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Capire la Costituzione: lo spirito ed i tempi
L’Associazione “DONNE PER…” ed A.N.P.I.
Organizzano un incontro – dibattito
CAPIRE LA COSTITUZIONE: LO SPIRITO ED I TEMPI
28 novembre 2015 ore 17
Sala di città
Via Emiloia, 96 – SAN LAZZARO DI SAVENA
Intervengono
Domenico CELLA – Presidente Istituto De Gasperi
Mauro MAGGIORANI – Direttivo ANPI Bologna
Fausto NADALINI – Responsabile C:G:I:L: di Zona
Gianfranco PASQUINO – Professore di Scienza politica
Modera
Marzia DI SESSA – Giornalista

Sogni di ballottaggio
Ringalluzzito dal successo della manifestazione congiunta con Berlusconi e Meloni, organizzata qui due settimane fa dalla Lega, è comprensibile che Matteo Salvini si proponga l’obiettivo più ambizioso: la conquista della carica di sindaco di Bologna. E’ anche un buon obiettivo propagandistico. Concretamente, comunque vada, servirà ad aumentare i voti e a evidenziare ulteriormente che la sua leadership ha più che rivitalizzato la Lega. A fronte delle non giovanili incertezze del leader di Forza Italia e del suo gruppo molto poco dirigente, sia in Emilia sia a Bologna, Salvini può addirittura mostrarsi molto generoso. Se emergerà una candidatura più convincente della leghista Lucia Borgonzoni, lui (un po’ meno lei) è disposto a prenderla in seria considerazione. Salterebbe così anche la candidatura del consigliere regionale di Forza Italia Galeazzo Bignami, più disponibile a rinunciarvi poiché saggiamente consapevole che le probabilità di vittoria per chi corre diviso sono ridotte al lumicino. Salvini che, nonostante le sue frequenti incursioni cittadine, non sembra conoscere adeguatamente i rapporti di forza politici, snobba il Movimento 5 Stelle e il suo candidato ufficializzato, Massimo Bugani. Di più, sembra convinto, contro i sondaggi finora noti, che una candidatura del centro-destra, unitario, ma non troppo, dato che permane il suo veto contro NCD, riuscirebbe a costringere Merola (se sarà lui il candidato del PD), al ballottaggio.
La campagna elettorale dei Cinque Stelle è già cominciata e sbaglia alla grande chi pensa che la selezione dall’alto di Bugani, in verità, piuttosto la ratifica di una candidatura naturale, sia qualcosa di scoraggiante per i cultori pentastellati della democrazia attraverso la rete. Attivisti e elettori del Movimento hanno imparato, oramai da qualche tempo, che fare politica richiede anche parecchia flessibilità (e qualche volta anche contraddittorietà). Per le Cinque Stelle, Bologna, pur non essendo un obiettivo a portata di mano tanto quanto sembra Roma, ha già dato non poche soddisfazioni al Movimento. In più, rispetto a qualsiasi candidato/a del centro-destra che dovrebbe fare il pieno dei suoi voti con un’opera di mobilitazione della quale non s’è mai mostrato capace, se fosse Bugani ad andare al ballottaggio, i giochi sarebbero apertissimi. Difficile che gli elettori delle Cinque Stelle votino candidature berlusconiane o salviniane (e il “civico” di centro-destra non è ancora apparso all’orizzonte). Più probabile, lo dicono alcune esperienze recenti, che una parte di elettorato del centro-destra, a cominciare dai leghisti, sia disposta a convergere sul candidato del Movimento 5 Stelle. A Parma quell’elettorato si è espresso con successo. Insomma, i giochi sono tutt’altro che fatti, ma la strada del centro-destra bolognese, persino per arrivare al ballottaggio, è lunga e accidentata.
Pubblicato il 22 novembre 2015
Riforma costituzionale e Italicum: come cambia la nostra forma di governo?
Iniziativa realizzata con il contributo dell’Università di Firenze
SECONDO FORUM DI STUDI SULLO STATO
23 NOVEMBRE 2015
ORE 16:00
edificio D6, Aula 004 – Novoli
RIFORMA COSTITUZIONALE E ITALICUM: COME CAMBIA LA NOSTRA FORMA DI GOVERNO?
ALESSANDRO CHIARAMONTE,
Università di Firenze
STEFANO PASSIGLI,
Università di Firenze, già Senatore
GIANFRANCO PASQUINO,
Emerito Università di Bologna e Bologna Center Johns Hopkins University
L’Europa e i suoi nemici
L’Unione Europea ha un Alto Rappresentante per la Politica Estera, l’italiana Federica Mogherini, ma gli Stati-membri continuano a mantenere ampi spazi per la loro politica estera e fanno grande fatica (è un eufemismo) a coordinarsi proprio quando il problema da affrontare è serio. Il caso recente più emblematico è rappresentato dalle sanzioni alla Russia per il suo intervento negli affari interni dell’Ucraina. L’Unione Europea non ha una politica di difesa comune. L’ironia, questa volta molto triste, della storia, è che la Comunità Europea di Difesa fu bocciata nel 1954 proprio dai francesi, più precisamente da una strana, ma facilmente comprensibile, alleanza di gollisti (fortemente nazionalisti) e di comunisti (ancor più fortemente pro-sovietici). In seguito, la Francia del Generale Presidente Charles de Gaulle, dotatasi per ragioni di prestigio dell’arma nucleare, la force de frappe, pose praticamente la parola fine a qualsiasi progetto di difesa comune. [Un grande studioso di Relazioni Internazionali, ottimo conoscitore della Francia, recentemente scomparso, dopo avere insegnato a Harvard per più di cinquant’anni, Stanley Hoffmann criticava questo e altri comportamenti degli stati europei bollandoli come “ostinati e obsoleti”.] Oggi, il Presidente socialista François Hollande, in uno dei momenti più drammatici della storia della Francia contemporanea, ha annunciato di volere fare ricorso ad un articolo del Trattato dell’Unione europea che consente a ciascun Stato-membro di chiedere sostegno anche militare agli altri Stati-membri. Hollande non può (probabilmente neppure vorrebbe) coinvolgere la Nato nelle azioni militari francesi poiché nel lontano 1966 il Presidente de Gaulle decise di uscire dalla componente militare dell’alleanza. La Francia procederà a incontri bilaterali con tutti i capi di governo degli Stati-membri dell’Unione che dichiarino la loro disponibilità a partecipare ad azioni militari con la Francia e a sostenerla.
La risposta di Renzi è stata complessivamente positiva, ma saranno poi le concrete richieste di Hollande la base sulla quale valutare l’effettiva disponibilità italiana. Per di più, Renzi ha in qualche modo spostato l’attenzione affermando che la guerra all’ISIS non può essere risolutiva e deve essere accompagnata da altre modalità di intervento. L’idea che i terroristi anche quelli dell’ISIS e coloro che reclutano in Europa sono il prodotto di situazioni di intenso disagio sociale, di emarginazione, della disperazione non trova fondamento convincente. La manovalanza è attirata anche dalla possibilità di uscire da luoghi e ambienti, le banlieues parigine, un quartiere di Bruxelles, brutte cittadine nei dintorni di Londra, e di andare a distruggere coloro ritenuti responsabili del loro malessere. La maggioranza dei terroristi, certamente i capi e i coordinatori, non sono mossi né dal disagio né dall’emarginazione (i veri emarginati sono talmente isolati da non entrare neppure in contatto con i reclutatori). L’ISIS è un progetto politico che, nella sua ambizione: ricostruire il Califfato, un potente Stato islamico, ha enorme potere d’attrazione. Pensare che quel progetto, più o meno sostenuto e predicato da una moltitudine di imam nelle moschee del Medio-Oriente e di alcuni paesi europei, possa essere sconfitto, in tempi brevi, creando opportunità di lavoro oppure attraverso l’istruzione, è assolutamente illusorio. La guerra che la Francia e la Russia hanno lanciato contro l’ISIS e le sue basi è necessaria. Dovrà essere accompagnata, come ha detto a chiare lettere quel realista che è Putin, dal taglio dei finanziamenti all’ISIS moltissimi dei quali provengono da stati arabi, in primis l’Arabia Saudita e il Qatar, che si pagano, non sempre con successo, la loro sicurezza domestica. [Quanto ai i paesi produttori di armi, fra i quali, anche la Francia e l’Italia, dovrebbero riflettere su quello che fanno e quello che vendono].
Qualcuno ha frequentemente sostenuto che l’unificazione politica di più paesi è facilitata dall’esistenza di un nemico potente e vicino. L’Unione Sovietica è stata a lungo quel nemico per l’Europa che, infatti, fino al 1989, anzi, al 1990, riunificazione tedesca, è gradualmente cresciuta nell’integrazione. Dopo il 1989, gli Stati-membri dell’Unione hanno sacrificato l’approfondimento dell’integrazione politica all’allargamento dell’Unione con la conseguenza che Polonia, Repubblica Ceca, Slovakia e Ungheria non pensano affatto di dovere accettare alcune politiche europee comuni, in specie quella sulla redistribuzione degli immigrati. E’ possibile che l’ISIS, il nuovo nemico, facilmente entrato in un continente che giustamente si vanta di essere aperto, serva ad accelerare e ad approfondire l’unificazione politica dell’Europa.
Pubblicato AGL 19 novembre 2015
GUERRA E PACE. Nella Costituzione gli strumenti per una pace giusta
Il testo che pubblichiamo è il commento all’art. 11 della Costituzione italiana scritto da Gianfranco Pasquino per il suo libro La Costituzione in trenta lezioni (UTET, fine gennaio 2016)
La vita della maggioranza dei Costituenti italiani era stata segnata da due guerre mondiali e dall’oppressione del regime fascista nato sulle ceneri della Prima Guerra Mondiale e pienamente responsabile della partecipazione alla Seconda. In nome di un nazionalismo malposto e esasperato, il fascismo aveva causato enormi danni all’Italia entrando in una guerra di conquista e perdendola con il sacrificio di molte vite e della stessa dignità nazionale. L’art. 11 è il prodotto di una riflessione sull’esperienza storica, non soltanto italiana, e del tentativo di porre le premesse affinché sia bandito qualsiasi ricorso alla guerra ‘come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali’. Il ripudio, questo è il termine usato nell’articolo, è, al tempo stesso rinuncia e condanna della guerra, più precisamente di esplicite guerre di offesa e aggressione. Il ripudio della guerra non è in nessun modo interpretabile come l’espressione di un pacifismo assoluto e, il seguito dell’articolo lo dice chiaramente, neppure come neutralismo. Al contrario, per assicurare ‘la pace e la giustizia fra le Nazioni’, l’Italia dichiara la sua disponibilità a limitazioni di sovranità e a promuovere e favorire ‘le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo’. Naturalmente, la Costituzione riconosce che lo Stato italiano mantiene il diritto di difendere, anche con il ricorso alle armi, il suo territorio e la sua popolazione. Tuttavia, qualsiasi reazione militare deve essere proporzionata alla sfida e non deve sfociare in nessuna conquista territoriale. Coerentemente, neppure le azioni militari condotte sotto l’egida delle organizzazioni internazionali debbono mirare a e tantomeno possono concludersi, per uno o più dei partecipanti, con guadagni territoriali, ai quali l’Italia ha l’obbligo costituzionale e politico di opporsi.
Le limitazioni alla sovranità italiana derivano dall’adesione, deliberata e approvata dal Parlamento, a tutte le organizzazioni internazionali, ma, in particolare, per quello che attiene alla guerra (e alla pace), alla NATO, alle Nazioni Unite e all’Unione Europea. In seguito alla sua adesione, l’Italia si è impegnata a partecipare alle attività decise in ciascuna di quelle sedi, quindi anche ad attività che implichino il ricorso ad azioni di natura militare. Talvolta, queste azioni sono problematiche poiché in non pochi casi vanno contro il principio di non ingerenza negli affari interni di uno o più Stati. Il principio guida di questa giustificabile ingerenza è dato dai rischi e dai pericoli ai quali sono effettivamente esposte le popolazioni di quegli Stati ovvero una parte di loro. Le missioni militari ‘umanitarie’, a favore delle popolazioni, alle quali l’Italia ha il dovere di prendere parte, sono quelle deliberate nelle organizzazioni internazionali, in modo speciale, l’ONU e, quando è minacciata l’indipendenza e l’integrità di uno Stato membro, la NATO. Possono avere una durata indefinita nella misura in cui servono ad alcuni popoli e ad alcuni governanti per costruire le strutture statali indispensabili alla difesa contro pericoli esterni e alla creazione di ordine politico interno rispettoso dei diritti civili e politici dei cittadini.
Nel secondo dopoguerra, in particolare, dopo la caduta del muro di Berlino, si sono moltiplicate le occasioni, da un lato, di oppressione delle loro popolazioni ad opera dei rispettivi dittatori, dall’altro di vere e proprie guerre civili, soprattutto nel Medio-Oriente e in Africa, ma anche nei Balcani. Seppure con qualche controversia interna, tutte le volte che l’Italia è stata chiamata in causa ha risposto positivamente in applicazione degli impegni e dei compiti derivanti dalla sua appartenenza all’ONU e alla NATO. Naturalmente, la valutazione della efficacia, dei costi e degli effetti, e della costituzionalità dell’attività delle missioni militari italiane all’estero e della eventuale necessità di una loro prosecuzione rimane nelle mani del Parlamento.
Che la pace, duratura e giusta, che non significa mai puramente e semplicemente assenza di conflitto armato, possa essere conseguita soltanto fra regimi democratici, lo scrisse memorabilmente il grande filosofo illuminista prussiano Immanuel Kant nel suo breve saggio Per la pace perpetua (1795). In un certo senso, questo obiettivo di pace è stato perseguito anche dall’Unione Europea delle cui organizzazioni l’Italia ha fatto parte fin dall’inizio (1949). Nel 2012 all’Unione Europea è stato attribuito il Premio Nobel per la pace con la motivazione di avere effettuato grandi ‘progressi nella pace e nella riconciliazione’ e per avere garantito ‘la democrazia e i diritti umani’ nel suo ambito che è venuto allargandosi nel corso del tempo fino a ricomprendere ventotto Stati-membri. A sua volta ognuno degli Stati-membri dell’Unione Europea deve avere e mantenere un ordinamento interno democratico e deve accettare le limitazioni di sovranità che conseguono alla sua adesione all’Unione. Preveggente, l’art. 11 della Costituzione mette la parola fine al nazionalismo, non soltanto bellico, ma autarchico e isolazionista, aprendo la strada a molteplici forme di collaborazione internazionale e sovranazionale che costituiscono la migliore modalità per garantire la pace nella giustizia sociale.
Pubblicato il 18 novembre 2015
El proyecto político europeo #OPINIÓN #ElMundo
El proyecto político europeo tiene una larga y dificíl historia, pero también un futuro prometedor. La historia de la idea de Europa nace hace más de dos mil años con los griegos y sigue, más o menos visible, en la voluntad de poder de los emperadores romanos y de los Jefes de Estados europeos, y en las inspiraciones de grandes intelectuales y escritores. Nadie puede infravalorar la importancia y la fuerza de las ideas al recordar el pasado, interpretar el presente, y hacer un proyecto de futuro. El momento crucial para Europa tuvo lugar sobre los escombros de la Segunda Guerra Mundial, cuando algunos hombres de Estado, algunos grandes burócratas (entre ellos Jean Monnet) y ciertos políticos (Altiero Spinelli) iniciaron, al mismo tiempo, un proceso funcionalista (juntar los recursos y hacer crecer las ocasiones de cooperación económica) y otro federalista (empujar a los gobiernos hacia la cesión de poderes y partes de la soberanía en favor de algunas instituciones supranacionales). El camino federalista se paró en 1954 por una inédita alianza entre los comunistas y los gaullistas franceses que vetaron la Comunidad Europea de Defensa (una decisión que Europa todavía está pagando), mientras que el camino del funcionalismo avanzó con notable éxito: del Mercado Común y la Comunidad Económica Europea al nacimiento de la moneda única, el Euro.
En octubre 2012 se concedió a la Unión Europea el premio Nobel de la Paz por «sus progresos en la paz y en la reconciliación» y por haber garantizado «la democracia y los derechos humanos» en el Viejo Continente. En el comunicado oficial del premio se destacaba que la UE «ha contribuido a lograr la paz y la reconciliación, la democracia y los derechos humanos en Europa. Hoy una guerra entre Alemania y Francia sería impensable, y eso demuestra que a través de la mutua confianza, históricos enemigos ahora puedan ser amigos. Asimismo, la caída del Muro hizo posible la entrada en la Unión de los países de la Europa central y oriental, así como la reconciliación en los Balcanes y la perspectiva del ingreso de Turquía, todo lo cual representa un gran paso hacia la democracia». En suma, concluía la nota, «el papel de estabilidad jugado por la UE ha ayudado a que gran parte de Europa se transforme de un continente de guerra a uno de paz».
Estoy convencido que es posible sostener que el proyecto político europeo ha alcanzado, como señalan los observadores independientes, un primer gran objetivo: la paz. Además, mirando la historia económica de los seis países fundadores y de todos los Estados que poco a poco han pedido el acceso y han entrado en Europa, es posible afirmar que Europa ha conseguido otro objetivo también muy importante: la prosperidad. Con el paso del tiempo, todos los Estados miembros han crecido económicamente gracias a la intregración de muchos sectores de actividad. Las dificultades de la crisis del 2008, a causa de la política económica y bancaria de EE.UU, han producido graves consecuencias negativas que, sin embargo, probablemente hubieran sido peores sin la Unión Europea.
Al principio, el proyecto político europeo no tenía la ambición de liberar a los países de la Europa centro-oriental del comunismo, sino más bien de hacer más sólida y próspera la democracia dentro de la Unión. Pero, en seguida, por un lado el ejemplo de países que protegen y promueven los derechos de sus ciudadanos y garantizan su participación política, y por otro, su visible prosperidad económica, jugaron ciertamente un papel importante al hacer entrar en crisis a los regímenes comunistas. La Unión Europea es una gran sociedad abierta, para utilizar las palabras de Karl Popper; es el más grande espacio de civilización en el mundo, donde, por ejemplo, no existe y no se aplica la pena de muerte. Su ampliación a los países del Este y, en parte, también a los países Bálticos es otro jalón importante para el proyecto político europeo. Paz, prosperidad y democracia son éxitos extraordinarios, pero que no pueden considerarse alcanzados para siempre ni completamente.
Desde hace varios años, se han manifestado tensiones con respecto a la economía y a la democracia. Algunos europeos creen que las tensiones puedan desaparecer con una vuelta a las políticas nacionales. Se equivocan. Otros europeos piensan que la Unión ha ido demasiado deprisa. Por eso, en su opinión, habría que pararse y consolidar lo que tenemos, tranquilizando a los ciudadanos. También se equivocan. Desafortunadamente, ésta parece ser la política dominante: ganar/perder tiempo a la espera de que lleguen tiempos mejores. Un liderazgo verdaderamente europeo se debería comprometer en la construcción de esos tiempos mejores, pero parece que ningún gobierno u oposición europea ejerce un liderazgo que esté a la altura de ese desafío. Esta opción es la minoritaria entre los líderes, los intelectuales y los ciudadanos europeos. Otros sostienen que habría que seguir adelante, aceptando velocidades diferentes entre los países miembros, hacía una unificación política de Europa: hacia los Estados Unidos de Europa. En cualquier caso, hasta que se configure un pueblo europeo es necesario aumentar los intercambios culturales de todo tipo, incrementando programas como Erasmus y Sócrates. Hace falta que los partidos de las tres grandes familias europeas -cristiano-demócratas, social-demócratas y liberal-demócratas- hagan un política activa e incisiva de educación política entre los electores europeos, y no sólo con ocasión de las elecciones al Parlamento Europeo. Hace falta que las políticas económicas y las políticas sociales pasen a manos de la Comisión Europea, de forma que estén más controladas por el Parlamento Europeo y menos por los distintos parlamentos nacionales. En fin, hace falta que las instituciones europeas se reformen en el sentido de mostrar mayor transparencia y sensibilidad hacia los ciudadanos.
El proyecto político europeo contempla también la democratización de los procedimientos y de las decisiones. La burocracia europea tiene que ser como una casa de vidrio. Actualmente hay dos organismos europeos que han realizado y siguen realizando una gran contribución al proceso de la unificación económica y política: el Banco Central Europeo y la Corte Europea de Justicia. Es el círculo Consejo-Comisión-Parlamento el que tiene que mejorar y ser reestructurado. Su modo de funcionamiento tiene que mejorar para fortalecer las relaciones con los ciudadanos europeos. Todo esto es difícil que se alcance en un momento en el que, por un lado, hay que afrontar el desafío de milliones de inmigrantes que huyen de las guerras civiles y de la pobreza de sus países y, por otro, es urgente e indispensable demostrar que el proyecto político europeo tiene todavía mucha fuerza propulsiva. Nadie puede creer que sea fácil la operación de construir una Europa politicamente unida en un contexto donde existe una Babel lingüística, de culturas y tradiciones diferentes. Sin embargo, tampoco nadie puede negar que la operación está en marcha y ya ha dado muchos pasos hacia adelante. Pero hay que seguir. Frente a los populismos nacionalistas, las relaciones intergubernamentales, hoy tan frecuentes, pueden ofrecer resistencia, interponer obstáculos, pero no derrotarlos definitivamente. La política federalista sería la solución más eficaz. Es posible sostener que los Estados Unidos de Europa son nuestro destino, pero es un destino que sólo se podrá alcanzar mediante el trabajo y las transformaciones tanto institucionales como económicas, políticas como sociales, combinando los derechos y los deberes del ciudadano europeo. Europa será lo que sus ciudadanos quieran que sea.
Gianfranco Pasquino es profesor Emérito de Ciencia Política en la Universidad de Bolonia.
Publicado 13 de noviembre 2015 en la página 6 di El Mundo y en elmundo.es
Pasquino intervista Huntington
Intervista immaginaria a Samuel Huntington sugli attentati di Parigi
Samuel P. Huntington (1927-2008) è stato Professore di Government a Harvard per più di quarant’anni. Ha scritto libri fondamentali sul ruolo politico dei militari The Soldier and the State (1957), sulla politica degli USA, sulla democratizzazione The Third Wave (1993) e il più brillante, il più letto e il più citato libro sullo sviluppo politico Political Order in Changing Societies (1968, ristampato ripetutamente fino al 2006 con una presentazione ad opera di Francis Fukuyama). Ha acquisito fama mondiale con il saggio Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale (1996).
A vent’anni dalla pubblicazione del suo tanto criticato libro, possiamo, dunque, dire, Professor Huntington, che aveva ragione lei: è in corso uno scontro di civiltà?
Non ho mai avuto dubbi sulle probabilità che uno scontro di civiltà si stesse preparando. Credo sia giusto ricordare ai lettori che ho collegato quel probabile scontro alla ristrutturazione di un “ordine politico mondiale”. Lo scontro è in atto, ma del nuovo ordine mondiale non vedo nessuna traccia. Aggiungo che, contrariamente a quello che hanno scritto fin troppi critici, anche italiani, del mio libro, spesso senza avere neanche letto il titolo nella sua interezza, non ho mai auspicato lo scontro di civiltà. Intendevo mettere in guardia i decisori politici e altri eventuali protagonisti.
Invece, che cosa è successo?
E’ successo che, da un lato, il Presidente George W. Bush si è buttato in una guerra facile da vincere contro Saddam Hussein, senza nessuna strategia di costruzione di ordine politico in quella zona del mondo; dall’altro, persino negli USA e in Gran Bretagna, ma, soprattutto, in maniera raccapricciante e scandalosa, in alcuni paesi europei, hanno vinto quelli che voi chiamati i “buonisti” (e che Mrs Thatcher chiamerebbe i “wet”, gli umidi, a lei Prof Pasquino di fornire la, peraltro facile, interpretazione). Fintantoché penserete che c’è un Islam buono e che i terroristi, perché in questo modo, con buona pace di Massimo Cacciari, debbono essere chiamati, sono addottrinati e guidati dall’Islam cattivo, non potrete preparare nessuna risposta. Quelle folcloristiche, “Je suis Charlie” e “Je suis Paris”, sono moralmente apprezzabili, ma politicamente del tutto irrilevanti.
Prima di chiederle che cosa bisognerebbe fare, vorrei che lei replicasse anche a coloro che dicono che è in corso anche una guerra dentro l’Islam.
Nella mia analisi dello scontro di civiltà non c’è nulla, proprio nulla che suggerisca o stabilisca che ciascuna delle civiltà sia in grado di mantenere ordine politico al suo interno. Le ricordo che una delle mie frasi che hanno fatto imbestialire i maomettani e scandalizzato i buonisti è “I confini dei paesi arabi grondano di sangue”. Tutti quei confini continuano a grondare di quel sangue, nient’affatto solo del loro, ma anche di quello dei curdi e dei cristiani. L’aggiunta è che il grondar di sangue si è esteso a tutti i territori del Medio-Oriente e del Maghreb. Non abbiamo, però, ascoltato gli imam dell’Islam buono alzare la loro voce e promettere a chi uccide e si uccide per massacrare altri, non un paradiso sessuale, ma la punizione di Allah (un inferno sessuale?).
Fino a quando durerà il terrorismo islamico?
Non c’è nessuna buona ragione per ipotizzare che la sua fine sia vicina. Al contrario. Proprio l’instabilità dei regimi, non la mancanza di democrazia, ma di ordine politico, dalla Siria all’Iraq, dalla Libia all’Egitto, dallo Yemen al Sudan, alimenta conflitti e tensioni con il Califfato, chiamatelo ISIS o Daesh, che mira ad imporsi anche grazie alle sue spettacolari e sanguinarie attività in Europa, dimostrando la proprio potenza di reclutamento e di fuoco. La fine non è in vista.
E fino a quando durerà lo scontro di civiltà.
Lo scontro di civiltà (e dentro l’Islam politico e bellico) durerà fino a quando le altre “civiltà”, a partire da quella che chiamo civiltà occidentale, unitamente a quella russo-ortodossa, non riusciranno a reagire e a prevenire qualsiasi incursione terroristica facendo uso costante e immediato, senza nessuna concessione, dei loro apparati militari e di intelligence, e fino a quando nell’area medio-orientale non emergerà una potenza egemone, che potrebbe essere l’Arabia Saudita, non ricattabile da terroristi di nessun tipo e in grado di imporre e mantenere l’ordine.
Che cosa direbbe agli affannati teorici del multiculturalismo?
Che lo Stato islamico non si combatte e non si debella rinunciando a pezzi rilevanti della cultura e della civiltà europea, condonando tradizioni di oppressione degli uomini sulle donne, accettando che i principi politici siano sottomessi (si, ho visto il libro di Houellebecq, ma avrei preferito leggere altro, per esempio, Raymond Aron) ai dettami delle autorità religiose, consentendo che la sharia venga applicata perché, in fondo, contiene le punizioni stabilite dal Corano. Al multiculturalismo contrappongo nella loro interezza, e spero che lo facciano anche, orgogliosamente, tutti i leader dell’Occidente, le Dichiarazioni dei diritti formulate dalle Nazioni Unite. L’universalismo è la mia stella polare. Fortunatamente la condivido con almeno un paio di miliardi di persone che ritengono il multiculturalismo un dannosissimo cedimento e che pensano che non esista niente di meglio del rispetto e dell’attuazione di diritti universali.
Intervista immaginaria a cura di Gianfranco Pasquino che si vanta di avere conosciuto personalmente Huntington e di avere letto tutti i suoi libri e molti dei suoi numerosi articoli.
Pubblicato il 16 novembre 2015
Partiti, Istituzioni, democrazie – Autumn school di Formazione politica #Arezzo
Giovedì 19 novembre ore 17.30
Sala nuova Libreria Feltrinelli
via Garibaldi 107, Arezzo
Autumn school di Formazione politica per giovani dirigenti, amministratori e militanti democratici
Incontro con il prof Gianfranco Pasquino
e presentazione del volume
Partiti, Istituzioni, democrazie(Il Mulino 2014)
Saluti di Jacopo Franci
Segretario provinciale Giovani Democratici
Massimiliano Dindalini
Segretario provinciale del Partito Democratico
modera
Francesco Ruscelli
“Europa como proyecto politico” 12 de Noviembre de 2015 Universidad de Navarra Pamplona
El Instituto Empresa y Humanismo de la Universidad de Navarra organiza el próximo jueves 12 de noviembre la jornada
EUROPA COMO PROYECTO
que abordará la encrucijada en que se encuentra la Unión Europea debido a los desafíos que presentan la crisis económica, la crisis de refugiados y el auge de populismos e ideologías radicales relacionados con este contexto
12 de Noviembre de 2015 10h
Universidad de Navarra
Pamplona
Gianfranco Pasquino
Profesor de Ciencia Política en la
Universidad de Bolonia
EUROPA COMO PROYECTO POLÍTICO
Moderador Ángel Arrese. Profesor de
Periodismo (Universidad de Navarra)
Cosa manca al centrodestra di Salvini. Parla il prof. Pasquino
Intervista raccolta da Giovanni Bucchi per Formiche.net
Salvini e Meloni pimpanti. Berlusconi spompato. Al centrodestra manca la terza gamba centrista, ossia un esponente di Forza Italia, più o meno quarantenne, che abbia la stessa capacità di trascinamento e sia un buon oratore. L’analisi del politologo che era presente in piazza Maggiore a Bologna per la kermesse voluta dalla Lega
Avanza un nuovo centrodestra. Avanza una nuova generazione di leader incarnata dal leghista Matteo Salvini della Lega e da Giorgia Meloni di Fratelli d’Italia. Peccato però che in questo nuovo centrodestra ci sia un “terzo assente”, dato che ancora non si trova un leader giovane ed emergente di Forza Italia in grado di guidare la coalizione e gettare l’amo nell’area centrista. Questo “40enne forzaitaliota” continua a latitare perché Silvio Berlusconi non vuole cedere il passo. Nonostante l’inevitabile declino della sua forza propulsiva e aggregatrice, come si è visto oggi a Bologna.
E’ questa in sintesi l’analisi fatta da Gianfranco Pasquino dopo una mattinata trascorsa in piazza Maggiore a seguire la manifestazione “Liberiamoci e Ripartiamo” organizzata dal Carroccio. Il politologo dell’Università di Bologna, ex senatore indipendente di sinistra, in questa intervista con Formiche.net offre una lettura di quanto accaduto sotto le Due Torri, tratteggiando gli scenari futuri del centrodestra italiano.
Professor Pasquino, lei oggi era in piazza Maggiore nella sua Bologna alla manifestazione della Lega Nord. Qual è stata la sua impressione?
Piazza Maggiore era certamente piena; al di là dei numeri che daranno gli organizzatori, credo che 40mila persone ci fossero per davvero, e per Bologna non è poco. Ho visto molte bandiere della Lega, molte anche di Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale, assenti invece quelle di Forza Italia. Ho girato abbastanza tra la gente, riscontrando un pubblico molto variegato, fatto di persone anziane, donne di mezza età, giovani e molti uomini. Ho avuto l’impressione di trovarmi in una piazza di popolo, antagonista rispetto al governo ma senza intemperanze.
E’ stato un successo per gli organizzatori?
E’ stato un grande successo organizzativo di Salvini, che ha fatto gli onori di casa. Era una piazza leghista con due invitati di rilievo: una giovane donna romana, la Meloni, buona oratrice di piazza anche un po’ teatrale, e un uomo anziano, un po’ ripetitivo, chiaramente spompato, che dava i numeri ma che non ha più nessuna forza propulsiva e non riesce a prenderne atto. Ha parlato quasi nel disinteresse della gente.
Immagino stia parlando di Berlusconi. Il quale però ha detto che con Salvini e la Meloni può superare il 40%, si è preso pure qualche fischio ed è arrivato a paragonare Grillo a Hitler e Renzi al Duce. Che idea s’è fatto?
La narrazione berlusconiana è finita, non riesce più a dare nulla di convincente a questo Paese. La sua parabola si è conclusa, continua a ripetere le stesse cose dette negli ultimi tre o quattro anni ma prive di accenti di novità. Berlusconi non è più convincente per nessuno, oggi lo si percepiva a pelle. I suoi eccessi al microfono hanno destato qualche ilarità tra la folla, c’era intorno a me chi diceva che stava esagerando, poi ha iniziato a dare i numeri come quella storia del 40%… è stata accolta da alcune risate. Sa cosa ho fatto io?
No, me lo dica.
Ho avvertito mio figlio: se divento così ripetitivo, devi intervenire per farmi smettere!
Dopo la manifestazione di Bologna, nel centrodestra cambierà qualcosa?
Bisogna prendere atto che c’è una nuova generazione incarnata da Salvini e dalla Meloni. Però manca la terzo gamba, io parlo di un “terzo assente”, ossia un esponente di Forza Italia, più o meno quarantenne, che abbia la stessa capacità di trascinamento e sia un buon oratore di piazza. Ci manca questo forzaitaliota giovane, anche perché è evidente che né Salvini né la Meloni possono guidare il centrodestra nel suo insieme; sono di parte, anche di parti distanti tra loro, non riescono a fare una sintesi adeguata. La Meloni ha fatto un discorso nazionalista, senza eccessi e senza nessun cenno di populismo, anche quando ha parlato di islamofobia ha chiaramente fornito una visione italiana, di destra nazionale, ma non è una Le Pen perché non eccede a quel livello. Salvini invece ha aspirazioni populiste, ha mandato sul palco alcune persone a raccontare delle loro difficoltà di vita per farle attaccare il governo, ma erano poco considerate dalla piazza.
La piazza di Bologna ha incoronato Salvini come nuovo leader del centrodestra?
Se il centrodestra facesse le primarie, le vincerebbe subito Salvini, a meno che decida di non partecipare. Ma non credo proprio che le faranno. Salvini è consapevole di essere tecnicamente il capo dello schieramento, ma la coalizione con lui in testa non vince, non conquista abbastanza voti; e lui lo sa. Per questo sono convinto che cercheranno di trovare personalità differenti, come i governatori leghisti Zaia e Maroni. Anche se io continuo a pensare che il miglior candidato premier del centrodestra debba essere un esponente di Forza Italia, preferibilmente legato al mondo cattolico, che in regioni chiave come il lombardo-veneto è molto forte. Sul palco di oggi mancava proprio una figura di questo tipo. Gli serve un politico di statura medio-alta, non devono andare a cercare un giornalista o chissà cos’altro.
Si apre quindi il tema del rapporto con il centro. C’è Area Popolare, un soggetto politico magmatico e con contorni non ancora ben definiti.
La definizione di ambiente magmatico è corretta. Si tratta di un’area confusa, alla quale non si può dare un’organizzazione, ma dove si può tentare di reclutare quelli che sono leader naturali dentro al mondo cattolico. Anche il centrodestra salviniano ha bisogno di una componente di centro. Quando c’era Berlusconi, era lui che riusciva ad agganciarla e a prenderne i voti. Adesso non c’è un esponente forte di Forza Italia su cui fare leva; non a caso la Meloni oggi ha insistito molto sulla difesa della famiglia tradizionale perché sa di dover trovare voti nel mondo cattolico.
Con Salvini leader del centrodestra e Berlusconi e Meloni al traino, Renzi può dormire sonni tranquilli?
Spero proprio che Renzi non dorma sonni tranquilli e si preoccupi del fatto che se non cambia la legge elettorale, al ballottaggio si trova con uno sfidante scelto da Grillo, il che potrebbe diventare per lui parecchio problematico. Non ho alcun dubbio sul fatto che al ballottaggio con Renzi ci andrà un esponente dei 5 Stelle, così come non ho dubbi sul fatto che una parte della piazza di oggi preferirà in quel caso votare un grillino rispetto a Renzi.
Pubblicato 8 novembre 2015









