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L’opposizione non basta

Come un pugile ancora suonato dalla potente botta elettorale che lo ha portato al punto più basso di sempre del suo consenso elettorale, il Partito Democratico barcolla, esita, pensa di trovare rifugio nell’angolo. Ma, per rimanere in metafora, i secondi gli danno consigli contraddittori. Qualcuno voleva gettare la spugna nel corso dell’elezione dei Presidenti delle Camere votando sempre scheda bianca. Poi, inopinatamente e senza nessuna possibilità di influenzare l’esito, a quel punto già deciso, sono state avanzate due deboli candidature di bandiera. La strategia di rimanere sdegnosamente e pregiudizialmente all’opposizione, lanciata dall’ex-segretario Renzi, e da lui, subito contraddetta con la richiesta della presidenza di due commissioni parlamentari per suoi strettissimi collaboratori, ottiene consensi a parole, ma non sembra essere condivisa da tutti nei gruppi parlamentari del PD. Comunque, solo una volta formata la coalizione di governo, che potrebbe anche essere un governo di minoranza, si saprà chi è all’opposizione e potrà rivendicare la presidenza delle Commissioni dette di controllo. Con qualche unità d’intenti e con qualche proposta specifica, il Partito Democratico potrebbe addirittura sfruttare il suo peso parlamentare per decidere quale coalizione di governo si formerà. I suoi voti sono indispensabili sia per il centro-destra sia per il Movimento 5 Stelle.

In altri tempi, quando le sinistre perdevano le elezioni, come è capitato molto spesso, dopo qualche ipocrita lamentazione, i suoi dirigenti, che avevano comunque mantenuto il posto in parlamento, la poltrona, continuavano come se niente fosse (stato). Chi ci rimetteva davvero erano i ceti popolari, disagiati la cui condizione non sarebbe certo migliorata con qualsiasi governo di centro-destra. Adesso sappiamo da molte credibili ricerche che l’elettorato del PD e di Liberi/eUguali è maggioritariamente composto da persone benestanti che non hanno praticamente nulla o quasi da perdere da nessuno dei governi che si prospettano. A questo punto, non si tratta più soltanto di proteggere i ceti popolari, che non l’hanno votato, anche se, qualora il PD non riuscisse più a raggiungerli, le sue sconfitte elettorali si moltiplicherebbero. Si tratterebbe di svolgere molto concretamente il compito dell’opposizione parlamentare che significa non soltanto andare puntigliosamente a vedere le carte di chi governa, ma controllare sistematicamente tutte le attività dei governanti , contrastando in maniera argomentata quelle inaccettabili, articolando le domande sociali che il governo trascuri e avanzando controproposte fattibili.

Non basterà, dunque, che l’Assemblea del PD convocata per metà aprile decida con spiegazioni convincenti di stare all’opposizione. Sarà imperativo che chiarisca le modalità con le quali definisce il compito della sua opposizione indicando gli obiettivi che vuole perseguire. Tutto questo s’incrocia con l’assoluta necessità per il partito come struttura e come comunità di analizzare quello che è successo negli anni di Renzi, riflettendo sull’assenza di una cultura politica effettivamente riformista, della quale il PD è carente fin dalla sua nascita, assolutamente indispensabile per rifondare e rilanciare l’azione di un partito di centro-sinistra. “Rottamati”, di conseguenza, dovranno essere tutti/e coloro che non si ritrovino nella nuova cultura politica e che non mostrino nessuna capacità di rinnovamento. Un’opposizione del PD, fatta per incapacità di meglio definire il ruolo del partito, non condivisa, già se ne vedono le avvisaglie, non attrezzata, priva di una cultura politica, non va da nessuna parte. Peggio, rischia di acuire rapidamente in alcuni settori dell’elettorato il desiderio di trovare una migliore rappresentanza politica per le sue preferenze e per i suoi interessi, spingendo verso la ricerca di alternative una delle quali è già il Movimento 5 Stelle.

Pubblicato AGL il 27 marzo 2017

In memoriam: Partito Democratico (2007-2018)

Da una fusione a freddo fra spezzoni di classe politica che avevano perso qualsiasi cultura nacque, con endorsement di Romano Prodi, un partito che dopo dieci anni è giunto alla sua più bassa percentuale di sempre nonostante un altro endorsement. Nessuna analisi del voto, nessuna autocritica, nessun riflessione sulla necessità di elaborare una cultura politica, meglio mettersi all’opposizione di tutti i critici. Il PD degli attuali dirigenti costituisce l’ostacolo principale alla (ri)costruzione di una sinistra plurale.

No ai balletti sui Presidenti

Una cosa sola già sappiamo: non è buono il modo finora seguito per eleggere i Presidenti di Camera e Senato. Tutti avrebbero dovuto impararlo da quanto è successo a cominciare dal 1994. Nessuna “partitizzazione” è accettabile. Nessuno scambio a futura memoria deve costituire un fattore nella selezione delle candidature. Nessuna compensazione dei rapporti di forza fra i partiti nelle coalizioni: scontro Salvini-Berlusconi; contrasto latente fra ortodossi e eterodossi (rispetto a cosa?) dentro il Movimento 5 Stelle. Se questa è la nuova politica della presunta Terza Repubblica, meglio arrestarsi a pensare, riflettere, forse studiare. No, i Presidenti delle Camere non debbono essere il prodotto di nessuna maggioranza semplicemente fondata sui numeri. Non debbono neanche prefigurare una maggioranza di governo. Semmai, tutto il contrario. Per coloro che credono, spero siano molti, che una democrazia è il luogo dove esistono fremi e contrappesi, allora la garanzia iniziale e decisiva è proprio rappresentata da Presidenti che emergano per le loro qualità dai ranghi dei partiti che staranno all’opposizione. La “garanzia” consiste proprio nel consentire all’opposizione, di avere tempi e modi di controllare l’operato della maggioranza di governo, d’intervenire sui disegni di legge, di avanzare controproposte che siano regolarmente prese in considerazione, non insabbiate o bocciate pregiudizialmente e pretestuosamente. Al momento, nessuno dovrebbe essere o affermare di essere all’opposizione rinunciando a formulare criteri e ad avanzare proposte.

In base a quanto sappiamo della maggioranza dei Presidenti del passato, da un lato, giungevano a cariche istituzionali prestigiose, come sono entrambe le Presidenze, dopo un percorso politico spesso altrettanto prestigioso che s’era concluso. Potevano dedicare tutte le loro energie personali e capacità allo svolgimento di un compito cruciale: fare funzionare al meglio il Parlamento, l’istituzione cruciale in una democrazia parlamentare. Non facevano più “politica”. Invece, alcuni dei successori giunti a quelle presidenze nel pieno della carriera politica, se non addirittura, all’inizio della carriera, come i due presidenti adesso uscenti, hanno fatto eccome “politica” in maniera talvolta nociva al buon funzionamento del Parlamento, alla linearità dei rapporti governo/parlamento, accettando e ratificando qualche sconfinamento governativo di troppo. Un importante criterio con il quale filtrare le candidature consiste nel non attribuirle a chi potrebbe usarle come trampolino per il seguito della sua carriera politica.

Le Presidenze non sono merce di scambio. Dunque, debbono essere valutate separatamente e la scelta deve avvenire con riferimento ai meriti delle singole candidature. Sarebbe bello ascoltare proposte che elogino le qualità delle candidature. Personalmente, credo sia difficile trovare al Senato persona più autorevole di Emma Bonino, sicuramente giunta al termine della sua carriera più propriamente politica, rispettosa senza eccessi della Costituzione italiana, nota e apprezzata sulla scena europea, da sempre convinta dell’importanza del ruolo del Parlamento. La sua elezione non prefigurerebbe nessuna maggioranza e non sarebbe neppure un premio per il partito, il PD, nella cui coalizione è stata eletta. Alla Camera, la scelta è più complessa, ma valgono tutte le considerazioni che ho già svolto. La maggiore difficoltà riscontrabile è dovuta all’enorme ricambio avvenuto per i deputati e quindi all’assenza di una personalità dotata di esperienza e prossima al compimento della sua carriera politica. Non tanto provocatoriamente, potrebbe essere un esponente del Movimento 5 Stelle al suo secondo e, se sarà fatto valere il limite dei due mandati, ultimo mandato. Non sarebbe uno scambio, ma il semplice riconoscimento che il partito di maggioranza relativa ha il titolo elettorale e politico a ottenere quella carica. Qualsiasi altra considerazione è superflua, se non addirittura dannosa e controproducente.

Pubblicato AGL il 23 marzo 2018

Rosato in processione: manipola o davvero non sa di che parla?

Continua la processione nelle sette chiese televisive (e in qualche parrocchia radiofonica) dell’autore della Legge Rosato. Praticamente senza contraddittorio, il rieletto on. Rosato vanta i “magnifici effetti e progressivi” di una legge che a più di due settimane dal voto non consente ancora di conoscere tutti gli eletti, pardon, i nominati. Paragona con sprezzo del ridicolo il Rosatellum: 1/3 maggioritario, 2/3 proporz, senza voto disgiunto, con il Mattarellum: 3/4 maggioritario, 1/4 proporz con voto disgiunto. Scusate se è poco.

 

After Italy’s vote: The case for a deal between the Democratic Party and the Five Star Movement

Italy’s election produced a fragmented result and there has been intense speculation over the potential government that could emerge from negotiations. Andrea Lorenzo Capussela and Gianfranco Pasquino argue that in a tri-polar parliament dominated by populists of different descriptions, a cabinet centred on some form of understanding between the Democratic Party and the Five Star Movement would be the least bad option from the perspective of both Italy’s and Europe’s interests. At the very least, the logic of parliamentary democracy requires the two parties to engage in serious talks.

Palazzo Montecitorio, seat of the Italian Chamber of Deputies, Credit: David Macchi (CC BY-NC-ND 2.0)

 

The Italian election produced three surprises. The centre-right coalition came first, as predicted, but within it voters largely preferred the anti-establishment rhetoric of Lega – the radical-right party formerly known as the Northern League, which recently shed its original secessionism to embrace sovereignism – to the more ambiguous liberal-populism of Silvio Berlusconi’s party, Forza Italia. They punished the ruling Democratic Party (PD) more harshly than expected, and rewarded the anti-establishment Five Star Movement (M5S) more generously than expected.

Like the PD, Berlusconi’s party scored the worst result of its history. Except in 2011-13, when both supported a non-partisan executive, those two parties or their predecessors – the alliance that merged into the PD in 2007 – have either led the government or the opposition ever since 1994. Although much divided them and their policies, they jointly presided over the country’s singular and remarkable decline, which began then. Suffice it to say that during the 2000s average per-capita real growth was the lowest in the world, and average real disposable income is now at about the same level as it was in 1995: in Italy’s closest Eurozone peers – France, Germany, and Spain – it is about 25% higher. Their joint defeat suggests that an opportunity might have opened for the country to gradually shift toward a fairer and more efficient equilibrium.

Before turning to the implications for the formation of the next government, however, a brief look at the composition and policy orientation of the three poles that dominate parliament, shown in the table below, might be useful. For two of these poles are fairly loose coalitions, and the solidity of the third cannot be taken for granted, especially when one considers that during the 2013-18 parliament, 36.7 per cent of MPs switched sides, often more than once (347 out of 945 elected MPs officially switched sides, and 566 switches were recorded).

Table: Selected results from the 2018 Italian election

Note: The seats shown in the table are preliminary figures. Two seats are as yet unassigned in either chamber; in the Senate, the count covers elected seats only. † In a slightly different composition between the two elections. ‡ With a different name and composition between the two elections. Source: Official data

Besides Lega and Berlusconi’s party, the centre-right coalition comprises a post-fascist grouping (‘Brothers of Italy’ in the table) and a smaller cartel of patronage networks. It is held together by history (they governed together in 1994, 2001-6, and 2008-11), by an equally long tradition of tolerance for illegality and clientelism and impatience for pluralism and constitutional democracy, by varying degrees of opposition to immigration, nationalism, and Euroscepticism, which only Berlusconi’s party muted during the campaign, and by a fairly extreme flat-tax proposal (the suggested rates are 15 or 23 per cent). But Lega’s virulent anti-establishment rhetoric, which undoubtedly contributed to the quadrupling of its votes, distances it markedly from its partners.

The Five Star Movement deliberately ran alone. But its lack of either a recognisable political culture or a reliable method for selecting candidates, its weak internal democracy, and its short history suggest that exits are possible (it lost 32.7 per cent of its parliamentarians in 2013-18). Although it too seems impatient with pluralism, its anti-political views do not extend to a rejection of constitutional democracy and the checks and balances system. On the contrary, its overall stance is couched primarily in terms of transparency and public integrity, and its support for judicial and political accountability survived the first large scandals in which the party was implicated. To this foundational message the M5S recently added the proposal of a form of universal basic income, it softened its Euroscepticism, and seems to have shelved its opposition to the common currency.

The centre-left coalition is far less balanced than its ideological alternative. None of the PD’s three allies reached the 3 per cent threshold, and within them only two figures carry some influence: Emma Bonino, who led a grouping of pro-European libertarians, and the former leader of a centrist party that was allied to Berlusconi until the 2010s. The coalition ran on the record of the 2013-18 PD-led cabinets, promising greater efforts on unemployment, poverty, and equality of opportunity. It advocated further European integration, ever a pillar of the PD’s stance, but gave this issue modest prominence. More importantly, several choices of candidates, especially in the South, appeared to indicate that the weight of clientelism has grown within that party.

Arithmetic and policy compatibility suggest that the next government could be built upon three alternative majorities, whether formal (coalition cabinets) or informal (parliamentary support for minority executives): the M5S and the PD, with or without the latter’s allies or, in their stead, a small leftist grouping (‘Free and Equal’ in the table); centre-right and centre-left; and M5S and Lega. A non-partisan government supported by most parties is a fourth option, which would probably be pursued if those three fail, as an alternative to snap elections. But such a cabinet would presumably have the mandate merely of steering the country while parliament designs a better electoral law: one, for instance, which allowed citizens to select their representatives.

The background against which these alternatives must be set is well known. Domestically, the growth acceleration of 2017 is likely to slow down, and the exceptionally favourable external macroeconomic environment of the past few years will gradually revert to normality. In Europe, the renewed Franco-German alliance does seem set to give impetus to EU and Eurozone reform, but faces both risks and obstacles – such as, for example, an unhelpful US administration, a hostile Russia, and dangerous relations between the two. It will also have to address the (legitimate) demands and reservations of an informal grouping of mainly Northern and North-Eastern smaller member states. Italy must choose a strategy and can indeed influence the outcome of this debate, which could shape the future of the continent for a decade or more.

Let us assume, for simplicity, that the centre-right’s interests are on the whole less aligned to the needs of Italy’s material and democratic development than those of the other parties, as recent history arguably suggests, and that greater European integration is desirable, at least if greater doses of democracy and accountability will infuse the common institutions. On these assumptions, admittedly subjective, it can readily be shown that only the first alternative (a deal between the M5S and the PD) could potentially advance both Italy’s and Europe’s needs.

With inverted roles, a left-right coalition would resemble the 2013-18 ones, which included either Berlusconi’s party or, de facto, segments of it. They achieved little on either front. A right-led coalition would likely do worse. Meanwhile, Lega’s flat tax (15 per cent) and the Five Star Movement’s universal basic income proposals are mutually incompatible. An alliance between them could thus lead the populists within the M5S to follow Lega’s example in the search for scapegoats: immigrants, Brussels, the euro, and others. Italy and probably also the EU are highly unlikely to survive unscathed.

Conversely, the M5S and the PD could find common ground on a genuinely universalistic, sustainable, and pro-growth reform of social insurance, on the fight against corruption and tax evasion, and, possibly, also on public administration reform and a pro-growth public expenditure review. Over five years, a meaningful degree of implementation of almost any plausible programme built along these lines would make Italy a distinctly better country.

The pre-conditions for such a compact are that the M5S pledges support for greater European integration, upon a sufficiently clear platform, and that the PD distances itself from collusion with the economic elites, clientelism, and the other unethical practices that increasingly permeated it. Cooperation could improve both sides of the deal, in other words. The main risks are friction, deadlock, and break-up. They are serious, of course, but could be reduced by following the German example: a detailed and transparent coalition agreement, made after comprehensive negotiations and public intra-party discussion and deliberation. The PD and even more the M5S have a lot to learn for such a demanding process to work, but nothing prevents them from giving it a try.

Having narrowly won the 2013 election, the PD offered a roughly similar alliance to the M5S but was mockingly rebuffed. Stung by defeat and by that precedent, the PD has so far, perhaps tactically, rejected the Five Star Movement’s informal overtures. The reasons offered boil down to these: cooperation with the M5S is not what voters want and would damage the party. It could harm the existing party, arguably, but might make it a better one. Above all, both Italy’s and Europe’s interests and the very logic of parliamentary democracy require the two sides to engage in serious talks. Talks held according to established practice (the largest party should lay down the platform), with reasonable safeguards (an adequate mixture of transparency, on strategic choices, and confidentiality, on tactical ones), and an open horizon (leading to either a formal coalition or external support for a minority government, and potentially encompassing also other parties or figures).

Note: This article gives the views of the authors, not the position of EUROPP – European Politics and Policy or the London School of Economics.

March 22nd, 2018

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About the authors

Andrea Lorenzo Capussela led the economic and fiscal affairs office of Kosovo’s supervisor, the International Civilian Office, and is the author of State-Building in Kosovo: Democracy, Corruption, and the EU in the Balkans (I.B. Tauris, 2015), and of The Political Economy of Italy’s Decline (Oxford University Press, 2018). He tweets @AndreaCapussela

Gianfranco Pasquino – University of Bologna
Gianfranco Pasquino is Emeritus Professor of political science at the University of Bologna and member of the Accademia dei Lincei. He has published a number of books on Italian politics and is co-editor of the Oxford Handbook of Italian Politics. He tweets @GP_ArieteRosso

Davvero gli intellettuali di sinistra sono saltati sul carro a cinque stelle del vincitore?

Abilmente destreggiandosi (sic), gli intellettuali di sinistra, nonostante l’età non più verde, sono saltati sul carro a cinque stelle del vincitore. Questo sostengono maldestramente gli editorialisti del “Corriere” e de “La Stampa”, in parte minore quelli di “Repubblica” poiché lì si annidano alcuni di quegli intellettuali. Pur guardandosi fra loro in cagnesco, c’è sempre chi è più intellettuale e più di sinistra di altri, tutti vorrebbero, secondo commentatori “democratici” e destrorsi, un rassicurante ritorno al passato e alla società chiusa. Chi sa se, invece, non sia possibile pensarla come un grande intellettuale, certo non di sinistra, Isaiah Berlin, che fra due mali si debba scegliere il male minore?

 

Questa è Democrazia. Non sono giorni persi

Difficile dire quanto l’opinione pubblica italiana sia preoccupata per la formazione del prossimo governo. Sicuramente molto preoccupati sono alcuni capi di governo europei, a cominciare da Angela Merkel e Emmanuel Macron, e nella Commissione Europea, il Presidente Jean-Claude Juncker e il Commissario all’Economia Pierre Moscovici. Sono un po’ tutti caduti in una trappola. Come molti commentatori anche italiani, considerano “populismo” tutto quello che non piace loro e hanno appiccicato l’etichetta sia al Movimento 5 Stelle sia alla Lega. Innegabilmente “vincitori” delle elezioni, hanno, seppure in maniera differenziata, delle strisce di populismo, ma nel primo la carica anti-establishment e nel secondo il “sovranismo” prevalgono nettamente sul populismo tant’è vero che entrambi stanno facendo la loro parte non contro le istituzioni, ma dentro e attraverso le istituzioni. Finora non è stato tempo perso, come qualche terribile censore della politica italiana vorrebbe fare credere. La ventina di giorni che separa il voto del 4 marzo dall’inaugurazione del nuovo Parlamento il 23 marzo è utilmente servita a svolgere in maniera positiva alcuni compiti importanti: consentire l’analisi del voto, fare circolare sia dentro sia fuori i partiti le valutazioni, sondare le preferenze. lanciare proposte.

Al netto delle inevitabili affermazioni propagandistiche, di alcuni silenzi, come quello, rattristato e deluso, di Berlusconi, e di alcune reazioni stizzite innervosite, come quella di Renzi e dei suoi declinanti sostenitori, questi giorni hanno contribuito a un processo di apprendimento collettivo. Dopo avere detto dall’alto del loro straordinario risultato elettorale, 32,8 per cento, che tutti avrebbero dovuto andare a parlare con loro, le 5 Stelle hanno capito che l’iniziativa la debbono prendere loro chiarendo che cosa davvero vogliono fare e con chi. Hanno persino annunciato che i Presidenti delle Camere debbono essere figure di garanzia che sappiano fare funzionare al meglio il Parlamento e che, pertanto, la loro elezione non prefigura la maggioranza che andrà al governo. Inopinatamente messo all’opposizione, non dai suoi elettori, i quali ovviamente avrebbero voluto tutt’altro, ma dal suo segretario dimissionario, il Partito Democratico sta lentamente scendendo dall’Aventino, da un’inutile e sterile posizione pregiudiziale. Sembra che una parte considerevole dei dirigenti democratici abbiano capito che il loro partito può essere indispensabile alla formazione di una maggioranza di governo. Prima è opportuno ascoltare che cosa proporranno gli altri, a cominciare da Di Maio. Forme e modi di eventuali coalizioni verranno dopo. Sappiamo che grande è la varietà di governi concepibili, lasciando da parte quello il cui scopo sia la sola riscrittura della pessima legge elettorale Rosato, e nel passato già concepiti e attuati. Il leader della Lega, Matteo Salvini, pur inorgoglito dal sorpasso su Berlusconi, anche grazie alla nettezza delle sue posizioni su immigrazione, sicurezza, anti-europeismo, mostra un “volto” nazionale, ma appare leggermente innervosito. Non c’è vittoria senza capacità di attrarre altri parlamentari e gliene mancano almeno una cinquantina, per formare una coalizione maggioritaria.

Quanto al decisore ultimo, vale a dire il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, invece di scrutarne le intenzioni, compito al quale si dedicano con ardore i cosiddetti retroscenisti, è meglio considerarne le esternazioni e ricordarne i poteri. Fin da subito Mattarella ha per ben due volte richiamato tutti i protagonisti al senso di responsabilità cosicché partiti e leader hanno appreso di avere grande responsabilità non soltanto nei confronti dei loro elettori, ma anche del paese. Il Presidente, che è “il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale” (art. 87 della Costituzione), ha più volte fatto variamente conoscere sia la sua contrarietà a nuove ravvicinate elezioni sia la sua intenzione di varare un governo politico. Eletti i Presidenti delle Camere, da queste due premesse si partirà senza perdere tempo.

Pubblicato AGL il 19 marzo 2018

The Disappearance of Political Cultures in Italy @sesp_j South European Society and Politics

Is there any future for new political cultures in the Italian political system?
Read “The Disappearance of Political Cultures in Italy”
By Gianfranco Pasquino

Abstract
Following the collapse of the Italian party system in 1994, post-war Italian political cultures have all but exhausted themselves, if not disappeared completely. First, the Ulivo (Olive Tree) in 1996–1998, then, the Partito Democratico in 2007–2008, attempted without much conviction to formulate a new political culture combining several traditions and heritages. This article will explore how and why the PD failed in its attempts. It will also look at the status of other political cultures, especially the federalist and the liberal, supposedly relaunched by Berlusconi in 1994. It will conclude with some reflections on the appearance of personalist parties and leaders’ narratives and provide an assessment of the present situation with specific reference to the attempt by the PD leader, Matteo Renzi, to give birth to a so-called ‘Partito della Nazione’. Is there any future for new political cultures in the Italian political system? Will the Italian party system ever be revived?

 

Politics in Italy: The Elections: Electoral Laws and Electoral Results #Bologna Johns Hopkins University March 15, 2018

18:30, Thursday, March 15, 2018 – PENTHOUSE

Politics in Italy: Not a “Normal” Country
The Elections: Electoral Laws and Electoral Results (Part II of a 3 Part Series)

Gianfranco Pasquino

Johns Hopkins University SAIS Europe; University of Bologna, Italy

Patrick McCarthy Memorial Series on Intellectuals and Politics supported by the Patrick McCarthy Fund

THE ITALIAN NATIONAL ELECTIONS 2018 AND MORE

Italians will go to the polls on March 4th to elect a new Parliament. The 2013-2018 legislature has been somewhat tumultuous but not unproductive – three governments, two Presidents of the Republic, one constitutional referendum and much more. Parliament has approved some important, though controversial, laws: Jobs Act, La Buona Scuola, a new electoral law, the living will. The outcome of the elections is surrounded by an aura of uncertainty. Berlusconi’s comeback has re-invigorated the center-right. The Democratic Party has never fully recovered from the defeat in the constitutional referendum and has suffered a split. The Five Star Movement appears somewhat isolated and wounded by the poor performance of its local governments. However it still thrives on the dissatisfaction that many Italians feel with Italian politics and the modest quality of democracy. The three lectures will provide more than an introduction to the politics of a not insignificant European country – the way things are now and the ways they might change.

 

Gianfranco Pasquino is Senior Adjunct Professor of European and Eurasian Studies at The Johns Hopkins University SAIS Europe and Professor Emeritus of Political Science at the University of Bologna.

Pasquino was Professor of Political Science at the University of Bologna from 1969-2012. He was a member of the Italian Senate from 1983-1992 and from 1994-1996. He served as a parliamentary observer for the plebiscite (1988) and presidential elections (1989) in Chile. He was awarded the laurea honoris causa from the Catholic University of Cordoba, University of Buenos Aires and University de La Plata. Pasquino is also a member of the Editorial Board of the Enciclopedia Italiana, President of the Società Italiana di Scienza Politica and a member of the Accademia Nazionale dei Lincei. He received the Conference Group on Italian Politics and Society (CONGRIPS) Life Achievement Award (2016). Pasquino received his MA in International Relations from Johns Hopkins SAIS (1967).

Publications: Politica e istituzioni (2016); Cittadini senza scettro (2015); La Costituzione in trenta lezioni (2015); co-editorOxford Handbook of Italian Politics (2015); Finale di partita. Tramonto di una Repubblica (2013); La rivoluzione promessa. Lettura della costituzione Italiana (2011); Il Partito Democratico di Bersani. Profilo, persone, prospettive, co-editor (2010);Le parole della politica (2010); Una splendida cinquantenne. La Quinta Repubblica Francese, co-editor (2010); Nuovo corso di scienza politica (2009); Masters of Political Science, co-editor (2009); Strumenti della democrazia, editor (2007); Le istituzioni di Arlecchino (2007); Los poderes de los jefes de gobierno (2007); Sistemi politici comparati (2003, revised in 2004 and 2007); Il Dizionario di Politica, co-editor (2016 4th ed.). Pasquino is [an editorial writer for il Corriere di Bologna] and a frequent contributor of articles and reviews to academic journals, policy forums and news outlets.

Un’entrata a gamba tesa

Il primo tempo della partita politico-elettorale è terminato il 4 marzo sera. Siamo nell’intervallo in attesa del secondo tempo che inizierà il 23 marzo. Gli spettatori si scambiano opinioni. I giocatori in parte si riposano in parte si fanno massaggiare le botte ricevute in campo in parte esultano. I capitani delle squadre preparano il secondo tempo contando anche su eventuali favori della fortuna e dell’arbitro. Forse un po’ sorpresi dall’esito del primo tempo forse non abituati a giocare ad alto livello, alcuni giocatori hanno rilasciato dichiarazioni un po’ ingenue e alcuni capitani si sono fatti prendere dal nervosismo. Fuor di metafora, a Bruxelles per una riunione dei Ministri dell’Economia e delle Finanze, l’uscente, ma tuttora in carica, Pier Carlo Padoan afferma candidamente che l’Italia rappresenta un elemento di incertezza per l’UE e che lui stesso non sa dove si andrà. Che poi il Commissario all’Economia Pierre Moscovici, dopo essersi qualche tempo fa, augurato un governo italiano stabile e operativo, allora quasi un assist a Gentiloni, adesso dica di essere “sereno” lui e sereni i mercati, fa parte del fair play oppure, per rimanere con l’inglese, del wishful thinking: un davvero pio desiderio. Non abbastanza inglese, un solo viaggio a Londra non può bastare, Di Maio si innervosisce di fronte alla stampa estera forse proprio perché stava ribadendo la sua conversione –difficile dire se condivisa da tutto il Movimento, ma finora non contraddetta e non smentita da nessuno– favorevole alla permanenza delI’Italia nell’Unione Europea con un ruolo attivo. Accusa Padoan di avvelenare i pozzi e annuncia la sua personale soluzione del rebus “formazione del prossimo governo”. Nessun governo istituzionale nessun governo di tutti, il governo dovrà essere fatto dalle Cinque Stelle. Poi, va oltre. Secondo Di Maio, gli italiani hanno votato lui Premier, il programma del Movimento e tutta la lista dei suoi Ministri (quella inviata tempo fa al Presidente Mattarella).

Scontato l’elemento fortemente propagandistico, nella metafora calcistica, l’entrata a gamba tesa, Di Maio dimostra di non conoscere o di voler trascurare i fondamenti delle democrazie parlamentari. Primo, gli elettori non votano mai nessun governo, ma soltanto i partiti. Nessun capo di governo è scelto direttamente dagli elettori. Nel migliore dei casi, il capo del partito, spesso quello più votato, diventerà capo del governo. Esclusivamente nei rarissimi casi in cui il governo è fatto da un solo partito sarà il capo del governo a stilare la lista dei Ministri. Altrimenti, i nomi dei ministri saranno indicati dai capi dei partiti che hanno raggiunto un accordo di coalizione, fatti propri dal capo del governo e, poi, nel caso della democrazia parlamentare italiana, nominati dal Presidente della Repubblica.

Probabilmente Di Maio è sull’orlo di una crisi di nervi. Continua a ripetere che gli altri capi dei partiti e delle coalizioni debbono riconoscere il suo successo, cercarlo, andare da lui, portare le loro carte e discutere. Invece, non succede niente di tutto questo. Non riesce a rendersi conto che qualsiasi azione del genere è, comunque, prematura. Non sembra capire che semmai dovrebbe essere lui a individuare i potenziali alleati e andare a confrontare le sue carte, il suo programma, le sue priorità con gli alleati che preferisce. Fa bene Di Maio a sostenere che l’elezione dei Presidenti delle due Camere non deve costituire la prefigurazione di nessuna maggioranza di governo. Farebbe ancora meglio se attendesse l’inizio della procedura consacrata dal tempo e dalla prassi. Meglio che tenga coperte le sue carte. Le faccia vedere al Presidente della Repubblica. Senza fretta, senza impuntature, senza pressioni. Il resto, che non potrà comunque mai essere il governo del solo Movimento, per il quale mancano i voti in parlamento, verrà.

Pubblicato AGL il 15 marzo 2018