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Calenda – Meloni, un incontro che non si doveva fare

L’incontro chiesto dal sen. Calenda, capo del partito Azione, e gentilmente concesso dalla Presidente del Consiglio Meloni si presta a molte considerazioni di metodo e di merito non tutte positive. Se l’oggetto era sostanzialmente la Legge di Bilancio e le eventuali correzioni, allora la sede non doveva essere Palazzo Chigi, ma il Parlamento. In una democrazia parlamentare qualsiasi confronto e qualsiasi accordo, ma anche i contrasti e le prese di distanza debbono avvenire in Parlamento. La sovranità del popolo, Meloni dovrebbe saperlo, si esprime attraverso i suoi rappresentanti in Parlamento. Inoltre, in Parlamento la discussione è aperta a tutti, visibile e gli accordi/disaccordi sono destinati ad essere trasparenti. In questo modo, il “popolo”, la nazione vengono informati, imparano, saranno in grado di valutare quanto proposto, eventualmente accettato dal governo e dalla sua maggioranza e, presumibilmente spesso, respinto con quali motivazioni. In Parlamento si dipana la conversazione politica che è il sale della democrazia.

   Dunque, Calenda e Meloni hanno scelto il metodo sbagliato che, in qualche modo, è destinato a destare legittimi sospetti sulla disponibilità di Calenda a sostenere alcune scelte di Meloni e sulla disponibilità di Meloni a reciprocare con cosa non so. Cronisti dei lavori parlamentari sapranno raccontarci di scambi più o meno sorprendenti. Andranno quegli scambi a migliorare la Legge di Bilancio? Se i miglioramenti sono conformi sia alle politiche volute dalla Presidente del Consiglio sia agli interessi di Calenda che, in teoria, dovrebbe essere (stare?) all’opposizione, sarà indispensabile valutare i costi di quegli accordi per il Bilancio dello Stato ovvero per le tasche, vado sul politichese, degli italiani.

   Calenda accusa le opposizioni del PD e del Movimento 5 Stelle di preconcetti e di rigidità che le renderanno sterili e non porteranno nulla di buono a coloro, persone e imprese, che le hanno votate. Non si vede il fondamento di questa accusa che potrà essere verificata soltanto sugli emendamenti che verranno introdotti in Parlamento e sulle argomentazioni dalle quali saranno accompagnati e sostenuti. Molto spesso Meloni ha rivendicato la novità dell’esistenza di “una maggioranza chiara, un programma comune e un mandato popolare”. Il suo incontro con Calenda segnala la possibilità che nella maggioranza esistano tensioni oscure che sono particolarmente sentite da Forza Italia, che non tutti gli elementi programmatici sono davvero condivisi, e allora, forse, supplirà Calenda, e che il mandato popolare ottenuto dal centro-destra possa essere ritoccato grazie a qualche apporto centrista. Insomma, da un lato, ai propri fini di visibilità e forse anche di egocentrismo, e, dall’altro, con l’obiettivo di avere una carta in più da giocare nei momenti di possibile difficoltà, rispettivamente Calenda e Meloni finiscono per favorire il ritorno di una politica di confusione nei ruoli e nelle responsabilità. Un ritorno che preferiremmo non vedere.      

Pubblicato GEDI il 1° dicembre 2022

Moro e Berlinguer nelle “convergenze parallele”: il dialogo riformista e il suo tragico tramonto #Forlì #3dicembre

Sabato 3 dicembre ore 10.30
Sala del Consiglio provinciale
Piazza Morgagni – Forlì


Dibattito pubblica a partire dai volumi di Maurizio Ridolfi
Enrico Berlinguer, la storia e le memorie pubbliche
Aldo Moro, la storia e le memorie pubbliche

In dialogo con l’autore
Gianfranco Pasquino
Michele Marchi

modera Marco Bilancioni

Contro Meloni meritiamo un’opposizione migliore @DomaniGiornale

Gli abitualmente molto affidabili sondaggi di Nando Pagnoncelli danno Fratelli d’Italia al 30 per cento delle preferenze, in significativa crescita rispetto al 25 settembre. Due mesi dopo le elezioni si può forse ancora parlare di luna di miele. Credo sarebbe una interpretazione consolatoria per le opposizioni, ma sbagliata. Giorgia Meloni si è definita underdog. Il fatto è che è stata underestimated da quasi tutti, dentro il suo partito, tranne da pochi fedelissimi e fuori anche perché donna. I presunti continuatori dell’agenda Draghi non hanno mai dato abbastanza peso al sobrio riconoscimento da parte dello stesso Draghi della coerenza e della serietà dell’opposizione di Meloni. Non danno altrettanto prova di serietà e di coerenza gli oppositori di Meloni, alcuni preferendo offrire generosa disponibilità a collaborare, altri, in una tradizione lunga e non nobile, proseguendo per pigrizia e ignoranza, nella strada della demonizzazione che non porta da nessuna parte.

   Invece, i dati sono chiari. Cito la Presidente del Consiglio nell’intervista di ieri al Corriere: esistono “una maggioranza chiara, un programma comune e un mandato popolare”. C’è un governo che ha “il dovere … di garantire un equilibrio complessivo” e all’estero “c’è grande attenzione nei confronti dell’Italia”. Non spetta a Meloni darsi la zappa sui piedi e riconoscere un esordio non proprio felice, a partire dalla disciplina del rave party e qualche “sparata” sull’omofobia del suo capogruppo al Senato che preferisce l’antico testamento alla Costituzione, e sui matrimoni in chiesa da incoraggiare a suon di migliaia di euro. Meloni ha anche imparato che non deve cercare nessun colpo ad effetto, ma attuare una strategia incrementale: poco per volta, che ha il doppio vantaggio di lasciare tempo e modo per la correzione degli eventuali errori, ciò che non funziona, e di potere accelerare e approfondire se l’intervento iniziale ha prodotto esiti positivi.

   Nessuno, meno che mai i navigatissimi politici di mestiere e i coltissimi commentatori della sinistra debbono sorprendersi e indignarsi se Giorgia Meloni fa politiche di destra. Ciò che sorprende è che le opposizioni non abbiano finora capito che debbono attrezzarsi per un’azione di lungo periodo che sappia collegare la protesta di piazza, ampia e ordinata, con gli emendamenti e le proposte alternative in Parlamento. Questo è il governo che gli italiani, quelli che hanno votato e quelli astenuti, si meritano. Qualcuno, a cominciare da chi scrive e dal quotidiano sul quale scrive, forse si merita un’opposizione migliore, per dirla giornalisticamente, “sul pezzo”. Il testo da correggere già esiste. Si chiama Legge di Bilancio. Cambiarla in meglio, che per me significa a favore di coloro che hanno meno di tutto, compreso meno opportunità, si può. Il tunnel che conduce al 2027 è lunghissimo.  

Pubblicato il 30 novembre 2022 su Domani

Geopolitica: il caso della guerra in Ucraina. L’azione del potere politico sui territori #30novembre Conversazione #online #Crossingeurope #ParliamoneOra #Unibo

Gli studenti e le studentesse del Liceo Scientifico A. Roiti, Ferrara, e dell’Istituto Tecnico Commerciale Rosa Luxemburg, Bologna, parteciperanno a:

GEO POLITICA: IL CASO DELLA GUERRA IN UCRAINA. L’AZIONE DEL POTERE POLITICO SUI TERRITORI

Conversazione con: Gianfranco Pasquino
Professore emerito di Scienza politica dell’Università di Bologna

30 novembre 2022
10:00 – 12:00
Incontro Online, per collegarti segui il link in locandina

Crossing Europe è realizzato in collaborazione con l’Associazione di docenti dell’Università di Bologna «Parliamone ora»

PD: sulla linea di galleggiamento

Il Partito Democratico non si lascia abbattere dalla situazione attuale nella quale il governo Meloni non sembra in nessun modo indebolito dai suoi errori di comunicazione e di azione, dalla disciplina del rave party allo schiaffo ricevuto dai francesi sull’immigrazione. Annunciata una opposizione dura, ovvero la faccia feroce, il Pdi continua sulla strada che lo porterà a febbraio 2023 al Congresso e all’elezione, curiosamente definita “le primarie”, del nuovo segretario. Donna o uomo, sarà l’ottavo dal 2007 e di nessuno di loro si ricordano imprese memorabili, salvo Renzi che non solo portò il partito al suo maggiore insuccesso elettorale, ma poi se ne andò con un non piccolo bottino di parlamentari che era riuscito a fare eleggere.

  Sono sbagliate le politiche che il PD ha promosso e sostenuto nei suoi molti lunghi anni di governo oppure a destare preoccupazione è la struttura di un partito organizzato in correnti i cui capi e seguaci tornano regolarmente in Parlamento anche se il partito perde voti e elezioni? Davvero il problema è che il PD non guarda al lavoro (ma l’ultimo ministro del lavoro era un autorevole parlamentare del partito) e non affronta le disuguaglianze? Ma c’è qualcuno, leader politico, partito, studioso, in Italia e altrove che ha formulato adeguate politiche egualitarie? Curiosamente, secondo me sbagliando alla grande, coloro che si sono candidati alla segreteria del partito, si sono variamente esibiti su quali politiche farebbero se vincessero, sul programma del loro partito. Anzi, i due uomini, il presidente dell’Emilia Romagna e il sindaco di Pesaro, battono sulla loro capacità e le loro esperienze amministrative, mentre la donna attualmente in lizza sottolinea l’importanza del ruolo svolto come Ministro.

   Discutere della struttura che dovrebbe avere il PD per svolgere al meglio oggi l’opposizione domani compiti di governo può non essere entusiasmante, ma è essenziale. Un partito che non ha una presenza territoriale reale e diffusa difficilmente riuscirà a capire il disagio di elettori che dovrebbe rappresentare e a accoglierne le domande più significative. Da quegli ambiti, poi, saprebbe selezionare persone e candidature alle quali gli elettori si rapporterebbero con fiducia e con frequenza. Questa politica che parte dal basso promette di essere molto più efficace di quella dei capicorrente seduti a Roma. Addirittura, è probabile che la politica fatta sul territorio indebolirebbe i capicorrente obbligandoli a impegnarsi anche loro a quel livello e a produrre idee e soluzioni sotto l’impulso e la guida del segretario. Nulla di tutto questo si è finora sentito dalla voce di coloro che sono scesi in campo. Addirittura, due di loro pensano di cumulare il ruolo politico con la carica amministrativa che già ricoprono senza inconvenienti di tempo e di energie: supermen. Il PD sopravviverà, ma senza un salto di qualità nel pensiero prima che nell’azione, continuerà soltanto a galleggiare nella politica italiana.

Pubblicato GEDI 23 novembre 2022

La querela minaccia la libertà d’informazione @DomaniGiornale

In politica gli avversari si affrontano e si combattono con gli strumenti della politica. Analisi penetranti, indicazioni intelligenti, proposte innovative, idee idee idee. Da ultimo, se la competizione approda sul campo, più o meno largo, elettorale, l’arma sono i voti. In maniera ossessiva e rozza i politici, non so se più quelli di sinistra o di destra che si beano del loro “garantismo”, annunciano di non volere sconfiggere gli avversari per via giudiziaria, ma politicamente. Deve necessariamente essere molto diverso l’atteggiamento quando il conflitto è tra i politici e i giornalisti? Vale a dire la sconfitta dei giornalisti ad opera dei politici che non hanno gradito un’inchiesta non dovrebbe essere cercata sul piano fattuale smentendo le risultanze dell’inchiesta e dimostrando la falsità delle implicazioni perché i fatti non sono avvenuti? Ricorrendo ad un’altra frase classica del politichese, “lasciare che la giustizia faccia il suo corso”. I più bravi fra i politici e i loro giornalisti di riferimento sono di recente approdati anche alla decisione eroica di “difendersi nel processo, non difendersi dal processo”.

Giorgia Meloni ha scelto di querelare il quotidiano “Domani” e il suo Direttore per un’inchiesta della primavera scorsa. Raccomandazioni a favore di un imprenditore di mascherine i cui prodotti sarebbero costati allo Stato il doppio di quelle dei concorrenti. Emiliano Fittipaldi ha già fornito tutti gli elementi della sua inchiesta. Naturalmente, il tempo passato da marzo a oggi ha visto un enorme cambiamento sulla scena politica. La già allora potente capo del partito Fratelli d’Italia è diventata la ancora più potente Presidente del Consiglio cosicché la sua querela ha immediatamente acquisito maggiore peso e probabilmente susciterà maggiore attenzione mediatica. Il capo del governo “scelto dagli italiani” (meglio, che ha vinto le elezioni e ottenuto il voto di fiducia da entrambe le Camere) vuole dare una costosa lezione a un quotidiano che senza appoggiare nessuno specifico partito sta all’opposizione. In questa luce, l’inchiesta giornalistica potrebbe apparire agli occhi dell’opinione pubblica come un subdolo tentativo di delegittimazione del capo del governo.

    Il rinvio a giudizio del Domani solleva alcuni problemi generali rimasti irrisolti nei rapporti fra governo, qualsiasi governo, e mass media. Senza fare nessun peccato è lecito pensare che il Capo del governo e i suoi avvocati intendano mandare un messaggio (di stampo ungherese): “attenzione alle critiche e denunce, voi, giornalisti, non ve ne lasceremo passare una, ve le faremo pagare care”. Poi saranno i giornalisti stessi, interiorizzato il messaggio, a decidere quanto vogliono esporsi. Dunque, è logico concludere che assicurare la difesa della libertà di stampa, ad eccezione di pochissime fattispecie, da querele governative significa, fuor di retorica, difendere un pezzo importante della libertà.

Pubblicato il 23 novembre 2022 su Domani

Studenti in dialogo con il Professore: Fascismo. Quel che è stato, quel che rimane #TreccaniLibri a #Varallo #25novembre

VENERDI’ 25 NOVEMBRE – ORE 9.30
Centro Congressi di Palazzo D’Adda

Venerdì 25 novembre, alle 9.30, sarà Ospite a Varallo presso il Centro Congressi di Palazzo D’Adda, il Professor Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza politica, accademico dei Lincei, Senatore della Repubblica dal 1983 al 1992 e dal 1994 al 1996, editorialista del quotidiano Domani, nel passato de Il Sole 24 Ore, la Repubblica e l’Unità, già commentatore della trasmissione radiofonica di Radio 1 Zapping, per incontrare gli studenti dell’ultimo anno delle Istituto Superiore D’Adda, in un incontro aperto anche a tutti coloro che fossero interessati.

L’Istituto D’Adda ha, fin da subito, aderito con interesse all’incontro con il prof. Pasquino, promosso dal Comune di Varallo e organizzato dalla Biblioteca Civica “Farinone-Centa”, in occasione della pubblicazione del volume:Fascismo. Quel che è stato, quel che rimane. I ragazzi delle classi quinte, opportunamente indirizzati dai loro docenti, si sono messi già al lavoro per prepararsi all’incontro, suddividendo il libro in sezioni e lavorando in squadra per cercare spunti di riflessione per dialogare con il professore, molto conosciuto per le sue eccezionali doti comunicative, come spiega la Dirigente, Professoressa Paola Vicario: “In questi giorni ho avuto l’occasione di osservarli mentre si organizzavano e si confrontavano sulle domande da porre, e ho potuto constatare con piacere che stanno lavorando con impegno per toccare i molteplici aspetti del periodo storico trattato e trovare collegamenti anche con l’attualità. Sono certa che l’incontro sarà per loro un’occasione di arricchimento sotto tutti i punti di vista”.

Pasquino, si è laureato a Torino in Scienza Politica con Norberto Bobbio e specializzato in politica comparata con Giovanni Sartori all’Istituto Cesare Alfieri di Firenze. La sua carriera universitaria l’ha portato a insegnare nelle Università di Firenze, ad Harvard, a Los Angeles, e alla School of Advanced International Studies di Washington, a Oxford, Madrid e a Bologna, dove nel 2014 è stato nominato Professore Emerito.

Nel 2022 per UTET ha pubblicato: “Tra scienza e politica. Una autobiografia”, che era stato presentato in Biblioteca a Varallo il 25 maggio.

L’incontro, promosso dalla Biblioteca Civica “Farinone-Centa”, in collaborazione con l’Istituto Superiore D’Adda, il Centro Libri Punto d’Incontro di Varallo e l’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese in Valsesia, sarà ad ingresso libero.

Per gli studenti è previsto il rilascio di attestazione di partecipazione, utilizzabile per il riconoscimento dei crediti formativi.

INVITO Fascismo. Quel che è stato, quel che rimane @Treccani #Presentazione #24novembre #Guardabosone #Vercelli

Comune di Guardabosone
Biblioteca Angelo Togna

24 novembre 2022 ore 18
Salone parrocchiale

FASCISMO Quel che è stato, quel che rimane

In dialogo con Gianfranco Pasquino

Alessandro Orsi e Roberto Travastino

Quanto conta Mattarella nel tempo delle destre @DomaniGiornale

Le chiavi di lettura del ruolo del presidente della Repubblica italiana possono essere, dovremmo averlo oramai imparato tutti, molteplici. Sottolineerò che la molteplicità delle possibili interpretazione e la relativa discrezionalità del Presidente costituiscono un fattore positivo per il miglior funzionamento del sistema politico italiano. Sì, quanto ho scritto è fin d’ora un avvertimento agli eventuali riformatori. La relativa discrezionalità di cui opportunamente gode il Presidente dipende, anzitutto, dalla definizione dei suoi poteri stabilita, peraltro flessibilmente, nella Costituzione. Per quanto ciascun Presidente sappia che “rappresenta l’unità nazionale” (art. 87), le differenze nelle modalità con cui hanno svolto questo compito sono state significative. Sono cresciute sia per il cambiar dei tempi e della politica sia per il grado di autonomia di cui ciascun Presidente ha potuto e voluto godere soprattutto dopo il 1994. Molto hanno contato e continuano a contare anche le convinzioni e le capacità del Presidente stesso.

Dal canto suo, fin dall’inizio del suo primo mandato il Presidente Mattarella ha inteso e fatto chiaramente intendere che desidera rappresentare l’unità nazionale non tanto e non solo in patria (!), ma anche in special modo sulla scena europea. Pertanto, le sue esternazioni e i suoi comportamenti sono orientati a porre l’Italia, a prescindere dai governi del momento, che sono già stati parecchi, e parecchi sono stati i ministri con compiti europei, nella posizione e nella luce migliore possibile. Più di chiunque altro, proprio perché sta e vuole rimanere al disopra della mischia politica, Mattarella vuole proiettare sulla scena europea la credibilità del paese di cui è Presidente.

Qualche governo e qualche ministro rendono questo compito arduo, alcuni criticando il Presidente per una presunta invasione di campo. Invece, anche se, probabilmente il Presidente preferirebbe che il termine supplenza non venga evocato, la sua azione inevitabilmente e consapevolmente apporta qualcosa di più, di necessario per la credibilità, non tanto di uno specifico governo quanto del paese (della nazione, se vi suona meglio). La lunga telefonata di Mattarella con il Presidente Macron era intesa a comunicare a Macron che i rapporti fra Italia e Francia, fra le due nazioni, debbono rimanere (ritornare) a essere improntati a reciproca amicizia. Interpretando l’unità nazionale, il Presidente non si è sostituito al governo, ma ha in qualche modo segnalato al governo Meloni che deve ridefinire qualcosa di importante nello specifico rapporto con la Francia. Tocca al capo del governo, ai ministri competenti, a cominciare da quello degli Esteri, compiere, senza mal poste critiche, il passaggio dalla indiretta predica presidenziale ad una politica più equilibrata.

Pubblicato il 16 novembre 2022 su Domani

Democrazia Futura Semipresidenzialismo con sistema elettorale maggioritario a doppio turno @Key4biz

Le ragioni per le quali il sistema francese è più dinamico

In prospettiva della riapertura del dibattito sulle riforme del sistema politico istituzionale, Democrazia futura ha chiesto al professor Pasquino se sia ancora valida la sua proposta per un sistema semipresidenziale[1] alla francese con elezione diretta del Presidente della Repubblica e sistema maggioritario uninominale a doppio turno di collegio. Il contributo presentato dall’illustre scienziato della politica costituisce un’anteprima del prossimo numero, l’ottavo della rivista.  

Democrazia Futura