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Una giustizia più eguale per tutti
“Chi sbaglia paga” mi è sempre parso un principio sano e apprezzabile, da mettere in pratica. Naturalmente, richiede di essere specificato nei suoi due cardini: l’errore e il risarcimento. Tutti debbono essere responsabili dei loro comportamenti. A maggior ragione coloro che hanno potere sui loro concittadini. Fra i potenti si trovano non soltanto i governanti e i rappresentanti politici a tutti i livelli, ma anche i magistrati. La decisione su chi ha torto e chi ha ragione in un processo, chi ha violato le norme e con quali effetti negativi è espressione di un potere, legittimo, attribuito ai magistrati. Qualcuno di loro, esempi non luminosi, si è fatto, “protagonista”, usando della sua visibilità per ottenere un ruolo politico. Qualcun altro si è, invece, “nascosto” nella selva di leggi e norme e precedenti, operando da “burocrate”. La dicotomia dei rischi da evitare appartiene al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che la ha, forse non casualmente, pronunciata alla Scuola di formazione dei magistrati proprio il giorno in cui la Camera dei deputati ha approvato la legge sulla responsabilità civile dei magistrati.
E’ una legge che l’Unione Europea, unitamente a molti cittadini italiani, aveva richiesto da tempo. E’ una legge che, invece, i magistrati hanno sempre tenacemente, qualche volta andando sopra le righe, osteggiato. E’ difficile dire se la sua entrata in vigore migliorerà dal punto di vista qualitativo e quantitativo (snellimento e alleggerimento dei processi) il funzionamento della giustizia in Italia. Probabilmente ci vuole molto altro, in particolare, è indispensabile una (ri)organizzazione degli uffici più flessibile e, per l’appunto, meno burocratizzata, alla quale i magistrati non hanno finora dato nessun contributo degno di nota preferendo proteggere i loro non pochi privilegi. Comunque, a prescindere dalle carenze organizzative, è del tutto giusto che i cittadini abbiano la possibilità di rivalsa se ritengono e se riusciranno a provare che i giudici hanno sbagliato per dolo e/o per colpa. Spetterà allo Stato procedere in tempi non lunghi (entro tre anni) a risarcire i cittadini per sentenze privatamente viziate da dolo e/o colpa rivalendosi poi nei confronti dei magistrati responsabili.
Quello che i magistrati hanno ripetutamente asserito di temere è che le sentenze da loro emanate siano in qualche modo condizionate dal timore di sbagliare e dalla conseguente spada di Damocle della richiesta di risarcimento. E’ una giustificazione davvero debole e carente. Magistrati altamente professionalizzati, sicuri delle loro competenze, orgogliosi del loro ruolo non hanno nulla di cui essere preoccupati. Sapranno fare parlare la legge nella maniera più convincente e meno controversa possibile. Sapranno applicarla senza dare adito a sfide manifestamente infondate, vessatorie, politicamente motivate. Non esiste nessuna ragione per pensare che l’urgente riforma complessiva del pianeta giustizia in Italia non possa cominciare dalla responsabilità civile dei magistrati che non ha nulla di punitivo e che ha molto di positivo agli occhi dei cittadini.
E’ il caso qui di ricordare che la responsabilità civile venne approvata in un referendum del 1987 da milioni di elettori, con l’elevatissimo consenso dell’80 per cento dei votanti. Qualcuno dirà che si poteva anche fare di più e di meglio (gli ineffabili parlamentari del Movimento Cinque Stelle che hanno capziosamente votato contro). Altri diranno, meglio, che, una volta messa all’opera la legge potrebbe evidenziare inconvenienti, inadeguatezze, cortocircuiti. Tutti i riformatori preparati e attrezzati sono perfettamente consapevoli che qualsiasi riforma merita di essere ritoccata qualora rivelasse problemi. Ma il problema più grande è stato affrontato di petto: i magistrati non possono mettersi presuntuosamente al di sopra della legge e sbagliare impunemente. Da oggi in Italia questo non sarà più accettabile. La legge è diventata un po’ più eguale anche per il potente ceto (i critici direbbero, non senza qualche ragione, la corporazione) dei magistrati.
Pubblicato AGL 27 febbraio 2015
Un anno fra realtà e fanfare
Né Mussolini né Tony Blair, ma neppure De Gasperi, nessuna delle analogie usate per definire Matteo Renzi nel giorno in cui il suo governo ha compiuto un anno appare appropriata e illuminante. Sono fuori luogo anche le accuse rivoltegli in maniera polemica, spesso dettate da frustrazioni politiche, di essere “un uomo solo al comando”. Non forte come Mussolini, non brillante come Blair, non efficace come De Gasperi, Renzi non è affatto solo. Si è circondato di amici e collaboratori di vecchia data (il giglio più o meno magico) e può contare su un rapporto molto intenso sia con l’indispensabile sottosegretario Graziano Del Rio sia con il Ministro per le Riforme Istituzionali Maria Elena Boschi. Lui aggiungerebbe che lo sostengono milioni di elettori. Tuttavia, le sue regolarmente bellicose dichiarazioni servono a rafforzare la sua non granitica sicurezza poiché Renzi è consapevole di essere molto meno “al comando” di quello che desidererebbe. Per esempio, dall’Unione Europea gli hanno sempre fatto capire che, forse, qualche aggiustamento “europeo” sarà fattibile, ma che è opportuno che il capo del governo italiano i compiti a casa li faccia e li faccia con volenterosa applicazione.
In Europa, non soltanto Renzi non comanda, ma è meglio per (quasi) tutti gli italiani, che sono diventati un po’ troppo euroscettici, che obbedisca. In qualche misura, sapendo che il sistema italiano non è abbastanza efficiente e flessibile, Renzi cerca di ottemperare, ma, attenzione, tutti i dati macro-economici svelano che l’Italia non cresce abbastanza, anzi, quasi niente, e non cresce in fretta. Allora, l’uomo non solo e non al comando deve spostare l’attenzione da risultati finora non entusiasmanti a promesse ancora eclatanti, ma soprattutto va alla ricerca e alla demonizzazione dei colpevoli. Quanto più i presunti colpevoli gli sono vicini tanto meglio. Quindi, è la minoranza del Partito Democratico, la vecchia guardia non ancora rottamata, a offrirgli il destro, pardon, il bersaglio migliore e più facile. In altri tempi, l’accusa era (nell’espressione usata da Berlusconi) di “remare contro”. Adesso l’accusa oscilla dal gufare al rosicare, mentre Renzi, non diversamente da Berlusconi, ostenta ottimismo e lancia speranze.
Rimanendo nell’ambito di coloro che si muovono nell’ampia area di sinistra, gli altri responsabili, se le annunciate riforme non vanno abbastanza bene e non abbastanza in fretta, sono la CGIL e la FIOM. Colpito da improvvisa popolarità, conseguenza delle sue numerosissime prestazioni televisive, il segretario della FIOM Maurizio Landini è assurto al ruolo di bersaglio privilegiato di Renzi. La CGIL di Camusso è già stata liquidata, ovvero “disintermediata” che, nella neo-lingua renziana, significa non più da consultare. Non c’è bisogno di interloquire con il più grande sindacato italiano. Invece, è opportuno mettere nell’angolo Landini in previsione di un suo ingresso in politica (fin troppi sindacalisti sono già nelle file dei parlamentari del PD), magari alla guida di una lista Syriza all’italiana.
Nessuna di queste battaglie mediatiche è davvero necessaria a governare meglio (e di più) il paese e il suo sistema socio-economico, ma con la complicità di non pochi operatori dei massa media ogni battaglia serve a sviare l’attenzione. In occasione dell’anniversario è meglio non guardare alle riforme iniziate con grande fanfara, ma ancora non completate, ed è consigliabile non valutare approfonditamente contenuti e qualità delle riforme delle provincie, della legge elettorale e del Senato. In maniera beffarda, non da solo, ma sostenuto “senza se e senza ma” dai suoi due vicesegretari e dai suoi più stretti ministri, il capo del governo attacca un po’ tutti da posizioni di forza. Renzi dà l’impressione di essere effettivamente al comando, ma gli effetti positivi del suo comando sul sistema socio-economico tardano a vedersi. Quel che soprattutto manca è la costruzione di un consenso ampio e convinto, segno distintivo dell’azione politica degli statisti. L’Italia di Renzi non corre nessun rischio di derive autoritarie. Galleggia e le poche riforme finora completate sono servite in pratica a far sì che non vada a fondo.
Pubblicato AGL 25 febbraio 2015
” Il nuovo Presidente della Repubblica, l’Italicum e molto altro…”
Il nostro Nicolò Guicciardi ha intervistato per il Mostardino.it il professore emerito di scienza politica all’Università di Bologna, Gianfranco Pasquino, riguardo temi caldi e attuali quali il nuovo Presidente della Repubblica, l’Italicum e molto altro.
Seguite questo e altri aggiornamenti su ilmostardino.it
Pubblicato il 23 feb 2015
Save the date 3 marzo: a Milano “Partiti, istituzioni, democrazie”
Martedì 3 marzo 2015 ore 18.00
Casa della Cultura – Via Borgogna 3 Milano (MM1 – San Babila)
A proposito di Partiti, istituzioni, democrazie
Tavola rotonda in occasione della presentazione del libro
Partiti, istituzioni, democrazie di Gianfranco Pasquino – Il Mulino (2014)
Oltre all’autore interverranno
Alberto Martinelli, Paolo Segatti e Salvatore Veca.
Coordina Ferruccio Capelli
Davvero dovremmo riformare un bicameralismo che qualcuno, impropriamente, si ostina a definire perfetto? Spetta al parlamento oppure al governo e alla sua maggioranza, fare le leggi? Chi ha detto che i partiti non controllano più la politica e sono in via di sparizione? Le primarie sono uno strumento di partecipazione democratica oppure un pasticcio manipolato da dirigenti di partito e gruppi di interesse? Esistono democrazie parlamentari nelle quali il capo del governo viene eletto dai cittadini e non può essere sostituito senza nuove elezioni? Nelle quali fa il bello e il cattivo tempo, nomina e sostituisce i ministri, scioglie a piacere il parlamento? Le leggi elettorali sono solo meccanismi per tradurre i voti in seggi oppure lo strumento essenziale con cui gli elettori scelgono i loro candidati e poi li premiano o li puniscono? Le approfondite analisi comparate qui proposte forniscono una risposta articolata a tali interrogativi, esaltando per questa via il contributo fondamentale che la scienza politica può dare ai processi di riforma istituzionale. (continua a leggere qui)
Un bel dilemma renziano #Bologna2016
Non un semplice sogno, ma un progetto molto ambizioso quello di Gianluca Galletti di candidarsi a sindaco di Bologna nella primavera 2016. I sogni muoiono all’alba. Invece, se coltivati con pazienza e intelligenza, i progetti ambiziosi possono rafforzarsi, durare e, a determinate condizioni, persino realizzarsi. Anche se è presto per discutere nei dettagli e prima che da più parti si levi il mantra della richiesta del programma che il candidato sindaco Galletti offrirà agli elettori bolognesi, non sono pochi gli elementi, tutt’altro che di contorno, da prendere in seria considerazione. Per fortuna, Gianluca Galletti non dovrà raccontarci la favola della società civile.
Dall’alto di una carriera politica e amministrativa di tutto rispetto, più volte parlamentare, sottosegretario, attualmente Ministro dell’Ambiente, già assessore al bilancio nella giunta di Guazzaloca, non c’è dubbio che Galletti abbia tutte le carte politiche in ordine. Promette di sapere quale città vorrà costruire e come vorrà governarla. Naturalmente, dovrà poi anche convincere i bolognesi che la sua idea di Bologna è preferibile almeno a quelle dei sindaci che si sono succeduti nell’ultimo decennio e a quelle che il sindaco in carica ed eventuali altri pretendenti cercheranno di elaborare. L’elemento di contorno più importante è rappresentato, punto essenziale per vincere e sicuramente per ben governare, dal sostegno politico e, mi spingerei fino a dire, partitico che Galletti saprà ottenere.
E’ impensabile che Galletti ritenga che una città, tantomeno Bologna, possa essere governata in un rapporto diretto fra il sindaco e gli elettori senza che esistano e si facciano sentire le molte associazioni operanti sul territorio comunale. Da un lato, Galletti crede che i partiti abbiano compiti specifici non sostituibili; dall’altro, non è sicuramente un cultore della cosiddetta disintermediazione. Inoltre, Galletti proviene da un’area politico-culturale che ha riacquisito centralità nella politica e nelle nomine del governo di Renzi.
Qualcuno si chiederà: dopo Palazzo Chigi e il Quirinale avremo un ex-democristiano anche a Palazzo d’Accursio? Questo è il problema del Partito Democratico di Bologna adesso guidato da un giovane renziano il quale non potrà non tenere conto che il Partito della Nazione di Renzi intende allargare i suoi consensi accogliendo i centristi (come ha fatto in maniera palese con Scelta Civica) e che il Partito della Città avrebbe l’opportunità di seguire una politica simile con ragionevoli aspettative di successo. Il progetto di Galletti, se perseguito con fermezza, è destinato a incidere tanto sul Partito Democratico quanto su quel che rimane di un centro-destra caratterizzato da poche idee, vecchie e confuse incapaci di offrire sbocchi ad elettori delusi e disorientati. Appare probabile ed è augurabile che la candidatura Galletti farà rinascere un serio e approfondito dibattito politico in una città che da tempo ne manca. Per ora, basta.
Pubblicato il 17 febbraio 2015
Le indocili gatte da pelare
Non si presenta facile la successione a segretario del Partito Democratico di Bologna. Raffaele Donini ha opportunamente dato le dimissioni per fare l’assessore in Regione. Altrettanto opportunamente non ha designato un successore né mi sembra che abbia espresso preferenze forti. Qualcuno potrebbe pensare che una carica di partito, per quanto importante, interessi quasi soltanto gli iscritti a quel partito e magari gli elettori più impegnati politicamente. Però, il Partito (Democratico) di Bologna non è un partito come gli altri. Infatti, tranne sfortunati, ma meritati, episodi, come la sconfitta della candidata a sindaco nel 1999, il Partito di Bologna è stato un partito dominante in politica, in economia, nella società (alquanto meno nella cultura della città). La personalità di chi lo regge e lo guida può fare una bella (o brutta, 1999, ma anche 2004, con il peggio del 2009) differenza. Inoltre, il successore di Donini dovrà fare i conti anche, da un lato, per fare riferimento ai due eventi recenti più significativi, con il crollo della partecipazione politica nelle elezioni regionali, dall’altro, con quella che chiamerò sinteticamente “la colata di San Lazzaro”. Appena meno rilevante già si staglia il problema dell’elezione nel 2016 del sindaco di Bologna, con prese di posizione pro e contro il sindaco in carica (talvolta anche da parte sua). Insomma, il prossimo segretario avrà non poche indocili gatte da pelare.
In politica contano non soltanto il consenso e la sua quantità, ma anche le modalità con le quali quel consenso viene acquisito. In estrema sintesi, il nuovo segretario dovrà essere eletto in un colpo solo dall’Assemblea attualmente in carica che certamente riflette pesi ed equilibri non proprio aggiornatissimi? Oppure è meglio che il partito faccia un vero e proprio congresso, con tutte le liturgie e i riti classici, ma anche con due diverse opportunità. La prima riguarda i candidati che saranno in condizione di presentare e articolare la loro visione di che cosa debba essere e debba fare il Partito Democratico di Bologna nell’era di Renzi. La seconda opportunità riguarda gli iscritti (e i loro circoli) troppo spesso trascurati e collocati in seconda fila rispetto agli elettori, più o meno occasionali, delle, pure utili e democratiche, primarie. Sembra che se si sceglie di affidare l’elezione all’Assemblea vincerà/vincerebbe un “cuperliano” (immagino che Cuperlo sarebbe il primo a sorridere di questa dizione). Invece, la strada che porta al Congresso darebbe molte chances ai renziani. Comunque, non è in base a queste previsioni che il PD dovrebbe decidere. Se vuole fare buona politica, il Partito Democratico deve tenere in grande conto i suoi iscritti. Deve utilizzare tutte le modalità che lo mettono in contatto con loro e con tutti coloro che parlano, interagiscono e interloquiscono (non solo sulla Rete) con gli iscritti e con i candidati. La democrazia è anche questo ed è sempre preferibile alle oligarchie, raramente illuminate.
Pubblicato il 6 febbraio 2015
Vientos de cambio en Europa. Es poco lo nuevo que avanza
Las numerosas y coloridas listas de izquierda que le dieron la vida (y la victoria) a Syriza en Grecia y que contribuyeron al crecimiento de Podemos en España son un fenómeno que tiene sus raíces fundamentalmente nacionales. No es una moda que, como la moda, produjo imitaciones, pero, por ejemplo, en Italia, más que imitaciones exitosas, lo que encontramos es el florecer de las ilusiones. También en otras partes, en Europa, aparecieron listas de izquierda en la misma izquierda, desde los Piratas suecos y alemanes hasta la Alternativa para Alemania, pero demostraron que no consiguieron afirmarse en el electorado. El elemento común a todas las nuevas listas de izquierda es la insatisfacción en las capacidades de representación de los partidos de izquierda, a menudo socialistas. En Grecia, esos partidos, más precisamente el Pasok, se derrumbaron y sus potenciales electores se dejaron convencer por Tsipras. En España, el PSOE se mantiene, pero en la oposición, mientras que Podemos creció gracias a la afluencia de jóvenes sin antecedentes, pertenencias partidarias y lealtades electorales. Por otra parte, en Alemania, Suecia, Noruega, Francia y Gran Bretaña, los partidos socialdemócratas y laboristas están en el gobierno y consiguen demostrar la inutilidad de un enfrentamiento con ellos. Por el contrario, cuando el desafío se presenta, se manifiesta mucho más a la derecha que a la izquierda. Aquí está el segundo elemento común: la oposición al euro, la crítica a la UE, la reaparición de un nacionalismo xenófobo (y, a veces, antisemita).
Pensar que éstas son posiciones que prenuncian un futuro practicable me parece francamente no sólo un error, sino una enorme estupidez (una tontería monumental). En el caso de las derechas se trata simplemente de su incapacidad para llegar a la modernidad. En los casos de Syriza y Podemos, hay un poco de infantilismo, destinado a pasar con el tiempo. Hay también una recuperación de la política de los buenos sentimientos: ayudar a los más débiles. Y hay, finalmente, un poco de miedo al futuro y a la competencia global que mancomuna a algunos sectores de derecha, como lo ha demostrado, no casualmente, la alianza antinatural de gobierno entre Syriza y los Griegos Independientes.
En la medida en que son “nacionales”, los fenómenos de izquierda y derecha serán confrontados por los partidos tradicionales. En la medida –variable– en que son antieuropeos, podrán ser combatidos por el Parlamento y la Comisión Europea. Aunque está absolutamente fuera de moda sostener que el horizonte de Europa es luminoso, ésta es mi posición. La UE tiene aún enormes espacios por mejorar desde el punto de vista de la eficiencia, la desburocratización y la democracia. Las nuevas derechas son viejas, pero están destinadas a perdurar. Existen en todas las democracias, incluida la de los Estados Unidos y las de toda América Latina. En cambio, las nuevas izquierdas están destinadas a durar poco, l’espace d’un matin, para luego retroceder. Merecen un poco de atención, pero los analistas deben tener una mirada más amplia. El futuro es de los partidos que, a pesar de todo, supieron reformarse constantemente desde hace más de ciento cincuenta años.
PUBLICADO EN EDICIÓN IMPRESA DE PERFIL 31/01/2015 Traducción: Guillermo Piro
Se il premier stravince ma esagera
Non è chiaro se il (patto del) Nazareno abbia portato agli italiani un promettente Presidente della Repubblica che, forse, non si meritano, ma del quale sicuramente hanno bisogno. Esistono versioni contrastanti date dai due contraenti esclusivi del patto. Non posso definirli “sottoscrittori” perché, purtroppo, sembra che non ci sia un documento scritto. Eppure, quanto contratto al Nazareno ha consentito di fare un lungo percorso alle riforme elettorali e istituzionali. Soprattutto, ne è consapevole Berlusconi, gli ha consentito di rimanere a galla, visibile e di mantenere un ruolo politico nonostante la condanna e i servizi sociali. Adesso, il fondatore, padrone e leader di Forza Italia si accorge che, in quel patto, è Renzi che ha il coltello dalla parte del manico. Alcuni dei suoi più stretti collaboratori, ma anche lo sfidante per l’impossibile eredità politica, Raffaele Fitto, dopo essere andati in ordine sparso all’elezione presidenziale, vorrebbero il ritorno a una battaglia aperta di opposizione, pura, dura e senza paura. Però, nessuna delle riforme pattuite al Nazareno è diventata definitiva. La trasformazione del Senato deve passare attraverso due complicate letture e deve fare i conti con la necessità di una maggioranza assoluta che proprio al Senato soltanto la convergenza di Forza Italia appare in grado di garantire, a meno che il soccorso dei pentastellati dissidenti non sia già sufficiente. Mi pare dubbio.
E’ sulla legge elettorale, però, che nell’ambito di Forza Italia, ma anche da parte di non pochi commentatori indipendenti si nutrono molte riserve. Berlusconi non è riuscito ad avere una soglia di accesso al Parlamento abbastanza alta da scoraggiare il Nuovo Centro Destra a correre da solo e da obbligarlo a tornare all’ovile. Non è riuscito a impedire l’introduzione delle preferenze anche se, comunque, i suoi parlamentari continuerà a nominarli tutti lui, a meno di un’imprevedibile avanzata di Forza Italia, Soprattutto, Berlusconi ha dovuto ingoiare, lui che è stato un brillante artefice di coalition-building, della formazione di coalizioni anche fra protagonisti molto distanti, che il premio in seggi vada alla lista e non alla coalizione, in pratica accettando la sconfitta annunciata (e, secondo alcuni critici, correndo il rischio, incalcolabile, di non riuscire neppure ad andare al ballottaggio).
Dopo lo “sgarbo” o schiaffo presidenziale, al quale con grande classe il Presidente Mattarella ha cercato di porre rimedio con l’invito al Quirinale, è probabile che Berlusconi abbia dei legittimi ripensamenti. Gli piacerebbe ancora co-intestarsi qualche riforma importante e diventare, anche se non sono convinto che basti, lo statista di cui parlano i suoi. Però, la sottomissione alle riforme di Renzi è un costo che gli appare molto elevato e il cui rendimento, se mai verrà, è posticipato, salvo improbabili elezioni anticipate, al 2018. Nel frattempo i commentatori che ritengono che una “matura democrazia dell’alternanza” (il mantra è questo) debba essere l’obiettivo fondamentale delle riforme temono lo spappolamento del centro-destra che aprirebbe la strada a un ballottaggio PD (Partito della Nazione?) e Movimento Cinque Stelle con esito da incubo.
L’esultanza dei renziani che, a partire dal loro Segretario-Capo del Governo, pensano di potere procedere a turbo, li ha portati a maltrattare quel che resta del Nuovo Centro Destra. Il partitino di Alfano non è in ottima salute e non ha grandi prospettive nel medio periodo, ma rimane un indispensabile alleato di governo e anche per le riforme. Trattare l’NCD come cespuglio irrilevante, come “tappetino” nelle parole del Ministro Lupi, significa buttarlo fra le braccia accoglienti di Berlusconi. Implica anche avere fatto più di due conti su quali voti potranno eventualmente sostituire quelli mancanti dell’NCD. In politica è meglio limitarsi a vincere evitando di stravincere.Per fortuna che al Colle c’è chi arbitrerà per sette anni e avrà molto da fischiare, ammonire, espellere (per esempio, i decreti frettolosi e sgrammaticati). La stravittoria di Renzi rischia di produrre un’instabilità politico-governativa di cui sarebbe preferibile fare a meno.
Pubblicato AGL 5 febbraio 2015
Perchè il primo ostacolo del Presidente Mattarella sarà l’Italicum
Alla fine, Renzi e Berlusconi hanno avuto gran parte di quello che volevano dalla riforma elettorale, ovvero si sono messi d’accordo su quello che era davvero importante per loro. La ministra Boschi, che raramente sa di cosa parla e che, dunque, non per caso è spesso lodata dal noto saggio di Lorenzago, Roberto Calderoli, ha affermato che con questa legge non ci saranno più “inciuci” (a malincuore uso la loro mediocre e riprovevole terminologia). Scampato il pericolo di un maxinciucio presidenziale, ci prepariamo a verificare a futura memoria. Al momento, è possibile dire che, primo, l’Italicum ha solo qualche somiglianza con il testo inizialmente introdotto in Parlamento. Dunque, il Parlamento ha svolto un compito, nella misura del possibile, di effettivo miglioramento. Secondo, l’Italicum continua a essere una brutta legge.
La legge elettorale Renzi-Boschi
Per adesso accontentiamoci di sapere che, primo, la legge elettorale dei miracoli Renzi-Boschi produrrà un vincitore la sera stessa delle elezioni. Poverini i tedeschi, gli inglesi, i francesi e persino i greci i cui rispettivi, molto diversi, sistemi elettorali producono vincitori soltanto alle calende greche. O no? Tuttavia, se ci sarà, come probabile, un ballottaggio fra le due liste più votate, nessuna delle quali abbia superato il 40 per cento, per conoscere il vincitore, gli italiani dovranno dolorosamente aspettare un paio di settimane. Secondo, la legge elettorale dei miracoli garantirà la governabilità che, evidentemente, Renzi, Boschi, Del Rio e Madia sono consapevoli di non riuscire a garantire in questa legislatura. O no? Soprattutto la legge elettorale dei miracoli, terzo, porrà fine agli inciuci anche se essa stessa è finora il più visibile prodotto dell’inciucio Renzi- Berlusconi, e degli inciucini in Commissione Finocchiaro-Calderoli. Qualcuno, poi, non i loro giuristi di riferimento, spiegherà a Renzi et al. che gli inciuci non riguardano la formazione delle coalizioni di governo (minima vincente, come si dice nel lessico politologico, la coalizione fatta da Tsipras, ma bella e limpida proprio no), ma il fare e approvare insieme brutte politiche pubbliche e istituzionali di cui, per l’appunto, la legge elettorale costituisce un esempio clamoroso. Del Senato parleremo un’altra volta.
Perchè l’Italicum non è una buona legge
Questo Italicum, che piace anche ad alcuni politologi pragmatici e calabrache, i quali sostengono addirittura che è simile alle loro proposte del gennaio 2014, mentre in realtà è parecchio diversa, ma non importa, è persino migliorato. Continua a non essere una buona legge per almeno quattro motivi e mezzo. Primo, circa il 70 per cento dei parlamentari saranno comunque nominati dai capipartito e capicorrente, quindi obbedienti e ossequienti nei confronti dei loro severi e burberi nominatori, mandando a benedire l’assenza del vincolo di mandato. Inoltre, che il capolista in un collegio sia il rappresentante di quel collegio è tutto da vedere, soprattutto se sarà, e accadrà spesso, un/a paracadutato/a. Chi sa che cosa penseranno i candidati che si faranno un mazzo tanto sul territorio per ottenere le preferenze e che, se eletti, verranno trattati, neanche come figli, ma come nipoti di un dio minore. Secondo, le candidature multiple, fino alla possibilità di essere presenti, sicuramente come capilista, in dieci collegi, rimangono un intollerabile obbrobrio, un unicum dell’Italicum.
Questi, però, sono i due punti sui quali Renzi e Berlusconi, interessati a esercitare un ferreo controllo sui loro parlamentari, si sono trovati d’accordo. Attendiamo anche di conoscere quella che è più di un’opinione del Presidente Mattarella, padre del Mattarellum e devastatore del Porcellum. Terzo, anche se il premio di maggioranza dovrà essere assegnato con il ballottaggio, esiste il rischio che sia vinto da una lista che al primo turno abbia ottenuto poco più del 25 per cento dei voti. I giudici costituzionali, immagino Mattarella compreso, potrebbero obiettare che la loro sentenza aveva detto molto di diverso, chiedendo una soglia decente. Quarto, con la scelta della lista e non della coalizione come aspiranti al premio di maggioranza sia Renzi che Berlusconi hanno mandato un messaggio chiaro ai cespugli di sinistra e di destra: entrate subito con noi, altrimenti vittoriosi o no vi terremo lontani dal governo e dalle cariche che spettano all’opposizione. I grillini dissenzienti l’hanno capita e si sono avvicinati al Nazareno. Li seguiremo fino alla loro eventuale probabile ricandidatura nel generoso Partito della Nazione.
Infine, c’è un ultimo punto discutibile, forse grave, ma non riprovevole, anzi, che potrebbe diventare divertentissimo. Con gli attuali rapporti di forza, il ballottaggio potrebbe anche avere luogo fra il Pd e il Movimento Cinque Stelle consegnandoci per sempre al laboratorio del Dr. Jekyll che ha già avuto modo di vedere la sua creatura all’opera a Parma e a Livorno (città modello per la trasposizione del “sindaco d’Italia). Non ci resta che augurare la vittoria allo schieramento che avrà candidato, s’intende, non come capilista, il maggior numero di gufi saggi (e residenti nei loro collegi). Ce ne sono. Ne conosco almeno uno.
Pubblicato il 3 febbraio 2015
Le impronte sul Colle. Sgradevole cifrare il proprio voto
“Questo controllo del voto adottato dai partiti è un esempio di cattiva politica. Sulla scheda si dovrebbe scrivere solo il cognome del candidato“. Il giorno dopo l’elezione di Sergio Mattarella, il professor Gianfranco Pasquino, politologo ed ex senatore dei Ds, condanna il fenomeno dei voti cifrati, che sabato l’ha fatta da padrone nel conteggio delle schede. Voti “firmati” in cui si sono contati i partiti e le correnti al loro interno, come i giovani turchi del Pd. Ma anche i consensi azzurri giunti in soccorso al nuovo capo dello Stato.
Professore, ha visto: “Mattarella”, “Sergio Mattarella”, “Mattarella S.”, ecc?
Paradossalmente le dico che, visti i famosi 101 traditori di Romano Prodi, forse è meglio così. Per lo meno c’è più trasparenza. In realtà, il fatto che i partiti e i parlamentari usino questo sistema per controllarsi a vicenda è sgradevole e poco edificante. Lo accetto, ma prendo atto dell’incapacità dei parlamentari di assumersi le loro responsabilità. È una brutta politica che, però, in questo caso ha dato buoni frutti, perché Mattarella è il miglior presidente possibile nelle circostanze date.
Il fenomeno dei voti riconoscibili non viola la Costituzione, che parla di voto segreto?
Si dovrebbe cambiare il regolamento e obbligare a scrivere solo il cognome. Detto questo, non viola la Costituzione perché il voto non è riconducibile al singolo parlamentare, ma al massimo a gruppi di deputati o senatori.
È giusto su alcune votazioni mantenere il voto segreto?
Assolutamente sì, perché va difesa la libertà del parlamentare, che deve poter votare secondo coscienza. In questo caso difendo il diritto dei forzisti di dare il voto a Mattarella contro l’indicazione di Berlusconi. Inoltre, il voto segreto tutela il votante nei confronti del votato. Il quale, una volta eletto, e dalla sua posizione di potere, potrebbe in qualche modo vendicarsi. Ma le voglio raccontare un aneddoto.
Prego.
Nel 1994, quando ero senatore, a Palazzo Madama si doveva eleggere il presidente. Carlo Scognamiglio prevalse per un voto su Giovanni Spadolini, con una scheda contestata in cui c’era scritto “ScognaMIGLIO”. Tra l’altro, senatore all’epoca era anche il professor Gianfranco Miglio. Era chiaramente una scheda firmata che fu ritenuta valida permettendo a Scognamiglio di essere eletto.
Parliamo dell’elezione. Forza Italia ha contestato il metodo di Renzi…
Il metodo è stato assolutamente trasparente. Sia da parte di Renzi, che ha indicato Mattarella. Sia da parte di Berlusconi, che ha scelto di votare scheda bianca. Le obiezioni del leader di Forza Italia sono fuori luogo. Se il premier avesse proposto una rosa di nomi, avrebbe concesso all’ex Cavaliere, che sta all’opposizione, di scegliere il capo dello Stato. Le sembra giusto?
Dopo l’elezione di Mattarella, il patto del Nazareno continuerà?
Innanzitutto credo che il patto non contenesse il nome del capo dello Stato, ma il fatto di discuterne. Il Nazareno è al capolinea non per i fatti di questi giorni, ma perché ha già dato tutto quello che doveva dare: le riforme istituzionali e la legge elettorale. Si è, come dire, esaurito.
L’Italicum arriverà a breve al vaglio del Quirinale…
Oltre ad avere la solida cultura politica della sinistra DC, Mattarella dà garanzia di autonomia e indipendenza, anche rispetto a Renzi. Quando dovrà dire dei no, lì dirà, ma non in maniera rumorosa e senza rompere il delicato equilibrio tra le istituzioni. Vedremo come si comporterà nel giudicare una legge elettorale nettamente inferiore alla sua.
Quanto durerà la ritrovata unità nel Pd?
Il premier ha fatto bene a ricompattare il partito su una scelta importante come quella del capo dello Stato. Ora dipenderà dalle scelte del governo. Non credo che le diverse minoranze del Pd faranno sconti a Renzi perché è stato eletto Mattarella.
Professore, il suo giudizio su Renzi è migliorato?
Io rimango antropologicamente anti renziano. Non mi piace il suo modo di fare e non mi piace il lessico mediocre. Ho sempre apprezzato, invece, la sua sfida alla vecchia classe dirigente del Pd. Alla cosiddetta “ditta”. Il premier è un abile equilibrista. Bisogna però dargli atto che finora è riuscito a ottenere tutto quello che voleva e ha inanellato una serie di successi non marginali. Tra cui l’elezione di Mattarella.
Intervista raccolta da Gianluca Roselli
Pubblicata il 2 febbraio 2015







