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INVITO Regionali e dintorni. Intervista a Gianfranco Pasquino #EventoOnline @6000sardine #Marche

Diretta facebook 8 luglio ore 19 ai seguenti link:

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VIDEO Come si può essere o non essere italiani? Cosa vuol dire essere cittadini italiani in Europa? #paradoxa 2/2020

VIDEO

 

Essere (o non essere) italiani, a cura di Gianfranco Pasquino, Paradoxa, Anno XIV – Numero 2 – Aprile/Giugno 2020

 

LA NON COSTRUZIONE DELL’ITALIANITÀ

Gianfranco Pasquino

Premessa

Poiché ho da tempo acquisito, anche sulla scia di buone letture (classica e insuperata quella del libro di P. Berger e T. Luckmann, La realtà come costruzione sociale, pubblicato dal Mulino nel 1969), la convinzione che qualsiasi appartenenza nazionale costituisca una delle componenti della costruzione personale e sociale dell’identità, le pagine che seguono sono state elaborate di conseguenza. Vale a dire che, con l’obiettivo di pervenire ad una spiegazione del mio rapporto con quella che chiamo “italianità”, ho intrecciato alcune mie esperienze personali con avvenimenti “storici” e con interpretazioni di commentatori e di studiosi. Non ho nessuna pretesa di avere conseguito una spiegazione generalizzabile. Nutro, però, più di una speranza di avere gettato un po’ di luce su una problematica che, con tutta la sua complessità e, talvolta, vaghezza, riguarda valori e comportamenti che influenzano rapporti e modi d’essere nazionali e internazionali tutt’altro che trascurabili e irrilevanti. Credo che sarebbe interessante, anche con l’obiettivo di ottenere una visione comparata, leggere esperienze di altre persone, in altri tempi e in altri luoghi. Finora, le mie letture non sono arrivate a tanto.

 

Delle origini

Per un lungo periodo di tempo non ho avuto nessuna occasione nella quale pormi il quesito relativo all’essere (o non essere) italiano e, meno che mai, di che tipo di italiano fossi o desiderassi essere/diventare oppure, meglio non diventare. Certamente, non m’interrogai sulle differenze intercorrenti fra me, torinese, e i molti ragazzi meridionali giunti a vivere nel mio quartiere. Il fatto che al Liceo i miei insegnanti di italiano, latino e greco e di scienze fossero siciliani non mi sembrò qualcosa di rilevante. Negli anni Cinquanta dello scorso secolo, la divisione “culturale”, nel senso antropologico, Nord/Sud non stava nei miei pensieri e neppure nei miei pregiudizi. Apprezzai “Rocco e i suoi fratelli” in quanto racconto della vita di una famiglia senza dare particolare peso o significato all’essere quella una famiglia meridionale trasferitasi nel cuore del Nord, a Milano. Leggevo e studiavo la storia d’Italia e dell’Europa senza nessuna visione nazionalistica né fierezza e orgoglio né senso di inferiorità. Non ricordo fra i miei compagni di classe voci che esprimessero particolare apprezzamento, in sé o con paragoni, per il nostro essere italiani.

Quando, nella prima esperienza all’estero, in Francia dove c’era una ottima scuola per imparare il francese, a La Rochelle, fui esposto a ragazzi e ragazze di molte nazioni europee, non furono le diversità che mi colpirono. Al contrario, quel 13 agosto 1961, giorno in cui cominciò la costruzione del Muro di Berlino, nell’evidente dolore degli studenti tedeschi, ma forse anche con qualche loro rassegnazione: “ancora il prezzo da pagare per i crimini nazisti”, e nella grande condivisione, in forme diverse e contenute, ma tutte chiare, degli altri studenti dagli svedesi agli inglesi, dai pochi spagnoli agli austriaci, dagli svizzeri agli italiani (che, peraltro, evitavo cercando di parlare esclusivamente in francese) e allo staff, docenti e assistenti, francese, mi si manifestò in maniera visibilissima l’Europa. Negli sguardi e nelle poche parole di tutti apparve lampante che, per quanto inconsapevolmente, stava in noi un sentimento comune e condiviso. Era il sentimento della libertà sotto ogni forma di cui godevamo noi, che da molti paesi europei eravamo arrivati in quello che fu uno dei più importanti luoghi frequentati e popolati dagli Ugonotti. Quel sentimento si tradusse e si espresse nella critica di quel grave evento e nella preoccupazione per tutto quanto quel Muro che separava Berlino segnalava, significava e faceva supporre.

Non posso interpretare pensieri e valutazioni di tutti quegli studenti europei, ma la loro riprovazione non nasceva sicuramente dalle appartenenze nazionali. C’era molto di più. Sì, lo scriverò con la necessaria retorica, c‘era il sentimento fino ad allora inconsapevole che, in effetti, qualcosa ci accomunava, noi ragazze e ragazzi europei, non credo di esagerare, qualcosa che quel Muro temeva e voleva separare fisicamente. La mia italianità, la Britishness, persino la grandeur francese (De Gaulle era allora il Presidente della Quinta Repubblica) e le altre appartenenze nazionali erano tutte recedute soppiantate da una convinzione (credenza?): l’essere europei, portata alla luce.

Quello che allora era solo il Corso di Laurea in Scienze Politiche a Torino era qualificabile, senza bisogno di dirlo, come “europeista” in quasi tutti i suoi docenti (uno solo dei quali aveva un noto passato fascista) e nella maggioranza degli insegnamenti. Il nazionalismo non abitava a Palazzo Campana. Grandi autori e grandi libri venivano dalla Francia e dalla Germania, dalla Gran Bretagna e dalla Svezia (il famoso economista Gunnar Myrdal e il “modello” socialdemocratico), molto più che dagli Stati Uniti d’America, e la storia moderna e contemporanea, anche quando l’argomento era l’Italia, veniva insegnata in prospettiva europea che si trattasse dell’industrializzazione (Gerschenkron, Il problema storico dell’arretratezza economica, 1962) o della resistenza. Non c’era ragione di soffermarsi sulle peculiarità (positive e/negative) italiane tranne che nell’analisi del fascismo. Nella città di Piero Gobetti, era molto facile respingere l’interpretazione crociana del fascismo come parentesi, e aderire con pochissime specificazioni e variazioni, alla tesi del fascismo “autobiografia della nazione”: che il fascismo era stato nche, forse, soprattutto, la conseguenza della inadeguatezza e dei cedimenti delle classi politiche italiane e delle cattive modalità di funzionamento della democrazia. In uno dei luoghi più antifascisti d’Italia, la “nazione” faceva una davvero brutta figura rispetto alla città di Torino e alla sua università (che non era dimentica di quel manipolo di professori i quali, avendo rifiutato di giurare obbedienza al Duce, persero consapevolmente il posto), a valori e comportamenti civili.

Che avendo i sabaudi “fatta l’Italia”, bisognasse, nella famosa frase attribuita (ma, certamente, ne condensava il pensiero politico di fondo) al torinese Massimo D’Azeglio, “fare gli italiani” era un dato di fatto, una constatazione sostanzialmente indisputabile, non messa in questione. Peraltro, quello che era un imperativo, politico e morale, non serviva certamente a suscitare sentimenti nazionalisti. Prima di diventare orgogliosi dell’Italia, era indispensabile che gli italiani acquisissero molte qualità che, forse, potremmo sintetizzare non tanto nell’amor di Patria, ma nel senso civico, nella disponibilità mazziniana all’adempimento dei doveri a cominciare da quelli scritti nella Costituzione repubblicana.

Anche se l’argomento del come fare gli italiani non fu mai preso di petto nei corsi che seguii, faceva capolino nelle lezioni di storia delle dottrine politiche di Luigi Firpo. Talvolta veniva evocato Giacomo Leopardi per la sua analisi spietata dei vizi degli italiani. Spesso veniva indirettamente criticato il nazionalismo fascista come cattivo maestro di malposta italianità. Insomma, nelle mie esperienze di studente non ebbi nessuno stimolo a definire la mia italianità né, meno che mai, ad essere particolarmente orgoglioso della mia appartenenza alla Nazione. Lo so, naturalmente, che, leggendo queste frasi, alcuni deprecheranno tanto l’internazionalismo della sinistra quanto, forse più, la versione piemontese, asciutta e severa, “moralistica” per i critici, intransigente, dell’Azionismo. Personalmente, non condivido in nulla queste critiche, nel frattempo divenute noiose e stantie, ma so che l’ambiente dei miei studi e le convinzioni dei miei docenti non lasciavano spazio a nessuna conquista o fierezza di italianità. Irrilevante. Per di più, nessuna versione di italianità intervenne nella costruzione della mia personale identità alla quale contribuirono letture come Cesare Pavese, Carlo Levi, Italo Calvino, Primo Levi e Beppe Fenoglio nei quali è impossibile ritrovare qualsiasi accentuazione di italianità, al tempo stesso che si esprimono valori civili di permanente rilevanza che stanno e vanno oltre qualsiasi considerazione “nazionale”.

 

Non una sola appartenenza

Da nessuna parte in Europa degli anni Sessanta del secolo scorso fecero la loro comparsa espressioni particolarmente significative di nazionalismo, neanche, semplicemente, nella versione di orgoglio nazionale. Per quel che mi riguarda, invece, tre episodi molto diversi, ma concatenati, mi esposero in maniera inaspettata al tema dell’appartenenza nazionale. Nel 1965 fui ammesso al Bologna Center della Johns Hopkins per un Master in Relazioni Internazionali, 160 studenti, metà statunitensi metà europei dei quali sei italiani. I primi ostentatamente fieri, persino troppo, della loro cittadinanza (credevano ancora al cosiddetto “eccezionalismo” americano appena incrinato dall’assassinio del Presidente Kennedy e c’era anche uno studente che veniva proprio da Dallas), gli europei di rimbalzo consci delle differenze culturali intercorrenti e delle loro specificità, disposti a vantarle. Noi italiani, di provenienze regionali diverse, certo collocati dalla parte degli europei, non eravamo comunque interessati a nessun vanto, ma coglievamo le diversità. Lo dirò così: “sì, c’è qualcosa di specificamente italiano, persino, positivamente tale” (un pensiero che non avevo mai avuto in precedenza) che attribuivo davvero alla cultura e, allora, persino, all’istruzione che si poteva ottenere nei licei un po’ dappertutto in Italia.

Vinta la borsa di studio per proseguire il secondo anno alla School of Advanced International Studies di Washington D.C., mi venne anche offerta la possibilità di acclimatarmi alla vita in USA, dove non ero mai stato in precedenza, grazie ad un programma che prevedeva quattro settimane ospite di una famiglia americana. Mi accolse una famiglia di Montclair, ricco sobborgo del New Jersey, repubblicana, molto benestante, con quattro figli, il più grande intorno ai vent’anni, il padre operatore economico di alto livello a Wall Street che faceva giornalmente il commuter. Quando chiesi come ero finito lì, se erano stati loro a sceglier/mi, la signora, donna squisita dell’alta borghesia di Philadelphia, mi rispose candidamente che l’alternativa era un africano del Ghana, peraltro un Ashanti, gruppo etnico molto importante e potente, e che avevano preferito l’italiano. Capii, allora, che la nazionalità era un fattore di qualche importanza (…).

Il terzo episodio è il più importante. Studiando Scienza politica alla School of Advanced International Studies mi imbattei (è il verbo giusto poiché il testo di cui parlerò non faceva parte delle letture assegnate) nella ricerca comparata di Gabriel Almond e Sidney Verba, The Civic Culture. Political Attitudes and Democracy in Five Nations (Princeton University Press 1963), uno dei libri di scienza politica più giustamente citati e influenti del secolo scorso. Per rendere breve, come dicono gli inglesi, una storia molto lunga, il dato che mi colpì maggiormente è che per gli Americani, gli inglesi e i messicani l’elemento di cui erano più fieri era chiaramente politico, rispettivamente: la Costituzione, il modello di governo, noto come Westminster, la rivoluzione, mentre per i tedeschi, i quali ad appena vent’anni dalla sconfitta del regime nazional-socialista (non necessariamente delle idee naziste) preferivano tenersi lontani dalla politica, era l’economia sociale di mercato. Per gli italiani la dispersione delle risposte premiava il Bel Paese, cioè la bellezza del territorio e delle città, e i grandi poeti e artisti del passato (Leonardo, Michelangelo, Dante) relegando la politica in un secondo piano molto lontano. Più che sorprendermi, questi dati mi incuriosirono assai. Di tanto in tanto continuo a chiedermi non soltanto quale risposta avrei dato allora e darei oggi, ma anche quali dovrebbero essere gli elementi da porre a fondamento della mia identità, della mia, più o meno pallida, italianità.

Negli anni Novanta che la politica (italiana) c’entrasse con l’italianità me lo fecero sentire i colleghi studiosi di politica che incontravo ai convegni accademici in vari paesi europei, negli USA e in diversi stati latino-americani. Ricordo la perplessità, la cautela, la sensazione di un “tenere le distanze”, l’imbarazzo iniziale di molti di coloro che mi incontravano per la prima volta negli anni del berlusconismo. Avevano a che fare con un italiano sostenitore di Berlusconi? Potevano criticare liberamente il fondatore e leader di Forza Italia, il fenomeno inusitato di un magnate delle televisioni private, del più ricco uomo italiano diventato capo del governo senza nessuna precedente esperienza in clamoroso conflitto di interessi? Da che parte stavo e, dunque, che “italiano” ero? Mi resi conto che, agli occhi di molti stranieri, certo, per lo più, ma non solo, accademici: politologi, sociologi, storici, la mia identità di italiano era concepita in termini politici, con riferimento alle mie eventuali preferenze politiche che, però, per non pochi di loro riflettevano pregiudizi su un popolo che, più o meno pittorescamente, non rispetta le regole.

Da un lato, ho regolarmente tentato di offrire una sobria analisi delle condizioni e delle modalità dell’avvento di Berlusconi, considerandolo ampiamente rappresentativo di una parte nient’affatto marginale dell’elettorato italiano. Dall’altro, non ho mai rinunciato alla critica della politica e dei politici dei paesi di provenienza dei miei interlocutori. Grande, enorme è dal 2016 il mio compiacimento nel dire alto e forte che, in quanto a cultura politica e pericolosità per le istituzioni e per il mondo, il Presidente Donald Trump è incomparabilmente peggiore di Berlusconi, e, insomma, il Primo ministro Boris Johnson non è sicuramente il modello di leader anglosassone al quale intendiamo guardare e aspirare. A proposito di Berlusconi, ho pensato, scritto e variamente argomentato che la sua comparsa e vittoria costituiscono una parte, non trascurabile della autobiografia della nazione in molti dei tratti che ritengo deprecabili. Li sintetizzo con le parole di Paolo Bagnoli: “L’Italia è un Paese che, per indole, non ama la sobrietà, la compostezza, la misura” (I ‘capiscioni’ smemorati, in “NON MOLLARE” (quindicinale online), n. 60, 16 marzo 2020). Chiudo su questo punto segnalando che mai, nel corso del berlusconismo, ho detto che mi vergognavo di essere italiano e mai ho annunciato che andavo in esilio. Anzi, ho trovato sgradevoli e politicamente inutili, se non addirittura controproducenti, entrambe le affermazioni.

 

Dell’italianità in politica

Rimanendo nella italianità riferita alla sfera politica, personalmente, senza in nessun modo lodare le mie preferenze politiche, solide e durature, mai intrecciate con un partito, ma collegate piuttosto ad una visione di società, ho preso ad interrogarmi su quel che rimprovero agli italiani. Mi è parso più utile anche per capire che cosa potrebbe essere l’italianità con la quale riuscirei ad identificarmi (ovvero, a sentirmi meno lontano).

Naturalmente, non propongo affatto un’analisi definitiva dei complessi rapporti degli italiani con la politica (per chi volesse saperne di più rimando ai libri del grande antropologo Carlo Tullio-Altan: Populismo e trasformismo. Saggio sulle ideologie politiche italiane, Milano, Feltrinelli, 1989 e La coscienza civile degli italiani. Valori e disvalori nella storia nazionale, Udine, Gaspari, 1995). Non seguirò la storia molto italiana dell’antipolitica e dell’antiparlamentarismo che ha spesso condotto alla critica della democrazia e al suo indebolimento. Non discuterò né di coloro che continuano a fare elogi eccessivi e senza fondamento degli italiani (la società “civile” nella sua interezza) né di coloro che mantengono la loro purezza “non prendendo neppure un caffè con i politici” [per chi non lo ricordasse fu questo, mai criticato dai suoi colleghi, uno dei grandi vanti di Indro Montanelli che addirittura contribuì alla sua fama]. Non voglio rinunciare a due citazioni che riflettono sulla drammatica epopea del coronavirus, da destra, Danilo Breschi: “ e l’italiano potrebbe persino mostrarsi il più accorto, il più amante della libera democrazia”, in Emergenza: maneggiare con cura, 19 marzo 2020; da sinistra, il Ministro Roberto Gualtieri. Lodata la grande dimostrazione di senso di appartenenza nazionale, il Ministro afferma, alquanto prematuramente che: “siamo diventati un modello sia nella gestione dell’emergenza sanitaria sia nella gestione delle sue conseguenze economiche”. Ne conclude che “credo che potremmo diventare un modello anche sul piano dei comportamenti e dell’etica pubblica” (L’intervista in “Corriere della Sera”, 20 marzo 2020, p. 11).

In senso lato, possiamo ritenere e sostenere che tanto l’orgogliosa separatezza rivendicata da numerosi esponenti della società civile quanto le affermazioni di superiorità di chi “non fa politica” siano elementi costitutivi dell’identità italiana. Da tempo l’Uomo Qualunque, nato in Italia, continua ad aggirarsi fra noi e ha dimostrato straordinarie capacità di trasformazione (di trasformismo) arrivando fino ad oggi, premiato nelle elezioni del 2013 e del 2018 da milioni di elettori/elettrici. Può persino contare su volonterosi megafoni, non solo nelle numerose rubriche delle lettere dei lettori al Direttore (una ricerca, che non consiglio a nessuno, su quelle lettere e sulle risposte di chi tiene la rubrica, fornirebbe uno straordinario spaccato dell’Italia reale e delle componenti dell’italianità). Ancora adesso l’interconnessione “società/politica” deve essere ribadita, come fa Ernesto Galli della Loggia, Il passato ci frena ancora. Scelte guidate dal consenso, Corriere della Sera, 11 marzo, p. 32: “Agli italiani più che la possibilità di contare su reti di servizi efficienti, su prestazioni dagli standard adeguati, in tempi rapidi e in sedi attrezzate, più di questo è sempre importato avere dallo Stato un’altra cosa: soldi. Soldi direttamente dalle casse pubbliche alle proprie tasche”. Non propriamente un “compromesso socialdemocratico”. Lo chiamerò compromesso clientelare. Però, il frenatore del titolo dell’articolo di Galli della Loggia non è il passato. Il frenatore, nell’accezione datagli dall’editorialista, fa parte costitutiva, integrale dell’italianità.

Al proposito, chiunque volesse stilare un elenco delle componenti dell’italianità finirebbe inevitabilmente per farlo, da un lato, in maniera selettiva e, forse, perentoria, dall’altro, individuando in particolare le caratteristiche degli italiani che non condivide, che lo irritano, che ritiene sostanzialmente deleterie e intollerabili. Non sono in grado di sfuggire a questi esiti e, a ragion veduta, rinuncio. Tuttavia, devo in qualche modo concludere la riflessione condotta fin qui. Lo farò con due osservazioni a ampio raggio.

 

Italianità e emergenza

Di recente in diverse conferenze in contesti diversi, specialmente all’estero, mi sono trovato a citare con approvazione la risposta data da uno studente alla richiesta, abituale nei dibattiti internazionali, di identificarsi. Lo studente in questione rispose con nome e cognome aggiungendo “sono un europeo nato a Torino”. Interpreto “europeo” come un’affermazione di identità e di identificazione con il progetto federalista di un’Europa politicamente unificata, ma anche come adesione ai valori democratici sui quali si fonda e si costruisce quel progetto. E interpreto il riferimento a Torino come il richiamo ad un humus, a radici culturali, a un’esperienza di vita e costumi considerata importante per la costruzione della personalità. Qualcuno potrebbe aggiungere che in quella frase non si trova nulla che richiami l’italianità. Pour cause, poiché lo studente (e ancora una volta concordo) voleva esplicitamente dare una spinta al superamento delle identità nazionali, intese come ostacolo alla costruzione di una identità europea. Sento subito montare il dissenso a questa affermazione, dissenso di frasi fatte tipo “solo forti identità nazionali daranno vita a una forte identità europea”. Finora non ho visto tentativi di sostanziare in maniera non retorica questa affermazione. Quindi, non ho modo di poterla (e neppure l’obbligo di doverla) discutere.

La seconda osservazione riguarda la ricomparsa in occasione dell’emergenza causata dal coronavirus di una frase altrettanto fatta (già spesso periodicamente utilizzata) il cui controllo empirico, fattuale è assolutamente inesistente. La frase, che è stata sulla bocca di quasi tutti gli editorialisti e gli opinionisti, non solo della domenica, nei talk show, è: “nell’emergenza gli italiani danno il meglio di sé”. Questa convinzione, meglio credenza, è talmente diffusa che è stata espressa anche nelle parole, in parte guidate dall’intervistatore, di un famoso calciatore poi allenatore Cesare Prandelli:

D. “Gli italiani nelle difficoltà riescono a fare squadra”.
R. “Fatichiamo ad accettare le regole, ma quando siamo responsabilizzati diamo il meglio, andando oltre le solite liti politiche. Spero che possiamo essere un esempio per gli altri Paesi della Comunità europea”. (Corriere della Sera, 16 marzo 2020, p. 11).

Più sfumato il sondaggista Nando Pagnoncelli: “nelle situazioni difficili il Paese dà il meglio di sé, basti pensare all’abnegazione dei medici e degli operatori sociosanitari e ai piccoli e grandi gesti di altruismo e generosità … relegando in secondo piano alcuni disdicevoli episodi che non ci siamo fatti mancare” (Le strategie decise dal governo promosse dal 62% degli italiani , in “Corriere della Sera” 14 marzo p. 12)

Sarebbe utile verificare quanto e come in occasioni di grandi emergenze, terremoti e inondazioni, non oso menzionare né la mafia né i terrorismi (al plurale), gli italiani abbiano dato il meglio di sé. Immagino che questo “meglio” si configuri come impegno personale (e collettivo) di energie e di tempo, forse anche di denaro, in attività altruistiche e collettive per risolvere e porre fine a quella specifica emergenza. La ricostruzione post-bellica, evento eccezionale, ma assolutamente non frutto di una emergenza, non mi pare un esempio appropriato Per carità di patria, non mi soffermerò sugli scandali, sugli sciacalli, sui profittatori sempre presenti, con pochissime eccezioni, una delle quali sembra essere la ricostruzione post-terremoto in Friuli nel 1976. Vero, parzialmente vero, non-vero che gli italiani sono donne e uomini (più) adatti alle emergenze’? Qui mi limiterò a dire che nell’emergenza del coronavirus a dare il meglio di sé sono stati i medici, gli infermieri, tutto il personale sanitario. Degli altri, di quelle decine di migliaia di persone che hanno violato l’indicazione di restare a casa, discuteremo un’altra volta. Nel frattempo, mi sento di affermare che il buon cittadino è colui che dà sempre il meglio di sé.

 

Per andare oltre

Naturalmente, mi sono più volte chiesto a che cosa serve/a l’italianità. Cercarla in quello che hanno scritto alcuni italiani da Leopardi a Gioberti da Manzoni fino a De Sanctis può essere un esercizio letterario di grande interesse (come quello offerto da Giulio Bollati, Il carattere nazionale come storia e come invenzione, Einaudi 2011, spec. pp. 35-127), ma mi sembra che, tutto sommato, rimanga senza rilevanza per la vita degli italiani e per la qualità del sistema politico e della democrazia. Che cosa conta fregiarsi del bollino “alta Italianità”? Che messaggio manda agli altri italiani e agli stranieri? Affidabilità o no? I frequenti richiami al Risorgimento, all’unità della patria, alla appartenenza nazionale sono concepibili, anche se non sempre accettabili, come una modalità da utilizzare per costruire e preservare la coesione sociale. Un sistema politico, una comunità nazionale, un regime democratico funzionano meglio, acquisiscono un’alta qualità, producono beni collettivi più abbondanti e, persino, li redistribuiscono in maniera più equa e più soddisfacente laddove la appartenenza nazionale, in questo caso, l’italianità, ha cementato una solida consapevole coesione sociale tramandata fra le generazioni. Capisco, ma non sono del tutto convinto che la coesione sociale derivi per una (in)certa parte dalla diffusione dell’italianità. Credo, ma lo pongo in maniera problematica, che la coesione sociale sia e debba essere il prodotto e la conseguenza del riconoscimento che esiste un patto fra persone, fra cittadini. Si chiama Costituzione ed è intessuto di leggi che regolano i rapporti fra i cittadini e fra i cittadini, i rappresentanti e governanti. Allora, sì, sono italiano perché riconosco nella Costituzione repubblicana del 1948 un patto degno di essere rispettato e attuato. Riconosco anche che quella Costituzione e il patto in essa contenuto e sancito mi offrono la opportunità di sentirmi e essere europeo. Se questo è “patriottismo costituzionale”, allora sono anche quel tipo di patriota. L’italianità sta nella Costituzione, si esprime attraverso la Costituzione, costruisce una comunità in grado di scegliere e decidere, cambiare e perseguire le sue preferenze. Capovolgendo Cicerone: ubi libertas ibi patria.   

Pubblicato in Essere (o non essere) italiani, a cura di Gianfranco Pasquino, Paradoxa, Anno XIV – Numero 2 – Aprile/Giugno 2020

 

 

Polveroni proporzional-maggioritari #LeggeElettorale

Scrivere una legge elettorale in attesa di un referendum quindi senza sapere quanti saranno i parlamentari da eleggere non è un’operazione saggia. Che la saggezza sia assente dal dibattito politico sul tipo di legge da scrivere è provato dalle affermazioni dei protagonisti politici. C’è chi vuole il “ritorno” alla proporzionale e chi lo ritiene un errore gravissimo. Però, la legge vigente, di cui fu relatore l’on. Rosato, oggi in Italia Viva, è già oggi due terzi proporzionale e un terzo maggioritaria. Quanto al testo in discussione non è, comunque, “la” temutissima “proporzionale pura” poiché prevede una soglia del 5 per cento di voti per avere accesso al Parlamento. Comprensibilmente, tanto Italia Viva quanto Leu (liberi e Uguali), ai quali i sondaggi impietosi attribuiscono rispettivamente all’incirca tre e meno di due per cento delle intenzioni di voto vorrebbero una soglia più bassa. Dal canto suo, Salvini si dichiara sbrigativamente a favore del maggioritario (sul quale Meloni non si esprime), ma non chiarisce quale. Non sarebbe un chiarimento da poco poiché il maggioritario inglese e quello francese, entrambi applicati in collegi uninominali, dove i candidati vincono o perdono, funzionano in maniera molto diversa. Infatti, il doppio turno francese offre agli elettori la grande opportunità di usare due voti: al primo turno per la candidatura preferita, al secondo per la candidatura da fare vincere, la meno sgradita.

Dopo avere detto che per gli italiani la legge elettorale è l’ultima delle preoccupazioni, affermazione alquanto discutibile, Salvini annuncia che è favorevole a due riforme: presidenzialismo e federalismo, cioè, concretamente, che vorrebbe abbandonare la democrazia parlamentare. Il capo di Italia Viva, Matteo Renzi, che non può permettersi di apparire un conservatore istituzionale, si dichiara “maggioritario” e propone la formula nota come “sindaco d’Italia”. Ma il sindaco d’Italia non è una legge elettorale. È una forma di governo di stampo sostanzialmente presidenziale poiché contiene l’elezione popolare diretta del capo dell’esecutivo, vale a dire il sindaco e il Primo Ministro. Non solo questo presidenzialismo mascherato richiederebbe la riscrittura di una manciata di articoli della costituzione italiana, ma, se disegnato seguendo il modello comunale, si basa su una legge proporzionale per l’elezione dei parlamentari, con un premio di maggioranza attribuito al capo, il sindaco o il Primo ministro, della coalizione vittoriosa. Curiosamente, nessuno si esprime in maniera limpida su due aspetti scandalosi della legge elettorale vigente: le candidature plurime e paracadutate, ovvero svincolate dalla residenza dei candidati. Sono gli strumenti con i quali i dirigenti dei partiti garantiscono l’elezione propria e dei loro più fedeli collaboratori/trici a scapito della rappresentanza politica che con il numero dei parlamentari ridotto di un terzo diventerà, a prescindere dalla formula elettorale, ancora meno soddisfacente.

Pubblicato AGL il 6 luglio 2020

Essere (o non essere) italiani, a cura di Gianfranco Pasquino, Paradoxa, Aprile/Giugno 2020

Essere (o non essere) italiani, a cura di Gianfranco Pasquino, Paradoxa, Anno XIV – Numero 2 – Aprile/Giugno 2020

 

LA NON COSTRUZIONE DELL’ITALIANITÀ

Gianfranco Pasquino

Premessa

Poiché ho da tempo acquisito, anche sulla scia di buone letture (classica e insuperata quella del libro di P. Berger e T. Luckmann, La realtà come costruzione sociale, pubblicato dal Mulino nel 1969), la convinzione che qualsiasi appartenenza nazionale costituisca una delle componenti della costruzione personale e sociale dell’identità, le pagine che seguono sono state elaborate di conseguenza. Vale a dire che, con l’obiettivo di pervenire ad una spiegazione del mio rapporto con quella che chiamo “italianità”, ho intrecciato alcune mie esperienze personali con avvenimenti “storici” e con interpretazioni di commentatori e di studiosi. Non ho nessuna pretesa di avere conseguito una spiegazione generalizzabile. Nutro, però, più di una speranza di avere gettato un po’ di luce su una problematica che, con tutta la sua complessità e, talvolta, vaghezza, riguarda valori e comportamenti che influenzano rapporti e modi d’essere nazionali e internazionali tutt’altro che trascurabili e irrilevanti. Credo che sarebbe interessante, anche con l’obiettivo di ottenere una visione comparata, leggere esperienze di altre persone, in altri tempi e in altri luoghi. Finora, le mie letture non sono arrivate a tanto.

 

Delle origini

Per un lungo periodo di tempo non ho avuto nessuna occasione nella quale pormi il quesito relativo all’essere (o non essere) italiano e, meno che mai, di che tipo di italiano fossi o desiderassi essere/diventare oppure, meglio non diventare. Certamente, non m’interrogai sulle differenze intercorrenti fra me, torinese, e i molti ragazzi meridionali giunti a vivere nel mio quartiere. Il fatto che al Liceo i miei insegnanti di italiano, latino e greco e di scienze fossero siciliani non mi sembrò qualcosa di rilevante. Negli anni Cinquanta dello scorso secolo, la divisione “culturale”, nel senso antropologico, Nord/Sud non stava nei miei pensieri e neppure nei miei pregiudizi. Apprezzai “Rocco e i suoi fratelli” in quanto racconto della vita di una famiglia senza dare particolare peso o significato all’essere quella una famiglia meridionale trasferitasi nel cuore del Nord, a Milano. Leggevo e studiavo la storia d’Italia e dell’Europa senza nessuna visione nazionalistica né fierezza e orgoglio né senso di inferiorità. Non ricordo fra i miei compagni di classe voci che esprimessero particolare apprezzamento, in sé o con paragoni, per il nostro essere italiani.

Quando, nella prima esperienza all’estero, in Francia dove c’era una ottima scuola per imparare il francese, a La Rochelle, fui esposto a ragazzi e ragazze di molte nazioni europee, non furono le diversità che mi colpirono. Al contrario, quel 13 agosto 1961, giorno in cui cominciò la costruzione del Muro di Berlino, nell’evidente dolore degli studenti tedeschi, ma forse anche con qualche loro rassegnazione: “ancora il prezzo da pagare per i crimini nazisti”, e nella grande condivisione, in forme diverse e contenute, ma tutte chiare, degli altri studenti dagli svedesi agli inglesi, dai pochi spagnoli agli austriaci, dagli svizzeri agli italiani (che, peraltro, evitavo cercando di parlare esclusivamente in francese) e allo staff, docenti e assistenti, francese, mi si manifestò in maniera visibilissima l’Europa. Negli sguardi e nelle poche parole di tutti apparve lampante che, per quanto inconsapevolmente, stava in noi un sentimento comune e condiviso. Era il sentimento della libertà sotto ogni forma di cui godevamo noi, che da molti paesi europei eravamo arrivati in quello che fu uno dei più importanti luoghi frequentati e popolati dagli Ugonotti. Quel sentimento si tradusse e si espresse nella critica di quel grave evento e nella preoccupazione per tutto quanto quel Muro che separava Berlino segnalava, significava e faceva supporre.

Non posso interpretare pensieri e valutazioni di tutti quegli studenti europei, ma la loro riprovazione non nasceva sicuramente dalle appartenenze nazionali. C’era molto di più. Sì, lo scriverò con la necessaria retorica, c‘era il sentimento fino ad allora inconsapevole che, in effetti, qualcosa ci accomunava, noi ragazze e ragazzi europei, non credo di esagerare, qualcosa che quel Muro temeva e voleva separare fisicamente. La mia italianità, la Britishness, persino la grandeur francese (De Gaulle era allora il Presidente della Quinta Repubblica) e le altre appartenenze nazionali erano tutte recedute soppiantate da una convinzione (credenza?): l’essere europei, portata alla luce.

Quello che allora era solo il Corso di Laurea in Scienze Politiche a Torino era qualificabile, senza bisogno di dirlo, come “europeista” in quasi tutti i suoi docenti (uno solo dei quali aveva un noto passato fascista) e nella maggioranza degli insegnamenti. Il nazionalismo non abitava a Palazzo Campana. Grandi autori e grandi libri venivano dalla Francia e dalla Germania, dalla Gran Bretagna e dalla Svezia (il famoso economista Gunnar Myrdal e il “modello” socialdemocratico), molto più che dagli Stati Uniti d’America, e la storia moderna e contemporanea, anche quando l’argomento era l’Italia, veniva insegnata in prospettiva europea che si trattasse dell’industrializzazione (Gerschenkron, Il problema storico dell’arretratezza economica, 1962) o della resistenza. Non c’era ragione di soffermarsi sulle peculiarità (positive e/negative) italiane tranne che nell’analisi del fascismo. Nella città di Piero Gobetti, era molto facile respingere l’interpretazione crociana del fascismo come parentesi, e aderire con pochissime specificazioni e variazioni, alla tesi del fascismo “autobiografia della nazione”: che il fascismo era stato nche, forse, soprattutto, la conseguenza della inadeguatezza e dei cedimenti delle classi politiche italiane e delle cattive modalità di funzionamento della democrazia. In uno dei luoghi più antifascisti d’Italia, la “nazione” faceva una davvero brutta figura rispetto alla città di Torino e alla sua università (che non era dimentica di quel manipolo di professori i quali, avendo rifiutato di giurare obbedienza al Duce, persero consapevolmente il posto), a valori e comportamenti civili.

Che avendo i sabaudi “fatta l’Italia”, bisognasse, nella famosa frase attribuita (ma, certamente, ne condensava il pensiero politico di fondo) al torinese Massimo D’Azeglio, “fare gli italiani” era un dato di fatto, una constatazione sostanzialmente indisputabile, non messa in questione. Peraltro, quello che era un imperativo, politico e morale, non serviva certamente a suscitare sentimenti nazionalisti. Prima di diventare orgogliosi dell’Italia, era indispensabile che gli italiani acquisissero molte qualità che, forse, potremmo sintetizzare non tanto nell’amor di Patria, ma nel senso civico, nella disponibilità mazziniana all’adempimento dei doveri a cominciare da quelli scritti nella Costituzione repubblicana.

Anche se l’argomento del come fare gli italiani non fu mai preso di petto nei corsi che seguii, faceva capolino nelle lezioni di storia delle dottrine politiche di Luigi Firpo. Talvolta veniva evocato Giacomo Leopardi per la sua analisi spietata dei vizi degli italiani. Spesso veniva indirettamente criticato il nazionalismo fascista come cattivo maestro di malposta italianità. Insomma, nelle mie esperienze di studente non ebbi nessuno stimolo a definire la mia italianità né, meno che mai, ad essere particolarmente orgoglioso della mia appartenenza alla Nazione. Lo so, naturalmente, che, leggendo queste frasi, alcuni deprecheranno tanto l’internazionalismo della sinistra quanto, forse più, la versione piemontese, asciutta e severa, “moralistica” per i critici, intransigente, dell’Azionismo. Personalmente, non condivido in nulla queste critiche, nel frattempo divenute noiose e stantie, ma so che l’ambiente dei miei studi e le convinzioni dei miei docenti non lasciavano spazio a nessuna conquista o fierezza di italianità. Irrilevante. Per di più, nessuna versione di italianità intervenne nella costruzione della mia personale identità alla quale contribuirono letture come Cesare Pavese, Carlo Levi, Italo Calvino, Primo Levi e Beppe Fenoglio nei quali è impossibile ritrovare qualsiasi accentuazione di italianità, al tempo stesso che si esprimono valori civili di permanente rilevanza che stanno e vanno oltre qualsiasi considerazione “nazionale”.

 

Non una sola appartenenza

Da nessuna parte in Europa degli anni Sessanta del secolo scorso fecero la loro comparsa espressioni particolarmente significative di nazionalismo, neanche, semplicemente, nella versione di orgoglio nazionale. Per quel che mi riguarda, invece, tre episodi molto diversi, ma concatenati, mi esposero in maniera inaspettata al tema dell’appartenenza nazionale. Nel 1965 fui ammesso al Bologna Center della Johns Hopkins per un Master in Relazioni Internazionali, 160 studenti, metà statunitensi metà europei dei quali sei italiani. I primi ostentatamente fieri, persino troppo, della loro cittadinanza (credevano ancora al cosiddetto “eccezionalismo” americano appena incrinato dall’assassinio del Presidente Kennedy e c’era anche uno studente che veniva proprio da Dallas), gli europei di rimbalzo consci delle differenze culturali intercorrenti e delle loro specificità, disposti a vantarle. Noi italiani, di provenienze regionali diverse, certo collocati dalla parte degli europei, non eravamo comunque interessati a nessun vanto, ma coglievamo le diversità. Lo dirò così: “sì, c’è qualcosa di specificamente italiano, persino, positivamente tale” (un pensiero che non avevo mai avuto in precedenza) che attribuivo davvero alla cultura e, allora, persino, all’istruzione che si poteva ottenere nei licei un po’ dappertutto in Italia.

Vinta la borsa di studio per proseguire il secondo anno alla School of Advanced International Studies di Washington D.C., mi venne anche offerta la possibilità di acclimatarmi alla vita in USA, dove non ero mai stato in precedenza, grazie ad un programma che prevedeva quattro settimane ospite di una famiglia americana. Mi accolse una famiglia di Montclair, ricco sobborgo del New Jersey, repubblicana, molto benestante, con quattro figli, il più grande intorno ai vent’anni, il padre operatore economico di alto livello a Wall Street che faceva giornalmente il commuter. Quando chiesi come ero finito lì, se erano stati loro a sceglier/mi, la signora, donna squisita dell’alta borghesia di Philadelphia, mi rispose candidamente che l’alternativa era un africano del Ghana, peraltro un Ashanti, gruppo etnico molto importante e potente, e che avevano preferito l’italiano. Capii, allora, che la nazionalità era un fattore di qualche importanza (…).

Il terzo episodio è il più importante. Studiando Scienza politica alla School of Advanced International Studies mi imbattei (è il verbo giusto poiché il testo di cui parlerò non faceva parte delle letture assegnate) nella ricerca comparata di Gabriel Almond e Sidney Verba, The Civic Culture. Political Attitudes and Democracy in Five Nations (Princeton University Press 1963), uno dei libri di scienza politica più giustamente citati e influenti del secolo scorso. Per rendere breve, come dicono gli inglesi, una storia molto lunga, il dato che mi colpì maggiormente è che per gli Americani, gli inglesi e i messicani l’elemento di cui erano più fieri era chiaramente politico, rispettivamente: la Costituzione, il modello di governo, noto come Westminster, la rivoluzione, mentre per i tedeschi, i quali ad appena vent’anni dalla sconfitta del regime nazional-socialista (non necessariamente delle idee naziste) preferivano tenersi lontani dalla politica, era l’economia sociale di mercato. Per gli italiani la dispersione delle risposte premiava il Bel Paese, cioè la bellezza del territorio e delle città, e i grandi poeti e artisti del passato (Leonardo, Michelangelo, Dante) relegando la politica in un secondo piano molto lontano. Più che sorprendermi, questi dati mi incuriosirono assai. Di tanto in tanto continuo a chiedermi non soltanto quale risposta avrei dato allora e darei oggi, ma anche quali dovrebbero essere gli elementi da porre a fondamento della mia identità, della mia, più o meno pallida, italianità.

Negli anni Novanta che la politica (italiana) c’entrasse con l’italianità me lo fecero sentire i colleghi studiosi di politica che incontravo ai convegni accademici in vari paesi europei, negli USA e in diversi stati latino-americani. Ricordo la perplessità, la cautela, la sensazione di un “tenere le distanze”, l’imbarazzo iniziale di molti di coloro che mi incontravano per la prima volta negli anni del berlusconismo. Avevano a che fare con un italiano sostenitore di Berlusconi? Potevano criticare liberamente il fondatore e leader di Forza Italia, il fenomeno inusitato di un magnate delle televisioni private, del più ricco uomo italiano diventato capo del governo senza nessuna precedente esperienza in clamoroso conflitto di interessi? Da che parte stavo e, dunque, che “italiano” ero? Mi resi conto che, agli occhi di molti stranieri, certo, per lo più, ma non solo, accademici: politologi, sociologi, storici, la mia identità di italiano era concepita in termini politici, con riferimento alle mie eventuali preferenze politiche che, però, per non pochi di loro riflettevano pregiudizi su un popolo che, più o meno pittorescamente, non rispetta le regole.

Da un lato, ho regolarmente tentato di offrire una sobria analisi delle condizioni e delle modalità dell’avvento di Berlusconi, considerandolo ampiamente rappresentativo di una parte nient’affatto marginale dell’elettorato italiano. Dall’altro, non ho mai rinunciato alla critica della politica e dei politici dei paesi di provenienza dei miei interlocutori. Grande, enorme è dal 2016 il mio compiacimento nel dire alto e forte che, in quanto a cultura politica e pericolosità per le istituzioni e per il mondo, il Presidente Donald Trump è incomparabilmente peggiore di Berlusconi, e, insomma, il Primo ministro Boris Johnson non è sicuramente il modello di leader anglosassone al quale intendiamo guardare e aspirare. A proposito di Berlusconi, ho pensato, scritto e variamente argomentato che la sua comparsa e vittoria costituiscono una parte, non trascurabile della autobiografia della nazione in molti dei tratti che ritengo deprecabili. Li sintetizzo con le parole di Paolo Bagnoli: “L’Italia è un Paese che, per indole, non ama la sobrietà, la compostezza, la misura” (I ‘capiscioni’ smemorati, in “NON MOLLARE” (quindicinale online), n. 60, 16 marzo 2020). Chiudo su questo punto segnalando che mai, nel corso del berlusconismo, ho detto che mi vergognavo di essere italiano e mai ho annunciato che andavo in esilio. Anzi, ho trovato sgradevoli e politicamente inutili, se non addirittura controproducenti, entrambe le affermazioni.

 

Dell’italianità in politica

Rimanendo nella italianità riferita alla sfera politica, personalmente, senza in nessun modo lodare le mie preferenze politiche, solide e durature, mai intrecciate con un partito, ma collegate piuttosto ad una visione di società, ho preso ad interrogarmi su quel che rimprovero agli italiani. Mi è parso più utile anche per capire che cosa potrebbe essere l’italianità con la quale riuscirei ad identificarmi (ovvero, a sentirmi meno lontano).

Naturalmente, non propongo affatto un’analisi definitiva dei complessi rapporti degli italiani con la politica (per chi volesse saperne di più rimando ai libri del grande antropologo Carlo Tullio-Altan: Populismo e trasformismo. Saggio sulle ideologie politiche italiane, Milano, Feltrinelli, 1989 e La coscienza civile degli italiani. Valori e disvalori nella storia nazionale, Udine, Gaspari, 1995). Non seguirò la storia molto italiana dell’antipolitica e dell’antiparlamentarismo che ha spesso condotto alla critica della democrazia e al suo indebolimento. Non discuterò né di coloro che continuano a fare elogi eccessivi e senza fondamento degli italiani (la società “civile” nella sua interezza) né di coloro che mantengono la loro purezza “non prendendo neppure un caffè con i politici” [per chi non lo ricordasse fu questo, mai criticato dai suoi colleghi, uno dei grandi vanti di Indro Montanelli che addirittura contribuì alla sua fama]. Non voglio rinunciare a due citazioni che riflettono sulla drammatica epopea del coronavirus, da destra, Danilo Breschi: “ e l’italiano potrebbe persino mostrarsi il più accorto, il più amante della libera democrazia”, in Emergenza: maneggiare con cura, 19 marzo 2020; da sinistra, il Ministro Roberto Gualtieri. Lodata la grande dimostrazione di senso di appartenenza nazionale, il Ministro afferma, alquanto prematuramente che: “siamo diventati un modello sia nella gestione dell’emergenza sanitaria sia nella gestione delle sue conseguenze economiche”. Ne conclude che “credo che potremmo diventare un modello anche sul piano dei comportamenti e dell’etica pubblica” (L’intervista in “Corriere della Sera”, 20 marzo 2020, p. 11).

In senso lato, possiamo ritenere e sostenere che tanto l’orgogliosa separatezza rivendicata da numerosi esponenti della società civile quanto le affermazioni di superiorità di chi “non fa politica” siano elementi costitutivi dell’identità italiana. Da tempo l’Uomo Qualunque, nato in Italia, continua ad aggirarsi fra noi e ha dimostrato straordinarie capacità di trasformazione (di trasformismo) arrivando fino ad oggi, premiato nelle elezioni del 2013 e del 2018 da milioni di elettori/elettrici. Può persino contare su volonterosi megafoni, non solo nelle numerose rubriche delle lettere dei lettori al Direttore (una ricerca, che non consiglio a nessuno, su quelle lettere e sulle risposte di chi tiene la rubrica, fornirebbe uno straordinario spaccato dell’Italia reale e delle componenti dell’italianità). Ancora adesso l’interconnessione “società/politica” deve essere ribadita, come fa Ernesto Galli della Loggia, Il passato ci frena ancora. Scelte guidate dal consenso, Corriere della Sera, 11 marzo, p. 32: “Agli italiani più che la possibilità di contare su reti di servizi efficienti, su prestazioni dagli standard adeguati, in tempi rapidi e in sedi attrezzate, più di questo è sempre importato avere dallo Stato un’altra cosa: soldi. Soldi direttamente dalle casse pubbliche alle proprie tasche”. Non propriamente un “compromesso socialdemocratico”. Lo chiamerò compromesso clientelare. Però, il frenatore del titolo dell’articolo di Galli della Loggia non è il passato. Il frenatore, nell’accezione datagli dall’editorialista, fa parte costitutiva, integrale dell’italianità.

Al proposito, chiunque volesse stilare un elenco delle componenti dell’italianità finirebbe inevitabilmente per farlo, da un lato, in maniera selettiva e, forse, perentoria, dall’altro, individuando in particolare le caratteristiche degli italiani che non condivide, che lo irritano, che ritiene sostanzialmente deleterie e intollerabili. Non sono in grado di sfuggire a questi esiti e, a ragion veduta, rinuncio. Tuttavia, devo in qualche modo concludere la riflessione condotta fin qui. Lo farò con due osservazioni a ampio raggio.

 

Italianità e emergenza

Di recente in diverse conferenze in contesti diversi, specialmente all’estero, mi sono trovato a citare con approvazione la risposta data da uno studente alla richiesta, abituale nei dibattiti internazionali, di identificarsi. Lo studente in questione rispose con nome e cognome aggiungendo “sono un europeo nato a Torino”. Interpreto “europeo” come un’affermazione di identità e di identificazione con il progetto federalista di un’Europa politicamente unificata, ma anche come adesione ai valori democratici sui quali si fonda e si costruisce quel progetto. E interpreto il riferimento a Torino come il richiamo ad un humus, a radici culturali, a un’esperienza di vita e costumi considerata importante per la costruzione della personalità. Qualcuno potrebbe aggiungere che in quella frase non si trova nulla che richiami l’italianità. Pour cause, poiché lo studente (e ancora una volta concordo) voleva esplicitamente dare una spinta al superamento delle identità nazionali, intese come ostacolo alla costruzione di una identità europea. Sento subito montare il dissenso a questa affermazione, dissenso di frasi fatte tipo “solo forti identità nazionali daranno vita a una forte identità europea”. Finora non ho visto tentativi di sostanziare in maniera non retorica questa affermazione. Quindi, non ho modo di poterla (e neppure l’obbligo di doverla) discutere.

La seconda osservazione riguarda la ricomparsa in occasione dell’emergenza causata dal coronavirus di una frase altrettanto fatta (già spesso periodicamente utilizzata) il cui controllo empirico, fattuale è assolutamente inesistente. La frase, che è stata sulla bocca di quasi tutti gli editorialisti e gli opinionisti, non solo della domenica, nei talk show, è: “nell’emergenza gli italiani danno il meglio di sé”. Questa convinzione, meglio credenza, è talmente diffusa che è stata espressa anche nelle parole, in parte guidate dall’intervistatore, di un famoso calciatore poi allenatore Cesare Prandelli:

D. “Gli italiani nelle difficoltà riescono a fare squadra”.
R. “Fatichiamo ad accettare le regole, ma quando siamo responsabilizzati diamo il meglio, andando oltre le solite liti politiche. Spero che possiamo essere un esempio per gli altri Paesi della Comunità europea”. (Corriere della Sera, 16 marzo 2020, p. 11).

Più sfumato il sondaggista Nando Pagnoncelli: “nelle situazioni difficili il Paese dà il meglio di sé, basti pensare all’abnegazione dei medici e degli operatori sociosanitari e ai piccoli e grandi gesti di altruismo e generosità … relegando in secondo piano alcuni disdicevoli episodi che non ci siamo fatti mancare” (Le strategie decise dal governo promosse dal 62% degli italiani , in “Corriere della Sera” 14 marzo p. 12)

Sarebbe utile verificare quanto e come in occasioni di grandi emergenze, terremoti e inondazioni, non oso menzionare né la mafia né i terrorismi (al plurale), gli italiani abbiano dato il meglio di sé. Immagino che questo “meglio” si configuri come impegno personale (e collettivo) di energie e di tempo, forse anche di denaro, in attività altruistiche e collettive per risolvere e porre fine a quella specifica emergenza. La ricostruzione post-bellica, evento eccezionale, ma assolutamente non frutto di una emergenza, non mi pare un esempio appropriato Per carità di patria, non mi soffermerò sugli scandali, sugli sciacalli, sui profittatori sempre presenti, con pochissime eccezioni, una delle quali sembra essere la ricostruzione post-terremoto in Friuli nel 1976. Vero, parzialmente vero, non-vero che gli italiani sono donne e uomini (più) adatti alle emergenze’? Qui mi limiterò a dire che nell’emergenza del coronavirus a dare il meglio di sé sono stati i medici, gli infermieri, tutto il personale sanitario. Degli altri, di quelle decine di migliaia di persone che hanno violato l’indicazione di restare a casa, discuteremo un’altra volta. Nel frattempo, mi sento di affermare che il buon cittadino è colui che dà sempre il meglio di sé.

 

Per andare oltre

Naturalmente, mi sono più volte chiesto a che cosa serve/a l’italianità. Cercarla in quello che hanno scritto alcuni italiani da Leopardi a Gioberti da Manzoni fino a De Sanctis può essere un esercizio letterario di grande interesse (come quello offerto da Giulio Bollati, Il carattere nazionale come storia e come invenzione, Einaudi 2011, spec. pp. 35-127), ma mi sembra che, tutto sommato, rimanga senza rilevanza per la vita degli italiani e per la qualità del sistema politico e della democrazia. Che cosa conta fregiarsi del bollino “alta Italianità”? Che messaggio manda agli altri italiani e agli stranieri? Affidabilità o no? I frequenti richiami al Risorgimento, all’unità della patria, alla appartenenza nazionale sono concepibili, anche se non sempre accettabili, come una modalità da utilizzare per costruire e preservare la coesione sociale. Un sistema politico, una comunità nazionale, un regime democratico funzionano meglio, acquisiscono un’alta qualità, producono beni collettivi più abbondanti e, persino, li redistribuiscono in maniera più equa e più soddisfacente laddove la appartenenza nazionale, in questo caso, l’italianità, ha cementato una solida consapevole coesione sociale tramandata fra le generazioni. Capisco, ma non sono del tutto convinto che la coesione sociale derivi per una (in)certa parte dalla diffusione dell’italianità. Credo, ma lo pongo in maniera problematica, che la coesione sociale sia e debba essere il prodotto e la conseguenza del riconoscimento che esiste un patto fra persone, fra cittadini. Si chiama Costituzione ed è intessuto di leggi che regolano i rapporti fra i cittadini e fra i cittadini, i rappresentanti e governanti. Allora, sì, sono italiano perché riconosco nella Costituzione repubblicana del 1948 un patto degno di essere rispettato e attuato. Riconosco anche che quella Costituzione e il patto in essa contenuto e sancito mi offrono la opportunità di sentirmi e essere europeo. Se questo è “patriottismo costituzionale”, allora sono anche quel tipo di patriota. L’italianità sta nella Costituzione, si esprime attraverso la Costituzione, costruisce una comunità in grado di scegliere e decidere, cambiare e perseguire le sue preferenze. Capovolgendo Cicerone: ubi libertas ibi patria.   

Pubblicato in Essere (o non essere) italiani, a cura di Gianfranco Pasquino, Paradoxa, Anno XIV – Numero 2 – Aprile/Giugno 2020

 

 

INVITO Populismi & sovranismi. Fenomeni passeggeri o nuova frontiera della politica? #3luglio #Pesaro

Venerdì 3 luglio 2020 ore 18
Pesaro, Cortile Job - Centro per l'impiego
Via Luca della Robbia 4
Conduzione e proposte
APRITI PESARO
nuovi spazi alle idee,alle persone, alla politica

Gianfranco Pasquino

Populismi & Sovranismi
Fenomeni passeggeri o nuova frontiera della politica?

Ciclo di conferenze
Per un hashtag in più
Il declino dell’intelletto politico fra social compulsivi, balbuzie populista e protagonismo cronico

Regionali, cosa mi aspetto dai candidati. Scrive il prof. Pasquino @formichenews

Chi vuole uno Stato delle autonomie deve volere anche e (quasi) subito dimostrare che la sua autonomia la sa esercitare, per esempio, avendo già speso nella sua interezza i vecchi fondi europei, e rendendo meglio preparata, più snella, più efficace la burocrazia regionale. Il commento di Gianfranco Pasquino

Mi pare sia già cominciata in tutte le regioni che voteranno, se confermato, il 20 settembre, una articolata e approfondita riflessione sui temi della campagna elettorale al tempo del Covid-19. Gli acutissimi retroscenisti del Corriere della Sera e de Il Giornale e gli austeri (sic) commentatori de La Stampa e di Repubblica hanno smesso di annunciare la fine del governo Conte. Si sono dedicati da par loro, o mi sbaglio?, a sollecitare i Presidenti che si ricandidano e i loro sfidanti che, come minimo, delineino un progetto di regione. Par condicio: infatti, non c’è nessuna ragione per essere meno esigenti con le autorità regionali di quello che si chiede a Conte e al suo governo. D’altronde, se, finalmente, a livello nazionale, qualcuno, sarà forse proprio il presidente Conte, fra una conferenza stampa e quella successiva?, saprà tirare le somme e fare la sintesi delle proposte formulate agli Stati Generali, vedremo il progetto di rilancio del Paese per i prossimi numerosi anni.

Altruisticamente, Conte lavora per il suo successore a Palazzo Chigi – per i nomi bisogna chiedere ai retroscenisti senza accontentarsi di quello di Mario Draghi e, neppure, di Carlo Cottarelli. Il suo Progetto di Rilancio dovrebbe contemplare la chiarissima individuazione dei settori portanti, l’indicazione degli interventi, dei tempi, dei costi e dei vantaggi e anche del coordinamento con le regioni. Se, infatti, terminata la davvero penosa melina sull’accettazione dei 36/37 miliardi di Euro del Mes si deciderà di investire nelle spese sanitarie dirette e indirette, le regioni dovranno necessariamente essere coinvolte. Dovranno dire quanti fondi desiderano e come li spenderanno, magari investendo non solo in assunzioni e strutture, ma anche nel settore bio-medicale che è un’eccellenza nazionale. Ascolteremo almeno EmilianoToti e De Luca spiegare come stanno rendendo digitale e verde la loro economia? Naturalmente, finita, almeno temporaneamente, la vertenza sulle modalità di riapertura delle scuole, da tutti, uscenti e candidati, saremo prontamente informati delle criticità e dei successi nonché degli obiettivi di miglioramento.

Nella pandemia a molti, me compreso, è parso che lo Stato si sia visto riconoscere quel ruolo centrale nella mobilitazione, nella assegnazione e nella distribuzione di risorse al quale nessun mercato potrebbe mai supplire. Ai candidati alle cariche di governo regionali sembra più che lecito chiedere se vorranno usare il loro potere in chiave interventista e se, all’uopo, sanno già come riformare e rendere più dinamiche le rispettive burocrazie regionali. Non è soltanto la burocrazia “nazionale” a costituire la palla al piede di governi che già non sono vivaci, iperattivi, decisionisti. Chi vuole uno stato delle autonomie deve volere anche e (quasi) subito dimostrare che la sua autonomia la sa esercitare, per esempio, avendo già speso nella sua interezza i vecchi fondi europei, e rendendo meglio preparata, più snella, più efficace la burocrazia regionale. Poi, con gli apporti decisivi di Di Battista e Scalfarotto, di Azione di Calenda, proiettata dai sondaggi di Pagnoncelli ad un irresistibile 2,8%, di marmotte e altri graziosi animali, discuteremo di convergenze e di coalizioni e soprattutto di programmi, classico cavallo di battaglia di chi vuole posti. Faites vos jeux.

Pubblicato il 28 giugno 2020 su formiche.net

Fondi europei: danke, Frau Merkel

Sapere chiedere i fondi europei e saperli spendere: questo è il doppio problema al quale il governo italiano, a cominciare dal Presidente del Consiglio, deve trovare una soluzione rapida e convincente. Invece, la risposta di stampo “sovranista” data da Conte alla cancelliera Merkel, che in Italia i conti li fa lui, è vaga e evasiva. Quei conti, il Presidente del Consiglio italiano non riuscirà mai a farli tornare da solo. Avrà bisogno, e (quasi) tutti gli italiani con lui, dei molti miliardi di euro che le istituzioni europee, Commissione e Banca Centrale e poi Consiglio dei capi di governo, metteranno a disposizione dell’Italia. Dunque, la risposta giusta alla Cancelliera Merkel era: “danke, discutiamone e cerchiamo di farli arrivare presto”.

Il grande economista Keynes, che sta assistendo a un meritato rilancio delle sue ricette di sostegno dello Stato alle attività economiche e sociali, sapeva che il tempo conta e che nel lungo periodo saremo tutti morti. Il rischio è che, in assenza di sussidi e di prestiti, molti in Italia e in Europa, comincino a morire già nel breve periodo. Conte voleva sostanzialmente dire alla Merkel che non vuole, per ideologia sua? o forse perché i Cinque Stelle vi si oppongono?, fare ricorso ai 36-37 miliardi di Euro disponibili prestissimo attraverso il Meccanismo Economico di Stabilità (MES). Sono fondi da restituire a bassissimo tasso di interesse entro una decina d’anni, ma da utilizzare esclusivamente per spese sanitarie dirette e indirette. I critici italiani sostengono, senza prove, che quei fondi sarebbero una specie di cavallo di Troia attraverso il quale poi le istituzioni europee, nelle quali sarà opportuno ricordarlo, l’Italia è presente in ruoli non marginali: Presidenza del Parlamento Europeo, un Commissario proprio all’Economia, finirebbero per dettarci politiche economiche e sociali di lacrime e sangue. Credo che i critici sbaglino alla grande e rilevo che quei miliardi di euro non soltanto creerebbero molti posti di lavoro duraturi con assunzioni di personale sanitario, ma rilancerebbero l’economia attraverso la produzione e le esportazioni con investimenti mirati nel settore bio-medicale, nel quale l’Italia ha già più di una eccellenza.

C’è di più. Le parole della Merkel, non nota per essere particolarmente espansiva, vanno prese molto sul serio da due punti di vista. Il primo riguarda la possibilità che gli Stati cosiddetti frugali vedano la loro posizione contraria ai sussidi all’Italia rafforzata dal fatto che Conte non chiede i miliardi del MES. Allora, perché consentirgli di ottenere 175 miliardi di Euro come ha suggerito la Commissione? Il secondo punto di vista dal quale valutare quanto detto da Angela Merkel è che sarà proprio lei a guidare l’Unione nel semestre 1 luglio-31 dicembre. Poiché potrebbe essere il suo canto del cigno, Merkel vuole lasciare un segno molto positivo. Ha detto a Conte che se l’Italia fa quel che deve le sarà più facile aiutarla. La risposta di Conte è stata inadeguata.

Pubblicato AGL il 28 giugno 2020

Lo stato della polizia @La_Lettura #447 @CorriereCultura

 

Ogni sistema politico, per fare rispettare le regole della convivenza, ha bisogno di strutture che contrastino i trasgressori. Ma le forze dell’ordine possono agire in modo fazioso o perseguire propri interessi diversi da quelli pubblici, specie se diventano corpi separati rispetto al contesto sociale

Quell’ordine politico che deve emergere una volta posto fine alla hobbesiana “guerra di tutti contro tutti” bisogna pure che qualcuno/qualcosa lo costruisca e lo faccia rispettare. Anche se quel qualcuno fosse un leader tirannico che fa valere il suo potere, ma a maggior ragione se si affermasse una forma di governo basata su un accordo di fondo, sarebbe indispensabile disporre di una struttura capace di prevenire e impedire violazioni dell’ordine, di bloccarne i responsabili, di portarli a punizione. Mantenere l’ordine politico significa proteggere i cittadini, la loro vita e la loro libertà. È una delle modalità con le quali lo Stato rivendica e esercita il monopolio legittimo della forza (Max Weber). Quel monopolio è legittimo perché acquisito secondo regole prestabilite, ma anche se e perché è utilizzato, senza favori, senza privilegi, senza eccessi, nell’interesse di tutti cittadini.

Tuttavia, c’è un’ambiguità costitutiva nella polizia come istituzione. Da un lato, ha il compito di proteggere i cittadini dalla violenza, anche quella dei rappresentanti dello Stato; dall’altro, deve proteggere lo Stato dalla violenza dei cittadini. In aggiunta, una volta istituzionalizzata, la polizia può sviluppare propri interessi, più che un semplice “spirito di corpo”, e finire, pericolo permanente, per proteggere soprattutto se stessa.

Storicamente, la struttura preposta al compito di garantire l’ordine all’interno di un sistema politico è stata definita polizia. È quasi certo che l’origine della parola debba essere fatta risalire ai termini greci polis e politeia (buongoverno). A lungo, in molti sistemi politici quel po’ di ordine che esisteva nelle città e nelle campagne veniva imposto da squadre di persone assoldate da chi poteva permetterselo, quindi, dai proprietari terrieri, dai signori nei loro castelli, dai capitani d’industria. Naturalmente, oltre ad operare al servizio di coloro che le avevano assoldate, queste squadre perseguivano anche interessi personali taglieggiando in vari modi le popolazioni. La svolta, sicuramente per quel che riguarda l’Inghilterra, avvenne nel 1832 con la creazione di un corpo di professionisti, la Civilian Metropolitan Force, al quale fu affidato il compito di fare rispettare la legge. L’ideatore di questa soluzione fu l’allora Ministro degli Interni Sir Robert Peel (1778-1850), in seguito due volte Primo ministro, cosicché gli appartenenti a questo corpo furono in un primo tempo chiamati Peelers, in seguito, più familiarmente, Bobbies. Gli oppositori obiettarono che l’esistenza di quel corpo di professionisti che controllavano le strade e i comportamenti limitava le libertà personali. La replica di Peel fu che lasciare la possibilità di svaligiare le case non era libertà e che l’occupazione notturna delle strade di Londra ad opera di vagabondi e prostitute non era esercizio di libertà.

Per la loro professionalità (conoscenze e competenze), la loro efficienza e la loro (intraducibile, forse, equità) fairness, i Bobbies divennero presto famosi e apprezzati come persone e operatori nei quali tutti i cittadini potevano (e dovevano) avere una fiducia. Una loro grande peculiarità, durata fino a pochi anni fa e condivisa, per esempio, dalla polizia della Norvegia e della Nuova Zelanda, è che non erano dotati di armi. L’equipaggiamento dei Bobbies è a lungo consistito unicamente in uno sfollagente e un fischietto. I poliziotti inglesi non sparavano e i delinquenti non sparavano ai poliziotti inglesi.

Altrove, mantenere l’ordine politico senza ricorrere alle armi è sempre stato molto più difficile anche per un’altra ragione: la polizia era spesso un corpo estraneo. In Gran Bretagna, i Bobbies erano sostanzialmente poliziotti di quartiere, in quel quartiere conosciuti, se non addirittura nati e vissuti, dagli abitanti del quartiere apprezzati. Senza fare troppo romanticismo, a lungo questo elemento di vicinanza fisica e sociale si è tradotto in fiducia e ha reso più complicate e più rare le azioni della microcriminalità: furti, borseggi, scassi. Nella grande maggioranza degli altri paesi, le autorità hanno spesso preferito che i poliziotti non avessero legami sociali né, tantomeno, familiari con gli abitanti del quartiere. Dovevano essere e sentirsi separati da quella società, in nessun modo identificarvisi. Questo è stato regolarmente il caso delle polizie create dai paesi colonialisti in Africa e Asia, ovviamente schierati a difesa delle politiche coloniali e per la repressione di qualsiasi protesta e opposizione, anche quando composte, almeno in parte, proprio dagli abitanti delle colonie.

Una delle conseguenze inevitabili della separatezza fra cittadini e polizia è, naturalmente, che i poliziotti incontrano molte difficoltà a capire usanze e comportamenti di comunità alle quali sono estranei, come i rari poliziotti settentrionali in Sicilia oppure i poliziotti irlandesi in un quartiere italiano di Boston, i poliziotti bianchi nel South Side di Chicago, i cui abitanti sono più del 90 per cento di colore, i poliziotti inglesi in Irlanda del Nord. Nessuna familiarizzazione è possibile, ma, ovviamente, appare improponibile anche qualsiasi rapporto di fiducia. In effetti, la polizia opera con maggiore successo quando riesce a godere della fiducia dei cittadini. Secondo un rapporto Eurispes del 2019 più del 70 per cento di italiani dichiara di avere fiducia nelle Forze di Polizia.

Molto spesso, però, i poliziotti non appaiono un corpo neutrale che agisce a protezione dei cittadini, ma, per lo più, come uno strumento per la difesa della proprietà e del potere delle classi dominanti. Una clamorosa e scandalosa dimostrazione di parzialità, di faziosità, persino di fanatismo politicizzato si ebbe a Bolzaneto nel luglio 2001 con il crudele pestaggio ad opera di un consistente gruppo di poliziotti dei giovani più o meno antagonisti che avevano manifestato contro il G8 che si teneva a Genova. Negli Stati Uniti in troppi casi i comportamenti della polizia sono prodotti della discriminazione, di un razzismo sistemico e strutturale. Tagliare i fondi alle varie polizie locali, come chiesto dal movimento “Black Lives Matter”, può paradossalmente servire a ridurne la pericolosità, ma la soluzione deve essere al tempo stesso strutturale in termini di reclutamento e selezione, e culturale, in quanto ad insegnamento e apprendimento dell’eguaglianza effettiva dei diritti di tutti i cittadini.

In qualche caso, la priorità dei governi non va alla polizia che mantiene l’ordine e protegge i cittadini, ma a corpi più o meno speciali e segreti al servizio dei detentori del potere politico. Sono le famigerate polizie segrete dalla Ceka bolscevica-stalinista poi KGB alla Stasi (Staatssicherheit) della Germania Est, dalla OVRA (Opera Vigilanza Repressione Antifascismo) alla Gestapo (Geheime Staatspolizei) di Hitler e alle polizie segrete di molti regimi autoritari, in Portogallo, in Spagna e in America latina. Ma questa un’altra storia che serve soprattutto a illuminare quanto le deviazioni nell’uso politico della polizia dipendano da coloro che hanno il potere di costituirle, reclutare, selezionare, promuovere il personale, destinare fondi alle loro operazioni. È probabile che un reclutamento più equilibrato in termini di appartenenza ai diversi gruppi sociali renda la polizia più prudente nei suoi comportamenti e più attenta a non violare i diritti di tutti i cittadini. Molto, ovviamente, dipende dalla cultura politica e giuridica dei rispettivi paesi, ma rimane sempre il pericolo, a prescindere dal tipo di regime nel quale è inserita, che, grazie ai mezzi a sua disposizione, la polizia finisca per ampliare i suoi poteri. Guardando ai suoi comportamenti e alle sue prestazioni è possibile sostenere che ogni paese ha la polizia che si merita.

 

Gianfranco Pasquino è Professore Emerito di Scienza politica nell’Università di Bologna e Socio dell’Accademia dei Lincei. Il suo libro più recente è Minima Politica. Sei lezioni di democrazia (UTET 2020).

 

Pubblicato il 21 giugno 2020 su la Lettura del Corriere

M5S? Non è alla fine della sua avventura, anzi… La versione di Pasquino @formichenews

Il Movimento 5 Stelle si era illuso, per gravi, e insuperate, carenze di cultura politica, di essere immune dal conflitto di idee che si traduce in “anime” (non belle) e che non sono giunte a sintesi con Di Maio né, quasi sicuramente, ci arriverebbero con Di Battista. No, non sono ancora arrivati sull’orlo dell’abisso. Avranno modo e tempo di fare altri errori e di recuperare.

Il commento di Gianfranco Pasquino

Quando all’interno di un movimento/partito qualcuno si mette a parlare dell’esistenza di anime diverse, di “sensibilità” diverse e di altre piacevolezze retoriche e ipocrite, mi rassereno. È un terreno che conosco, già arato e praticato da quasi tutti i partiti italiani. Nel passato, alcuni, però, non avevano peli sulla lunga. Quelle anime non esageratamente sensibili erano e si lasciavano chiamare correnti, espressione di un pluralismo che, a determinate condizioni, svolge più di un compito importante. Elettoralmente, attrae un numero considerevole di voti pescando in settori sociali diversificati. Politicamente, suscita un confronto/scontro di idee, di proposte, di soluzioni. Poi, aggregazioni mutevoli di quelle correnti guideranno il partito a vittorie e sconfitte, e, allora, cambieranno le aggregazioni. Nulla di particolarmente nuovo sotto le (Cinque) Stelle se non fosse che si erano illuse, per gravi, e insuperate, carenze di cultura politica, di essere immuni dal conflitto di idee che si traduce in “anime” (non belle) e che non sono giunte a sintesi con Di Maio né, quasi sicuramente, ci arriverebbero con Di Battista.

Fin dall’inizio della loro avventura, comunque, da valutare di successo, a prescindere da come finirà (non è affatto detto che finisca presto), di anime ce n’erano inevitabilmente molte. Per loro fortuna, il predicatore Grillo sapeva parlare a tutte e prometteva abbastanza credibilmente latte e miele. Qualche eretico c’era e veniva opportunamente messo alla porta. Gli altri componevano (o nascondevano) i loro dissensi all’ombra di una piattaforma, con procedure da selva oscura. Quando, però, la scelta che bisogna assolutamente fare diventa binaria: sì/no, alla Tav, alla Gronda di Genova, al rinnovo della concessione a Atlantia, al MES (senza condizionalità), allora le differenze appaiono, ma non necessariamente “esplodono”.

Tranne gli ortodossi, che non hanno bisogno di “caratterizzarsi”, le altre anime un po’ mugugnano un po’ criticano, ma di alternative specifiche, precise, strategiche non riescono proprio a formularne. D’altronde, i due sì che contano: al governo con Salvini, al governo con il PD, li hanno già pronunciati. Tertium non datur. Infatti, quel che resta sono le forche caudine elettorali sotto le quali, almeno la metà di loro non dovrebbe arrivare avendo completato i famigerati due mandati. L’altra metà non riuscirebbe, secondo i sondaggi, a passare. Epperò, come la legge ferrea della politica insegna da tempo, qualche visibilità personale è meglio acquisirla, qualche messaggio ai potenziali sostenitori è opportuno mandarlo, qualche dissenso (a scelte non troppo chiare) bisogna esprimerlo. Se, poi, si è fuori dal governo, allora è un gioco da bambini prendere posizione contro.

Naturalmente, la corda non va tirata troppo perché finché il Movimento è la somma di molte anime e dei loro animatori conta, ottiene voti e cariche, influenza le scelte e le decisioni. Le anime perse e sparse vanno ineluttabilmente alla deriva. Molti, dentro il Movimento, a cominciare dal Fondatore e Garante, lo sanno. Altri si lasciano trascinare da loro istinti battaglieri e, forse, di rivalsa. Gli errori li pagherebbero/pagheranno tutti i pentastellati. No, non sono ancora arrivati sull’orlo dell’abisso. Avranno modo e tempo di fare altri errori e di recuperare. Quosque tandem? Almeno fino al prossimo commento.

Pubblicato il 19 giugno 2020 su formiche.net

Mercatisti che chiedono allo Stato #StatiGenerali

Prima le proposte e poi le critiche, o viceversa? Forse, il da poco Presidente della Confindustria il lombardo Carlo Bonomi non si è neppure posto il problema. Quel che Confindustria ritiene necessario è stato consegnato ad un corposo volume intitolato Italia 2030. Proposte per lo sviluppo”. Poiché il messaggio centrale è che “bisogna riorientare il Paese verso la crescita del lavoro, del reddito, della produttività e dell’innovazione”, non si può non essere d’accordo. Poi, si vorrebbe sapere, con la precisione che, secondo Bonomi, manca a Conte, in che modo ottenere tutte quelle cose belle nello spazio di dieci anni, sostiene Bonomi, utilizzando gli aiuti europei. Questo è quanto, in maniera più o meno accentuata, si trova in molte delle proposte, anche quelle del gruppo di lavoro coordinato da Colao, che sono state variamente presentate e parzialmente discusse a Villa Pamphilj.

I ritardi che Bonomi attribuisce al governo Conte sono strutturali. La crescita economica è praticamente cessata e il declino iniziato all’incirca trent’anni fa. Un libro importante (A. Capussela, Declino, LUISS University Press 2019), purtroppo non sufficientemente discusso, lo documenta con ricchezza di dati.

Bonomi ha offerto anche un metodo per raggiungere gli obiettivi da lui indicati. Lo si farà con la “democrazia negoziale”. Non so se c’è una sotterranea critica al Presidente del Consiglio Conte che a me non pare davvero essere un “decisionista”. Non vedo nella democrazia negoziale qualcosa di particolarmente nuovo o sorprendente, dal momento che lo spettacolo di più o meno allegre tavolate delle parti sociali che s’incontrano con il governo è frequente. Nel passato qualcuno aveva annunciato che sarebbe stato necessario procedere alla disintermediazione. Curiosamente, la Confindustria e le sue varie realtà locali si espressero per il sì al referendum costituzionale che avrebbe dato maggiore potere al governo.

In una certa misura, quasi tutte le democrazie contemporanee in sistemi multipartitici sono negoziali. Il punto è sapere dal Presidente Bonomi come si giunge poi alla decisione e all’attuazione, che, notoriamente, è l’anello debole dei procedimenti decisionali dei governi italiani. Espressosi contro i finanziamenti a pioggia, pure, a mio avviso, assolutamente necessari in un sistema socio-economico devastato dal Covid con centinaia di migliaia di operatori che meritano di essere aiutati per il rilancio, Bonomi ha dovuto, obtorto collo, riconoscere il ruolo importantissimo dello Stato. Insomma, né in Europa né in Italia il mercato può garantire qualsivoglia ripresa senza un ingente e intelligente intervento delle istituzioni politiche e dello Stato. Questa è la vera sfida che Conte deve raccogliere: produrre un salto di qualità nel funzionamento della macchina dello Stato, della burocrazia. Altrimenti, neppure i migliori dei progetti, e ne sono stati formulati non pochi, riusciranno a risollevare e rilanciare l’Italia.

Pubblicato AGL il 18 giugno 2020