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25 aprile: il senso etico della Resistenza

L’immagine riproduce l’ultima lettera scritta da Paolo Braccini al fratello Fabio. Il documento è vergato su un foglietto con il timbro delle “Carceri giudiziarie di Torino”
Chi avesse bisogno, ancora oggi (e sembrano essere in molti in Italia, ma anche in alcuni paesi europei, specialmente all’Est), di capire qual era e continua a essere il significato della Resistenza, dovrebbe assolutamente leggere le Lettere dei condannati a morte della Resistenza europea (in Italia pubblicato da Einaudi). Noterebbe, anzitutto, che la Resistenza non fu, in nessun paese europeo, un fenomeno esclusivamente di classe. Certo, furono i settori medio-bassi delle diverse società ad attivarsi. Erano anche stati i più oppressi dai rispettivi regimi autoritari, ma nel complesso l’aggettivo “interclassista” si attaglia ottimamente alla Resistenza. Dunque, per chi ha una visione equilibrata di che cosa è un popolo, la Resistenza fu guerra di popolo. In quelle lettere, scritte da combattenti di tutti i paesi europei, invasi e travolti dal nazismo, è possibile, anzi, facilissimo riscontrare alcuni elementi comuni, in particolare riguardo alle motivazioni e alle aspirazioni. La motivazione più forte e più diffusa è la (ri)conquista della libertà. È in nome della ricerca della libertà che milioni di uomini e donne europee presero le armi e rischiarono consapevolmente la vita, perdendola, come rivelano molte struggenti lettere, con grande serenità.
In queste lettere, i desideri di vendetta e le manifestazioni di odio sono sostanzialmente assenti. Sono, invece, molto presenti e visibili gli auspici che le loro morti siano utili, che contribuiranno a preparare un mondo migliore. Ancora una volta, in maniera sorprendente, certo con toni e accenni diversi che derivano, sì, dalle diversificate sensibilità e culture dei condannati a morte, si notano straordinarie somiglianze concernenti il mondo che quei resistenti avrebbero voluto costruire. Sullo sfondo, per tutti, sta ovviamente l’aspirazione alla pace, vale a dire a porre termine alle ricorrenti guerre. Tuttavia, ancora più chiara è la richiesta di giustizia sociale nella consapevolezza che nessuna pace può essere duratura se non è una pace riconosciuta come giusta ovvero basata su un assetto che protegga e promuova i diritti dei cittadini e che stabilisca criteri condivisi per la suddivisione delle risorse. No, non è né ricerca né anelito alla prosperità, ma l’obiettivo indicato è anche l’accesso ai frutti del proprio lavoro. Infine, ma assolutamente non come elemento marginale, questi condannati a morte condividono un elemento, forse embrionale, ma che si affaccia alle loro menti: il superamento dei gretti nazionalismi guerrafondai. L’idea che una pace giusta debba essere costruita superando, se non abolendo del tutto i nazionalismi, circola in molte lettere. È l’idea alla quale daranno sostanza fortissima Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni con il Manifesto di Ventotene (1941) redatto nel mezzo della guerra civile europea. Gli Stati nazionali sono fonti di guerre. Per renderle impraticabili è essenziale costruire un’Europa dei popoli che, naturalmente, è molto di più di un grande mercato. È uno spazio di diritti civili, politici, sociali, di convivenza, per l’appunto, nella pace, dove il perseguimento di politiche di potenza non ha più nessun senso.
Celebrare degnamente la Resistenza oggi (e domani) obbliga a riconoscere il messaggio delle lettere dei condannati a morte. Sono le loro ultime, nobili, solenni, mai retoriche, mai vendicative, parole. Quelle parole hanno un senso storico che, quindi, esclude dalle celebrazioni tutti coloro che allora stavano con i repressori e che oggi riadattano alcuni slogan di quei repressori. Hanno un senso politico che riguarda la costruzione di condizioni che impediscano il ripetersi dei fenomeni che portarono all’oppressione dei popoli europei. Hanno, infine, un potentissimo senso etico: cercare la pace nella giustizia sociale. Celebrare la Resistenza significa anche adoperarsi per un’Europa che sappia perseguire la giustizia sociale per i suoi cittadini e per tutti coloro, da dovunque vengano, che ripongono molte speranze nella giustizia.
Pubblicato AGL il 23 aprile 2017

notte 3-4 aprile 44
Fratello mio, sono morto sereno, anzi quasi con gioia.
All’altare della Patria e della Fede occorre immolare vittime. La mia vita è stata necessaria e l’ho data.
Negli ultimi momenti ho avuto tutti in mente, tutti a me davanti, ma tra tanti giganti, giganteggiava il Babbo.
Sarai orgoglioso anche di tuo fratello.
Tu conservati: pensa a Mammetta nostra: pensa a Gianna e a Marcella.
Addio, un bacio
tuo fratello
Un Sindaco da sogno #Bologna
L’ultimo che parla ha (quasi) sempre ragione. Questa è, in sostanza, la linea politico-partitica-culturale scelta e praticata dal sindaco Merola. Adesso, l’ultimo/a è la sua ex-contendente al ballottaggio Lucia Bergonzoni la quale legittimamente e coerentemente con le posizioni della Lega di Salvini esagera il fenomeno e manipola un po’ le statistiche sui reati a Bologna e sulla sicurezza. Subito, Merola si accoda anche lui sostenendo che il problema è molto serio, da combattere e da debellare con accresciuta presenza delle forze dell’ordine. Passerà anche questa, ma il quesito di fondo rimane. Perché il sindaco non elabora qualche cosa di originale per risolvere alcuni dei problemi di lungo corso della città? Lasciamo da parte i suoi ondeggianti sostegni a chi dovrebbe guidare il Partito Democratico che l’hanno visto transitare velocemente dalla ditta di Bersani al Partito di Renzi e lo collocano, attualmente, vicinissimo allo sfidante Orlando. Che la motivazione sia di non vedersi sfuggire il sostegno dei vertici del partito locale, peraltro, alquanto sconfessati dalla base che, nel bene, poco, e nel male, parecchio, hanno dato un grande consenso al Renzi rientrante?
Essendo giunto al suo secondo e ultimo mandato, quindi non ricandidabile, Merola forse si sta guardando in giro per trovare, come tutti i politici “normali”, qualcosa da fare dopo. Magari dovrebbe impegnarsi di più su quello che c’è da fare adesso a Bologna. Come saranno ricordati i suoi dieci ininterrotti lunghissimi anni di governo della città? Quale segno lasciare della sua permanenza a Palazzo d’Accursio? La lunga durata aiuta per essere ricordati, ma senza qualche opera significativa, l’oblio è il destino più probabile. Può darsi che Merola riesca a inaugurare oppure a intestarsi una qualche opera pubblica di prestigio e di grande utilità prima della conclusione del suo mandato. Sarebbe straordinario sentirgli dire con chiarezza che cosa pensa che sia davvero importante per ridare slancio politico, sociale, culturale alla città (gli imprenditori fanno da sé e forse apprezzano quando il sindaco non li intralcia, ma potrebbero legittimamente volere qualcosa in termini di infrastrutture). Nel frattempo, in un’attesa non spasmodica, basterebbe che il sindaco smettesse di fare lo Zelig, dichiarandosi d’accordo con la voce più forte in uno specifico momento/argomento. Insomma, sarebbe bello scoprire che c’è un sindaco che prende iniziative autonome, le spiega e esercita la sua leadership. Am I a dreamer? Vivo in un mondo di sogni?
Pubblicato il 21 aprile 2017
Sartori, il più bravo di tutti noi
Leggo con molto sconforto che secondo i Con-Direttori della Rivista da lui fondata e della Presidente della Società di Scienza Politica ugualmente da lui fondata, Sartori sarebbe stato “Probably the most distinguished Italian political scientist” (il corsivo è mio).
Mi sono chiesto per qualche giorno chi sarebbero gli altri probably altrettanto distinguished o, almeno, quasi.
Misuro la distanza fra Sartori e i suoi successori, in cariche che senza il suo impegno non esisterebbero, con le parole che Sartori scrisse sulla “Rivista Italiana di Scienza Politica” in memoria di Bobbio:
“Norberto Bobbio è stato, e resta, il più bravo di tutti noi”. Nessun “probably”.
Comparare democrazie e autocrazie: un errore grossolano non una questione di opinione
Chi sta sdraiato su pagine di giornali, su amache, su luoghi comuni, non potrà mai dare lezioni di democrazia. Meno che mai se la sua comparazione va dalla democrazia presidenziale USA alla autocrazia turca. Meglio uscire al più presto dalle comparazioni avventate e qualunquiste. Chi può.
Cosa si può imparare dalla Francia
Le elezioni presidenziali francesi possono offrire molte lezioni importanti anche per l’Italia. Prima lezione: non bisogna identificare il populismo con Marine Le Pen. Certamente, la candidata del Front National usa argomenti che sono anche populisti, ma il suo consenso elettorale dipende da due elementi. Da un lato, Marine Le Pen rappresenta l’estrema destra francese che ha una lunga, qualche volta brutta, storia di nazionalismo, di sovranismo, anche se non si chiamava così, di anti-semitismo. Dall’altro, sfrutta, proprio grazie all’esaltazione dello sciovinismo (Chauvin era francese) sovranista, tutte le pulsioni contro l’Unione Europea. Più che fare appello al popolo, chiama a riscossa la nazione. Seconda lezione: dopo la deludente esperienza presidenziale di François Hollande, i socialisti si sono nuovamente divisi andando a sinistra con Benoît Hamon e occupando una parte del centro con Emmanuel Macron, già ministro in un governo socialista. Nel 2002, la divisione dei socialisti impedì addirittura a Lionel Jospin che, pure, era stato un buon Primo ministro, di andare al ballottaggio. Anche questa volta, i sondaggi dicono che il candidato socialista ufficiale non andrà al ballottaggio superato da Emmanuel Macron, mentre parte della sinistra, quella “non sottomessa”, farà convergere i suoi voti sul 65enne Jean-Luc Mélenchon che, per l’appunto, usa quello slogan elettorale. In buona sostanza, terza lezione, dal centro-sinistra alla sinistra finirebbero per esserci circa il 60 per cento di voti divisi fra tre candidati. Peggio di tutti sembra stare il candidato gollista, Françosi Fillon, appesantito dalla sua personale e familiare (prebende a moglie e figlio) modica, ma non per questo scusabile, corruzione e, forse, dal peso della storia di un partito gollista che, quarta lezione, non si è rinnovato in programmi e in facce. Il gollismo senza de Gaulle sembra davvero giunto al capolinea.
La competizione fra cinque candidati andrà sbrogliata dagli elettori che grazie a un ottimo sistema elettorale, quinta importante lezione, hanno un doppio voto molto pesante. Al primo turno avranno la possibilità di votare per la candidatura che davvero preferiscono. Si comporteranno in questo modo certamente e compattamente tutti gli elettori del Front National cosicché è possibile che Marine Le Pen risulti la più votata. Lo faranno anche i gollisti sperando in qualche molto improbabile imprevisto che consenta a Jacques Fillon di piazzarsi secondo. Saranno gli elettori socialisti quelli obbligati a riflettere se correre il rischio, votando Hamon, non solo di non riuscire a farlo andare al ballottaggio, ma di fare mancare a Macron quel pugno di voti che renda lui secondo. Dopodiché, tutti i sondaggi dicono che se il ballottaggio sarà fra Le Pen e Macron, al candidato di centro-sinistra la maggioranza degli elettori offrirà la chance di (ri)mettere “in marcia” (questo è il suo slogan elettorale) la Francia. Qui sta il grande pregio, ultima lezione, del sistema elettorale francese usato per le elezioni presidenziali: quello di consentire agli elettori di votare “sinceramente”, per la candidatura preferita, al primo turno, e “strategicamente”, vale a dire, eventualmente per la candidatura meno sgradita, al ballottaggio. Per di più, fra il primo e il secondo turno, gli elettori ottengono dai candidati, dai loro partiti, dai mass media una grande quantità di informazioni aggiuntive che consentirà loro di formarsi un’opinione più rispondente alla competizione e alle conseguenze della vittoria dell’uno o dell’altra. Questa crescita delle informazioni grazie alle clausole del sistema elettorale è qualcosa che un po’ tutti vorremmo e apprezzeremmo. Sarebbe consigliabile che i dirigenti di quel che rimane dei partiti italiani e i parlamentari guardassero alla Francia invece di affannarsi a cercare una legge elettorale che dia loro vantaggi, magari anche a scapito del potere degli elettori. Non la troveranno. Dunque: Vive la France républicaine!
Pubblicato AGL il 19 aprile 2017
Sovranista senza maggioranza
Marine Le Pen ha una storia politica più lunga di Trump, ma un futuro meno radioso. Non è una populista, ma una sovranista conseguentemente anti-europea. Non vincerà la presidenza, ma anche se le riuscisse, l’assetto istituzionale del semipresidenzialismo francese la obbligherebbe alla coabitazione con una maggioranza parlamentare non sua. Seppur con molti conflitti, a governare sarà il Primo ministro di un altro partito.
INVITO La lezione dell’Europa, riforma dell’UE e futuro di pace #Latina
Venerdì, 21 aprile 2017 ore 18
Spazio FELTRINELLI
Via Diaz – LatinaPresentazione del volume di
Gianfranco Pasquino
L’Europa in trenta lezioni
(UTET)Ne discutono con l’Autore:
Floriana Giancotti,
già Dirigente scolastica
Mario Leone, Segretario del
Movimento Federalista Europeo, Lazio
Presiede e coordina:
Daniela Parisi, Segretaria del Movimento
Federalista Europeo, sez. di Latina
Ha ragione Bersani: Il M5S è un partito di centro sinistra
Intervista raccolta da Rocco Vazzana per Il Dubbio
«Meno dichiarazioni, spesso abbastanza stupide, e più riflessioni». È questa, per Gianfranco Pasquino, la strada che il Movimento 5 Stelle deve imboccare se vuole conquistare Palazzo Chigi.
Professore, dopo Ivrea Beppe Grillo ha scritto sul Blog: «Non è più tempo di manifestazioni in piazza a carattere provocatorio, facili a sfogare nella violenza, è diventato il tempo di disegnare il nostro futuro». È iniziata la fase 2 del M5S?
Che si stiano preparando a governare il Paese lo do per scontato, sarebbe sbagliato se non lo facessero. Dopo l’esperienza di Roma dovrebbero aver imparato che è meglio arrivare preparati invece di fare i dilettanti, o le dilettanti, allo sbaraglio. Anzi, mi auguro che si impegnino di più su questo terreno: meno dichiarazioni, spesso abbastanza stupide, e più riflessioni. Ma non basta organizzare convegni ben frequentati, un partito con ambizioni di governo deve anche essere presente in piazza, Grillo lo sa benissimo. Il Movimento ha bisogno dell’elemento spettacolare.
E come convinceranno la parte “mite” del Paese a votare Movimento 5 Stelle?
Dovranno trovare alcune persone di cui non si possa dire “uno vale uno” ma che valgano molto più degli altri. Servono personalità che conoscano come funziona l’economia di un Paese, il sistema scolastico, il mercato del lavoro, che non propongano soluzioni sbagliate e che abbiano una biografia professionale che parli per loro. Devono trovare almeno quattro o cinque persone per vincere. Credo sia un’operazione fattibile.
Lo scouting è iniziato a Ivrea?
Ivrea secondo me è stato un inizio, ma bisognerà andare avanti.
Per governare serve anche una legge elettorale che consenta di farlo. I 5 Stelle vorrebbero di estendere l’Italicum corretto dalla Consulta al Senato, dove però il premio di maggioranza viene assegnato su base regionale. Come si aggira l’ostacolo?
È possibile fare tutto. Il Parlamento è sovrano. Le leggi elettorali deve scriverle il Parlamento, non il governo con voto di fiducia o la Corte costituzionale. Ma secondo me, la proposta dei 5 Stelle è sbagliata. L’Italicum deve essere buttato nel cestino della spazzatura e le Camere devono riflettere a fondo guardando a due modelli che funzionano: il sistema tedesco, se si preferisce il proporzionale, il Mattarellum o il sistema francese, se si preferisce il maggioritario. Tutte le altre proposte sono operazioni propagandistiche.
Pd e 5 Stelle fanno solo propaganda?
Entrambi vogliono dire: “è colpa loro se abbiamo questa brutta legge elettorale”. Giocano a fare lo scaricabarile per non rimanere ultimi col cerino in mano. Ma quando si parla di riforma elettorale non è un problema di cerino ma di libri, di analisi comparata. Bisogna rendersi conto che una democrazia vera quando sceglie un sistema elettorale lo utilizza per molto tempo.
Dunque, discorso rimandato alla prossima legislatura?
La mia intelligenza istituzionale mi dice che lei ha ragione, non ce la faranno a cambiare legge elettorale adesso, la mia volontà gramsciana dice che debbono farcela se vogliono avere una democrazia decente.
Esiste la possibilità che i 5 stelle si alleino con altre forze politiche?
La storia politica italiana prevede anche la formazione di governi di minoranza appoggiati dall’esterno. Quindi, se il Movimento dà una grandissima prova di sé da un punto di vista elettorale, trova un personaggio adeguato per fare il presidente del Consiglio e si presenta dal Capo dello Stato esplicitando anche i punti programmatici, il Presidente della Repubblica potrebbe anche acconsentire al tentativo di formazione di un governo nella speranza di individuare alleati esterni. Oppure, al contrario, il Movimento potrebbe sostenere un governo a guida Pd a patto che i democratici accettino una parte delle proposte politiche dei pentastellati.
Non sarebbe più naturale cercare un’intesa con la Lega dopo il voto?
La troverei molto complicata e non so neanche se numericamente sufficiente. Ma poi su cosa riuscirebbero a trovare un’intesa? Sul fatto che sono entrambi sovranisti? Sul no all’Euro e all’Unione europea? Ma si può fare un governo basandosi su dei no?
Lei ha sempre contrastato chi sostiene la fine della distinzione destra/ sinistra perché i cittadini alla fine sanno sempre riconoscere le forze politiche e catalogarle in base a questo schema. Dove colloca allora il Movimento 5 Stelle? Destra o sinistra?
Grosso modo dove si trovano adesso: in parte seduti a sinistra del Pd, in parte sopra e in parte verso il centro. Non vanno sui banchi della destra. Certo, al loro interno ci sono anche esponenti di destra. Come definire altrimenti Virginia Raggi? Però, credo che il Movimento 5 Stelle sia votato soprattutto da colo i quali sono insoddisfatti del Pd. Aveva ragione Bersani a provare di fare scouting. Ma non tra gli eletti, tra gli elettori.
In definitiva, elettori a parte, per lei il M5S è di destra o di sinistra?
Io lo definirei un partito di centro sinistra, sta da quelle parti lì. E i suoi elettori stanno da quelle parti lì. Per intenderci, credo che Salvini non prenda neanche un voto dagli elettori insoddisfatti dal Movimento 5 Stelle.
Però il Movimento 5 Stelle vuole prendere i voti di Salvini. Su sicurezza, immigrazione ed Europa, ad esempio, Grillo strizza molto l’occhio all’elettorato della Lega.
Questo è possibile. Se qualcuno riesce a rubare i voti alla Lega va bene, poi bisogna vedere come declinano il tema della sicurezza.
E come si declina il tema del lavoro. Pochi giorni fa sul Blog è iniziata la discussione sul programma di governo in cui i 5 Stelle si invocano un ridimensionamento dei sindacati. In questo Grillo insegue la destra o Renzi?
Credo che scimmiotti Renzi, ma non ha capito che l’idea non funziona. Perché comunque il sindacato mantiene una sua forza e una sua presenza. Se uno vuole costruire un percorso di sinistra riformista può solo ispirarsi all’esperienza socialdemocratica. Ma lo si fa soltanto col consenso dei sindacati. Magari sfidandoli, portandoli su posizioni riformiste.
Pubblicato il 14 aprile 2017
Renzi e M5S: sfida fra futuristi
Da Ivrea, la sfilata dei potenziali ministri del Movimento 5 Stelle, a Roma, l’incontro/incoronamento dei tre candidati alla segreteria del Partito Democratico (ma Emiliano, infortunato, era in video-conferenza da Bari) giunge l’annuncio della sfida. Da un lato, quello delle Cinque Stelle, sta il nuovo che avanza e che annuncia che bisogna “Capire il futuro”. Dall’altra, colui che, con molta probabilità, tornerà ad essere il segretario del Partito Democratico non si stanca di ripetere che bisogna guardare al futuro, mai al passato. Sfida fra futuristi, dunque, o fra futuribili? E’ una “sfida totale” annuncia Renzi, ma nessuno ancora sa quali saranno le regole, elettorali, della sfida. Qualcuno, però, intravede una sfida fra due modelli di partito: pigliatutti, quello delle Cinque Stelle orientate fondamentalmente a raccogliere tutti i cittadini scontenti, che sono molti, diffusi, granitici, contro la politica e politici; e pigliatutto, quello del Partito Democratico di Renzi, fin dall’inizio orientato a conquistare tutte le posizioni di potere e, dopo la sconfitta nel referendum, desideroso di rifarsi con gli interessi. Non ci saranno prigionieri se Renzi vince e tutte le cariche disponibili saranno attribuite ai renziani in una graduatoria che premierà la vicinanza e la fedeltà. Poi, naturalmente, sia le Cinque Stelle sia il PD dovranno trovarsi gli alleati poiché, probabilmente e, aggiungo io, sperabilmente -sarebbe tremenda la concentrazione di potere in ciascuno dei due, da solo-non avranno abbastanza seggi in Parlamento per formare da soli il governo.
A Roma, campeggiava la scritta “La democrazia è qui”, messaggio mandato ai pentastellati che credono che la democrazia sia soltanto quella diretta da Grillo e Casaleggio, chiedo scusa, quella che si trasmette sulla rete, grazie alla piattaforma chiamata Rousseau. Il PD replica con la ventilata creazione di una piattaforma definita Bob. Mentre capisco e conosco Rousseau, anche se gli studiosi del pensatore ginevrino sostengono che lui non sarebbe affatto andato a Ivrea e non si riconosce in quella piattaforma, mi sfugge perché il PD abbia scelto il nome di Bob che sembra qualcosa che persino Alberto Sordi avrebbe definito un’americanata. Non farò il pedante, ma la democrazia continua a essere in tutti paesi del mondo che democratici sono una “conversazione” fra persone che la tecnica/tecnologia può aiutare e supportare, mai rimpiazzare, e che, insomma, sulla rete debbono correre contenuti e non intimazioni, espulsioni e altre sgradevolezze con il rischio di chiamare, come a Genova, i magistrati a decidere, nella fattispecie, al momento, dando torto a Grillo.
Per essere totale la sfida PD/5Stelle non dovrebbe riguardare le loro rispettive “narrazioni” sul da dove vengono, dove intendono andare, dove vorrebbero portare gli italiani, ma soprattutto il come e che cosa fare con riguardo alle condizioni date. L’Europa, che è il luogo dove, comunque, rimanga l’Italia dentro Euro e Unione Europea oppure, traumaticamente, esca fuori da entrambi, dovremo confrontarci, non ha neppure fatto capolino nelle due kermesse. Anzi, per rimanere nelle parole francesi (in attesa delle “epocali” elezioni presidenziali della Quinta Repubblica), mi è parso di vedere entrambi gli sfidanti in surplace. Sta arrivando il tempo del Documento di Programmazione Economica e Finanziaria e poi della manovra d’autunno. Sembra che il (governo del) PD non vorrà fare nulla o quasi per non provocare le reazioni elettorali degli elettori-contribuenti. Dal canto loro, le Cinque Stelle nulla dicono del bilancio dello Stato e della montagna del debito pubblico che, pure, impedirebbe/impedirà qualsiasi attuazione del “loro” reddito di cittadinanza. No, né il PD né il Movimento Cinque Stelle guardano, al futuro e meno che mai cercano di costruirlo. Il futuro è altrove.
Pubblicato AGL il 14 aprile 2017
INVITO “Per seguir virtute e canoscenza” #Correggio 13aprile ore 9.30
Cortile interno Liceo Statale Rinaldo Corso – Via Roma, 15 – Correggio
In occasione della cerimonia di Consegna dei Diplomi di Maturità anno scolastico 2015/2016
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Discorso del Professore Emerito di Scienza Politica dell’Università di Bologna
Gianfranco Pasquino
“Considerate la vostra semenza:
Fatti non foste a viver come bruti
Ma per seguir virtute e canoscenza”
(vv.118-120) Inferno, Canto XXVI – Dante Alighieri
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Iniziativa aperta alla cittadinanza
In caso di pioggia la cerimonia si svolgerà presso il Palazzetto dello Sport di Correggio





