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Discutere il futuro dell’Europa si può (e si deve) #CoFoE con @rsantaniello @rivistailmulino

Chi continua a battere il tasto del «deficit democratico» a livello di Unione o non conosce le istituzioni europee o è in malafede. Molto va aggiustato, ma l’Unione europea resta uno straordinario esperimento di democrazia

di Gianfranco Pasquino e Roberto Santaniello per rivistailmulino.it

Spesso accusata a torto di soffrire di un deficit democratico, l’Unione europea ha programmato una Conferenza sul futuro dell’Europa che si avvierà il 9 maggio, festa dell’Europa. Una data che coincide con l’anniversario della dichiarazione dell’allora ministro degli Esteri francese Robert Schuman che nel 1950 propose la creazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca), considerata la madre di tutte le istituzioni dell’Europa unita.

La Conferenza, prevista inizialmente per la primavera 2020, ma ritardata a causa della crisi pandemica, si basa su una dichiarazione tripartita firmata il 10 marzo scorso da David Sassoli, presidente del Parlamento europeo, Antonio Costa, attuale presidente del Consiglio dell’Unione europea e da Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, si intitola: Dialogo con i cittadini per la democrazia. Costruire un’Europa più resiliente. In essa si descrivono i principi dell’organizzazione e delle modalità di lavoro della Conferenza.

L’obiettivo dichiarato è quello di conferire ai cittadini un ruolo più incisivo nella definizione delle politiche e delle ambizioni dell’Unione europea grazie a uno spazio di incontro pubblico nel quale si svolga «un dibattito aperto, inclusivo, trasparente e strutturato con i cittadini europei sulle questioni che li riguardano e che incidono sulla loro vita quotidiana». Gli argomenti da trattare sono dettati in parte dalla situazione attuale: la salute e i cambiamenti climatici; in parte dalle sfide a cui è confrontata l’Unione europea: equità sociale e trasformazione digitale; in parte da problemi strutturali: ruolo dell’Unione nel mondo e rafforzamento dei processi democratici che governano l’Europa. La scelta degli argomenti e il loro approfondimento dipenderanno dalle preferenze espresse dai cittadini europei che parteciperanno alla conferenza.

La dichiarazione tripartita prevede, inoltre, la governance della Conferenza che è stata conferita a un Comitato esecutivo, organismo coadiuvato da una segreteria comune e composto da rappresentanti di Parlamento, Consiglio e Commissione, che esercitano congiuntamente la presidenza, e da un certo numero di osservatori provenienti dalle altre istituzioni europee.

Oltre alle plenarie, è prevista l’organizzazione di panel tematici, che coprono l’insieme delle questioni oggetto della Conferenza. I dibattiti nazionali ed europei, da cui scaturiranno idee e proposte, saranno alimentati grazie a una piattaforma digitale multilingue interattiva, allo scopo di diffondere le informazioni necessarie a svolgere una discussione la più ampia possibile. I panel di cittadini europei hanno lo scopo di dare vita a forme e modalità di discussione delle proposte e di valutazione del loro impatto, note come democrazia deliberativa. Le sessioni plenarie avranno cadenza semestrale con il compito di stilare un bilancio degli esiti già conseguiti e a (ri)orientare le discussioni successive. Infine, è prevista una sessione plenaria finale che si concluderà nella primavera del 2022. Da sottolineare, che anche i Parlamenti nazionali invieranno loro rappresentanti in qualità di osservatori.

Come si può vedere, si tratta di un esperimento di discussione transnazionale aperta alla partecipazione di milioni di persone che non ha precedenti. Da un lato, ambiziosissimo; dall’altro, segnale straordinariamente importante di fiducia nella democrazia e nelle sue pratiche. Si incrocerà inevitabilmente con l’attuazione del programma Next Generation Eu, forse contribuendo ad aggiustamenti probabilmente dandogli ancora maggiore vigore. L’Unione europea scommette su sé stessa, sulla capacità di trovare al suo interno le risorse intellettuali e politiche per aprire una nuova fase, di ripresa e di rilancio.

La Dichiarazione comune sul futuro dell’Europa contiene esplicitamente impegni di notevole importanza, che si compenetrano. Come si è visto, il dialogo sulla democrazia con i cittadini è la premessa per costruire un’Europa più resiliente. Ma come sarà possibile contrastare le critiche alle carenze di democrazia nell’Unione e chiarire le modalità attraverso le quali l’Unione riuscirà a diventare e rimanere davvero più resiliente?

Troppo spesso l’Unione europea è accusata di avere notevoli deficit democratici. Tout court di non essere democratica, tanto che qualcuno ha sostenuto che una sua ipotetica domanda di accesso sarebbe respinta perché non rispetterebbe i criteri che l’Unione europea impone ai «pretendenti». Giusto che il dibattito sulla democraticità dell’Unione sia aperto, ma merita di essere molto meglio presentato e discusso. La nostra posizione è che, a prescindere da molte considerazioni, l’Unione europea è comunque una democrazia in the making, in corso d’opera.

È innegabile che l’Ue abbia quasi tutte le caratteristiche proprie delle democrazie liberali, essendo nei fatti il più grande spazio di diritti esistente al mondo. Non solo i cittadini europei godono della più ampia gamma possibile dei diritti civili, ma anche di tutti i diritti politici: votare e essere votati, fare propaganda politica e costruire organizzazioni politiche dei più vari tipi, criticare e contestare la stessa esistenza dell’Ue. Inoltre, questi diritti sono protetti e promossi in maniera impeccabile, troppo spesso sottovalutata e talvolta addirittura ignorata, dalla Corte europea di giustizia. Lungi dall’essere un super-Stato oppressore, l’Unione europea è in realtà uno Stato dotato delle essenziali caratteristiche liberali.

I critici sostengono che il deficit sta nella limitata democraticità delle sue istituzioni, un punto che merita una riflessione limpida e approfondita. In estrema sintesi, il Consiglio è composto dai capi di governo degli Stati. Ciascuno di loro è tale perché ha aggregato a suo sostegno la maggioranza assoluta degli elettori del proprio Stato. Se perde quella maggioranza viene regolarmente e democraticamente sostituito da chi comunque è sostenuto da un’altra maggioranza. Quindi, non è corretto porre in discussione la legittimità di ciascuno dei componenti del Consiglio né del Consiglio stesso nella sua interezza. Debbono, invece, essere prese in seria considerazione le critiche rivolte alle modalità di funzionamento del Consiglio, in particolare, la necessità di votazioni all’unanimità. Pur essendosi ridotto l’ambito delle materie sulle quali è richiesta l’unanimità, questa modalità di votazione (la cui democraticità è del tutto discutibile poiché attribuisce enorme potere a un solo componente), permane per quel che riguarda materie come la politica estera e di sicurezza, la fiscalità e le questioni sociali rendendone molto difficile il ridimensionamento. Quanto ai capi di governo che difendono interessi nazionali, questo semmai è un deficit di europeismo attribuibile ai comportamenti di quei capi di governo che poco ha a che vedere con la democrazia nell’Unione europea.

Non soltanto il Parlamento europeo è l’istituzione democratica per eccellenza nel circuito delle istituzioni dell’Unione, ma è quella che nel corso del tempo ha acquisito maggiore centralità e poteri. Istituzione che garantisce rappresentanza ai cittadini europei da loro eletto, quindi, pienamente legittimato, dai numeri del Parlamento nasce la presidenza della Commissione, dalle udienze conoscitive viene saggiata la qualità dei diversi commissari in quanto a competenza, affidabilità e europeismo, dal voto del Parlamento viene insediata la Commissione nella sua interezza, da quel voto la Commissione è anche sfiduciabile.

Ciò detto e sottolineato, è opportuno prendere in considerazione alcune critiche. La prima molto nota e persino eccessivamente ripetuta è che le elezioni del Parlamento europeo sono di «secondo grado», vale a dire ritenute dagli elettori meno importanti delle elezioni nazionali (di primo grado). La seconda è che sono «combattute» prevalentemente su tematiche nazionali piuttosto che su tematiche effettivamente europee. La terza è che l’affluenza complessiva dei cittadini europei alle urne è piuttosto bassa, oscillando intorno al 50% (nel 2019), comunque nettamente inferiore a quelle delle rispettive elezioni nazionali. Solo in parte queste inadeguatezze, che non giustificano l’accusa di deficit democratico, riguardano la democraticità dell’Unione europea. Piuttosto riguardano i partiti nazionali in attesa che decidano di trasformarsi in autentici partiti transnazionali, a condizione ovviamente che riescano a farlo.

Con i suoi componenti designati dai capi di governo riuniti nel Consiglio europeo, anche se poi «fiduciati» dal Parlamento, la Commissione non può ovviamente godere di legittimità democratica direttamente espressa dai cittadini europei. Tuttavia, farne, con espressione che contiene una valutazione fortemente negativa, un organismo asetticamente tecnocratico (irresponsabile, privo di riferimenti) è del tutto sbagliato. La Commissione è composta da uomini e donne, spesso con competenze di alto livello, ma anche con una biografia politica tutt’altro che irrilevante che include una loro propensione europeista positivamente valutata dal Parlamento europeo al momento della loro nomina. Quanto alla responsabilizzazione politica, tutti i commissari sanno di dovere rispondere del loro operato al Parlamento europeo. Infine, dalle loro memorie e dalle loro dichiarazioni, è possibile accertare che la grande maggioranza di loro ha inteso spogliarsi delle proprie appartenenze nazionali per interpretare e dare forma a (parafrasando de Gaulle) «una certa idea di Europa».

Se, dunque, è possibile sostenere che il deficit democratico dell’Unione europea non può essere fatto risalire alle modalità con le quali le sue istituzioni vengono formate, persistendo le critiche diventa essenziale guardare in maniera più approfondita al loro funzionamento. Due critiche appaiono di una certa consistenza.

La prima riguarda una eccessiva apertura a una molteplicità di interessi organizzati, con quelli più forti che hanno maggiori possibilità di influenza sulle decisioni. L’ansia di includere il maggior numero di interessi nelle procedure decisionali, attuata attraverso varie forme tra cui le consultazioni pubbliche, incide sui tempi e sulla qualità del prodotto. A ciò si aggiunge il processo conosciuto come «comitatologia», utilizzato per l’adozione della legislazione di dettaglio, che rischia di favorire gli interessi dei più forti e a tale scopo dovrebbe (potrebbe) essere oggetto di maggiore trasparenza e di una più severa selezione degli interessi.

La seconda critica attiene alla burocratizzazione delle modalità di funzionamento delle Direzioni generali della Commissione europea con il cosiddetto acquis communautaire che sembra giustificare la continuità («si è sempre fatto così») e al tempo stesso finisce per tarpare sul nascere qualsiasi innovazione. Malgrado la riforma attuata dalla coppia Prodi-Kinnock nel 2000, queste critiche persistono e sollecitano maggiori innovazioni amministrative.

Di recente è emersa una terza critica, più sottile e insidiosa, che riguarda, per ragioni che in parte discendono dalle prime due, l’opacità dei processi decisionali. Per chi ritiene che la democrazia debba vivere e agire in una casa di vetro, l’oscurità del castello europeo impedisce di vedere chi, come, con quali informazioni e con quali intenzioni, prende le decisioni e quindi di ritenerlo responsabile anche per poterne correggere compiacenze, insufficienze e errori. Anche se l’introduzione prevista dal Trattato di Lisbona della possibilità per un milione di elettori europei cittadini di almeno otto Stati membri di sollecitare iniziative legislative da inserire nell’agenda dell’Unione su tematiche importanti evitate o trascurate dagli organismi decisionali dell’Unione, è un passo importante nella direzione giusta, altre misure meritano di essere pensate e congegnate.

Se la Conferenza sul futuro dell’Unione europea che sta per partire è fatta anche per ottenere maggiore coinvolgimento e più ampia e incisiva partecipazione dei cittadini europei, allora i compiti della sburocratizzazione, della trasparenza, della responsabilità di decisioni e non-decisioni dovranno figurare in maniera esplicita sull’agenda. Dovranno, in definitiva, costituirne parte molto rilevante.

Rivista il Mulino 2021
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Democrazia Futura. Da partiti pigliatutto al vuoto, gli effetti della trasformazione della forma-partito oggi @Key4biz

Gli effetti della trasformazione dei modelli di partito oggi, Democrazia Futura entra nel vivo con una riflessione sul tema “Effetto Draghi”. Prove tecniche di post-democrazia sobria e di restaurazione di un’etica pubblica.

Nel 1966 fu pubblicato postumo un articolo che per qualche decennio ha segnato l’analisi delle trasformazioni dei partiti fino ad oggi (1). L’autore, Otto Kirchheimer, Professore di Government alla Columbia University, era uno degli scienziati sociali e politici della Scuola di Francoforte che aveva dovuto lasciare la Germania di Hitler. Socialdemocratico, autorevole studioso della Costituzione di Weimar, aveva contrastato con vigore il pensiero di Carl Schmitt. Nel suo breve saggio, Kirchheimer sostenne che i partiti di massa di classe, socialisti e comunisti, e confessionali, le Democrazie cristiane, in Francia, Germania e Italia stavano diventando partiti pigliatutti (2). Con nostalgia per quel partito di massa, l’autore individuava cinque grandi cambiamenti in corso, anzi, in stadio avanzato: a) drastica riduzione del bagaglio ideologico; b) rafforzamento dei gruppi dirigenti di vertice e valutazione delle loro azioni e omissioni dal punto di vista dell’identificazione, non con gli obiettivi del partito, ma con l’efficienza dell’intero sistema sociale; c) diminuzione del ruolo del singolo iscritto; d) minore accentuazione di una specifica classe sociale o di una platea religioso-confessionale per reclutare invece elettori tra tutta la popolazione; e) apertura all’accesso di diversi gruppi di interessi. Quasi subito si aprì nel contesto italiano una colluttazione fra i comunisti, che negavano qualsiasi loro scivolamento verso il partito pigliatutti, e esponenti della sinistra non comunista che in parte lo criticavano per la perdita di slancio al cambiamento sociale e per l’integrazione nel sistema e in parte lo auspicavano. Quello che è successo in seguito, un po’ dappertutto, anche se in maniera diseguale, ai partiti di massa delle democrazie dell’Europa occidentale, conferma che Kirchheimer aveva colto una tendenza fondamentalmente inarrestabile.

   La riflessione sui fattori che avevano dato inizio alla tendenza è stata forse meno approfondita del necessario. In estrema sintesi, sempre con la nota di cautela che le condizioni iniziali erano alquanto diverse da paese a paese e da partito a partito, fra quei fattori spiccavano le nuove modalità di comunicazione grazie alla diffusione della televisione, la prosperità conseguita e diffusa, i mutamenti nelle classi sociali a partire dalla classe operaia, i processi di secolarizzazione. Quello che non apparve chiaramente allora e che anche in seguito non è stato, a mio parere, sufficientemente studiato, è che quei partiti di massa non erano e non avevano mai voluto essere organizzazioni puramente elettorali. Fra i loro compiti avevano inserito e esercitato quelli relativi al reclutamento di iscritti, alla loro educazione politica, alla selezione di dirigenti e candidati alle cariche elettivi. I partiti pigliatutti si erano dati altri obiettivi distanti e talvolta molto differenti, sostanzialmente meno impegnativi di quelli perseguiti dai partiti di massa, di classe e confessionali.

Praticamente negli stessi anni in cui scrisse Kirchheimer, si era affacciata una ambiziosa spiegazione della nascita e del consolidamento dei partiti in Europa occidentale basata sulle fratture sociali e, in parte, politiche: Stato/Chiesa; centro/periferia; città/campagna; imprenditori/lavoratori. Esposta per la prima volta congiuntamente dall’americano Seymour M. Lipset e dal norvegese Stein Rokkan (3) questa tesi fu poi perfezionata e ampiamente utilizzata dal solo Rokkan. La combinazione variegata di quelle fratture aveva dato vita ai sistemi di partito che, consolidatisi già all’inizio degli anni Venti del ventesimo secolo, erano riusciti a durare attraversando tempi difficilissimi senza cambiamenti di rilievo (ad eccezione della nascita del Partito gollista, fondatore della Quinta Repubblica francese) fino alla metà degli anni Sessanta –proprio gli anni nei quali stavano emergendo i partiti pigliatutti. Implicita nella tesi di Lipset e Rokkan stava la necessità di vere e profonde fratture sociali per la comparsa di nuovi partiti (anche se Rokkan riconobbe che alla base dei partiti fascisti e comunisti si trovavano fratture eminentemente politiche). Qui mi corre l’obbligo di mettere in evidenza che Sartori non aderì mai alla tesi di Rokkan, sostenendo piuttosto, in linea con una più che convincente interpretazione del pensiero di Max Weber in materia e anche di Schumpeter, che i partiti sono il prodotto della abilità/volontà di un imprenditore politico che sfrutta le circostanze e utilizza lo spazio politico esistente.

Quello che è certo è che i partiti nati nei decenni successivi non sembrano avere un collegamento solido con qualche importante frattura sociale tranne, forse, quella industrialismo/ambientalismo che, infatti, ha dato vita a partiti verdi, anche se, nella maggioranza dei casi, non di grande successo elettorale e politico. Non mi spingerei fino a sostenere che esista una frattura “europeismo/sovranismo” e che sia di portata tale da ristrutturare i sistemi di partito delle democrazie europee, ma, forse, è prematuro discettare in proposito.

Partito è, nelle parole di Sartori che cito a memoria, un’organizzazione di uomini e donne che presenta candidature alle elezioni, ottiene voti, vince cariche. Fra queste cariche, le più ambite sono, ovviamente, quelle di governo. Kirchheimer si era fondamentalmente preoccupato del ruolo di rappresentanza politica delle preferenze degli elettori e del compito sociale e pedagogico del partito di massa. Da molto tempo, però, soprattutto in Gran Bretagna, l’attenzione degli studiosi era stata dedicata allo studio dei partiti che andavano al governo e ai loro comportamenti: party government. Peraltro, un po’ dappertutto le democrazie erano effettivamente casi di party government nei quali: “1. Le decisioni sono prese da personale di partito eletto (a cariche di governo) o da soggetti sotto il suo controllo; 2a) le politiche pubbliche sono decise all’interno dei partiti che 2b) poi agiscono in maniera coesa per attuarle; 3a) i detentori delle cariche sono reclutati e 3b) mantenuti responsabili attraverso il partito” (4). La Repubblica italiana, nella quale tutti questi criteri avevano trovato applicazione concreta, è sicuramente stata un caso di “governo di partito” dal 1946 al 1992, persino nella sua degenerazione chiamata partitocrazia. (5)

   Fra il 1994 e oggi nel caso italiano è andato perso tutto quello che, in conformità con le teorie e con le pratiche esistenti nelle democrazie occidentali, aveva funzionato soddisfacentemente fino allo smantellamento del Muro di Berlino 1989 (sì, asserisco anche l’esistenza di consequenzialità post hoc ergo propter hoc). Tutti i partiti, che per lo più rifiutano persino questo appellativo, sono oramai pigliatutti. Nessuno di loro svolge qualsivoglia attività pedagogica (le “scuole” sono balletti per le ledearship, esibizioni festaiole), di produzione di cultura politica. I loro meccanismi di reclutamento e di selezione funzionano poco, saltuariamente, male, a scapito del ruolo e della partecipazione degli iscritti. Per lo più i partiti italiani hanno e manifestano caratteristiche “personalistiche” con l’accentuazione della visibilità del leader proprio come evidenziato e lamentato già da Kirchheimer. Quanto al “governo di partito”, gli esperimenti dei governi non-politici, ma affidati a personale sostanzialmente privo di appartenenze e esperienze politiche (Ciampi; Dini; Monti; Draghi), stanno a dimostrare che quel tipo di governo viene spesso messo in soffitta. La questione non è che i governi non-politici non sono eletti da nessuno/non escono dalle urne, come perseverando nell’errore costituzionale grave, affermano imperterriti alcune grandi firme e lo stesso Direttore del Corriere della sera. La vera questione è che quei governi e molti loro ministri sono tecnicamente “irresponsabili”. Non hanno un elettorato di riferimento, non dovranno tornare a chiedere il voto agli elettori assumendosi la responsabilità di quello che hanno fatto, non hanno fatto, hanno fatto male. Anche in questo modo si svuotano le democrazie. (6)

*Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza Politica dell’Università di Bologna e Accademico dei Lincei. Il suo libro più recente è Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana (UTET 2021).

Pubblicato il 6 maggio 2021 su Key4biz

Gli intellettuali europei non si occupano più d’Europa #CoFoE @DomaniGiornale

Bandiera dell'Unione Europea

Con una (in)certa regolarità gli intellettuali vengono (giustamente) criticati per i documenti che firmano, per le frasette che twittano, per quello che dicono nei salotti televisivi. Spesso sono intellettuali contro intellettuali. Qui, invece, indirizzerò il tiro della critica ad un loro grave silenzio, quello che riguarda l’Unione Europea, l’Europa. Domenica 9 maggio, 71esimo anniversario della dichiarazione del Ministro degli Esteri francese Robert Schumann che portò alla nascita della Comunità Economica del Carbone e dell’Acciaio (CECA), prenderà il via una ambiziosa Conferenza sul Futuro dell’Europa. La Commissione europea intende così perseguire gli obiettivi di “coltivare, proteggere, rafforzare la democrazia europea”, mirando a coinvolgere al massimo i cittadini europei in una molteplicità di modi, fino a forme di democrazia deliberativa che ne incoraggino e valorizzino la partecipazione e l’influenza sulle decisioni europee. Non ho letto, non ho sentito, non ho visto commenti rilevanti ad opera degli intellettuali europei. Non ne sono sorpreso.

   Sono passati tantissimi anni da quando il grande studioso Raymond Aron, tanto raffinato quanto scettico, scrisse il libro In difesa di un’Europa decadente (Mondadori 1978) criticando più o meno indirettamente i suoi colleghi non solo francesi. Probabilmente, l’esempio più alto di discussione fra intellettuali pubblici e di analisi e proposta fu scritto dal sociologo Ralf Dahrendorf, tedesco, e dagli storici François Furet, francese, e Bronislav Geremek, polacco: La democrazia in Europa (Laterza 1992). L’assenza di un intellettuale italiano non è causale, ma riflette lo stato dell’arte. I grandi intellettuali italiani si sono sostanzialmente disinteressati dell’unificazione politica europea, che, pure, è un evento di portata “epocale”. Studiosi certamente tutt’altro che provinciali, presenti e famosi sulla scena europea, frequentemente invitati a importanti convegni, come Umberto Eco, Norberto Bobbio, Giovanni Sartori, non hanno dedicato nessuno studio specifico alla cultura e alla politica europea. Difficile spiegare il loro disinteresse. Hanno dato per scontato il processo di unificazione europea? Erano delusi dalla sua apparente lentezza? Non ne ritenevano importanti le acquisizioni in materia di pace, di diritti, di democrazia che motivarono l’assegnazione all’Unione Europea del Premio Nobel per la Pace nel 2012?

 Neanche i grandi scrittori italiani, faccio solo due esempi: Leonardo Sciascia e Claudio Magris, hanno dedicato la loro attenzione letteraria e culturale e le loro non rare prese di posizione politica alla discussione dell’Europa che c’è, alla progettazione dell’Europa che vorrebbero. Questa assenza degli intellettuali che riflettano sull’Europa, che contribuiscano al dibattito pubblico, che arricchiscano il discorso su quel che viene fatto bene, non viene fatto, è stato fatto male, non riguarda, però, soltanto gli italiani. Ė possibile sostenere che l’ultimo grande influente intellettuale che si confronta con l’Europa, che ha una certa idea di Europa è l’ultranovantenne sociologo e filosofo tedesco Jürgen Habermas. Mi viene in mente soltanto un altro nome, quello del saggista Timothy Garton Ash, di Oxford, autore di notevoli libri sulle opposizioni nei regimi comunisti dell’Europa centro-orientale e sull’imperfetta transizione di quei paesi alla democrazia. La Conferenza sul Futuro dell’Europa avrà tanto più successo quante più idee entreranno in circolazione. Ė una grande opportunità anche per gli intellettuali europei di dimostrare che intendono e sanno contribuire ad un futuro migliore.

Pubblicato il 5 maggio 2021 su Domani

Tutti riformisti #parole @Mondoperaio #Aprile2021

Le riforme fanno il riformismo e il riformismo fa le riforme. Nessuno più contrappone il riformismo alla rivoluzione. Semmai, oggi, il contrasto sta fra coloro che ritengono che il termine riformismo possa legittimamente essere applicato alle attività e alle scelte di coloro che cambiano l’esistente per andare oltre e coloro che ugualmente cambiano l’esistente nel tentativo più o meno esplicito di tornare alla fase precedente, di riportare indietro le lancette dell’orologio. Qualsiasi restaurazione richiede, non importa con quali motivazioni, di fare cambiamenti. Perché quei cambiamenti, chiedono i restauratori facendo l’omaggio del vizio alla virtù (sic!), non dovrebbero meritare la definizione di riforme? Ma, questa è, invece, la mia personale domanda, non sarebbe preferibile utilizzare il termine contro-riformismo per definire i cambiamenti che eliminano e distruggono le riforme fatte?  Quello che sembra giustamente preoccupare i riformisti è la necessità di definire con precisione il contenuto e la qualità delle riforme rispetto ai “semplici” cambiamenti dei più vari generi e tipi. Si potrebbe sostenere che cambiamento è qualsiasi movimento dallo status quo, dunque, anche il ritorno alla situazione precedente. Poiché, però, il termine contro-riformismo esiste, credo se ne debba fare un uso accorto. Il problema mi pare piuttosto quello di precisare quali cambiamenti meritino la definizione di riforme e quali insiemi/pacchetti di riforme possano essere caratterizzate come riformismo. Qui, un cenno alla rivoluzione è opportuno, vale a dire, la sottolineatura che si ha rivoluzione quando un intero assetto politico, sociale, economico viene capovolto. Poi, nella versione che Trotskij voleva attuare, la rivoluzione può tentare di diventare/essere permanente costruendosi sui cambiamenti già prodotti e perseguendone altri. La rivoluzione potrebbe anche venire periodicamente rilanciata come fece Mao Tse-tung dagli anni cinquanta agli anni settanta del XX secolo. Tuttavia, il punto discriminante rimane: la rivoluzione non si accontenta mai di alcuni cambiamenti per quanto importanti, ma mira alla distruzione dell’insieme di rapporti politici, sociali, economici esistenti per costruirne di nuovi, dirompenti a cominciare dal vertice, dai detentori del potere politico. Incidentalmente, sappiamo che spesso il riformismo “realizzato” è stato accusato proprio di non avere cambiato i rapporti politici. Lascio qui il discorso, che mi pare antico e obsoleto, sulla rivoluzione (ma mi permetto di rinviare alla voce Rivoluzione che pubblicai nel Dizionario di Politica, UTET, nel 1976 e che, imperterrito, ho mantenuto anche nella più recente edizione del 2016).

Ritorno da dove ho preso le mosse. Riformulo in chiave problematica: a quali condizioni riforme singole sparse nel tempo danno sostanza e vita al riformismo? Usando il lessico contemporaneo, la condizione dirimente è che esista una cabina di regia in grado di indirizzare e orientare ciascuna di quelle singole riforme verso un obiettivo predefinito sul quale raccogliere condivisioni. Quell’obiettivo non è mai una Minerva che scaturisce nella sua interezza dalla testa di Giove. Proprio per questo ritengo che sia necessario distinguere fra riforme singole, pure importantissime, e riformismo. Qui cito per esteso Bobbio secondo il quale, il riformismo politico è una “azione o insieme di azioni prolungatesi nel tempo, indirizzate al cambiamento in base a progetti a lunga o breve scadenza (in base cioè a un programma massimo o a un programma minimo)”. Di “progetto” parlerò oltre evitando qualsiasi distinzione fra minimo e massimo –anche perché il minimo può diventare, se non massimo, almeno moltissimo. Qui riparto dalle riforme il cui elenco Bobbio auspica e fa, ma con riferimenti soltanto al contesto italiano e a quelle, che condivido, del centro-sinistra (al quale, personalmente, attribuisco, almeno per quel che riguarda le intenzioni e le ambizioni dei socialisti di allora, la qualifica di “progetto”). In seguito, riforma singola fu certamente l’istituzione del Sistema sanitario nazionale con legge approvata nel dicembre 1978: riforma di notevole qualità. Tuttavia, esiterei molto, e alla fine mi esprimerei in maniera negativa, qualora si volesse definire riformista tutta l’esperienza del governo di solidarietà nazionale (1976-1978). Il taglio della scala mobile, 1984-85, fu certamente una riforma importante, ma il pentapartito non è mai stato definito da nessuno una coalizione riformista. Forse, a proposito di qualche riforma singola che segue altre riforme singole, gli americani parlerebbero di riformismo piecemeal, che tradurrò, anche per l’assonanza, con spicciolo, ma, per l’appunto, lo terrei distinto da quello che vorrei definire progetto riformista. Mi sento rafforzato in questa opinione/valutazione anche dall’Affordable Care Act, l’unica grande riforma del Presidente Obama, approvata nel marzo 2010, certamente una perla, unica e non facente parte di una “collana” riformista.

Per continuare nella metafora, le collane riformista sono inevitabilmente poco numerose nella storia dei sistemi politici democratici. Non esiste nessun riformismo nei regimi non-democratici. Pure in assenza di analisi comparate dei riformismi realizzati, credo che sia accettabile fare riferimento al New Deal di Franklin Delano Roosevelt, al quinquennio di governo del laburista Clement Attlee (1945-1950), alle esperienze socialdemocratiche scandinave dagli anni Trenta agli anni Sessanta del XX secolo, brillantemente analizzate da G. Esping Andersen (Politics Against Markets. The Socialdemocratic Road to Power, Princeton, Princeton University Press, 1985) e, si parva licet, al centro-sinistra italiano 1962-1970 (la datazione è tuttora controversa). Aggiungo il programma di riforme del Presidente Lyndon B. Johnson (1964-1968) noto come Great Society. Richiamo l’attenzione sulla contrapposizione fatta da Esping-Andersen della politica ai mercati. Servirà ad una migliore valutazione del ruolo dello Stato nel riformismo socialista. Evidenzio anche la del tutto consapevole intenzione di Johnson di ampliare gli spazi di liberà della società USA con le leggi sui diritti civili e diritti elettorali. Né le une, certamente socialiste, né le altre, certamente liberatrici, furono esempi di “riforme dal basso” che Bobbio sembrerebbe volere privilegiare come esemplari della sua concezione di riformismo che allarga gli “spazi di libertà”. Ci tornerò.  

   Straordinariamente diverse per tempo, luogo e protagonisti, queste esperienze presentano un importante elemento comune: sono il prodotto di un progetto. Qui ritengo appropriato evidenziare gli elementi comuni ai riformismi realizzati, ma altrove sono andato alla ricerca delle diversità: Varianti del riformismo (Bologna, Materiali di ricerca dell’Istituto Cattaneo, 1985). Il pensiero riformista, che non è mai necessariamente del tutto elaborato fin dall’inizio, ha preceduto e informato l’azione riformista. In parte è anche stato trasformato da quella azione e dalle reazioni. Mi sono spesso compiaciuto nell’affermare che il tratto fondamentale del riformista e, quindi, per derivazione, del riformismo, è la volontà/capacità di riformare le riforme. Potrei ricondurre questa affermazione e darle nobiltà facendo riferimento a quello che Karl Popper considera l’irrinunciabile criterio scientifico: la falsificazione delle teorie. Il riformista apprende dall’attuazione delle sue riforme tanto quello che funziona quanto quello che non funziona e traduce il suo apprendimento nella logica e conseguente riforma di quello che non ha prodotto i risultati attesi e voluti. Bobbio sembra suggerire come prospettiva di ricerca l’individuazione di progetti riformatori che non hanno prodotto riforme. Rimango aperto a suggerimenti in tal senso e a esempi. Non me né venuto in mente nessuno.

   Al contrario di quanto sostenuto dal Presidente Ronald Reagan, a suo tempo (1980-1988) controriformista di notevole successo, il governo non è il problema, ma, a determinate condizioni, è abitualmente proprio il produttore delle soluzioni riformiste. In una certa misura, si apre qui il dibattito fra coloro che ritengono che il riformismo emerga da una società vivace e spumeggiante, incline alla sperimentazione, nella quale cambiano i costumi, le abitudini, gli obiettivi, e un, per lo più relativamente ristretto, gruppo di uomini e donne che hanno conquistato il potere politico e che lanciano il (loro) progetto riformista come azione di governo. Gli esempi di riformismi realizzati ai quali ho fatto riferimento in precedenza indicano molto chiaramente da che parte sto. Il riformismo è top down: offre proposte e soluzioni dal vertice del sistema politico. Naturalmente, non è pregiudizialmente chiuso e affatto ostile a quanto possa procedere bottom up. Bobbio vede una sequenza fatta da pluralismo, da conflitti fra gruppi e associazioni, fra idee e proposte, che si conclude con una sintesi che produce “decisioni selettive vincolanti”. Da chi se non dalla politica con l’incontro-scontro dei rappresentanti variamente sostenuti dal consenso elettorale e dei governanti che godono la fiducia della maggioranza di quei rappresentanti possiamo e dobbiamo aspettarci quella sintesi e le decisioni corrispondenti?  

   La buona politica riformista si esprime nell’accoglimento e nella selezione di quanto scaturito dai conflitti pluralisti (non dagli accordi corporativi), ma quei conflitti saranno tanto più “riformisti” quanto più incontreranno governanti che hanno già elaborato in proprio un loro insieme di idee che compongono a grande linee un progetto riformista. Non conosco esempi storici di società per quanto inquiete, dinamiche e diversificate che si siano rivelate capaci di lanciare, senza l’apporto di settori importanti del ceto politico e intellettuale, un’onda lunga caratterizzabile come riformismo. Al contrario, quando, peraltro raramente, quelle società hanno fatto la loro comparsa, se non esisteva una politica all’altezza, l’esito è stato molto diverso e lontano dal riformismo: ingovernabilità. Credo che si debba respingere fermamente la contrapposizione troppo spesso presentata senza conferme probanti fra società buona e Stato cattivo.

   Ancora con riferimento agli esempi di cui sopra sono convinto che sia assolutamente indispensabile aggiungere che quegli uomini e quelle donne portatrici del progetto riformista sono accomunati dalla stessa appartenenza partitica. Non c’è mai stato riformismo in assenza di robuste organizzazioni partitiche. Anche se nel caso di FDR è evidente che il potere presidenziale svolse un ruolo importantissimo, alla sua base e come suo strumento stava un Partito Democratico che diede vita e sostanza ad una coalizione politico-elettorale in grado di ottenere vittorie elettorali ripetute nel tempo fino al 1968. In un certo senso, la Great Society è stata un vero e proprio canto dell’ultimo cigno democratico (lo rileva e analizza con acume e precisione John R. Petrocik, Party Coalitions: Re-alignments and the Decline of the New Deal Party System, Chicago, University of Chicago Press, 1981)  

Da allora, gli USA non hanno più conosciuto riformismo come progetto anche se è possibile individuare singole riforme, in particolare durante i due mandati presidenziali di Bill Clinton (1992-2000). Il riferimento a quegli anni consente, anzi, invita a prendere in seria considerazione quella che in tempi recenti si è senza dubbio imposta come la più importante teorizzazione e ricerca di neo-riformismo: la Terza Via. Nel mezzo del cammin della Presidenza Clinton nasce in Inghilterra la ricerca di una Terza via fra il classico capitalismo e il vecchio laburismo. Sul piano intellettuale e culturale il suo artefice è il prestigioso sociologo politico Anthony Giddens, oggi Lord laburista, autore di alcuni influenti libri: Oltre la destra e la sinistra, Bologna, il Mulino, 1997; The Third Way, Cambridge, Polity Press, 1998; e The Third Way and Its Critics, Cambridge, Polity Press, 2000. Sul piano politico, i protagonisti sono Tony Blair e Gordon Brown, rispettivamente dal 1997 al 2007 Primo ministro e Ministro dell’Economia, poi, Brown anche Primo ministro dal 2007 al 2010 (ma la Terza Via s’era già smarrita).

   Anche le “terze vie” formulate prima di Giddens si erano presentate come strategie riformiste. Vi fu una mitica terza via che intendeva collocarsi fra il comunismo stalinista e il riformismo socialdemocratico. Qualcuno ritenne di doverla cercare fra il capitalismo e il comunismo. Sono, invece, molto riluttante a pensare che la terza via si situasse fra il liberalismo e il socialismo e che potesse essere definita liberal-socialismo. Peraltro, sono consapevole che il dibattitto italiano, anche per merito/responsabilità di Bobbio contiene un’accezione/accentuazione liberal-socialista del riformismo. Fuori d’Italia il riferimento al liberal-socialismo è assente sarà anche perché sia in Germania sia in Gran Bretagna esiste un Partito Liberale, nel primo paese spesso al governo anche se poco riformista, nel secondo, anche se effettivamente riformista non abbastanza spesso politicamente rilevante.

Non è questo il luogo per rincorrere le terze vie tentate in altre parti del mondo, Italia compressa con la variante di poca durata e scarsa incisività detta Ulivo. Certo è che Giddens ne vedeva e auspicava le potenzialità di espansione/estensione a livello globale tanto contro il neo-liberalismo quanto contro il radicalismo (di sinistra). Per rendere breve una storia alquanto lunga, come dicono gli inglesi, l’unico dato certo è che, finita l’epoca della Terza Via, molto dibattuta anche se in alcuni luoghi neppure tentata, la sinistra, i suoi partiti, le sue organizzazioni, la sua capacità di elaborare idee e di prendere voti appaiono enormemente indebolite. Con riferimento al Partito Democratico USA, ai socialdemocratici, svedesi e tedeschi, e ai laburisti lo documenta criticamente in maniera comparata con qualche punte di nostalgia per un passato sostanzialmente irrecuperabile Stephanie L. Mudge, Leftism Reinvented. Western Parties From Socialism to Neoliberalism, Cambridge, Mass.-London, Harvard University Press, 2018.

Pur con tutte le critiche che, sia nella influente versione formulata da Giddens sia nelle peraltro non molte varianti nazionali, la Terza Via si è meritatamente attirate, è innegabile che abbia costituito un progetto riformista anche secondo i criteri ai quali ho fatto cenno in precedenza. Vale a dire che è stata formulata con l’apporto di intellettuali, acquisita da uomini politici con il loro partito giunto al vertice del sistema politico quindi in grado di utilizzare il potere di governo per attuare la visione e le politiche pubbliche riformiste. Questo è il momento in cui diventa indispensabile riflettere su entrambe: visione e politiche. Che cosa è una visione riformista e come è possibile stabilire quali politiche pubbliche sono effettivamente riformiste? 

Del tutto consapevole della inevitabile problematicità di qualsiasi definizione della visione riformista sostengo che essa debba avere come criterio ispiratore l’allargamento, concordo con Bobbio, degli spazi di libertà. Mi fa anche molto piacere che il titolo dell’Avanti!, attribuito a Pietro Nenni, il 6 dicembre 1963 all’indomani della formazione del primo governo di centro-sinistra fosse: “Da oggi siamo tutti più liberi”. Dissento da Bobbio quando sembra sostenere che per allargare gli spazi di libertà è necessario limitare e restringere lo spazio del potere politico. Non dovremmo ragionare in termini di spazio per cui quello che si “concede” ai cittadini lo si toglie allo Stato e viceversa. Soprattutto, non dovremmo in nessun modo pensare che liberalismo sia Stato minimo. Certamente, non era questa la concezione di quel grande liberale che fu John Maynard Keynes. Chi cerca, in quanto rifomista, di utilizzare I’intervento dello Stato, per esempio, al fine di creare posti di lavoro, di accrescere l’istruzione dei cittadini, di costruire un sistema sanitario nazionale, non sta riducendo la libertà di nessuno, non sta infrangendo nessun principio liberale.

   Trovo gravemente monca qualsiasi concezione del liberalismo che lo veda unicamente come strumento per dare spazio al mercato, che, comunque, oramai lo sanno tutti, è una costruzione sociale bisognosa di regole e di regolamentazione, e al laissez-faire della “sregolamentazione” (togliere regole non è necessariamente riformismo). Lo stato liberale è quello della separazione dei poteri e della loro autonomia relativa, dei freni e dei contrappesi, della responsabilizzazione (solo in parte questi elementi sono centrali nella riflessione di Rawls, Liberalismo politico. Nuova edizione ampliata, Torino, Einaudi, 2012). Il liberalismo correttamente inteso non ha nessuna opposizione di principio a politiche riformiste approvate secondo le regole costituzionali. Anzi, Sartori ha rigorosamente sostenuto che il liberalismo contemporaneo è costituzionalismo e Bobbio quasi si vantava della sua concezione della democrazia procedurale. Tutto questo, però, non serve ad avvicinarsi ad un riformismo che vorremmo socialista. Bobbio conclude che la stella polare del suo socialismo è la giustizia sociale. In materia, avrebbe potuto, forse dovuto, citare e confrontarsi John Rawls (Una teoria della giustizia, edizione americana 1971, italiana Feltrinelli, 1986), meglio se non collegando troppo strettamente la giustizia sociale all’eguaglianza. Vanno individuati e perseguiti tutti gli obiettivi che migliorino le condizioni di vita di coloro che sono più svantaggiati. La chiave di volta del riformismo socialdemocratico è stata la ricerca e nella misura del possibile l’attuazione, tuttora, della eguaglianza di opportunità. Qui sta la differenza profonda con la visione espressa da Rawls poiché il grande filosofo politico americano affida la sua giustizia sociale al conseguimento di punti di approdo fra una molteplicità di gruppi sociali, mentre da parte socialdemocratica classica vi è una esplicita e convinta attribuzione, che condivido, di un ruolo predominante alla politica e allo Stato. Il progetto riformista si traduce in politiche pubbliche formulate dai detentori del potere di governo e fatte approvare nelle appropriate sedi decisionali a cominciare dal Parlamento. Fra queste politiche pubbliche le più importanti sono quelle che hanno caratterizzato e tuttora improntano lo Stato sociale, nel senso che, dalla istruzione alla salute, dal lavoro alla pensione, ampliano e mantengono aperte le opportunità.

Questo tipo di riformismo, per il quale mi pare giusto mantenere il riferimento socialista, è ancora possibile e praticabile. Risulta molto difficile all’interno dei singoli paesi che, però, possono coltivare e curare tutte le politiche riformiste che hanno formulato e attuato nel tempo. La sua praticabilità si è trasferita a livello dell’Unione Europea. Nella consapevolezza che la ripresa e la resilienza che seguiranno al Covid potranno molto concretamente tradursi in politiche riformiste, il piano NextGenerationEU contiene elementi relativi alla trasformazione dell’ambiente, alla ricerca e all’innovazione, alla parità di genere significativamente promettenti. Un nuovo riformismo a livello sovranazionale, dove unicamente può essere situato, è dietro l’angolo. Resta da vedere se esiste un gruppo di uomini e donne, un tempo avrei scritto “un partito”, sufficientemente convinto e compatto per suscitarlo e perseguirlo pur in tempi non brevi.

Pubblicato su Mondoperaio n 4 Aprile 2021

Declino Italia #presentazione #5maggio @Einaudieditore @AndreaCapussela @Unipisa

Mercoledì 5 maggio, 10:40
Aula virtuale (QUI)


Presentazione del libro di Andrea Capussela
Declino Italia
(Giulio Einaudi Editore, 2021)

Ne discutono con l’autore:
Gianfranco Pasquino (Università di Bologna)
Mauro Sylos Labini (Università di Pisa)

Ravvedimenti mai pervenuti, pene da scontare

Gli uomini e le donne arrestati in Francia sono tutti stati processati e condannati dal sistema giudiziario italiano per reati di sangue e di banda armata molti anni fa. Fuggiti senza espiare la pena, erano tutti felicemente latitanti. I processi italiani durati spesso un lungo periodo di tempo, ma svoltisi con tutte le garanzie per gli imputati ne avevano accertato le gravi responsabilità. In una pluralità di modi, quegli uomini e quelle donne negli anni settanta e ottanta del secolo scorso aggredirono lo Stato italiano e la nostra democrazia per distruggere entrambi. Quell’aggressione si tradusse spesso nell’uccisione di magistrati, poliziotti, giornalisti, professori, tutti “colpevoli” di rappresentare e di servire lo Stato italiano e la sua democrazia. Nessuno degli arrestati ha mai collaborato con la giustizia né voluto fornire informazioni. Fra di loro non ci sono pentiti e, comunque, oggi qualsiasi pentimento sarebbe tardivo, interpretabile come un tentativo di ottenere una riduzione della pena. Invece, bisogna che quegli uomini e quelle donne siano estradati in Italia per servire la pena loro comminata in maniera definitiva. Debbono espiare. Non importa che sono persone anziane (sessantenni e settantenni), per le quale qualcuno invoca clemenza anche con la motivazione che sarebbero persone oramai diverse. Se ne esistono le condizioni, spetterà ai magistrati stabilire caso per caso se sono “cambiate”, non solo per età, e come e dove sconteranno la pena.

Nessuna clemenza, ma applicazione della pena con intelligenza è quanto può essere, e quasi sicuramente sarà, fatto. Non è sufficiente riferirsi al solo passare degli anni per considerare che quei terroristi siano altre persone e quindi non più tenute a pagare il prezzo dei loro crimini. Senza loro dichiarazioni in materia è davvero assurdo ritenere che si siano ravveduti. Al contrario, nessuno di loro ha mai denunciato/riconosciuto come criminosi i loro comportamenti, al massimo dichiarando di avere commesso “errori” nelle condizioni date, nella loro scelta del tempo della lotta armata. Nessuno di loro ha mai dichiarato alle famiglie delle vittime la sua contrizione per avere deliberatamente e consapevolmente sparato e ucciso. Il reato rimarrebbe ugualmente, ma almeno farebbe la sua comparsa un minimo di umanità e di ravvedimento. Poiché in un quadro accertato di violenza e morte esistono ancora punti oscuri, quei terroristi sono forse in grado di chiarirli e dovrebbero farlo. Uno Stato acquisisce e mantiene autorevolezza quando protegge la vita di tutti i suoi cittadini e punisce coloro che attentano all’ordine democratico e alla legalità. In condizioni difficilissime, lo Stato italiano non è caduto allora in violazioni autoritarie. Adesso, non deve cedere a lusinghe permissive. Tutti dobbiamo alle famiglie delle vittime che la legge sia applicata con fermezza. Il resto sono chiacchiere più o meno consapevoli e interessate, da respingere. L’estradizione faccia il suo corso rapidamente.

Pubblicato AGL il 30 aprile 2021

Pluralismo, oligarquía(s), y totalitarismo #30Abril @USTA_COLOMBIA

Facultad de Gobierno y Relaciones Internacionales de la Universidad Santo Tomás.
Maestria en Gobierno y Relaciones Internacionales
Nuevos populismos, democracia y globalización en tiempos de pandemia civid 19

Gianfranco Pasquino

Pluralismo, oligarquía(s), y totalitarismo

30 Abril 2:00 p.m.

Un Piano di ripresa per i 5 Stelle. I consigli di Pasquino a Conte @formichenews

Un Piano di ripresa per i 5 Stelle. I consigli di Pasquino a Conte

Se il Movimento 5 Stelle 2.0 deve (ri)nascere dal basso, credo proprio di sì, bisogna che, ovunque possibile, Conte susciti quelle energie con un alto e forte appello alla resilienza. D’altronde, nessuna delle priorità delle 5 Stelle delle origini è scomparsa. Il commento di Gianfranco Pasquino

Arrivato al vertice del governo nel momento di maggiore effervescenza del Movimento 5 Stelle, proprio sulla cresta della sua onda politica e elettorale, Giuseppe Conte si trova oggi costretto a operare in una situazione di bassissima marea. Svolto in maniera più che soddisfacente il compito istituzionale di capo del governo, oggi è chiamato a trasformarsi in capo di un movimento politico magmatico in crisi sostanziale di numeri e di prospettive. Conte ha dimostrato di avere imparato molto come governante, ma quel molto non gli è praticamente di nessun aiuto per ricostruire un movimento, per farne, forse, ma nulla è ancora deciso, una struttura solida, presente sul territorio (e non soltanto su una piattaforma), organizzata.

Il passaggio con successo da movimento a partito è avvenuto pochissime volte nella storia (farò esempi solo a ulteriore richiesta), unicamente in condizioni di crisi di sistema ad opera di grandi leader politici, talvolta carismatici. Pur destrutturato, il sistema dei partiti italiani non è profondamente in crisi. Piuttosto, è perforabile e plasmabile, ma soltanto da chi abbia una visione profonda e di lungo periodo, che non mi pare il forte né dei dirigenti pentastellati né di Conte, certo non “carismatico” (e, mi suggeriscono di aggiungere, neanche di Rocco Casalino). Più agguerrito antagonista che potenziale collaboratore si staglia, ad ogni passaggio delicato, Davide Casaleggio. Dall’alto della sua, proprio sua, piattaforma Rousseau, può rendere difficile e, soprattutto, costosa, qualsiasi mossa di Conte. Lo sta facendo in maniera rigidissima, ideologica, senza nessun compromesso finora percepibile. Alla piattaforma Conte dovrebbe cercare di contrapporre le energie/sinergie di tutti, a cominciare dai parlamentari, quelli che credono che la rigenerazione è tanto necessaria e coerente con la visione che ha dato vita al movimento quanto desiderabile e possibile.

Lo scriverò in maniera leninista. Il Movimento 5 Stelle fu e dovrà tornare ad essere “ambiente più democrazia telematica”. Rivendicare la transizione ecologica servirebbe a riconnettersi con molti di coloro che se ne sono andati. Praticare la democrazia telematica, che merita di essere rilanciata e perfezionata il prima possibile, consentirebbe anche di andare oltre un perimetro socio-politico che si è troppo ristretto. Conte deve contrastare chi vuole o anche soltanto approva espulsioni e esclusioni, mirando, al contrario, a inclusioni e assembramenti (nuovi e buoni). Se il prezzo da pagare è il conto salato che Casaleggio presenta, lo si faccia. Ne vale la pena. Il rischio da non correre, invece, è quello della presenza di più liste delle Stelle alle elezioni amministrative di settembre/ottobre, o addirittura dell’assenza.

Se il Movimento 5 Stelle 2.0 deve (ri)nascere dal basso, credo proprio di sì, bisogna che, ovunque possibile, Conte susciti quelle energie con un alto e forte appello alla resilienza. D’altronde, nessuna delle priorità delle 5 Stelle delle origini è scomparsa. Alcuni successi: dal reddito di cittadinanza alla riduzione dei privilegi (vitalizi) e del numero di “poltrone” a disposizione della casta, possono essere credibilmente rivendicati. L’insoddisfazione degli italiani merita ancora di essere rappresentata da chi ha saputo mobilitarla. Dunque, Giuseppe Conte, hic sunt problemata, hic salta. Oppure, t’è piaciuto t’è piaciuto

Pubblicato il 29 aprile 2021 su formiche.net

E la chiamano Liberazione #Libertà #LaLinguaBatte​ @Radio3tweet #LibertàInutile​ @UtetLibri

Cristina Faloci intervista Gianfranco Pasquino che ha scritto per UTET libri “Libertà inutile. Profilo ideologico dell’Italia repubblicana”.

RAI RADIO 3 La lingua batte puntata del 25 aprile 2021
E la chiamano Liberazione

Ripresa, resilienza e fiducia #RecoveryPlan #PNRR

Piano di ripresa e resilienza è quanto il governo Draghi ha stilato per ottenere gli ingenti fondi messi a disposizione all’Italia dall’Unione Europea. Sono 191 miliardi e mezzo di Euro più 30 miliardi aggiunti dallo Stato italiano. Presentando, finalmente, “in zona Cesarini”, il documento di 330 pagine ai parlamentari che l’hanno ricevuto soltanto domenica alle 14.30, Draghi ha chiarito con sobrietà e precisione per quali interventi, con quali obiettivi e come quei fondi saranno indirizzati e utilizzati. Ha anche generosamente riconosciuto al governo del suo predecessore, Giuseppe Conte, di avere fatto gran parte del lavoro sul quale si basa il documento che diventerà definitivo dopo il dibattito e l’approvazione parlamentare. I diversi settori ai quali destinare i fondi sono sostanzialmente interconnessi. In estrema sintesi, la transizione non più rinviabile ad una economia verde richiede conoscenze specifiche e quindi acquisizione di nuove competenze. In una (in)certa misura queste competenze saranno meglio ottenute e poste all’opera attraverso tutti i processi possibili di digitalizzazione e costantemente monitorati e revisionati. Pertanto, sarà indispensabile investire in maniera molto ampia nei settori dell’istruzione, della formazione e aggiornamento professionale, e della ricerca. Soltanto nuove efficienti infrastrutture miglioreranno l’economia e la vita del paese. Una giustizia con tempi rapidi è indispensabile e contribuisce alla ripresa non scoraggiando gli operatori economici che in Italia vorrebbero investire. La burocrazia, sia soprattutto a livello nazionale sia a livello regionale, ha un ruolo importantissimo nell’attuazione delle riforme. Dunque, deve essere rapidamente riformata e messa alla prova.

Draghi non si è limitato a presentare in maniera molto convincente tutti i progetti del Piano di Ripresa e di Resilienza. Ne ha evidenziato gli obiettivi civili e sociali. In sostanza, quei progetti serviranno a ridisegnare l’Italia. Daranno opportunità ai giovani, favoriranno le famiglie, ridimensioneranno fino a farlo scomparire il divario, economico e sociale, fra uomini e donne. Poiché il 40 per cento di quei fondi andranno in investimenti al Sud, dovranno ridurre le differenze Nord e Sud non soltanto perché la crescita del Sud è utile al rilancio del paese, ma perché la coesione territoriale è importante in sé. Pone rimedio a gravi squilibri passati, recenti, attuali.

Pur conscio della gravità dell’occasione, Draghi ha lasciato trasparire un po’ di autoironia, ma soprattutto ha voluto concludere con parole di grande (no, non scriverò “eccessiva”) fiducia negli italiani. Sono parole che è opportuno citare per esteso: “Sono certo che l’onestà, l’intelligenza, il gusto del futuro prevarranno sulla corruzione, la stupidità, gli interessi costituiti. Questa certezza non è sconsiderato ottimismo, ma fiducia negli Italiani, nel mio popolo, nella nostra capacità di lavorare insieme quando l’emergenza ci chiama alla solidarietà, alla responsabilità”. Personalmente, non mi resta che plaudire e sperare che Draghi abbia ragione.

Pubblicato AGL il 27 aprile 2021