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Sartori, il teorico della democrazia che portava la logica nella politica

Intervista raccolta da Alessandro Lanni per RESET 

«La scienza politica deve essere rilevante, non è lo studio delle farfalle». E il tentativo di trovare la teoria nella realtà è quello che ha cercato di fare per tutta la vita Giovanni Sartori, il politologo fiorentino scomparso il 1 aprile a quasi 93 anni. La battuta è di Gianfranco Pasquino, anch’egli scienziato della politica, ex senatore, ma qui soprattutto allievo e grande conoscitore di Sartori fin da quando frequentava le aule dell’università “Cesare Alfieri” di Firenze negli anni Sessanta. Nel teorico che cerca la “rilevanza” delle sue idee nella realtà sta l’originalità di Sartori, spiega Pasquino. Reset gli ha chiesto di tratteggiare un ritratto a partire dai ricordi personali per arrivare collocare quello che definisce un “gigante della scienza politica mondiale” nella giusta prospettiva.

Come inizia la carriera di Giovanni Sartori come scienziato della politica?

Sartori scriveva moltissimo in numerose riviste nelle quali faceva di tutto, anche il direttore. Scrive e scrive, dal 1950 al ’64 che è l’anno in cui vince un concorso non di scienza politica ma di sociologia. E si tratta di un concorso celebre perché, se non sbaglio, i vincitori dei tre posti furono: Franco Ferrarotti, il secondo Sartori e il terzo Alessandro Pizzorno. Insomma, un concorso di giganti.

E così arriva a insegnare alla “Cesare Alfieri”.

A questo punto, quando l’università di Firenze lo chiama, chiede che il suo posto sia trasformato da sociologia in scienza della politica, una cattedra nuova fatta per lui. In quegli anni però era già famoso all’estero, in particolare negli Stati Uniti perché la scienza politica europea fino all’inizio degli anni Sessanta era piuttosto modesta.

Un grande intellettuale invisibile all’opinione pubblica italiana?

Sartori diventa molto famoso in Italia quando comincia a scrivere sul Corriere della sera nel 1969, quando arriva alla direzione Giovanni Spadolini. Ero a Firenze nel corso che teneva per i giovani allievi – a dicembre del 1967 – non aveva visibilità pubblica in Italia. In quegli anni Sartori era esclusivamente dedito a studiare, a frequentare università e convegni molto lontani dall’Italia. La sua presenza pubblica fino al 1969 era quasi inesistente.

Qual era la situazione della scienza politica in quegli anni in Europa?

C’era un solo personaggio, il norvegese Stein Rokkan che era soprattutto un grande organizzatore culturale. E poi c’erano Maurice Duverger e Raymond Aron che erano visibili, direi, perché “parigini”. Non ricordo un tedesco o un inglese vero scienziato della politica agli inizi degli anni Sessanta. Un grande storico della politica inglese scrisse un libro molto cattivo contro la scienza della politica americana. Bernard Crick era un personaggio importante nella cultura anglosassone e che scrisse in seguito una bellissima biografia di George Orwell.

E Sartori come si collocava in questo panorama?

Sartori era famoso perché andava ai convegni internazionali e scriveva e parlava l’inglese molto bene. È lui stesso a tradurre il suo libro Democrazia e definizioni (Il Mulino 1967) e lo pubblica in America nel 1960 in una versione da lui tradotta e adattata Democratic Theory (1962). Proprio in quegli anni viene invitato a Yale.

In che modo ha segnato la scienza politica?

L’originalità vera era la sua grandissima capacità di scrivere in maniera efficace e brillante e in maniera molto precisa. La costruzione dei concetti di Sartori e l’uso delle parole sono incredibili. E poi l’uso della logica in scienza politica con un atteggiamento positivistico ovvero il contrario dell’idealismo. Sartori aveva iniziato insegnando filosofia e aveva scritto anche su Croce. Ma fu comunque sempre un positivista. L’altro elemento di originalità è che lui conosceva la storia filosofica di questi concetti, quello di rappresentanza e di democrazia in primo luogo.

In Italia che ruolo ha svolto?

Da un lato, c’era la scienza della politica alla Norberto Bobbio, che era un filosofo, che era l’ala sinistra e che io definirei “azionista” anche se Bobbio era molto vicino anche ai socialisti. Sartori era il contrappeso, era la cultura politica liberale classica. Torino, quella di Bobbio, era una facoltà di scienze politiche spostata a sinistra, Firenze invece era piuttosto ortodossa e di destra, destra liberale in quel periodo. I due sapevano di essere diversi e sfruttavano queste differenze. Sartori ha scritto di democrazia molto prima che ne scrivesse Bobbio che pubblica Il futuro della democrazia nel 1984, Sartori aveva scritto il suo addirittura nel 1957. La versione definitiva, una vera e propria summa, fu The Theory of Democracy Revisited (1987, in due volumi), recensita dal filosofo torinese nella rivista “Teoria Politica”.

Un concetto chiave della democrazia liberale è quello di “élites”, oggi uno dei principali bersagli dei movimenti populisti di destra e di sinistra nel mondo.

Sartori ha scritto sulle élites. Ha studiato Mosca, Michels e Pareto. Quel concetto di élites Sartori lo tiene presente in particolare perché la sua teoria della democrazia è largamente ispirata a quella di Schumpeter ovvero l’idea che gli elettori scelgono tra gruppi in competizione tra di loro e chi vince e dovrà governare è di fatto un’élite politica. Si tratta di una teoria competitiva della democrazia tra gruppi che dovrebbero avere competenze e capacità. Una buona democrazia secondo Sartori è quella governata da élites politiche e non conquistata da élites economiche.

E come pensava che la democrazia potesse raggiungere questo obiettivo?

Sartori vuole che la democrazia sia governante, ma non si impicca a questo aggettivo. Quello che importa sono le procedure e le modalità con cui vengono scelti i governi. E qui c’è la valutazione positiva del sistema tedesco dopo il 1949 che ha saputo produrre élites governanti.

Un’altra definizione sartoriana è quella di “poliarchia del merito”.

“Poliarchia” è un termine utilizzato da Robert Dahl che Sartori conosceva e frequentava perché un periodo ha insegnato a Yale nel 1966 o ’67, credo. Il punto fondamentale – su cui Sartori è d’accordo con Bobbio – è che la democrazia c’è quando c’è pluralismo.

“Pluralismo polarizzato”. Con questa espressione Sartori definisce la democrazia italiana, in particolare quella della “Prima repubblica”.

In verità, il caso italiano lo ha attratto solo in un secondo tempo. Sartori ha sempre voluto fare della politica comparata e l’Italia era solo un caso, e nemmeno tra i più importanti. Chi voleva confrontare sistemi politici sessant’anni fa doveva inevitabilmente studiare gli Usa, la Gran Bretagna e la Germania. Ma poi doveva studiare la Francia che presenta una transizione di regime politico dalla Quarta alla Quinta repubblica nel 1958. E Sartori l’ha detto ripetutamente: per capire l’Italia bisogna soprattutto aver studiato altri sistemi. Chi conosce solo l’Italia non è neanche in grado di spiegare l’Italia.

E da dove è partito per capire l’Italia?

Il pluralismo polarizzato si trovava nella Germania di Weimar, nella Spagna che poi diventerà franchista, nella Francia della IV repubblica e nel Cile di Allende. Dove ci sono due opposizioni estreme, anti-sistema, l’una di destra e l’altra di sinistra comunista non è possibile avere coalizioni stabili. In tutti i casi di pluralismo polarizzato il sistema è crollato. Solo in Italia si è salvato grazie al fatto che il centro era molto grande. Questa spiegazione comparata mi sembra ancora molto brillante.

Quella descrizione del caso italiano funziona ancora?

Oggi si potrebbe dire che non essendoci più fascisti e comunisti quel tipo di sistema politico è scomparso. Eppure la polarizzazione può ancora esserci. Se esistono partiti che si collocano all’estrema destra e sinistra che non possono collaborare tra di loro, è chiaro che il sistema si blocca di nuovo al centro. Sartori diceva che questo è un caso classico in cui non c’è alternanza e nel centro si scaricano tutte le contraddizioni e quindi anche la corruzione si rivolge verso il centro che governando sempre diviene il catalizzatore di chi vuole privilegi. Dove non c’è alternanza non si mandano mai via i “mascalzoni” dal potere. E questo è stato il caso italiano.

Ma esistono oggi in Italia destra e sinistra estrema?

Il problema vero – e questo lo ha scritto anche Sartori – è che il sistema italiano è destrutturato. I partiti ci sono e non ci sono, spariscono, si fondono e si scindono e il sistema non è consolidato. Il sistema del “pluralismo polarizzato” ha resistito perché tra il 1946 e il 1992 nascono pochissimi partiti, praticamente solo la Lega. Mentre nel periodo post-92 è successo di tutto. Un sistema nel quale si producono sbalzi, inconvenienti, rotture che quindi non garantisce la governabilità, parola cara ai renziani, ma che Sartori usa pochissimo, è destinato all’instabilità .

Sartori e Bobbio sono stati due giganti della filosofia e della scienza politica.

Norberto Bobbio è stato un grande filosofo della politica. Di lui rimane il tentativo di creare una teoria generale della politica, sempre smentita, ma i cui elementi si possono trovare nei suoi scritti. Il libro Destra e sinistra rimane un tentativo importante di definizione delle due polarità politiche. Il profilo ideologico del Novecento è il miglior libro di Bobbio, un libro straordinario. Bobbio apprezzava molto Sartori, malgrado criticasse alcuni aspetti delle sue posizioni politiche e a sua volta Sartori ha apprezzato molto Bobbio. C’era anche un rapporto personale buono. Sartori parlò alle Lezioni Bobbio l’anno successivo alla morte del filosofo e scrisse un bellissimo necrologio nella “Rivista Italiana di Scienza Politica” (che aveva fondato nel 1971), dichiarando senza mezzi termini : “era il migliore di noi”.

E qual è l’eredità che Giovanni Sartori ci lascia oggi?

Di Sartori rimane un libro insuperato, forse insuperabile, sui partiti e rimane la teoria della democrazia. La democrazia partecipativa, deliberativa oppure in rete, si possono pur fare, ma prima bisogna aver costruito la democrazia nei termini delineati da Sartori. Altrimenti queste sono “corsette” fatte su un filo sull’abisso. E soprattutto di Sartori rimane l’idea che la scienza politica debba essere applicabile, che deve essere applicata. Le conoscenze sono migliori nel momento in cui sono applicabili alla realtà. La scienza politica serva a capire i meccanismi e le istituzioni, ma, soprattutto, a trasformare quei meccanismi e quelle istituzioni per migliorare la vita. E lo studio di come gli uomini e le donne si comportano in politica secondo certe regole. Questa parte del pensiero di Sartori, enunciata nel libro Ingegneria costituzionale comparata (più volte pubblicata dal Mulino, da ultimo 2004) è potentissima, anche quando si è in disaccordo. E’ il migliore esempio di come si possa fare scienza politica rilevante.

Pubblicato il 10 aprile 2017 su 

 

La legge elettorale: volàno per la democrazia

Video dell’intervento al convegno organizzato dal Gruppo Consiliare Regione Toscana “Sì Toscana a Sinistra” Firenze 8 aprile 2017

INVITO L’Europa di ieri, di oggi e (soprattutto) di domani #Verona 11 aprile

Società Letteraria di Verona e Movimento Federalista Europeo

Un tempo l’Unione europea non era che un sogno. Confinati dal fascismo sull’isola di Ventotene, tra i bagliori sinistri della guerra mondiale che infuriava lontano, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi scrissero il famoso Manifesto “Per un’Europa libera e unita”, in cui l’unità dell’Europa era già “una impellente tragica necessità”.

Oggi l’Unione europea viene considerata da molti suoi cittadini un’istituzione distante e complicata. Eppure, per il suo ruolo centrale su tutti gli aspetti del vivere comune – l’immigrazione, l’economia, la difesa dei diritti individuali e collettivi, la tutela delle minoranze – è una risorsa di tutti e che tutti riguarda.

Gianfranco Pasquino racconta con passo rapido e ampiezza di sguardo il passato e il presente di questo sogno difficile: trenta limpide lezioni per un viaggio nella “Europa che c’è” e in quella che avrebbe potuto – e potrà – esserci, tra il progetto federalista degli Stati Uniti d’Europa e le brusche frenate e le inattese novità degli ultimi anni, dall’esito del referendum sulla Brexit alla Presidenza Trump negli Stati Uniti.

L’Europa in trenta lezioni è un’occasione per fare il punto sull’Europa che abbiamo costruito fin qua, nel momento in cui più forti soffiano i venti contrari del populismo e del nazionalismo più ottuso. Un modo per capire che cosa rischiamo di perdere e che cosa potremmo riconquistare, recuperando quei valori di libertà, di pace, di prosperità da cui, nelle ore più buie del secolo scorso, è nata l’idea di Europa unita.

L’incontro con l’Autore, alla Società Letteraria di Verona, sarà anche un’opportunità per fare un primo punto sulle tante iniziative in corso per rilanciare il progetto d’integrazione europea, a partire dai risultati del Consiglio europeo a Roma, in occasione dei sessant’anni dei Trattati di Roma, che il 25 marzo 1957 diedero vita al suo nucleo iniziale, la Comunità Economica Europea.

L’Europa di ieri, di oggi e (soprattutto) di domani

Martedì 11 aprile 2017 ore 16
Sala “Montanari” – Società Letteraria
Piazzetta Scalette Rubiani 1 – Verona

Presentazione del volume di
Gianfranco Pasquino
L’Europa in trenta lezioni
(UTET)

Ne discutono con l’Autore:
Giorgio Anselmi, Presidente del Movimento Federalista Europeo
Flavio Brugnoli, Direttore del Centro Studi sul Federalismo (Torino)
Presiede e coordina:
Daniela Brunelli, Presidente della Società Letteraria di Verona

MOVIMENTO FEDERALISTA EUROPEO
Via Poloni 9 – 37122 Verona
Tel. e fax 045 – 8032194
e-mail: verona@mfe.it

Sartori, gigante de la ciencia política @FundacionFaes

El politólogo italiano más grande, Giovanni Sartori, ha muerto en Roma un mes antes de su 93 cumpleaños. Autor de libros fundamentales como Democrazia e definizioni (1957), reelaborado en diferentes versiones hasta The Theory of Democracy Revisited (1987, en dos volúmenes), Parties and party systems (1976) y Comparative Constitutional Engineering (1994), Sartori sentía un particular cariño por Homo Videns (1997). Entre las numerosas distinciones ad honorem que recibió está el prestigioso premio a toda su carrera de la International Political Science Association (2009). Sartori estaba muy orgulloso de haber recibido el Premio Príncipe de Asturias a las Ciencias Sociales. También fue Premio FAES de la Libertad 2015. A él se debe la (re)construcción de la ciencia política en Italia. En 1967 dio vida al Centro de Estudios de Política Comparada en Florencia y después fundó la Revista Italiana de Ciencia Política, de la que fue el redactor jefe los primeros siete años y después codirector de 2001 a 2004. Gracias a su empeño personal, la ciencia política entró a formar parte de las Facultades de Ciencia Política italianas como materia de estudio diferenciada. En 1979 le fue ofrecida la prestigiosa cátedra Albert Schweitzer Chair de Humanidades en la Universidad de Columbia, donde permaneció hasta 1995, año en el que se convirtió en profesor emérito.

A partir de 1969 fue editorialista del Corriere della Sera. Ya de vuelta en Italia, participó con frecuencia en retransmisiones televisivas, a las que era invitado por la claridad y “malicia” de sus opiniones, por su extrema lucidez analítica y por su sarcástico sentido del humor. Trató de dirigir los debates sobre las reformas electorales, institucionales, constitucionales en Italia a través de sus artículos, ensayos y entrevistas. Severo en la crítica no solo con los comunistas sino también con los democristianos italianos, Sartori fue un liberal coherente. Deseaba una democracia fundada en los partidos, competitiva, que garantizase la alternancia en el gobierno y que produjese circulación de élites. Precisamente por liberal, Sartori empezó una gran batalla contra Silvio Berlusconi y su monumental conflicto de intereses. Repetía y argumentaba que los cargos públicos debían estar y permanecer claramente separados de los negocios privados o personales. Sus brillantes editoriales, también los escritos contra el estilo de gobierno de Berlusconi, fueron recogidos en su libro Il Sultanato (2009).

Giovanni Sartori ha sido, después de Norberto Bobbio, mi maestro de ciencia política y política comparada. Sin él, sin su magisterio, sin sus duras críticas, sin sus importantísimos libros, no habría llegado a ser lo que soy y como lo soy: un profesor que cree en la relevancia de la ciencia política, que está convencido de que la ciencia política puede indicar cómo mejorar los partidos y las instituciones, que puede educar a los ciudadanos y hacerles mejores, que sabe criticar la política y a los políticos y que, en suma, cree que es la reina de las ciencias sociales. Todo esto lo he aprendido de Sartori. El resto, que es mucho, se encuentra, si continuamos leyéndolo y estudiándolo, en sus libros (que, me complace decirlo, están todos, pero verdaderamente todos, cuidadosamente ordenados en mi biblioteca).

Gianfranco Pasquino

Publicado 06 de abril 2017 Faes, Fundación para el Análisis y los Estudios Sociales

Ricordando Giovanni Sartori, Gianfranco Pasquino ci ha raccontato…

Tratto dall’intervista raccolta da Savino Balzano per L‘Intellettuale Dissidente

 

«Una quindicina di anni fa, Sartori rilasciò un’intervista al Corriere della Sera nella quale si vantava del successo dei suoi quattro allievi affermando che in qualche modo il suo insegnamento di Scienza politica era positivamente responsabile di quel successo. Diventati tutt’e quattro parlamentari (Pasquino, Passigli, Fisichella e Urbani) e i due ultimi addirittura ministri nel primo governo Berlusconi, per partiti diversi (rispettivamente, Sinistra Indipendente, PDS, Alleanza Nazionale e Forza Italia), quei (“magnifici”) quattro erano anche la prova vivente del suo pluralismo, della sua apertura ad accettare posizioni e convinzioni politiche diverse, del suo fermo, severo, inappuntabile liberalismo. Dei quattro io ero quello più a sinistra. Arrivato a Firenze nel dicembre 1967 dopo essermi laureato con Norberto Bobbio, la mia cultura politica era allora, ed è rimasta senza tentennamenti e smarrimenti, azionista, rigorosamente tale. Inevitabilmente, in non poche occasioni, le nostre differenze di opinione, anche sulle scelte dei temi di ricerca e sugli articoli sottoposti alla Rivista Italiana di Scienza Politica, diventavano scontri, che non portavamo mai in pubblico e nei quali, naturalmente, il suo parere finiva per prevalere».

«Nel 1970 mi invitò a insegnare il corso di “Storia e Istituzioni dei paesi latini-americani” con il tacito accordo che avrei in effetti insegnato “Teoria e Politica dello Sviluppo”. Il corso e relativo seminario dell’anno accademico 1973-74 furono inevitabilmente e deliberatamente da me dedicati al tema “Militari e Politica” con particolare riferimento ai governi militari in Argentina, Brasile, Perù e, ovviamente, Cile (settembre 1973 sanguinoso intervento di Pinochet contro l’Unidad Popular di Salvador Allende). A chiusura del corso, fine maggio 1974, organizzai in un’aula di Via Laura 48, un piccolo, ma affollatissimo, convegno, presidiato dalla polizia, sotto l’occhio vigile del mitico bidello Alfio, con alcuni esuli cileni, due dei quali sarebbero diventati ministri con la Presidenza di Patricio Aylwin nel 1989. Terrorizzato da possibili incidenti, l’allora Preside della Facoltà di Scienze Politiche “Cesare Alfieri”, Luciano Cavalli, scrisse a Sartori, allora Visiting Professor a Yale, di fermarmi, per carità. La risposta di Sartori, che, lo ricordo, aveva scritto editoriali durissimi contro il governo di Unidad Popular sul Corriere della Sera, fu lapidaria:“Se Pasquino se ne assume la responsabilità proceda”. La risposta più autenticamente liberale. Non la pensava affatto come me, ma accettò che se ne discutesse liberamente».

Pubblicato il 7 aprile 2017

Mattarelli, malintenzionati e meline #LeggeElettorale

Avendo scritto una legge elettorale che tutta l’Europa ci avrebbe invidiato e che metà Europa avrebbe imitato, è del tutto naturale che i renziani siano rimasti disorientati dalla sentenza della Corte Costituzionale che ha triturato l’Italicum appena un po’ meno di quello che aveva fatto con il Porcellum, il vero padre dell’Italicum. Incredibilmente, quasi all’unisono i renziani, in politica, nel giornalismo, nei social, continuano ad additare il grandissimo pericolo che il paese corre con il “ritorno alla proporzionale”. Qui cascano tutti gli asini, renziani di varia e variabile osservanza. Infatti, in primo luogo non esiste “la” proporzionale, ma diverse varietà di leggi elettorali proporzionali, con clausole di accesso al Parlamento e di contenimento/riduzione della proporzionalità dell’esito, la variante tedesca essendo sperimentatamente la migliore. In secondo luogo, il Porcellum era un sistema elettorale proporzionale più o meno distorto dal premio di maggioranza. Nel 2006, il 70 per cento dei parlamentari fu eletto con riferimento proporzionale ai voti ottenuti dai loro partiti; nel 2008, addirittura l’85 per cento furono eletti proporzionalmente e nel 2013 di nuovo il 70 per cento. In realtà, renziani et al desiderano un premio che distorca la rappresentatività dell’esito e consenta che il partito (oppure, meno probabile, la coalizione) che ottenga più voti venga premiato con un numero di seggi che lo porti alla maggioranza assoluta. Il sistema rimarrebbe di fatto proporzionale, alla distorsione della rappresentanza si arriverebbe con quello che, in maniera chiaramente manipolatoria, è definito premio di governabilità. Dove (dovrei precisare, ma per chi nulla sa e nulla legge di scienza politica, la precisazione suona pedantesca, in quale libro in quale manuale?) sia scritto che la governabilità si conquista riducendo/comprimendo la rappresentatività rimane molto misterioso. Quindi, attenzione, i renziani non vogliono affatto un sistema elettorale maggioritario né di tipo inglese né di tipo francese, entrambi essendo molto competitivi e, quel che più conta, entrambi richiedendo collegi uninominali. Né Renzi né Berlusconi desiderano un sistema elettorale non soltanto fondato sulla competitività, ma che non consentirebbe loro di nominare i rispettivi parlamentari.

È in questa chiave che si può capire quanto strumentale sia l’indicazione da parte di Renzi del Mattarellum. La prova provata è che le giornaliste renziane si affrettano ad aggiungere che Renzi lo propone, ma nessuno lo vuole: quindi, già morto. Il fatto è che le proposte di riforma elettorale attualmente giacenti nella Commissione Affari Costituzionali della Camera sono trenta, dieci delle quali presentate da deputati del PD. Se il Mattarellum fosse davvero la proposta ufficiale del Partito Democratico, il capo del Partito, anche se non ancora segretario, avrebbe dovuto sconsigliare la proliferazione e il capogruppo da lui voluto avrebbe già dovuto invitare al ritiro di proposte che intralciano l’iter del Mattarellum. Nel frattempo, viene avanzata l’ipotesi di un blitz di approvazione del Mattarellum alla Camera per forzare la mano al Senato oppure, più probabilmente, per dimostrare che sono gli altri a non volere il Mattarellum e per chiedere elezioni anticipate, altra stupidaggine poiché senza leggi elettorali abbastanza omogenee le elezioni anticipate porterebbero a quella Weimar che, incuranti dell’assurdità del paragone, alcuni commentatori ventilano come futuro dell’Italia. In questo caso, un futuro agevolato dai comportamenti di Matteo Renzi e dei suoi sostenitori che preferiscono portare il sistema politico nell’ingovernabilità se non riescono a riconquistare il governo.

Quanto alle sentenze della Corte Costituzionale su Porcellum e Italicum, è egualmente sbagliato tanto addossare ai giudici la responsabilità di avere in definitiva scritto, fra taglia e cuci, una legge proporzionale che, invece, è l’esito inevitabile del disboscamento di quanto di palesemente incostituzionale i sedicenti riformatori avevano lasciato o inserito nell’Italicum quanto decidere che i paletti posti dalla Corte obblighino ad andare in una specifica direzione, essenzialmente proporzionale. La Corte ha detto quello che non bisogna fare. Al Parlamento spetta stabilire che cosa è meglio fare per ottenere una buona legge elettorale che non dia, al momento, vantaggi e non configuri svantaggi per nessuno. Con due o tre ritocchi, il Mattarellum può sicuramente essere una legge di questo tipo. Altrimenti, come Giovanni Sartori, dal quale traggo anche questo insegnamento, non si stancava di sostenere, il sistema migliore nelle condizioni date è il doppio turno in collegi uninominali. E basta.

Pubblicato il 8 aprile 2017

“Non assolvo il popolo” Dialogo tra la Società Giusta e il Popolo apatico

Un Popolo apatico che vagava in qua e in là arrabbiato e senza meta, vide da lontano un busto piccolissimo che da principio immaginò dovere essere di plastica a somiglianza dei manichini degli Ipermercati. Ma fattosi più da vicino, trovò che era una donna esilissima seduta in terra, col busto ritto e fiero, il dorso e il gomito appoggiati a una pila di libri, il volto bello e terribile, che lo guardava fissamente.

Popolo: Chi sei? Perché mi scruti? Cosa cerchi?

Società Giusta: Il mio nome è Società Giusta, sono la madre della politica e di tutte le decisioni collettive sovrane.

Popolo: Non m’interesso di politica. La politica mi disgusta.

Società Giusta: Anche a me sempre disgustano le brutte decisioni che la politica produce. Ma la politica è pur sempre (quasi) tutto quanto avviene in città. Se non te ne interessi, fai male a te stesso e ai tuoi concittadini.

Popolo: La politica è troppo complicata per me.

Società Giusta: Complicata? I tuoi genitori ti parlano di politica? Parli di politica con i tuoi figli e con i tuoi amici?

Popolo: I miei genitori non sanno nulla di politica e non ne vogliono sapere. Con i figli parlo poco, solo del lavoro che non trovano, con gli amici parliamo di calcio, di immigrati, di criminalità.

Società Giusta: Qualcuno ha fatto carriera politica sfruttando le squadre di calcio. Chi pensi che debba affrontare e risolvere il problema del lavoro che non c’è, della criminalità che c’è fin troppo e dell’immigrazione che cresce?

Popolo: Tocca a loro, ai politici. Li paghiamo già fin troppo e non fanno niente. Fannulloni, sono tutti eguali, vadano a lavorare.

Società Giusta: Quei politici li hai eletti tu, popolo. Anche se non sei andato a votare personalmente, saranno stati i tuoi amici a farlo. Sostanzialmente, popolo, hai il governo che ti meriti.

Popolo: Non è il “mio” governo. Non l’ho mai votato. Sono tutti eguali. Tutti promettono. Nessuno mantiene. Ho deciso di votare nessuno.

Società Giusta: se non ti piace nessuno, se li vuoi sostituire tutti, dovresti impegnarti in qualche attività politica, magari a livello locale.

Popolo: Non me l’ha mai chiesto nessuno di impegnarmi. Non saprei come quando con chi associarmi.

Società Giusta: ma non sei tu e i tuoi amici che, qualche volta canticchiate Gaber: “la libertà e partecipazione”? e allora?

Popolo: È un motivetto orecchiabile, ma se facessimo atti di partecipazione finisce che loro credono di godere del nostro sostegno. Astenendoci mandiamo un messaggio forte. Li delegittimiamo.

Società Giusta: ma quando mai l’astensione ha delegittimato chi ottiene voti! Non ti ricordi che nelle elezioni regionali dell’Emilia-Romagna nel novembre 2014 votò soltanto il 37,70% (contro il 68% delle precedenti), ma il Governatore si è insediato, ha nominato la sua giunta, agisce e nessuno si ricorda più di quell’espressione di enorme e diffusa insoddisfazione. No, troppo spesso l’astensionismo è la soluzione dei pigri, dei pavidi, dei menefreghisti. Non sai, popolo, che l’art. 48 della Costituzione afferma che il voto è un “dovere civico”?

Popolo: ma se non ho abbastanza informazioni sulla politica, sui partiti, sui candidati e non trovo il tempo per partecipare come potrei influenzare l’esito delle elezioni e le decisioni politiche?

Società Giusta: Proprio per questo ti condanno. Non ti sei interessato alla politica, anche se qualcuno fra i tuoi amici te lo chiedeva; non ti sei informato sulla politica, anche se qualcuno fra i tuoi amici e conoscenti voleva informarti; non hai voluto partecipare ad attività politiche, anche se hai parenti, amici, relazioni, persino sul tuo luogo di lavoro, che un po’ di politica la fanno. Ti sei condannato a non avere nessuna influenza sulle “cose della tua città”. I cattivi cittadini come te sono responsabili della vita descritta dal grande filosofo politico Thomas Hobbes: “solitaria, povera, cattiva, brutale e breve”. Ti condanno, popolo apatico e antipolitico, perché da cattivo cittadino hai reso più difficile la vita dei buoni cittadini che cerca(va)no di migliorarla anche per te. Ti condanno a continuare a vivere la tua vita egoista e autoreferenziale, grigia e triste e a lamentartene.

Pubblicato il 5 aprile 2017 su TerzaRepubblica.it

Era il maestro, diffidate degli imitatori #GiovanniSartori

Non sarei dove sono, non sarei quello che sono se non avessi incontrato Giovanni Sartori un giorno di metà dicembre 1967 quando alla Facoltà “Cesare Alfieri” di Firenze avvenne la selezione per i borsisti del Centro Studi Politica Comparata da lui appena fondato. Abbiamo a lungo scherzato su quell’occasione alla quale, rientrato da un anno di studio negli Usa, mi presentai, ben preparato, per l ‘esame, ma, soprattutto con un elegantissimo cappotto blu lungo, com’era la moda di quell’anno. Ancora nell’ultima occasione in cui ci siamo visti, tre settimane fa, Sartori lo ricordava, aggiungendo che anche la lunghezza dei miei capelli era un tratto distintivo, ma che, insomma, il mio esame era stato sorprendentemente buono. Ho imparato moltissimo da Sartori e ho ricevuto moltissimo da lui, non per sua particolare generosità, ma perché era uno studioso originale, sistematico, esigente. Le sue critiche erano dure e motivate. Le sue richieste di miglioramenti imperiose. Voleva un impegno costante e dedizione alla ricerca e all’insegnamento. Nei miei cinque anni fiorentini facemmo molte cose insieme, la più importante fu la Rivista Italiana di Scienza Politica, lui direttore, io redattore capo, non senza vivaci contrasti (dai quali uscivo regolarmente sconfitto).

Sartori ha rifondato la scienza politica in Italia, introducendola come materia, anche grazie all’appoggio di Norberto Bobbio (il relatore della mia tesi di laurea) e di Gianfranco Miglio, nell’ordinamento delle Facoltà di Scienze Politiche. Esaurito questo compito molto impegnativo che si tradusse anche nell’attivazione degli insegnamenti di Scienza politica nelle più importanti sedi: Firenze e Bologna, Torino e Milano, decise di accettare la più prestigiosa offerta fra quelle pervenutegli dall’Inghilterra (Oxford) e dagli Usa. Nel 1976 se ne andò a Stanford per tre anni, poi gli fu affidata la Albert Schweitzer Chair in the Humanities alla Columbia University dove rimase fino alla pensione (1995) divenendone Emerito.

Spesso si dice che persino i grandi studiosi in definitiva scrivono un unico libro e poi elaborano idee e approfondimenti intorno a quella stessa tematica. Non è affatto questo il caso di Sartori. Ha scritto almeno tre grandi libri. Democrazia e definizioni (1957) è uno straordinario saggio di teoria, filosofia e scienza politica che gli diede grande fama e che è stato non solo un best-seller, ma un long-seller. Di democrazia ha continuato a scrivere per cinquant’anni. Il suo libro Parties and party systems (1976) è un classico che nessuno studioso dei partiti può permettersi di ignorare. Fu tradotto in molte lingue, non in italiano. Ho assistito alle sue reazioni disgustate quando leggeva qualche prova di traduzione e cercavo di spiegargli che “Sartori non può essere tradotto in italiano. Solo lui stesso può farlo. Nessuno può neppure lontanamente riuscire a imitare il suo stile”. Scherzando, ma non troppo, si lamentava che, naturalmente, i cinesi non avevano nessuna intenzione di pagargli i diritti d’autore. Un’irritazione di tipo diverso gli era causata dall’ignoranza dei sedicenti riformatori elettorali e istituzionali italiani. Fin quando poté li sbeffeggiò (sì, questo è il verbo giusto) nei suoi brutali (anche questo è l’aggettivo giusto) e letali editoriali sul Corriere della Sera. Il suo libro Ingegneria costituzionale comparata (1994), variamente ripubblicato, con aggiunte, dal Mulino, è da vent’anni il testo con il quale si confrontano tutti gli studiosi che nel mondo anglosassone e latino-americano si sono occupati di democrazia e riforme costituzionali.

Invitato nel 1969 a collaborare al Corriere della Sera dal suo collega Giovanni Spadolini, diventatone il direttore, Sartori sfruttò l’occasione con grande soddisfazione e gusto. Molti furono i bersagli delle sue due nitide colonne di prima pagina, ma Berlusconi con il suo monumentale conflitto d’interessi lo obbligò a mettere in evidenza che cos’è il liberalismo come tecnica di separazione dei poteri, di autonomia delle istituzioni, di freni e contrappesi, di non commistione fra affari privati/personali e cariche pubbliche, non da ultimo come stile di governo. Raccolse i suoi editoriali nel libro Il Sultano (Laterza).

L’uomo Sartori non era accondiscendente con nessuno. Voglio chiudere con le sue parole scritte come premessa a un libro dedicatomi: “Tra cattivi caratteri forse il peggiore è il suo”. Senza forse Giovanni Sartori è stato il più grande scienziato politico dei suoi tempi.

Pubblicato il 5 aprile 2017 su Il fatto Quotidiano 

La legge elettorale: volàno per la democrazia #Firenze 8aprile ore 10

La legge elettorale: volàno per la democrazia

conducono Sandra Bonsanti e Marco Modena

Relatori

Stefano Merlini – Professore Ordinario di Diritto Istituzionale

Gianfranco Pasquino – Professore Emerito di Scienza Politica

Andrea Pertici – Professore Ordinario di Diritto Costituzionale

Sabato 8 aprile 2017
Palazzo del Pegaso, Auditorium – Via Cavour 4, Firenze
ore 10.00 – 13.00

L’accesso sarà consentito, previa esibizione di valido documento di identità, nei limiti dei posti previsti ai sensi della normativa in materia di sicurezza

Gruppo Consiliare Regione Toscana Sì Toscana a Sinistra

INVITO Pragmatismo/Ideologia #SestoSanGiovanni #Milano 6 aprile ore 21

Le parole sono importanti

Quattro incontri per restituire ad alcune parole molto usate, e talvolta abusate, un più ampio e articolato significato

Giovedì 6 aprile ore 21
Gianfranco Pasquino, professore di Scienza Politica parla di
Pragmatismo/Ideologia
con Rita Innocenti

Villa Puricelli Guerra
via Puricelli Guerra, 24
Sesto San Giovanni – Milano