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“Avanti”, ma anche Vade retro sinistra

Di tanto in tanto, gli estimatori di Matteo Renzi discettano sul modello di partito che l’ex-segretario ritornato segretario sull’ondina di un consenso più ristretto starebbe costruendo. Per un po’ di tempo, questi estimatori, quando i numeri sembravano promettenti, si erano appassionati all’idea del Partito della Nazione. Suonava, il termine, molto potente. Era quasi un programma, non è mai stato chiarito di cosa, forse di un’ipertrofica aggregazione al centro, con tutti gli altri contro “la nazione”. Poi, di tanto in tanto, ma senza troppa convinzione, il Partito di Renzi avrebbe rappresentato il nuovo Ulivo, ma, in tutta sincerità né le premesse né le azioni di Renzi giustificavano una qualsiasi costruzione di un qualsiasi Ulivo che avesse qualche riferimento al vecchio. L’assenza più evidente nella discussione, peraltro mai centrale, del nuovo partito (sì, dell’ultimo partito ancora esistente in Italia), era relativa proprio alla motivazione con la quale i DS e i Popolari della Margherita avevano troppo rapidamente proceduto a quella che fu criticata come “fusione fredda” e che ebbe come esito il Partito Democratico. Che dovesse contenere il meglio delle culture riformiste del paese fu detto troppe volte, ma, al di là del non coinvolgimento dei socialisti che, in fondo, non poca cultura riformista avevano formulato, avuto e espresso, le altre culture politiche erano già declinate, se non esauste al momento della fusione. Per questa assenza di fondo di qualsiasi cultura politica divenne fin troppo facile flirtare con definizioni di partiti immaginari, mai sostenuti da idee, quindi sempre mobili quanto serviva, per esempio, ad attrarre il riformista Verdini, sul continuum destra/sinistra.

La prima segreteria di Renzi non diede alcuno spazio a riflessioni di cultura politica. La grande occasione delle riforme costituzionali non fu neppure presa in considerazione per andare ad una esplicitazione della cultura, non solo costituzionale, che le sottintendeva, ma per aggiungervi anche quei principi e quei valori che esprimono e danno corpo ad una cultura più specificamente politica. Respinta la richiesta delle minoranze per una conferenza programmatica che precedesse le votazioni per il segretario tenutesi alla fine d’aprile 2017, il discorso sembra definitivamente chiuso. Il Partito Democratico è un partito vote and office-seeking, che cerca voti e cariche. Punto e basta. Qualche volta, però, un libro potrebbe essere il luogo dove riflettere sulla cultura di un partito, quello che si guida e quello che si vorrebbe. Invece, no. Non lo fece Veltroni nella sua cavalcata del 2007 (La nuova stagione. Contro tutti i conservatorismi, Rizzoli 2007) che delineò non un partito nuovo, ma un programma di governo, se non del tutto alternativo a quello del già traballante Prodi, sicuramente competitivo. Non lo fa affatto il libro di Renzi che il suo autore presenta come segue: “Questo libro non è solo un diario personale, una riflessione sulla sinistra o il programma del governo che verrà. Più di tutto, è la condivisione di idee, emozioni e speranze che spesso si sono perse nel racconto della comunicazione quotidiana. I risultati ottenuti e gli errori commessi. Il viaggio tra passato e futuro di un’Italia che non si ferma. Che vuole andare avanti.” Niente, dunque, che possa riguardare la cultura politica del PD di Renzi il quale si esprime semmai soltanto in critiche, talvolta offensive, a tutti coloro che si muovono nella sinistra e dintorni.

Per fortuna, ma certo non per virtù, i commentatori politici renziani, politologi (che sarebbe un’aggravante), e no (che è molto più di un’aggravante!), dalle Alpi alla Sicilia, l’hanno trovata loro la cultura politica del partito renziano. Certo, bisogna aguzzare la vista, cogliere anche gli indizi più labili, tuffarsi in un linguaggio che proprio non facilita la scoperta di elementi culturali appena malamente abbozzati. Soltanto ai, “diciamo”, meglio attrezzati apparirà allora che Renzi sta costruendo un partito di “sinistra liberale”. Gli opposti essendo sicuramente due: un partito di destra liberale (che non può certamente essere quello di Berlusconi in conflitto d’interessi permanente) e un partito di sinistra illiberale (quello del passato, di D’Alema e Bersani?, quello del futuro, nel campo di Pisapia?) Naturalmente, il paese attende di essere istruito sia sul sostantivo “sinistra”, secondo Renzi e non solo secondo Michele Salvati, che è il non-politologo che auspica instancabilmente la vittoria definitiva di Renzi, sia sull’aggettivo liberale per il quale, però, non ritengo che sia Salvati lo studioso meglio in grado di illuminarci. Peccato che nel libro di Renzi e nelle quarantasette anticipazioni non si trovi nulla né relativo alla sinistra né relativo al liberalismo.

Pubblicato il 15 luglio 2017

Il garantismo e l’etica che manca

Siamo tutti garantisti? No, in effetti, proprio no. Molti italiani pensano che ‘sta roba del garantismo sia l’ennesima trovata dei politici per difendere se stessi e i loro amici. Qualche volta quei politici sono anche disponibili a difendere gli amici dei loro avversari sperando che il favore venga prima o poi, meglio presto, restituito. Il che puntualmente avviene con i politici “in trincea” a respingere i magistrati e a contrattaccare. Trovano, anche qui uso il politichese, una sponda da parte dei troppi italiani che hanno avuto esperienze sgradevoli con la (lentezza della) giustizia, e quindi sono inclini ad attribuire tutte o quasi le responsabilità ai magistrati e vorrebbero fargliela pagare. Queste motivazioni incrociate, ciascuna contenente una parte, spesso piccola e variabile, di verità inquina oramai da quasi trent’anni i rapporti fra magistratura e politica, molto più che in qualsiasi altro paese europeo. Non mancano, ovviamente, episodi di politici europei accusati di misfatti e poi riabilitati. Sono, comunque, molto pochi di numero, ma come non rallegrarsi quando i magistrati riconoscono i loro errori magari grazie a prove sopraggiunte? In questi casi, la giustizia avrebbe davvero fatto, positivamente, il suo corso.

La differenza fra il caso italiano e la maggior parte degli altri paesi europei è che, raggiunti da un avviso di garanzia o strumento giudiziario simile, i politici europei quasi sempre lasciano il loro posto. In Italia, quando, ma è rarissimo, i politici inquisiti lasciano la carica che ricoprono, offrono come giustificazione il “potersi difendere meglio”. Ecco, questo è proprio il punto. Possiamo dedurne che i politici che rimangono ostinatamente nel loro seggio in Parlamento, nella loro carica di sottosegretario o ministro, lo facciano proprio perché grazie al potere che deriva dalle loro posizioni possono effettivamente “difendersi ‘molto’ meglio”? Il garantista non può davvero accettare che gli inquisiti e meno che mai i condannati in primo grado rimangano impunemente nelle loro cariche. Un conto è considerare innocenti fino alla sentenza definitiva gli inquisiti e i condannati in primo grado. Un conto molto diverso è consentire loro di trarre vantaggi, incommensurabili, dalle cariche che ricoprono. Qui, al garantismo sarebbe opportuno aggiungere qualcosa. La chiamerò deontologia, ma soltanto poiché etica suona al tempo stesso pomposa e troppo esigente.

Deontologia significa principi di comportamento ai quali attenersi, valori. Se c’è un po’ di etica in politica (ma anche in economia), coloro che operano nell’uno e nell’altro ambito sanno che esistono comportamenti semplicemente inaccettabili che, sosterrebbero gli anglosassoni (prima dell’avvento di Trump), non si fanno. Gli “avvisati” e gli inquisiti lasciano la carica, di partito o elettiva, si sospendono fino a quando saranno dichiarati non colpevoli. In questo modo non coinvolgono il loro partito e non gettano discredito sull’assemblea elettiva: parlamento, consigli regionali o municipali, di cui fanno parte. Con un codice di comportamento rigoroso si eviterebbero ipocrisie, diatribe, scambi di favori e, non da ultimo, situazioni nelle quali i famosi pesci grossi spesso la scampano e i piccoli vengono divorati. Conosco anche l’obiezione dei politici che parlano di magistrati che fanno politica e di giustizia a orologeria e che sostengono che è loro dovere rimanere nella carica alla quale sono stati eletti (in Italia dal 2006 a oggi “nominati”) da migliaia di cittadini ai quali danno rappresentanza politica. Allora, concludo, perché non prendere atto che per il sistema politico, per l’autonomia e dignità della politica, è di gran lunga preferibile, come pochissimi hanno fatto, che i politici si difendano, non dall‘eventuale processo, ma nell‘ancora più eventuale processo? Avvisati, inquisiti, condannati in primo grado: tutti da ritenersi non colpevoli fino alla sentenza definitiva, nessuno, però, in grado di usare la propria carica per difendere meglio se stesso, i suoi collaboratori, i suoi sponsor. Qui sta il “garantismo”, nel non fare un uso improprio del potere politico (e economico).

Pubblicato AGL il 15 luglio 2017

Coalizioni e programmi non sono divergenti

Non soltanto perché, improvvisamente privati della diretta streaming, modalità alquanto populista di diffondere informazione politica, non a caso originata dalle Cinque Stelle, sentiamo che quanto succede nel Partito Democratico non sono soltanto “affari loro”. Non possiamo disinteressarci del PD né adesso, poiché è il maggiore partito del governo guidato da un suo esponente, né nel corso della campagna elettorale prossima ventura, poiché avrà la possibilità di dettare l’agenda, né, infine, a votazioni concluse poiché, comunque vada, continuerà a essere un protagonista. Vorremmo, però, vedere adesso un dibattito meno acrimonioso e pieno di risentimenti, meno accuse riguardanti il passato e meno sospetti sul futuro. Ancora una volta Renzi non s’è curato delle minoranze e ha imposto la sua visione: “vocazione maggioritaria” e nessuna coalizione. La vocazione maggioritaria per me è sempre stata qualcosa di misterioso già quando la utilizzò, senza molto successo, Walter Veltroni. Tutti i partiti medio-grandi si pongono l’obiettivo di conquistare la maggioranza. In pratica, soltanto pochissimi di loro ci sono riusciti nel passato e prevedo che sarà sempre più difficile nel futuro. En marche di Emmanuel Macron è l’eccezione che conferma la regola. Nelle democrazie parlamentari di ieri (Italia inclusa alla grande), di oggi (che ricomprende il governo italiano attuale) e di domani, previsione facilissima, nessun partito sarà in grado di conquistare da solo la maggioranza assoluta dei seggi. Non potrà, quindi, governare da solo -salvo in governi di minoranza con appoggi esterni. Vecchia politica? Prima Repubblica? Anche, ma governi di minoranza sono esistiti nelle “vecchie” monarchie svedesi e norvegesi e, persino, in Gran Bretagna, nella patria del parlamentarismo, del maggioritario, del bipartitismo che fu (e che ha molte difficoltà nel tornare a essere). Dunque, la richiesta dei ministri Dario Franceschini e Andrea Orlando che si discuta di coalizioni ha più d’un fondamento. Non è affatto, come ha irriso Renzi, un ritorno ai caminetti e non è assolutamente vanificata dall’esistenza di un segretario che ha ottenuto 1.275 mila voti (non due milioni) in quelle che sono state le meno partecipate votazioni per il segretario del PD dal 2007 a oggi. Parlare di coalizioni agli elettori italiani non significa annoiarli, ma indicare loro che cosa il prossimo governo a partecipazione, probabilmente anche guida, PD desidererebbe e vorrebbe fare. Leggi controverse come lo jus soli sarebbero state discusse e concordate prima consentendo all’elettorato di valutarle. Le coalizioni sarebbero più rappresentative dell’elettorato e delle sue preferenze. Certo, chi guiderà un governo di coalizione dovrà, ecco il politichese, “farsi carico” delle esigenze dei partiti contraenti, ma così si fa in tutte le democrazie parlamentari europee dove, talvolta (oggi sia in Germania sia in Austria) si formano e durano governi di Grande Coalizione. Dunque, quali coalizioni con quali obiettivi sono ritenute possibili e praticabili dal Partito Democratico è qualcosa che molti elettori vorrebbero sentirsi “narrare” dal segretario Renzi. Se, poi, qualcuno dentro il PD e nei suoi folti gruppi parlamentari alla Camera, ma anche al Senato volesse dire qualche, preferibilmente buona, parola su quell'”oscuro oggetto del desiderio” (mio omaggio al maestro Buñuel) che è la legge elettorale, allora il PD potrebbe credibilmente vantarsi di svolgere una funzione nazionale. Non conosco nessun paese democratico al mondo nel quale politici e cittadini a otto-nove mesi dal voto non avessero la benché minima idea della legge elettorale con la quale chiederanno e daranno il voto. La soluzione non si trova nei caminetti. Malauguratamente, non è stata né prospettata né richiesta nelle votazioni per il segretario del PD. Esaurite le formulette e i pasticciotti nostrani, è tempo di guardare al di là delle Alpi e, senza furbescamente manipolare, imitare: Europaeum.

Pubblicato AGL il 10 luglio 2017

INVITO La democrazia nelle istituzioni europee, e qualcosina in più #PolitiCamp 2017 #Manifesto #ReggioEmilia

sabato 15 luglio ore 10
Chiostro della Ghiara
Reggio Emilia

Gianfranco Pasquino interverrà al Politicamp 2017 sul tema
“La democrazia  nelle Istituzioni europee, e qualcosina in più”


POLITICAMP 2017, COME ARRIVARE E DOVE DORMIRE IL 14, 15 E 16 LUGLIO A REGGIO EMILIA – Possibile

Sartori e la rilevanza della scienza politica

NUOVA ANTOLOGIA Rivista di lettere, scienze ed arti
Serie trimestrale fondata da GIOVANNI SPADOLINI

In ricordo di Giovanni Sartori

Pubblicato in “Nuova Antologia”, aprile-giugno 2017, vol. 618, fasc 2282, pp. 253-260

Senza l’impegno sostenuto e possente di Giovanni Sartori, quasi sicuramente in Italia non esisterebbe la scienza politica. Altri importanti studiosi, Beniamino Andreatta, Norberto Bobbio, Gianfranco Miglio, Nicola Matteucci, hanno collaborato in varie forme e modalità con lui, anche per riformare le Facoltà di Scienze Politiche, ma l’impulso primo e possente, sostenuto e prolungato è venuto da lui. Sartori non era motivato soltanto dai suoi interessi di ricerca, in parte influenzati dalla conoscenza di quello che avveniva oltre Atlantico (in Europa, fino alla metà degli anni sessanta dello scorso secolo, di scienza politica ce n’era davvero pochina). Ebbe, credo, fin dall’inizio, due importanti obiettivi di lungo periodo: i) dare vita ad una cultura politica che sfidasse sia quella cattolico-democratica sia quella comunista, nessuna delle due incline ad uno studio scientifico della politica; ii) acquisire e diffondere un sapere scientifico applicativo. La scienza politica di Sartori non doveva piegarsi ad ambizioni personali e partitiche, ma doveva mirare ad essere applicabile. Doveva produrre elementi conoscitivi, generalizzazioni, teorie probabilistiche tali da trasformare la realtà politica e, al contempo, da essere a loro volta trasformati, affinati o abbandonati, a contatto con quella realtà. Abbiamo variamente esplorato i contributi scientifici e di intellettuale pubblico di Sartori nel volume che ho avuto l’onore di curare, La scienza politica di Giovanni Sartori, Il Mulino 2005.

Non è questo il luogo dove interrogarsi sull’evoluzione della scienza politica italiana, fra l’altro, con Sartori, tranne qualche frecciata, non ne abbiamo parlato praticamente mai, anche se è facile constatare che, con pochissime eccezioni, i politologi e le politologhe italiane non stanno percorrendo la strada indicata da Sartori. Le loro, spesso scarne, bibliografie fanno intendere che, da un lato, non hanno praticamente nessun interesse applicativo; dall’altro, sono caduti/e in uno dei maggiori difetti che Sartori imputa alla scienza politica americana degli ultimi venti/trent’anni: l’eccessiva specializzazione. L’altro difetto, eccessiva quantificazione, esiste, ma appartiene a pochi, forse poiché richiede competenze che raramente vengono insegnate nelle Facoltà italiane di Scienze Politiche (nessuna delle quali attualmente si chiama così). È certo e accertabile (nelle note e nelle bibliografie) che la grande maggioranza dei politologi italiani conosce poco e male, forse quasi per niente, la scienza politica di Sartori neppure quando frequenta le sue tematiche. Aggiungo che temo (è un eufemismo) che quei politologi rifiutino, più o meno consapevolmente, l’idea, l’invito, il precetto a fare scienza politica che abbia potenzialità applicative. Naturalmente, ma non dovrei avere bisogno di aggiungerlo, Sartori non si fece mai dettare dalle sue preferenze politiche le analisi scientifiche e neppure le indicazioni applicative. Quello che si può estrarre dalla sua molto ampia produzione scientifica è una limpida ed esplicita preferenza per una democrazia competitiva, fondata su regole e istituzioni, in grado di produrre elite politiche che fossero il meglio.

Come ho scritto più volte, Sartori non è l’autore di un solo libro variamente rielaborato nel corso del tempo. I suoi interessi di ricerca e di scrittura abbracciano l’intero campo della scienza politica. Anche se, spesso, il confronto con i suoi scritti inizia con il fondamentale libro Democrazia e definizioni (1957), a monte stanno non solo numerose dispense sul pensiero di alcuni filosofi Hegel, Marx, Kant e Croce, ma anche saggi importanti sulla rappresentanza politica e sulla struttura dello Stato. Non sono al corrente di paragoni fra il libro di Bobbio, Politica e cultura (1955) e quello di Sartori sulla democrazia, ma chiunque confronti quei libri, e sarebbe un esercizio fecondissimo, può vedere che, in modi e stili diversi, entrambi sfidano il pensiero e la prassi comunista. Sartori lo fa in maniera più scientifica, utilizzando le parole e costruendo i concetti secondo una impostazione che non abbandonerà mai. Sulla proprietà delle parole e sulla pulizia dei concetti insisterà sempre. Per diversi anni presiederà il Committee on Conceptual and Terminological Analysis la cui attività produsse un pregevole volume da lui curato: Social Science Concepts: A Systematic Analysis (1984). I suoi numerosi saggi in materia sono raccolti in Elementi di teoria politica, volume senza eguali più volte ristampato dal Mulino (la più recente nel 2016).

Un po’ dappertutto, ma in Italia più che altrove, è andato perso il gusto della chiarezza e precisione concettuale. Spesso dicevo a Sartori che non era proprio riuscito a vincerla quella sua meritoria battaglia concettuale e che, di conseguenza, la scienza politica vedeva ridotta la sua capacità di formulare generalizzazioni e teorie, “probabilistiche”, lui subito aggiungeva, dotate effettivamente sia di intersoggettività (chi non usa lo stesso linguaggio e concetti dal significato preciso e univoco non può, ovviamente, comunicare in maniera scientifica e convincente) sia di scientificità. D’altronde, gli ricordavo, lui stesso aveva espresso fin dal 1993 la sua crescente insoddisfazione nei confronti della scienza politica americana per quelli che definiva “eccessi”: di specializzazione e di quantificazione che la condanna(va)no all’irrilevanza e alla sterilità. In materia, di tanto in tanto, soprattutto quando mi invitano a tenere conferenze specifiche, riprendo in mano gli Elementi di teoria politica. Che si tratti di ideologia o di opinione pubblica, di costituzione o di sistemi elettorali, di liberalismo o di rappresentanza -sono tutte “voci” di quell’insuperabile volume–, ottengo sempre quel che desidero: una luce che rischiara il passato e illumina il cammino. E, non posso proprio trattenermi, una luce che disintegra la superficialità, l’approssimazione e le “post-verità” dei contemporanei.

Non si può pretendere, ma perché no?, che commentatori e giornalisti italiani conoscano la produzione scientifica di Sartori. Soprattutto se un libro fondamentale come Parties and party systems (Cambridge University Press I1976) è rimasto in inglese, ma lo abbiamo “festeggiato” nel volume da me curato Classico fra i classici. Parties and party systems quarant’anni dopo (Erga Edizioni 2016). Tuttavia, coloro che scrivono di riforme elettorali e costituzionali hanno il dovere di andare oltre le semplici/stiche notazioni di Sartori come inventore beffardo dei termini Mattarellum e Porcellum. Quello che più conta è il contenuto delle critiche di Sartori a quei due sistemi elettorali. Soprattutto se venisse fatto rivivere il Mattarellum, infatti, sarebbe necessario ridefinirlo in maniera da evitare gli inconvenienti denunciati da Sartori, in particolare quello di agevolare e perpetuare la frammentazione dei partiti. Il cruccio di Sartori quanto alla scarsa attenzione che i politici dedicarono alle sue critiche e proposte di riforma non era tanto derivante dal desiderio di intestarsi un qualche esito significativo quanto, piuttosto, dalla acuta consapevolezza che un sistema politico con persistenti problemi elettorali e istituzionali non potrà mai acquisire modalità soddisfacenti di funzionamento.

È opportuno ricordare, proprio mentre continua una più o meno sotterranea lotta per una legge elettorale che avvantaggi chi può e svantaggi gli oppositori, che Sartori non ragionò mai in questi termini particolaristici (è uno dei molti aspetti puntigliosamente ed efficacemente segnalati nell’articolo di Domenico Fisichella, L’importanza delle leggi elettorali, nel fascicolo La Repubblica di Sartori della rivista “Paradoxa”, Gennaio/Marzo 2014, pp. 77-94) . Tenendo ferma la sua prospettiva comparata (brillantemente espressa proprio con riferimento alle riforme elettorali e costituzionali nel volume più volte aggiornato e ristampato Ingegneria costituzionale comparata, Il Mulino, 2004, 5a ed.), assolutamente estranea a coloro che raccontavano (già esistevano le “narrazioni”) la favola dell’anomalia italiana, addirittura “positiva”, Sartori, da un lato, criticava quello che non si doveva fare, dall’altro, indicava soluzioni, alla fine giungendo all’argomentata prospettazione del regime semi-presidenziale della Quinta Repubblica francese accompagnato dalla legge elettorale a doppio turno in collegi uninominali (soluzione che, per quel che conto, condivido ampiamente). Aggiungo che, per evitare che qualche partito/lista si trovasse/considerasse svantaggiato a priori dalla clausola percentuale per l’accesso al secondo turno, Sartori suggerì di consentire la possibilità di accesso in ciascun collegio uninominale ai primi quattro candidati. Una soluzione che è, al tempo stesso, ingegnosa e non inficia tutti gli ottimi elementi già contenuti nel doppio turno di collegio: opportunità dispensate agli elettori, informazioni producibili e disponibili a candidati e partiti, spinta alla formazione di coalizioni che si candidano a governare, “punizioni” di coloro che non cercano e non trovano alleati.

Nel confusissimo e, qualche volta, dai più furbi, manipolatissimo dibattito italiano sulle riforme elettorali, Sartori è passato alla storia come colui che ha coniato i termini Mattarellum e Porcellum. E sia. Tuttavia, persino quei termini meriterebbero di essere esplorati nelle loro origini scientifiche poiché, in effetti, dietro le due espressioni sarcastiche che bolla(va)no due leggi elettorali assolutamente riprovevoli sta un’analisi scientifica che è meritevole di essere recuperata. L’opposizione di Sartori al Mattarellum era fondata sulla consapevolezza comparata che, invece, di ridurre o, quantomeno, contenere la frammentazione partitica, quella legge elettorale la premiava, se non addirittura incoraggiava. Le minoranze geograficamente concentrate, che erano sfuggite alle lenti degli studiosi dei sistemi elettorali, sono in grado di inceppare l’eventuale bipartitismo (il caso italiano potendo al massimo, peraltro, aspirare al bipolarismo, inteso come competizione fra coalizioni che si candidano al governo che, comunque, sarebbe resa molto più difficile dall’esistenza di un terzo attore, minoranza, che si dichiari non coalizzabile). L’esito e la fondatezza della critica, che era anche una previsione, sono sotto gli occhi di chi sa vedere. Da allievo di Sartori credo di potermi permettere di aggiungere che non avrebbe accettato la semplice reviviscenza del Mattarellum se non vi fossero inserite opportune modifiche. Poiché a tutti i riformatori che non accettano le minestre che passa il convento, anzi, la conventicola, dei politici giunge regolarmente la richiesta imperiosa di avanzare (contro)proposte, è facile recuperare nella produzione di Sartori in materia di ingegneria elettorale la controproposta: doppio turno alla francese in collegi uninominali con una importante e interessantissima variante per l’accesso al secondo turno [al secondo turno che non è, non può e non deve essere definito ballottaggio. Infatti, al secondo turno per le elezioni legislative francesi possono, sottolineo la facoltà e non l’obbligo né l’automaticità, passare più di due candidati, in all’incirca tre quarti dei collegi avviene proprio così, mentre il ballottaggio è tale quando si svolge fra due soli candidati, come nel caso delle elezioni presidenziali, con conseguenze molto diverse sugli orientamenti e sui comportamenti di voto]. Invece di fissare una clausola percentuale per l’accesso al secondo turno, tempo fa Sartori suggerì, molto più semplicemente, che fosse consentito ai primi quattro candidati di (decidere di) passare al secondo turno cosicché, di volta in volta, laddove esistono candidati popolari, efficaci nel fare campagna elettorale, ritenuti rappresentativi, si darebbe loro e ai loro partiti l’opportunità, la chance di competere, se lo vorranno, con candidati di partiti generalmente più forti.

Sartori sarebbe, meglio era, esterrefatto nel sentire che l’esistenza di tre poli (presumibilmente, lo spappolato centro-destra, il PD e il Movimento Cinque Stelle) obbliga a formulare una legge elettorale di un qualche imprecisato tipo. Naturalmente, è, in linea di massima, vero che i partiti tenteranno in tutti i modi di ottenere una legge elettorale che dia loro qualche vantaggio ovvero che, almeno a prima vista, non produca svantaggi (ma i politici miopi hanno enormi probabilità di sbagliare). Però, la cospicua letteratura sui sistemi elettorale si concentra su un altro ben più importante fenomeno. Ci sono molti studiosi che si sono ripetutamente interrogati sull’influenza dei sistemi elettorali sui sistemi di partito. Si sono fatti, a partire da Maurice Duverger, molte domande e si sono dati altrettante risposte. Lo ha fatto anche Sartori, rivisitando e, in parte significativa, correggendo Duverger. È sicuro che Sartori direbbe di guardare alla solidità dei partiti e del sistema partitico italiano prima di sostenere quale sistema elettorale sarebbe più appropriato per l’Italia. Sono altrettanto convinto che esprimerebbe la sua documentata preferenza per un sistema elettorale “costrittivo” tale da scongiurare e impedire la (ulteriore) frammentazione del sistema dei partiti e da incentivare la formazione di coalizioni. Infine, affermerebbe alto, forte e sferzante che in qualsiasi direzione si voglia andare bisogna prestare la massima attenzione alla comparazione: come hanno funzionato altrove le leggi elettorali in riferimento e in corrispondenza con quali sistemi di partito. Al test comparato non bisogna chiamare i giuristi, neppure quelli della Corte Costituzionale, poiché non hanno conoscenze sufficienti sul funzionamento dei sistemi politici. Meno che mai sanno come funzionano concretamente i partiti e come si comportano gli elettori a seconda dei sistemi elettorali con i quali esprimono il loro voto [mi limito alla più classica delle distinzioni: voto sincero e voto strategico].

Rischio Weimar: è questo lo spettro che si aggira, non in Europa, ma nelle redazioni dei giornali e nei salotti di “Repubblica”, pardon: delle case benestanti della Repubblica. Da non crederci, ma Sartori si è esattamente occupato della Repubblica di Weimar dal punto di vista del suo sistema partitico: il primo caso di pluralismo polarizzato. Multipartitismo estremo, due opposizioni anti-sistema, i comunisti di osservanza stalinista e i nazionalsocialisti tra i quali intercorreva una grande, incolmabile, distanza ideologica, impossibilità di alternanza, tentativo delle estreme di svuotare il centro che a Weimar era costituito dai socialdemocratici. Tralascio qui il contesto internazionale straordinariamente diverso dall’attuale. Neppure all’osservatore meno preparato e più distratto possono sfuggire le differenze qualitative fra il sistema partitico di Weimar e quello dell’Italia contemporanea. È certamente possibile considerare il Movimento Cinque Stelle un attore anti-sistema, vale a dire, nella terminologia di Sartori, un attore che, se potesse, cambierebbe il sistema. Tuttavia, la transizione dalla vigente, ma traballante, democrazia rappresentativa alla democrazia diretta (alla cui “piattaforma”, peraltro, Jean-Jacques Rousseau non concederebbe affatto l’uso del suo nome) non si configurerebbe come il crollo del regime nelle modalità e nelle conseguenze della tragedia di Weimar. Al proposito, fermo restando che, anche per costruire una (difficile) democrazia diretta è indispensabile conoscere la democrazia rappresentativa, che non sembra proprio essere il patrimonio culturale delle Cinque Stelle, i preoccupati profeti della Weimar prossima ventura in salsa italiana dovrebbero interrogarsi sulla rappresentanza politica (che per essere tale non può non basarsi sull’assenza del vincolo di mandato) e sulle leggi elettorali che la garantiscono nel migliore dei modi possibili. Ovviamente, mai, con le liste bloccate e difficilmente con i capilista bloccati.

Di un autore si può leggere e, più o meno dottamente, interpretare un testo alla volta. Da quando ho cominciato a leggere Sartori, ho sentito, molto più che per altri autori, per esempio, limitandomi a coloro che Sartori cita come amici di una vita: Marty Lipset, Juan Linz, Stein Rokkan, Mattei Dogan, Hans Daalder, S.N. Eisenstadt, e soprattutto ai due per i quali esprime il suo maggiore apprezzamento scientifico: Gabriel A. Almond e Robert A. Dahl, due necessità. La prima è quella di seguire il percorso attraverso il quale Sartori era giunto alla stesura dei suoi libri. Che cosa c’era prima di lui? Qual era lo stato delle conoscenze? Che cosa aveva letto e utilizzato (e molto eventualmente che cosa aveva trascurato)? Insomma, quanta e quanto grande era la sua originalità? Da un lato, questa ricerca si è presentata molto facile poiché Sartori aveva, come scrisse lui stesso per chi voleva fare opera scientifica, “la sua bibliografia” in ordine, vale a dire, aveva effettivamente letto e preso in considerazione tutto quanto scritto prima di lui sul tema che stava affrontando.

Dall’altro, invece, l’esito della ricerca era straordinariamente complicato: non era possibile, se mi si consente la frase che segue, leggere tutte le sue letture. Tuttavia, era sufficiente prendere in considerazione i testi dei predecessori più importanti per rendersi immediatamente conto che Sartori era andato oltre le loro teorizzazioni. Così per quello che riguarda la teoria competitiva della democrazia di Schumpeter, fatta sua, ma integrata e completata con l’elemento cruciale, derivato da Carl J. Friedrich, delle “reazioni previste”. Gli uomini politici desiderano essere rieletti. Pertanto, vinta una elezione tenteranno di mantenersi in sintonia con il loro elettorato e costantemente di rimettersi in quelle condizioni stabilendo una relazione di rappresentanza e di accountability, proprio quello che ) non riescono a cogliere e a capire i frettolosi lettori e critici della teoria di Schumpeter, i cosiddetti partecipazionisti (debitamente criticati in The Theory of Democracy Revisited). Di recente, la parola e la sfida sono passate ai “deliberazionisti”, ma i loro esiti non mi appaiono ancora soddisfacenti e confortanti. Così, addirittura molto di più, per quello che riguarda i sistemi di partito e la loro classificazione. Ho già accennato alla vera insuperata innovazione: contare i partiti che contano (di conseguenza, formulare ed esplicitare i criteri della rilevanza), mentre tutte le analisi e classificazioni precedenti si erano limitate e non avevano saputo andare oltre il semplice, ma talvolta decisamente fuorviante, criterio numerico. Infine, nulla di quanto si trova in Ingegneria costituzionale comparata può essere compreso fino in fondo e, quindi, adeguatamente utilizzato da chi non conosce, al tempo stesso, le riflessioni di Sartori sulla Costituzione (e sul liberalismo come tecnica di separazione dei poteri e di freni e contrappesi) e, per l’appunto, la classificazione e l’impatto dei sistemi di partiti su Parlamenti e governi. Mi pare che i “conoscitori” siano davvero pochi, come ha rivelato anche la campagna del “Sì” per il referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.

La seconda necessità discende inesorabile dal complesso delle innovazioni che Sartori ha introdotto nei tre campi della sua ricerca e produzione scientifica. Sartori è davvero uno scienziato della politica a tutto tondo. Democrazia, partiti, istituzioni si tengono insieme. Fanno sistema. Debbono essere analizzati sempre in prospettiva comparata. Poi, potremo dedicarci anche ad altre tematiche, ad altri fenomeni, ad aspetti specifici di ciascuna, ma neanche coloro che riescono a vedere una pluralità di alberi sapranno fare passi avanti fino a vedere la foresta, ovvero, ricorrendo ad una frase che considero particolarmente suggestiva e efficace, saranno in grado di salire sulle spalle di quel gigante della scienza politica che è stato Sartori. Quel gigante aveva un cattivo carattere, ma il suo lascito scientifico e culturale è enorme. Per quel che mi riguarda, quell’imponente lascito del quale, nei miei limiti ho già ampiamente goduto, è più che sufficiente a farmi dimenticare i non pochi scontri nei quali ho regolarmente perduto e a consentirmi di essere riconoscente per tutto quello che, grazie a lui, ho imparato e per la strada che ho potuto fare.

 

L’eterno Berlusconi

“Come sarebbe”, si è chiesto Berlusconi, “negli USA il 76enne Bernie Sanders ha fatto una durissima campagna elettorale e a momenti vinceva le primarie presidenziali. Il 68enne Jeremy Corbyn, già al suo terzo matrimonio, ha portato i laburisti al 40 percento, un esito che il più giovane Tony Blair non aveva mai attinto. Il Donald Trump, che è molto più sbruffone di me, non è, però, neppure lui, con i suoi settantuno anni, un ragazzino. In Italia, l’ultranovantenne Napolitano fino a poco tempo fa ha fatto e disfatto governi compreso il mio nel 2011. E io che sono uno splendido ottantenne, sperimentato, già a lungo vincente, tirato a lucido, diventato animalista grazie a Dudù, dovrei lasciarmi rottamare da qualche politico quarantenne che non ha avuto neanche un quinto dei miei successi, che mi imita maldestramente, che ha perso peggio di me il referendum costituzionale? Rispolvererò una battuta bellissima (e vincente) dell’ultra settantenne Reagan che in un dibattito con un antagonista quasi vent’anni più giovane, disse: ‘non solleverò la questione dell’età contro il mio antagonista’. Poi, Reagan vinse anche. Non posso neppure dire ‘torno in campo’. In campo”, continua Berlusconi, “ci sono sempre stato. E’ che il gioco, spesso brutto ‘teatrino della politica’ mi piaceva poco. Gli arbitri hanno fischiato contro di me (speriamo che non lo facciano anche quelli della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) e il giovin giocatore fiorentino mi ha ingannato un paio di volte. Comunque, non mi pare proprio, gira e rigira che nel centro-destra siano venute fuori delle leadership alternative, fascinose. Brava è la Meloni, ma il suo elettorato e il suo appello sono inevitabilmente confinati a quell’area di destra, che, comunque, mi voterebbe. Mica crederà Giovanni Toti che vincere in Liguria sulle ceneri del PD e a Genova per errori del comico Grillo sia qualcosa che solo lui saprebbe trasportare a livello nazionale? Ma lo vedete il Toti in Lombardia e in Veneto, in Sicilia e in Puglia? Stefano Parisi è già quasi sparito: poco progetto, nessun carisma, dove va senza la mia Forza Italia? Il Salvini sarebbe, come sfidante, più credibile e persino più pericoloso. Ma non è che nel Sud gli riesca di sfondare, e poi che brutta botta ha preso con la sconfitta di Marine Le Pen alle presidenziali francesi! Infatti, non ne parla più, ma continua ad attaccare l’Europa alienandosi quella parte di elettorato moderato che non è europeista convinto, ma che sa che in Europa ci siamo e ci resteremo e che nessuno dei cosiddetti sovranisti riuscirà mai a farci credere che uno Stato svincolatosi dall’Unione Europea e magari anche dall’Euro sarà in grado da solo di risolvere i problemi che ventisette stati fanno fatica a mettere sotto controllo. La verità è davanti agli occhi di tutti, anche di coloro, non molti, che non esagerano a darmi sempre ragione, a ripetere fastidiosamente, persino per me, ‘come ha giustamente detto il Presidente Berlusconi’. Il parco del centro-destra non contiene nessun leader alla mia altezza. Qualcuno capace di raggiungere l’elettorato moderato, che esiste, e l’elettorato liberale, che mi sono inventato io, al quale ha creduto la stampa milanese, ‘Corriere della Sera’ in testa, come se ci fossero liberali italiani che si affidano ad un duopolista con i suoi conflitti d’interessi. Anche per evitare scontri sanguinosi dentro Forza Italia, di tanto in tanto faccio balenare qualche nome. Già, il Marchionne, lo menziono, ma mica ci credo che voglia fare il candidato di Forza Italia a Palazzo Chigi. C’è anche il Draghi, famoso in Europa non so quanto in Italia, ma qualcuno poi mi criticherà poiché ho sempre invitato a diffidare dei banchieri (a cominciare da Ciampi). Come spiegare che ho cambiato idea? Ma vi sembro il tipo che va alla ricerca di cosiddetti Papi Neri? Non l’ho fatto mai e non comincerò certamente a ottant’anni compiuti. Dunque, volete ancora il nome? E’ l’ultima cosa che vi farò sapere quando deciderò che i tempi sono arrivati. Non vi ricordate dei miei fuochi d’artificio, per esempio, l’abolizione dell’IMU annunciata come proposta conclusiva dell’ultimo dibattito con Prodi nel 2006. C’è mancato poco che vincessi. Vi lascerò nel dubbio, sarà un dubbio creativo, ‘ma Berlusconi ha un nome in mente oppure spera che il tempo lavori per lui?’ Adesso, andate a casa e mentre vi rilassate guardando una rete Mediaset, magari un programma a pagamento, chiedetevi: ‘e se fosse ancora lui il leader migliore del centro-destra?’ La risposta, amici miei, direbbe Bob Dylan, ‘is in the wind’ (quello che soffia a Arcore)”.

Pubblicato 11 luglio 2017

Bugie, maledette bugie e statistiche

di Gianfranco Pasquino e Marco Valbruzzi

Prigionieri della retorica renziana troppi commentatori (nonché, naturalmente, i pappagalleschi collaboratori del segretario) insistono sui due milioni di voti conquistati da Renzi in quelle che loro chiamano “primarie”, ma che sono semplicemente state le votazioni per il segretario. Da ultimo, ma non mancheranno i “ripetitori”, senza nessuna remora, Francesco Verderami scrive, attribuendo le parole a Franceschini, che le regole (della necessaria politica delle coalizioni) non sono mutate “[ne]anche per chi ha ottenuto due milioni di voti alle primarie” (Franceschini e il duello sulle alleanze, Corriere della sera”, 8 luglio 2017, p. 9). Ecco, l’ultimo ad avere ottenuto più di due milioni di voti nella sua elezione a segretario, è stato Walter Veltroni, dieci anni fa. Poi, come mostra il grafico, con partecipazione chiaramente declinante, né Bersani né i “due” Renzi sono arrivati a quella cifra.

Figura 1. Voti ai vincitori dell’elezione diretta del segretario PD e votanti complessivi (valori assoluti) 

Per la precisione, che dovrebbe interessare sia i protagonisti della politica sia i commentatori che, magari, volessero esibirsi nella nobile attività di controllo dei fatti (fact-checking), il più recente Renzi è arrivato a 1.257 mila voti che non è neppure il 15 per cento dei voti ottenuti dal PD nelle elezioni del febbraio 2013 ed è appena al di sopra del 10 per cento dei voti ottenuti dal PD già guidato da Renzi nelle elezioni europee del maggio 2014. Insomma, non sembrano davvero risultati strabilianti di cui essere fieri né in termini assoluti né con riferimento alla partecipazione del “popolo del PD”. Certamente, se quei voti vengono paragonati al numero dei partecipanti ai caminetti sono molti, molti di più. Ma, qual è il senso della comparazione che, “diciamo”, sembra avere un’impronta populista? Matteo Renzi dimentica bellamente che i votanti lo hanno rieletto alla segreteria del partito dopo un percorso di “rito”, come dichiarò subito Michele Emiliano, “abbreviato”, non potevano dare nessuna indicazione di quale governo e con chi. Molto poco si parlò del partito e il tema delle coalizioni – loro necessità, utilità, composizione – non fu praticamente neppure sfiorato.

Tabella 1. Segretari e candidati alla segreteria del PD, 2007-2017 

A prescindere da quello di cui si discetta nei caminetti, che retroscenisti alla Verderami ci racconterebbero per esteso, tutti coloro che si occupano, anche solo saltuariamente, di politica, sanno che dare vita a coalizioni è, direbbero gli anglosassoni (sì, proprio quelli che sono sostanzialmente “bipolaristi” e maggioritari), the name of the game, vale a dire il “gioco” al quale partecipare. Le coalizioni offrono all’elettorato la prefigurazione di un futuro possibile. Quando arrivano al governo (tutti i governi delle democrazie parlamentari, anche quello italiano attuale, sono governi di coalizione) rappresentano un elettorato più ampio di quello di un solo partito. Il loro programma, inevitabilmente negoziato, smussa le punte estreme e diventa più accettabile per una larga parte della cittadinanza. Brandire un milione e duecentosettantacinquemila voti contro una parte del proprio partito in nome di una inspiegabile “vocazione maggioritaria” non fa avanzare di un millimetro le politiche di quel partito e non migliora le cognizioni e la qualità della politica italiana.

Pubblicato su LaTerzaRepubblica 8 luglio 2017

Quante sono le sinistre? La sinistra deve sapere diventare e rimanere plurale

Non m’importa quante sono le sinistre: due, tre, cinque, tante, sparse. Non m’interessano le ambizioni dei dirigenti che si dicono di sinistra. Sono sicuro che la sinistra deve sapere diventare e rimanere plurale che vuole dire rispettosa delle proprie differenze, ma in grado di scegliere priorità e produrre decisioni. Deve perseguire una società giusta che riconosca il pluralismo e la competizione delle idee e che crei di volta in volta eguaglianze (plurale) di opportunità.

Caso Vaccini. Il peso della responsabilità

Sono arrivati tempi molto duri per la scienza in diverse parti del mondo, le cui conquiste vengono negate attraverso la manipolazione dell’ignoranza dei cittadini e lo sfruttamento di superstizioni antiche e moderne. Alcuni giorni fa, la Turchia del Presidente Erdogan ha deciso di procedere all’insegnamento del creazionismo nelle scuole negando, di conseguenza, la scientificità del darwinismo, dell’evoluzionismo. Da un paio di decenni, peraltro, anche in non pochi degli Stati del Sud degli USA, diverse confessioni religiose premono affinché il creazionismo sia ammesso a pieno titolo come materia d’insegnamento nel curriculum di studi. Triste è questa tendenza, diseducativa e, nel medio termine, almeno altrettanto pericolosa di quella di coloro che si oppongono alle vaccinazioni. Vantando evidenze scientifiche di molto dubbia o, più spesso, inesistente validità, i cosiddetti No vax, sostengono che i vaccini contro le malattie infettive e contagiose, soprattutto, ma non solo quelle dei bambini, sono pericolosi per la salute e per la vita a cominciare proprio da quei bambini. Dunque, li rifiutano.

Tralasciando temporaneamente che in Italia si sono già verificati numerosi casi di decessi di bambini che, se vaccinati, non avrebbero contratto la malattia, ad esempio, ma non solo, il morbillo, è imperativo riflettere su tre elementi che finora non sono stati sufficientemente presenti nel dibattito pubblico italiano. Il primo elemento è che, grazie ai vaccini scoperti e utilizzati negli ultimi settanta-ottanta anni quasi tutte le malattie infettive e contagiose sono state debellate oppure, quantomeno, drasticamente ridimensionate. Sul punto, l’evidenza scientifica è monumentale e inoppugnabile.

Secondo, chi si oppone alle leggi della Repubblica che rendono obbligatori i vaccini sta dichiarando con il suo comportamento che l’art. 32 della Costituzione: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività” è sistematicamente violato dalle autorità, governo e parlamento. Infatti, logicamente, chi segue i No Vax ritiene che la Repubblica non stia affatto tutelando la salute dei suoi cittadini, in particolare, dei più indifesi, vale a dire, i bambini, ma, al contrario, la stia mettendo sistematicamente in pericolo proprio attraverso l’obbligo di vaccinazione. Qualcuno potrebbe anche, di conseguenza, chiedere ai No Vax di intraprendere azioni legali contro le autorità repubblicane ai vari livelli. Saranno poi i tribunali della Repubblica a chiedere che sia presentata da tutte le parti la necessaria evidenza scientifica a supporto.

Infine, qualcuno potrebbe, in via di principio, anche essere d’accordo sulla libertà dei singoli di opporsi ai vaccini così come a qualsiasi modalità di accanimento terapeutico, naturalmente, attendendosi coerenza dai No Vax anche per quel che riguarda le norme sul fine vita. Qui, però, siamo di fronte ad una situazione nella quale sono i genitori a decidere per i figli, sui figli, costretti a subire le conseguenze di quanto deciso per loro, che potrebbero essere letali. Questo già rende difficile affermare egoisticamente “affari loro”. Di più, che è, a mio parere, il passaggio più importante, chi non vaccina i propri figli non mette a rischio esclusivamente la loro incolumità. Attraverso il possibile/probabile contagio che, amplificato dalla vita in una società aperta e mobile, potrebbe condurre a devastanti epidemie, saranno messe in pericolo la salute e l’incolumità di tutti coloro che casualmente entreranno in contatto con bambini infettati perché non vaccinati. Esiste, cioè, una responsabilità sociale enorme a carico di coloro che decidono, violando la legge, di non vaccinare i loro figli. I No Vax finiscono per mettere, più o meno consapevolmente, a repentaglio non solo la vita dei loro figli, ma quella dei figli degli altri. Questo, la Repubblica, che siamo noi tutti, cittadini, non può davvero consentirlo.

Pubblicato AGL il 6 luglio 2017

“Patologia della corruzione parlamentare” di Piero Calamandrei. Introduzione di Gianfranco Pasquino

L’indispensabile e criticabile rappresentanza parlamentare
Riflettere su come i cittadini delle democrazie sono rappresentati e sono governati può essere un esercizio scientificamente gratificante. Quando l’esercizio è effettuato da un grande maestro del pensiero giuridico, come fu Piero Calamandrei, può condurre ad approfondimenti, valutazioni, proposte di rimedi tutti meritevoli di assoluta considerazione. Poiché l’Italia era, ai tempi di Calamandrei ed è rimasta, nonostante alcune malposte, malintenzionate e malfatte proposte di riforma, in parte mai giunte in porto, in parte opportunamente bocciate dall’elettorato, una democrazia parlamentare, gli scritti qui presentati mantengono una straordinaria attualità e pertinenza. Certo, nei più di cinquant’anni trascorsi si sono avuti molti cambiamenti, in particolare, per quel che riguarda i partiti e i loro rappresentanti eletti in parlamento e nelle modalità stesse di fare politica. Tuttavia, i due scritti di Calamandrei qui ripubblicati continuano ad essere molto più che semplici suggestive riflessioni. Sono una guida per addentrarsi nel parlamentarismo, per orientarvisi, per leggervi gli sviluppi, per individuare i problemi aperti e per proporne, lucidamente e sobriamente, i rimedi possibili. (dall’Introduzione di GP)

«Questo è un argomento che, per trattarlo col dovuto rispetto, bisognerebbe scriverne in latino; in un latino settecentesco da vecchio trattato di medicina, colla descrizione dei sintomi e varietà della malattia, e qualche bella tavola illustrativa: De variis in Parlamento corruptelae modis atque figuris Tractatus».

Così, con l’ironia ben nota ai suoi lettori, scriveva Piero Calamandrei nel primo dei due scritti qui riproposti: usciti entrambi nell’arco di un decennio, tra il ’47 e il ’56, ma ancora oggi di un’attualità evidente in ogni loro riga, essi mostrano, con l’usuale profondità di pensiero e chiarezza di stile, come giustizialismo e discredito della politica siano non solo tratti caratteristici e complementari della nostra vita pubblica odierna, ma fenomeni di lungo corso, che affondano le loro radici nella storia della nazione.

Piero Calamandrei
Patologia della corruzione parlamentare
Introduzione di Gianfranco Pasquino
Edizioni di Storia e Letteratura (2017)