Home » Uncategorized (Pagina 215)
Category Archives: Uncategorized
Il silenzio prima della corsa
Non tutte le strade portano a Roma. Però, chi vuole andarci sa che deve attivarsi fin da adesso. Tranquillini continuano a essere i parlamentari e i potenziali candidati di Forza Italia. Sanno, da sempre, che le candidature si decidono ad Arcore. Abbastanza chiara è la “classifica” delle candidature possibili per Fratelli d’Italia. Esiste già qualcuno con giustificate ambizioni che, quasi certamente, saranno ricompensate. Nessuna inquietudine o fibrillazione fra i leghisti. Praticamente tutto dipende da Salvini il quale sa che la Lega deve rappresentare il territorio scegliendo candidati che dal territorio emergono e che nel territorio si cercheranno i voti. Nella misura del possibile questi criteri hanno funzionato soddisfacentemente nel passato e non c’è ragione per modificarli. Le primarie la Lega le chiede soltanto per il leader dell’eventuale coalizione, già sarebbe un’enorme novità, non per i candidati al Parlamento. Forse ammaestrati dalle loro precedenti, pochissimo frequentate, “parlamentarie”, alle 5 Stelle toccherà decidere se ripeterle in meglio, con meccanismi più partecipati, più coinvolgenti, più mobilitanti, oppure innovare. Sanno di avere una grande responsabilità poiché gli osservatori vedono le Cinque Stelle alle soglie del prossimo governo che soltanto parlamentari preparati e competenti saranno in grado di sostenere e di controllare adeguatamente.
Altrettanta attenzione è concentrata sul vero concorrente delle 5 Stelle: il Partito Democratico. Qualcuno ricorderà, anche se la smemoratezza sembra in questi giorni la qualità più visibile nel Renzi che aveva promesso di lasciare e nella Boschi che aveva collegato la sua carriera alle riforme costituzionali sonoramente bocciate il 4 dicembre, un enfatico proclama renziano: la nuova classe dirigente del Partito Democratico emergerà dai Comitati del Sì. Non ho visto molto fervore, molto impegno e molta originalità nella costituzione di quei comitati. Non ho neppure incrociato giovani che volessero promuoversi pancia a terra per difendere le riforme renzian-boschiane, ma ho riscontrato l’attivismo di chi, renziano, spera/va di rientrare in gioco. Fra i Democratici chi già sta in parlamento farebbe a meno di eventuali primarie, sapendo quanto poco rispettose dei diritti di tutti i partecipanti sono state quelle del dicembre 2012. Chiarissimo è che nel PD è in corso, in parte al buio, un riposizionamento delle e nelle correnti. Stretti fra il Congresso prossimo venturo e la legge elettorale, non “ottima” come Renzi e Boschi sostennero senza mai essere contraddetti, i “parlamentabili” democratici tacciono. E’ plausibile pensare che il loro silenzio sia tale anche perché di politica e politiche hanno poco da dire.
Pubblicato il 15 dicembre 2016
Continuità con limiti e difficoltà
Non è stato molto difficile per il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella risolvere la crisi di governo aperta dalle dimissioni di Renzi. Infatti, il nome di Paolo Gentiloni, Ministro degli Esteri del governo dimissionario, era emerso molto nettamente anche dalle totalmente irrituali consultazioni parallele che Renzi aveva condotto a Palazzo Chigi. In altri tempi, nessun Presidente del Consiglio dimissionario si sarebbe mai permesso un comportamento di questo genere, palesemente teso a influenzare il Presidente della Repubblica alle cui consultazioni il segretario del PD non è neppure andato. Poiché capo del partito che ha un’ampia maggioranza, ingrassata dal premio in seggi, alla Camera dei deputati, era assolutamente evidente, e persino accettabile, che Renzi sarebbe riuscito ad influenzare sia la scelta del suo successore sia il perimetro della coalizione di governo. Infatti, grazie ai numeri complessivi dei gruppi parlamentari del PD e a quelli dei suoi sostenitori in Assemblea e in Direzione, pure scontando le defezioni di coloro che, scarsamente renziani, già si posizionano per il futuro, Renzi avrebbe comunque potuto impedire la formazione di un governo sgradito. Tuttavia, in assenza di una legge elettorale rapidamente utilizzabile, un qualche governo sarebbe dovuto nascere.
Respinta l’ipotesi di un governo istituzionale che, da un lato, non avrebbe potuto controllare, dall’altro, avrebbe necessitato del sostegno del PD, con rischi di logorio, Renzi ha giocato la carta Gentiloni. Timoroso di qualsiasi scioglimento immediato, Alfano si è subito dichiarato disponibile a continuare a fare parte della maggioranza. La novità è che il gruppo ALA (Alleanza Liberalpoolare-Autonomie), 18 senatori e 16 deputati, guidato da Verdini, ha annunciato di volere entrare a vele spiegate nel nuovo governo. Si andrebbe così a configurare un embrione di Partito della Nazione. Resta da vedere se Gentiloni vorrà o sarà costretto a offrire dei ministeri ai verdiniani e se e quanto le minoranze interne del PD si opporranno alla tutt’altro che marginale ridefinizione della maggioranza di governo.
Da adesso, imperversa, come si dice, il totonomi, ma sottolineo, da un lato, che i ministri del PD dovranno tutti ottenere il beneplacito di Renzi che sembra avere già fatto sapere che anche il suo potente sottosegretario Luca Lotti deve stare dov’è soprattutto in vista delle nomine in una serie di enti. Dall’altro, che Gentiloni deve rappresentare la continuità e, nonostante che il Presidente della Repubblica abbia affermato chiaramente che il nuovo governo godrà della “pienezza dei poteri”, la sua operatività ha limiti certi, quantomeno non contraddire nessuna delle politiche pubbliche renziane. Punteggiata dalla celebrazione di eventi internazionali, il più importante dei quali è il sessantesimo anniversario del Trattato di Roma, 25 marzo 2017, vero inizio del percorso che ha portato all’Unione Europea, la durata del governo Gentiloni potrebbe non essere così breve come viene ipotizzato.
Indubbiamente, non sarà affatto facile scrivere nuove leggi elettorali per Camera e Senato che tengano conto delle preferenze, spesso contrastanti anche all’interno della prossima maggioranza di governo. Tuttavia, l’inconveniente più grave per il governo Gentiloni deriva dai tempi che Renzi imporrà al suo partito per svolgere il prossimo (e decisivo, almeno per lui) Congresso. Chiunque vinca quel Congresso, Gentiloni sarà a rischio poiché lo Statuto del PD contiene la norma che stabilisce che il segretario è il candidato alla carica di Presidente del Consiglio. Se, infine, è giusto interrogarsi se siamo tornati ai riti, alle dinamiche, alle problematiche della cosiddetta Prima Repubblica, la risposta è che chi ha creato i problemi, a cominciare dalla cattiva legge elettorale e dalle brutte riforme costituzionali, è responsabile di questa parziale regressione. La vera preoccupazione è che gli attuali componenti della classe politica, Gentiloni compreso, non sembrano avere le competenze di chi ha guidato la Prima Repubblica. La soluzione non potrà venire automaticamente e esclusivamente da una buona legge elettorale.
Pubblicato AGL il 12 dicembre 2016
Rifare l’Ulivo … prima si riporti il timone a sinistra
Intervista raccolta da Francesco Lo Dico
Dopo il flop al referendum, il Nazareno è in piena fibrillazione. Lungo la faglia del sisma del 4 dicembre, i maggiorenti del Pd misurano oggi la distanza che separa la segreteria democrat dalle istanze giovanili e dalle tante, troppe periferie del Paese. Sicché, ha destato umori contrastanti la proposta dell’ex sindaco di Milano, Giuliano Pisapia. Il quale guarda al “soccorso rosso della sinistra, senza trattino, come alla soluzione per restituire un orizzonte politico credibile a quel centro sinistra renziano, via via scivolato verso il Partito della Nazione, sulla spinta del celebre 40 per cento raccolto alle Europee.
La voglia di inumare di nuovo il seme dell’Ulivo nel campo del Pd, è insomma tanta, e ha trovato anche ieri in queste pagine la solidarietà di Cesare Damiano “Ma reinnestare l’Ulivo nello schema del Nazareno renziano, è un’operazione destinata allo smacco”, riflette Gianfranco Pasquino. “Pensare di restaurare l’antico quadro d’azione messo in atto nel’96 – ragiona il professore di Scienze politiche all’Università di Bologna – è in questo momento semplicemente surreale”.
Il voto sembra avvicinarsi a grandi passi professore. Troppo poco tempo per ragionare su uno schema di centrosinistra, come quello realizzato ormai 20 anni fa?
Ho sentito Prodi sostenere che il parroco non torna mai nella stessa chiesa dove diceva messa. E d’altra parte, della parrocchia dell’Ulivo in molti hanno detto di non aver più bisogno. Lo ha ribadito anche Parisi: dell’Ulivo non c’era più bisogno, perché l’Ulivo era diventato il Pd. Ora invece si invoca un ritorno all’antico. Francamente non capisco, credo che al Nazareno più di qualcuno sia frastornato.
Dopo il 40% delle europee, si pensava all’autosufficienza. Comunali e referendum hanno evidenziato che viviamo in uno schema tripolare.
Quello dell’autosufficienza è stato un mito coltivato senza fortuna. Non esiste partito d’Europa che può ambire a tanto, eccezion fatta per la Gran Bretagna che conta su caratteristiche peculiari. Il Pd sperava di appoggiarsi all’Italicum del doppio turno e del premio di maggioranza per regalarsi l’autarchia. Ma nella realtà dei fatti ha dovuto imbarcare Verdini e i centristi di Ncd per governare, salvo poi scoprire man mano che aveva spianato la strada all’autosufficienza degli altri, i grillini.
C’è da preparare il futuro, in un modo o nell’altro. Il Pd deve guardare al modello Pisapia per ripartire?
Mi incuriosisce la sua apertura. Aveva fatto sapere che era stanco, e non sentiva di avere forze adeguate per un secondo mandato a Milano. Salvo ora aver ritrovato energie per tentare di rimettere insieme le forze a sinistra del Pd. Se il tentativo possa funzionare, lo si potrà desumere soltanto dai termini dell’eventuale accordo individuato. Ma la cosa certa è che se si fa del mondo a sinistra del Pd, una sorta di sidecar per tentare di imbarcare qualche voto in più, l’operazione è destinata al fallimento.
Quali sarebbero le precondizioni per fare funzionare il progetto?
Innanzitutto il tempo e la riflessione. Inutile precipitare la data del voto, se non si comprende in quale direzione andare, e come invertire la rotta. Occorre tracciare una mappa precisa, prima di fare un lungo viaggio: comprendere quali politiche attuare per ridurre le diseguaglianze e far ripartire lo sviluppo,ad esempio.
Renzi e gli altri spingono per il voto. L’impulsività della politica nuoce alla politica?
Il premier contava di realizzare il Partito della Nazione, convinto di ancorare il partito al centro invece che a sinistra. Non è andata bene. E ha detto che se avesse perso il referendum, avrebbe lasciato la politica. Non voglio sostenere che dopo dieci anni il Pd debba ricominciare da zero. Ma che debba ripensare se stesso, certamente sì. Specie nell’ottica di riaccreditarsi come una forza di centrosinistra.
Per resuscitare l’Ulivo, serve quindi un cambio della guardia al Nazareno?
Non c’è alcun dubbio. Occorre una nuova leadership che guardi a sinistra, se si pensa che la soluzione sia a sinistra. Il Pd dovrebbe individuare per la guida del Paese, da qui alle elezioni, una figura da testare sul campo e sulla quale puntare eventualmente anche per le politiche. Un uomo capace di ridare voce e spazio agli altri, nell’ottica di una leadership inclusiva che si riconcili con tutte le anime della sinistra, e soprattutto con il Paese.
Pubblicato il 9 dicembre 2016
Ulivisti, riflettete sul passato e andate oltre
I nostalgici dell’Ulivo sono fra i perdenti di un referendum che hanno maldestramente e tardivamente appoggiato con riferimento a loro vaghe tesi istituzionali di vent’anni fa. Qualcuno vuole riesumare un’esperienza mal guidata e sconfitta. Meglio di no.
Crisi di governo: occasione di innovazione e creatività o ribollita?
Le crisi di governo potrebbero essere occasioni di innovazione e di creatività. Se finiscono in un re-incarico di un Primo ministro che si è dimesso per una volta tenendo fede ad una promessa, saremo di fronte ad una minestra malamente riscaldata, ad una indigeribile ribollita.
Scenario istituzionale post-referendum 12 dicembre ISIT Cento #Ferrara
GIANFRANCO PASQUINO
Professore emerito di scienza politica all’Università degli Studi di Bologna
attualmente James Anderson Senior Adjunct professor alla SAIS-Europe di Bolognaparlerà
all’ISIT “Bassi-Burgatti” di Centodello
Scenario istituzionale post-referendum
Elezione e poteri della Camera dei deputati e del Senato della repubblica
Dialogo immaginario al Quirinale
Abbiamo fortunosamente potuto ascoltare quanto si sono detti il Presidente Mattarella e il Presidente Emerito nonché Senatore a vita, già Ministro degli Interni e Presidente della Camera dei deputati (1992-1994) Giorgio Napolitano.
Mattarella. Ti ho invitato alle consultazioni perché, caro Giorgio, te lo dico subito: tu sei parte del problema. Non ti pare di avere esagerato con l’appoggio a Renzi e alle sue riforme costituzionali che erano piuttosto brutte e malfatte?
Napolitano. Il Presidente del Consiglio si è fatto prendere la mano dalla sua irruenza. Ho dovuto richiamarlo usando il mio linguaggio, che tu sai essere soffice e felpato, rimproverandolo per “forse, un eccesso di personalizzazione politica”. Però, aveva ragione Pasquino (ma non farglielo sapere perché si monterebbe la testa), quando lo accusava di plebiscitarismo. Renzi ha poi addirittura sostenuto che queste erano le “mie” riforme. Davvero troppo. Non mi aspettavo una sconfitta così bruciante che, ahimé, ha intaccato anche il mio prestigio
Mattarella: Già, Pasquino. Lo conosco. Sostiene che sarebbe utile fare rivivere il mio sistema elettorale Mattarellum. Potrebbe persino avere ragione. Comunque, caro Giorgio, adesso ti tocca suggerirmi il modo di uscire da questa crisi di governo. Come te, neppure io vorrei procedere allo scioglimento del Parlamento. Elezioni immediate, come ne parlano troppi commentatori incompetenti e qualche politico la cui ambizione è molto al di sopra della sua conoscenza della Costituzione, non sono praticabili. Per di più, non posso ricorrere alla soluzione del governo tecnico che tu t’inventasti con quel colpo di genio di nominare Mario Monti senatore a vita per poi metterlo alla Presidenza del Consiglio. Una soluzione di questo tipo me l’hai bruciata.
Napolitano: Non la rifarei neppure io dopo che Monti contro le mie aspettative e i miei suggerimenti decise di “salire in politica” facendo saltare con il cattivo esito della sua lista Scelta Civica qualsiasi possibilità di succedermi alla Presidenza della Repubblica e, di fatto, complicando quelle elezioni e gli avvenimenti successivi.
Mattarella: Sono incline a cercare una soluzione non pasticciata che consenta di concludere la legislatura a febbraio-marzo 2018 come d’altronde, glielo ricorderò, eccome, ha più volte dichiarato lo stesso Renzi. Credi che sia possibile?
Napolitano: Possibile forse, doveroso senz’altro, ma, attenzione, il fiorentino è pieno di energie e ha un surplus di ambizione tale che non posso escludere che si metta di traverso a qualsiasi soluzione che non contempli un suo ruolo rilevante. Consultati in maniera ovattata anche con qualche sub leader del PD, Franceschini, Bersani (o chi per lui, non Cuperlo…), Delrio per sapere se sarebbero in grado di tenere a bada Renzi e, ma io non te l’ho detto, di sfilargli il partito. Fai sì che sia Renzi in un sussulto da “statista” a indicare/designare il suo successore a Palazzo Chigi garantendogli il sostegno convinto del Partito Democratico.
Mattarella: Condivido, ma non sottovaluto i colpi di coda di un perdente che voglia mantenere, premuto da tutti i suoi collaboratori che, mediocri assai, non vogliono tornare nell’ombra, un ruolo visibile per risorgere nel 2018: una specie di “rieccolo” alla Fanfani, altra tempra altra statura (oops, non voglio scherzare) politica, e che quindi prepari non poche imboscate parlamentari. Rimane poi il problema di quale maggioranza sosterrà il nuovo Presidente del Consiglio.
Napolitano: Credo che Alfano e sicuramente Verdini sarebbero disponibili. Qualche aiutino verrebbe sicuramente dai parlamentari, non quelli che non sono ancora giunti al vitalizio (che brutta quest’accusa che puzza di antipolitica), ma quelli che sanno che non riusciranno a farsi ricandidare. Se cambiano tutti i ministri, condizione che devi porre a chiunque tu dia l’incarico, forse salvando, per ragioni di opportunità europee, il solo Padoan, una sferzata di energia e d’impegno a provare le loro competenze potrebbe spingere il nuovo governo almeno fino all’autunno 2017. Superare Natale dovrebbe essere del tutto possibile.
Mattarella: Quindi, mi suggerisci un politico? Vent’anni fa avrei dato l’incarico proprio a te. Adesso vorrei evitare candidature istituzionali. D’altronde, né Grasso né Boldrini hanno caratura politica e tecnica tale da essere ineccepibili. Al momento non intravvedo nessun uomo e nessuna donna, che sarebbe una grande novità, provenienti dalla società all’altezza della sfida. Neppure guardando all’Europa troveremmo politici di alto livello da reclutare: un obiettivo impossibile. I vincitori del referendum con il loro schieramento variegato e diffuso (nota che evito il termine “accozzaglia” che non sta nel mio lessico e nel mio stile) sono privi di personalità “presidenziabili”. Insomma, non mi resta che procedere a cercare con il lanternino nel litigioso convento del Partito Democratico un leader dalle buone maniere, non antagonizzante, consapevole dei suoi limiti, disposto a entrare nella storia politica di questo paese avendo guidato il governo anche solo per un anno o poco più.
Napolitano: Concordo, ma ribadisco: fattelo suggerire il nome, non dal “Corriere della Sera” e non da “Repubblica” (meno che mai da Eugenio Scalfari), ma da Renzi, chiedendogli di continuare a giocare alla playstation con i figli per consentire che i parlamentari del PD si comportino in maniera responsabile di fronte al paese.
Pubblicato AGL il 9 dicembre 2016




