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189 lettori coscienziosi
Centottantanove senatori hanno rialzato la testa dalle sudate e faticose carte trasmesse dalla Procura della Repubblica di Trani e in un sussulto d’orgoglio hanno detto: “no, non siamo passacarte”. E’ augurabile che continuino a dirlo e a comportarsi di conseguenza quando, per esempio, toccherà loro guardare le brutte carte della riforma proprio del “loro” Senato. Mentre il suo vice-segretario, la abitualmente zelantissima Debora Serracchiani, si scusa con gli elettori del PD, il segretario Renzi, poco noto per tenere in conto e apprezzare i problemi di coscienza, plaude ai magnifici centottantanove, fra i quali, però, qualcuno è ancora più magnifico. Luigi Manconi affida il suo garantismo allo Huffington Post; Giorgio Tonini imperversa in televisione e sui social; Pietro Ichino motiva in un articolo sul Corriere (ma sono in ansiosa attesa della sua newsletter del lunedì). Tutt’e tre sostengono di avere letto le carte, vale a dire le 560 pagine inviate alla Commissione del Senato per le Immunità Parlamentari. Tutt’e tre dicono sostanzialmente le stesse cose, già anticipate da un loro costituzionalista di riferimento che si sta da tempo posizionando per la Corte.
In attesa che qualche giornalista investigativo (“ci sarà pure un uomo o una donna di tal fatta a Roma?”) vada a verificare se, come, quando e per quanto tempo, Manconi, Tonini e Ichino (più il loro costituzionalista) hanno preso a prestito quella corposa relazione, è lecito chiedere se anche gli altri centottantasei senatori sono stati altrettanto solerti e studiosi. E’ lecito anche dubitarne. Qualcuno, però, come il Presidente della Commissione Stefano e presumibilmente tutti i commissari del Partito Democratico, quelle carte le avevano pur lette e si erano fatti un’opinione chiaramente opposta a quella successiva dei centottantanove. Sì, il collega Azzollini (NCD) doveva, come richiesto dalla Procura di Trani, essere messo agli arresti domiciliari, cioè a casa sua, non in un affollato, maleodorante, sporco carcere dove, peraltro già si trovano gli altri coinvolti nella stessa brutta faccenda. A piede libero, l’Azzollini potrebbe inquinare le prove, attivare reti di relazioni personali, sfruttare tutto il potere politico che i colleghi gli hanno riconosciuto per il passato e per il presente.
I centottantanove senatori hanno anche sconfessato platealmente l’operato della Commissione per le Immunità, più precisamente la maggioranza dei senatori del Partito Democratico ha detto alto e forte che i loro colleghi non hanno saputo leggere le carte e le hanno interpretate in maniera sbagliata. Ce n’è quanto basta per, da un lato, chiedere le dimissioni agli incompetenti, dall’altro, attendersi che siano i presunti incompetenti a dare, nobilmente, ma iratamente, le dimissioni. La prossima volta, comunque, ovvero alla prossima richiesta di arresto, quegli “incompetenti” verranno preliminarmente sostituiti, il precedente essendo già stato creato nella Commissione affari costituzionali. E’ stata scritta da questo orgoglioso Senato non passacarte (dunque, assolutamente da preservare, o no?) una bella pagina sulla libertà di coscienza. Sperabilmente, non soltanto quando in gioco è il salvataggio di un esponente della casta. Sperabilmente, non l’ultima pagina.
Pubblicato il 1 agosto 2015 su TerzRepubblica.it
Ciencia Política en un mundo en transformación #BuenosAires #UBA
La Carrera de Ciencia Política invita a la conferencia con el Prof. Gianfranco Pasquino
“Ciencia Política en un mundo en transformación”
Presenta Luis Tonelli, director de la Carrera de Ciencia Política UBA
Martes 11 de agosto
10 hs. aula HU107
Santiago del Estero 1029
Facultad de Ciencias sociales Universidad de Buenos Aires
Giustizia e verità
C’è qualcosa di sbagliato e molto di diseducativo nell’affermazione che, a trentacinque anni dalla strage della stazione, ancora si cercano verità e giustizia. Filosoficamente si potrebbe rispondere che non è mai dato agli umani di conoscere la verità e di praticare la giustizia. Più mondanamente, la risposta è che esiste una verità giudiziaria molto faticosamente conseguita attraverso numerosi processi e consegnata a migliaia di pagine. Per quanto periodicamente messa in discussione da qualcuno alla ricerca di pubblicità o desideroso di discolpare i neo-fascisti condannati in via definitiva (e già liberi) e di buttare la colpa su disparati elementi di sinistra, fino a convincenti prove contrarie quella verità tiene. Dunque, è del tutto ingeneroso non riconoscere ai magistrati di avere in condizioni difficilissime prodotto una verità giudiziaria. Conosciamo gli esecutori materiali della strage e non ci stupiamo se, data l’efferatezza del crimine, quegli esecutori accettino di dichiararsi responsabili di numerosi assassini, ma rifiutino la responsabilità della strage a Bologna. Sarà anche utile avere una legge che punisca il reato di depistaggi, ma le sentenze sulla strage di Bologna hanno già emesso condanne per numerosi depistatori dal capo della P2 Lucio Gelli a diversi agenti dei servizi segreti e ad altri esponenti dell’estrema destra. Anche in questo caso, esiste, pertanto, una verità giudiziaria. Chiunque abbia effettuato la strage (se non si crede che siano stati Mambro, Fioravanti e Ciavardini) è stato “coperto” da personaggi del mondo della destra eversiva di quegli anni. Certamente, rimane aperto il problema dei mandanti. E’ giusto chiedere chi siano. E’ anche lecito pensare che ci fossero effettivamente dei mandanti. E’, infine, opportuno continuare a cercare. Ma è troppo azzardato pensare che l’idea di mettere una bomba nella stazione della città simbolo del buongoverno della sinistra sia nata nell’ambiente della estrema destra, che aveva già provato a colpire la città con le bombe sui treni e continuerà a farlo anche dopo, senza che sia esistito un vero e proprio mandante? Non un uomo, il famigerato Grande Vecchio, non alcuni personaggi che reclutano giovani esaltati e ideologicamente motivati, ma l’ambiente della destra, dei servizi, della P2 che, in qualche modo, motivano e legittimano un’azione di tale gravità, è il mandante. Tutte le ricerche fatte sui terrorismi, anche a Bologna, pongono l’accento sull’importanza degli ambienti –famiglie, scuole, luoghi di lavoro, associazioni politiche– nel condurre verso pratiche di lotta armata. E’ diseducativo, soprattutto per i troppi giovani che della strage di Bologna (e di quella alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano, 1969 e di Piazza della Loggia a Brescia, 1974) non hanno nessuna conoscenza, sostenere che non sappiamo nulla. Il messaggio corretto è che molto è stato fatto, molto è noto, molto merita di essere studiato, insegnato e imparato. Sia la verità sia la giustizia sono difficili da conseguire, ma non partiamo affatto da zero.
Pubblicato il 4 agosto 2015
Italia-Renzi è finita la luna di miele? da il @fattoquotidiano
Il Fatto Quotidiano mi ha chiesto cosa ne pensassi.
Ecco le mie dichiarazioni pubblicate a pag 3 Domenica 2 agosto 2015 – Anno 7 – n° 210
Personalmente non ho mai creduto molto in questo governo. Le cose che ha realizzato in questo anno e mezzo di potere sono molto meno di quelle che aveva annunciato. Se devo dirla tutta, l’esecutivo di Matteo Renzi mi irrita proprio: è fatto di boria senza gloria. Ha prodotto poche riforme i cui esiti sono ancora più che incerti. Il calo del debito? Non è avvenuto. Il calo della disoccupazione? Non pervenuto. L’aumento del prodotto interno lordo? Non conseguito. Insomma, non è riuscito a cambiare nessuna tendenza rispetto al passato e noi non siamo né più forti né più rispettati in Europa. Inoltre se le riforme sono ferme non è perché il governo è bloccato dal Parlamento. Questa scusa non può reggere. A cominciare dal suo sprezzante capo Matteo Renzi, questo è un governo composto da persone inesperte e, salvo poche eccezioni, non competenti. L’esecutivo non ha la capacità culturale e politica di guidare il parlamento con i sottosegretari a svolgere l’essenziale compito di seguire le commissioni e indirizzarle.
Bologna 2 agosto 1980. Il dovere di ricordare
Bologna 2 agosto 1980-2 agosto 2015: trentacinque anni. Commemorare quella che è stata una strage di impianto sicuramente fascista è un dovere civico. Purtroppo, la trasmissione di quella memoria nelle cronache, nelle scuole, nelle celebrazioni è stata complessivamente molto mediocre, forse pessima, sicuramente inadeguata. Molti ricordano vagamente che alla stazione di Bologna, quel sabato mattina alle ore 10.25, esplose una bomba di terrificante violenza. Rimasero uccise 85 persone delle più diverse età e provenienze; ferite altre 200. Oggi i più non sanno chi ne furono gli autori e meno che mai in quale clima e con quali motivazioni.
La città di Bologna che, in quanto simbolo del buongoverno delle sinistre, era il vero obiettivo degli stragisti, si mobilitò prontamente fornendo prova del suo apprezzato senso civico. Da allora, anno dopo anno, l’evento è stato ricordato con una cerimonia sul piazzale della stazione. Troppo spesso, però, il silenzio dovuto ai morti, è turbato da salve di fischi organizzati, a prescindere, diretti contro le autorità, il governo e tutti i suoi rappresentanti. Purtroppo, le inadeguatezze, i ritardi, le inadempienze dei molti governi che si sono susseguiti sono state tante, in particolare rispetto alla sacrosanta richiesta di abolizione del segreto di Stato sui fatti di terrorismo e strage. Abolito quasi completamente soltanto da pochi anni, quel segreto ha coperto non tanto gli esecutori materiali, ma i molti depistatori e, certamente, i mandanti.
Attraverso una lunga e difficile sequela di processi, l’autorità giudiziaria ha condannato quali esecutori materiali prima due, allora giovani, neo-fascisti appartenenti ai Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), poi un terzo e per depistaggio diversi agenti dei servizi segreti, il capo della P2 Licio Gelli e persino l’estremista nero Massimo Carminati, ora più noto per gli affari di Mafia Capitale. Francesca Mambro, Giusva Fioravanti e Luigi Ciavardini hanno scontato pene di diversa entità e sono da qualche anno liberi. Nel frattempo, un depistatore è deceduto, ma i tuttora viventi continuano a negare qualsiasi coinvolgimento rendendo praticamente impossibile scoprire i mandanti e la trama complessiva. Quella che dobbiamo definire come “verità giudiziaria” mi è sempre parsa inoppugnabile, vale a dire non confutabile in base agli elementi finora noti. Tutto il resto, ad eccezione delle legittime speranze dei parenti delle vittime di saperne di più, è polverone sollevato da qualcuno in cerca di pubblicità e dagli inestinguibili complottisti. E’ probabile che non si riuscirà mai a conoscere tutta la verità storica (e politica). Tuttavia, non bisogna mai rinunciare al compito morale, civile e politico che consiste non soltanto nel ricordare, ma nel contestualizzare un fenomeno di enorme rilevanza nella storia italiana post-1945 e nello spiegarlo.
Preso atto che i partiti, le associazioni e le istituzioni italiane si sono dimostrate capaci di sconfiggere i terrorismi di destra e di sinistra, non è possibile sottacere che il ricordo, la riflessione, la riconsiderazione di quel tragico periodo non sono affatto soddisfacenti. Nessuno sforzo significativo e non episodico è stato effettuato per trasmettere, a partire dalle (buone) scuole, una memoria fondata su conoscenze e su fatti e informata da una pluralità di fonti, comprese, naturalmente, quelle giudiziarie. Nelle generazioni più giovani, persino in una città universitaria, prevalgono la dimenticanza e l’indifferenza. La strage alla stazione di Bologna si staglia come un triste monumento a coloro che hanno tentato di cambiare la politica italiana con la violenza mirando a distruggerne la democrazia. Però, è anche un severo monito, sempre più difficile da diffondere, affinché le vittime siano commemorate con conoscenza di causa e siano trasmessi la memoria e i valori civili e politici sui quali si fonda la convivenza in uno Stato capace di garantire la sicurezza dei suoi cittadini e di creare e mantenere le condizioni di una società giusta.
Pubblicato AGL il 2 agosto 2015
Toh, il parlamento non è un passacarte
“Il Parlamento non è un passacarte”: è l’intuizione folgorante avuta dal Presidente del Consiglio. Le stesse carte della Procura della Repubblica di Trani che tutti i componenti Democratici della Giunta per le Immunità Parlamentari del Senato hanno giudicato convincenti per motivare gli arresti domiciliari (non, si badi, in un carcere di massima sicurezza, ma nella comoda abitazione) del Sen. Azzollini (Nuovo Centro Destra) sono state considerate piene di fumus persecutionis da 189 Senatori. Hanno votato secondo coscienza, sostengono alcuni democratici e qualche benevolo commentatore, senza dirci né che cosa giustifichi il voto di coscienza (non soltanto in questo caso) né se hanno letto le carte. Trattasi, sembra, di una richiesta contenuta in 560 pagine e depositata nella Commissione. Sarebbe, quindi, molto semplice per qualche cronista parlamentare chiedere ai funzionari della Commissione quanti e, soprattutto, quali senatori (certamente, Manconi, Ichino e Tonini che ci faranno rapidamente sapere quando hanno letto le carte Azzollini), hanno chiesto di leggere quelle carte, si sono recati in Commissione, hanno preso in prestito il volume oppure hanno fatto fare le necessarie fotocopie per alimentare le loro coscienze e per diradare il fumus persecutionis. In assenza di questi elementari dati, permane denso e puzzolente il fumus di un voto contrario non soltanto nei confronti della maggioranza della Commissione, ma dei magistrati inquirenti. A nessuno sembra venuto in mente di fare i necessari controlli concernenti gli accessi alle carte.
Lo stesso Parlamento, che non deve “passare” le carte della magistratura, dovrebbe, invece, passare sempre e tacendo le carte del governo. La coscienza deve valere soltanto quando fa comodo ai potenti. Non dovrebbe essere invocata ad esempio in materia di riforme elettorali e costituzionali. Qui le carte le dà il governo che richiama bruscamente il Parlamento a passarle senza fiatare e senza emendare gli strafalcioni. Eppure, non è soltanto quando si vota su persone che è opportuno fare appello alla coscienza magari potenziata da qualche appropriata conoscenza. E’ ancora più giusto farlo quando si discute delle regole elettorali e costituzionali che attengono ai rapporti delicati e complessi che si instaurano fra elettori ed eletti, fra istituzioni, fra governo e parlamento, fra rappresentanza e responsabilità. Sono mesi, invece, che il capo del governo e alcuni suoi ineffabili ministri e collaboratori, non lasciano nessuno spazio alla coscienza dei loro parlamentari. Anzi, comminano reprimende e minacciano sanzioni, salvo poi già pensare a riformare per manifesti guai la legge elettorale approvata a maggio e non sapere quali pesci prendere e quali pesci lasciare andare per una riforma decente del Senato.
Inutile appellarsi alla coscienza dei governanti non nutrita da conoscenze che non hanno, ma almeno si noti l’incoerenza fra carte che non debbono essere passate e carte che dovrebbero essere approvate senza critiche e senza leggere altre, migliori, carte. L’unico conforto viene dalla consapevolezza che il governo va avanti, non si lascerà fermare, ha fretta, cercherà di trovare altri slogan. Il governo non è un passacarte, ma è proprio colui che fabbrica e dà le carte. Qualche volta fa anche carte false.
Pubblicato il 1° agosto 2015 su FuturoQuotidiano.com
Un progetto elettorale
L’assemblea cittadina del Partito Democratico ha lasciato aperto il lancinante dilemma se sia Bologna ad avere bisogno di Merola sindaco oppure Virginio Merola ad avere bisogno di un secondo mandato. Ha, invece, risposto a un’altra importante domanda. Per non sappiamo quanti dei partecipanti Merola è effettivamente ricandidabile. Neanche stavolta il PD ha dato uno scintillante esempio di democrazia partecipata. Applausi, riferisce Olivio Romanini, nessun controllo del quorum, nessun conteggio delle mani che si alzano, due baci sulle guance fra Merola e il grande oppositore, l’on. De Maria, e il problema è risolto. A meno che Sermenghi abbia la voglia e la forza di raccogliere le firme per ottenere le primarie (conosco di persona tutti i trucchi di tempi e modi che i dirigenti sanno escogitare e praticare), alle prossime feste dell’Unità, il ricandidato Merola potrà mostrare di essere o meno all’altezza del compito.
Insomma, l’Assemblea cittadina, fatta prevalentemente di uomini e donne che già ricoprono cariche nel partito oppure grazie al partito, ha semplicemente, senza un appassionato confronto di posizioni, preso atto di tre elementi. Primo, il bilancio del sindaco non è esaltante, ma neppure troppo deprimente. Esiste persino la possibilità che nel suo prossimo mandato faccia meglio. Secondo, le schermaglie degli ultimi tre-quattro mesi non hanno prodotto granché tranne qualche riposizionamento le cui conseguenze lunghe si vedranno al momento della formazione della prossima giunta (e delle candidature al Parlamento). Chi sembrerebbe contare di più, ovvero De Maria, personalmente e anagraficamente non ha fretta e certamente non ha mai pensato a scegliere un candidato alternativo in grado poi di rimanere in carica dieci anni. Terzo, il centro-destra cittadino dimostra con pervicacia di non sapere quali pesci prendere e sembra capace soltanto di mettere in scena un mediocre duello fra Lega e Forza Italia.
Sicuramente forti, le Cinque Stelle, se troveranno una candidatura efficace, un impensabile “numero uno”, come direbbe Guazzaloca, in grado di portare Merola al ballottaggio, potranno sognare una riedizione del leggendario 1999 (e dei più recenti casi di Parma e di Livorno). Altrove, nelle città alle quali alcuni bolognesi di tanto in tanto dicono che bisognerebbe guardare, si attiverebbero anche “pezzi di società civile”, portatori di idee, proposte, persino di soluzioni. Vedremo in autunno. Nel frattempo, candidato in mancanza di meglio, sarebbe opportuno che Virginio Merola provi a lanciare la sfida a se stesso offrendo un progetto a tutto tondo per la città. Un progetto non soltanto elettorale.
Pubblicato il 1° agosto 2015
Ecco perché hanno salvato Azzollini
Una maggioranza schiacciante di senatori, addirittura 189, ha salvato dagli arresti domiciliari il collega del Nuovo Centro Destra Antonio Azzollini accusato dalla Procura della Repubblica di Trani di una varietà di reati: dal falso in bilancio alle assunzioni clientelari dallo spreco di denaro pubblico a consulenze d’oro. I numeri sono lampanti. Anche gran parte dei senatori del Partito Democratico, contraddicendo loro precedenti solenni dichiarazioni, ha respinto la richiesta dei magistrati capovolgendo la delibera della Giunta per le immunità che aveva sancito l’insussistenza di intenti persecutori nei confronti del potente senatore Azzollini. Forse i componenti della giunta tanto platealmente sconfessati dai loro colleghi dovrebbero trarne qualche conclusione, magari anche quella dell’inutilità e irrilevanza del loro lavoro e, forse, della stessa esistenza della Commissione.
Ovviamente, nonostante le sempre ipocrite dichiarazioni, pochi senatori, oltre, sperabilmente, ai componenti della giunta, si sono formati un’opinione dopo avere effettivamente letto le carte. Infatti, quasi nessuno di loro si è pubblicamente espresso contrastando specifiche motivazioni dei magistrati. La maggioranza di loro sostiene di avere votato “secondo coscienza”. Curiosamente, in maniera assolutamente inusuale, il capogruppo del Partito Democratico Luigi Zanda aveva addirittura inviato una lettera ai componenti del suo gruppo invitandoli a votare proprio “secondo coscienza”. Sarebbe interessante conoscere in quale altro modo si apprestavano a votare i Senatori e le Senatrici del PD: contro coscienza? Ma, poi, cosa sarà mai un voto di coscienza se non è accompagnato dalla conoscenza dei fatti, della natura delle imputazioni, delle motivazioni dei magistrati e delle conseguenze di vario tipo del voto stesso?
Insomma, i magistrati chiedevano gli arresti domiciliari dell’Azzollini, non tanto per il timore di fuga dell’accusato, ma poiché ritengono che, rimasto a piede libero, l’accusato abbia la possibilità, usando della sua influenza, della sua rete di relazioni e di ingenti somme di denaro, di manipolare le prove e, magari, di intimidire gli accusatori e gli eventuali testimoni. La “coscienza” della maggioranza dei senatori ha risposto “no”. Da un lato, non si corre il rischio che il collega Azzollini inquini, cancelli, camuffi, intimorisca; dall’altro, i magistrati starebbero perseguitando l’Azzollini per ragioni che non ci vengono spiegate. Certo, il salvataggio del senatore del NCD da parte dei colleghi non è il primo e non sarà l’ultimo. Le votazioni sulle relazioni delle Giunte parlamentari per le Immunità assomigliano spesso a roulette nelle quali i numeri che escono non sono, però, mai del tutto casuali.
Rimanendo in metafora ci sono dei croupiers molto attenti, non alle coscienze, ma agli umori dei giocatori e alla stabilità del tavolo da gioco. Nel caso Azzollini, poteva, come qualcuno deve avere fatto sapere al capogruppo PD Zanda, anche saltare il banco. Infatti, l’Ncd ha già subito l’onta delle dimissioni da ministro di Lupi. Un arresto, anche se ai domiciliari, sarebbe stato molto mal digerito gettando altre brutte ombre su tutto il partito. In Senato, poi, già i movimenti si sono fatti vorticosi. Le minoranze del PD non cedono. Arrivano i soccorsi dei verdiniani. Si annunciano tempi, non necessariamente difficilissimi, ma che richiedono convergenze solide fra gli alleati di governo. Insomma, le convenienze politiche hanno sicuramente avuto un ruolo non marginale nel salvataggio di Azzollini. Non è, però, proprio il caso di sostenere che “ce ne faremo una ragione”. Questa “politica ad orologeria” che salva qualcuno/chiunque, non in base ad inoppugnabili evidenze giuridiche, ma quando vengono fatte balenare conseguenze sgradevoli sugli assetti e sulle politiche governative, è destinata ad alimentare l’antipolitica, il disgusto per la politica, il distacco dalla politica. Tanto i governanti quanto il Partito Democratico scaricheranno le responsabilità sull’autonomia del Senato e sulla coscienza dei singoli senatori. Se la prendano tutta.
Pubblicato AGL 30 luglio 2015
Paritarie. Senza oneri per lo Stato
L’istruzione è un diritto riconosciuto dalla Costituzione. All’uopo, lo Stato si impegna a garantire la creazione di scuole di ogni ordine e grado affinché tutti cittadini riescano quantomeno ad ottenere il livello di istruzione offerto dalla scuola media. Fino a quel livello la frequenza è gratuita. Oltre lo Stato si impegna a sostenere i meritevoli e i bisognosi con esenzioni e borse di studio. Uno dei principi fondamentali della Costituzione è il pluralismo che, nel settore dell’istruzione, significa che, a determinate condizioni, i privati, singoli, associazioni, anche religiose, enti di vario tipo, hanno il diritto di dare vita a scuole di qualsiasi tipo e livello purché questo avvenga “senza oneri per lo Stato”. Vale a dire che, in senso lato, chiunque può dare vita ad un istituto scolastico, ma solo se in grado di formarlo e farlo funzionare con fondi propri.
Le scuole istituite da privati debbono ottemperare a criteri prestabiliti se desiderano che i titoli di studio acquisibili da chi le frequenta vengano riconosciuti sul mercato del lavoro. L’osservanza di regole chiare e prestabilite in termini di curriculum di studi, di reclutamento di docenti, di percorsi per il conseguimento dei titoli ha consentito a centinaia di scuole non pubbliche di ottenere il riconoscimento di scuole paritarie. Sono scuole nelle quali i genitori pagano rette di entità più o meno elevate e che godono di esenzioni, spesso in materia di tassazione. In questo caso, dunque, lo Stato si assume in maniera indiretta, ma reale e visibile, “oneri”.
La recente sentenza della Cassazione che condanna due scuole paritarie di Livorno gestite da suore a pagare l’ICI (con pesanti arretrati) sembra fondarsi sul fatto che il pagamento delle rette configuri fini di lucro che giustificherebbero la tassazione di quegli istituti altrimenti favoriti. L’eventuale chiusura di quegli istituti e, a cascata, di molti altri in condizioni simili priverebbe, laddove lo Stato non sia immediatamente in grado di offrire alternative, migliaia di studenti dell’istruzione a cui hanno costituzionalmente diritto. Da un puro punto di vista contabile è lecito chiedersi se, una volta eliminate le esenzioni di cui hanno goduto/godono le scuole paritarie non-statali, quelle risorse saranno sufficienti a fare sì che lo Stato riesca a provvedere istruzione nella stessa quantità delle scuole paritarie. La risposta sembrerebbe essere negativa e non vale l’obiezione che lo Stato verrebbe spinto a porre fine alla sua inadempienza poiché, anche senza tenere conto dei tempi inevitabilmente lunghi per sanare l’inadempienza, gli mancherebbero comunque i fondi necessari.
In sostanza, è giusto che le scuole paritarie siano soggette alla legge e non godano di esenzioni ingiustificabili, ma, in non pochi casi, l’inciso “senza oneri per lo Stato” deve essere letto e contemperato con riferimento alla realtà effettiva di uno Stato e di una scuola pubblica che non sono tuttora in grado di garantire altrimenti quell’istruzione che la Costituzione sancisce come diritto fondamentale. Non esiste nessuna soluzione facile, ma è ora di lasciare da parte anatemi e privilegi e di operare, non all’insegna di slogan che inneggiano alla buona scuola, ma affinché in tutto il paese si affermino e operino moltissime buone scuole, meglio se pubbliche, comunque in grado di offrire ottima, non settaria, istruzione.
Pubblicato AGL 28 luglio 2015
A Changing Republic. Politics and Democracy in Italy
Mentre il sistema politico italiano è entrato in un nuovo giro di riforme malfatte, Gianfranco Pasquino e Marco Valbruzzi riflettono criticamente sulla storia politica italiana degli ultimi vent’anni, mettendone in luce tutti i limiti, le criticità e, per chi davvero volesse coglierle, le opportunità per rendere le istituzioni più efficaci e meglio funzionanti.
In uscita ai primi di settembre per Edizioni Epoké
A Changing Republic. Politics and Democracy in Italy
Di Gianfranco Pasquino e Marco Valbruzzi.







