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Italian Constitutional and Electoral reforms, work in progress

An achievable target or a further never ending story?

Friday 10th October 2014 7 pm
King’s College London
Strand campus
Riverside room

kingscollgelogo
Partito Democratico London_UK

Il Partito Democratico London & UK in collaborazione con la King’s College Italian Society organizzano la tavola rotonda

“Italian Constitutional and Electoral reforms, work in progress: an achievable target or a further never ending story?”

Volantino UK

Dal sito del PD London & UK
Due dei temi più discussi ma anche rappresentativi di questo Governo sono la riforma costituzionale, già approvata al Senato e la riforma elettorale, approvata solo alla Camera ma già ritornata in work in progress. Molto della credibilità del Governo Renzi è affidata al successo di queste due riforme che sono diventate emblematiche della capacità dell’esecutivo di dialogare e negoziare con diverse forze parlamentari, anche in modo controverso, per la promozione di riforme condivise.

Il PD di Londra ha organizzato una Tavola Rotonda il 10 Ottobre durante la quale i nostri invitati Prof. Gianfranco Pasquino, Senatore Felice Casson, Onorevole Ivan Scalfarotto con la moderazione del Professor David Hine presenteranno le riforme esprimendo le loro posizioni, e le compareranno con altri sistemi bicamerali europei.

Questa Tavola Rotonda avrà lo scopo di spiegare su cosa vertono le riforme, capire in quale direzione stanno andando e, soprattutto, di valutare se veramente porteranno a maggiori stabilità ed efficienza nella macchina decisionale statale.

Ma le domande fondamentali che ci porremo sono: queste riforme sono davvero alla portata di questo Governo e di questo Parlamento? A che modello di Governo si punta? Che modello di Stato per l’Italia?

I nostri ospiti ci aiuteranno a fare chiarezza su questi temi, e ad affrontarne tutti i punti di domanda.
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Il peso del passato

Corriere di Bologna

Le primarie sono andate. I problemi non solo sono rimasti, ma risultano accresciuti proprio dall’andamento delle primarie emiliano-romagnole. L’outsider Roberto Balzani potrà anche interrogarsi, come molti, non troppo simpaticamente gli chiedono di fare, sulla sua incapacità di mobilitare la società civile ad andare a votarlo, ma il problema principale non è suo. Incidentalmente, la soluzione proposta da Balzani a non troppo futura memoria, consistente in largo spazio da dare alla società civile nella nomina degli assessori, appare praticabile con qualche difficoltà. Da un lato, gli assessori civici porteranno competenze, ma governare la regione Emilia-Romagna in questa fase richiede autorevolezza (ed esperienza) politica. Dall’altro, al Bonaccini vittorioso tutta la vecchia guardia, che l’ha appoggiato quasi senza esitazioni, ma poi neanche con significativo impegno, ricorderà che deve pagare pegno, pardon, che deve ricordarsi di loro che, fra l’altro, hanno in mano quasi tutto il potere locale, comprese le curiose cariche a elezione indiretta in quel che resta delle province e in quel che “avanza” nella città metropolitana di Bologna.

Il Bonaccini segretario regionale uscente dovrebbe chiedersi che cosa è successo al Partito Democratico, ai suoi iscritti, alla sua volontà e capacità di mobilitazione. L’omologazione ad altre regioni, operazione comunque difficile da valutare con dati, non è una risposta poiché bisognerebbe spiegare quali sono i fattori che hanno condotto all’omologazione: una conversione renziana tanto rapida quanto superficiale? Al convertito Bonaccini l’ardua risposta tanto più utile se vuole fare sì che il suo successore sappia rianimare il partito di cui il Bonaccini probabilissimo Presidente della Regione Emilia-Romagna avrà sicuramente bisogno per meglio governare la Regione. Non attrezzato da precedenti impegnative esperienze di governo, Bonaccini è condannato a imparare scontrandosi con quanto fatto finora e andando oltre. In una certa misura, a mio parere piuttosto grande, Bonaccini è, nonostante il suo recente renzismo, espressione della continuità di un’area politica, inizialmente comunista, poi evoluta attraverso tutti i passaggi effettuati senza nessuna rottura. Gli tocca dimostrare che ha le capacità per andare molto più in là scrollandosi di dosso il peso del passato e l’eredità della vecchia guardia dalla quale proviene.

La sfida più grossa alla quale i cittadini emiliano-romagnoli, se li interpreto correttamente, attribuiscono comprensibilmente maggiore importanza, è quella della formulazione di un progetto di governo non in continuità con quanto fatto da Errani, meno che mai negli ultimi faticosi anni di una fase fin troppo lunga. Da un lato, Bonaccini non può rinnegare il sostegno che ha dato, personalmente e come segretario regionale, alla giunta di Errani e alle sue scelte, Dall’altro, deve dimenticare e far dimenticare molto di quel recente passato e spingersi in un terreno inesplorato. Ha quasi due mesi di tempo per esplorare quel terreno. La sua campagna elettorale, che, purtroppo, si svolgerà quasi senza sfidanti, data la pochezza del centro-destra e le convulsioni delle Cinque Stelle, ha il compito politico, che potrebbe anche essere/diventare esaltante, di trovare le ricette dell’innovazione necessaria a rilanciare la Regione Emilia-Romagna. Niente di meno.

Pubblicato il 1° ottobre 2014

Uomo solo al comando

La linea del segretario del Partito Democratico, Matteo Renzi, sulla riforma dell’art. 18, è stata, non sorprendentemente, approvata a larghissima maggioranza dalla Direzione del partito. Ancora una volta la minoranza ha perso in maniera piuttosto netta, per di più vedendo alcuni suoi esponenti rifugiarsi nell’astensione o, addirittura, convergere sulla relazione del segretario. Non è ancora detto che quanto deciso in Direzione passerà rapidamente in entrambi i rami dal Parlamento, ma nel suo sintetico intervento la vice-segretaria Serracchiani ha detto chiaro e tondo che quanto approvato impegna tutti i dirigenti del partito e i parlamentari, che è anche la posizione, un po’ discutibile, di Renzi. Vero che un partito non è una bocciofila, forse non l’associazione più adatta a essere presa come termine di paragone, ma un partito non dovrebbe neppure essere una caserma, con la Corte marziale (ovvero la non-ricandidatura minacciata nel caso dei parlamentari reclutati da Bersani) evocata per ottenere disciplina assoluta.

La Direzione di lunedì è servita a Renzi sia per definire con maggiore precisione e con piccole inattese modifiche la riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali sia, soprattutto, per mostrare a tutti, ma proprio tutti, che il suo controllo sul partito è fortissimo. Sottoposto a critiche dal Direttore del “Corriere della Sera”, che certamente non scrive mai soltanto a titolo personale, dalla Conferenza Episcopale italiana, da alcuni industriali, oltre che, naturalmente, dai sindacati, nient’affatto riverito a livello europeo dove aspettano che il suo programma, garbatamente definito “ambizioso”, si traduca in riforme visibili, Renzi ha fatto un puntiglioso elenco di riforme iniziate, due solo concluse, ma soprattutto ha voluto schiacciare la minoranza. Il metodo suo e dei suoi più stretti collaboratori non è quello definito da Bersani come Boffo, ovvero fatto di attacchi di delegittimazione personale. Sicuramente, non è neanche “buffo”, come lo ha etichettato Renzi nella sua replica. Infatti, c’è molto poco da ridere quando l’opposizione viene confinata in un angolo, schiacciata e accusata di vivere di “memoria senza speranza” che è solo “nostalgia, polvere e cenere”. Valorizzare le idee, gli apporti, i contributi, le critiche dell’opposizione è, da sempre, la qualità migliore dei leader democratici.

Emarginare l’opposizione, in qualsiasi bocciofila e, a maggior ragione, in un partito è un’operazione nient’affatto democratica e ancor meno positiva per il partito e per le sue riforme. Questo è, dunque, il punto forse dolente, sicuramente delicato. Le riforme, l’art. 18 è soltanto il più recente esempio, ma nessuno può avere dimenticato quello che è successo in occasione della trasformazione (non “abolizione”) in prima lettura del Senato, e può sottovalutare quello che avverrà quando la legge elettorale arriverà per l’appunto in Senato (con le molte prevedibili variazioni da introdurvi), si fanno più incisivamente, più rapidamente, più efficacemente dimostrando l’irrilevanza del 25 per cento circa dei componenti del partito e di molti parlamentari democratici? Sembra che il messaggio che Renzi intende mandare non soltanto ai suoi oppositori nel PD, ma ai non meglio identificati poteri forti sia soprattutto che lui comanda al partito e decide le riforme che imporrà poi ai suoi parlamentari. Anche senza entrare nella critica puntuale all’adeguatezza e alla qualità delle riforme, è giusto chiedersi se la strategia dell’imposizione giovi non soltanto alla possibilità di approvazione parlamentare di quelle riforme, ma anche alla loro traduzione sociale ed economica. Con il sostegno, oramai davvero esplicito, del Presidente della Repubblica, come certificato da alcuni giornalisti che ottengono notizie direttamente dal Quirinale, Renzi va avanti. Resta da vedere se le riforme lo seguono davvero e producono gli effetti sperati, non sempre chiaramente delineati. Se quegli effetti non seguono, la colpa non sarà dei tecnocrati, disprezzati dal Presidente del Consiglio, ma della sua politica e dei politici al governo.

Pubblicato AGL 1°ottobre 2014

Impact of the crisis on italian politics: the end of the second repubblic?

Testata

Thursday, September 25, 2014
Hollar, Smetanovo nábø. 6, 110 01 Prague I room no. H 215

25 settembre

Public lectures on 25th September from 3 to 5 PM in Hollar building (room 215).

On the Shoulders of a Giant: Giovanni Sartori, Political Scientist

Testata Conferenza Sartori

Prague September 26, 2014
Baroque Chapel, Italian Cultural Institute in Prague, Šporkova 14, Praha 1

Giovanni Sartori: 90 Years of a Political Scientist

Keynote Speech
Gianfranco Pasquino (Johns Hopkins University)
On the Shoulders of a Giant: Giovanni Sartori, Political Scientist

Abstract
The keynote speech will focus on the contributions by Giovanni Sartori to political science. Examples will be drawn selectively from his study of democracy, analysis of parties and party systems, concept formation, comparative method and constitutional engineering. The speech will highlight the major innovations introduced by Sartori and will focus on the differences to be drawn between Sartori and his contemporaries and on the inadequacies of today’s political scientists. Throughout an attempt will be made to suggest the importance of applied political science for the acquisition of valid and falsifiable political knowledge.

A

Conference Program
Organizers

Art. 18 Date i numeri

E’ sbagliato definire le, pure fortissime, differenze di opinioni, fra Matteo Renzi, la sinistra del Partito Democratico e i sindacati (in verità, la CGIL più di CISL e UIL), scontro di ideologie. Nel tentativo di Renzi di riformare l’art. 18, all’interno di un più ampio e ambizioso Jobs Act, si trova anche, qualcuno direbbe soprattutto, la voglia di dimostrare che la sinistra del Partito Democratico non ha proposte e che i sindacati sono organizzazioni conservatrici e burocratiche. Dal canto loro, la sinistra del PD è alla ricerca di una base sociale nel mondo del lavoro per rafforzarsi e i sindacati vogliono dimostrare che senza il loro consenso, possibile frutto di una effettiva rappresentanza dei lavoratori, non è possibile fare riforme. Il capo del governo ha fatto pungentemente notare alla sinistra PD che anche i suoi esponenti avevano cercato, senza riuscirci, di riformare l’art.18 e ha accusato i sindacati di difendere i lavoratori che una volta si chiamavano “garantiti” tralasciando i precari e non occupandosi dei senza lavoro. Non di ideologie, quindi, si tratta, ma di potere politico e sociale che, incidentalmente, era la posta in gioco anche nello scontro epico fra i sindacati inglesi e il Primo ministro Margaret Thatcher. Per la storia, la Signora Thatcher vinse e cambiò, solo in parte in meglio, il suo paese.

A giudicare dalle affermazioni di Renzi e dalle reazioni dei suoi oppositori, sembra che nessuno padroneggi appieno il contenuto del Jobs Act per il quale il governo ha chiesto una legge delega al Parlamento. Proprio la natura dello strumento, sul quale il Parlamento interverrà sicuramente in maniera incisiva, nonostante gli eccessivi richiami dei vicesegretari di Renzi alla disciplina di partito,suggerisce che, al momento, è meglio evitare giudizi definitivi. Un punto, però, merita di
essere segnalato poiché riguarda le modalità con le quali si dovrebbero formulare, difendere e attuare le riforme in special modo nel settore socio-economico. Qualche volta, non sempre, le opinioni sono rispettabili, ma in materie delicate e complesse che coinvolgono milioni di persone, sarebbe di gran lunga preferibile che le opinioni si fondassero sui dati, sui numeri, su qualcosa di solido e, al limite, di inoppugnabile. Curiosamente, il solito maxiemendamento del governo (poiché i governi italiani fanno sempre le cose in grande) chiede al Parlamento, cito, di autorizzarlo a “individuare e analizzare tutte le forme contrattuali esistenti, ai fini di poterne valutare l’effettiva coerenza con il tessuto occupazionale e con il contesto produttivo nazionale e internazionale [che presumo implichi un sano confronto comparato con le esperienze europee di maggior successo], anche in funzione di eventuali interventi di semplificazione delle medesime tipologie contrattuali”.

Il citato comma della legge delega confessa candidamente che il governo e il Ministero del Lavoro non dispongono ancora didati certi. Oltre alle “forme e alle tipologie contrattuali”, sembrerebbe opportuno che il governo avesse o acquisisse i dati concernenti il numero di lavoratori attualmente protetti dall’art. 18 e offrisse alla riflessione anche un altro dato a mio parere decisivo. Dall’entrata in vigore dello Statuto dei Lavoratori, quanti sono stati i casi di lavoratori licenziati senza giusta causa e poi reintegrati dai magistrati nel loro posto di lavoro ed effettivamente rientrati? A loro volta, senza fare inutili e deboli barricate, i sindacati potrebbero chiedere ai loro ampi e potenti uffici studi (in quello della CGIL, curiosamente, ha lavorato molto tempo fa anche il sen. Pietro Ichino, il meglio attrezzato dei riformatori) di mettere a disposizione del governo, del Parlamento, dell’opinione pubblica i dati che rivelino che la protezione garantita dall’art. 18 è cruciale per i lavoratori che un posto ce l’hanno e non dannosa per coloro che un posto lo cercano. Se governo, sinistra del PD e sindacati “dessero i numeri” la riforma della quale il mercato del lavoro ha assolutamente bisogno nascerebbe più solida e sarebbe più facile da attuare.

Pubblicato AGL 23 settembre 2014

Pubblico delle grandi occasioni per “Il Partito democratico secondo Matteo”

Il Partito democratico secondo Matteo a cura di Gianfranco Pasquino e Fulvio Venturino BUP - BONONIA UNIVERSITY PRESS (2014)

Il Partito democratico secondo Matteo
a cura di Gianfranco Pasquino e Fulvio Venturino
BUP – BONONIA UNIVERSITY PRESS (2014)

Dal sito bigbangumbria.it 11 settembre 2014 BigBangUmbria

Il pubblico delle grandi occasioni – gli stessi autori del libro Gianfranco Pasquino e Fulvio Venturino si sono detti piacevolmente stupiti – ha affollato la Sala della Vaccara per la presentazione del volume “Il Pd secondo Matteo“, cui hanno presenziato anche Giacomo Leonelli, Segretario regionale del Pd Umbria, e Alberto Stramaccioni, con Maurizio Tarantino a fare da moderatore del dibattito.

Un discorso, quello sul Partito Democratico di Matteo Renzi, che ha tenuto insieme l’analisi dello strumento delle primarie come modo per selezionare la classe dirigente e l’attualità politica, tanto sul versante umbro, con Leonelli e Stramaccioni a rappresentare le diverse sensibilità rispetto al “renzismo” e alle primarie, quanto sul versante emiliano-romagnolo, con il professor Pasquino attento osservatore della realtà in cui vive e lavora.

Alla fine le tanto osannate – o vituperate, dipende dai punti di vista – primarie, hanno concordato tutti, si rivelano uno degli strumenti che concorrono a creare una leadership, ma non si può affermare che da sole possano servire a vincere, o facciano perdere, le elezioni. Si rivelano utili soprattutto quando vengono utilizzate per sviluppare un confronto vero tra i competitor e stimolano la voglia di partecipare degli elettori, mentre si rivelano generalmente un boomerang quando vengono utilizzate dai partiti per decidere di non decidere.

pienone alla Vaccare
pubblico Sala della Vaccara

Il decisionismo craxiano

Recensione del libro Decisione e processo politico. La lezione del governo Craxi (1983-1987) – Marsilio Editori.
Il volume raccoglie gli atti del convegno che la Fondazione Socialismo, l’anno scorso, aveva dedicato al 30° anniversario della nomina del leader socialista alla guida del governo, con gli interventi di Massimo Cacciari, Luciano Pellicani, Giuliano Amato, Giuseppe De Rita, Gianni De Michelis, Antonio Badini, Giuseppe Mammarella, oltre che di Acquaviva e Covatta.
Il volume contiene inoltre un’appendice documentaria, curata da Luigi Scoppola Iacopini ed Alessandro Marucci, che ricostruisce il dibattito sulla leadership e sulla democrazia competitiva che ha accompagnato la storia dell’Italia repubblicana dal fallimento della “legge truffa” ai primi anni ’90.

copertina mondoperaio maggio

Da Mondoperaio 9/2014 (pp 91/93)

Il decisionismo craxiano
Gianfranco Pasquino

L’ultima cosa che farò consiste nell’andare alla ricerca affannata e affannosa del decisionismo dei contemporanei. Mi limiterò soltanto, ma mi pare moltissimo, a cogliere la struttura e gli aspetti qualificanti (successi e fallimenti) del decisionismo di Bettino Craxi, mettendoli nel contesto dei quindici ruggenti anni in cui il segretario socialista ebbe il potere di esplicarlo. Da subito, però prendo atto della ripartizione temporale in tre fasi opportunamente proposta e utilizzata da Luigi Scoppola Iacopini. Prima fase: dal 1976 alla conquista di Palazzo Chigi nel 1983, “di gran lunga la più felice e incisiva”; seconda fase: gli anni della guida del governo (1983-1987): “terminato lo slancio iniziale, cominciano ad affiorare alcuni preoccupanti segnali di involuzione”; terza fase che “abbraccia l’ultima stagione culminata poi nel crollo” (pp. 97-98).

La panoramica di opinioni e di interpretazioni del decisionismo craxiano offerta in questo prezioso libro, arricchito da una importante documentazione con utilissimi testi di approfondimento, convergerebbe nell’individuarne la manifestazione più significativa e incisiva nel periodo di governo. A questo decisionismo si attaglia la definizione che Gennaro Acquaviva offre nella sua nota introduttiva, affermando che questa fu una dote particolarmente di Craxi: “Saper prendere decisioni politiche, anche serie e rischiose, con freddezza e al momento giusto, costruendosi contemporaneamente condizioni e forza sufficienti a fargli convogliare sulla decisione un consenso ampio e ben solido, in grado di portarlo alla realizzazione della decisione”(pp.9-10).

Nella sua prefazione Piero Craveri amplia il discorso – come anch’io credo bisognerebbe fare – affermando reciso che “il decisionismo di un leader e di una classe dirigente politica si misura su quello che questa può decidere” (p. 18). Craveri lascia intendere che allora si potesse decidere molto e oggi poco, trovandomi in disaccordo. Mantengo alto il mio disaccordo anche con i molti che continuano a ritenere e sostenere che il famigerato complesso del tiranno abbia reso costituzionalmente debole il capo del governo italiano. La mia posizione è che il capo del governo può essere forte anche in Italia se ha autorevolezza personale, competenza, un progetto, e se fonda il suo potere sul sostegno convinto, ma non servile, di un partito maggioritario. Se qualcuno pensa che io intenda riferirmi a qualche situazione contemporanea, sono sue congetture: ma rilegga il mio sapiente uso delle parole di cui sopra.
Per completare le opinioni sul decisionismo, è opportuno citare Giuseppe De Rita. Il vecchio sociologo specifica che “lo statista è decisionista giorno per giorno e nelle istituzioni. Craxi, invece, era un decisionista politico una tantum, e questo, alla fine, lo ha lasciato nudo: il Parlamento non lo ascoltava, il Csm neanche lo considerava, la Magistratura lo inseguiva. Era un uomo senza istituzioni, perché non era stato capace di trasformarsi da politico a statista, da politico a uomo delle istituzioni” (p. 37). De Rita offre anche la sua teoria sul decisionismo: “Per decidere, bisogna concentrare il potere, bisogna verticalizzare il potere. Per farlo, bisogna personalizzarlo. Per personalizzarlo, bisogna mediatizzarlo, cioè renderlo pubblico, e per fare tutto questo ci vogliono un sacco di soldi” (p. 36, tutti corsivi miei). Postilla: per mediatizzare è, con tutta probabilità, sufficiente “fare notizia” con proposte, comportamenti, soluzioni. Quanto alla concentrazione, alla verticalizzazione e alla personalizzazione, bisogna avere o volere costruire un partito e istituzioni apposite, come, ad esempio, il semipresidenzialismo della Quinta Repubblica: Vive la France!

Naturalmente esiste anche una concezione del modo di governare che è del tutto opposta al decisionismo: è la mediazione. Portata ai suoi livelli più raffinati da Aldo Moro, ma condivisa da tutti i democristiani ad eccezione di Amintore Fanfani, la mediazione respinge la concentrazione del potere, non lo verticalizza, si oppone alla personalizzazione preferendo le trattative con le associazioni. Alla fine del processo di mediazione (spesso definita “incessante”, spesso così voluta dai “mediatori”) non ci sarà una vera e propria decisione, ma la semplice accettazione di quanto è emerso nel corso della discussione, dei negoziati, degli scambi di ogni tipo. Persino Ciriaco De Mita – non a caso osteggiato, ricambiatissimo, da Craxi – nella sua esperienza di governo fu sostanzialmente moroteo, cioè interessato al “ragionamento”, una formula appena più intellettuale della mediazione.
Ovviamente ai morotei (in politica, nelle redazioni dei quotidiani e nelle cattedre universitarie) il decisionismo craxiano apparve da subito e per sempre scandaloso. Per quel che ne so, Craxi fu sempre pienamente consapevole delle costrizioni che il sistema politico italiano poneva a quella che per lui era una assoluta necessità: prendere decisioni molto incisive proprio per cambiare il sistema, per rompere il bipolarismo Dc/Pci, per dare un ruolo più importante all’Italia in Europa. La sua riluttanza per tre mesi a nominare il capo di gabinetto alla Presidenza del Consiglio fu assolutamente indicativa del tentativo di sfuggire alle reti di rapporti che gli alti burocrati romani hanno da tempo intessuto e alimentato e grazie ai quali, muovendosi da gabinetto a gabinetto e da ministro a ministro, ingabbiano l’azione e contengono la (eventuale) vivacità dei governi. Neanche le numerose crisi dei governi democristiani incidevano sul potere dei burocrati, sempre disponibili, sempre pronti a costruire chiavi in mano le segreterie di qualsiasi ministro arrivasse (meglio se non già “romano”). Naturalmente, chiunque avesse potuto contare su Giuliano Amato come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, avrebbe potuto fare a meno di un apparato costitutivamente frenante. Nel riflettere sulla sua esperienza (forse non soltanto di sottosegretario, ma di ministro e di Presidente del Consiglio), Amato sottolinea che in Italia il potere non è né del Parlamento né del governo: “E’ un potere di quei pochi grands commis d’apparato che dominano le tecniche attraverso le quali queste regole vengono messe insieme”. Rilevo che il politologo che è in me da diversi decenni pensa che l’alternanza fra partiti e coalizioni e la facoltà di creare gabinetti politici dovrebbero servire a fare “circolare” e, quando necessario, emarginare i grands commis.
Peraltro, in pratica, la traiettoria decisionista craxiana non fu eccessivamente intralciata dalla burocrazia. Da un lato, si esplicò con vigore; dall’altro, cadde prigioniera delle contraddizioni e degli errori dello stesso Craxi. Nei saggi di questo ben costruito e utile volume, colgo tre esempi importanti di decisionismo che ebbe successo: il decreto di San Valentino, Sigonella, l’Atto Unico. In tutt’e tre i casi il decisionismo di Craxi rompe lentezze, titubanze, incrostazioni di potere, interessi costituiti. Credo che dei tre il più importante sia stato il decreto di San Valentino, per diverse ragioni che spiego. La prima ragione è che questa fu la vera sfida a un doppio tabù: concertare sempre con i sindacati, accordarsi previamente con il Pci. Purtroppo, i successivi governanti non hanno imparato la lezione cosicché l’Italia ha continuato a soffocare fra accordi e concertazioni. La seconda ragione è che Craxi, insieme in modo speciale a Pierre Carniti, costruì davvero quella decisione.
Dunque non si trattò di un decisionismo brutale e senza fondamento, ma di una decisione meditata. Infine, seppure dopo qualche tentennamento, Craxi accettò anche la sfida referendaria del 1985. Non ho dubbi (e i sondaggi di quei tempi mi confortano) sul fatto che la vittoria nel referendum arrise a Craxi quando divenne chiara a tutti la sua sfida con piena assunzione di responsabilità: “Un minuto dopo l’eventuale sconfitta, il Presidente del Consiglio darà le dimissioni”. Un milione e più di elettori valutò che la stabilità del governo e del capo di quel governo fosse molto più importante di due punti di scala mobile. Craxi non giocò d’azzardo, ma si espresse come uno statista che mette in gioco la sua carica per tutelare gli interessi del paese. Qui, però, sta il punto critico.

In un’occasione non dissimile, il referendum sulla preferenza unica del giugno 1991 (sì, lo so che può apparire di importanza nettamente inferiore alla scala mobile, ma Craxi aveva scommesso molto anche sulla Grande Riforma, alzando quindi la posta), il suo comportamento contraddisse appieno la mission di uno statista. Craxi valutò esclusivamente l’eventuale impatto dell’esito del referendum sul Psi. Sbagliando, anzitutto, poiché la più danneggiata sarebbe stata, e fu, la Democrazia cristiana, per la quale le preferenze multiple erano simili a reti a strascico che raccoglievano e trascinavano elettori del più vario tipo. Sbagliando in secondo luogo perché quel referendum apriva la strada proprio ad altre più incisive riforme istituzionali. Sbagliando, infine, perché con il suo invito ad andare al mare appariva come il perno della conservazione di un sistema che da più di un decennio lui stesso sosteneva (sempre più vagamente) di volere cambiare.

Questa torsione straordinariamente conservatrice non fu contrastata da nessuno nel suo partito, un’organizzazione che era oramai una palla al piede del segretario, che l’aveva lasciata in mano a ras locali che facevano il bello e il cattivo tempo nei comuni, nelle provincie, nelle regioni, dimostrando una disinvoltura coalizionale senza precedenti (ma con gravi conseguenze sull’immagine del partito). Nessuna sorpresa che la popolarità e il grado di apprezzamento di Craxi siano fino all’inizio degli anni Novanta rimasti di gran lunga più elevati di quelli del Psi. Sia Covatta sia Spini (citato da Scoppola Iacopini) hanno parole dure nei confronti dell’organizzazione. Covatta ritiene che il progetto di tagliare le unghie ai “signori delle tessere” e di ridimensionare il ruolo del partito degli assessori non fu neppure iniziato perché, se ho capito bene, Craxi ritenne “americanate” le proposte di riforma pubblicate, fra l’altro, anche sulle pagine di Mondoperaio (dev’esserci anche qualche mio articolo in materia). Spini sottolinea che la concezione del partito adottata o intrattenuta da Craxi non fu “né fisiologica né feconda perché divideva il partito in tanti potentati, fino appunto, a perderne il controllo” (p. 109). Insomma, il decisionista aveva deciso di librarsi alto lasciando le mani troppo libere a un ceto di opportunisti.

La spiegazione mi pare semplicistica. Si vorrebbe saperne di più. La conseguenza, invece, è chiarissima. Quel partito non era in grado di capire che cosa succedeva nell’elettorato. Quei dirigenti erano troppo preoccupati dalle loro carriere e prospettive di carriera. Non avevano nessuna voglia di interloquire con Craxi (certo, poco disposto a tollerare il dissenso aperto). Con il referendum del 1991 venne la rivelazione che il leader non era più in grado di cogliere e interpretare l’umore dell’elettorato. L’inatteso – ma in buona misura prevedibile – consenso referendario travolse Craxi e con lui il Psi senza che quell’organizzazione feudalizzata riuscisse a opporre resistenza alcuna. Il resto, nel migliore dei casi (ma quale?), è tardiva recriminazione. Per qualcuno dei decisionisti contemporanei potrebbe anche essere una lezione. Un’organizzazione di donne e uomini disposti a fare politica sul territorio serve anche a raccogliere informazioni e a diffondere comunicazioni più e meglio di qualsiasi scarica di tweet.

Decisione e processo politico. La lezione del governo Craxi (1983 – 1987)  A cura di Gennaro Acquaviva e Luigi Covatta - Marsilio (2014)

Decisione e processo politico. La lezione del governo Craxi (1983 – 1987)
A cura di Gennaro Acquaviva e Luigi Covatta – Marsilio (2014)

Consulta e CSM ora un passo indietro

Sia la Corte Costituzionale sia il Consiglio Superiore della Magistratura sono organismi importanti nell’architettura del sistema politico italiano. Entrambi hanno compiti di rilievo già in tempi normali. Quando poi il governo intende, da un lato, riformare in più punti la Costituzione, dall’altro, attuare una ristrutturazione del sistema giudiziario, tanto la composizione della Corte quanto quella del CSM sono destinate a contare moltissimo sulla qualità e sui tempi delle riforme. In particolare, la Corte potrebbe essere nuovamente chiamata a valutare se la riforma elettorale proposta da Renzi risponde a tutte le pesantissime obiezioni con le quali i giudici costituzionali hanno sostanzialmente distrutto la legge vigente, detta Porcellum, a suo tempo formulata dall’allora Ministro delle Riforme Istituzionali Sen. Calderoli che incomprensibilmente riappare oggi fra i riformatori della sua riforma. In qualche modo, faticosamente e lentamente, il Parlamento sta arrivando al traguardo con l’elezione dei componenti non togati, ma forse non abbastanza “laici”, visto che alcuni sono parlamentari in carica, del prossimo Consiglio Superiore della Magistratura. Lo stallo per l’elezione dei due giudici costituzionali appare, dopo otto votazioni, piuttosto grave.

Preso atto dell’opposizione all’interno del partito stesso, Forza Italia, che lo aveva designato, uno dei candidati si è, molto a malincuore, dovuto ritirare. E’ stato rimpiazzato da un parlamentare potente, Donato Bruno, mentre il candidato del Partito Democratico, a sua volta parlamentare di lunghissimo corso (dal 1979 al 2008) e Presidente della Camera dal 1996 al 2001, Luciano Violante resiste. Adesso, in maniera del tutto irrituale, è sceso in campo anche il Presidente della Repubblica. Le parole di Giorgio Napolitano: “no a immotivate preclusioni” suonano come un sostegno neppure tanto implicito ai due candidati attualmente in lizza. Meritano, pertanto, attenzione e, credo, anche qualche osservazione critica. Non è possibile dire se la mancanza di due giudici in una Corte composta da quindici giudici ne pregiudichi il funzionamento. Nel passato, alcuni giudici hanno fatto sapere che, salvo in rari momenti di urgenza, la Corte può svolgere il lavoro di routine anche senza plenum. Legittimamente, il Presidente Napolitano desidera che tutti gli organismi costituzionali siano costituiti come si deve. Il suo intervento, però, suona sostanzialmente come una critica ai parlamentari, più di un centinaio, i quali, da una parte e dall’altra, si rifiutano di votare candidati “loro” o dell’altro partito. Napolitano sostiene che quelle preclusioni sono “immotivate”. Lui stesso apre con questo aggettivo un discorso complesso e importante.

E’ molto probabile che coloro fra i parlamentari che non votano Violante e non votano Bruno manifestino preclusioni, ma è altrettanto probabile che saprebbero motivarle. Oltre ai profili esageratamente partitici dei due candidati, che la stampa ha ripetutamente documentato, molti parlamentari potrebbero farsi forti di due argomentazioni. La prima è che i due candidati sono stati loro imposti e che il metodo di selezione, utilizzato a Largo del Nazareno e ad Arcore, non è risultato chiaro a nessuno. Insomma, per cariche tanto importanti sarebbe opportuno fare ricorso alla seppur fragile democrazia che dovrebbe esistere nei partiti. La seconda argomentazione è che parecchi di loro sarebbero perfettamente in grado di motivare la loro opposizione che, spesso, non è affatto “preclusione”, ma che, purtroppo, in questi casi (ma anche in occasione dell’elezione del Presidente della Repubblica), il Parlamento diventa un grande seggio elettorale e non un luogo di dibattito aperto e trasparente sulle qualità richieste ai candidati per ottenere quelle carche.

Insomma, il Presidente Napolitano sembra chiedere ai parlamentari di obbedire ai dirigenti dei loro partiti applicando gli accordi raggiunti in alto loco. I parlamentari dicono, con l’unico strumento che hanno a disposizione: il voto/non voto, che qualcosa non va e che quegli accordi non hanno prodotto il meglio. Forse toccherebbe ai candidati rinunciare a una estenuante elezione, che sarà comunque risicatissima, e a risolvere l’impasse con una nobile dichiarazione di ritiro, s’intende, ben motivato.

Pubblicato AGL(Agenzia giornali locali, Gruppo editoriale l’Espresso) 18 settembre 2014

L’Italia e la sfida europea

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locandina
Evento 19 settembre 2014

Italy and the European Challenge
Panel Discussion with SAIS Europe Faculty

Il Johns Hopkins University SAIS Europe at Bologna ha il piacere di invitarvi al dibattito di apertura del ciclo di eventi che inaugura l’anno accademico. Venerdì 19 Settembre 2014 ore 17 in Via Belmeloro, 11 40126 Bologna

17:00, Friday, September 19, 2014
Italy and the European Challenge
Panel Discussion with SAIS Europe Faculty

Vera Negri Zamagni
Chair and Professor of Economic History, University of Bologna; Senior Adjunct Professor of International Economics, Johns Hopkins University SAIS Europe, Bologna, Italy

Gianfranco Pasquino
James Anderson Senior Adjunct Professor, Johns Hopkins University SAIS Europe, Bologna, Italy

Filippo Taddei
Assistant Professor of Economics, Johns Hopkins University SAIS Europe, Bologna, Italy

Chair:
Mark Gilbert
Professor of History and International Studies, Johns Hopkins University SAIS Europe, Bologna, Italy

Italy’s large public debt, sluggish economy and political instability makes it a source of worry to the rest of the EU. Will premier Matteo Renzi’s program of economic reforms trip over stumbling blocks in parliament and society? Can Italy stay within the EU’s budgetary guidelines and implement labor market reforms without social conflict? What strategies might be employed to diminish the negative impact of the country’s high public debt? Will Italy be able to ally with France and Spain to change the EU’s conservative fiscal stance, and counterbalance Berlin’s growing weight within Europe? What is “plan B” if Renzi’s government does none of these things? These questions illustrate the size and complexity of the European challenge facing Italy and the challenge Italy’s troubled politics presents for the rest of the EU.

SAIS Europe quest’anno festeggerà il 60esimo anniversario della sua fondazione con un nutrito programma di eventi culturali e dibattiti accademici per celebrare la sua presenza in Italia.
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