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Per un nuovo ordine internazionale liberale #imessagginidipasquino

Neppure “tutti gli uomini del re tutti i cavalli del re” (Alice nel paese delle meraviglie) riusciranno a restaurare il crollato ordine internazionale liberale. L’aggressione russa all’Ucraina gli ha, al tempo stesso, dato il colpo di grazia e costretto l’Unione Europea a venire allo scoperto. Il prossimo ordine internazionale su molto rinnovati valori liberali dovrà fare leva non solo sugli USA, ma anche sull’Europa che trovi modo di coinvolgere l’Africa continente nei confronti del quale ha grandi responsabilità. La Cina, nella sua ascesa diventata più lenta e faticosa, dovrà scegliere: inserirsi e consolidare oppure minacciosamente destabilizzare?

A cosa servono le leggi elettorali. Rappresentanza e responsabilità #Forlì #18settembre #Elezioni2022

In presenza al Teatro di Vecchiazzano e in diretta YouTube

ore 20:30

Gianfranco Pasquino

A cosa servono le leggi elettorali. Rappresentanza e responsabilità

ore 21
Confronto tra candidati sul territorio
moderatore Enrico Samorì

La politica vive. Chi non si occupa di politica, la politica non si occupa di lui #paradoXaforum

La politica? Offre cattiva prova di sé; non dà risposte; non risolve problemi; è evaporata; è finita; se ne può, anzi, se ne deve, fare a meno. Nel paese che ha una lunga, non nobile, tradizione di antipolitica, e moltissimi commentatori antipolitici, per esempio, coloro che affermavano di “non prendere neanche un caffè con i politici” (Indro Montanelli), queste frasi hanno effetti deleteri. Sono anche sbagliate.

   Politica, da Aristotele in poi, è tutto quello che succede nella polis, nel sistema politico. Dunque, la politica non può evaporare e non se ne può fare a meno. Certo, può scomparire la polis quando la politica viene proseguita con altri mezzi: la guerra (von Clausewitz). Politica è la capacità di costruire le condizioni del possibile, mettendo insieme le preferenze, le competenze e le energie di coloro che vivono nella polis, che vogliono preservarla, cambiarla, migliorarla.

   Non è neanche vero che l’importanza della politica, delle scelte effettuate nell’ambito di ciascuna polis, di ciascun sistema politico, è diminuita, addirittura azzerata dalla globalizzazione. Al contrario, la globalizzazione è una sfida alla politica dei sistemi politici, i quali, se sanno organizzarsi grazie ad una buona politica e a politici buoni, sono in grado di difendersi dalla globalizzazione. Nessuna sfida economica, sociale, della comunicazione si abbatte sulla Danimarca, paese con circa la metà degli abitanti della Lombardia poiché la sua burocrazia è efficiente e integra e la sua democrazia gode di amplissimo consenso. Entrambe saprebbero resistere e la sua politica saprebbe reagire rimodulandosi, rimodellandosi, sconfiggendo gli operatori aggressori. La politica abita in Danimarca, affermerebbe un redivivo Amleto.

   Vero è che in alcuni sistemi politici è cresciuto il numero di coloro che pensano di potere fare a meno della politica. Un tempo li avremmo chiamati individualisti. Si isolavano orgogliosamente, si chiamavano fuori dalla politica, convinti di poterne fare a meno grazie al loro ingegno e alle loro risorse. Oggi sulla scia di un grande studioso recentemente scomparso, Ronald Inglehart, lo dobbiamo chiamare post-materialisti. Non hanno nessun bisogno materiale (ordine/sicurezza e stabilità dei prezzi), ma perseguono obiettivi come libertà di espressione e autorealizzazione e pensano di riuscire a ottenerli, se e quando vogliono, con le loro personal capacità senza la politica, persino, eventualmente, contro la politica.

   Sbagliano. Quando se ne accorgono organizzano proteste e movimenti, come Podemos e Occupy Wall Street. In questo modo, riconoscono non solo l’esistenza della politica, ma la sua importanza anche al più alto livello, quello dei beni immateriali. Sconvolgono e capovolgono la troppo spesso banalmente ripetuta affermazione “se non ti occupi di politica la politica si occupa comunque di te”. No, la politica di cui non i occupi, non si occupa di te. Non organizzerà al meglio il sistema delle comunicazioni. Non ristrutturerà il mercato del lavoro. Non porterà le scuole e le Università al loro rendimento più elevato. Non provvederà né alla salute né alle pensioni dei suoi cittadini, materialisti e postmaterialisti.

   Dove la politica viene sottovalutata e disprezzata dai commentatori e dai cittadini, che sono parte più o meno consapevole, spesso ignorante e male informata, del problema, la vita rischia di diventare, o già lo è, hobbesiana: “solitary, poor, nasty, brutish, and short”.

Pubblicato il 25 settembre 2022 su ParadoXaforum

Tra scienza e politica #17settembre ore 15:30 #Pordenone @pordenonelegge #pnlegge2022 @UtetLibri

NEL NOSTRO TEMPO

Tra scienza e politica

Palazzo Montereale Mantica

Incontro con Gianfranco Pasquino

Presenta Martina Milia

“Molti sabati pomeriggio di quel dolce autunno del 1974 a Harvard li passammo a giocare al pallone nel campetto dietro casa. Mario Draghi era spesso con noi, ma certo, giocatore piuttosto lento e poco grintoso, non era il più dotato in quello sport.” Un intellettuale outsider tra le circostanze del destino, che grazie a una intelligenza affilata e a occasioni fortunate (nonché a una notevole dose di autoironia) si è ritrovato non solo testimone d’eccezione, ma comprimario illustre del secondo Novecento.

Tra scienza e politica
Una autobiografia

(UTET 2022)

Invito al voto @liberiegiusti #video #ElezioniPolitiche22

14 set 2022 “Sono un europeo nato a Torino. Ho sempre guardato all’Europa come il luogo migliore nel quale vivere. Sono costernato dalla campagna elettorale della destra. Una buona ragione per andare a votare è anche semplicemente andare a votare contro: contro quelli che sono confusionisti, egocentrici, sovranisti: non è da loro che l’Italia otterrà quello che dovrebbe avere per riuscire a risolvere alcuni dei suoi problemi. Non è da loro che ci aspettiamo soluzioni. Andare a votare, in questo caso, è particolarmente importante. Andate a votare e votate per i partiti europeisti”. Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica

Contro le destre non basta dire soltanto no @DomaniGiornale

Il quadro è l’Unione Europea più l’Europa che verrà con la sconfitta dell’aggressione russa all’Ucraina. Nessuna proposta programmatica ha senso se non parte dal ruolo e dal posto dell’Italia in Europa. Tornare indietro è costato moltissimo alla ben più potente Gran Bretagna. Non sarebbe un pranzo di gala neppure per l’Italia. Su questo terreno il PD anche grazie all’alleanza con +Europa e Emma Bonino ha le carte in regola e le deve giocare. Non è mai sufficiente, talvolta neppure convincente, dire rumorosi no alle proposte degli avversari. Non c’è bisogno di concedere che il semipresidenzialismo non è autoritarismo. Ai semipresidenzialisti nostrani bisogna, da un lato, chiedere con quale legge elettorale verrà formato il Parlamento, dall’altro, contrapporre un parlamentarismo rinnovato: voto di sfiducia costruttivo e legge elettorale proporzionale con soglia d’accesso per evitare la frammentazione dei partitini. La tassa piatta non ha funzionato da nessuna parte. Non ha dato slancio a nessuna economia. Comunque, è iniqua. Ancora più iniqua quando non solo è piatta, ma è anche bassa. Le destre “giocano” sulle aliquote e faranno debito pubblico. Le tasse sono un rapporto di fiducia che i cittadini stabiliscono con lo Stato in cambio di sicurezza e di servizi tanto più necessari per le fasce deboli della società. Pagare tutti con progressività. Le tasse sono l’impegno che lo Stato assume con i cittadini. Offrirà sanità, istruzione, lavoro, pensioni in maniera efficiente e giusta. Senza privilegi, senza esenzioni, senza corruzione con amministratori pubblici che hanno piena e orgogliosa consapevolezza che i cittadini sono i loro datori di lavoro, meritevoli della massima attenzione e cura.

   I diritti delle persone sono sempre una questione di libertà, detto anche per tutti coloro che lamentano la mancanza di liberalismo in Italia (forse non avendo ancora avuto il tempo di leggere la Costituzione). I diritti, a cominciare da quello di cittadinanza, possono essere acquisiti seguendo criteri sui quali è lecito avere opinioni e valutazioni diverse. Restringere i diritti è destra, ampliarli è progresso. Ai diritti si accompagnano i doveri che non sono optional, che non debbono essere né condonati né elusi, ma adempiuti (a cominciare dal voto il cui esercizio, art. 48, è dovere civico).

La campagna elettorale serve a delineare una visione di società desiderata e desiderabile, contrastando le altre visioni non solo perché diverse, ma perché carenti, inadeguate, improbabili da attuare, persino, come il sovranismo, pericolose. Non è questione di demonizzare la principale esponente dello schieramento avverso, ma di mettere in evidenza le contraddizioni e i costi, materiali e sociali, delle sue proposte contrapponendovi subito il fattibile e il credibile. Il tempo c’è.  

Pubblicato il 14 settembre 2022 su Domani

Poli non si nasce, si diventa #video #imessagginidipasquino

Polo dovrebbe essere una aggregazione. Allora, sia chiaro, le destre si sono effettivamente, non da oggi, aggregate, poi hanno differenze e fanno confusione, ma polo. Il campo largo è diventato un polo progressista: PD, Articolo Uno, +Europa, e vabbé. Calenda e Renzi hanno messo temporaneamente sotto controllo i loro gonfi e incomprimibili ego, ma i numeri non fanno di Azione il terzo polo, ma il quarto. Prima di loro sta il Movimento 5 Stelle. In attesa delle coalizioni fra poli.

Non piangete sull’astensionismo. Le motivazioni di chi non vota @formichenews

Politici e commentatori, spargete lacrime sulla vostra inadeguata capacità di comprensione delle motivazioni di chi non vota. Gianfranco Pasquino li divide in tre gruppi: non voglio, non posso, nessuno me l’ha chiesto. Ecco chi sono

Non esiste nessun “partito degli astensionisti”. Non ha logo, non ha iscritti, non ha organizzazione, non ha leadership, non ottiene mai seggi. Quindi, è sbagliato evocarlo. I suoi adepti, tranne uno zoccolo duro, mutano nel tempo, cambiano casacca ad ogni elezione e, soprattutto, hanno motivazioni molto diverse. Prendendo le mosse dalla ricerca di tre eccellenti studiosi USA sulla partecipazione politica: S. Verba, K. Schlozman Lehman e H. E. Brady, Voice and Equality. Civic Voluntarism in American Democracy, Cambridge, Mass., Harvard University Press, 1995, e votare è una forma, forse la più importante, di partecipazione politica, identifico tre grandi gruppi di astensionisti.

   Primo gruppo: “non voto perché non voglio”. Sono gli irriducibili. Non vogliono dare nessun consenso e neppure legittimità al sistema politico, alla classe politica, a quel che rimane dei partiti. Esistono un po’ dovunque nelle democrazie. Sarebbero da considerare un problema, non perché non votano, ma se, improvvisamente, mobilitati da una crisi o da un demagogo, accorressero in massa alle urne.

   Il secondo gruppo è: “non voto perché non posso”. Sono molto fluttuanti e anche molto irritati poiché vorrebbero effettivamente votare: studenti fuori sede e fuori Italia; imprenditori e lavoratori nelle loro molte, essenziali, attività all’estero; anche turisti colti da sorpresi da imprevedibili elezioni anticipate; donne e uomini anziani, malandati, che vivono soli e isolati e che fisicamente non sono in grado di recarsi alle urne, e nessuno li aiuta. Questo è il gruppo che, appena i coccodrilli smettono di spargere le loro ipocrite lacrime e s’impegnano in modifiche decenti alla legge elettorale, tornerebbe con interesse e soddisfazione a votare. Voto per posta con schede spedite anche in anticipo e voto elettronico con diverse modalità, tutto già esistente, collaudato, praticato in molte democrazie occidentali, ad esempio, in Germania e in Svezia, ma anche negli USA la cui qualità di democrazia elettorale, però, è sfidata dai repubblicani che il voto preferirebbero “sopprimerlo” (in Florida il governatore repubblicano ha vietato portare acqua agli elettori in fila per raggiungere i seggi!).

   Il terzo gruppo risponde: “non voto perché nessuno me l’ha chiesto”. Siamo entrati nel cuore della rappresentanza politica, quel rapporto virtuoso fra elettori sufficientemente informati e candidati sufficientemente disposti e capaci di dialogare con loro. In partenza è anche possibile sostenere che esiste uno sfarinamento del tessuto associativo italiano: meno iscritti, ma anche meno discussioni politiche in associazioni che traggono la loro forza dal contrapporsi alla politica; fine, da tempo, del collateralismo e depoliticizzazione dei sindacati, ma c’è di più. Partiti non presenti sul territorio, molteplicità di candidati/e paracadutati/e che sbarcano, prendono il seggio, se ne vanno a Roma e adieu. Nessuna interazione con gli elettori, nessun rendiconto del fatto, dal malfatto, del non fatto. Prossimo giro altro collegio. Quasi sicuramente se le candidature nascessero dal contesto nel quale debbono cercare di vincere il seggio, fossero enfants du pays/native sons (and daughters), espressione di una comunità, gli appartenenti di quella comunità, che li conoscono da tempo, si attiverebbero anche mobilitando altri elettori e i candidati garantirebbero la loro presenza anche per non deludere amici, conoscenti, compagni di una vita. Il terzo gruppo di astensionisti è ampio, fluttuante, elastico, talvolta crescente.

   Poiché, però, contano i voti di chi vota, i dirigenti dei partiti italiani poco si curano di andare a “chiedere il voto” impegnandosi faticosamente, magari sacrificando un loro candidato a favore del candidato del territorio. Seguirà una lacrimuccia facilmente asciugabile prima dell’elezione successiva. Dopotutto, il “partito degli astensionisti” non è riuscito a conquistare neanche un seggio. Peggio per loro o per la rappresentanza politica?  

Pubblicato il 11 settembre 2022 su Formiche.net

Presidenzialisti, semipresidenzialisti e quant’altro

Al grido di presidenzialismo, presidenzialismo, Meloni, Berlusconi, Salvini, in quest’ordine, sfidano Letta e il PD che vedono, finalmente, rosso (sto scherzando) e lo respingono con sdegno e preoccupazione. In un cero senso, Giorgia Meloni ha le carte in regola. L’elezione popolare diretta del Capo dello Stato è stata sempre un vessillo del Movimento Sociale Italiano agitato contro il regime dei partiti. Anche Berlusconi lo ha spesso indicato come soluzione alla presunta debolezza, da lui, anche per incapacità, sperimentata, del Presidente del Consiglio italiano. Peraltro, da tempo, gli studiosi, costituzionalisti e politologi, sono giunti alla conclusione che i capi di governo nelle democrazie parlamentari, se sostenuti da partiti coesi, sono molto più forti dei Presidenti presidenziali. Se non sanno governare sono anche più facilmente sostituibili, mentre i Presidenti incapaci rimangono in carica tranne nei difficilissimi e rarissimi in cui i rispettivi parlamenti con maggioranze qualificate li spodestino. Gli oppositori italiani del presidenzialismo si aggrappano all’esistenza di una Costituzione che, magari non la più bella del mondo, ha disegnato una forma parlamentare di governo. Dunque, non basterebbe cambiare la modalità di elezione del Presidente e ridefinire i suoi, peraltro già molti e significativi, poteri. Sarebbe necessario intervenire anche sui poteri del Parlamento e sulle modalità con le quali viene eletto, cioè la legge elettorale. Curioso è che tutti, presidenzialisti e parlamentaristi, meno Meloni che ne vede i molti i vantaggi che ne derivano per lei, critichino la vigente legge elettorale e facciano proposte più o meno fantasiose di riforma, ma nessuno dica che anche il presidenzialismo all’americana e il semipresidenzialismo alla francese necessitano di una apposita legge elettorale. Il tema è complicato tecnicamente e divisivo politicamente. Allora i terribili semplificatori presidenzialisti hanno, probabilmente in maniera incauta, spostato l’attenzione su quel che succederà al Presidente che abbiamo affermando che, una volta approvata la riforma, Mattarella dovrebbe dimettersi e andarsene. I più maligni, che un po’ ne sanno e molto ne immaginano, hanno pensato che questa sia la strategia di Berlusconi. Fattosi eleggere presidente del Senato subentrerebbe automaticamente a Mattarella e avrebbe un punto di partenza privilegiato per la corsa presidenziale. Tutto questo potrebbe essere considerato eccessivamente futuribile, ma se, grazie alla Legge Rosato, Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia ottenessero, non è impossibile, due terzi dei seggi, sarebbero in grado di approvare la riforma presidenziale senza nessun rischio referendario. Questo pensiero agita le notti e i dì dei parlamentaristi e non solo. Quanto a me penso che non è il presidenzialismo a mettere a rischio la democrazia italiana, il suo funzionamento, la sua qualità, ma partiti malandati e personalistici, capaci di confusione e non di azione, che nessun presidenzialismo riuscirà a riformare.

Pubblicato AGL il 9 settembre 2022

La corsa di Meloni verso palazzo Chigi è legittima Ma lasci stare Orban… #intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti 7 settembre 2022