Home » Uncategorized (Pagina 258)
Category Archives: Uncategorized
Triangolo virtuoso e lati deboli
Quando a vincere la carica più importante di un sistema politico è un candidato dalle indiscutibili qualità diventa difficile per tutti intestarsi la vittoria. Qualcuno dice che Mattarella era, insieme a Amato, il candidato preferito da Napolitano. A più riprese, Bersani ha sostenuto che Mattarella era sulla sua lista di candidati nel 2013. Tutti sanno che Mattarella non era affatto il primo dell’elenco dei presidenziabili di Renzi. Lo è diventato quando, da un lato, Renzi ha capito che soltanto con Mattarella poteva sperare di tenere unito il Partito Democratico, e, dall’altro, che Berlusconi gli contrapponeva proprio un candidato divisivo. Dunque, sicuramente Mattarella deve essere grato anche a Renzi per averlo candidato, ma la sua elezione è il prodotto di una pluralità di fattori che non lo rendono affatto dipendente da Renzi. Inoltre, sarebbe un’offesa alla storia politica e personale di Mattarella pensare che in quanto Presidente della Repubblica che rappresenta l’unità nazionale rinuncerà alla sua autonomia di giudizio e di comportamento. No, non è affatto probabile che la schiena dritta del Presidente Mattarella si pieghi agli ordini di scuderia, di nessuna scuderia né di partito né di provenienza culturale.
Renzi ha ragione di esultare per il risultato, ma non può credere neanche per un momento che Mattarella sarà il “suo” Presidente. Fin da subito il Presidente Mattarella si troverà nelle condizioni di provare in maniera trasparente e a tutto campo la sua autonomia. Mattarella troverà sulla sua scrivania due leggi importanti. Anzitutto, l’Italicum che, immagino, né il relatore del Mattarellum, sistema d’impostazione opposta alla legge Renzi-Boschi, né il giudice che ha sicuramente contribuito allo smantellamento del Porcellum, può approvare in tutti i suoi impasticciati e forse incostituzionali dettagli. Poi, dovrà esaminare un brutto decreto fiscale che contiene una norma che, da qualsiasi parte la si rigiri, offre straordinari vantaggi a Berlusconi (oltre che a tutti coloro, probabilmente nessuno, che abbiano livelli di reddito altrettanto elevati). Insomma, Mattarella entrerà subito in dialettica con il governo Renzi sulle regole del gioco, delle quali la legge elettorale è la più controversa e la più significativa, come dimostrano le tensioni dentro il PD e fra i due “nazareni”: Renzi e Berlusconi. Dovrà decidere come, attraverso la cosiddetta moral suasion oppure rifiutando pubblicamente e motivatamente di promulgare leggi e di autorizzare decreti, svolgere appieno il suo ruolo. Infine, dovrà in qualche modo anche affrontare la pratica della riforma del bicameralismo paritario con il fortissimo ridimensionamento del ruolo, dei compiti, del potere del Senato e quindi con la necessità di costruire nuovi contrappesi al governo, per di più dotato di un notevole premio in seggi.
Il difetto più visibile del Presidente Mattarella è costituito dalla sua scarsa esperienza internazionale e dalla sua limitatissima riconoscibilità a livello europeo e, più in generale, sulla scena di una politica diventata globale. Eppure, Mattarella dovrà intervenire, collaborando, potenziando, ma, eventualmente, anche “correggendo” la politica estera ed europea di un Presidente del Consiglio, neppure lui particolarmente preparato, ma lui, sì, spesso affrettatamente superficiale. Prudenza, sobrietà, riservatezza sono qualità che non impediscono affatto a Mattarella di diventare dopo un brevissimo periodo di apprendistato un Presidente capace, anche grazie alla sua esperienza di parlamentare e di ministro, di esercitare i molti poteri presidenziali che Napolitano (al quale Mattarella potrà rivolgersi per avere utilissimi consigli) ha portato alla loro massima estensione. Nessuno s’illuda, tantomeno Renzi e i renziani, che nel triangolo istituzionale Presidenza-Governo-Parlamento, il lato affidato a Mattarella risulterà debole e trascurabile.
Pubblicato AGL 1 febbraio 2015
Mattarella, un cattolico sgradito all’ex Cav
Dalla sua tradizione politica e personale, quella della Democrazia Cristiana, dei Popolari, forse anche dell’Ulivo e poi della Margherita, Matteo Renzi ha estratto una buona candidatura per il Quirinale. L’attuale giudice costituzionale Sergio Mattarella, più volte ministro, autore, ironia della sorte, di una buona legge elettorale che Renzi seppellisce definitivamente con il suo meno buono Italicum, è in effetti, un ex-democristiano, che non ha nessun motivo di pentirsi, di basso profilo. Non è, però, un ex-democristiano di bassa qualità.
Anzi, nell’ambito dei molti nomi di dc di vario genere che Renzi e il suo entourage hanno fatto circolare, per lo più strumentalmente, nei gossip pre-presidenziali, è sicuramente il migliore. Sobrio, riservato, sempre equilibrato nelle sue, rarissime, dichiarazioni, la carriera politico-parlamentare di Mattarella evidenzia anche la sua capacità di non rinunziare alle proprie convinzioni. Nel 1990 le sue dimissioni da ministro, unitamente ad altri quattro ministri della sinistra democristiana, furono motivate dal dissenso profondo sulla legge del repubblicano Mammì che aprì una prateria alle scorribande delle televisioni di Silvio Berlusconi. Probabilmente, sono proprio quelle dimissioni a renderlo non votabile da Berlusconi, che ha la memoria lunga, ma che deve anche avere capito che Mattarella non sarà un Presidente della Repubblica malleabile.
Se, dunque, Berlusconi voleva qualcosa in cambio dei suoi voti, si è reso immediatamente conto che quel qualcosa Mattarella non glielo avrebbe dato. Non glielo darà. Naturalmente, neppure Renzi avrà un trattamento di favore poiché la cultura costituzionale di Mattarella a nessun favore si piega. Semmai, in quanto Presidente della Repubblica, Mattarella cercherà nei limiti del possibile di ricostruire quell’equilibrio fra le istituzioni che il fortissimo ridimensionamento del Senato e il grande potere conferito dal premio elettorale alla lista vittoriosa e al suo capo mettono in seria discussione.
Dalla difficile prova dell’elezione presidenziale Renzi esce finora giustamente soddisfatto. Ha evitato che il Pd andasse in ordine sparso perseguendo candidature che, in generale, erano in parte divisive in parte inadeguate, a lui, comunque, non pienamente gradite. Ha dimostrato che il Patto del Nazareno non implicava nessun accordo segreto e inconfessabile riguardo all’inquilino da collocare al Colle per i prossimi sette anni. Ha messo in serie difficoltà l’area Nuovo Centro Destra e Udc, molti dei quali ex-democristiani dovranno dare delle spiegazioni a se stessi e alla loro coscienza se finiranno per non votare uno dei migliori di loro. Alfano non potrà cavarsela portando l’Ncd, come ha dichiarato, su posizioni più critiche dell’azione del governo di cui lui fa parte e dal quale non può staccarsi se non a rischio, quasi letale, di provocare nuove difficoltosissime elezioni. Dal canto suo, Berlusconi non può abbandonare gli accordi sulle riforme elettorali e costituzionali da concludere. Forse riuscirà a capire in tempo che votare Mattarella spiazzerebbe l’Ncd e lo rimetterebbe in sintonia con Renzi, una sintonia di cui Forza Italia al 16 per cento ha molto più bisogno che non il segretario del Partito Democratico.
I falchi di Forza Italia volano incattiviti, ma non sanno dove andare a posarsi. Infine, la mossa di Renzi ha reso visibilissime l’incapacità e l’irrilevanza dei grillini che sono in imbarazzo, anche perché poco sanno della storia della Repubblica, a giustificare il non–voto per Mattarella.
Una vittoria presidenziale è molto importante. Cancellerà per qualche tempo le molte preoccupazioni che il capo del governo deve avere soprattutto in termini di rilancio dell’economia. Sopirà anche le tensioni fra i renziani e le maltrattate minoranze interne, meno quella di Civati che s’inventerà qualcosa per rilasciare interviste. Metterà anche in soffitta la prospettiva, del tutto illusoria, di un progetto Tsipras Italian-style. Renzi si troverà al tempo stesso più libero nelle scelte, ma privo del sostegno che Napolitano gli ha garantito.
Pubblicato AGL 30 gennaio 2015
Quell’impresa di Veltroni, che riuscì con Ciampi al primo colpo
Nel 1999 il segretario dei Democratici di Sinistra era Walter Veltroni, il capo del governo Massimo D’Alema e il leader dell’opposizione Silvio Berlusconi. Nel paese reale, che qualche volta si fa sentire, ma ha bisogno di essere sollecitato, cresceva la candidatura di Emma Bonino. Veltroni prese un’iniziativa tanto sorprendente quanto intelligente. Stilò dieci punti che delineavano in maniera chiara, esauriente e condivisibile le caratteristiche di un buon Presidente della Repubblica. A mio modo di vedere, quelle caratteristiche si attagliavano anche a Emma Bonino, certo più laica e con una storia più politica e persino più “europea” di Ciampi. Comunque, Veltroni riuscì nell’impresa di fare eleggere Ciampi al primo turno con il voto anche dei berlusconiani. Ciampi fu un Presidente non di parte, ma sostanzialmente privo di potere politico personale e, come avrebbe dimostrato, costretto a fare fin troppo affidamento sui suoi collaboratori.
Nel 2015, il segretario di un partito con una rappresentanza parlamentare gonfiata dal premio di maggioranza sta cercando un Presidente di garanzia, vale a dire che garantisca sia lui stesso sia Silvio Berlusconi (ma anche per mettere in riga la minoranza del Partito democratico). Non c’è metodo; non ci sono criteri. È in gioco il suo potere personale. Qualche gufo potrebbe (giustamente) aggiungere che sono in gioco la governabilità e la democraticità del sistema politico italiano.
Pubblicato il 27 gennaio 2015 su Reset.it e Mondoperaio.net
Il dopo Napolitano. Quel voto così lontano
E’ legittimo che un partito scelga i rappresentanti della Regione che voteranno il Presidente della Repubblica con riferimento esclusivo alla loro appartenenza di corrente? In Emilia-Romagna, il caso si è presentato per la opportunità o meno di nominare, come vorrebbe la prassi istituzionale, la vice-presidente del Consiglio Regionale Simonetta Saliera, ritenuta anti-renziana. Il problema, però, ha implicazioni molto più ampie e delicate poiché, per esempio, è destinato a ripresentarsi quando le Regioni dovranno nominare i senatori di loro spettanza. I consiglieri sceglieranno senatori nell’ambito del loro partito, guardando addirittura all’appartenenza di corrente, oppure terranno delle competenze dei candidabili e dei compiti che dovranno svolgere, anche nell’interesse più ampio della Regione?
Quanto ai Grandi Elettori presidenziali, è davvero difficile sapere in anticipo che cosa voteranno i renziani ed è davvero azzardato pensare che Saliera abbia già deciso che, comunque, non voterà il candidato indicato da Renzi. Penso che in un’elezione presidenziale non debba mai essere fatta valere la disciplina di partito che, invece, vale sempre per i disegni di legge del governo che attuano il programma del partito (a meno di inspiegabili stravolgimenti). Liberi/e, dunque, di votare la candidatura che preferiscono alla Presidenza della Repubblica, magari tenendo conto del dettato costituzionale che vuole che il Presidente rappresenti l’unità nazionale, sarebbe, comunque, bello che i parlamentari dell’Emilia-Romagna contribuissero con le loro dichiarazioni a tracciare l’identikit politico e istituzionale del Presidente utile all’Italia (non a Renzi, non a Berlusconi e non a una formula di governo) per i prossimi sette anni. Anzi, avrebbero già dovuto comunicare ai loro elettori (ahi, dimentico che sono tutti parlamentari nominati) i loro criteri di valutazione e le loro preferenze. Avrebbero anche potuto accettare una discussione pubblica e franca con quei moltissimi elettori che pochi mesi hanno consapevolmente e deliberatamente disertato le urne della Regione.
Purtroppo, non ci sarà la possibilità di nessun dibattito sul Presidente che vorremmo, sul Presidente di cui il sistema politico italiano ha bisogno. La seduta congiunta Camera dei deputati-Senato servirà soltanto come seggio elettorale. Il voto segreto, garanzia di libertà per tutti i parlamentari nei confronti di coloro che hanno potere sulle loro ricandidature e carriere, priva i cittadini-elettori di informazioni importanti proprio sui loro parlamentari e consente voti in dissenso per una molteplicità di ragioni che sarebbe opportuno fossero “confessate”, comunicate in maniera trasparente. Naturalmente, i parlamentari possono e, a mio modo di vedere, dovrebbero assumersi la responsabilità del loro voto e avere il coraggio, se questa è la parola giusta, di farlo conoscere in maniera argomentata agli elettori. Chi sa se nel segreto dell’urna renziani, cuperliani, bersaniani, civatiani e prodiani (e, naturalmente, berlusconiani) convergeranno? Fatecelo sapere.
Pubblicato il 24 gennaio 2015
Partiti che vanno e Riforme che vengono
Sembra un modo provocatorio di porre la questione ma in realtà forze politiche sull’orlo della scissione ed elette in Parlamento con una legge elettorale delegittimata si stanno affannando e affrontando in un’ansia riformistica che sconvolgerà il quadro istituzionale.
Verrebbe sommessamente da suggerire: ma perché non eleggiamo un nuovo Parlamento con la legge elettorale proporzionale con sbarramento sopravvissuta ai tagli della Consulta e lasciamo a questa nuova compagine, dotata di ben altra legittimazione, il compito di se e cosa riformare?
Qualcuno è convinto che non ce lo possiamo permettere: la governabilità…gli impegni con l’Europa…
23 gennaio 2015 ore 18
Bologna – Sala Marco Biagi, Conservatorio del Baraccano via S.Stefano 119
intervengono
Sandra Bonsanti, presidente di Libertà e Giustizia e
Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica
Invito(clicca per ingrandire)
Italicum merce di scambio
Grazie all’Italicum, annuncia e ribadisce Renzi, non ci saranno più inciuci, non si faranno più larghe intese, finirà per sempre il deprecato consociativismo. A metà fra il serioso e il giulivo, ripetono il mantra anche il Ministro delle Riforme Istituzionali Maria Elena Boschi e il vice-segretario del partito, la loquacissima, Debora Serracchiani. Bocciato un cruciale emendamento della minoranza del PD che avrebbe ridotto grandemente il numero dei nominati e approvato un emendamento del PD che ingoia migliaia di altri emendamenti, entrambi i voti debitori del soccorso blu dei Senatori di Forza Italia, il cammino verso l’approvazione di una legge elettorale controversa sembra in discesa. Vedremo in occasione della sua prima applicazione, possibile non prima del 2016, quanto l’Italicum manterrà le sue promesse, in particolare, quelle di sostenere il bipolarismo, di garantire senza mercanteggiamenti un vincitore incoronato la sera stessa delle elezioni e di produrre la governabilità renziana.
Al momento, ma è anche effetto della sotterranea battaglia per il Colle più ambito, il Quirinale, il Partito Democratico si sta dolorosamente lacerando. Soltanto il molto deprecato inciucio con Forza Italia, che dovrebbe essere sconfitto a futura memoria, salva Renzi e la sua brutta riforma elettorale. Berlusconi si aggrappa all’inciucio come se fosse una vera e propria ciambella di salvataggio sia nel duro confronto interno al suo stesso partito sia per rimanere a galla come contraente del Patto del Nazareno e soprattutto per concordare il futuro presidente. Non è ancora andata a fondo la minoranza del Partito Democratico, guidata da Bersani, in grandissima fibrillazione poiché Renzi non fa sconti, non fa concessioni, non fa neppure il piacere di giocare a carte scoperte. Adesso, il test della profondità e della solidità del rapporto prioritario e privilegiato con Berlusconi, non ancora, però, una nuova maggioranza, si sposta verso l’elezione del prossimo Presidente.
Berlusconi ha ripetutamente affermato che non vuole un ex-comunista. In questo modo, taglierebbe fuori dall’eventuale rosa che Renzi potrebbe sottoporgli: Bersani, D’Alema (che ha ancora non pochi sostenitori in parlamento) e Veltroni. Adesso, è l’ex-segretario Bersani che deve porsi il problema di come fare valere quel che resta della ditta. Certamente, l’elezione del prossimo presidente della Repubblica offre alla minoranza del PD, ma anche a Fitto e ai dissidenti di Forza Italia, una grande occasione. Non è soltanto questione di nomi. Peraltro, a Renzi non costa proprio nulla escludere gli ex-comunisti. Non è quella la sua tradizione né, tantomeno, la sua cultura (parola grossa) di riferimento. Anzi, tanto di guadagnato, se l’esclusione degli ex-comunisti, pur non garantendo l’elezione del prescelto nelle prime tre votazioni, facilitasse, faciliterà l’accordo con Berlusconi. E’ sul profilo del non ex-comunista che Renzi e Berlusconi potrebbero avere non marginali differenze di opinione.
E’ lampante che lo scambio, che si sta manifestando sulla legge elettorale, al quale Berlusconi è interessato, riguarda la sua agibilità politica. Il tempo passa, le energie declinano, i malumori in Forza Italia crescono. Se non viene riabilitato in fretta, Berlusconi finirà per non contare nulla. Dunque, ha bisogno di un Presidente della Repubblica molto comprensivo. Anche Renzi desidera un presidente “comprensivo”, magari di basso profilo, meglio se ex-democristiano, poco interventista. Qualcuno lo ha già delineato questo potenziale “presidenziabile”. Proprio come la brutta legge elettorale che consente a Renzi di contare su una vittoria che depurerà il PD dalle minoranze dissenzienti e a Berlusconi di continuare quantomeno a nominare tutti i suoi parlamentari, anche il prossimo Presidente della Repubblica può essere la conseguenza di un inciucio giustificato con l’obiettivo altisonante di porre fine agli inciuci. Per concludere in politichese: “sono queste le riforme, sono questi gli esiti che la gente si attende?”
Pubblicato AGL 22 gennaio 2015
La corsa alla Presidenza della Repubblica
Radio Radicale 17 gennaio 2015
La corsa alla Presidenza della Repubblica: il messaggio alle Camere di Napolitano e le dimissioni del Capo dello Stato, parla Gianfranco Pasquino.
Intervista rilasciata a Lanfranco Palazzolo. Durata: 15′ 9″
QUI L’ AUDIO INTEGRALE http://www.radioradicale.it/swf/fp/flowplayer-3.2.7.swf?30207f&config=http://www.radioradicale.it/scheda/embedcfg/431351
Quell’idea di nazione e di Europa
Il Presidente che se ne va ha fatto tutto il possibile per “tenere insieme” un sistema politico che stava disgregandosi. Ha fatto moltissimo, secondo alcuni anche troppo. Probabilmente se ne va con un po’ di amarezza e di preoccupazione, consapevole che il sistema non è ancora messo in sicurezza e che proprio la scelta del suo successore potrebbe produrre forti tensioni. Due stelle polari hanno guidato l’azione di Napolitano per quasi nove lunghissimi anni: un’idea di nazione, una visione dell’Europa. Come quasi nessun altro prima di lui, il Presidente Napolitano ha inteso rappresentare “l’unità nazionale” come il suo fondamentale compito a norma di Costituzione. L’ha fatto spingendo i partiti politici e i loro dirigenti a trovare accordi e a prendere decisioni condivise. Le “larghe intese” sono state una delle modalità di rappresentare l’unità nazionale e di procedere a riforme, socio-economiche e istituzionali, tuttora, però, incompiute. L’ha fatto opponendosi a scioglimenti anticipati del Parlamento, richiesti da una classe politica composta da ignavi e da presuntuosi, che avrebbero logorato le istituzioni e gli stessi cittadini elettori senza risolvere nessun problema. L’ha fatto nominando tre capi del governo e sostenendoli fin dove poteva con il suo prestigio, le sue indicazioni, i suoi consigli, preziosissimi perché derivanti da cinquant’anni di onorata esperienza politico-parlamentare. L’ha fatto, infine, “predicando” i valori della libertà, della partecipazione, dell’appartenenza a una stessa comunità, del senso civico, dell’impegno politico. Sono valori tanto più credibili poiché da lui non soltanto annunciati, ma coerentemente praticati.
Quella visione d’Europa, di un continente che si unifica politicamente anche perché condivide una storia, tragica, ma superata, che è fondato su valori occidentali diventati universali, che si oppone alla violenza e al fondamentalismo di tutti i tipi, ha fatto la sua (ri)comparsa nella grande marcia di Parigi. Il Presidente Napolitano, sulla scia del grande combattente federalista Altiero Spinelli, l’aveva fatta sua, interpretata e manifestata da almeno quarant’anni. L’ha ripetutamente richiamata nell’assoluta consapevolezza che unicamente in Europa, grazie all’Unione Europea, agendo credibilmente e responsabilmente, l’Italia e gli italiani (ri)troveranno la strada della crescita, non soltanto economica, ma politica e culturale. I capi di governo e di Stato europei e molte università in Italia e nel continente hanno dato ampio riconoscimento all’europeismo di Napolitano che, purtroppo, continua a non essere pienamente, in maniera convinta e operosa, tradotto in comportamenti proprio in Italia.
Chiarissimo, ampio e positivo il lascito di Napolitano potrà durare esclusivamente se chi gli succederà, uomo o donna, avrà, se non le sue stesse, probabilmente inimitabili, qualità, almeno la volontà e le capacità per svolgere i difficilissimi compiti che l’Italia ha di fronte. Napolitano è stato molto più di un arbitro, ancorché severo, e di un garante autorevole. Ha voluto e saputo essere il garante dei cittadini, non dei dirigenti di partito, il garante del buon funzionamento delle istituzioni, non dei detentori delle cariche. Il Presidente Napolitano è anche stato, nei limiti della Costituzione ma, talvolta, anche proiettandosi per necessità oltre, senza mai violarla, un protagonista. Questo suo innegabile protagonismo ha anche significato l’ineludibile presa d’atto che la Costituzione, da lui celebrata nel 2008 come una splendida sessantenne con poche rughe, è esigente con tutti, dai cittadini al Presidente della Repubblica, ai quali impone doveri democratici. Indiscrezioni suggeriscono che Napolitano, tornato, in veste diversa, Senatore a vita, si appresta a votare il suo successore. Auguriamo a lui e a noi tutti che il successore sia più che degno, quindi non una persona di basso profilo e di limitata autonomia politica, altrimenti turbolentissimi saranno i tempi della Repubblica.
Pubblicato Agl 14 gennaio 2015
Funzionano, è proprio il Pd che le rovina
Sa quante sono le primarie svolte?
Poche decine, direi.
“Il loro numero è impressionante: tra 620 e 640. E le anomalie riscontrate rappresentano una percentuale modesta del campione”.
La cifra la detta Gianfranco Pasquino, politologo e curatore di una ricerca sugli esiti della selezione della leadership attraverso il voto popolare. Professore, la cifra è enorme ma nella valutazione della vitalità democratica di questo esperimento non si può mettere sullo stesso piano Napoli e Chioggia.
Esistono casi rilevanti, non discuto. Quel che mi preme dire è che le primarie sono una strada sicura per attivare energie nuove, far crescere personalità anche fuori dal partito. La somma degli scandali, chiamiamoli così, non compensa la quantità dei frutti positivi che la selezione attraverso il voto popolare ha comunque offerto.
Eppure le primarie appaiono uno strumento che danneggia il partito, riconducendolo alle etnie, alle bande.
Sono gli stessi dirigenti che le organizzano male. Dove il partito è diviso la conseguenza sarà di una selezione caotica. Ma resta intatta la qualità del tentativo. Le primarie servono se allargano la base dei partecipanti. E nella maggioranza dei casi il risultato è raggiunto.
Anche se si raccolgono gruppi di stranieri e li si conducono ai seggi a mo’ di gregge?
Quello no. È un atto deteriore di populismo, un’interpretazione mediocre della multiculturalità dare a chi non è cittadino italiano la possibilità di votare. Cofferati lamenta appunto il voto inquinato. Capiremo tra qualche giorno quanti sono questi casi. Però non dimentichiamoci che Cofferati era un paracadutato e a qualche ligure magari non è piaciuto che il compagno di Cremona, già sindaco di Bologna, ora europarlamentare, volesse scalare la vetta di Genova.
Se le primarie rappresentano una boccata d’aria pura perché la condizione del Pd è da catalessi?
Perché si confonde il partito con le primarie. Io sto difendendo queste ultime, che magari possono essere ancor meglio definite e regolamentate, ma che hanno caretteri di sanità politica. Sul partito cosa vuole che le dica? L’emorragia degli iscritti denota una vita interna asfìttica. Del resto abbiamo un premier che è anche segretario di un partito che non gli piace e non gli interessa. Fa di tutto per dimostrarlo e i risultati sono tangibili”.
Il Pd ha stabilizzato le correnti, i cacicchi, aggregando volti misteriosi e a volte pieni di ombre.
È divenuto una piattaforma di promozione sociale ed economica. Difatti la maggioranza dei parlamentari gode di un reddito che mai avrebbe conseguito se avesse condotto una vita al di fuori della politica. È una piattaforma di lancio di personalismi non un luogo dove le idee si forgiano, la discussione divampa dinanzi a ideali contrapposti, a strade diverse da percorrere. La disunità del partito, lo scarsissimo interesse verso la società civile è questione da non sovrapporre all’istituto delle primarie. Le ripeto: sono oltre seicento i casi di verifica del consenso. In seicento città, piccole, medie, grandi, si sono svolte corse elettorali dignitose. In alcuni casi, penso a Cagliari con Zedda, a Milano con Pisapia, sono venuti fuori nomi lontani dal circuito dei maggiorenti. È un bene.
Però in alcune città nemmeno si può tentare la conta: veda Napoli. Certo, è così, E a Genova c’è la nube tossica dei sospetti. A Roma poi devono fare la conta degli iscritti e dividere i falsi dai veri.
Roma è stata sempre detenuta da famiglie politiche. Quelle del Pci dei Bufalini, dei Rodano erano illuminate. Queste sono etnie mercenari”.
Se Roma è così, è ipotizzabile che altrove sia uguale o peggio.
O anche meglio.
Lei è ottimista. Ma il Pd non è in buona salute, e pure Renzi sta declinando nei sondaggi.
Non sono iscritto al partito e non ho votato Renzi. Il quale (prendo a prestito una frase di Lincoln) può ingannare tutti per una volta, qualcuno tutte le volte, ma non tutti per tutte le volte.
A. Cap.
Intervista pubblicata il 13 gennaio 2015





