate.

 

 

*Da aggiungere 4 Senatori e 14 Deputati di LiberieUguali. Non tengo conto delle affiliazioni dei cinque Senatori a vita.

Poiché, almeno temporaneamente, il Partito Democratico si è chiamato fuori affermando di volere fare un’opposizione (a un governo che ancora non esiste) seria e responsabile (anche se alcune posizioni già sembrano ridicole e irresponsabili), restano in campo, per usare il politichese, quella che sarebbe una coalizione notevolmente sovradimensionata (forse anche preoccupantemente tale poiché con i due terzi dei voti è possibile riformare la Costituzione senza correre il rischio di un referendum oppositivo) e una coalizione davvero minimo vincente: Cinque Stelle e Lega.

Toccherà al Presidente della Repubblica sciogliere la matassa che, in verità, non è neppure troppo ingarbugliata. E’ probabile che il Presidente ponga due condizioni: la compatibilità programmatica e l’operatività effettiva, condizioni che stanno insieme. Rimane aperto il problema della leadership della coalizione. Teoricamente, se tutto il centro-destra partecipa compatto alla coalizione, allora le quotazioni di Salvini crescono significativamente. Altrimenti nella coalizione Cinque Stelle-Lega il candidato naturale a Presidente del Consiglio è Di Maio. Tuttavia, il prezzo della coalizione potrebbe essere la rinuncia di entrambi alla carica più elevata e la loro convergenza, incoraggiata e favorita dal Presidente, su una persona terza accettabile da tutt’e due e magari tale da avere un consenso parlamentare persino più ampio. Sì, le democrazie parlamentari hanno un grande pregio: la loro flessibilità. Il resto dipende, ahivoi, dalla qualità della classe politica.

Pubblicato AGL 5 aprile 2018

Contro la politica degli analfabeti

Nella sua brillante introduzione alla Antologia di scienza politica da lui curata e pubblicata dal Mulino nel 1970, Sartori affermava senza mezzi termini che la cultura politica italiana soffriva di “analfabetismo politologico”. I suoi bersagli erano chiari: democristiani e comunisti, e lo sarebbero rimasti fino alla loro ingloriosa scomparsa. I democristiani irritavano Sartori per la loro accertata incapacità di andare oltre una cultura giuridica alquanto formalistica e per l’incomprensione dei meccanismi della politica, a cominciare, già allora, dai sistemi elettorali. Ai comunisti rimproverava, nella sua veste non soltanto di politologo, ma di liberale, l’uso della teoria marxista, per quanto ridefinita da Gramsci, inadeguata alla comprensione di tematiche come la Costituzione e lo Stato. Soprattutto, però, la critica che valeva per entrambi riguardava in particolare il cattivo uso dei concetti e la manipolazione talvolta persino inconsapevole che ne facevano gli intellettuali di entrambi i partiti. Soltanto molto tempo dopo mi sono reso conto che fin dalla metà degli anni cinquanta, in chiave e con obiettivi parzialmente diversi, sia Bobbio (Politica e cultura, Einaudi 1955) sia Sartori (Democrazia e definizioni, Il Mulino 1957), avevano sfidato frontalmente la cultura politica “catto e comunista”. Bobbio continuò a farlo apertamente e esplicitamente fino all’ultimo. Destra e sinistra, (Donzelli 2004) ne è una chiara testimonianza. Sartori intraprese un lungo percorso di ricerca nel quale il caso italiano rimaneva un caso e poco più. Anzi, Sartori affermò ripetutamente, anche in polemica con il provincialismo di troppi studiosi, che parlavano dell’Italia DC-PCI come di un’anomalia positiva, che chi conosce un solo sistema politico non conosce neppure quel sistema. Non scrisse mai un libro dedicato a una tematica sostanzialmente italiana anche se divenne un critico severissimo e agguerritissimo di tutte le riforme elettorali e istituzionali italiane che, uomini (e donne) privi di cultura politologica e politica, hanno fatto e rifatto con pessimi esiti. I suoi libri sulla democrazia e sui sistemi di partito restano monumenti della scienza politica della seconda metà del secolo scorso e sono letture imprescindibili, ma Sartori teneva moltissimo a due volumi più recenti e più mirati: Ingegneria costituzionale comparata (Il Mulino, più edizioni, da ultimo 2004) e Homo videns (Laterza 2000).

Ogniqualvolta, specialmente nei pungentissimi editoriali per il “Corriere della Sera” (variamente raccolti Mala tempora, Laterza 2004 e Il sultanato, Laterza 2009) analizzava un qualche fenomeno politico, Sartori metteva grande cura nell’applicare in maniera ovviamente molto concisa il suo metodo comparato e le conoscenze acquisite. La domanda di fondo alla quale rispondeva era sempre quella relativa alle conseguenze prevedibili di interventi, mutamenti, trasformazioni nel sistema, nei partiti, nella leadership, nelle leggi elettorali. Spiegazioni e/o teorie probabilistiche erano i ferri del suo mestiere: “se cambiano le condizioni a, b, e c allora è probabile che cambino le conseguenze x, y, z”. Certo, discutere con chi di volta in volta produceva spiegazioni ad hoc, spesso tanto particolaristiche quanto fragili, era un esercizio che spesso lo irritava e che volgeva sul beffardo, sulla presa in giro.

Spariti i suoi interlocutori democristiani e comunisti i quali, almeno, avevano letto qualche libro e talvolta s’interrogavano effettivamente su riforme e conseguenze, persino sul metodo con il quale analizzare il sistema politico italiano e i suoi partiti, Sartori si trovò costretto a fare i conti con analisti e politici improvvisati. Il liberale che era in lui colse immediatamente l’incongruenza di una rivoluzione liberale di cui, dopo la caduta del Muro di Berlino, avrebbe dovuto farsi portatore e interprete un imprenditore duopolista (nell’importantissimo settore della comunicazione, in particolare televisiva), un imprenditore che (af)fondava la sua politica in un gigantesco conflitto di interessi. Perché mai questo accanimento contro Berlusconi, si chiesero molti commentatori, visto che l’allora Cavaliere aveva “salvato” l’Italia dai comunisti e dai post-comunisti? Eppure, la risposta di Sartori era semplice, lineare, inoppugnabile: liberalismo c’è quando potere economico e potere politico sono e, nella misura del possibile, rimangono nettamente separati. In una democrazia liberale al potere economico non si può consentire di conquistare il potere politico. Il conflitto d’interessi è una ferita permanente nel corpo di quella democrazia. Sartori era tanto più credibile in questa denuncia poiché si era per tempo schierato contro la partitocrazia ovvero quella situazione nella quale il potere politico, più precisamente dei partiti, si annetteva pezzi di potere economico, sociale, culturale.

Il liberalismo di Sartori si rafforzava e raffinava grazie alla sua scienza politica, ad esempio, ricordando che le democrazie liberali sono tali quando garantiscono effettiva rappresentanza politica agli elettori. Dai buoni sistemi elettorali viene buona rappresentanza che esige nella maniera più assoluta l’assenza di qualsiasi vincolo di mandato. Fin dal 1963 Sartori aveva sollevato il quesito se i parlamentari si sentissero maggiormente responsabili nei confronti dei dirigenti di partito, dei gruppi d’interesse, degli elettori? La risposta è, naturalmente, empirica, ma la proposta di Sartori è chiara: bisogna disegnare sistemi elettorali che consentano ai parlamentari di essere effettivamente e essenzialmente responsabili nei confronti degli elettori. A Sartori è stato risparmiato l’obbrobrio tanto dell’Italicum (non ho dubbi che avrebbe fatto notare che i premi di maggioranza Italicum-style c’entrano con la buona rappresentanza come i cavoli a merenda) quanto, ancor più, della Legge Rosato. Ma ha avuto il tempo di bollare la Legge Calderoli con l’epiteto Porcellum. Non gli attribuisco niente che non si possa trovare nei suoi scritti se aggiungo che sarebbe inorridito ad ascoltare fior fiore (sic) di riformatori e di commentatori, neanche analfabeti di ritorno, perché mai alfabetizzati, sostenere la necessità di un’apposita legge elettorale in un sistema partitico diventato tripolare. Tanto per cominciare avrebbe sostenuto che prima di contare i poli si contano i partiti (quindi, il sistema partitico italiano è multipartitico), poi se ne valuta lo stato di consolidamento, davvero molto limitato, infine che alcuni sistemi elettorali forti hanno effetti restrittivi sui partiti e sui sistemi di partiti. Le leggi elettorali si scelgono per dare vita al sistema di partiti preferito, che non è la stessa cosa di favorire o svantaggiare qualsivoglia partito.

Alla morte di Bobbio, il necrologio scritto da Sartori sulla “Rivista Italiana di Scienza Politica” (aprile 2004), intitolato Norberto Bobbio e la scienza politica in Italia, si concludeva con le seguenti parole: “Bobbio è stato per tutti gli studiosi un modello di come si deve scrivere, insegnare, e anche partecipare alla vita pubblica. … Norberto Bobbio è stato, e resta, il più bravo di tutti noi”. Credo di potermi permettere sia di condividere queste parole sia di aggiungere nel primo anniversario della sua morte che Sartori è senza nessun dubbio stato “il più bravo di tutti noi”, ma anche uno dei migliori scienziati politici degli ultimi cinquant’anni.

Pubblicato il 3 aprile 2018

I piani dei leader e le regole del Presidente

L’attenzione politica è giustamente rivolta alle consultazioni con i dirigenti dei partiti e dei gruppi parlamentari che il Presidente Mattarella inizierà domani. Il Presidente è consapevole che dovrà confrontarsi con i portatori di troppe affermazioni errate relative al funzionamento di una democrazia parlamentare. Quindi, certamente, dirà a tutti i suoi interlocutori che gli italiani non hanno eletto nessun governo. Nelle democrazie parlamentari i governi nascono, vivono, si trasformano e, con non auspicabili eccezioni di crisi extraparlamentari, muoiono in Parlamento. Dirà anche, a chi ne ha molto bisogno, che gli italiani non hanno eletto nessuna opposizione e che, lui, il Presidente, prima di procedere a dare qualsivoglia incarico, vuole vedere le carte (vale a dire, i programmi e le priorità) e le candidature a capo del governo presentate da tutti i partiti. Preso atto che effettivamente ci sono due “vincitori” delle elezioni, il Presidente terrà nel massimo conto sia la richiesta di Luigi Di Maio di ottenere l’incarico in quanto capo designato del partito più grande, quello che ha ottenuto più voti e che dispone di più seggi in Parlamento. Al tempo stesso, il Presidente vorrà sapere se Matteo Salvini, che è riuscito a moltiplicare voti e seggi della Lega, è unanimemente riconosciuto da Forza Italia e da Fratelli d’Italia come capo della coalizione di centro-destra. Preso atto di quelle dichiarazioni, il Presidente comunicherà ad entrambi che prima di procedere a dare l’incarico all’uno o all’altro, è assolutamente imperativo che tutt’e due dicano quali sono gli alleati potenziali che con i loro seggi sarebbero in grado di garantire la formazione di un governo basato su una maggioranza parlamentare non risicata, stabile, sufficientemente coesa e operativa. Questo sarà il passaggio più delicato. Infatti, come stanno attualmente le cose, né il Movimento Cinque Stelle né la coalizione di centro-destra sono in grado, da soli, di offrire al Presidente la certezza di dare vita alla maggioranza necessaria.

Nessuno deve scandalizzarsi se, per le ragioni che ho indicato sopra, sia Di Maio sia Salvini insisteranno nel loro desiderio di ottenere l’incarico. Dipenderà da loro se mettere un veto reciproco sulle rispettive candidature, magari consegnando al Presidente la possibilità di individuare un terzo uomo (il nome di una “terza donna” non è finora emerso), oppure se dare inizio all’indispensabile confronto sui programmi e sulle relative priorità. Con ogni probabilità il Presidente Mattarella si asterrà dal valutare i programmi eventualmente presentatigli limitandosi a pochissime parole che riguarderanno certamente un’esigenza irrinunciabile: che qualunque governo nasca si impegni a mantenere saldamente l’Italia nell’Unione Europea e non faccia nessun giro di valzer con ipotesi, atteggiamenti, politiche neppure lontanamente sovraniste. Questa posizione potrebbe creare più di un problema per Salvini e Giorgia Meloni.

Probabilmente, il Presidente ricorderà anche a tutti suoi interlocutori che non ha nessuna intenzione di avallare la formazione di un governo di scopo, meno che mai se quello scopo dovesse essere unicamente fare un’altra legge elettorale. Infine, Mattarella concluderà il primo giro di consultazione con un’altra affermazione molto chiara. Qualsiasi governo si cerchi di costruire dovrà essere un governo politico, espressione dei partiti rappresentati in Parlamento, e legittimamente tale poiché entrerà in carica, a norma di Costituzione, ottenendo “la fiducia delle due Camere” (art. 94). Nessun governo è a termine. La sua vita dipende dalla sua coesione e dalle sue capacità di rispondere ai compiti da svolgere e alle riforme da fare. Meglio utilizzare qualche settimana in più per conseguire specifiche e precise convergenze partitiche e programmatiche piuttosto che affrettarsi a fare un governo che nasca con nodi irrisolti e contraddizioni destinate a destabilizzarlo.

Pubblicato AGL il 3 aprile 2018

Revolution #PoliticalCommunication

The International Encyclopedia of Political Communication, 3 Volume Set
Gianpietro Mazzoleni (Editor), Kevin G. Barnhurst (Associate Editor), Ken’ichi Ikeda (Associate Editor), Rousiley C. M. Maia (Associate Editor), Hartmut Wessler (Associate Editor) Dec 2015, Wiley-Blackwell

Revolutions are fundamental changes, mostly irreversible and entailing violence, that profoundly transform the political, the social, and the economic spheres of society. All revolutions have been the product of political frustrations felt by several large sectors of society after a period of rising expectations that could no longer be satisfied. Also major unachieved reforms lead to revolutionary situations where a sort of fever will affect society. Revolutions entail a violent clash of challengers attacking the state. Revolutionary attempts are successful when the ruling elite loses its cohesion and when the armed forces are divided and decide not to fight back. There have been six victorious revolutions: the American (1776), the French (1789), the Mexican (1910), the Soviet (1917), the Chinese (1949), and the Cuban (1959). They have all institutionalized themselves and have led to strong state authorities. None of them has been reversed. The sheer passing of time prevents a return to the previous regime. The collapse of the Soviet Union has not reinstated the defeated social classes, but has opened the way to a new form of authoritarianism. If cohesion of the challengers is the most important condition for a revolutionary outcome, our times, characterized by pluralism of all kinds and by failed states exposed to the attacks of violent, often ethnic gangs, do not seem to be conducive to revolutionary occurrences.

All revolutions produce fundamental changes through a fair amount of violence. Revolutionary changes are irreversible. There have been “revolutions” in different fields: in astronomy, the Copernican revolution that in the early 1500s put the sun at the center of the universe; in the economy, the industrial revolution in the late 18th to early 19th century in Britain; and the communication revolution at the end of the 20th century. In a rightly famous book, Thomas S. Kuhn (1962) has written of scientific revolutions when the interpretive paradigms of a discipline are overhauled and replaced. In the last decades of the 20th century, yet another revolution made its appearance affecting the values of the post World War II generation: the postmaterialist revolution (Inglehart, 1977). More or less at the same time the West witnessed the so-called student revolution(s) of 1968 that affected a plurality of countries. Generally speaking, all these usages are acceptable (Griewank, 1969), but more precisely and appropriately the term “revolution” refers to fundamental changes in a political system. A revolution is considered by most authors to be an upheaval that produces major concomitant transformations in the political, the social, and the economic spheres (Eisenstadt, 1978). Hence, there is an overall, though not unanimous, consensus that so far the world has witnessed six revolutions: the American (1776), the French (1789), the Mexican (1910), the Russian (1917), the Chinese (1949), and, with some reservations, the Cuban (1959). Five other highly significant political events have also been defined as revolutions by some authors: the Glorious Revolution of 1688-1689 that transformed Britain from an absolute to a constitutional monarchy (a case of “regime change”); the revolutions of 1848 that shook most European traditional monarchies and initiated the reform of several of them; the failed Hungarian uprising of 1956 against the communist government backed by the Soviet Union; the overthrow of the authoritarian regime in Portugal (1974), known as the revolution of the carnations; and the conquest of political power by the Ayatollahs in Iran (1979).
Generally speaking, the so-called “revolutions from above” in Japan (starting with the Meji “restoration” of 1868), Turkey (1923), Egypt (1952), Peru (1968), as described by Trimberger (1978), to which one might add Ghaddafi’s in Libya (1969), cannot technically be considered revolutions. They were mostly military coups that replaced the rulers and attempted to change the state and society with a very limited involvement of the population. None of the events labeled Arab Spring (2011-2013) has exhibited the features that characterize a revolution. Even though in some cases the involvement of the population was high and the mobilization of youth and other social sectors was conspicuous, those events at best are examples of social uprisings. In some cases, the changes in the governing elites have been significant, but small. No fundamental changes have taken place in the socioeconomic sphere.

Definition
A revolution, according to James Harrington (1611-1677), is the product of a major incongruence between the distribution of political authority and economic power within a society. However, revolutions are not the automatic product of inequality, of marginalization, of impoverishment, or of proletarianization. It is not true, as written by Karl Marx and Friedrich Engels in the Communist Manifesto, that “the proletarians have nothing to lose, but their chains.” In any insurrection against the rulers, all of them risk their lives too. Moreover, most of the proletarians are probably not aware of the possibility of liberating themselves through revolutionary action. Marx thought that the revolution was going to take place once the contradictions of capitalism at its highest stage would pit the owners of the means of production against the proletarians. Therefore, the revolution was possible only in advanced countries where capitalism had reached its maturity. Lenin had different ideas and expectations. Only a party composed of professional revolutionaries, he wrote, would be capable of instilling the class consciousness indispensable to start a revolution. Interestingly, quite a different “theory” of revolution had been available some time before Marx and Lenin. It had been sketched in the 1830s by Alexis de Tocqueville in a letter to John Stuart Mill:
Notice the mechanism of all our revolutions; it can be described very exactly today: the experience of these last seventy years has proved that the people alone cannot make a revolution; as long as this necessary element of revolutions is isolated, it is powerless. It becomes irresistible only at the moment when one part of the enlightened class comes to unite with it, and such men lend it their moral support or their material cooperation only at the moment when they no longer fear it. (1985, pp. 367-368)

The space for a revolution opens up when the ruling class loses its cohesion, when some of its members join other social groups in search of a transformation of the regime, when the opponents of the regime grow in number and power up the point that the defenders of the regime realize that they no longer control sufficient power (Tilly, 1978). Hence, either they yield to the “revolutionaries” or they are militarily defeated. Unlike a coup d’état, a revolution is not a sudden event quickly concluded, but may drag on for some years.
For a revolution to take place, then, there must be, first, the breakdown of the social system, especially with reference to power deflation. Second, a loss of authority may follow when the elite becomes unable or unwilling to resort to the use of force no longer considered legitimate. “The final, or sufficient, cause of a revolution is some ingredient, usually contributed by fortune, which deprives the elite of its chief weapon for enforcing social behavior (e.g., an army mutiny), or which leads a group of revolutionaries to believe that they have the means to deprive the elite of its weapons of coercion” (Johnson, 1966, p. 91, author’s italics). To put it differently, but as cogently, following Tocqueville’s incisive remarks, a “revolution is most likely to take place when a prolonged period of rising expectations and rising gratifications is followed by a short period of sharp reversal, during which the gap between expectations and gratifications quickly widens and becomes intolerable” (Davies, 1969, p. 690). Frustration follows in the economic, social, and political arenas. “If the frustration is sufficiently widespread, intense, and focused on government, the violence will become a revolution that displaces irrevocably the ruling government and changes markedly the power structure of the society” (p. 690).

Revolutionary dynamics
Revolutions develop through time and go through different phases. In order to explain the revolutionary dynamics, Harvard historian Brinton (1965) has resorted to two metaphors. The first revolves around the storm; the second around the fever. The metaphor of the storm goes as follows:
At first there are the distant rumblings, the dark clouds, the ominous calm before the outbreak … then comes the sudden onset of wind and rain, clearly the beginnings of the revolution itself; the fearful climax follows, with the full violence of wind, rain, thunder, and lightning, even more clearly the Reign of Terror; at last comes the gradual subsidence, the brightening skies, sunshine again in the orderly days of the Restoration. (p. 15)

Having discarded the storm metaphor as too literary and dramatic, Brinton sketched the fever metaphor he found more appropriate. First, there are some symptoms not sufficiently developed to be the disease. Then comes a time when the full symptoms disclose themselves … the fever of revolution has begun. This works up, not regularly but with advances and retreats, to a crisis, frequently accompanied by delirium … the Reign of Terror. After the crisis comes a period of convalescence, usually marked by a relapse or two. Finally, the fever is over, and the patient is himself again, perhaps in some respects actually strengthened by the experience, immunized at least for a while from a similar attack, but certainly not wholly made over into a new man … for societies which undergo the full cycle of revolution are perhaps in some respects the stronger for it; but they by no means emerge entirely remade. (p. 17)

Both metaphors are suggestive and illuminating, but they also, on the one hand, contain some controversial elements and, on the other, deserve to be supplemented.
The most important controversial element is whether the political system that has undergone a revolution should be considered “entirely remade” or not. All victorious revolutionaries have advanced the claim to have totally restructured their political, social, and economic systems, going so far as to announce the appearance of a new man or, at least, the will to create the new man. Not only has this claim proved to be quite exaggerated, if not outright wrong, but its pursuit, often through periods of terror, has imposed a high toll of lives on all postrevolutionary societies. Another controversial element in Brinton’s metaphorical description of the dynamics of revolutions has to do with the likelihood of the reappearance of the revolutionary fever. There may be different stages in the revolutionary process, for instance, the democratic stage that brought to power Alexander Kerensky in February 1917 and the socialist stage which saw the ascent of the Bolsheviks in October 1917. But it would be more appropriate to consider the second stage as essentially the continuation of the same fever, not the product of a second attack of fever. Having survived the revolutionary fever without the disintegration of the political community, the political system will be rearranged with new rules, procedures, practices, and institutions. One can maintain that, no matter how, almost all successful revolutions have institutionalized themselves: some giving birth to democratic regimes (the American and, through long and difficult adjustment processes, the French and the Mexican); some through a gradual process of bureaucratization of their leaderships (the Soviet and the Cuban). The recent impressive economic development of China cannot, on the one hand, make one forget the convulsions during Mao Tse-tung’s rule (1949-1976) and, on the other hand, discount the fact that no democratization is in sight.
When dealing with the dynamics of the revolutionary process, there are three additional elements that deserve specific attention: the theme of the permanent (or uninterrupted) revolution; the too often neglected role of the armed forces in the revolutionary process; and the fate of the revolutionaries themselves. The first theme can easily be connected to the metaphor of the revolution as fever. Permanent revolution is a feverish condition deliberately maintained by the revolutionaries themselves. The term was coined by Leon Trotsky (1879-1940) who suggested, first, that, contrary to Marx’s expectations (Tucker, 1969), the two stages of the revolution, the democratic and the socialist, could be and, in cases of less developed countries, had to be combined together. Indeed, under some conditions, for instance in Russia, it had been imperative to combine them together. Second, the revolutionary process had to continue even when the revolutionaries had acquired political power. It had to affect and reshape all social relations in order not to be reversed. Third, and perhaps more important, Trotsky emphasized that the Russian revolution ought not to remain within the borders of the Russian state. Against Stalin’s will to build socialism in one country, Trotsky fought to carry the revolution to the West and to make it worldwide. In his opinion, socialism in one country was already degenerating (at the time of his writing 1928-1931) into a bureaucratic-authoritarian experiment, while in western countries the conditions were ripe, according to an authentic interpretation of Marx’s analysis, for revolutions and subsequent transitions to socialism. “The international revolution, in spite of its backslidings and provisional relapses, represents a permanent process” (Trotsky, 1963).
The launching by President Mao of the Great Cultural Proletarian Revolution (approximately 1965-1971) appeared to be largely motivated by the same preoccupations of Trotsky’s, that is, the increasing bureaucratization of the Chinese ruling group and the disappearance of the revolutionary spirit, plus, not to be underestimated, Mao’s desire to reaffirm his personal leadership. Local committees of soldiers, peasants, and students were created throughout China to fight against the intellectuals and the counterrevolutionaries. Many of them, members of the Communist Party, were purged and imprisoned, and, when not killed, had to go through a reeducation process entailing manual labor. Increasing the temperature of the fever surrounding and spurring the revolutionary transformation, the Red Guards, invited by Mao “to shoot on the headquarters,” brought havoc to the political system. Following Mao’s death (1976) the system was stabilized thanks to Deng Xiao-ping’s pragmatism (1982-1987).
All revolutions have necessarily been a challenge to the existing state apparatus and the rulers (Skocpol, 1979). No revolution can succeed unless the state apparatus is defeated and disintegrates. Therefore, violent confrontations have characterized all revolutions and are inherent in them (Kotowski, 1984). Especially with reference to the armed forces, their disintegration or, at least, the decision of sizable sectors of the officers not to stand by the rulers is required for the revolutionaries to take over. “Owing to the immense technical superiority of trained and fully equipped troops,” according to the pioneering analysis by Chorley (1943, p. 243), “it can be laid down that no revolution will be won against a modern army when that army is putting out its full strength against the insurrection.” While the French revolution was in fact the product of rising expectations and the subsequent socioeconomic and political frustrations that diminished the willingness of the police and the security forces to defend the King, there is no doubt that defeat in war was the most important condition leading to both the Russian and the Chinese revolutions. Russian and Chinese armed forces did disintegrate. Trotsky reorganized and led a completely restructured Red Army, while Mao forged his new military organization through the Long March. The Mexican Army broke down during the revolutionary process, while the armed forces supporting the Cuban dictator, former sergeant Fulgencio Batista, were poorly staffed and not well organized. Hence, they offered only limited resistance to Fidel Castro’s guerilla barbudos. The situation changed after World War II when, in Latin America and in Asia, professionalized armed forces have all rejected revolutionary attempts, preferring to give birth to military governments aiming at the construction, usually without success, of stable military regimes.

The postrevolutionary phase
Starting with the French experience and culminating in the Russian (Bolshevik) one, it has been stated that revolutions devour their children. With reference to those who launched, organized, and led the revolution to achieve its most fundamental goal, that is, the overthrowing of the previous regime and the total transformation of the existing socioeconomic structures, this statement is only partially true. It fits the two most dramatic cases of France and the Soviet Union in which, indeed, Robespierre and Stalin eliminated the entire revolutionary vanguard. The dynamics of the American, Mexican, and Chinese revolutions and, to a lesser extent, of the Cuban revolution too, have followed quite a different path. In all these cases, leaving aside a few personal trajectories, the revolutionaries who acquired political power have proved capable of retaining it and, to a large extent, have decided to share it. There was no prolonged struggle for power among those who made the revolution. There was no bloody reckoning and again, aside from a few exceptions, only limited purges were performed. The revolutionaries succeeded in institutionalizing their rule in a party, for instance the Partido Revolucionario Institucional (PRI) in Mexico and the Chinese Communist Party, and/or in a constitution, as in the USA and Mexico. Fidel Castro’s personal leadership seems to have assured the institutionalization of the Cuban revolution, although he did not refrain from the elimination of a few members of the original revolutionary team, but legitimate doubts remain concerning his heritage and succession.
A lot has been made of the importance of ideology and, especially, of Marxism in creating the cultural background and even the structural conditions for successful revolutions (Tucker, 1969). In practice, however, only two revolutions (Russia and China) out of six can be said to have been inspired by Marxism and to be led by communist leaders. In Cuba, Fidel Castro embraced communism years after his conquest of political power. Cuba cannot even be bracketed with those African and Asian countries in which the communist ideology has been utilized as an instrument oriented to socioeconomic development. Nevertheless, economic development cannot be considered the exclusive or even the paramount goal of the revolutionaries. Hannah Arendt’s words, “only where this pathos of novelty is present and where novelty is connected with the idea of freedom are we entitled to speak of revolution” (1963, p. 27), are more than suggestive. It is one thing to believe that “the revolutionary spirit of the last centuries, that is, the eagerness to liberate and to build a new house where freedom can dwell, is unprecedented and unequaled in all prior history” (p. 28), but quite another to proceed to an evaluation of the long-term consequences of the various victorious revolutions.
By definition, as well as in the minds and hearts of those who took part in them, revolutions are meant to produce not just a transfer of political power, but fundamental and irreversible changes in the allocation and distribution of political power. Following a successful revolution, technically, new authorities make their appearance. Irreversible changes are introduced in the postrevolutionary regime, that is, new rules, new procedures, new institutions, and, in several cases, a new constitution are created. Social hierarchies are obliged to disappear, that is, revolutions are meant to destroy all previous privileges and inequalities. All become citoyens or comrades supposedly to be treated equally. However, the political leader and intellectual Milovan Gilas, who participated in the construction of the communist regime in Yugoslavia, wrote in 1957 that a “new class” had made its appearance in all postrevolutionary communist countries and that a tight nomenklatura had acquired all the political power and privileges, reproducing itself and selectively coopting few additional components. Last but not least, the economic sphere is totally restructured by the revolutionaries. The land is redistributed and all properties are nationalized. The revolutionary state becomes the owner of the means of production and of all valuable resources or is put in full control of all the most important economic activities. Looking at the economic sphere, some revolutions, that is, the communist ones, have been more “revolutionary” than others. In practice, different methods of state ownership of all economic resources have meant the effective impossibility of any type of pluralism and have undermined any chance of oppositional activities, except from within the nomenklatura itself.
From a theoretical point of view, all the above-mentioned transformations could be reversed, but so far no counterrevolution has ever succeeded in turning back the clock of history. If and when the revolutionaries are stripped of political power, it will not be the old rulers that reacquire it. The aristocrats, the autocratic rulers, and the mandarins are gone forever. The landowners will never be returned their confiscated land. New oligarchs may emerge, but they have no relation whatsoever with those who were swept off by the revolution. All this does not mean, as Arendt suggested, that freedom has carried the day and will be forever secured. The experiences of the Soviet Union, of China, and of Cuba indicate, on the contrary, that new forms of oppression have made their unwelcome appearance. The post-1991 reemergence of Russia following the collapse of the Soviet Union is testimony that there is no return to what the revolution destroyed; rather, the new situation contains a battery of unexpected and original, but nonetheless quite effective, authoritarian practices.

Revolutions and the media
In all revolutions and revolutionary attempts, domestic conditions are dominant, perhaps paramount factors. All revolutionary attempts entail both the spontaneous participation and the organized mobilization of large masses of people. There may exist phases and cycles of participation and mobilization, often produced, augmented, and accelerated by the communication of events taking place in some specific area of the country. Most of the time that area is not the periphery but the capital, the exceptions being the Chinese and the Cuban revolutions (although in the latter case the conquest of Havana was decisive). Spreading the news that a revolt has started, that an increasing number of people have joined it, that the authorities are divided and vacillating, adds fuel to the revolutionary flame. It is legitimate to ask how the Internet and new media, in all their forms, contributed to the communication process instigated by some specific events and the way those events and the opportunities they provided became almost instantly known throughout several countries.
Facilitated by the existence of a common language, the new media offered the instrument through which what started in an obscure, peripheral area of Tunisia could be transmitted to many Arab countries in 2010-2011. The now “old” form of television broadcasting contributed as well but, of course, smartphones, Facebook, and Twitter acquired a significant role. In particular, what took place in Tahrir Square in Cairo and later in the Gezi Park in Istanbul suggests that the new media have served to enhance the amount of information easily available to all the participants as well as to international public opinion and foreign rulers. Still, the authorities themselves are in a position to utilize the new media in order to control and manipulate the flow of information. The fact that none of the revolutionary attempts of the Arab Spring has culminated in a revolutionary outcome does not detract from the importance of the Internet and new media. It only indicates that revolutions are much more than communicating grievances, inciting rebellion, and resorting to violence, even in the most modern form and in the most sudden way. Revolutions are about organizing large masses of people with a purpose.

Future perspectives
Are new revolutions possible and likely in our times? Revolutions as historical phenomena can be, and have been, compared from a variety of points of view. However, all of them have exhibited peculiar aspects deriving from time and space. A historical comparative perspective indicates that revolutionary opportunities may exist and materialize in many areas of the world. The question to ask is whether those opportunities will be translated into actual revolutions in the present globalized world. The tentative answer must be based on two considerations. The first one is that almost all contemporary political systems are socially, politically, and culturally extremely diversified. Therefore, they seem largely unable to give birth to cohesive blocks of challengers willing and capable of attacking the state and its apparatus. The second consideration is that where a revolution may seem to be a likely answer to a situation of high dissatisfaction, the masses of dissatisfied people lack the necessary organizational capabilities. Looking around, what can be seen are several failed states which, paradoxically, are so weak that they are exposed to violent gangs of rebels and pirates that are unable and unwilling to coalesce and that, in any case, do not seem in the least interested in attempting to launch the difficult enterprise of the conquest of the failed state. The revolution of communication has made available to the entire world images of dissatisfaction and destitution, but also of tough and unscrupulous repression. Easy and swift communication processes through the Internet hugely contribute to the mobilization of masses of individuals, but they have little or no impact on their organization. Expectations can still rise. But disorganized individuals and uprooted postideological intellectuals are both unable to capitalize on the discontent. Only religious affiliations seem, to some extent, to retain revolutionary potentialities. Fundamentalism seems to be the 21st century drive for major, albeit negative, transformations.

SEE ALSO: Leadership, Political; Political Participation; Progressive Movement; Social Movements; State/Statehood

References
Arendt, H. (1963). On revolution. New York, NY: Viking.
Brinton, C. (1965). The anatomy of revolution. New York, NY: Vintage.
Chorley, K. (1943). Armies and the art of revolution. London, UK: Faber and Faber.
Davies, J. C. (1969). The J-curve of rising and declining satisfactions as a cause of some great revolutions and a contained rebellion. In H. D. Graham & T. R. Gurr (Eds.), The history of violence in America (pp. 690-730). New York, NY: Praeger.
Eisenstadt, S. N. (1978). Revolution and the transformation of societies. New York, NY: Free Press.
Griewank, K. (1969). Der neutzeitliche Revolutionsbegriff: Entstehung und Entwicklung. Frankfurt am Main: Europäische Verlagsanstalt.
Inglehart, R. (1977). The silent revolution: Changing values and political styles among western publics. Princeton, NJ: Princeton University Press.
Johnson, C. (1966). Revolutionary change. Boston: Little, Brown.
Kotowski, C. M. (1984). Revolution. In G. Sartori (Ed.), Social science concepts: A systematic analysis (pp. 403-451). Beverly Hills, CA: Sage.
Kuhn, T. S. (1962). The structure of scientific revolutions. Chicago, IL: University of Chicago Press.
Skocpol, T. (1979). States and social revolutions: A comparative analysis of France, Russia, and China. New York, NY: Cambridge University Press.
Tilly, C. (1978). From mobilization to revolution. Reading, MA: Addison-Wesley.
Tocqueville, A. de (1985). Selected letters on politics and society (R. Boesche, Ed.). Berkeley, CA: University of California Press,
Trimberger, E. K. (1978). Revolution from above: Military bureaucrats and development in Japan, Turkey, Egypt, and Peru. New Brunswick, NJ: Transaction.
Trotsky, L. D. (1963). La révolution permanente 1928-1931. Paris, France: Gallimard.
Tucker, R. C. (1969). The Marxian revolutionary idea. New York, NY: Norton.
Further reading
Baechler, J. (1970). Les phénomènes révolutionnaires. Paris, France: Presses Universitaires de France.
Gurr, T. R. (1970). Why men rebel. Princeton, NJ: Princeton University Press.
Lasswell, H. D., & Lerner, D. (Eds.). (1965). World revolutionary elites: Studies in coercive ideological movements. Cambridge, MA: Massachusetts Institute of Technology.
Lenk, K. (1973). Theorien der Revolution. München, Germany: Fink.
Woddis, J. (1972). New theories of revolution: A commentary on the views of Frantz Fanon, Régis Debray and Herbert Marcuse. New York, NY: International.

 

Voce pubblicata ne The Wiley-Blackwell International Encyclopedia of Political Communication. a cura di G. Mazzoleni, Malden-Oxford: Wiley-Blackwell, vol. 3, pp. 1418-1427

Europa: dove soffia il vento? #Piacenza #5aprile Le Politiche in un mondo in movimento

Giovedì 5 aprile 2018 ore 18.15
Università Cattolica di Piacenza
via Emilia Parmense 84

Laboratorio di mondialità consapevole

Gianfranco Pasquino
Europa: dove soffia il vento?

 

PIETRO INGRAO, MEMORIA Il dubbio, gli interrogativi, la complessità

Pubblicato in

PRESENTE E FUTURO DEL LAVORO UMANO n.8 2018 viaBorgogna3

All’inizio degli anni ottanta mi capitarono due eventi molto fortunati (e fortunosi). Dopo avere letto il mio libro Crisi dei partiti e governabilità (Il Mulino 1980), Pietro Ingrao volle conoscermi. Facemmo una lunga chiacchierata sulla politica, sui partiti, sulle istituzioni e la loro eventuale riforma. Venni da lui invitato a partecipare alle attività del Centro per la Riforma dello Stato e a scrivere sulla rivista “Democrazia e Diritto”. Onorato e gratificato accettai subito (poi partecipai attivamente e scrissi molto). Nel 1983 la mia candidatura al Senato come Indipendente di Sinistra sponsorizzata dal gruppo dirigente del Partito Comunista dell’Emilia-Romagna fu sostenuta in sede nazionale anche da Pietro Ingrao. Nelle frequenti riunioni del Centro, alle quali mi era facile partecipare nei giorni in cui ero a Roma per il Senato, ebbi modo di stabilire con lui un rapporto di stima e collaborazione, soprattutto sulla tematica “bollente” di quei tempi (sic) le riforme istituzionali e la legge elettorale. Nel dicembre 1985 Ingrao venne a Torino a discutere con Norberto Bobbio del mio libro Restituire lo scettro al principe. Proposte di riforma istituzionale (Laterza 1985). Qualche tempo dopo mi chiese di dargli qualche indicazione per presentare un emendamento alle tesi del Congresso del PCI di Firenze nel 1986 (cosa che feci con molto piacere). Quell’emendamento ottenne il 20 per cento dei voti che Ingrao, abituato ad una posizione minoritaria nel partito, ritenne un buon successo, legittimazione di una battaglia che proseguì. Continuando nei nostri scambi di idee e in varie conversazioni approfittai per chiedergli di scrivere la presentazione a un libro a cui rimango molto affezionato: Una certa idea di sinistra (Feltrinelli 19879. Accettò volentieri e prontamente. Il libro fu presentato a Roma in una sala, se ben ricordo, della Camera dei Deputati da lui e da Giuliano Amato (appena uscito dal gravoso compito di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, cioè di Craxi).

Qui si intreccia il filo del discorso che intendo condurre sul suo libro postumo, Memoria, Roma, Ediesse, 2017. Lo farò con riferimento a tre elementi: il dubbio, gli interrogativi, la complessità. Notoriamente, Bobbio ha molto spesso sostenuto quanto sia difficile, se non, addirittura, sbagliato, avere delle certezze. Gli intellettuali non possono permettersi le certezze, meno che mai nelle faccende politiche (Il dubbio e la scelta. Intellettuali e potere nella società contemporanea, La Nuova Italia Scientifica 1993). Debbono avere e sollevare dubbi, il primo passo di qualsiasi ricerca e anche di qualsiasi analisi dei comportamenti e delle scelte dei detentori del potere politico. Meno chiaro è se Bobbio creda o no che all’uomo politico spetti avere e inculcare certezze nei suoi sostenitori, negli elettori, nella sua azione poiché il dubbio rischia di essere paralizzante. Certo, invece, è che Bobbio crede che l’etica debba avere uno spazio nella politica. DaI canto suo, Ingrao non ha mai fatto mistero di avere e nutrire molti dubbi. Anzi, spesso, se n’è fatto un vanto, personale e comparato, vale a dire nei confronti di politici e di analisti troppo sicuri di sé, incapaci di cogliere la problematicità della realtà di qualunque tipo e degli eventi, superficiali, faciloni, approssimativi. Non mi sorprende, quindi, che Ingrao rivendichi la sua ostinata pratica dubitante (Memoria, p. 115) e neppure che negli “indimenticabili” anni cinquanta non abbia trovato nessun sostegno nel partito.

Mi sorprende moltissimo, invece, che non abbia applicato la sua “pratica dubitante” a quello che non solo per me fu l’avvenimento spartiacque di quegli anni: la repressione armata della ribellione ungherese, effettuata per di più dopo che a tutti coloro che volevano leggere era diventato noto il Rapporto di Chruscev sui “crimini di Stalin e gli errori fatali legati al ‘culto della personalità”. Certo, la categoria era “sommaria” (Memoria, p. 102), ma non ricordo, in quel tempo e non vedo nei capitoli di questo libro un suo superamento ad opera di altre categorie formulate dai comunisti italiani e, neppure, dagli intellettuali, non furono pochi, lieti di definirsi “ingraiani”. Né mi pare sufficiente la frase interrogativa dello stesso Ingrao: “Non dice qualcosa il fatto che lo stalinismo sia caduto dall’interno?” Vuole forse Ingrao comunicarci che il comunismo, anche quello costruito da Stalin, conteneva al suo interno fattori di autocorrezione, autoriforma? Il capitolo sul crollo del comunismo, intitolato Sgretolamento, non offre nessun elemento esplicativo. All’uopo, non posso fare a meno di appoggiarmi a Bobbio, anche lui abile a sollevare interrogativo, ma, per lo più altrettanto abile a formulare una o più risposte. In questo caso specifico, la risposta di Bobbio, che apparve nel libro Quale socialismo? (Einaudi 1976), ha anche il pregio della parsimonia. L’inesistenza nel marxismo di una teoria dello Stato ha aperto la strada al culto della personalità e allo stalinismo. Il rischio delle degenerazioni rimane aperto. Purtroppo, nei saggi e nelle riflessioni contenute in Memoria Bobbio non è un interlocutore di Ingrao.

Credo di non forzare troppo il significato e il campo di applicazione del dubbio (variamente esplorato negli scritti e nelle interviste nel fascicolo della rivista dell’AREL intitolato Dubbio, 2/2016) e specificamente di quello di Ingrao (che sta alla base del libro di R. Vicaretti, La certezza del dubbio, Imprimatur 2015) se lo estendo al dissenso. In molte circostanze, il dissenso deriva dal dubbio che la valutazione di una situazione, la decisione presa, l’azione iniziata non siano le più appropriate e le migliori nelle condizioni date. Il partito nuovo, vale a dire il Partito Comunista di Togliatti, non era certamente il luogo più disponibile all’accoglimento del dissenso e alla sua pratica. In verità, non lo era neppure mai stato il partito “vecchio”! “Per me la costruzione collegiale di una linea politica esigeva in radice la libertà e la pubblicità, direi, la normalità del dissenso”. Nel PCI la normalità riguardava piuttosto il consenso che talvolta, purtroppo, fu conformismo. Più che dalla difficoltà di esprimere il dissenso (da parte di altri poiché certamente lui non era disposto a tacere), Ingrao era preoccupato dalle conseguenze del non-dissenso. “La questione del dissenso finiva per soprastare e cancellare tutto il discorso sulla proposta sociale” (Memoria, p. 120). In questo caso, la proposta riguardava come affrontare complessivamente il Sessantotto: movimento studentesco, autonomia del sindacato e sua qualità di soggetto politico. Il femminismo sarebbe giunto qualche tempo dopo. Pur sensibile alla ampia problematica sollevata dalle donne, qui Ingrao non ne parla.

Resisto alla tentazione di un excursus nel pensiero (liberal-)democratico per il quale è imprescindibile la discussione di Giovanni Sartori (The Theory of Democracy Revisited, Chatham House1987, vol. 1, pp. 86-) concernente la formazione del consenso e del dissenso nell’ambito del conflitto regolato -qualcuno aggiungerebbe lo scetticismo, il dubbio, per l’appunto, sulla bontà dei detentori del potere politico e dei loro comportamenti– che costituiscono il sale della competizione e del pluralismo. Trovo, però, opportuno sottolineare che Ingrao spinge il suo dubbio e il suo dissenso fino a fare quella che lui stesso definisce qui una “battaglia di frazione”. Non volle, però, chiamarla in questo modo quando effettivamente la iniziò nel famosissimo XI congresso del PCI a Roma nel 1966: “non lo dissi alla tribuna del congresso perché, subito, la discussione politica si sarebbe mutata in una secca questione di disciplina” (Memoria, pp. 119-120). Pochissimi anni dopo, in effetti, quella che lo stesso Ingrao definì un’azione “con caratteri frazionistici”, ovvero quanto veniva dicendo e facendo il gruppo del Manifesto, venne trasformata in una secchissima, durissima, senza appello “questione di disciplina”. La “lotta politica contro le posizioni sbagliate e i metodi seguiti dai compagni del Manifesto” (sono le parole del discorso di Ingrao al Comitato Centrale del PCI il 15 ottobre 1969) sboccò quasi — qui lascio un piccolo spazio al mio proprio flebile, dubbio, inevitabilmente nella loro radiazione poco più di un mese dopo. Nessuno dei capitoli della Memoria è dedicato da Ingrao a quello che fu un momento drammatico nella vita del PCI e, immagino, sua personale. I “compagni”, Lucio Magri, Aldo Natoli, Luigi Pintor (e le compagne Luciana Castellina e Rossana Rossanda) non fanno la loro comparsa nel libro, se non, in maniera molto limitata e per altre ragioni diverse da quello che fu, a mio parere, molto più che un semplice episodio di frazionismo, che, dopo il deflusso dei 101 firmatari della lettera di dissenso nel 1956, costituì un fenomeno di enorme importanza e impatto. È sufficiente, ma utile, ricordare che dopo il 1956 non nacque nulla alla sinistra del PCI, mentre dopo il 1969 l’effervescenza fu grande e si tradusse nella formazione di alcuni organismi politici e partitici. Proprio con riferimento a quello che l’Unione Sovietica e il PCUS stavano facendo e nei cui confronti Ingrao aveva da tempo maturato una critica senza scampo, ma, soprattutto, valutando le posizioni del gruppo del Manifesto anche riguardo alle politiche sovietiche, il dubbio, in verità, molto più di un dubbio avrebbe dovuto essere l’atteggiamento logico e consequenziale di Ingrao.

Non saprei dire se i molti interrogativi che Ingrao solleva siano il prodotto della sua inquietudine piuttosto che della sua ricerca di qualcosa che sta oltre, dell’approfondimento della sua analisi della situazione oppure della ricerca di conferma della giustezza delle posizioni da lui maturate. In occasione della discussione di Una certa idea della sinistra, Giuliano Amato mi mise in guardia suggerendomi di vedere nei molti interrogativi sollevati da Ingrao nella sua presentazione, oltre all’interesse suscitato dal mio libro, anche il modo personale di Ingrao di indicare la sua non condivisione, il suo dissenso, la sua differente prospettiva. Mi limito a una citazione lunga poiché contiene il non tanto nascosto suggerimento di Ingrao che bisogna continuare a cercare e non limitarsi a quanto avevo scritto. “Come si determina l’identità di questo attore politico capace di attingere la dimensione del progetto, e di realizzare uno spostamento nella visione sistemica del rapporto fra mercato e Stato, fra capitalismo e democrazia? Come possiamo e dobbiamo pensare il processo, attraverso cui nel ‘progetto’ riformatore si articolano e si intrecciano aggregazioni di interessi e riferimenti a valori? Quali valori, e definiti, come tali, da che cosa? Legittimati e selezionati, come? Da un patrimonio storico, come e dove depositato? O assunti da quali tavole?” (Una certa idea della sinistra, p. XIII). Ingrao intendeva mettere in discussione proprio la mia concezione (e applicazione) della scienza politica chiedendo dove si forma questo sapere: “se al di fuori e al di sopra delle classi e dei ceti o dei gruppi fluenti nella società, o in quali rapporti con essi: e in caso di rapporti con essi, in ragione di quali motivazioni? E se in ragione di opzioni sociali o di valori, come e perché assunti?” (ibidem, pp. XIII-XIV). La risposta, anzi, le molte risposte che avrei desiderato allora e che, indubbiamente, continuano ad essere necessarie, non sono ancora venute, neppure, in seguito, da Ingrao. Forse, sono domande per nessuna delle quali esiste una risposta, un’unica e univoca risposta. Esistono solo approssimazioni, riflessioni e, debbo proprio scriverlo, suggestioni. Tuttavia, scavando nei capitoli del libro, si scopre sia qual è l’ostacolo alla risposta sia qualcosa che è più di un abbozzo di risposta. L’ostacolo è dato dalla complessità variamente definita; l’abbozzo nasce dall’incontro, più o meno conciliabile, fra privato e pubblico (da Ingrao, vedremo, non esplorate in tutte le loro declinazioni).

La risposta possibile, come ho detto, appena abbozzata, si trova nella dilatazione della politica. Non resisto alla tentazione di sottolineare che per Marx il comunismo realizzato avrebbe condotto “dal governo degli uomini sugli uomini [e sulle donne delle quali il non femminista Marx neppure si cura]” “all’amministrazione delle cose” facendo sparire la politica. Per Ingrao la politica sarà vivissima. La dilatazione della politica è stata il prodotto (peraltro, come è oggi evidente, reversibile) della strategia togliattiana del PCI. Anche se segnata “da un noioso, ossessivo spirito ‘pedagogico’ … si è dilatato l’esperire politico fra le grandi masse escluse” (Memoria, p. 77). Quella “dilatazione della politica”, ribadisce Ingrao,”strideva sgradevolmente con la legnosa, rigida struttura gerarchica del Partito comunista”… Eppure anche dentro quella strettoia … si praticarono e si allargarono sentieri di partecipazione all’agire politico. Coinvolgimenti che ruppero barriere” (Memoria, p. 79). In pagine stracolme di punti interrogativi, Ingrao argomenta anche che per le molte forme di partecipazione politica è divenuta necessaria “una trama di regolazione generale: garantita da chi, se non da un potere politico riconosciuto e affermato, addirittura con un connotato di costrizione, di forza?” (p. 179). La spinta alla liberazione del lavoro subalterno “sta attingendo a nuovi livelli e forme sovranazionali che, lungi dal cancellare il momento ‘pubblico’ (e la sua capacità di normare e di costringere), lo sta dilatando” (p. 182) cosicché, conclude Ingrao, “dobbiamo allora mescolare di più le sfere della vita e del produrre, se vogliamo fare i conti con queste complicazioni e oscurità” (p. 184).

La complessità secondo Ingrao si è affacciata in più momenti del dopoguerra. Già “gli scritti gramsciani evocavano i complicati passaggi, le articolazioni, le ‘transizioni’ attraverso cui poteva maturare un mutamento di fase, e anche le nicchie, le specificità nazionali in cui realizzare i sistemi di alleanze, il blocco storico con cui fare avanzare gradualmente il potere della nuova classe” (Memoria, p. 75). Quanto distante ci appare questa “complessità”(si pensi soltanto a “blocco storico”) e quanto inadeguata a comprendere quella che, senza in nessuno modo aderire alla visione complessiva, ma tutt’altro che complessa, del sociologo polacco Zygmunt Bauman, recentemente scomparso, chiamerò “liquida”! In seguito, Ingrao specificherà in maniera più convincente che il “cammino della ‘modernità'” riguarda “l’intrico e l’articolazione delle differenze, delle specificità inassorbibili che alimentano la complicazione delle relazioni sociali e degli strumenti della politica” (Memoria, pp. 172-173).

Mi sono variamente cimentato con il tema (ad esempio, nel volume La complessità della politica, Laterza 1985) e sento l’obbligo di dichiarare che mi ritrovo poco nell’analisi di Ingrao che ha ispirato seguaci meno attrezzati di lui ed è poi rimasta senza seguito. Perché? Da un lato, Ingrao delinea il tema della complessità quasi travolgendo il confine fra privato e pubblico, ma gli eventi dopo il Sessantotto quel confine lo hanno, in una varietà di forme e di modalità, ristabilito oppure reso scavalcabile in avanti e all’indietro: flussi e riflussi, shifting involvements, su cui ha scritto pagine memorabili Albert O. Hirshmann (Felicità privata e felicità pubblica, Il Mulino 1984). Dall’altro, in quasi tutti gli ambiti, forse più che altrove nell’ambito politico, si sono fatti strada (non scriverò mai si sono “affermati”) i terribili semplificatori, coloro che cercano soluzioni alla complessità non nello studio, nella sperimentazione, nella rappresentanza della pluralità di posizioni, di preferenze, di scelte, ma nel ricorso alla spada (che era quella di Alessandro Magno) che spezza il nodo di Gordio oppure nella “narrazione” personalistica di una storia che non conoscono e nella prospettazione di un futuro per la cui costruzione non hanno le conoscenze di base, minime.

Non concluderò scrivendo che negli ultimi anni della sua vita Ingrao si “rifugiò” nella poesia quasi prendendo atto della sua sconfitta in politica. La poesia unitamente al cinema aveva costituito uno dei suoi grandi interessi. Vi si dedicò con notevole successo. Al dubbio, agli interrogativi, alla complessità della politica, la poesia contrappone la verità, le risposte, l’essenzialità. Non a tutti è consentito di tenerle insieme. Pietro Ingrao ci ha provato con l’impegno che è stato uno dei tratti più importanti del suo carattere, della sua vita.

È in libreria DEFICIT DEMOCRATICI Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader @egeaonline

Tutte le democrazie si dotano di istituzioni per consentire la partecipazione del popolo (demos) al potere (kratos). Tutte cercano un equilibrio fra la rappresentanza delle preferenze, delle identità, degli interessi dei cittadini e la capacità dei governi di prendere decisioni coerenti con tale rappresentanza. Nessuna democrazia è in grado di evitare momentanei deficit di rappresentanza e di decisionalità, ma tutte, anche quelle deficitarie, dispongono di possibilità di apprendimento e di (auto)correzione. Un pluralismo aperto alla competizione costringe alla responsabilità e alla ricerca di correttivi. I leader saranno obbligati a spiegare e giustificare quello che hanno fatto, non fatto, fatto male. Questo succederà più spesso se i cittadini supereranno i loro deficit di interesse e di partecipazione al voto. Chi si astiene contribuisce al deficit democratico.
In una fase in cui l’antipolitica dilaga, riverita e alimentata dalla comunicazione, è tempo di denunciare che deficit profondi si annidano in una pluralità di associazioni corporative che generano società “incivili”. I deficit democratici abitano anche nella società. Dobbiamo criticarli con lo stesso vigore e rigore che rivolgiamo alla politica. I deficit sono come gli esami: non finiscono mai. Ma come gli esami possono essere superati da chi ne sa abbastanza. Questo libro è dedicato a chi desidera passare gli esami e colmare i deficit.

INDICE

Prima parte
Costituzioni
1. Memoria del Risorgimento
2. USA: la Presidenza imperiosa
3. Democrazia e aggettivazioni
4. Democrazie che cambiano
5. Cos’è e dove sta il deficit democratico?

Seconda parte
Persone
6. Donne che sfidano gli uomini
7. Ascesa e declino del leader leggero
8. Chi non vota non conta
9. Liberali immaginari
10. Bush e Blair, memorie dei potenti

Terza parte
Contesti
11. Le primavere arabe: deficit autoritari
12. Né rappresentanza né governabilità
13. Le associazioni incivili
14. Dalle oligarchie ai gazebo
15. La repubblica di Sartori

Nota bibliografica
Indice dei nomi

 

 

PD, o fuffa-truffa o reale democrazia

Stuoli (sic) di giornalisti equamente divisi fra filo-Pd e filo-Forza Italia che si preparavano a suonare la grancassa per la Grande Coalizione Arcore-style mi hanno accusato di essere filo-5 Stelle poiché ho sostenuto che le “carte” di Di Maio, nonostante gli sgarbi quotidiani, il PD doveva (deve) chiedere di vederle. Soprattutto, ho twittato che l’imposizione preventiva del rifugio nell’opposizione da parte del due volte ex-segretario Renzi è assimilabile all’eversione delle regole, delle procedure, del funzionamento della democrazia parlamentare. I sostenitori di Renzi, parlamentari e giornaliste amiche, sostengono che sono gli elettori ad averli mandati all’opposizione. Nel frattempo, però, qualcuno nel PD sta ridefinendo la posizione, troppo poco troppo lentamente.

Naturalmente, è del tutto sbagliato sostenere che gli elettori hanno mandato il PD all’opposizione. Gli elettori italiani non votavano sul quesito PD al governo/PD all’opposizione. Nessun elettore in nessuna democrazia parlamentare ha un voto di governo e/o un voto di opposizione. Comunque, gli elettori che hanno votato PD volevano conservarlo al governo del paese. Che adesso l’ex-segretario del PD interpreti il voto al suo partito come rigetto della sua azione di governo è confortante, ma troppo poco troppo tardi. Ed è sbagliato pensare che quegli elettori non desidererebbero, a determinate condizioni, che possono essere costruite, vedere il loro partito in posizioni di governo a temperare il programma degli alleati e a tentare di attuare parti del suo programma.

Quando ascolto molti parlamentari del PD ripetere senza originalità quello che ha detto Renzi, mi infastidisco. Subito dopo mi interrogo e capisco. Siamo di fronte ad un’altra conseguenza nefasta della legge Rosato. Non fatta per garantire qualsivoglia variante di governabilità, la legge Rosato non è stata, ma era prevedibile, neppure in grado di dare rappresentanza all’elettorato. I parlamentari eletti non hanno dovuto andarsi a cercare i voti. La loro elezione dipendeva dal collegio uninominale nel quale erano collocati/e e dalla eventuale frequente candidatura in più circoscrizioni proporzionali. Come facciano questi/e parlamentari a interpretare le preferenze e le aspettative di elettori che non hanno mai visto, con i quali non hanno mai parlato, ai quali non torneranno a chiedere il voto, potrebbe essere uno dei classici, deprecabili misteri ingloriosi della politica italiana e di leggi elettorali, come la Rosato. Formulata e redatta con precisi intenti particolaristici: rendere la vita difficile al Movimento Cinque Stelle, creare le condizioni per un’alleanza PD-Forza Italia, soprattutto consentire a Renzi e Berlusconi di fare eleggere esclusivamente parlamentari fedeli, ossequienti, totalmente dipendenti, per questi obiettivi, ma solo per questi, la Rosato ha funzionato.

Adesso sì che i conti tornano. Il PD va all’opposizione, almeno per il momento, perché lo dice, lo intima il capo che ha fatto eleggere la grande maggioranza dei deputati e dei senatori. Costoro, da lui nominati, dovrebbero dichiarare candidamente che seguono le indicazioni-direttive, non degli elettori, ma di Renzi. Naturalmente, nonostante tutta la mia scienza (politica), neppure io sono in grado di dire che cosa preferiscono gli elettori del PD. Sono i dirigenti del Pd, meglio se nell’Assemblea del Partito, quindi non precocemente, che debbono decidere, ma dirigenti non sono coloro che si accodano alle preferenze inespresse e che seguono opinioni e sondaggi scarsamente credibili poiché fondati su ipotesi. Dirigenti/leader sono coloro che precisano le alternative, le dibattono, le scelgono, le confrontano con le proposte degli altri. Poi, se il PD è un partito (e non un grande gazebo come vorrebbero coloro che stanno chiedendo già adesso fantomatiche primarie che servono a scegliere le candidature, per il parlamento non le ho viste, non i programmi) sottoporrà ai suoi iscritti, come hanno fatto i socialdemocratici tedeschi, un eventuale programma di governo concordato con altre formazioni politiche. Questa è la procedura democratica attraverso la quale si giunge al governo o si va all’opposizione. Il resto è fuffa/truffa.

Pubblicato il 30 marzo 2018

Con Sartori. Dalla parte dei cittadini

Pessima tempora. Con tutta probabilità, questo sarebbe il severo commento di Giovanni Sartori alla fase attuale della politica non solo italiana. Però, sbaglierebbe di molto chi pensasse, evidentemente avendo letto poco e male i suoi incisivi editoriali sul “Corriere” (molti dei quali raccolti nel volume Mala tempora) e per niente i suoi libri, che Sartori si sia limitato a critiche aspre e sprezzanti (peraltro quasi sempre giustificatissime). In maniera puntuale e costante, Sartori combinava le critiche, da un lato, con le sue conoscenze comparate relative al funzionamento dei sistemi politici democratici, dall’altro, con suggerimenti e indicazioni operative e applicative. La scienza politica di Sartori, nutrita di storia, di filosofia, di logica, ha voluto essere lo strumento per trasformare i sistemi politici, per costruire democrazie migliori. A un anno dalla sua scomparsa è giusto chiedersi che cosa Sartori scriverebbe, quali commenti farebbe, quali errori vorrebbe correggere, quali strade suggerirebbe di percorrere. Nessuna risposta sarebbe scontata poiché Sartori aveva grande fantasia e notevole originalità, ma molto è possibile ipotizzare prendendo lo spunto dai suoi libri e dai suoi numerosi articoli scientifici.

È certo che Sartori insisterebbe sulla assoluta necessità di un’analisi sistemica, vale a dire di tenere conto che qualsiasi cambiamento, ad esempio, della legge elettorale, produce una molteplicità di effetti sui partiti e sui sistemi di partiti, su chi viene eletto e sul parlamento, indirettamente anche sulla formazione dei governi. Nessun governo nelle democrazie parlamentari è eletto dai cittadini né deve esserlo pena la rottura del pregio maggiore di quelle democrazie: la loro flessibilità, con i governi che possono mutare composizione in Parlamento anche tenendo conto dei mutamenti nei rapporti di forza, nelle preferenze, nella società. Questa flessibilità, sottolineerebbe Sartori, può esistere e riprodursi soltanto nella misura in cui i parlamentari non abbiano nessun vincolo di mandato e non siano debitori della loro elezione a gruppi di pressione o ai dirigenti dei partiti, ma solo ai loro elettori. Migliore è quella legge elettorale, ne esiste più di una, che consente agli elettori esercitare potere effettivo sull’elezione dei rappresentanti parlamentari e che, di conseguenze, incentiva gli eletti a mantenersi in contatto con coloro che li hanno votati.

La rappresentanza politica, tale solo se elettiva, implica, anzi, impone la accountability. In politica rappresentare è agire con competenza e con responsabilità. Nulla di tutto questo viene meno neppure in un mondo nel quale la comunicazione politica passa attraverso internet e piattaforme di vario genere. Sartori denunciò mirabilmente le distorsioni che la televisione e, a maggior ragione, i social network, possono produrre nella formazione dell’opinione pubblica. Vide rischi e pericoli della democrazia elettronica, ma sostenne anche che la grande forza delle democrazie, quelle reali, da tenere distinte da quelle ideali, è la loro capacità di autocorrezione. Le democrazie che ciascuno di noi intrattiene come ideali sono utili a disegnare gli obiettivi da perseguire purché, ha sostenuto Sartori, ci si attrezzi con gli strumenti più adeguati, a cominciare dalle indispensabili conoscenze comparate. Il dialogo con Sartori merita di essere continuato non tanto perché nella sua produzione scientifica e pubblicistica si trovino tutte le risposte, ma perché la lezione di metodo della sua scienza politica è tuttora in grado di offrire grandi ricompense culturali, intellettuali, politiche.

Pubblicato il 29 marzo 2018

“M5S-Lega, prima si tratta e poi si governa assieme” #intervista

Intervista a Gianfranco Pasquino raccolta da Lorenzo Giarelli

Il politologo: “Occorre tempo per un accordo

“Ci vorrà tempo”. Ma il tempo, in questi casi, aiuta. Cambia gli umori di eletti e elettori, fino a rendere possibili scenari che sembravano irrealizzabili. Ne è sicuro Gianfranco Pasquino, politologo e Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna. Chiuso l’accordo sulle presidenze delle Camere, c’è chi adesso dà per certo un’intesa tra Lega e Movimento 5 Stelle anche per la formazione di un governo.

 

 

Professor Pasquino, secondo lei si arriverà a un’intesa?

La presidenza delle camere e il governo sono due partite separate, ma il risultato della prima mi fa pensare che la lega e 5 Stelle arrivino alla seconda con qualche vantaggio in più. In questo momento però credo che i giochi non siano fatti. Dovessi dire una percentuale, sarebbe un 50 e 50.

Ma a Salvini e Di Maio converrebbe? Non perderebbero parte del proprio elettorato?

I passaggi di questa trattativa non sono banali, servirà un po’ di tempo. Ma il tempo passa e più sarà facile accettare un accordo. E non dimentichiamo che le basi condividono una forte critica alla politica tradizionale, quella che ha dimenticato parti del Paese che Lega e 5 Stelle hanno saputo intercettare.

In ogni caso Salvini dovrebbe rinunciare a Berlusconi.

Non credo che i 5 Stelle accetterebbero mai di stare con Berlusconi. Se facessero un governo con Forza Italia, gli elettori grillini sarebbero sconvolti, oltre che molto preoccupati. Dopo tutto quello che gli hanno detto in questi anni-spesso a ragione-non se lo possono permettere. Anche perché sono stati determinanti per la sua ultima sconfitta politica, con il veto su Paolo Romani alla presidenza del Senato.

Nei programmi di lega e cinque stelle però ci sono parti poco conciliabili.

Mi sembra che i 5 Stelle abbiano un po’ alzato il piede dall’acceleratore sul tema del reddito di cittadinanza, così come la Lega potrebbe rinunciare alla flat tax. Una discriminante sarebbe il tema dell’Europa: se il Movimento accettasse una linea più sovranista, dovremmo aspettarci una reazione da parte degli organismi internazionali. A questo si collega alla gestione dell’immigrazione, su cui comunque i 5 Stelle mi sembrano più malleabili rispetto a Salvini. Detto questo, è evidente che un programma comune nasca dai negoziati: sforbiciate, compromessi.

Entrambi il leader dovrebbero rinunciare a fare il premier?

Salvini credo abbia meno problemi. Di Maio alla fine potrebbe anche farsi da parte, condividendo la scelta di una terza persona con il leghista.

Ci sono alternative, se non il ritorno al voto?

No se il partito democratico rimarrà ancora seduto sulla riva del fiume ad aspettare. I cadaveri dei nemici non stanno passando: passano soltanto gli elettori che chiedono conto di questo immobilismo.

I dem sperano che Lega e M5S vadano a sbattere.

Mi pare difficile che si schiantino, perché l’intesa potrebbe anche non valere per tutta la legislatura e non è detto che gli elettori valutino in maniera negativa quanto faranno Lega e 5 Stelle. Il PD fa opposizione a un governo che non esiste. Forse sperano che durante le consultazioni possano tornare in gioco, sempre che allora siano ancora vivi. Non è vero, come continuano a ripetere i dem, che gli elettori li hanno mandati all’opposizione: gli elettori hanno bocciato gli ultimi governi.

Occorre superare Renzi?

Anche in questo caso serve tempo, anche perché gran parte del partito e lì grazie a Renzi e ancora non se la sente di mollarlo. Non credo manchino le persone capaci di prendere in mano il cambiamento, manca solo un po’ di coraggio.

Pubblicato il 28 marzo 2018