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Renzi, drop your guns

Larivistailmulino

La popolarità del governo Gentiloni sembra leggermente in crescita, ma il suo futuro continua a essere oscuro. Tutti i retroscenisti, ma anche troppi commentatori orfani/e di Renzi sondano le intenzioni dell’ex-capo del governo, che aveva annunciato il suo ritiro dalla politica se avesse perso il referendum. Invece, adesso preannuncia il suo ritorno lasciando che in maniera quasi rassegnata i suoi collaboratori sostengano che elezioni anticipate il prima possibile sono l’unica soluzione ai mali prodotti da coloro che hanno votato NO. In un paese decente, giornalisti/e, autorità, parlamentari dovrebbero attenersi ai fatti e alle regole del gioco. Prima fondamentale regola: il governo, qualsiasi governo rimane in carica non ad libitum di qualcuno, neppure a piacimento del segretario di un partito (roba, direbbero molti, spregiativamente, “da Prima Repubblica”), ma fintantoché quel governo è operativo. Comunque, nessun segretario di partito, non nella Prima Repubblica, tantomeno nella “Seconda”, gode della prerogativa autonoma di imporre lo scioglimento anticipato al Presidente della Repubblica, il quale è l’unico ad avere il potere costituzionale di deciderlo. In caso di crisi di governo, il Presidente della Repubblica ha sempre il dovere costituzionale di “sentire” i Presidenti di entrambe le camere per sapere se esiste la possibilità di dare vita a un altro governo, purché non sia un governo qualsiasi, ma prometta di funzionare, di fare “cose”, e molte sono le cose domestiche ed europee che il governo italiano deve fare. Altrimenti, sarà il Presidente a tenere le consultazioni con i capi dei partiti. Non bisognerà mai più assistere a raccapriccianti consultazioni parallele come quelle ostentatamente fatte da Ronzi nel dicembre 2016 (e che, purtroppo, nessuno gli ha dura(tura)mente rimproverato). Un altro governo potrebbe anche diventare, alla prova dei fatti, quello che conduce il paese alle elezioni, meglio se alla scadenza naturale del Parlamento: febbraio-marzo 2018 (data più volte indicata da Renzi stesso).

L’ostacolo ora e, presumibilmente, anche dopo la attesissima sentenza della Corte Costituzionale, è l’inesistenza di una legge elettorale immediatamente utilizzabile, ma, anche se esistesse la legge per la Camera, consultellum o miniItalicum, bisognerebbe pure scrivere quella per il Senato, prematuramente e colpevolmente già dato per defunto dagli improvvidi riformatori costituzionali. Quindi, qualsiasi discussione sul ritorno alle urne appare contare su tempi che non sono né scontati né prevedibili. Allora perché se ne discute fin dal giorno stesso in cui venne creato il governo Gentiloni? L’unica interpretazione possibile, certamente quella con più solide basi, è che l’ex-Presidente del Consiglio Matteo Renzi non stia sereno. Senta che più il tempo passa meno è probabile che l’elettorato lo premi per non si sa quali meriti pregressi e che il suo partito tragga vantaggi da un qualche sussulto post-referendario. Il segretario del Partito Democratico è palesemente meno interessato alla capacità del governo, nel quale lui stesso ha imposto la re-immissione di tutti i suoi ministri e ha addirittura premiato chi aveva contribuito alle riforme bocciate (Maria Elena Boschi e Anna Finocchiaro, la Presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato), di risolvere i molti problemi lasciati aperti dal suo malposto attivismo.

Il segretario del Partito Democratico non desidera nessun miglioramento nell’economia, nella società, nel sistema politico il cui merito finisca per essere attribuito al suo successore Paolo Gentiloni. Renzi guarda esclusivamente al suo interesse personale di rappresaglia/vendetta politica e di riconquista del governo. Tempo fa, Michele Salvati consigliò a Renzi di non prestare nessuna attenzione ai critici delle sue audaci attività invitandolo a insistere (in altri tempi si sarebbe detto a “tirare diritto”): “stick to your guns”. Oggi il suggerimento, che tenga anche conto della [referendaria]”responsabilità repubblicana”, tanto cara a Massimo Cacciari, dovrebbe essere, al contrario, quello di non ostacolare il governo Gentiloni, di sostenerne l’opera, di non minacciarlo con gravi conseguenze per l’Italia. Insomma, per il bene del sistema politico, della patria repubblicana: “Renzi, drop your guns”.

Pubblicato il 16 gennaio 2017 su La rivista il Mulino

In Europa: meno opportunismo, più convinzioni

Che cosa resta del tentativo di adesione di Grillo al gruppo parlamentare di Alleanza dei Liberali e Democratici per l’Europa e del netto rifiuto espresso da quel gruppo? Troppo facile soffermarsi sull’opportunismo politico del (non) leader del Movimento Cinque Stelle ratificato on line dal 78 per cento dei votanti i quali, evidentemente, sono disposti ad andare un po’ dovunque sulla scia del capo. Sarebbe bello potere aggiungere che in quel 78 per cento si sono espressi anche coloro che, forse, non sono anti-Unione Europea e neppure anti-Euro. Non lo sapremo. Già sappiamo, invece, che almeno due europarlamentari Cinque Stelle se ne sono andati dal gruppo, segno che si trovavano a disagio insieme con coloro, gli europarlamentari di Farage, che la Brexit l’hanno fatta e che coerentemente dovrebbero lasciare il prima possibile, vale a dire sei mesi fa (sì, proprio così) il loro scranno europeo. Oltre a sapere qualcosa su Grillo et al. abbiamo imparato che da qualche parte a Bruxelles c’è molto più di un europarlamentare che non è disposto a negoziare voti in cambio di cariche, principi in cambio di scatti di carriera. Certo, il Presidente dei Liberal-Democratici, il belga Guy Verhofstadt non fa parte degli immacolati se, come sembra fin troppo probabile, avrebbe usato quei diciassette voti degli europarlamentari a Cinque Stelle per rafforzare la sua non solida candidatura alla Presidenza del Parlamento europeo (il primo round di votazioni si terrà martedì 17 gennaio).

Troppo si discute della crisi dell’Unione Europea e delle sue istituzioni senza ricordare e evidenziare le cause di quella che, tecnicamente, non è una crisi, ma un groviglio di difficoltà: due di origine esterna e una tutta europea. Lo stato di costante difficoltà, seppure di diversa misura, delle economie europee è ancora conseguenza dei disastri bancari degli USA ai tempi di George W. Bush. L’impennata dell’immigrazione discende anch’essa in buona parte dalla guerra in Iraq voluta da Bush e sostenuta da Tony Blair con tutte le conseguenze sul mondo arabo, che non possono essere messe sotto controllo e portate a soluzione da nessuna grande potenza che operi da sola: né dagli USA né dalla Russia né dall’Unione Europea. Lasciando da parte l’attesa per le elezioni presidenziali francesi (maggio) e le parlamentari tedesche (settembre), la terza grande difficoltà dell’Unione Europea deriva dall’incapacità dei capi di governo degli Stati-membri di formulare politiche comuni lungimiranti, ma anche, talvolta, di rispondere rapidamente alle emergenze. Il luogo dell’impasse e di negoziati inconcludenti è il Consiglio dei capi di governo. Prendersela con la Commissione, criticando i tecnocrati e i burocrati, significa non sapere come funzionano le istituzioni europee e non conoscere la composizione della Commissione.

Nominata dai capi di governo, con il suo Presidente pre-designato dagli elettori europei che hanno dato la maggioranza relativa ai Popolari, indirettamente legittimando il loro candidato Jean-Claude Juncker, la Commissione è composta da persone, ex-capi di governo ed ex-Ministri degli Stati membri,che, al loro curriculum politico spesso aggiungono notevoli competenze specifiche che giustificano positivamente la qualifica di tecnocrati. Se il Consiglio è spesso luogo di conservazione dello status quo, la Commissione è il motore dell’Unione e ha imparato che può essere tanto più efficace quanto più viene appoggiata e sostenuta dal Parlamento europeo il quale, lentamente, ma gradualmente ha acquisito notevoli poteri di controllo e di legislazione. Oggi, la carica di Presidente del Parlamento non è soltanto prestigiosa. Può essere politicamente molto influente. Verhofstadt tentava di inserirsi nel duello italiano fra Antonio Tajani, candidato dei Popolari, e Gianni Pittella, candidato dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e Democratici.

Non provo neanche a suggerire che gli europarlamentari delle Cinque Stelle avrebbero potuto giocarsi la carta del voto per uno dei due italiani in cambio di un impegno serio su qualche politica davvero europea. Mi limito a concludere che il grave errore di Grillo, Casaleggio e i loro consiglieri ne ha ridimensionato l’influenza, il che probabilmente è un bene per tutti coloro che pensano e credono che l’Unione Europea è il luogo dove le convinzioni (europeiste) riescono a prevalere sulle convenienze (particolaristiche).

Pubblicato AGL il 17 gennaio 2017 con il titolo L’Unione diventa un groviglio

2017: los tres grandes desafíos

 

clarin

El año 2017 empezó trayendo consigo, pesadísimos e ineludibles, tres desafíos que marcaron todo el año 2016 y subsistieron incluso hasta su finalización, trágicamente (en Berlín y Estambul): el terrorismo, las desigualdades, la elección de Donald Trump. El terrorismo de matriz islámica —negar su motivación religiosa no sólo es absurdo sino también erróneo—, se ha convertido a esta altura en una constante en distintas zonas del mundo. Hay quien sostiene que en realidad este terrorismo está vinculado y es producto de lo ocurrido en Irak y Libia, y hoy, sobre todo, de la guerra civil en Siria. Sin negar la contribución de estas tres situaciones, nos equivocaríamos todos, dramáticamente, si olvidáramos cuántos son los hechos de terrorismo atribuibles y reivindicados por Al Qaeda antes de la guerra de Irak. No, el terrorismo nació antes de la letal decisión del presidente George Bush (secundado por Tony Blair) de entrar en guerra contra Saddam Hussein, abriendo una enorme caja de Pandora de conflictos étnico-religiosos adormecidos. Ese terrorismo, financiado por países árabes que se sienten amenazados y siguen estando bajo extorsión, está en condiciones de llevar a cabo ataques en muy diversos lugares de Europa, Estados Unidos, Oriente Medio y África. Sostener que cualquier atentado es obra de “lobos solitarios” significa subestimar dos elementos. El primero es que, de todas formas, hay hombres dispuestos a matar, al grito de “Alá es grande”, porque han internalizado los preceptos de la guerra contra Occidente. Segundo, que estos lobos solitarios, cualquiera sea el modo en el que se haya producido su radicalización —en los suburbios parisinos, en un barrio-gueto de Bruselas, en cárceles, en, mucho más raramente, centros de recepción de inmigrantes—, encuentran con rapidez el apoyo de otros hombres y mujeres que comparten con ellos sus objetivos. Nada de esto está destinado a desaparecer ni, mucho menos, a ser erradicado o superado en 2017. Afirmar que el terrorismo no cambiará nuestra vida de occidentales es muy hipócrita y de ninguna manera tranquilizador. Cualquiera que viaje en avión sabe cuánto, para peor, ha cambiado nuestra vida.

Algunos de nosotros estamos preocupados por las desigualdades y por su crecimiento abrumador porque preferimos una sociedad más justa en la distribución de la riqueza. Porque pensamos que cuando la riqueza, producida por patrimonios más que por el trabajo, se concentra cada vez más en las manos y en los fondos de inversión de pequeños porcentajes de la población de pocos países, no sólo de los más ricos (el fenómeno se produjo ya en China y se ha extendido incluso a India), la vida de demasiadas personas se vuelve insoportable. Sabemos que existe una relación estrecha entre bienestar y democracia. Creemos, sin embargo, que cuanto más equilibrada sea la distribución de los recursos, cuanto mejor esté vinculada a la igualdad de oportunidades, cuanto más surja de la posibilidad de tener un trabajo y de obtener de él los frutos merecidos, tanto más aceptable será la vida de todos. Las desigualdades injustificables minan la cohesión social, generan tensiones insoportables y no contribuyen de hecho al funcionamiento óptimo del sistema económico.

La escalada de las desigualdades se debe ampliamente a la victoria, que pareció definitiva, de la ideología neoliberal. Esa ideología no ha sabido mantener la otra campana de su promesa, vale decir, que la acumulación de riqueza en manos de un estrato social restringido se traduciría rápidamente en inversiones, en oportunidades, en aumento de la ocupación, en más recursos para todos. El desafío de contener y reducir las desigualdades que, naturalmente, no podrá ser resuelto en 2017, convoca a la causa sobre todo a la izquierda: a sus partidos, a sus movimientos, a sus intelectuales. No se requiere únicamente la redefinición del rol del Estado en la esfera económica, es decir, el relanzamiento de las medidas políticas y, me atrevería a decir, de la “filosofía” keynesiana. Se requiere la formulación de una nueva ideología que sepa mantener juntos keynesianismo y bienestar social en un mundo enormemente más complejo. Precisamente cuando es dinámica la economía produce y reproduce desigualdades. No le bastará al Estado con ser democrático para reducir esas desigualdades sin obstaculizar el desarrollo. Deberá convencer a la mayoría de la población de que actúa en función del interés colectivo, que sabe hacerlo porque es confiable y competente. Ésta es la tarea de una ideología que tiene una visión del mundo y habla no sólo al cerebro sino también al corazón de la gente.

El tercer desafío de 2017 es el más inesperado y el más imprevisible: el constructor chapucero, operador inmobiliario y empresario televisivo absolutamente desprovisto de toda experiencia y conocimiento político, Donald Trump, en la Casa Blanca. La presidencia Trump es un desafío, ante todo, a la democracia de EE.UU., a sus mecanismos, a sus estructuras, a sus ‘checks and balances’ (controles y contrapesos), incluso al principio cardinal del liberalismo (“la separación entre poder económico y poder político”). Es el desafío a los derechos civiles y políticos sobre los cuales se construyó, si bien entre conflictos, tensiones y discriminaciones, la democracia de Estados unidos. Es, por último, el desafío al actual desorden internacional del mundo. Sólo veo riesgos y peligros. Feliz Año.

Traducción: Román García Azcárate

Publicado el 12 de enero de, 2017

Le visioni aperte necessarie

Corriere di Bologna

Nella commemorazione di Dossetti, il Presidente Mattarella avrebbe potuto ricordare che neanche il consigliere comunale Giuseppe Dossetti fu soddisfatto dalla sua esperienza a Palazzo d’Accursio dove, pure, era il capo di un’opposizione “anti-sistema” al governo del PCI. Nella campagna elettorale e nelle proposte programmatiche, Dossetti e la sua squadra lasciarono un segno profondo in parte attuato dall’intelligenza politica del sindaco Dozza e da quello che, allora, era un vero partito politico. Certo, Dossetti merita di essere ricordato soprattutto per il suo percorso vita complessivo, per la sua testimonianza religiosa e per la sua visione ecumenica. Il Dossetti costituente, rallegratosi dal sonoro NO nel referendum di dicembre, che ha evitato modifiche peggiorative alla Costituzione, alla cui scrittura lui aveva contribuito, era un giurista di grandi qualità. Avrebbe apprezzato il richiamo elogiativo che Mattarella ha fatto di Irnerio e della sua importante scuola. L’ascesi dossettiana non impedì mai al monaco Dossetti di seguire in maniera vigilante, come la sentinella biblica da lui spesso richiamata, gli avvenimenti politici, non giorno dopo giorno, ma nella loro trama profonda. A Dossetti sarebbe specialmente piaciuto interloquire con Mattarella su due aspetti molto inquietanti della politica contemporanea.

Il Presidente ha opportunamente sottolineato, con chiaro riferimento a Dossetti, che le esperienze passate arricchiscono la storia presente e futura quando sono state lungimiranti, quando hanno avuto visione, quando hanno guardato, non il contingente, ma le prospettive della comunità di vita. Oggi, la comunità di vita riguarda, da un lato, l’accoglimento dei migranti, dall’altro, le modalità con le quali gli italiani sentano di rapportarsi all’Europa. L’art. 11 della Costituzione italiana è limpidissimo nel garantire asilo politico a tutti coloro costretti a lasciare paesi schiacciati da autoritarismi e guerre civili, ma come non interpretarlo estensivamente anche a favore di coloro che non hanno più possibilità di garantire una vita decente alle loro famiglie? Quanto ai risorgenti, in verità, mai scomparsi nazionalismi, il problema non consiste nel superarli, meno che mai cancellarli. Consiste nel combinare insieme la cittadinanza, le identità, i valori nazionali, degni di essere preservati, con la cittadinanza europea e i valori del progetto di unità politica che ha garantito decenni di pace e di prosperità. Tutto questo stava nel pensiero lungimirante di Dossetti e accompagna la visione che Mattarella espone con coerenza e affida fiducioso ai giovani che, nelle loro scelte di stare o di emigrare, meritano rispetto e sostegno. Parole di Presidente.

Pubblicato il 13 gennaio 2017

La “svoltina” delle cinque stelle

Corriere di Bologna

Per noi che sappiamo che la legge non è mai eguale per tutti e che vediamo, senza scandalo, che è variamente applicata, il cambiamento acrobatico di Grillo, approvato da una maggioranza russa (i bulgari hanno da tempo un sistema multipartitico competitivo), sul non automatismo delle sanzioni agli aderenti al Movimento non arriva di sorpresa. La nuova (non)regoletta è che gli avvisi di garanzia non avranno conseguenze per chi è incappato nei cosiddetti “rigori” della legge. Bisognerà aspettare, fiduciosamente, un’eventuale condanna in primo grado. Dopodiché, eventualmente, si potrà procedere alla critica nei confronti della magistratura che incrimina e poi assolve.

La “svoltina” di Grillo che, comunque, in quanto Garante massimo continuerà ad avere la prima e, come spesso vuole, l’ultima parola, merita due riflessioni. La prima concerne il Movimento nel suo insieme, da tempo oramai costretto a cambiare regole e procedure a fronte delle sfide del sistema politico. Non essendo finora riusciti a cambiare la politica sono costretti a lasciarsi, più o meno riluttantemente, cambiare dalla politica. Questo avviene soprattutto quando alle costrizioni della politica giorno dopo giorno s’accompagnano quelle del governare, parola grossa, in particolare se riferita a quanto sta succedendo a Roma dal giugno 2016. Lo stillicidio di guai giudiziari sulle nomine del sindaco Raggi non solo ha diviso il Movimento, ma ha allarmato non poco Grillo. Quella che doveva essere la vetrina del buongoverno in attesa dell’assalto a Palazzo Chigi rischia di diventare un macigno sulla strada di un’eventuale, non ancora improbabile, vittoria elettorale.

Ai ritmi ai quali procedevano le espulsioni, mal giustificata nel caso del sindaco di Parma Pizzarotti, rapidissime all’inizio dell’esperienza parlamentare, a orologeria nel caso di Roma, faceva la sua comparsa il rischio che la battaglia finale sarebbe combattuta dai grillini contro gli ex-grillini. Rammento che tempo fa la previsione, rivelatasi alquanto erronea, era quella dello scontro fra comunisti e ex-comunisti, entrambi, adesso lo sappiamo, sconfitti dagli ex-democristiani. La seconda riflessione è che, mentre alza il tiro, non sempre a torto, contro la stampa, Grillo prende le distanze dalla magistratura. Non consentirà che siano le inchieste a influenzare selezioni, assunzioni, espulsioni. Tuttavia, e questo vale per tutti i protagonisti politici, la ritrovata autonomia della politica sarebbe più apprezzabile se s’accompagnasse a un codice etico severo, da applicare ai nemici e agli amici, senza furbizie.

Pubblicato il 5 gennaio 2017

Così il “Mattarellum” incoraggia il bipolarismo

Corriere della sera

Non è bizzarra l’aspettativa che i partiti esistenti tentino strenuamente di difendere se stessi di fronte a qualsiasi riforma elettorale e, se possibile, mirino ad avvantaggiarsene. E’ sbagliato, però, molto sbagliato, pensare che buone leggi elettorali, una volta congegnate, siano del tutto dominabili dai partiti e non abbiano effetti significativi su ciascuno di loro, sul sistema dei partiti, sulle modalità di competizione. Quando, poi, dalla teoria si scende alla pratica, allora i ragionamenti dovrebbero fare riferimento alle realtà conosciute e certificate. Ad esempio, il Mattarellum non fu elaborato per difendere e neppure per configurare il bipolarismo. Sicuramente, i referendari e i molti milioni di elettori che nel fatidico 18 aprile 1993 approvarono il quesito erano interessati al bipolarismo poiché desideravano fortemente costruire le condizioni elettorali dell’alternanza. Altrettanto sicuramente, però, non fu un fantomatico e inesistente bipolarismo, tantomeno parlamentare, a dare vita al Mattarellum.

Difficile dire esattamente quanti poli esistessero nel Parlamento eletto nel 1998, forse almeno quattro: Movimento Sociale, Lega Nord, Democristiani, Partito democratico della Sinistra (più Verdi e Rifondazione Comunista, forse la seconda anch’essa considerabile come polo). Eppure, furono quei molti poli ad approvare, sotto la costrizione del successo referendario, il Mattarellum. Ovviamente mai bipolaristi, i Democristiani neppure erano interessati a una legge elettorale in grado di favorire l’alternanza che, notoriamente, diventa più facile se il sistema dei partiti si approssima al bipolarismo. Tuttavia, se il Mattarellum non fosse (stato) un sistema elettorale tre quarti maggioritario applicato in collegi uninominali, la comparsa del bipolarismo sarebbe stata alquanto improbabile. Anzi, i Democristiani variamente diventati Popolari si comportarono come se fosse possibile mantenere/avere un sistema tripolare nel quale loro, collocati al centro, avrebbero deciso le alleanze di governo.

La spinta decisiva al bipolarismo la impresse, più di chiunque altro, Silvio Berlusconi che comprese rapidamente la necessità di costruire coalizioni in grado di presentare e sostenere un unico candidato nei collegi uninominali. Al Nord fece il suo debutto il Polo della Libertà: Forza Italia più Lega Nord. Nel Centro e nel Sud, il Polo del Buongoverno mise insieme Forza Italia e la neo-trasformata Alleanza Nazionale. I Popolari ebbero un esito disastroso. Sia il fautore dei collegi uninominali, Mariotto Segni, sia il relatore della legge che porta il suo nome, Sergio Mattarella, furono sconfitti nei loro collegi uninominali, ma rieletti grazie al recupero proporzionale (con le modalità apposite, scheda separata e candidature bloccate, disegnate per la Camera dei Deputati) e il partito nel suo insieme risultò irrilevante.

L’obiezione, troppo spesso pappagallescamente ripetuta, che il Mattarellum non è adatto ad un sistema partitico tripolare, è sostanzialmente sbagliata. Che uno o due dei poli esistenti non voglia il Mattarellum è plausibile, forse anche comprensibile, anche se discende da gravi difetti di miopia politica. Peraltro, nell’attuale Parlamento i poli sono più di due, almeno quattro: Partito Democratico, Movimento Cinque Stelle, Lega Nord (più, forse, Fratelli d’Italia) e Forza Italia, se non addirittura cinque qualora comparisse un’aggregazione di sinistra. La riproposizione del Mattarellum, con qualche correzione, ad esempio, per impedire le liste civetta, obbligherebbe a formare aggregazioni. Insomma, darebbe una forte spinta in direzione del bipolarismo, naturalmente penalizzando in maniera anche molto significativa chi non cercasse oppure non volesse alleati. Concludendo, il Mattarellum incentiva in maniera importante il bipolarismo e dovrebbe essere sostenuto da chi il bipolarismo desidera davvero. A non volere il Mattarellum sono i nemici del bipolarismo, che provengano dai ranghi dei sostenitori ipocritamente pentiti dell’Italicum oppure da quelli dei fautori di un sistema proporzionale, non tedesco, che nessun “latinorum” potrebbe legittimare e lustrare. Rimane, però, che chi voglia ristrutturare il sistema dei partiti italiani deve sapere che, se respinge il Mattarellum, non gli resterà che fare affidamento su leggi proporzionali purché dotate di alte soglie percentuali per l’accesso al Parlamento. Riuscirà ottenere qualche miglioramento rispetto alla situazione attuale, ma sarà molto improbabile che pervenga al bipolarismo.

Pubblicato il 5 gennaio 2017

Nel 2017 ci sarà molto da lavorare per l’Unione Europea #TrattatodiRoma

Celebrare degnamente il 60esimo anniversario del Trattato di Roma (25 marzo 1957), vero trampolino di lancio dell’Europa che abbiamo, è doveroso. Però, c’è poco da festeggiare. Sono proprio gli italiani a non potersi permettere i festeggiamenti. Con un ministro degli Esteri privo di esperienza e di competenza, con un ministro dell’Economia che preconizza che nel 2017 l’Italia crescerà più di ogni altro Stato-membro, con un Capo del governo che da Ministro degli Esteri non ha lasciato traccia, con un Alto Rappresentante per la Politica Estera, numero due della Commissione, Federica Mogherini, abbandonata a Bruxelles dal precedente governo, c’è molto da lavorare per organizzare qualcosa di serio che serva all’Unione e, quindi, anche all’Italia.

Il discorso di Mattarella: coordinate di buona politica

Che cosa augurare a coloro che hanno immobilizzato il paese per otto lunghi mesi di campagna elettorale per un referendum che hanno perso alla grande? Che compito a dare a coloro che si sono tanto vantati di avere scritto una legge elettorale ottima e adesso propongono la reviviscenza della legge elettorale di cui fu abile relatore più di ventitre capodanni fa proprio l’attuale Presidente della Repubblica? Nel suo stringato, essenziale, antiretorico messaggio Mattarella ha scelto in special modo di ricordare un po’ a tutti che paese è l’Italia: una comunità in cerca di coesione, di riduzione dei divari, non solo regionali, ma anche, ancora, fra donne e uomini, un paese al quale è necessario infondere speranza, orgoglio, fiducia. Lo ha fatto anche criticando indirettamente, ma con inusitata nettezza, il Ministro del Lavoro Poletti. I giovani costretti ad andare all’estero alla ricerca di quelle opportunità di lavoro che l’Italia non sa e non riesce a offrire, “meritano rispetto e sostegno”, non le male parole del Ministro il quale adesso dovrebbe, forse, sentire il dovere di dimettersi.

Il Presidente ha anche, sobriamente, sottolineato che, in una comunità che troppo spesso cerca di nobilitare qualsiasi rivendicazione parziale e particolaristica definendola un diritto, è ora di pensare, addirittura di cominciare a praticare “l’etica dei doveri”. Di quello che ciascuno di noi deve alla patria, parola che il Presidente ha opportunamente pronunciato, aggiungendovi la consapevolezza che l’adempimento dei doveri non serve soltanto a rafforzare il senso di appartenenza all’Italia, ma anche il ruolo dell’Italia in Europa. Quell’Europa che deve, a sua volta, prendere atto che l’immigrazione e la sicurezza sono problemi che l’Italia sta costosamente affrontando, ma che esigono e meritano la ricerca di soluzioni effettivamente europee.

In maniera irrituale, il Presidente ha difeso la sua scelta di dare vita ad un nuovo governo (non proprio rinnovatissimo e bellissimo) dal momento che l’opzione di procedere a elezioni immediate proprio non era praticabile a causa dell’inesistenza della legge elettorale. Nelle sue parole è apparso chiaro, più che l’augurio, l’invito severo che il Parlamento dedichi un po’ delle sue, purtroppo, nelle condizioni date, non particolarmente brillanti, conoscenze a elaborare una legge decente. E’ apparso altresì evidente che, da un lato, il Presidente non intende porre nessuna fretta ai parlamentari (forse, però, sarebbe stato opportuno un invito a rimboccarsi le maniche ai giudici costituzionali che traccheggiano); dall’altro, non sarebbe affatto dispiaciuto se il tira e molla sulla legge elettorale allungasse la vita del governo Gentiloni.

Insomma, in un quarto d’ora circa, Mattarella, senza nessun aggettivo enfatico, senza richiami sentimentalistici e emotivi, dando giusto e preciso peso a ciascuna parola, cogliendo anche l’occasione per criticare le parole d’odio e di violenza che la (cattiva) politica, ma anche la cattiva società immettono e fanno circolare sulla rete, ha toccato temi di grande rilevanza; ha fatto conoscere quelle che sono, più che sue semplici opinioni e preferenze, le coordinate di buone politiche; ha indicato alcune direttive. Appena avranno finito di lodarlo in maniera ipocrita, è sperabile che i politici italiani riflettano sui contenuti del messaggio e, coloro che ne hanno le capacità, agiscano di conseguenza. Per fare del 2017 effettivamente un Buon Anno. Auguri.

Pubblicato AGL il 2 gennaio 2017

L’Europa riparte da Rodi

italianiitaliani

L’anno 2017 promette di essere per l’Europa persino più difficile e complicato dell’anno che l’ha preceduto. Si celebrerà il 60esimo anniversario del Trattato di Roma (25 marzo 1957) che è da considerarsi l’inizio di uno splendido percorso che ha portato a Lisbona. Parlamento, Commissione e, in special modo, il Consiglio dovranno sfruttare l’occasione non soltanto con il giustificato compiacimento per quanto è stato fatto, ma anche con riflessioni autocritiche (che è quanto analizzo nel mio libro L’Europa in trenta lezioni) su che cosa è mancato e che cosa non hanno saputo fare e con proposte audaci su come e quanto è indispensabile cambiare con veri e propri salti di qualità. Qualcuno continua ad affermare che con gli uomini politici di cui l’Europa dispone attualmente, non è immaginabile né oggi né nel prossimo futuro nessun salto di qualità. Altri sostengono che, forse, anche se indebolita dalla sua pur probabile e auspicabile vittoria nelle elezioni parlamentari di fine settembre, sarà Angela Merkel a imprimere un cambio di velocità all’Europa. Non più preoccupata dalle costrizioni di una successiva ri-elezione potrà dedicare tutti i suoi sforzi ad entrare nella storia come colei che ha rilanciato in maniera straordinaria il processo di unificazione politica del Continente.

Il rilancio è possibile, ma non probabile poiché, da un lato, nessun singolo leader, per quanto autorevolissimo, può trascinare altri leader europei riluttanti, anche se amici e leali collaboratori, e la Germania ne ha. Possibile, ma non probabile, anche se è politicamente scorretto dirlo, poiché, proprio per le sue caratteristiche costitutive, l’Europa non sarà in grado di fare passi avanti di notevole rilievo se i suoi cittadini non lo vorranno, se non diventeranno loro gli attori e gli interpreti di quello che rimane il più grande e più importante fenomeno non soltanto del secondo dopoguerra: un’Unione Europea non di nazioni, ma di popoli e di cittadini la cui adesione ad una idea di Europa sovranazionale è significativamente cresciuta nel tempo.

Forse miopi forse pigri forse sconcertati forse, anche, egoisti e, talvolta, ignoranti della loro storia e di quella degli altri europei, sono proprio i cittadini europei ad essere responsabili della lentezza del processo di unificazione, del suo stallo periodico, di controversie improduttive. Le fredde, ma precise, statistiche dell’Eurobarometro, ma non solo, rivelano che i cittadini europei hanno avuto molto di più di quello che potevano ragionevolmente aspettarsi, più di qualsiasi altra area al mondo. La lunga crisi economica li ha colpiti, ma non danneggiati in maniera irreparabile. Per risolverla non hanno voluto e non vogliono rinunciare a nulla, neppure temporaneamente. Soprattutto, gli europei dell’Est, ai quali l’allargamento è stato concesso in maniera troppo frettolosa per puntellare le loro gracili democrazie, invece, di diventare ardenti e ferventi europeisti, indugiano su un nazionalismo che già fu loro molto nocivo fra le due guerre mondiali.

L’Europa la fanno e la faranno i cittadini europei. Nel recente passato hanno ricevuto apporti significativi da leader politici che avevano una visione e la volontà di tradurla. Nonostante le critiche, non tutte malposte, il circuito istituzionale europeo “Parlamento-Consiglio-Commissione” ha spesso funzionato egregiamente. E’ possibile sostenere che esista un, peraltro contenuto, deficit democratico, attribuendone parte anche ai cittadini che non si curano di andare a votare. Ne può derivare anche, è già stata variamente avanzata, la proposta di andare all’elezione popolare diretta del Presidente dell’Europa, non soltanto per attribuire potere di rappresentanza e di decisione ad una personalità probabilmente di notevole statura, ma soprattutto per chiamare in causa i cittadini e per rivitalizzare il progetto europeo nel conflitto di idee, di programmi, di visioni.

L’Europa già cambia ogni giorno, a piccoli passi, ma questi passi non sono sufficienti a mantenersi all’altezza delle sfide storiche: globalizzazione, immigrazione, scontri di civiltà. Quest’ultima è la formula nella quale includo e sintetizzo il terrorismo di matrice islamica dal quale è impossibile separare le motivazioni religiose per collocarlo soltanto nella asettica categoria “sfida alla modernità”. Non riconoscere che quel terrorismo vuole lo scontro significa anche mancare di rispetto a tutti i musulmani che, venendo in Europa, ne hanno accettato la “civiltà” aperta e hanno liberamente scelto di conviverci. Ricordando da dove noi tutti, europei, veniamo, credo che la frase che racchiude in sé il senso della sfida lanciata contro di noi, dei problemi, immigrazione e crescita economica, che la nostra Unione Europea deve prioritariamente risolvere sia “hic Rhodus hic salta”.

Pubblicato il 1° gennaio 2017

#2017iscoming Sul nuovo anno l’ombra lunga del vecchio

L’anno 2017 sta per cominciare, ma il 2016 non ha intenzione di finire. L’ombra lunga di tre avvenimenti diversamente importanti inciderà non poco per tutto l’anno (e oltre). Né i britannici né l’Unione Europea sanno esattamente come venire a capo della Brexit. La transizione da impresario televisivo e palazzinaro a Presidente degli USA riguarda non soltanto Donald Trump, ma il mondo e i suoi molti problemi. L’apprendistato rischia di essere lungo, tormentato e pericoloso. Gli sconfitti del referendum costituzionale italiano non hanno riflettuto sulle loro drammatiche inadeguatezze e preparano non rimedi, ad esempio, una legge elettorale decente, ma vendette.

Auguri 2017 !