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Stelle cadenti. Pasquino spiega lo stallo del Movimento @formichenews

Come ha fatto un movimento politico al governo per più di due anni a dilapidare almeno metà del suo consenso elettorale? E chi raccoglierà le macerie delle Stelle cadenti? Il commento di Gianfranco Pasquino

Personalmente, di persona non sono interessato alle sorti politiche di Giuseppe Conte e di Beppe Grillo né, per quanto possa sembrare davvero strano, a quelle di Alessandro Di Battista. Credo sia più importante capire come un movimento politico al governo per più di due anni (ma anche tuttora) sia riuscito a dilapidare metà almeno del consenso elettorale ottenuto nel marzo 2018. Forse, il potere logora chi ce l’ha e non sa usarlo perché privo di esperienza, carente di competenza/e, incapace di apprendere (non metto il punto interrogativo). Incapace anche di rivendicare alcuni significativi successi: reddito di cittadinanza, taglio dei vitalizi, riduzione del numero dei parlamentari.

   Da tempo sostengo che i riformisti sono coloro che sanno riformare le riforme. Questa è una lezione che non soltanto i Pentastellati non hanno saputo/voluto imparare. Lo scontro Conte-Grillo ha inevitabili componenti personalistiche. Preferisco, invece, buttarla in politica. Non comincerò chiedendo a Conte e a Grillo né agli altri “notabili” dei Cinque Stelle quali libri abbiano letto sui movimenti, sui partiti, sull’istituzionalizzazione. La domanda sarebbe imbarazzante anche per molti altri dirigenti del centro-destra e della sinistra e persino per i saccenti opinionisti e i giornalisti che rispondono ai lettori. La mia risposta, naturalmente, non è che è sufficiente leggere libri, ma che i Pentastellati non hanno neppure saputo fare tesoro delle loro esperienze. Non vado fino a sostenere che il Movimento 5 Stelle non ha mai ambito ad essere un “intellettuale collettivo”.

   Sostengo, invece, che proprio le sue modalità di funzionamento impediscono che vi sia un luogo dove le esperienze si accumulano, si confrontano, diventano un patrimonio collettivo dal quale attingere. Nessuna Piattaforma, neanche quella di Rousseau, è in grado di svolgere questo compito. Di nuovo, non chiedetemi chi altri in questo sistema politico sia attualmente in grado di farlo. Vi risponderò: “e, infatti, funziona in maniera soddisfacente questo sistema politico?” Per il momento oltre che puntellato è guidato da un professore già banchiere che, per l’appunto, professionalmente ha accumulato esperienze e competenze e ne sta facendo tesoro. Dove vado a parare? In linea con il ragionamento svolto fin qui è che, lasciati da parte i destini delle persone (che sono responsabili del costruirseli e distruggerli), quello che conta sono le macerie che il Movimento 5 Stelle sta lasciando sul campo. Dal punto di vista sistemico, non soltanto non hanno saputo innervare (meno che mai sostituirla) la democrazia rappresentativa con istanze, occasioni, modalità di democrazia, ma, peggio, stanno aprendo un burrone di rappresentanza politica? Dove andranno quella metà almeno di elettori/trici sedotti nel 2018 e lentamente abbandonati?

   Al di là del voto per il (forse anche la) Presidente della Repubblica, dell’alleanza più o meno organica con un PD piantato sullo scarso 20 per cento delle intenzioni di voto, chi rappresenterà i dispersi elettori del 2018? No, la disintegrazione e neppure il raffazzonamento dei Cinque Stelle non debbono essere considerati una buona notizia per la democrazia italiana. Però, citando con approvazione il mai pentastellato Cesare Pavese, “chi non si salva da sé non lo salva nessuno”.

Pubblicato il 11 luglio 2021 su Formiche.net

Divisi profondamente #leggeZan

La prima domanda è: il disegno di legge sull’omofobia che ha come primo firmatario il deputato del PD Alessandro Zan è una buona legge? La seconda domanda è: se ha qualche articolo che può essere migliorato, rispetto al testo approvato alla Camera, quelle modifiche rischiano di rinviarlo sine die? È questo l’obiettivo di chi, da ultimo il capo di Italia Viva, Matteo Renzi, si propone con le sue critiche? Vedremo poi se e in quali emendamenti si tradurranno. La terza domanda è: esistono al Senato i numeri per procedere rapidamente alla sua approvazione definitiva? Negli ultimi giorni, l’attenzione è stata tutta concentrata sulle dichiarazioni di Matteo Renzi che ha annunciato di volere tre modifiche importanti a partire dalla molto discussa e complessa “identità di genere”. I voti dei senatori di Italia Viva possono essere cruciali a partire dal 12 luglio quando il disegno di legge Zan approderà in aula.

   Ė un dato di fatto che Renzi persegue insistentemente l’obiettivo di ottenere visibilità per il suo piccolo partito inchiodato al 2 per cento circa nelle intenzioni di voto degli italiani. Inoltre, mira a dimostrare quanto conta in questo Parlamento, quanto può essere determinante in alcune situazioni. Il disegno di legge Zan è di iniziativa parlamentare. Quindi non coinvolge il governo e un esito negativo non destabilizzerà Draghi. Poiché, però, il ddl porta il nome di un deputato del Partito Democratico, il segretario del PD Enrico Letta ha l’obbligo politico di difenderlo e condurlo a conclusione positiva. Ė molto probabile che ci saranno alcuni rischiosi voti segreti. Quindi, Letta non può e non deve stare “sereno”. Renzi punta anche a indebolirlo. E Letta ha l’impegno di trovare i voti necessari.

   Qualcuno ancora rimprovera al PD di non avere portato al voto, per timore di perdere, il disegno di legge sullo ius soli che mirava a dare la cittadinanza ai figli dei migranti nati in Italia. Da allora, non se n’é fatto nulla. Se non fossero in gioco brutti elementi, da un lato, personali, visibilità e ripicche, dall’altro, ideologici, con il centro-destra che non ha neppure criticato la legge contro gli omosessuali approvata dal governo Orbán, sarebbe forse possibile tentare un accordo. PD e Cinque Stelle potrebbero accettare poche modifiche, mirate e condivise, a condizione che i proponenti, a cominciare da Italia Viva e, forse, Forza Italia e Salvini, garantissero la fulminea approvazione definitiva del testo che dovrà tornare alla Camera. Non so chi ha queste capacità di mediazione e non vedo chi voglia impegnarsi in questo tentativo. Purtroppo, nel Parlamento italiano, ma anche nella società italiana, in occasione di problemi che riguardano la sfera più intima delle persone, come per esempio, la facoltà di scegliere come e quando morire, appaiono divisioni tristissime. Lunga sembra la strada per giungere alla maturità indispensabile per garantire la diversità delle opinioni e la libertà delle scelte. 

Pubblicato AGL il 8 luglio 2021

Come risolvere il (falso) dilemma della sinistra tra diritti civili e diritti sociali @DomaniGiornale

In occasione di battaglie civili e culturali combattute dai progressisti, da coloro che si situano a sinistra nello schieramento politico-partitico, riemerge periodicamente un interrogativo molto complesso. Ė opportuno e giusto che quei partiti, i loro dirigenti e militanti impegnino tempo e energie che forse potrebbero/dovrebbero piuttosto dedicare alla protezione e promozione dei diritti sociali? La lotta contro la perdita di posti di lavoro non dovrebbe essere considerata più importante, se non addirittura prioritaria, rispetto a qualsiasi alternativa che riguardi i diritti di alcune minoranze, omosessuali, transgender, lgbt? Cercare di costruire un sistema scolastico qualitativamente migliore che contribuisca all’effettivo funzionamento dell’ascensore sociale consentendo a tutti, ma soprattutto, ai figli dei settori disagiati della società di migliorare le loro condizioni, non dovrebbe avere la precedenza sull’impegno a mettere al bando l’odio e le campagne condotte in suo nome? Fare funzionare al meglio e espandere il sistema sanitario non dovrebbe essere preferibile rispetto alla formulazione di leggi, come lo ius soli e/o lo ius culturae, che facilitino l’integrazione dei migranti e dei loro figli e figlie nella società italiana? 

    Sinistra e progressisti non sanno più interpretare e rappresentare le esigenze reali, più profonde dei loro concittadini e si intestardiscono su battaglie (quasi esclusivamente) simboliche a scapito di quello che è fondamentale: le opportunità e le condizioni di vita e di lavoro?  Soltanto a coloro che, in un certo senso, sono privilegiati, benestanti, istruiti, che hanno un lavoro appagante e ben pagato, la gauche caviar direbbero i francesi, è possibile impegnare il loro tempo e le loro energie per conseguire obiettivi che riguardano minoranze a scapito del miglioramento economico complessivo della società. Insomma secondo questa concezione, sinistra e progressisti dovrebbero ripensare le loro priorità ponendo e mantenendo decisamente al primo posto tutta la batteria dei diritti sociali: lavoro, istruzione, salute e perseguire gli altri diritti, che sintetizzerò come civili e culturali, sapendo subordinarli ogniqualvolta entrino in contrasto con i primi. Mi pare che questo ragionamento abbia due punti deboli. Il primo è che mette in conflitto diritti sociali e diritti civili accettando una visione di destra che da sempre pone l’accento sulla soddisfazione dei bisogni elementari della cittadinanza e quasi nulla più. Il secondo punto debole è che ritiene scontato che i due insiemi di diritti non possano essere perseguiti e tanto meno conseguiti contemporaneamente, che, insomma, debba esserci un trade-off. Chi vuole più diritti civili e culturali deve pagarseli con una protezione inferiore dei diritti sociali, con la quasi impossibilità di una loro promozione.

   Questo troppo diffuso ragionamento si fonda sulla convinzione che gli uomini e le donne separino nettamente nella loro percezione e nella loro valutazione i diritti sociali e economici da quelli civili e culturali. Non vorrei mai che a un omosessuale disoccupato si ponesse l’alternativa tra esporsi all’odio dei colleghi pur di mantenere il lavoro oppure essere costretto a starsene a casa. Infine, credo sbagliato pensare che sinistra e partiti progressisti siano obbligati a scegliere drasticamente fra diritti civili e diritti sociali. Quello che importa è la loro capacità di spiegare come non esista nessuna contraddizione verticale e incomponibile e che entrambi gli insiemi di diritti sono essenziali per coloro che vogliono costruire una società migliore, più vivibile, giusta.

Pubblicato il 6 luglio 2021 su Domani

Democrazie vs non democrazie. Promesse mantenute e promesse mancate dalla democrazia rappresentativa 9/10 luglio #Matera Seminario Democrazia e Futuro @lascalettamatera

CIRCOLO CULTURALE
La Scaletta

MATERA 1959

Seminari “Democrazia e Futuro”
Palazzo Malvinni-Malvezzi
Sala Convegni della Camera di Commercio di Matera

9 luglio ore 16.30-20.30 e 10 luglio ore 9.30-12.30


Gianfranco Pasquino
, Professore Emerito di Scienza politica e Politica comparata dell’Università degli Studi di Bologna e della John Hopkins University

Democrazie vs non democrazie. Promesse mantenute e promesse mancate dalla democrazia rappresentativa al bivio della memoria

Con la ripresa post Covid-19, la democrazia rappresentativa è attesa a una nuova sfida; l’emergenza pandemica ha creato una situazione di eccezionalità, che ha avuto come conseguenza il rafforzamento dei poteri di governo, anche a scapito delle libertà e delle garanzie istituzionali dei cittadini. Cosa ci aspetta nel prossimo futuro? In Italia, quali prospettive possiamo intravedere per la ripresa post-pandemia? Quanto l’élite e le classi dirigenti del paese devono ritenersi responsabili delle promesse non mantenute della democrazia italiana?

Sarà possibile seguire la diretta streaming sulla pagina Facebook Democrazia e Futuro

Partita del Quirinale. Nomi, numeri e regolette del prof. Pasquino @formichenews

Alberti Casellati, Berlusconi, Casini e le possibili mosse del centrodestra al momento del voto. Il politologo Gianfranco Pasquino dà la sua sarcastica versione a Formiche.net su quello che potrà accadere tra poco più di sei mesi al Colle, ricordando però che è giusto porsi il problema del Quirinale, ma è ancora troppo presto…

Mio nonno, che ha visto tante elezioni presidenziali, alcune proprio non divertenti, sostiene che alcune regolette valgono ancora. La prima è che i Presidenti di Senato e Camera partono con un piccolo vantaggio. Quindi, fa bene a mostrarsi presidenziabile Maria Elisabetta Alberti Casellati che, fra l’altro, gode anche del vantaggio di essere donna, al momento giusto.

Roberto Fico non ha l’età, ma c’è un ex-Presidente della Camera che ha l’età e non è appesantito da nessun bagaglio di scontri, cattiverie, politiche malfatte, ideologie, idee: Pier Ferdinando Casini. Da qualche tempo, il suo silenzio è anche il segnale che non vuole essere bruciato da nessuno. Non è pericoloso.

Certo, se qualcuno fa girare il nome di Romano Prodi, anche come risarcimento del pasticciaccio brutto del 2013, allora perché non riesumare Silvio Berlusconi. Senza tante remore ci pensa lui stesso, ma qualche cenno lo hanno già fatto Tajani e alcuni premurosi giornalisti di destra. Popolare, cristiano, europeista, liberale e tanto altro, Berlusconi non si sottrarrebbe all’arduo compito. I numeri, se il centro-destra si mantiene come coalizione relativamente compatta, non mancherebbero.

D’altronde, a questo punto, con la disgregazione anche solo parziale del Movimento 5 Stelle, al centro-sinistra non basterebbe nessun isolato squillo di tromba. E i nomi mancano o sono davvero evanescenti. Mio nonno non vuole tirarli fuori questi nomi poiché, non avendo mai creduto nel detto “molti nemici molto onore”, cerca di non scontentare nessuno.

Al momento, con qualche riluttanza preferisce spiegarmi(vi) quale potrebbe essere la strategia del centro-destra se avessero un po’ di immaginazione politica. Non dovrebbero anticipare nulla, votando bianco o un candidato di bandiera di ciascuno di loro nelle prime tre votazioni. Poi, improvvisamente alla quarta votazione annunciare che convergeranno convintamente su Draghi. Non sarà facile per molti parlamentari di centro-sinistra chiamarsi fuori da questa “convergenza”. Né d’altronde potrebbero consentire che il merito dell’elezione di Draghi se lo attribuiscano tutto Meloni e Salvini, concedendo a Berlusconi di annunciare che è stato lui a dirlo per primo.

La ratio di questo voto del centro-destra è che “promuovere” Draghi al Quirinale significa aprire la porta ad un nuovo, improbabile governo oppure, questa è la prima opzione di Meloni e Salvini, a nuove elezioni politiche con la garanzia per l’Europa che comunque Draghi sovrintenderà all’attuazione del Piano di Ripresa e Resilienza e la garantirà.

Se questo scenario ha la plausibilità che gli attribuisce quell’attento e colto osservatore che è mio nonno, può essere evitato soltanto da qualche netta, ma per adesso prematura, dichiarazione di Draghi. Oppure da fortissime pressioni su Mattarella affinché accetti di rimanere fino alle elezioni del 2023. Il precedente di Napolitano c’è e insegna che si potrebbe procedere in tal senso, ma con l’accordo, non molto probabile, del centro-destra.

Mio nonno che non smette mai di leggere e approfondire Kant e Weber sostiene che la Repubblica italiana è arrivata al punto in cui hanno un ruolo rilevantissimo alcuni intramontabili imperativi categorici, il senso civico e dello Stato, l’etica della responsabilità che certamente hanno Draghi e Mattarella. Molto, quasi tutto, dipenderà dalla loro interpretazione di quello che è giusto fare, non per le loro ambizioni personali, il loro posto nella storia italiana e europea è già assicurato, ma in base alla loro valutazione/preoccupazione per le condizioni attuali e prossime del sistema socio-economico e politico italiano.

Preoccupato anche lui, mio nonno conclude che è giusto porsi il problema del Quirinale, ma è too early to call, troppo presto. E anche se oggi è l’anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza degli USA, né lui né io pensiamo che quel presidenzialismo sarebbe la soluzione dei problemi politici e istituzionali italiani.

Pubblicato il 4 luglio 2021 si formiche.net

Sia Conte che Grillo hanno sottovalutato i limiti e la forza della nostra democrazia @DomaniGiornale

Di fronte al durissimo scontro fra Giuseppe Conte e Beppe Grillo sulla strutturazione e sulla leadership del Movimento 5 Stelle, la tentazione, soprattutto fra chi non ha votato per i pentastellati, potrebbe essere quella di pensare che sono affari loro. Si arrangino. Il fondatore vuole mantenere il controllo del Movimento ed evitare che si trasformi in un partito tradizionale/classico, supponendo che qualcuno sappia che cosa erano quei partiti e sia possibile resuscitarli? Comprensibile. Ma mantenere-restaurare è la soluzione giusta per un Movimento che i sondaggi danno per dimezzato nelle intenzioni di voto rispetto ai voti veri del marzo 2018?

Avendo guidato due governi dei quali i Cinque Stelle erano grande parte e hanno fatto riforme conformi al loro programma (e ottenuto 200 miliardi di Euro dalla Commissione Europea), Conte pensa che sia giunto il momento di cambiare. Bisogna bloccare l’emorragia di voti e anche di parlamentari, molti defluiti nel Gruppo Misto. Bisogna strutturare il Movimento dandogli un nuovo Statuto che contempli la presenza di un leader, lui stesso, non di un portavoce, e che non sia oppresso da un garante, Beppe Grillo, che si ritagli il ruolo di leader ombra. Naturalmente, l’elevato (è l’aggettivo da lui stesso scelto) garante non ha voluto essere messo da parte e qui si è consumato lo scontro. Per Grillo, il problema è che non ha formulato un’alternativa organizzativa e politica. Probabilmente, non è in grado di farlo. Continua a ricevere omaggi verbali e riconoscimenti affettuosi, anche meritati, da molti parlamentari che non sarebbero mai diventati tali, meno che mai ministri, senza gli appassionati “vaffa” del comico. Nessuno di loro, però, ha finora osato o saputo proporre qualcosa che possa servire a delineare una prospettiva diversa da quella, anch’essa non limpidissima, alla quale pensa Giuseppe Conte.

Sia Grillo sia Conte hanno sottovalutato le possenti costrizioni della politica anche nelle democrazie parlamentari che molti erroneamente ritengono deboli. Il 100 per cento per governare da soli, come annunciava Grillo, appartiene ai regimi totalitari. Il Parlamento non è una scatoletta di tonno, ma un luogo già aperto, di scontri e incontri, visibili e comunicabili. Al governo si va trovando alleati che si coalizzano e facendo politiche condivise. Il ruolo degli eletti non consiste soltanto nello schiacciare il pulsante del voto, ma nel mantenere i rapporti con un elettorato grande e diversificato che nessuna piattaforma può raggiungere, informare davvero, ascoltare, interloquire.

Conte sembra avere compreso che per tutte queste operazioni è necessaria una strutturazione sul territorio e sono indispensabili regole che stabiliscano i compiti da svolgere e le modalità e che attribuiscano i relativi poteri, a cominciare dal vertice, a un unico capo dei pentastellati. Privo di effettiva esperienza su come funzionano le organizzazioni politiche, è lecito avere dubbi sulle capacità di Conte in materia. Le ha manifestate anche Grillo che nel suo intervento ha scritto seccamente che Conte non potrà risolvere i problemi “perché non ha né visione politica né capacità manageriali. Non ha esperienza di organizzazioni né capacità manageriali”. Per tagliare la testa al toro (o a Conte) Grillo ha deciso di indire sulla piattaforma Rousseau le votazioni per Il Comitato Direttivo del Movimento che dovrà elaborare il piano d’azione del Movimento per il 2023, ma con visione più lunga fino al 2050. Sic transit Conte. O si metterà all’opera per fare un suo partito personale?

Pubblicato il 30 giugno 2021 su Domani

Il Caffè del mercoledì #30giugno ospita Gianfranco Pasquino @fleinaudi #ilcafFLEdelmercoledì

Diretta alle ore 19

su facebook https://www.facebook.com/fleinaudi

su YouTube https://www.youtube.com/channel/UCGXecEUhCw0G3IEoGBNtmEA

La democrazia italiana ha disatteso le promesse costituzionali?

conduce Emanuele Raco

Pd e 5 Stelle? Le alleanze organiche sono solo nella testa dei leader @formichenews

Non bisogna mai, ma proprio mai, parlare di federazioni, scrive Gianfranco Pasquino. Perché nelle democrazie parlamentari con sistemi multipartitici queste si fanno in Parlamento contati i voti e i seggi. Se non incentivate da leggi elettorali, sono solo parti mentali

Sì, lo so, bisogna guardare “con rispetto” ai travagli interni agli altri partiti, ma, aggiungo subito, soltanto se si è dirigenti di partiti a loro volta abbastanza travagliati e che non sanno che pesci prendere. Tranne, forse, il tonno in scatolette. Ciò detto, fuor d’ipocrisia, qualcuno nel Partito Democratico, a cominciare dal segretario Enrico Letta e a continuare con gli “elevati” strateghi plurintervistati, il problema deve porselo. L’alleanza organica con il Movimento 5 Stelle appariva già azzardata tempo fa, quando, peraltro le espulsioni e le emorragie mandavano segnali inquietanti, ma adesso che, comunque vada il duello Conte/Grillo, ne seguiranno problemi, che cosa deve fare il PD?

   La mia prima risposta è che non bisogna mai, ma proprio mai, parlare di alleanze organiche. Nelle democrazie parlamentari con sistemi multipartitici le alleanze si fanno in Parlamento contati i voti e i seggi. Se non incentivate da leggi elettorali adeguate e costringenti, le federazioni sono solo parti mentali. Certo, è giusto e spesso opportuno che leader e militanti segnalino preferenze magari cercando reciprocità, ma il resto va affidato agli elettoti ai quali, peraltro, è indispensabile fare offerte motivate. La seconda risposta è semplicissima. Meglio stare a guardare come si evolvono gli avvenimenti senza fare il tifo per nessuno. Dovendo, però, tifare, meglio farlo per coloro che non sono arroganti, ma dialoganti. A buon intenditor…

   La terza risposta mi pare la più adeguata ai tempi. Stanno per arrivare, dopo i molti sondaggi giustamente scrutati da vicino (qualche persino troppo ravvicinatamente tanto da “ciecarsi”e non riuscire a cogliere il trend), le elezioni amministrative. Quando gli elettori si esprimono nel segreto delle urne le indicazioni che danno debbono essere prese sul serio, anche quelle di coloro che, “no, questa volta no, non me la sono sentita di votare”. Un partito buono (tanto raro quanto il debito buono) tenterà di fare scouting fra gli astensionisti d’opinione e d’irritazione. Dalle grandi città, ma anche da comuni medio-piccoli significativi, verranno molte informazioni, a cominciare dai successi o insuccessi nei probabilmente numerosi casi di ballottaggio. Che cosa dicono dirigenti e candidati pentastellati? Dove (non) vanno gli elettori/trici delle 5 Stelle? Si può capire molto delle propensioni di un elettorato, come quello delle 5 Stelle, non strutturato e volubile, dalle convergenze che farà e che rifiuterà.

   Alla fin della ballata (ma, tratto distintivo delle democrazie è che la ballata continua con orchestre che si alternano), comunque, il PD e il suo segretario dovrebbero, certo con “molto rispetto”, andare alla ricerca di voti anche fuori dal perimetro friabile e mutevole dei pentastellati. Non solo questa ricerca non è ancora cominciata, ma non è neppure stata pensata.  

Pubblicato il 29 giugno 2021 su formiche.net

Il partito unico? Per funzionare serve il ritorno al maggioritario #intervista @ilgiornale

Intervista raccolta da Stefano Zurlo

Il partito unico? «Il termine è un po’ raggelante in democrazia», risponde con una punta di perfida ironia Gianfranco Pasquino, professore emerito di scienza della politica e fresco autore del saggio Libertà inutile, profilo ideologico dell’Italia repubblicana, appena pubblicato da Utet. «Ma il punto è un altro».

Scusi, almeno dalle parti del centrodestra il dibattito gira proprio attorno a questa questione: si fa il partito unico? Non si fa e ci si ferma alla Federazione? O ancora, meglio non fare nulla?

«Berlusconi ebbe un’intuizione geniale quando creò una coalizione unificata nel 1994: un Polo al Nord e un altro al Sud, con Forza Italia come perno di un’alleanza che comprendeva Alleanza Nazionale e la Lega».

Oggi?

«Oggi Salvini ha bisogno di visibilità, è lo studente che copia, il copione. Ma il Berlusconi del 1994 aveva un grande vantaggio rispetto al Salvini di oggi: c’era il Mattarellum, un sistema maggioritario con i collegi uninominali, un sistema che spingeva verso l’unità».

Oggi c’è il Rosatellum che ha una quota maggioritaria. Non basta?

«No che non basta, questo è un sistema misto con una modesta quota maggioritaria, quello era maggioritario per tre quarti. Capisce, se cambiano le regole del gioco cambia tutto».

Altrimenti?

«Si può andare avanti a discutere per mesi, ma mi lasci essere scettico: non credo che arriveremmo molto in là. Tanto per cominciare, la Meloni sta bene dove sta: ha una rendita di opposizione».

Ma il partito unico…

«Dica pure la coalizione unica, anzi meglio unificata».

Dunque, la coalizione unica può funzionare?

«Se si modifica la legge elettorale, Penso di sì e il discorso può farsi interessante».

Interessante?

«Si supera il pluralismo che in realtà è frammentazione e dispersione delle forze e si stabilisce una leadership chiara. Non è poco».

Fra Salvini e Meloni?

«Ci si siede intorno a un tavolo, si guardano i sondaggi, gli ultimi, naturalmente, e sulla base di quelli si decide chi sarà il candidato premier. Non esiste col maggioritario un’altra formula».

Dall’altra parte?

«Pensi a cosa vorrebbe dire un Nuovo ulivo: potrebbe essere un passo in avanti straordinario per le forze di sinistra. Sfruttando anche il nome autorevole di Prodi che oggi torna nella corsa al Quirinale».

Ma come lo chiamerebbe?

«Ovviamente toglierei ogni riferimento all’Ulivo. Eh, mi pare non porti bene. Lo battezzerei partito Progressista, in contrapposizione al partito Conservatore o, magari con lessico berlusconiano, partito Liberale, meglio ancora partito Liberale nazionale».

Il centrosinistra unito avrebbe più forza?

«Potrebbe ad esempio rivolgersi ai sindacati e chiamarli ad un dialogo riformatore proprio in nome delle idee progressiste. Credo che l’impatto sarebbe forte e si sprigionerebbero suggestioni inedite. Penso che alla fine da una parte e dall’altra ci sarebbero coalizioni in grado di mordere la realtà e di incidere davvero sui problemi. Ma, ripeto, se non si forzano le regole del gioco, il match rimane una partita fra dilettanti».

Insomma, la semplificazione del quadro da sola non basta?

«Direi proprio di no. Ha presente la Dc?».

Perché?

«La Democrazia cristiana era già una sorta di partito unico che andava da destra a sinistra e in cui le correnti pescavano in bacini diversi, tant’è che se oggi seguissimo i voti degli elettori dello scudo crociato li ritroveremmo nel centrodestra e nel centrosinistra. Ma il partito unico non basta, la semplificazione senza un cambio della legge in senso maggioritario è un’incompiuta e non dà risultati. Le correnti si spostano in funzione del potere e destabilizzano. Siamo punto e a capo».

Il maggioritario come punto di partenza, ma poi si dovrebbe passare ad un sistema presidenziale o semipresidenziale?

«Sulla carta va benissimo, ma naturalmente questo è un discorso che nessuno vuole affrontare: per arrivare al presidenzialismo dovremmo immaginare una crisi gravissima, un crollo che francamente non c’è».

Ma potendo e dovendo scegliere, meglio il modello americano o quello francese?

«Meglio, molto meglio il sistema semipresidenziale francese. Negli Usa il presidente si trova spesso in difficoltà perché la Camera o il Senato hanno una maggioranza di segno opposto. In Francia, con la coabitazione, c’è sempre qualcuno che comanda: il presidente o il premier e non c’è il rischio di paralisi. Ma ci vorrebbe un De Gaulle all’orizzonte e io francamente non lo vedo».

Pubblicato il 28 giugno 2021 su il Giornale

L’effervescenza è finita. Se non si istituzionalizza, il M5s può disintegrarsi @DomaniGiornale

La qualità delle teorie degli studiosi si misura soprattutto sulla capacità di quelle teorie di illuminare tanto i fenomeni importanti quanto i fenomeni marginali, vale a dire di offrire spiegazioni comparate valide nel tempo e nello spazio. Lo statu nascenti delineato da Max Weber per i movimenti religiosi e i movimenti operai che hanno cambiato la storia del mondo non è molto dissimile da quello che ha dato vita al Movimento 5 Stelle: un disagio diffuso, una mobilitazione sotto forma di effervescenza collettiva, un primo sbocco. Per andare al sodo: dal Vaffa al notevole esito elettorale del 2013 il passo è stato breve, relativamente facile, non costruito. Dopodiché, ma specialmente, dopo la prima duplice esperienza di governo, era logico e giusto che non soltanto i weberiani si attendessero qualche sviluppo nel senso della istituzionalizzazione. Mantenere l’effervescenza a Palazzo Chigi non è semplice. Conquistare posizioni è utile, ma il passaggio decisivo consiste nello strutturare il movimento chiamando a raccolta tutti coloro che ne condividono gli obiettivi, stabilendo regole chiare e certe per stare insieme, trovare una leadership che non può più essere quella carismatica delle origini, insomma istituzionalizzarsi.

   Ė stato detto da molti, in maniera più o meno articolata e convincente, che l’istituzionalizzazione costituiva il passaggio critico, ineludibile. Difficile sapere quanto il fondatore del Movimento 5 Stelle Beppe Grillo abbia mai inteso mettere il suo carisma a disposizione dell’istituzionalizzazione. Di tanto in tanto sembrava volerlo fare, ma con grande riluttanza. Altrettanto difficile valutare quanta consapevolezza della necessità di strutturarsi fosse diffusa nel corpaccione degli attivisti che non si conoscono e dei parlamentari che si confrontano e spesso si sfidano. Da quando Giuseppe Conte ha interpretato il suo nuovo ruolo come quello di guidare il Movimento verso uno sbocco organizzativo solido e potenzialmente duraturo, sono venuti al pettine molti nodi, teorici e pratici. In particolare, in più occasioni è apparso che, da un lato, il padre fondatore del Movimento non era affatto convinto di doversi fare da parte; dall’altro, la leadership di Conte non gode(va) di sufficiente legittimità. Un conto è stato quello di fare il capo di due governi; un conto molto diverso è quello non tanto di guidare, ma di mettere insieme i molti cocci di quello che era uno schieramento votato da un italiano/a su tre ed è oggi indicato come preferito soltanto da un italiano/a su sei/sette.

   L’effervescenza è finita da tempo, la mobilitazione è scarsa, selettiva, spesso negativa, contro qualcosa non per qualcosa, il disagio si traduce in rassegnazione piuttosto che in attivismo. Le capacità di governo non sono la stessa cosa delle capacità politiche. Non tracimano. Conte si è illuso. Non ha tenuto conto di un dissenso in parte sordo in parte strisciante. Adesso, al fine di creare le opportunità della difficilissima istituzionalizzazione, è venuto il tempo di uccidere il padre, ma molti sono ancora, inevitabilmente e giustamente, i “figli” di Beppe che vorrebbero una soluzione non sanguinosa. Naturalmente, quando un rapporto politico si incrina e piega verso incomprensioni personali, rischia di diventare incomponibile, devastante. Tra insulti e scuse formali non fa capolino la politica, ma qualcosa che neanche i grandi clinici saprebbero curare. Cosicché il percorso effervescenza mobilitazione, primi successi, non giungendo all’istituzionalizzazione rischia, non sarebbe l’unico caso, la disintegrazione.

   Sbagliano i duri, gli ortodossi, il cui grado di purezza non sono in grado di apprezzare. L’esito non sarà un ritorno alle origini, ma il rivolo irrilevante di un mini movimento. Il consiglio weberiano sarebbe quasi sicuramente che dirigenti e parlamentari dovrebbero tentare di comporre e conciliare la nobile etica della convinzione con l’altrettanto nobile, ma spesso considerata inferiore, etica della responsabilità. Sembra, invece, che vi siano troppi cultori rigidi e esclusivi di ciascuna etica e che né Grillo né Conte siano in grado di trovare anzitutto fra loro la ricomposizione necessaria. Nulla dirò sulla non-etica della convenienza alla quale vedo cedimenti che non portano da nessuna parte. Non so se il governo Draghi ne risulterà indebolito, ma credo di no. Temo, invece, molto che una parte di società si sentirà priva di rappresentanza politica. Questo sarà un inconveniente grave.

Pubblicato il 27 giugno 2021 su Domani