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RELIGIONI FORTI E FONDAMENTALISMI. Intervista postuma a Gabriel A. Almond

viaBorgogna3

Gabriel A. Almond ((1911-2002) è stato uno dei più importanti scienziati politici americani del XX secolo. Addottoratosi a Chicago, ha insegnato a Yale e Princeton e concluso la sua carriera alla Stanford University. Si è occupato con studi fondamentali dello sviluppo politico e della cultura politica. I suoi contributi più significativi sono raccolti nel volume Cultura civica e sviluppo politico (Bologna, Il Mulino, 2005) a cura di Gianfranco Pasquino che lo ha “intervistato” appositamente per la Casa della Cultura.

Professor Almond, l’ultimo suo libro, Religioni forti. L’avanzata dei fondamentalismi sulla scena mondiale (Bologna, Il Mulino, 2006), sintesi di una ampia ricerca in sette volumi con R. Scott Appleby e Emmanuel Sivan, pure rimasto poco noto in Italia, mantiene una straordinaria attualità. La domanda, però, è: perché lei si è accorto così tardi della rilevanza politica della religione?

R. Ha ragione, prof. Pasquino, siamo stati davvero poco attenti ai fenomeni religiosi. Non posso neppure cavarmela dicendo che da questa parte dell’Atlantico siamo talmente laici da neppure prendere in considerazione la religione. Il paradosso, invece, è che proprio noi americani, bis o tris nipoti dei dissidenti religiosi, continuiamo ad essere un paese nel quale la religione è sempre stata visibile e importante. Anch’io sono un ebreo credente. Forse il nostro silenzio sulla religione è stato un modo per esorcizzarla. Poi, purtroppo, hanno fatto irruzione sulla scena politica USA gli evangelici. Allora, abbiamo capito, tardivamente, che non soltanto non avevamo esorcizzato un bel niente, ma che dovevamo preoccuparci. Dovevamo cercare di capire, senza nessun cedimento paternalistico, che i movimenti antimoderni di ispirazione religiosa sono un tentativo, pericoloso e disperato, ma non per questo da non criticare, di reazione alla secolarizzazione e alla globalizzazione.

D. Immagino che lei abbia letto il famoso libro di Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo (Milano, Rizzoli, 1992). Persino Fukuyama elude del tutto il ruolo politico della religione. Le liberal-democrazie hanno debellato i comunismi reali, soprattutto la loro ideologia, una vera e propria ideologia totalitaria. Non resterebbe loro che realizzarsi. Nel 1991 Fukuyama, studioso colto e originale, non intravede affatto la durissima sfida del fondamentalismo, o dovrei dire dei “fondamentalismi”, alle liberal-democrazie.

R. Certamente, lei deve usare il plurale. Con Appleby e Sivan non abbiamo dubbi. Tutte le grandi religioni, monoteistiche (il cristianesimo, nelle sue varianti cattolica e protestanti, l’ebraismo e l’islam) e non (l’induismo), manifestano propensioni più o meno forti verso il fondamentalismo, vale a dire che mirano a plasmare la vita delle comunità secondo i precetti religiosi derivanti dall’interpretazione dei loro sacri testi e a imporli anche con la forza a chiunque si trovi in quelle comunità. Dentro ciascuna e tutte le confessioni monoteistiche si annidano grandi, qualche volta irresistibili, spinte al fondamentalismo.

D. Ho un’altra considerazione problematica relativa alle vostre generalizzazioni. Riguarda la carica di violenza che esprime il fondamentalismo islamico e che lo differenzia enormemente dagli altri fondamentalismi. Come mai?

R. Abbiamo scritto che la carica di violenza sprigionata dal fondamentalismo islamico dipende dalla volontà di un ceto religioso ampio e diffuso di mantenere il controllo sui fedeli proprio quando i processi di secolarizzazione e di globalizzazione investono i paesi dove l’Islam è l’unica religione che è possibile professare apertamente. Dipende anche dall’uso della religione come instrumentum regni che ne fanno alcune monarchie, come quella, in particolare, dell’Arabia Saudita. Infine, dipende dal fatto che Machiavelli non è ancora arrivato nel Medio-Oriente.

D. Questa è un’osservazione che lei, prof. Almond, deve motivare per noi che siamo indegni successori del fiorentino il quale, è opportuno ricordarlo, apre la strada alla autonomia della politica e del suo studio in maniera scientifica. Fra gli italiani e non solo circolano a piede libero e disinvolto commentatori e intellettuali che, invece di leggere e studiare Machiavelli, preferiscono esercitarsi in una distinzione che non pare possibile provare: quella fra l’Islam buono e l’Islam cattivo (meglio, forse, fra due letture, davvero egualmente plausibili?, del Corano).

R. Intendo dire che, pur essendo vero che tutte le religioni monoteistiche vogliono imporsi al potere politico e che, ad esempio, anche i cattolici fanno qualche volta davvero fatica (mi hanno parlato di un certo Card. Ruini) a ricordarsi di “dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di Cesare“, nell’Islam questa distinzione e il relativo precetto proprio non esistono. Dio, ovvero le Supreme Guide Spirituali, come in Iran, controllano Cesare e gli dettano che cosa deve fare. Non esiste nessuna separazione fra la religione e la politica. In questo senso, la cultura politica, espressione davvero impegnativa, dell’Islam si è fermata a prima di Machiavelli. Solo dove, seppure fra tensioni e conflitti, gli islamici accettano la separazione e l’autonomia della politica, come, ad esempio, in Indonesia e in Turchia (ma qui vedo problemi emergenti più precisamente sotto forma di uso politico della religione), è possibile costruire una democrazia. Non sono un sostenitore di società multiculturali nelle quali molti pensano di acconsentire all’esistenza di regole religiose, giuridiche (la sharia, magari casereccia), culturali, sociali che contraddicono i diritti universali delle donne e degli uomini. Sono, però, molto favorevole (e Tocqueville mi darebbe ragione) a società multi religiose. Una volta che le molte credenze religiose capiscono che non possono vicendevolmente distruggersi si metteranno d’accordo sui limiti della loro azione sulla sfera pubblica. Temo che sarà un processo lungo e tormentato, ma, se posso dire così, ho ‘fede’ nella sua realizzazione.

Pubblicato il 12 dicembre 2015

Salvabanche: chi paga il conto? Colpire gli amministratori delle banche

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Intervento a Omnibus, dibattito politico-economico. Uno stralcio della puntata di venerdì 11 dicembre 2015

GP

 

 

 

Tre cose che so sulla Francia

La terza Repubblica

Tre cose che so sulla Francia. Prima cosa, accertabilissima: il Front National non ha (ancora) vinto un bel niente. É in testa in sei regioni. Soltanto in due, una al Sud-Est, l’altra al Nord, dispone attualmente di una percentuale di voti intorno al 40 per cento, difficile da superare. Nelle altre quattro regioni può perdere a due condizioni: a) che vadano a votare elettori astenutisi al primo turno che non vogliono che vinca il partito guidato da Marine Le Pen. Sarà facile scoprire se questa condizione sarà soddisfatta confrontando in quelle regioni le percentuali dei votanti al primo turno con quelle al secondo turno che, incidentalmente, non è un ballottaggio poiché possono rimanere in lizza più di due candidati purché abbiano superato la soglia percentuale di accesso. Seconda condizione: b) che socialisti e gollisti si diano almeno una mossa e la comunichino alta e forte agli elettori.

Seconda cosa che so: il Front National non è un partito populista e Marine Le Pen non è una leader populista. La destra in Francia ha regolarmente dato vita a partiti ultranazionalisti oppure a qualche esperimento “carismatico”-plebiscitario. Se dobbiamo davvero (ri)definirlo, il Front National è il Partito della Nazione (di Francia). E’ spalmato su tutto il territorio francese. E’ forte, ma non fortissimo, un po’ dappertutto (tranne che nell’alta borghesia parigina). Ha un elettorato che in altri tempo avremmo definito, noi che sappiamo qualcosa dei partiti e delle classi sociali, un partito interclassista. Non è un partito pigliatutti (plurale) poiché Marine Le Pen sicuramente ha preclusioni, ad esempio, contro i non-cattolici, contro gli immigrati, anche se hanno la cittadinanza, contro la borghesia. Il programma del FN ha pochi elementi populisti, contro le elites e contro l’establishment, contro la tecnocrazia europea, che si trovano in tutti i partiti di estrema destra classica.

Terza cosa che so (e che Pierluigi Battista, Corriere della Sera, non sa) è che, trattandosi di elezioni regionali e non presidenziali, il tripolarismo, ovvero i candidati di tre schieramenti al secondo turno, è evento possibile, nient’affatto scandaloso e neppure ingannevole. Se le desistenze socialiste sono intese per sconfiggere le candidate/i candidati del Front NationaI favorendo i gollisti, ci stanno tutte: “è la politica, bellezza”. Quello che conta è che le desistenze sono inutili (qualcuno, anche fra i socialisti francesi, direbbe persino stupide), se non sono almeno in parte concordate in maniera tale da essere premiate dagli elettori, ma possono anche essere bocciate. Hanno un precedente talmente clamoroso che mi meraviglio grandemente che non venga ricordato. Nelle elezioni presidenziali del 2002, il candidato socialista, a causa della presenza di una pletora di candidature nella sinistra, venne preceduto da Jean-Marie Le Pen e non riuscì ad andare al ballottaggio. Dopo un’agonizing reappraisal, i socialisti e tutta la sinistra francese decisero di votare il gollista Chirac, dimostrando con le percentuali di essere ancora molto vivi, se non decisivi. Insomma, il secondo turno consente operazioni significativamente importanti, non negoziazioni opache, ma trasparenti e nient’affatto criticabili, non alle spalle degli elettori, ma di fronte a loro.

Coda: dunque, qualsiasi sistema elettorale a doppio turno offre grandi opportunità politiche agli elettori. Quelli che non sono andati alle urne possono ripensarci. Quelli che ci sono già andati hanno la possibilità, una volta visto e valutato l’esito del primo turno, di cambiare voto. No, il Front National non ha ancora vinto niente. E, sì, gli elettori francesi hanno una seconda chance. Vive la France.

Pubblicato il 10 dicembre 2015

Giuliano è bravo, deve puntare a fare il nuovo leader del Pd

Il fatto

 

Intervista raccolta da Luca De Carolis per il Fatto Quotidiano (10/12/2015 pag 4)

L’appello dei tre sindaci mi pare importante e saggio. Quanto a Giuliano Pisapia, dovrebbe puntare a fare il leader del Pd e del centrosinistra. Non può accontentarsi di fare il capo di una corrente”. Il politologo Gianfranco Pasquino promuove la lettera-appello di Giuliano Pisapia, Massimo Zedda e Marco Doria, pubblicata ieri su Repubblica, in cui i tre sindaci di centrosinistra invocano l’unione di Pd e Sel “per impedire che vincano la destra e il populismo”.

Cosa significa questa lettera? Che peso ha?

Significa che i tre firmatari conoscono a sufficienza la realtà delle loro città, e possono affermare che da solo il Pd, anzi il partito di Renzi, può perdere le elezioni. E questo vale innanzitutto per Milano, dove aveva vinto il centrosinistra. Ma può valere per tutta Italia.

È un appello rivolto anche a Sinistra Italiana, che a Roma e a Torino ha già scelto di correre contro Renzi.

Certo, parlano anche agli “scissionisti” come Stefano Fassina: che non solo é candidato sindaco a Roma per Si, ma ha anche detto che al ballottaggio voterebbe per i Cinque Stelle. Il messaggio è anche per gli ex del Pd animati da spirito di vendetta.

Evocano la vittoria della destra come spauracchio. Ma non citano i 5Stelle.

La preoccupazione per un successo del M5S ci sarà, ma non mi pare emergere dalla lettera. Detto questo, se i 5Stelle vincessero in una o due città potrebbe esserci l’effetto trascinamento alle Politiche.

Il protagonista di questa lettera pare il sindaco di Milano Giuliano Pisapia. Più d’uno pensa che, pur essendo di Sel, stia pensando di scalare il Pd, o comunque a un percorso da leader del centrosinistra. E l’insistenza sulla candidatura della sua vice Francesca Balzani ne sarebbe una dimostrazione.

I sindaci uscenti hanno tutto il diritto di indicare la candidatura che ritengono più appropriata, non sarebbe certo fuori luogo.

Quindi Pisapia…

Avrebbe pieno diritto di sostenere Balzani, che a mio avviso sarebbe un ottimo sindaco.

Detto questo, che vuole fare da grande il sindaco di Milano?

Pisapia non è uno qualsiasi. È bravo, competente. Se punta a un “destino nazionale”, per dirla in termini gollisti, non può cercare solo di ritagliarsi una nicchia nella sinistra, di fare il capocorrente. Deve fare il capo e basta.

Insomma, sostituire Renzi.

Dovrebbe puntare a fare il segretario del partito e il candidato premier.

Il premier può davvero ricostruire il centrosinistra? O è troppo tardi?

Renzi è un ballerino acrobatico, cambia danza a seconda del momento. Può mutare idea quando serve. E quindi anche modificare la legge elettorale, introducendo il premio di coalizione o almeno gli apparentamenti al ballottaggio.

Bisogna cambiare l’Italicum.

Senza il premio di coalizione non può esserci il centrosinistra, è evidente.

In tutto questo, il partito della Nazione dove andrebbe a finire?

Se fare il partito della Nazione significa occupare il centro ed impedire ogni alternanza è una soluzione deplorevole. E poi l’abbiamo già visto un partito così: era la Democrazia cristiana, una formazione interclassista.

Il Pd è tornato a fare i banchetti nelle piazze. Vogliono tornare a un partito strutturato? O è stato fatto solo per le Comunali?

E un omaggio che il vizio fa alla virtù. Il vizio è quello di pensare che basti un leader che manda segnali dalle tv, la virtù è la politica che si fa sui territori, con la gente.

Non è che accettando di tornare al centrosinistra Renzi si suiciderebbe? Potrebbe sembrare “vecchio” anche lui.

Se si facesse puntando sui contenuti, e non con una semplice sommatoria di nomi, potrebbe reggere. E sarebbe meglio provarci ora che ai ballottaggi per le Comunali, in emergenza.4

Pubblicato il 10 dicembre 2015

Save the date #13dic #Verona #ItaliaPossibile

Verona 1

L’appuntamento è per domenica 13 dicembre, a Verona, presso la Fonderia aperta, via del Pontiere 40/A, dalle 9.30 alle 15.

Interverranno Vincenzo Visco, Mario Seminerio, Gianfranco Pasquino, Vito Gulli, Francesca Coin, Camilla Seibezzi, Veronica Caciagli, Maurizio de Giovanni, Peppe Allegri, Gianfranco Viesti, Maurizio Franzini, Michele Raitano, Luigi Corvo, “i Diavoli” e tanti altri.

Insieme a loro costruiremo il programma di governo dell’Italia Possibile (dal sito possibile.com)

La partecipazione è aperta a tutti

Verona

LA COMUNICAZIONE COME RISORSA DEMOCRATICA #compol2015

Convegno Salerno

Salerno 10-12 Dicembre 2015

Convegno dell’Associazione Italiana di Comunicazione Politica

Doppio appuntamento:

Venerdì 11 Dicembre, alle ore 18

aula “G. De Rosa” dell’Università di Salerno a Fisciano

Presentazione dei libri dei soci pubblicati nel 2015: Belluati e Caraffini, Bentivegna, Ceccarini, Giansante, Mancini, Mazzoleni, Mazzoni e Ciaglia, Gianfranco Pasquino, coordinata da Sofia Ventura (Università di Bologna). Saranno presenti gli autori. Qui una breve scheda di ciascun volume

Sabato 12 Dicembre, alle 12.30

Campus di Fisciano –  Aula “Gabriele De Rosa”

Intervista di Gianpietro Mazzoleni (Università di Milano),
Gianfranco Pasquino (John Hopkins University) e Michele Sorice (LUISS

Salerno

Lavoro e Cittadinanza, i diritti da riconquistare

Verona.jpg

VENERDÌ 4 DICEMBRE ORE 16,30 SALA DEL CONSIGLIO PROVINCIALE
LOGGIA FRA GIOCONDO PIAZZA DANTE – VERONA

LAVORO E CITTADINANZA, I DIRITTI DA RICONQUISTARE

presentazione del libro
IL GRANDE SCIOPERO DEL 1949
Memorie del sindacalista veronese
Romano Calzolari

Interverrà il professor Gianfranco Pasquino che ha curato la prefazione del libro e che parlerà del suo ultimo lavoro:

CITTADINI SENZA SCETTRO Le riforme sbagliate”(Univ. Bocconi Editore)

Le schermaglie hanno un prezzo

Corriere di Bologna

Deve essere piuttosto avvilente per Virginio Merola il silenzio inquietante sulla sua ricandidatura a sindaco di Bologna da parte del pur loquace e twittante Matteo Renzi. Eppure, fin troppo prontamente e sorprendentemente, Merola aveva fatto la sua conversione renziana. Finora era anche sostanzialmente riuscito ad evitare di criticare il segretario del suo partito su qualsiasi tipo di politica, anche quelle sfavorevoli ai comuni, Renzi preannunciasse (“facesse” è un’espressione grossa e impegnativa). Sabato, invece, Merola ha alzato la voce, dichiarando (cito dal Corriere) che a Bologna si va “in direzione ostinata e contraria rispetto all’andazzo nazionale”. Non è chiaro quale sia l’andazzo nazionale in termini di candidature e di primarie. Forse, l’unico elemento comune trasversale a più città è che a livello nazionale non si sa affatto come sbrogliare le situazioni delle varie città, ma, a livello locale, i diversi partiti democratici, in particolare, quelli di Milano e Napoli, ma anche quello di Roma, desidererebbero almeno un aiutino, non una controproducente imposizione, dal vertice.

Dopo parecchi mesi tribolati, il PD bolognese e con lui anche Merola pensavano di essersela cavata con la pur faticosa conferma del sindaco in carica. Il segretario locale Francesco Critelli giunge ad addirittura a rivendicare una, difficile da credere, unanimità del gruppo dirigente. Tuttavia, da luglio a oggi, non soltanto non sono affatto terminate le voci, all’interno e all’esterno del PD, contrarie a Merola. Continua ad affacciarsi attivamente, forse come potenziale candidato, forse come costruttore di una non meglio precisata alternativa centrista, il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti. “Lo invito a misurarsi con la città e a farsi avanti” intima Critelli. Qui sta il problema. Non soltanto il PD ha deciso da solo la ricandidatura di Merola, spiazzando gli alleati, ovvero, soprattutto SEL, nella quale, comunque, un’area disponibile (per le cariche) si manifesterà sicuramente, ma non ha mai preso in seria considerazione le primarie.

Strumento di partecipazione democratica e di comunicazione politica, poiché consentono di esplicitare e porre a confronto personalità e proposte di soluzione ai problemi cittadini, le primarie avrebbe offerto a Merola anche una maggiore legittimazione della ricandidatura. Senza primarie, da un lato, i rumors sono destinati a continuare; dall’altro, volendo, il segretario Renzi potrebbe sbandierare gli esiti di un eventuale sondaggio negativo o semplicemente problematico. In coda a tutto questo, incertezza, divisioni, popolarità non alle stelle, sta un rischio da non sottovalutare. Invece di formulare soluzioni condivise ai non pochi problemi non soltanto di governo, ma di rilancio della città, il tempo e il dibattito pubblico vengono sciupati in schermaglie che lasceranno un segno negativo anche sull’inizio del nuovo mandato.

Pubblicato il 1° dicembre 2015

Cinque Stelle alla Consulta

Cinque giudici della Corte Costituzionale sono eletti dal Parlamento in seduta comune, art. 135. Devono ottenere due terzi dei voti nelle prime due votazioni, tre quinti nelle votazioni successive. Secondo la critica più diffusa in maniera sconsideratamente tenace, se sono necessarie molte, la responsabilità sarebbe da attribuire al Parlamento ovvero a quei fannulloni litigiosi che sono i parlamentari. Purtroppo, la pensano in questo modo, e quel che è peggio lo dicono, subordinando, difficile valutare quanto inconsapevolmente, il Parlamento ai partiti, sia la presidente della Camera Laura Boldrini sia il Presidente del Senato Pietro Grasso. Invece, non è affatto così ovvero, se si preferisce, la responsabilità dei parlamentari appare di gran lunga inferiore a quella dei partiti e, soprattutto, dei dirigenti di partito. Praticamente, i parlamentari non sono neppure consultati dai designatori, vale a dire i capi dei loro partiti. E’ sempre un cerchio ristretto al leader del partito e ad alcuni suoi pochissimi consiglieri che procede alla nomina dei candidati.

Prima della loro meritata scomparsa, i partiti italiani mostrarono un minimo di sensibilità democratica accettando informalmente che i nominati rappresentassero di volta in volta le differenti culture politiche presenti in Parlamento, con la sola eccezione del Movimento Sociale (non facente parte dell’arco costituzionale). Tuttavia, alcuni candidati, in quanto espressione troppo marcata della leadership di un partito (Spadolini e Craxi), o dal profilo e dalla biografia troppo incisiva (Lelio Basso), non riuscendo ad essere eletti, non furono mantenuti in votazione oppure si ritirarono. In generale, gli accordi non scritti, nessun bisogno di “patti del Nazareno”, vennero sostanzialmente rispettati. Dopo il 1994, scomparsi i partiti e offuscatesi le loro obsolescenti culture politiche, è diventato tutto più difficile. I presidenti della Repubblica hanno, comunque, cercato di nominare i cinque giudici di loro spettanza applicando criteri di merito non disgiunto dalla rappresentanza di aree politico-culturali. E’ rimasta esclusa soltanto la Lega per la quale vale, almeno in parte, il criterio della non piena accettazione della Costituzione. Dal canto loro, i parlamentari si sono trovati nella sgradevole situazione di dovere ingoiare candidature mai previamente discusse e chiaramente partigiane.

Guardando al recente passato e ai lunghi stalli, ma anche valutando sobriamente le attuali candidature, è possibile cogliere due criteri prevalenti: la ricompensa per il sostegno indefettibile dato alla linea di un partito, ma più specificamente al capo del partito, e la liberazione di cariche di nomina ugualmente partitica che consentiranno di premiare anche altri utili fedelissimi. Il secondo criterio privilegia chi già occupa cariche abbastanza importanti, ad esempio, come i componenti e i presidenti di qualche Autorità indipendente (Antitrust, Comunicazioni e così via) oppure chi è già parlamentare e consentirà il subentro del primo dei non eletti nella sua circoscrizione. Il primo criterio appare particolarmente delicato nelle sue conseguenze poiché la Corte Costituzionale dovrà molto presumibilmente e presto occuparsi di ricorsi contro la legge elettorale Italicum e contro la riforma del Senato con tutto quello che ne deriva. Scegliere chi in materia si è già ripetutamente e senza riserve espresso in maniera favorevole al governo è una sorta di piccola polizza d’assicurazione per Renzi e Boschi, tutto il contrario della garanzia di una valutazione equa. Escludere qualsiasi candidatura formulabile dal Movimento Cinque Stelle, che ha, al contrario della svanita Scelta civica, una presenza rilevante in Parlamento ed è espressione di un quarto degli elettori italiani, appare una discriminazione intollerabile. Da ultimo, non è giustificabile passare sotto silenzio l’assenza di qualsiasi candidatura femminile come se non esistessero avvocatesse di grande prestigio e alta qualità e non ci fossero nelle università italiane autorevoli professoresse di diritto. Invece di criticare i parlamentari per la loro presunta inazione, si critichino coloro che scelgono e pretendono di imporre e si guardi alle biografie dei candidati. Meglio lo stallo fecondo che brutte e irrimediabili elezioni.

Pubblicato AGL 28 novembre 2015

Innominati Consulti

La terza Repubblica

E’ del Parlamento la responsabilità/ colpa della lunga sequenza di votazioni senza esito per l’elezione di tre giudici costituzionali? Sì, sostengono il Presidente del Senato Piero Grasso e la Presidente della Camera Laura Boldrini che deprecano e con toni severi invitano i parlamentari a rimediare prontamente. Sbagliano, entrambi. Invece di valorizzare i compiti e il ruolo delle Camere che presiedono, le colpevolizzano. Forse non disponendo di sufficienti conoscenze sul funzionamento dei partiti e delle istituzioni, Grasso e Boldrini non riescono a cogliere quelle che sono le vere cause dello stallo parlamentare. Fra non molto la Corte Costituzionale sarà probabilmente chiamata a valutare la costituzionalità di alcune clausole della nuova legge elettorale e la riforma del Senato nella sua interezza e nelle conseguenze sui rapporti fra Regioni e Senato delle autonomie e fra Senato e Camera dei deputati. Sono note le forti controversie che hanno accompagnato entrambe le riforme e sono plausibili i pericoli di rigetto e di richiesta di cambiamenti che possono derivare dalle sentenze della Corte che, è opportuno ricordarlo, con la sentenza n. 1 del gennaio 2014 ha fatto a pezzi, giustamente ancorché tardivamente, il Porcellum.

I leader dei partiti del patto del Nazareno (PD, FI e la oramai quasi inesistente Scelta Civica) hanno approfittato della grande occasione che si offre loro di eleggere tre giudici costituzionali (uno solo non poteva essere lottizzato…) candidando un ex-parlamentare e un parlamentare di lungo corso e un giurista Presidente in carica dell’Antitrust, disposti, a giudicare da molte loro esternazioni, a difendere gli esiti istituzionali e costituzionali delle riforme fatte. Non soltanto quasi nessuno dei parlamentari è stato coinvolto in queste scelte, ma i dirigenti dei tre partiti hanno fatto strame di qualsiasi opportunità di consentire ad un gruppo, il Movimento 5 Stelle, che è stato votato da un quarto degli italiani, di discutere delle candidature nell’ottica “rappresentativa”, sempre rispettata nella prima lunga fase della Repubblica, di esprimere un giudice costituzionale.

Ieri e oggi, una parte di parlamentari, ovviamente a partire da quelli delle 5 Stelle, si rifiuta di svolgere semplicemente il compito di passacarte dei leader dei partiti del Nazareno e del governo, per di più avendo capito perfettamente che l’obiettivo perseguito è “addomesticare” la Corte con tre nomine fortemente partitiche. A questo punto, sembrerebbe il caso che i Presidenti Grasso e Boldrini, invece di criticare i parlamentari, valorizzassero il ruolo del Parlamento che, da un lato, non può ridursi a ratificare le scelte fatte dai partiti e, dall’altro, deve tornare ad essere l’istituzione che controlla l’operato del governo. Nella misura del possibile che, purtroppo, si va restringendo, i giudici costituzionali dovrebbero rappresentare culture politiche, oramai evanescenti, e culture giuridiche, non rigide posizioni partitiche. Quando non è così, è giusto che i parlamentari esprimano con il voto o con l’astensione (comportamenti nei quali, naturalmente, possono confluire motivazioni diverse, in particolare, in questo caso, dissenso sulle riforme) la loro contrarietà a candidature imposte dall’alto. E’ contro queste imposizioni che i Presidenti delle Camere dovrebbero protestare vibratamente non prestandosi a fare da cinghia di trasmissione dei partiti firmatari dello scellerato patto del Nazareno.

Pubblicato il 27 novembre 2015