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Alle Primarie è mancata la politica
L’esito percentuale e numerico delle votazioni per l’elezione del segretario del Partito Democratico per i prossimi quattro anni è sufficientemente chiaro. Per capirne di più, anche contro i toni trionfalistici dei sostenitori di Renzi, è opportuno sottolineare che la partecipazione è diminuita di un terzo e i voti del Renzi vincente sono passati da 1 milione e 700 mila del 2013 a circa 1 milione e 300 mila. Non è una buona idea quella dei renziani di sottolineare che la domenica del voto si situava in mezzo a un ponte poiché la data, “rito abbreviato” ha più volte ripetuto il concorrente Michele Emiliano, l’hanno scelta loro. Semmai, si dovrebbero evidenziare due elementi: la vittoria troppo presto parsa praticamente certa di Renzi e, va subito aggiunto, la non eccelsa qualità degli sfidanti e della loro campagna elettorale. In verità, neppure la campagna elettorale di Renzi è stata brillante. Non si sono avute idee nuove da parte di nessuno. Proposte efficaci, intuizioni spettacolari non hanno fatto la loro comparsa: una campagna facilmente dimenticabile.
È giusto recriminare sulle modalità complessive con le quali si è arrivati alle votazioni poiché molti, compresi quasi tutti coloro che se ne sono andati dal PD per dare vita a Articolo 1 Movimento Democratico e Progressista, avrebbero voluto che una Conferenza Programmatica precedesse le votazioni per il segretario. La Conferenza avrebbe potuto essere il luogo della elaborazione sia programmatica sia, soprattutto, culturale del Partito Democratico. Nessuno dei due compiti è stato svolto. Al Partito Democratico che si vantava di avere messo insieme le migliori culture riformiste del paese (ma, in verità, quella socialista non fu mai invitata), manca a tutt’oggi una reale e convincente cultura politica. Questa mancanza si rispecchia sull’assenza di un documento programmatico che indichi problemi e soluzioni, segnalando costi e vantaggi per approdare a una società più giusta con meno diseguaglianze e più opportunità per tutti, ma, ovviamente, soprattutto per gli svantaggiati.
Il paragone del Partito Democratico di Renzi con l’Ulivo di Prodi, per altro mai compiutamente realizzato, è semplicemente improponibile. Nella sua azione di governo, Renzi non ha mai mostrato nessun interesse a sollecitare e coinvolgere la società, nelle sue diverse articolazioni. Al contrario, ha prodotto uno scontro frontale con i sindacati annunciando l’utilità della disintermediazione, ovvero non tenerne più conto, ha criticato i “professoroni”, ha bacchettato i partigiani “cattivi”, ha soffocato la già non proprio vibrante autonomia della Radiotelevisione pubblica. Nel suo discorso della vittoria al Nazareno ha annunciato che farà una Grande Coalizione, non con i partiti(ni) esistenti, peraltro, ad eccezione del Movimento 5 Stelle, piccola cosa e precaria, non con le associazioni, ma con quei cittadini sciolti che sarebbero il popolo vera “alternativa al populismo”. Insomma, anche se ha cercato di passare al “noi” per evitare la critica di stare ricostruendo il Partito di Renzi, ha posto le premesse proprio di quel partito. È l’unico partito che conosce anche se lo frequenta poco e che i suoi sostenitori vorrebbero “normalizzare” sostituendo i segretari non allineati in tutte le aree dove hanno avuto la maggioranza. È un brutto modo di segnalare la disponibilità a praticare la democrazia dentro il partito, vale a dire lasciare spazi alle minoranze e interloquire con loro senza schiacciarle con i numeri.
Adesso, tutti s’interrogano sulle mosse future del leader. Quanto presto desideri (tentare di) tornare a Palazzo Chigi. Proprio perché preoccupato dalla probabile fretta di Renzi, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha, saggiamente, posto un paio di condizioni dirimenti. La prima riguarda la necessità di elaborare due leggi elettorali tali da non condurre a maggioranze prevedibilmente diverse fra Camera e Senato. Sul punto, avendo già prodotto un pessimo Italicum, ed essendosi troppo vantato di una legge in più punti bocciata per incostituzionalità dalla Corte, Renzi è, più che cauto, vago dando spesso l’impressione di non sapere che cosa vuole (tranne vincere). La seconda condizione è quella di fare funzionare il governo fino alla scadenza naturale della legislatura: fine febbraio 2018 con possibilità di svolgere elezioni entro la prima settimana di maggio. Il segretario di un partito dovrebbe appoggiare “senza se e senza ma” il governo guidato da un dirigente del suo partito e con una composizione fotocopia del governo da lui presieduto fino al fatidico 5 dicembre. Invece, perdendo di vista quella che dovrebbe essere la funzione nazionale di un grande partito, vale a dire la governabilità nell’interesse del sistema politico, sembra che la tentazione della spallata sia variamente intrattenuta da Renzi e incoraggiata da molti stretti collaboratori. Insomma, Gentiloni non può proprio stare “sereno”.
Pubblicato il 3 maggio 2017 su La Nuova Sardegna
Ora il compito di fare il vero democratico
Ancorché parecchio inferiore alle consultazioni comparabili finora svolte dal PD, la partecipazione al voto di poco meno di due milioni di elettori ha evitato un pericoloso e temutissimo flop (che avrebbe anche coinvolto lo strumento “primarie” in quanto tale). Tirato un profondissimo sospiro di sollievo, tutti i sostenitori di Renzi, che aveva scaramanticamente fatto scendere l’asticella a un milione di voti, si sono subito lanciati nel trionfalismo “grandissima, unica, insuperabile prova di democrazia”. Certo, esiste anche la democrazia numerica che, in questo caso, è servita a eleggere il segretario del Partito con una percentuale superiore al 60 (nel 2013 era stata 68). Ciò detto, la democrazia è faccenda molto più complessa e molto più ricca di qualsiasi conta numerica. Si intesse di comportamenti e di azioni, si nutre di politiche e di critiche. La democrazia è, in special modo, riconoscimento delle opposizioni e del loro diritto di critica e di controproposta. I democratici hanno da tempo imparato che, molto spesso, gli oppositori hanno idee buone e proposte utili. Ascoltano entrambe e, nella misura del possibile, le mettono in pratica.
C’è molto di nuovo da mettere in pratica da parte del non più tanto nuovo segretario del Partito Democratico. Per esempio, dovrebbe forse dire, finalmente, visto che in campagna elettorale non l’ha fatto proprio, che tipo di partito vuole, al centro e nelle aree locali. Dovrebbe chiarire se davvero ha una proposta di legge elettorale che risponda non solo alle sacrosante esigenze espresse dal Presidente della Repubblica, di essere applicabile in maniera armonizzata sia alla Camera sia al Senato, ma che elegga un Parlamento rappresentativo in grado di dare vita a un governo. Dovrebbe, quel segretario, spiegare se preferisce alleanze con il centro-destra di Berlusconi et al o se vuole (ri)costruire un tessuto connettivo con tutto il Campo Progressista di Giuliano Pisapia. Dovrebbe immediatamente ritirare l’appellativo “traditori” per Bersani e Speranza e tutti coloro che dal Partito Democratico sono stati spinti fuori dai suoi collaboratori e da lui stesso. Il primo compito di un segretario di partito e tenere quel partito unito, anche nelle difficoltà e nelle divergenze, spesso giustificate, di opinione.
Dovrebbe, infine, non pronunciare mai giudizi sommari sul governo guidato da un autorevole esponente del PD, per di più da lui suggerito e al quale ha imposto praticamente tutti i ministri del suo precedente governo. Fra l’altro, non è affatto vero, come Renzi ha dichiarato, che l’Italia è ferma dal 4 dicembre. È vero che l’Alitalia non è affatto decollata, come lui aveva trionfalmente dichiarato, ma non certo per responsabilità di Gentiloni. È altrettanto vero che, seppure molto, troppo, lentamente, la crescita economica c’è e che quel che manca è la riduzione del debito pubblico operazione contro la quale è proprio lui che si oppone per motivazioni puramente elettoralistiche. Pensare che, sta qui l’errore non soltanto semantico, avendo riconquistato la carica di segretario del Partito Democratico, adesso può muovere a tutta velocità verso elezioni anticipate che lo riporteranno a Palazzo Chigi non è soltanto avventurismo. È un errore politico, ma anche, usando un eufemismo, uno sgarbo istituzionale nei confronti del Presidente Mattarella che ritiene, giustamente e costituzionalmente, che la stabilità del governo è un bene da non mettere imprudentemente a rischio. Inevitabilmente, si sono riaperte alcune partite. Forse conterà anche molto la partita delle elezioni amministrative di giugno. Avere di mira il buon funzionamento del sistema politico, non producendo strappi per ambizioni personali, è il miglior modo di tradurre la democrazia dei numeri in democrazia dei comportamenti. Sapranno Renzi e i suoi sostenitori mostrarsi all’altezza di una sfida che nel passato hanno perso?
Pubblicato AGL il 1°maggio 2017
Provateci ancora elettori “primari”
Non è, ovviamente, colpa dello strumento chiamato “primarie”, anche se, correttamente, dovrebbe essere definito “votazioni” per il segretario del Partito Democratico, se neppure in fase conclusiva della campagna si sono destati grande interesse e ardenti “passioni”. Peraltro, Renzi ci ha subito provato a dire che chi vince la carica di segretario del PD diventa automaticamente il candidato a Palazzo Chigi. Immagino che Gentiloni abbia fatto con grande pacatezza gli opportuni scongiuri. Neanche ancora segretario già Renzi lo destabilizza. Figurarsi dopo il 30 aprile!. Molto dipenderà dall’affluenza alle urne e dalle percentuali e numeri assoluti di votanti. Però, già sappiamo che Renzi ha perso smalto, capacità di trascinamento, persino entusiasmo. È rimasta la sicumera, quella che a Napoli chiamano “cazzimma”, ma non gli è stato possibile trovare slogan o parole di forza paragonabili a “rottamazione”. Anzi, non pochi, compreso lo sfidante Emiliano, sono convinti che é già ora di rottamare Renzi per salvare il PD.
Peraltro, né Emiliano, con un piede fuori del PD, ma con la voglia di cambiarlo da dentro, né Orlando, troppo a lungo ministro nel governo Renzi e ancora con Gentiloni, rappresentano reali e significative alternative. Allora, hanno pensato fin troppi iscritti, tanto vale tenersi l’usato ancorché non troppo sicuro, il Renzi. Sembra che anche gli elettori, ovvero la maggioranza, probabilmente assoluta, di coloro che andranno ai gazebo, sia giunta alla stessa conclusione. Quindi, il PD rimarrà quello che è stato e che tutti hanno già visto con Renzi segretario. Peggio, anche la futura coalizione di governo potrà trovarsi a ripetere, lo ha detto senza nessuna preoccupazione Renzi, l’esperimento del Nazareno. Nel frattempo, Mattarella, consapevole di qualche degenerazione successiva alla (ri-)elezione di Renzi ha posto un ultimatum: discutere seriamente e approvare rapidamente due leggi elettorali decenti e compatibili per Camera e Senato senza peraltro mirare a elezioni anticipate ad libitum, ovvero a piacimento del segretario prossimo venturo della maggioranza del PD. Il libitum, aggiungo io, vale a dire il potere di scelta dei tempi e dei modi, è tutto nelle mani e nella mente di Mattarella e sta anche scritto nella Costituzione.
Dal dibattito triangolare Renzi-Emiliano-Orlando non è venuta fuori nessuna indicazione sulle leggi elettorali prossime venture. Renzi fa bene a tenere coperte le sue carte. Se vedremo, noi e la Corte Costituzionale, che sono brutte come quelle dell’Italicum, sarebbe un altro colpo, non basso, ma meritato, per lui. Emiliano e Orlando sono stati troppo vaghi in materia. Peccato perché lanciare una buona proposta, magari, perché no, quella francese, di cui troppi hanno straparlato, ma i cui meccanismi sono e rimangono ottimi, servirebbe a capire che cosa attende un po’ tutti, partitini compresi, nella primavera del 2018 (che è la mia data preferita per le elezioni).
Su un punto, non abbastanza sottolineato, Renzi ha fatto una capriola acrobaticissima: l’Europa. Non più critiche, peraltro, sbagliate, a Eurocrati e Burocrati, ma il riconoscimento che l’Europa è il progetto del PD ed è anche il destino di un’Italia che voglia crescere e migliorare. Per il resto, nessuno dei tre ha detto che partito vuole davvero, che rapporti fra maggioranza e minoranze nel partito, che democrazia interna, che cultura politica, quali modalità per la scelta delle candidature (ma Emiliano e Orlando si sono espressi contro i capilista bloccati: vessillo di Renzi, Boschi e Berlusconi). Eppure, il PD era nato per combinare il meglio delle culture riformiste. Adesso, sembra che il compito se lo sia assunto Giuliano Pisapia con il suo, peraltro, vago e embrionale, Campo Progressista. Insomma, il 30 aprile sapremo soltanto chi è il segretario del Partito Democratico. Tutto il resto, dalla legge elettorale al governo Gentiloni, dalla politica economica alla presenza italiana nell’Unione Europea, verrà dopo e, da quel che s’è sentito nel dibattito triangolare, sarà praticamente da inventare.
Pubblicato il 28 aprile 2017 su Fondazione Nenni Blog
Una bella storia bolognese
Un giorno del 2008 Giorgio Guazzaloca mi telefonò chiedendomi, con leggera, inusuale esitazione, la disponibilità a scrivere la prefazione a un libro su di lui. Chiesi di vedere il libro (scritto da Alberto Mazzuca, Guazzaloca. Una vita in salita) e scrissi un testo intitolandolo “Una storia bolognese”. Il riferimento era al volumetto Una storia italiana mandato in omaggio nel lontano 1994 dal candidato Berlusconi a milioni di elettori. Nel ringraziarmi Guazzaloca mi comunicò la sua iniziale perplessità a vedersi “confinato” nel ristretto ambito bolognese, ma subito la lettura lo convinse della bontà del titolo oltre che, non lo nascondo, del contenuto. La sua conquista al ballottaggio della carica di sindaco nella città rossa per eccellenza in quel fatidico giugno 1999 fu proprio il coronamento di una storia bolognese. Il candidato “civico” Guazzaloca non sbucava dal nulla, ma da una vita di lavoro, cominciata da ragazzo come macellaio, di capacità di governo di associazioni, da quella dei macellai fino alla Presidenza per 13 anni della Confcommercio, coronata con la decisione di sfidare il Partito di Bologna, ovvero gli ex-comunisti che faticosamente e malamente (non) si adattavano alla nuova situazione politica, con molti conflitti interni, il più devastante dei quali riguardò proprio la scelta dell’antagonista di Guazzaloca. Un insieme di errori derivanti da malposte e maldestre ambizioni i cui protagonisti si trovano ancora tutti in città. Non avrebbero comunque perso se l’alternativa non fosse stato proprio Giorgio Guazzaloca, noto e diffusamente stimato, capace di rapporti personali fatti di serietà e affidabilità, con un suo profilo in nessun modo identificabile con il modesto centro-destra cittadino. Grazie all’ex-comunista Carlo Monaco, poi il suo migliore assessore, Guazzaloca condusse un’ottima campagna elettorale, sui fatti e non sui meriti di un passato che gli ex-comunisti non potevano già più rinverdire. Purtroppo, la malattia lo colse dopo neppure due anni dalla sua elezione. La seconda parte del suo mandato non fu brillante anche perché non tutti gli assessori erano all’altezza (gli feci notare che quello passava il convento del centro-destra). La conquista del secondo mandato si rivelò impossibile poiché il centro-destra non seppe/volle sostenerlo fino in fondo e gli ex-comunisti si consegnarono mani e piedi al “briscolone” venuto o mandato da fuori, la meteora Sergio Cofferati. L’evento storico, “sparato” su tutte le prime pagine dei quotidiani nazionali e stranieri, era comunque avvenuto. Con qualche amarezza per il prosieguo di quella storia, Guazzaloca ne fu sempre fiero. Giustamente.
Pubblicato il 27 aprile 2017
Cosiddette primarie e post-verità #PrimariePD #30aprile
Leggo sul quotidiano “Il Piccolo” l’invito di Piero Fassino a votare Renzi così sintetizzato: “Con Renzi perché la sua mozione interpreta al meglio l’esigenza principale del Paese: rimettere in moto la crescita”. Sono stupefatto. Siamo di fronte ad una chiara, non so se consapevole o no, manipolazione del significato delle doppie consultazioni/votazioni, prima, degli iscritti al Partito Democratico, poi dei potenziali elettori. Il 30 aprile saranno questi ultimi a scegliere con il loro voto il prossimo segretario del Partito. Dunque, dovrebbero essere soprattutto interessati a votare quel candidato che prometta di interessarsi del partito e abbia spiegato come quanto in quale direzione con quali strumenti e, forse, anche con quali collaboratori provvederà a questo molto importante compito. La mozione del prescelto dovrebbe rispondere anzitutto alla domanda quale partito costruirà e fare funzionare, non quale crescita, non quale paese.
Il Partito Democratico, sostanzialmente trascurato da Renzi segretario (e dai suoi due vice-segretari Guerini e Serracchiani), spesso bistrattato, grazie anche alla gestione della Direzione ad opera del Presidente, Matteo Orfini, adesso, reggente, non gode di buona salute. Anche se il Partito Democratico è, in pratica, l’unico partito rimasto -tutti gli altri sono veicoli personalistici senza nessuna vita/vitalità interna e con addirittura meno democrazia del PD- la sua struttura e la sua presenza sul territorio lasciano moltissimo a desiderare, soprattutto da parte di chi crede che un partito debba essere una comunità di uomini e donne che non intende soltanto vincere episodicamente le elezioni, conquistare cariche, soddisfare ambizioni e dare un reddito a chi vive di politica (anche perché, probabilmente e spesso provatamente, non saprebbe fare altro). Invece, un partito, come dovrebbe sapere Fassino, già segretario della Federazione del Partito Comunista di Torino in anni difficilissimi e poi segretario nazionale dei Democratici di Sinistra, è anche un luogo di elaborazione culturale, di selezione di proposte, di sintesi politica, un tempo si sarebbe detto “alta” (e chi sa che non lo si possa tornare a dire prossimamente). In quella sintesi, che è culturale prima che operativa, che, anzi, deve essere culturale se vuole essere efficacemente operativa, troveranno spazio anche i problemi del paese che quel partito vuole affrontare, per la soluzione dei quali chiede voti per andare al governo.
Né Renzi (lo abbiamo già visto all’opera) né i suoi collaboratori ed estimatori, fra i quali, visibilmente, Fassino, sembra abbiano colto questo aspetto: la centralità del partito in qualsiasi attività di rappresentanza e di governo. Ecco: una delle ragioni per le quali queste votazioni, che non sono primarie, poiché non designano il candidato ad una carica elettiva, ma scelgono il segretario di un partito e poi si vedrà, hanno poco appeal. Sì, si sono effettivamente logorate, ma la colpa non è dello strumento. Ovviamente, è del pessimo uso che ne è stato fatto, a partire proprio da Renzi che ha impostato tutta la sua, peraltro mediocre e ripetitiva, campagna su “Renzi 2, il ritorno” (qualcuno aggiungerebbe “e la vendetta”). Il passo successivo, che Renzi avrebbe voluto compiere già a giugno, poi fatto slittare a settembre, tuttora reclamato il prima possibile, sarà la richiesta di elezioni anticipate per riconquistare la Presidenza del Consiglio, in questo modo, automaticamente indebolendo, o mantenendo debole, il governo Gentiloni sui cui ministri, più o meno tecnici, si è già scaricato un “fuoco” che non pare proprio essere “amico”.
Questo fuoco si intensificherà subito dopo la vittoria di Renzi, di quanto sarà più intenso lo vedremo una volta che siano stati contati i partecipanti alle votazioni e, non solo la percentuale, ma, in special modo, i voti assoluti ottenuti dal non più tanto nuovo segretario. Elettori e iscritti saranno subito risospinti nelle quinte della scena politica. Del Partito Democratico, della sua struttura, della sua presenza, delle sue modalità di funzionamento, della sua collocazione non si parlerà più. Della necessità di elaborare una cultura politica meno che mai (d’altronde, mica si può rischiare che tornino “in campo” i famigerati professoroni). Al massimo, il tema sarà affidato ad una scuola di politica nella versione passerella per dirigenti, quelli che dovevano contaminare il meglio delle culture riformiste del paese, che si esibiscono in quel tanto/poco di propaganda di cui (non) sono capaci. Ne deriverà un inaspettato omaggio a Zygmunt Bauman, sociologo polacco recentemente scomparso: un partito liquido (liquefatto). Con quel partito risulterà impossibile strutturare un decente sistema dei partiti e dare vita ad una democrazia competitiva di buona qualità.
Pubblicato il 27 aprile 2017
Trump e noi. Culture e ideologie a cento giorni dall’insediamento del presidente USA
Lugano
27 aprile 2017 ore 18
Studio 2 di Besso, RSI Rete 2 Svizzera
A 100 giorni dall’insediamento del nuovo presidente americano, una serata pubblica per dibattere sui diversi aspetti della politica statunitense, ma anche sui cambiamenti culturali, le sfide ideologiche, i rapporti con i media che si sono delineati in questi primi, a volte burrascosi, mesi di presidenza Trump. Le caratteristiche della nuova leadership non sono iscrivibili unicamente nel confronto destra sinistra, ma sono per certi versi trasversali (per esempio in materia di commercio) e inedite (nelle modalità di governo, nel linguaggio).
In studio saranno presenti:
•Lina Bertola, filosofa
•Gianfranco Pasquino, Professore all’Università di Bologna e tra i massimi politologi europei
•Andrew Spannaus, politologo e autore di “Perché vince Trump”
•Tito Tettamanti, avvocato, imprenditore e autore di saggi sulla politica
In video collegamento ci saranno anche:
•Noam Chomsky, linguista e intellettuale, in collegamento dal MIT di Boston
•Edward Luttwak, stratega ed esperto di relazioni internazionali, in collegamento da Washington
Conducono Veronica Alippi e Roberto Antonini
Per gli interessati ci sono ancora alcuni posti disponibili prenotandosi all’indirizzo eventi@rsi.ch.
Sistemi partitici che cambiano, talvolta in meglio
No, in Francia non è già avvenuto tutto. È probabile che Macron vinca al ballottaggio, ma è anche probabile che, pur perdendo, Marine Le Pen sfondi il tetto di voti finora ottenuti da quello che è un partito tradizionale. Il Front National ha un’organizzazione, una presenza sul territorio, iscritti, militanti e eletti a livello locale. Quindi, no, almeno questo partito “tradizionale” non scomparirà; anzi, forse, si rafforzerà. No, non sono scomparsi neppure i gollisti e i socialisti. Certamente, sono andati molto male, soprattutto i socialisti, ma non dimentichiamo che la competizione nelle elezioni presidenziali francesi è fra candidati non fra partiti. Il candidato gollista François Fillon, appesantito da un molto riprovevole uso del denaro pubblico per ricompensare moglie e figli di collaborazioni mai avvenute, ha comunque ottenuto quasi il 20 per cento dei voti. Il bacino elettorale del socialista Benoît Hamon, già ridimensionato dalla pessima presidenza del suo compagno di partito Hollande, che, del partito non si era proprio curato, è stato largamente prosciugato sia verso il centro, da Macron, sia a sinistra, da Mélenchon. È vero che Gollisti e Socialisti hanno dominato la politica francese per sessant’anni, ma i gollisti non sono mai stati un partito davvero tradizionale e i Socialisti esistono nella loro forma, quella di un partito plurale, variegato e con differenze significative al loro interno (che hanno impedito a Lionel Jospin di giungere al ballottaggio nel 2002) dal non lontano 1971. Tutto il resto lo vedremo.
Per intenderci, il sistema partitico francese si sfalderà come sembra essere successo nelle elezioni del 2016 al sistema partitico spagnolo dove sia i Popolari sia, un po’ di più, i Socialisti hanno subito perdite gravi e hanno visto emergere concorrenti a sinistra e al centro? Qualcuno può fare finta di niente e credere che il sistema partitico italiano attuale sia solido e consolidato? Abbiamo dimenticato che democristiani e comunisti scesero a livelli elettorali molto bassi già nel 1994 e che il loro maldestro tentativo di costruzione del Partito Democratico ha prodotto, nelle spesso citate e molto appropriate parole di Massimo D’Alema, ”un amalgama mal riuscito” che, pochi mesi fa ha anche subito una scissione? Però, nelle democrazie europee esistono anche sistemi partitici piuttosto stabili: da, ovviamente, quello del Regno (ancora per quanto?) Unito alla Germania e, per fare solo un altro esempio da non snobbare, nel Portogallo, repubblica semipresidenziale come la Francia. Comunque, è chiaro che, dopo molti decenni di democrazia, gli elettorati sono cambiati e le sfide degli ultimi dieci anni hanno lasciato un segno che va nel senso della richiesta di qualcosa di nuovo che può anche non funzionare creando ulteriore delusione e insoddisfazione.
Nel caso francese, l’insoddisfazione ha la possibilità di esprimersi in maniera molto efficace già da giugno nelle elezioni legislative. Grazie ai collegi uninominali e al sistema elettorale maggioritario a doppio turno, nel quale i candidati possono passare al secondo turno qualora superino la soglia del 12,5 per cento degli aventi diritto (dunque, non si tratta di un ballottaggio che è tale quando riservato ai primi due), i partiti tradizionali potranno recuperare grazie ai loro candidati che, in molti casi, sono parlamentari uscenti, quindi noti agli elettori dei rispettivi collegi. Toccherà a Macron costruire alleanze per i suoi candidati e convergenze su altri candidati, probabilmente configurando in questo modo la maggioranza parlamentare di cui ha bisogno per governare nei prossimi cinque anni. Insomma, Macron “formez vos battalions” et on verra. Le buone istituzioni francesi e l’ottimo sistema elettorale promettono, non disastri, ma cambiamento positivo.
Pubblicato il 24 aprile 2017 su Italianinelmondo.com ![]()
Immagine dal sito wide-wallpapers.net
Avanza chi capisce la lezione #Francia
C’è qualcosa di patetico nei commenti, di politici e giornalisti, al primo turno (sottolineo primo), delle elezioni presidenziali francesi. No, non ha vinto Marine Le Pen, come sembra sostenere Salvini. No, non è andato bene neppure Jean-Luc Mélenchon, come pensa Stefano Fassina, che suggerisce l’astensione al ballottaggio come se fra Le Pen e Macron la (sua) sinistra potesse/dovesse dichiararsi equidistante. No, Emmanuel Macron non è Renzi (meno che mai un giovane Berlusconi). Non è né il nuovo che avanza né un politico senza esperienza. Ha soltanto capito, ma questa è una lezione importantissima, per tutti, che era cosa buona e giusta sfidare chi non si mostrava sufficientemente europeista e che, in Francia, esiste un elettorato che vuole una guida di centro-sinistra, rassicurante e non aggressiva, competente e non improvvisata. Poiché in un’elezione presidenziale conta anche e molto la personalità del candidato, Macron ha goduto di tre elementi positivi. Primo, la sfida più credibile alla sua persona era/è rappresentata da Marine Le Pen, destra estrema, nazionalista, sovranista, xenofoba prima ancora e più che semplicemente populista. Secondo, i socialisti hanno pagato il prezzo, alto, delle troppe inadeguatezze della Presidenza di François Hollande e della non brillante candidatura di Benoît Hamon, piombato a una percentuale simile a quella che, nel 1969, con l’allora sindaco di Marsiglia Gaston Defferre, segnò la fine di quella che si chiamava Sezione Francese dell’Internazionale Operaia (SFIO). Su quelle ceneri, due anni dopo, François Mitterrand costruì il Parti Socialiste. Dunque, non è affatto detto che il socialismo sparirà dalla faccia della Francia. Terzo, la mancata rinuncia alla candidatura del gollista François Fillon, troppo disinvolto nel suo nepotismo (soldi alla moglie e ai figli per collaborazioni parlamentari mai effettuate), ha spinto non pochi elettori a preferirgli proprio Macron.
Sembra abbastanza scontata la vittoria di Macron al ballottaggio, che si svolge fra due candidati alla Presidenza della Repubblica e non ha quindi nulla da vedere con l’ex-ballottaggio dell’Italicum, sperabilmente defunto per sempre, che si sarebbe svolto fra due partiti per ottenere più seggi in Parlamento. Tuttavia, poiché i voti contano, anche se bisogna saperli contare, l’esito numerico avrà grande importanza. Il ballottaggio 2017 è significativamente diverso da quello che ebbe luogo nel 2002 quando la sinistra, esclusa per suoi enormi errori di calcolo e politici, fu obbligata a convergere sul gollista Chirac contro Jean-Marie Le Pen, più estremo e più sgradevole di sua figlia Marine. Non è affatto detto che tutti gli elettori del gollista Fillon andranno a votare Macron. Potrebbero semplicemente astenersi, in questo modo, però, indirettamente favorendo Marine che gode di quello che è un consenso consistente, fortemente motivato e stabile. Sono possibili, anche prevedibili, ma non calcolabili, astensioni di sinistra, di alcuni/molti elettori di Mélenchon. Insomma, Macron ha ancora molto da lavorare. Lo deve fare anche in prospettiva delle elezioni legislative, di cui si dovrà parlare a suo tempo, poiché, essendo praticamente privo di un partito organizzato, avrà qualche difficoltà, a meno che non stringa molti accordi con i socialisti, nel presentare suoi candidati (o candidati concordati) in tutti i 577 collegi uninominali della Francia e dei territori d’oltremare.
È vero che il sistema partitico francese sembra essersi sostanzialmente sfaldato, ad eccezione del Front National, ma la ricomposizione potrebbe essere incentivata proprio dall’imperativo, che il centro-sinistra francese non potrà eludere, di candidature comuni in molti/ssimi collegi uninominali. Questa, probabilmente, è la lezione più importante che i tuttora incerti e maldestri riformatori elettorali italiani dovrebbero imparare. A meno che vogliano tenersi un sistema partitico malamente destrutturato senza nessuna leadership legittimata, come sarà il prossimo Presidente francese, dal voto dei cittadini.
Pubblicato AGL il 25 aprile 2017







