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Come cominciare a vincere il post-referendum #sdemonizzare
E’ legittimo che gli operatori economici internazionali, fra i quali includo sia le banche sia le agenzie di rating sia i due grandi quotidiani economici anglosassoni: “Financial Times” e “Wall Street Journal”, mostrino grande interesse per l’esito del referendum costituzionale italiano. E’ anche comprensibile che siano preoccupati da eventuali conseguenze destabilizzanti derivanti da quell’esito. Persino accettabile è la loro convinzione, pur non sempre sostenuta da argomenti forti e conoscenze approfondite, che il voto favorevole alle riforme costituzionali costituisca un passo avanti importante per la stabilizzazione del governo in carica e per un miglior funzionamento del sistema politico.
Gli operatori economici internazionali sono, non necessariamente perché lo vogliono essere, parte del problema. Infatti, le loro valutazioni, influenzate anche dalle prese di posizione dei detentori di alcune cariche importanti come, ad esempio, l’Ambasciatore USA e, direi, di conseguenza, il Presidente Obama, contribuiscono sia ad accrescere le tensioni fra il sì e il no sia a fare salire la posta. In gioco non sono più soltanto quelle specifiche riforme e la loro eventuale modernizzazione della Costituzione, ma la credibilità dell’Italia e l’efficacia anche del suo sistema economico. Com’è facile notare dalle riserve che la Commissione europea ha manifestato relativamente alla Legge di Stabilità italiana, la credibilità del governo si misura anche, al di là di qualsiasi altra considerazione, sulla sua capacità di mantenere gli impegni presi (anche quelli dello zero virgola). Molti dei numeri di quella Legge di Stabilità riflettono anche le prestazioni di un sistema economico la cui produttività non può essere accertata e dimostrata ricorrendo semplicisticamente a qualche algoritmo. Nel frattempo, il dibattito italiano e i sondaggi sembrano avere già prodotto qualche effetto sugli atteggiamenti e sulle aspettative degli operatori economici internazionali.
La maggior parte di loro sembra avere superato la fase iniziale di grande allarmismo. Il testa a testa fra i due schieramenti, con una leggera prevalenza del no, ha già suggerito a molti di ridefinire le loro previsioni e di iniziare a pensare il corso d’azioni necessarie se effettivamente prevalesse il no. Dall’allarmismo a una strategia di limitazione dei danni il passo non è facile, ma può essere necessitato ed è meglio che sia preparato in anticipo. Se questa è la nuova condizione degli operatori economici internazionali, allora i sostenitori del sì, a cominciare dal governo, si trovano con un’arma relativamente spuntata. Non possono più, esagerando, chiedere agli italiani un voto che serva al tempo stesso a riformare le istituzioni e a dissipare la sfiducia di quegli operatori. Anzi, per mantenere quella fiducia, che va a vantaggio dell’intero paese, dovrebbero abbassare i toni e smettere di ipotizzare scenari catastrofici in caso di sconfitta.
Un discorso non molto dissimile vale per i sostenitori del no. Una volta preso opportunamente atto che l’Italia si trova in un mondo globalizzato e in una Unione Europea che la vorrebbe stabile e performante, i sostenitori del no dovrebbero cessare subito di demonizzare le banche d’affari, le agenzie di rating, gli americani e tutti coloro che, per una ragione o per un’altra, esprimono preoccupazioni. Dovrebbero, al contrario, dichiarare che, anche nel caso di una vittoria del no, non ci saranno rese dei conti politici né stravolgimenti economici, che la posta in gioco è data, in effetti, dalle modifiche costituzionali e non necessariamente dalla vita del governo e che il post-referendum si svolgerà all’insegna delle norme costituzionali vigenti nell’interpretazione che ne darà il Presidente della Repubblica. Insomma, il sì e il no hanno la concreta possibilità di ridurre congiuntamente qualsiasi impatto negativo, sulla politica e sulla economia della vittoria del no, poiché questo è l’esito finora più temuto dagli operatori economici internazionali. Che almeno tutti ne siano pienamente consapevoli.
Pubblicato il 5 novembre 2016
“Non è come dice qualcuno meglio di niente, ma peggiore dell’esistente”
Pasquino demolisce la riforma costituzionale
Il politologo: “Non è come dice qualcuno meglio di niente, ma peggiore dell’esistente”
di Mattia Vallieri per estense.com
Arriva nei giorni più infuocati del dibattito politico sul referendum costituzionale e parte da lontano Gianfranco Pasquino. Il famoso politologo, professore emerito di Scienza della Politica ed ex senatore della Repubblica, ha parlato in Biblioteca Ariostea di Ferrara, in un incontro organizzato dall’Istituto Gramsci.
Parte con un excursus storico, ricordando come la parola politica derivi dagli antichi greci (“significava interessarsi di ciò che succedeva nella Polis, stare insieme e migliorare la situazione ”), sia passata per i romani (“il Senato – non un organo politico a caso, ndr – operava in comune con il popolo, importante era la rappresentanza”), abbia avuto un “declino durante l’editto di Costantino”, per poi riemergere con Machiavelli e gli Illuministi che “hanno avuto il merito di staccarla dalla religione e dall’intromissione dell’economia”.
“Dopo la seconda guerra mondiale la politica viene percepita come modalità per ricostruire regole comuni e gli stati nazionali sono visti come ostinati e obsoleti” spiega il professore, ricordando che il focus “passò sulle politiche comunitarie che divennero i luoghi in cui risolvere i grandi problemi”.
Sul tema dell’anti-politica si concentra parte del ragionamento di Pasquino: “È un fenomeno sempre esistito, è soprattutto anti-parlamentarismo e apre la strada ai populismi che non vogliono nessuno tra sé e i cittadini – dichiara l’ex senatore -. È legittimo criticare la politica, anche se si dovrebbero trovare soluzioni, ma è molto pericoloso chi sostiene che i cittadini starebbero meglio se non ci fosse”.
“La politica oggi è diventata più complicata e ci vorrebbero cittadini più interessati, informati e partecipanti” chiosa Pasquino, affermando che “la ricostruzione della politica passa soprattutto dalla cultura. Il processo sarà lungo ma può essere affrontato”.
Passando alla situazione italiana il politologo ricorda Tina Anselmi (“sapeva fare politica in modo sobrio e non sopra le righe, merce rara oggi”) e ribadisce – dopo l’appello pubblico già firmato da diversi giuristi e costituzionalisti – il suo no al prossimo referendum: “La Costituzione italiana non è la colpa della cattiva politica. La riforma proposta non è come dice qualcuno meglio di niente ma peggiore dell’esistente”.
Questione europea. “Spero che la Ue regga anche se ci sono problemi che meritano di essere analizzati – sostiene Pasquino-. Allargamento a Stati che non conoscevano ancora la democrazia è stato troppo rapido e ha comportato tensioni”. Secondo il professore “ci vorrebbe un grande predicatore europeo che oggi non c’è”.
Non è mancata una bordata dell’ex senatore ai fatti oltre Oceano e a Donald Trump (più volte citato durante il passaggio sui rischi del populismo): “Con questo candidato misuriamo il netto peggioramento della politica americana e del Partito Repubblicano che si sta spostando pericolosamente a destra”.
“Dappertutto si registra un indebolimento dei corpi intermedi, partiti e sindacati ad esempio che perdono iscritti, questo comporta una difficoltà per la politica” conclude Pasquino.
Tina Anselmi. Una Italia migliore
Gli elogi impropri, esagerati, male informati provenienti da persone che non hanno mai manifestato nessun apprezzamento per la sua azione politica non avrebbero disturbato più di tanto Tina Anselmi. Non perché si sentisse superiore. Al contrario, perché il suo stile di vita, sobrio e riservato, e il suo modo di fare politica, privo di qualsiasi concessione alle esagerazioni e alla spettacolarità, semplicemente non contemplavano mai ipocrisie e servilismi. Tuttavia, quegli elogi postumi, provenienti da donne che occupano oggi posizioni di rilievo nelle istituzioni e al governo, non per la loro storia e meno che mai per provate capacità, ma perché sono state cooptate dagli uomini, segnalano qualcosa d’importante sulla politica del passato e sulla politica contemporanea. Una riflessione sul percorso personale e politico, non sulla “carriera” di Tina Anselmi serve a capirne di più e ad apprezzare le sue qualità nella misura giusta ed equilibrata che lei avrebbe certamente gradito. Questa riflessione dice anche molto sul partito della Democrazia Cristiana, vero Partito della Nazione, in grado di reclutare, di selezionare, di promuovere, di rimanere aperto, qualche volta forse fin troppo permeabile, a una pluralità di apporti e di gruppi, qualche volta non sufficientemente controllati, ma, per lo più, almeno dagli anni sessanta alla metà degli anni ottanta, capace di cogliere il merito e di premiarlo.
Nel 1975, Giampaolo Pansa pubblicò un libro di ricerca molto importante, oggi un vero documento storico: Bisaglia. Una carriera democristiana. Sfruttando senza nessuno scrupolo le sue connessioni e gli appoggi molto interessati di banche e Coldiretti, Antonio Bisaglia si costruì un Veneto, uno dei bacini più importanti, più ampi e più affidabili di voti democristiani, una carriera personale che lo portò ai vertici della DC. In contemporanea, a riprova che la politica non è inevitabilmente destinata a farsi sottomettere e dominare da interessi esterni, di qualsiasi tipo, più o meno inclini e capaci di farsi ricompensare, Tina Anselmi percorreva gradualmente con impegno un molto diverso cursus parlamentare. Eletta alla Camera dei deputati per la prima volta nel 1968, a 41 anni, fu rieletta altre cinque volte. Sottosegretaria al Lavoro in tre governi guidati da Rumor e da Moro, divenne Ministro del Lavoro (prima donna italiana) poi Ministro della Sanità nei governi guidati Andreotti. L’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale fu uno dei suoi grandi successi. In seguito, proprio per le sue caratteristiche personali, di intransigenza, non ostinazione, di equilibrio, di correttezza, fu nominata alla presidenza della Commissione che indagava sulla loggia massonica P2: un lavoro improbo e ingrato che svolse con assoluto rigore.
Nel frattempo, la DC cambiava pelle diventando, da un lato, incapace di rimanere aperta al nuovo, incapsulandosi nel soffocante schieramento dei governi del pentapartito, dall’altro, riducendo gli spazi della sinistra interna. E’ la triste, non soltanto per molti democristiani, storia dell’inizio di un declino, quasi un’eutanasia consapevole ad opera di Forlani e Andreotti. Per molte buone ragioni, Tina Anselmi, morotea per temperamento, per stile e per ammirazione politica per Moro, veniva lentamente e inesorabilmente messa ai margini. La storia successiva, con il crollo della DC e la politica della personalizzazione e della spettacolarizzazione, dell’immagine che fa aggio sulla sostanza, delle ambizioni senza nessun ritegno, non poteva più appartenerle.
E’ sempre molto rischioso andare alla ricerca delle eredità politiche e dei successori. Sicuramente, Tina Anselmi non si è mai preoccupata nella sua azione politica di costruire un lascito. La sua politica trovava una ricompensa in se stessa, nell’impegno ad agire con onestà per ottenere risultati per gli altri, per conseguire miglioramenti nelle politiche sociali, non per agitare qualche successo personale risonante. Pur consapevole di avere infranto quello che alcune donne definiscono “soffitto di cristallo” diventando la prima donna ministro, Tina Anselmi non ha mai creduto né nelle cordate di donne in politica né nelle quote che ne favorissero le ambizioni e le carriere. Pur ovviamente solidale con molte di loro, preferiva che le rivendicazioni delle donne fossero adeguatamente sostenute e giustificate dalle loro competenze e dai meriti. No, non ci sono oggi nella politica italiana donne in grado di vantare credibilmente un titolo politico (e personale) alla successione di Tina Anselmi (e neppure di Nilde Iotti, da lei stimata e ricambiata). Di questi tempi, l’esempio della buona politica di Tina Anselmi non sembra essere né di moda né imitabile.
Pubblicato AGL 2 novembre 2016
#SaveTheDate Ecco i prossimi appuntamenti #Referendum #4dicembre
28 ottobre ore 9.30 a Limena – Padova ** 28 ottobre ore 21 Pescantina – Pistoia ** 31 ottobre Biella ** 2 novembre San Lazzaro di Savena – Bologna ** 3 novembre Filo d’Argenta – Ferrara ** 4 novembre ore 10-16 Bologna ** 4 novembre ore 18 Scandiano – Reggio Emilia ** 5 novembre Forlimpopoli – Forlì ** 7 novembre Vigarano Mainarda – Ferrara ** 9 novembre 0re 18 Modena ** 9 novembre ore 21 Cavriago – Reggio Emilia ** 10 novembre Roma ** 11 novembre Modena ** 12 novembre Milano ** 14 novembre Casalecchio – Bologna ** 15 novembre Cesena ** 18 novembre Vicenza.
I dettagli nelle locandine. Clicca sull’immagine che ti interessa per ingrandirla
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Un referendum senza quorum #Bologna 26ottobre
Conferenza organizzata da
IMPEGNO CIVICO
per contribuire al consolidamento di una libera democrazia in Italia e in Europa
giovedì 27 ottobre 2016 – ore 18
Circolo Ufficiali, via Marsala 12, BolognaUn referendum senza quorum
Introduce
Giuseppe De Vergottini
Professore emerito di Diritto costituzionale
Università di BolognaDIBATTONO
LE RAGIONI DEL SI’
Elena Ferioli
Docente di Diritto comparato
Università di Bologna
e
LE RAGIONI DEL NO
Gianfranco Pasquino
Professore emerito di Scienza politica
Università di Bologna
Per un esito sano, non eterodiretto, ricostituente #IoVotoNO
E’ difficile dire come la vittoria del NO verrebbe considerata in sede internazionale. È molto facile, invece, mettere in rilievo come la campagna elettorale del “Sì” si stia svolgendo all’insegna dell’allarmismo e di per sé contribuisca fortemente ad alimentare le preoccupazioni internazionali, tutte, comunque, da valutare e soppesare con cura.
Gli operatori economici stranieri, i governanti europei e non, la Commissione Europea che conta, eccome, non si aspettano tanto le riforme costituzionali, ma riforme economico-sociali: fisco, lavoro, istruzione, giustizia. Tutto quello che serve a rendere efficiente, dinamico, flessibile il cosiddetto “sistema-paese”. Quasi niente di questo dipende dalla nuova disciplina del referendum, dalla reintroduzione della supremazia statale sulle regioni, dall’abolizione del già largamente defunto CNEL, dalla brutta riforma del Senato che mai fu un ostacolo alla decisionalità di governi che sapevano quel che volevano. Molto dipende da politiche inadeguate. Le tempeste finanziarie si abbattono su paesi non “costituzionalmente” deboli, ma che sono inquinati e inguaiati dalla corruzione, dalla criminalità organizzata, da un enorme debito pubblico. Cercare nella Costituzione vigente il capro espiatorio del malaffare dei politici e delle loro incapacità è semplicemente sbagliato. Assolutamente non convincente.
Per stemperare il brutto clima creato da otto mesi di deliberatamente urticante campagna elettorale condotta dal capo del governo alla ricerca di un plebiscito sulla sua persona, quel capo del governo dovrebbe chiarire che, se sconfitto, si dimetterà affidando il seguito, proprio come vuole la Costituzione italiana, alla saggezza e ai poteri del Presidente della Repubblica. Non solo Renzi non si opporrà ad una sua rapida sostituzione, senza aprire le porte a qualsivoglia crisi al buio, ma l’agevolerà e contribuirà ad una fulminea soluzione (potrei aggiungere e auspicare come hanno fatto i Conservatori a Londra, ma la distanza fra Firenze e Londra in materia di fair play costituzionale mi pare immensa).
Votare sì a brutte riforme, nessuna delle quali promette davvero maggiore partecipazione e influenza dei cittadini sulla politica, solo perché ci si sente sotto ricatto, interno, e sotto pressione esterna, mi pare il peggiore dei modi per pervenire ad un funzionamento più efficace del sistema politico italiano.
Pubblicato il 22 ottobre 2016 sul sito Welfare Network


























