Tagliare gli eletti renderà il parlamento meno capace di controllare il governo #Referendum2020 @domanigiornale

È legittimo ridurre il numero dei parlamentari per risparmiare, ma meno parlamentari non equivale affatto e non comporta miglioramenti automatici nella loro qualità ed efficienza

Nelle democrazie il numero dei parlamentari è da sempre significativamente collegato alla popolazione, al numero degli elettori dai quali i parlamentari sono eletti e ai quali debbono offrire rappresentanza.

Contrariamente a quello che si pensa e si continua a dire, nelle democrazie parlamentari il compito principale del Parlamento non consiste nel “fare” le leggi, ma nel controllare l’operato del governo in nome e per conto dei cittadini.

È legittimo ridurre il numero dei parlamentari per risparmiare, ma meno parlamentari non equivale affatto e non comporta miglioramenti automatici nella loro qualità e efficienza. Al contrario, oberandoli di lavoro li indebolisce a fronte del governo.

In tutte le democrazie il numero dei parlamentari è in qualche modo in collegato con il numero degli elettori. Grosso modo, il rapporto è un parlamentare ogni all’incirca centomila elettori (Francia 577; Germania 598 più un fluttuante numero di seggi aggiuntivi; Gran Bretagna 650). La grande eccezione è rappresentata dalla Repubblica federale e presidenziale degli Stati Uniti d’America il cui numero di Senatori (due per ciascuno Stato, oggi, dunque, complessivamente cento) è stabilito dalla Costituzione del 1787 e quello dei Rappresentanti (435) fu definitamente fissato dal Congresso nel 1929. Negli USA non sono in discussione i numeri, ma la ripartizione (reapportionment) dei rappresentanti fra gli Stati con riferimento ai mutamenti della popolazione (che spiega perché i censimenti decennali siano considerati molto importanti). Nel complesso, gli USA non possono essere presi come punto di riferimento per nessuna comparazione significativa.

I Costituenti italiani collegarono il numero dei deputati e dei senatori alla popolazione con l’obiettivo primario e predominante di dare adeguata rappresentanza all’elettorato italiano, uomini e donne le quali votarono per la prima volta nel 1946. Nelle elezioni del 1948 il numero dei deputati eletti fu 574 e quello dei senatori la metà: 237. Nel 1953 furono eletti 590 deputati, i senatori fermi a 237 e nel 1958 596 deputati e 246 senatori. Per bloccare una crescita continua dovuta all’aumento fisiologico della popolazione italiana, l’art. 56 della Costituzione fu modificato prima delle elezioni del 1963 stabilendo che i deputati dovevano essere e rimanere 630 e i senatori 315. Così è. Nel corso del tempo, in diverse occasioni, vi fu chi propose con varie motivazioni di ridurre il numero complessivo dei parlamentari. Spesso viene citata Nilde Iotti, comunista, a lungo (1979-1992) Presidente della Camera dei deputati, che sostenne che, una volta eletti i Consigli regionali che già davano rappresentanza politica aggiuntiva, era ipotizzabile e auspicabile la riduzione del numero dei parlamentari. Nelle commissioni bicamerali per le riforme istituzionali, altri proposero il superamento del bicameralismo con l’abolizione del Senato e l’elezione di una sola Camera composta da 500 (numero tondo) deputati. Qualcuno a sinistra si lasciò trascinare dall’entusiasmo di stampo antiparlamentare e populista affermando che 100 eletti erano più che sufficienti.

Altrove, in Francia, il fondatore e Presidente della Quinta Repubblica Charles de Gaulle perse nel 1969 il referendum popolare sull’abolizione del Senato e si dimise sdegnato. Il potente Primo ministro britannico Tony Blair ingaggiò una battaglia contro la House of Lords, ma gli riuscì soltanto di ridurre il numero dei Lords e delle Baronesse che, comunque, rimangono tuttora poco meno di 800. Si parva licet componere magnis, nella sua non proprio lineare riforma costituzionale del 2016, il Presidente del Consiglio Renzi aveva imposto la riduzione del numero dei Senatori a 100, affidandone l’elezione alle regioni, e ridefinito in maniera non proprio limpida i compiti del Senato, ridimensionandone notevolmente i poteri. In tutti questi casi, le motivazioni prevalenti facevano riferimento alla necessità di migliorare la rappresentanza politica e di dare maggiore efficienza ai procedimenti legislativi. Invece, la giustificazione principale offerta dal Movimento 5 Stelle per effettuare il “taglio delle poltrone”, ovvero la riduzione del numero dei parlamentari da 630 deputati a 400 e da 315 senatori a 200, è stata quella, peraltro, non del tutto disprezzabile, del risparmio: nel corso di una legislatura 500 mila Euro derivanti dal drastico ridimensionamento di stampo certamente populistico dei componenti della “casta”.

Nella visione complessiva dei pentastellati si trova anche l’aspettativa che meno parlamentari significhi maggiore efficienza sia della Camera sia del Senato. Ė un’aspettativa male argomentata e poco o nulla convincente. I Cinque Stelle e la maggior parte di coloro che si sono espressi a favore della riduzione del numero dei parlamentari, a loro tempo anche i sostenitori della riforma renziana, sembrano credere che il compito più importante del Parlamento in una democrazia parlamentare consista nel fare le leggi. Affermano che meno parlamentari significherebbe meno intralci nella discussione dei disegni di legge e maggiore rapidità nella loro approvazione. Questa teoricamente e fattualmente erronea concezione mette in secondo piano quelle che sono, invece, le due attività più importanti e insostituibili di un Parlamento: controllare, non solo da parte dell’opposizione, quello che il governo fa, non fa, fa male, e dare rappresentanza politica ai cittadini (al “popolo”). Il governo e i ministri dispongono di staff politici e burocratici che consentono loro, se sono uomini e donne mediamente capaci e competenti, di elaborare una molteplicità di disegni di legge e di emanare decreti anche complessi che richiedono valutazioni accurate. Ė evidente che la riduzione del numero dei parlamentari implicherà un sovraccarico di lavoro sia, sicuramente, nelle Commissione, già oggi quasi tutti i parlamentari fanno parte di almeno due Commissioni, sia in aula, dove i parlamentari hanno la facoltà di chiamare il governo a rispondere delle sue azioni e delle sue omissioni. Insomma, è molto probabile che, ridotti di numero, i parlamentari non saranno in grado di svolgere efficacemente e incisivamente il loro fondamentale compito di controllo sull’operato del governo.

Quanto alla rappresentanza politica, naturalmente, molto dipende dalla legge elettorale che sarà approvata. Appare più che probabile che sarà prescelta una legge proporzionale (incidentalmente, tutte le democrazie europee occidentali, ad eccezione della Gran Bretagna e della Quinta Repubblica francese, utilizzano buone leggi proporzionali, quella tedesca essendo la migliore, importabile purché nella sua interezza). Chi desidera buona rappresentanza dovrà esigere che sia esclusa la possibilità di pluricandidature e che sia consentito agli elettori di esprimere una preferenza, meglio se una sola. I candidati/e al parlamento in collegi necessariamente (più) ampi dovranno lavorare molto sodo per conquistarsi l’elezione e altrettanto intensamente per mantenere contatti con il loro elettorato. Dare buona rappresentanza politica, oltre a comportare enormi difficoltà per i partiti piccoli, diventerà certamente più difficile, non posso aggiungere “di oggi” poiché la rappresentanza attualmente esistente è per un insieme di ragioni sostanzialmente pessima, e anche più costoso.

La verità è che la riduzione del numero dei parlamentari, in nessun modo automaticamente migliorativa della rappresentanza politica, porrà il nuovo Parlamento e i suoi ridimensionati componenti alla mercé del governo. D’altronde, questa riforma nasce in chiave antiparlamentare quasi per dimostrare l’irrilevanza, al limite dell’inutilità, del Parlamento italiano, organismo che sarebbe da superare con modalità di democrazia diretta e con il ricorso alla tecnologia. La conferma della riforma aprirebbe la strada a esperimenti pericolosi per chi crede che il cuore della democrazia parlamentare sia costituito proprio dal Parlamento, eletto facendo ricorso a una legge elettorale decente, attrezzato per controllare il governo e capace di garantire efficace rappresentanza politica ai cittadini, alle loro preferenze e esigenze, ai loro interessi e ideali. Che già si parli della necessità di altri interventi, correttivi e cambiamenti è fonte di preoccupazioni aggiuntive.

Pubblicato il 6 settembre su Domani

¿Reducir los escaños parlamentarios mejora la democracia? No. La reforma en marcha del Parlamento italiano @CalibarInforme

En las democracias, el número de parlamentarios siempre ha estado relacionado significativamente con la población, con el número de votantes que eligen los parlamentarios y a los que deben ofrecer representación. Contrariamente a lo que usualmente se piensa y se sigue diciendo, en las democracias parlamentarias la principal tarea del Parlamento no es “hacer” las leyes, sino controlar el trabajo del gobierno en nombre y representación de los ciudadanos.

En todas las democracias, el número de parlamentarios está relacionado de alguna manera con el número de votantes. En términos generales, la relación equivale a un parlamentario por cada cien mil votantes (Francia 577; Alemania 598 más un número fluctuante de escaños adicionales; Gran Bretaña 650). La gran excepción es la República Federal y Presidencial de los Estados Unidos de América cuyo número de Senadores (dos por cada Estado, hoy, por tanto, un total de cien) está establecido por la Constitución de 1787, y se fijó definitivamente el de Representantes del Congreso (435) en 1929. En los Estados Unidos no se cuestionan las cifras, sino la redistribución de los representantes entre los Estados con referencia a los cambios de población (lo que explica por qué los censos que se hacen cada diez años son considerados muy importantes). Por ello, los Estados Unidos no pueden tomarse como punto de referencia para una comparación significativa.

Los constituyentes italianos vincularon el número de diputados y senadores a la población con el objetivo principal y predominante de dar una representación adecuada al electorado italiano, hombres y las mujeres que votaron por primera vez en 1946. En las elecciones de 1948 el número de diputados electos fuer de 574, y la mitad de los senadores: 237. En 1953 se eligieron 590 diputados, los senadores se mantuvieron en 237 y en 1958 pasó a 596 diputados y 246 senadores. Para bloquear el crecimiento continuo debido al aumento fisiológico de la población italiana, el art. 56 de la Constitución fue modificado antes de las elecciones de 1963 estableciendo que los diputados debían seguir siendo 630 y los senadores 315.

Con el tiempo, en varias ocasiones, hubo quienes propusieron por diversas razones reducir el número total de parlamentarios. A menudo se cita a Nilde Iotti, comunista, durante un largo período (1979-1992) Presidenta de la Cámara de Diputados italiana, quien argumentó que, una vez elegidos los Consejos Regionales que ya proporcionaban representación política adicional, era concebible y deseable una reducción en el número de parlamentarios. En las comisiones bicamerales de reformas institucionales, otros propusieron la superación del bicameralismo con la abolición del Senado y la elección de una Cámara única compuesta por 500 diputados (número redondo). Alguien de la izquierda se dejó llevar por el entusiasmo antiparlamentario y populista, afirmando que 100 escaños eran más que suficientes.

En otros lugares, en Francia, el fundador y Presidente de la Quinta República, Charles de Gaulle, perdió el referéndum popular sobre la abolición del Senado en 1969 y dimitió indignado. El poderoso primer ministro británico Tony Blair libró una batalla contra la Cámara de los Lores, pero solo logró reducir el número de lores y baronesas que, sin embargo, aún permanecen en algo menos de 800. Si parva licet componere magnis (“si es legítimo comparar cosas pequeñas con grandes”), en su reforma constitucional no exactamente lineal de 2016, el primer ministro Matteo Renzi había impuesto una reducción del número de senadores a 100, confiando la elección a las regiones, y redefinió las tareas del Senado de una manera no del todo clara, redimensionando considerablemente sus poderes. En todos estos casos, las motivaciones predominantes se refirieron a la necesidad de mejorar la representación política y dar mayor eficiencia a los procedimientos legislativos. En cambio, la principal justificación que ofrece ahora el Movimiento 5 Estrellas para llevar a cabo el “recorte de escaños”, que es la reducción del número de parlamentarios de 630 diputados a 400 y de 315 senadores a 200, es el ahorro de 500 millones de euros en el transcurso de una legislatura. En esta vision, existe la expectativa de que a menos parlamentarios haya una mayor eficiencia tanto de la Cámara de Diputados como del Senado. Premisa que parte de un mal argumento y poco o nada convincente. Este movimiento politico y la mayoría de los que se han pronunciado a favor de la reducción del número de parlamentarios, y que en su momento también fueron partidarios de la reforma Renzi, parecen creer que la tarea más importante del Parlamento en una democracia parlamentaria es hacer leyes. Argumentan que menos diputados significarían menos obstáculos en el debate de proyectos de ley y una aprobación más rápida. Esta concepción teórica y facticamente errónea eclipsa las que son, en cambio, las dos actividades más importantes e insustituibles de un Parlamento: controlar, no solo por la oposición, lo que el gobierno hace, no hace, daña y dar representación política a los ciudadanos (al “pueblo”). El gobierno y los ministros cuentan con personal político y burocrático que les permite, si son hombres y mujeres en promedio capaces y competentes, elaborar una variedad de proyectos de ley y emitir incluso decretos complejos que requieren evaluaciones cuidadosas. Está claro que la reducción en el número de parlamentarios implicará una sobrecarga de trabajo tanto, ciertamente, en las comisiones (hoy casi todos los parlamentarios forman parte de al menos dos comisiones), como en el plenario, donde los parlamentarios tienen derecho a llamar al gobierno para responder de sus acciones y omisiones. En definitiva, es muy probable que, reducidos en número, los parlamentarios no sean capaces de llevar a cabo de manera eficaz e incisiva su tarea fundamental de controlar el trabajo del gobierno.

En cuanto a la representación política, por supuesto, mucho depende de la ley electoral que se apruebe. Parece más que probable que se elija una ley proporcional (por cierto, todas las democracias de Europa occidental, con la excepción de Gran Bretaña y la Quinta República Francesa, utilizan buenas leyes proporcionales, siendo la alemana la mejor a imitar siempre que lo sea en su totalidad). Quienes quieran una buena representación deben exigir que se excluya la posibilidad de múltiples candidaturas y que se permita a los votantes expresar una preferencia, preferiblemente solo una. Los candidatos al parlamento en distritos electorales más grandes tendrán que trabajar muy duro para ganar las elecciones e igualmente para mantener el contacto con su electorado. Dar una buena representación política, además de implicar enormes dificultades para los partidos pequeños, ciertamente será más difícil.

Lo cierto es que la reducción del número de parlamentarios, que de ninguna manera mejora automáticamente la representación política, pondrá al nuevo Parlamento y sus reducidos miembros a merced del gobierno. Por otro lado, esta reforma nació en clave antiparlamentaria como para demostrar la irrelevancia, hasta el límite de la inutilidad, del Parlamento italiano, organismo que habría que superar con métodos de democracia directa y con el uso de la tecnología. La confirmación de la reforma allanaría el camino a experimentos peligrosos para quienes creen que el corazón de la democracia parlamentaria está constituido por el propio Parlamento, elegido recurriendo a una ley electoral digna, equipado para controlar al gobierno y capaz de garantizar una representación política efectiva a los ciudadanos, sus preferencias y necesidades, sus intereses e ideales. El hecho de que ya se hable de la necesidad de otras intervenciones, correcciones y cambios es una fuente de preocupación adicional.

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*Profesor Emérito de Ciencia Politica, Universidad de Bolonia. Socio de la Accademia dei Lincei. Entre sus libros más recientes, podemos mencionar: “Bobbio e Sartori: Capire e cambiare la politica”  y “Minima Politica. Sei lezioni di democrazia”.

 

CALÍBAR el rastreador. Informe estratégico sobre Argentina
Número 70 – 7 de septiembre de 2020

Il taglio delle poltrone e il trilemma dei costituzionalisti. Il commento di Pasquino @formichenews

Per il prof. Gianfranco Pasquino il bicameralismo italiano deve essere riformato non perché “perfetto”, ma perché ha non pochi inconvenienti dovuti, più che ai numeri, ai compiti che i parlamentari svolgono in maniera tutt’altro che perfetta e che, a numeri ridotti, svolgeranno probabilmente peggio

“Mi si nota di più se: i) ho votato no al referendum di Renzi e adesso taglio le poltrone? [Valerio OnidaUgo de SiervoLorenza Carlassare]; ii) ho votato sì al referendum di Renzi, ma adesso voto no? [Luciano Violante, Sabino Cassese, Angelo Panebianco]; oppure, iii) faccio l’asino, naturalmente, di Buridano? [Gustavo Zagrebelski, il presidente del Comitato del No alle riforme di Renzi]”.

Sì, lo so, i referendum, anche, non soprattutto, quelli costituzionali, non “confermativi”, ma, sanamente, “oppositivi”, rimescolano le carte. Non sapevo, però, che avessero anche il dono di rimescolare le interpretazioni della Costituzione e delle conseguenze dei quesiti. Ovviamente, è legittimo scegliere fra il Sì e il No anche per non indebolire il governo oppure per farlo cadere. Starà al governo spiegare perché un referendum costituzionale, che nessuno ha trasformato in un plebiscito, non debba essere in grado di dare spallate al governo.

Non è, naturalmente, affatto detto che alla vittoria del Sì farà immediatamente seguito una nuova legge elettorale, e perché poi dovrebbe essere proporzionale? (Per favore, nessuno aggiunga “pura/o” se ci sarà una clausola d’accesso e un inopinato diritto di tribuna). Le leggi elettorali non hanno quasi nulla a che vedere con le riforme costituzionali.

La brutta legge Rosato deve essere cambiata perché, appunto, è brutta. Punto. E il bicameralismo italiano deve essere riformato non perché “perfetto”, ma perché ha non pochi inconvenienti dovuti, più che ai numeri, ai compiti che i parlamentari svolgono in maniera tutt’altro che perfetta e che, a numeri ridotti, svolgeranno probabilmente peggio.

Le riforme costituzionali non si fanno e non si approvano per aprire “brecce” nella Costituzione, come sostiene il deputato dem Stefano Ceccanti, prof. di Diritto costituzionale, il quale dopo avere motivato in aula il no del suo partito, adesso è “sparato” per il Sì. Ma, voce del/dal popolo, se non approviamo neanche questa riformetta, che è solo un inizio, finiremo per mettere una pietra tombale (sic) sulle riforme costituzionali. Lo proclamavano anche i renziani e, invece, pochi anni dopo quella sonora sconfitta nel dicembre 2016, già ci troviamo con un’altra riforma “epocale”, che colpisce il cuore della democrazia parlamentare dove pulsano la rappresentanza politica e la capacità di controllo del Parlamento sull’operato del governo. Meditate gente, meditate.

Pubblicato il 7 settembre su formiche.net

Le ragioni del NO #adomandarisponde #8settembre #Ferrara

 

Incontro pubblico

8 settembre ore 17,30
Factory Grusù
via Poledrelli, 21
Ferrara
Prenotare l'ingresso sul sito factorygrisu.it

 

Difendiamo il parlamento Difendiamo la democrazia #7settembre #CasalecchioDiReno #IoVotoNO

Comitato per il No – Casalecchio di Reno

ASSEMBLEA DI PRESENTAZIONE

Lunedì 7 Settembre ore 21.00
c/o Casa per la Pace - La Filanda
via dei Canonici Renani, 8 – CASALECCHIO DI RENO

Sarà presente per il Comitato per il No il Prof. Gianfranco Pasquino

REFERENDUM SUL TAGLIO DEI PARLAMENTARI
IL 20 e 21 SETTEMBRE VOTIAMO NO
Perché la democrazia è un bene supremo: risparmiare su di esse non è solo sbagliato, ma anche ridicolo, visto che il risparmio sarebbe dello 0,007% del bilancio statale, ovvero 1,35 euro per cittadino: un caffè all’anno.
Perché la cattiva politica ha altre cause: non il numero dei parlamentari, ma come vengono eletti: tramite leggi elettorali incostituzionali, viziate dalla logica maggioritaria che mortifica la rappresentanza della effettiva volontà politica; leggi che impediscono ai cittadini di scegliere i candidati, che finiscono per essere
nominati dalle segreterie dei partiti.
Perché vogliamo difendere la democrazia e la Costituzione: Il taglio dei
parlamentari è infatti un tassello di un disegno più complesso, che prevede una nuova legge elettorale, senza scelta dei candidati e con una elevata soglia di accesso, che impedirebbe a milioni di cittadini di essere rappresentati in Parlamento.

 

Meno parlamentari = parlamentari migliori? #6settembre Campagnolo Emilia #RE

 

Festa Provinciale di Articolo Uno di Reggio Emilia
Onda rossa
6 settembre ore 11
Campagnolo Emilia
Sala 2000 via Magnani, 1

Meno parlamentari = parlamentari migliori?

Gianfranco Pasquino
Maria Laura Mantovani
modera Enrico Tidona


Rappresentanza è il quesito. Non il numero dei parlamentari @fattoquotidiano #tagliodeiparlamentari #iovotoNo #Referendum2020

Non mi colloco fra coloro che ritengono che la rappresentanza politica sia essenzialmente una faccenda di numeri. Portato all’estremo questo discorso significherebbe più parlamentari più rappresentanza. Non credo neppure che i numeri, alti o bassi, abbiano una relazione stretta, meno che mai decisiva, con la rappresentatività. Non dipende certo dal numero dei parlamentari se gli operai non sono presenti in Parlamento e se i loro interessi sono più o meno (poco, pochissimo) rappresentati. La rappresentatività sociologica è argomento interessante, ma il suo collegamento con la rappresentanza politica richiede qualche serio approfondimento. Partirò da quanto scrisse quarant’anni fa Giovanni Sartori: “la rappresentanza politica è elettiva”. Senza elezioni non può esistere nessuna rappresentanza politica. Leggi elettorali che non consentano agli elettori di scegliere davvero i rappresentanti incidono sulla qualità della rappresentanza, in qualche caso sulla stessa possibilità della sua sussistenza. Ridurre il numero dei parlamentari italiani e poi utilizzare una legge elettorale proporzionale che permetta le pluricandidature e non offra all’elettore la possibilità di scegliere fra i candidati disponendo di un voto di preferenza significa creare una situazione di cattiva rappresentanza. Cattiva è non soltanto dal punto di vista degli elettori che non avranno potuto scegliere il parlamentare, e quindi non gli/le si potranno rivolgere durante il mandato parlamentare. Lo è anche dal punto di vista del parlamentare che sa che la sua elezione non dipende dagli elettori, ma da chi lo ha candidato e, in larga misura, fatto eleggere. In caso di dissenso con quei dirigenti di partito e di corrente responsabili per la sua elezione e, presumibilmente, anche per la sua ricandidatura e rielezione, il parlamentare sarà posto di fronte ad una alternativa lancinante.

Quell’accountability di cui molti parlano senza sufficiente cognizione potrà/potrebbe essere esercitata con profitto soltanto se il parlamentare sa di essere debitore della sua elezione a chi lo ha votato e coloro che lo hanno votato sanno di poterlo ri-votare oppure bocciare. Qui si inserisce il discorso su coloro che “Il Fatto Quotidiano” mette alla berlina chiamandoli voltagabbana. Probabilmente, alcuni la gabbana l’hanno voltata due volte, la prima dicendo sì (nel PD dicendo no) alla riduzione del numero dei parlamentari perché quella era la posizione del loro gruppo parlamentare o del partito. La seconda, adesso, dicendo no oppure, come molti parlamentari del PD, esprimendosi per il sì. Essendo personalmente sostenitore della libertà di mandato, prendo atto delle giravolte di gabbana. Sono legittime. Mi piacerebbe adesso che fossero argomentate così come mi sarebbe piaciuto al momento delle votazioni parlamentari che i dissenzienti si esprimessero. L’inconveniente grave, però, sta nel manico. Sostanzialmente nessun parlamentare aveva interesse a esprimere il suo voto in dissenso poiché non esiste(va) la possibilità di farsi forte del sostegno dei “propri” elettori.

Eppure, sono proprio il dialogo, l’interlocuzione, il confronto e, anche, lo scontro fra il parlamentare e i “suoi” elettori che danno senso e peso alla rappresentanza politica. Potrebbe benissimo essere che quei voltagabbana dal sì al no, ma anche quelli dal no al sì abbiano il sostegno dei loro rispettivi elettorati. Non lo possiamo sapere. Non lo sapremo neanche una volta ridotto il numero dei parlamentari (forse, ci saranno meno voltagabbana, oppure, più probabilmente, saranno grosso modo della stessa percentuale). La rappresentanza politica è una cosa seria che richiede una riflessione approfondita sulla legge elettorale. Non mi pare utile limitarsi a collegarla ai numeri. Anzi, è persino fuorviante. Concluderò drasticamente che se i capipartito e capicorrente mantengono poteri quasi esclusivi di designazione dei parlamentari, nessuna riduzione del numero dei rappresentanti approderà al miglioramento della rappresentanza politica (e quindi della qualità della politica e della democrazia italiana).

Pubblicato il 4 settembre 2020 su Il Fatto Quotidiano

Ri-partiamo con la politica: La rappresentanza politica ieri, oggi, domani #5settembre #Imola #MinimaPolitica @UtetLibri

Incontro pubblico

Ri-partiamo con la politica:
La rappresentanza politica ieri, oggi, domani

Ezio Roi e Grazia Zanetti dialogano con il Prof. Pasquino

seguirà dibattito

In occasione della presentazione di Minima Politica Si lezioni di democrazia (UTET 2020)

5 settembre 2020
ore 21
Presso il Giardino Hotel Maglio
via Selice Provinciale 26/a
Imola (BO)
Per info cell. 3471133590

Conte fa bene a tacere. Invece, che dice Draghi? @fattoquotidiano

La riduzione del numero dei parlamentari è stata approvata da maggioranze molto ampie sia per convinzione sia per opportunismo. Se verrà confermata dal referendum, dovrà essere giustamente interpretata come una vittoria dei Cinque Stelle (meglio senza balli da balconi). Se gli elettori la casseranno non sarà una sconfitta del governo giallo-rosso e neppure una delegittimazione del Parlamento in quanto tale, ma un segno di sfiducia nei parlamentari che quella riforma votarono senza torcersi il collo. Che il Presidente del Consiglio Conte non si esprima né in un modo né nell’altro è un segno di rispetto della decisione del Parlamento. La riduzione non è una riforma del governo. Anzi, in generale, le riforme costituzionali dovrebbero sempre essere ascritte al Parlamento. Quando le fa e le impone un governo ne seguono distorsioni partigiane, come per la riforma a opera della maggioranza di centro destra nel 2005 e come per il quasi plebiscitarismo di Matteo Renzi nel 2016. Conte ha, non il diritto, ma la facoltà di non impegnare nel voto referendario né se stesso né la sua maggioranza. La controprova è che se si esprimesse ne conseguirebbero critiche immediate e copiose sulla sua, ovviamente definita grave, ingerenza. Qualsiasi riforma della Costituzione riguarda tanto i legittimi rappresentanti del “popolo” quanto gli elettori i quali, grazie alla saggezza dei Costituenti che, non reputando infallibili e impeccabili i parlamentari, formularono l’articolo 138 che disciplina il referendum costituzionale. Avete un bel chiamarlo “confermativo”, aggettivo che non si trova nella Costituzione. L’esito potrà anche essere tale, ma più correttamente questo tipo di referendum meriterebbe l’aggettivo “oppositivo”. La riforma c’è. Si mobiliti e vada a votare, non c’è quorum, chi a quella riforma si oppone.

Tuttavia, Conte non può stare tranquillo. Anzi, sostengono tutti coloro che lo hanno accusato di iperpresidenzialismo e di volere inaugurare una deriva autoritaria, neppure doveva andare in vacanza. Certo, dovrebbe esprimersi un po’ su tutto, a cominciare dalla scuola e dai trasporti. Noi sappiamo che con qualche sua dichiarazione tempestiva avrebbe potuto impedire il Covid-19 nelle discoteche, a cominciare da quella che ci sta più a cuore: il Billionaire. Adesso, Conte è giustamente in declino di popolarità. Secondo Diamanti, che dovrebbe essere un po’ più raffinato nell’interpretazione, Conte è in picchiata, sceso da 65 (quota inusitata per i Presidenti del Consiglio italiani) a 60 punti di approvazione. Se non sente sul collo il fiato di Mario Draghi, giunto addirittura a 53 punti, glielo dicono i giornalisti. Quelli bravi, fra i giornalisti, aggiungono subito che oramai è quasi fatta: Conte sarà presto sostituito proprio dal Draghi. Qualcuno, specie fra gli studiosi di comunicazione, potrebbe fare notare che la popolarità di Draghi è rimbalzata, non tanto dopo il suo discorso al Meeting di Rimini (dove di discorsi di alto livello se ne sono ascoltati davvero pochi) quanto dalla eco che, in mancanza di meglio o semplicemente di altro, gli hanno dato i mass media.

All‘insegna del “farò soltanto debito buono” oppure citando un famoso proverbio di Francoforte “il debito buono caccia il debito cattivo”, SuperissimoMario si scalda dietro le quinte pronto a formare un governo? Come? Innestato sull’attuale maggioranza che dà il benservito a Conte, il più efficace punto di equilibrio fra i gialli e i rossicci (e fra l’Italia e l’Unione Europea)? Oppure dando vita nell’attuale parlamento ad un governo di unità nazionale che cozza contro tutte le, pur sbagliate, critiche del centro-destra che stigmatizza i governi “non votati dal popolo”? Comprensibilmente, Meloni si chiamerebbe subito fuori per granitica coerenza, per lucrare sulla inevitabile e giusta rendita di opposizione e per (ri)lanciare in suo non meglio precisato presidenzialismo. Nel frattempo, però, poiché il gossip domenicale non si ferma qui, è chiaro che da Mario Draghi vorremmo sapere non soltanto come investire nel Mezzogiorno, promuovere le donne, preparare un futuro migliore per i giovani (praticamente i punti deboli del consenso elettorale che il PCI sottolineava regolarmente), ma, soprattutto, come voterà al referendum costituzionale. Insomma, sarà anche bravo Draghi, ma il test, la cartina di tornasole è che lui dice sì o no, mentre il Conte tace. O tempora o mores.

Pubblicato il 1° settembre 2020 su Il Fatto Quotidiano

Parlamento e potere dei cittadini. I populisti tagliano i rappresentanti del popolo? #2settembre #Ravenna #Minimapolitica @UtetLibri

Alle ore 18
Giardino del Circolo Mameli
Via Ravegnana 110
Ravenna

Associazione Mazziniana
Comitato in Difesa della costituzione di Ravenna
Coordinamento per la Democrazia Costituzionale

 

Gianfranco Pasquino

Parlamento e potere dei cittadini
I populisti tagliano i rappresentanti del popolo?

Coordina
Fulvia Missiroli
(Vicepresidente AMI Sezione di Ravenna Sauro Camprini)

Partecipano
Sauro Mattarelli
(studioso ravennate)
Maria Paola Patuelli

Nell’occasione presentazione di
Minima Politica. Sei lezioni di democrazia (Utet 2020