L’Umbria vota e conta #Umbria2019

No, l’Umbria non è l’Ohio, lo stato sempre in equilibrio fra repubblicani e democratici, spesso decisivo per eleggere il Presidente USA. La regione Umbria, che è stata solidamente “rossa” dal 1970 ad oggi, si trova in bilico. È diventata, come si dice con termine tecnico, “contendibile” poiché è emerso un grosso scandalo nel sistema sanitario che ha coinvolto il Partito Democratico. Lasciando alle indagini della magistratura la parte più propriamente legata a reati, si potrebbe sostenere, e sono disposto a farlo senza nessuna difficoltà, che qualsiasi sistema politico, anche regionale, nel quale non si produce alternanza per un lungo periodo di tempo, è destinato a degenerare. È una lezione politica da imparare in tutta la sua pregnanza, valida sempre. Il resto va affidato, come in tutte le democrazie, ai politici e agli elettori dell’Umbria ai quali il (poco)centro-(molta)destra, ricompattatosi, offre proprio la possibilità di mandare a casa coloro che hanno governato per tanto/troppo tempo.

Al fine di evitare una probabile vittoria del centro-destra, tuttora in testa nei sondaggi, il Partito Democratico ha perseguito con determinazione la via dell’unico accordo possibile, quello con il Movimento 5 Stelle che, pur non pienamente convinto, ma consapevole delle sue difficoltà, lo ha accettato. Ne è emersa una competizione bipolare, che molti, ad esempio, il segretario del PD, Nicola Zingaretti, considerano un buon inizio che potrebbe essere esteso un po’ in tutta Italia. A questo punto, il duello centro-destra/PD+5Stelle ha acquisito significati importanti che raramente si trovano nelle elezioni regionali. Ovviamente, l’ elettorato umbro è consapevole che vota per il Consiglio regionale e per il Presidente della Regione. Dunque, si farà guidare anche da questa considerazione. Però, è inevitabile, logico e persino giusto che una parte non piccola di elettori desideri che il loro voto serva a qualcosa di più. Infatti, il centro-destra ha chiesto un voto che serva anche a dare una spinta verso la conquista del governo nazionale, all’insegna del motto (che m’invento)” il centro-destra unido jams será vencido.

Certamente, Salvini rivendicherà l’eventuale vittoria come ennesimo segnale che nel paese esiste una maggioranza opposta a quella rappresentata dal governo guidato da Conte che in questi giorni ha alzato il tiro della critica proprio contro il capo della Lega. La sconfitta della coalizione PD-5 Stelle significherebbe che l’elettorato umbro non ha voluto premiare la strategia del segretario del PD di portare l’alleanza, che non tutti i Cinque Stelle sembrano condividere, anche in altre realtà locali. Tempi brutti si addenserebbero anche sul futuro dell’Emilia- Romagna, altra regione simbolo della sinistra. Insomma, circa settecentomila elettori umbri hanno nelle loro mani (e nelle loro menti) un voto pesante. Non è detto che serva a cambiare il governo, ma obbligherà i governanti a riflettere seriamente su cosa fare e come andare avanti.

Pubblicato AGL il 27 ottobre 2019

La democrazia realista contro quella liberale #vivalaLettura @La_Lettura

L’americano John Mearsheimer attacca il liberalismo progressista che aspira a diffondere i regimi rappresentativi. Così svaluta i meriti delle istituzioni internazionali e si mostra incoerente: sostiene che la pace si può ottenere solo in un mondo in cui l’economia prevalga sulla politica, ma poi, cercando di delineare un’alternativa, punta proprio su strumenti politici.

John J. Mearsheimer, La grande illusione. Perché la democrazia liberale non può cambiare il mondo,
LUISS University Press

 

Bisogna “rendere il mondo un luogo sicuro per la democrazia”, come proclamò nel 1917 Woodrow Wilson, Presidente degli Stati Uniti entrando nella Prima Guerra mondiale, oppure gli Stati debbono perseguire essenzialmente e prioritariamente un’altra/altre finalità? Con Wilson nacque il liberalismo progressista in politica estera che, secondo John Mearsheimer, è causa di tutti i mali possibili, in particolare negli ultimi trent’anni. A prescindere dal colore politico dei Presidenti, Reagan, Bush Sr., Clinton, Bush Jr., e persino Obama, per Trump il verdetto non c’è ancora, ma si annuncia più favorevole, quel liberalismo progressista ha improntato la politica estera USA. Però, argomenta perentoriamente l’autore di questo notevole libro, esiste un’alternativa ed è chiara. Si chiama realismo e si basa su alcuni presupposti semplici e sempre validi. Gli Stati-nazione hanno una preoccupazione prevalente, dominante: la sopravvivenza. Dunque, la loro politica estera deve essere formulata senza troppi fronzoli per perseguire in maniera praticamente esclusiva quell’obiettivo. Del contorno non deve curarsi. Sono i liberali progressisti che, facendosi forti di una generalizzazione largamente accettata, ma che Mearsheimer mette in discussione (non sono, in verità, sicuro che la confuti convincentemente facendo diventare democrazie regimi molto dubbi e guerre conflitti limitati, poco più che scaramucce), “le democrazie non si fanno guerra fra di loro”, cercano di fare spuntare qua e là altre democrazie per ridimensionare le guerre fino a eliminarle del tutto.

Il ragionamento dei liberali progressisti parte dall’affermazione/constatazione dell’esistenza di diritti inalienabili dei cittadini. Le democrazie li garantiscono; i regimi non democratici per lo più li calpestano ad libitum. Quindi, è giusto, persino moralmente doveroso, sostengono i liberali progressisti, intervenire nei paesi non democratici a sostegno dei diritti degli uomini e delle donne ogniqualvolta siano pesantemente violati. Il regime change, proprio quello sbandierato da George W. Bush come obiettivo fondamentale nella sua guerra contro Saddam Hussein, serve ad aprire la strada alla democrazia e quante più democrazie esisteranno maggiore sarà l’esecrazione di regimi non democratici e repressivi. Mearsheimer ha buon gioco a fare notare che nessuna democrazia è emersa dalla vittoria USA in Iraq e che, anzi, un po’ tutto il Medio-Oriente, dall’Egitto alla Sira, dalla Libia allo Yemen, è stato destabilizzato con gravi pericoli e guasti per i diritti umani, a partire dal più importante di loro: il diritto alla vita. Per di più, sottolinea l’autore, un po’ tutti gli interventi armati “liberali” comportano anche rischi e brutte conseguenze all’interno delle democrazie interventiste. I loro governanti mentono su obiettivi e costi della guerra, occultano e manipolano le informazioni, colpiscono e puniscono i loro cittadini dissenzienti, violano grandemente i diritti dei prigionieri, le torture e i detenuti di Guantanamo rappresentando gli esempi più raccapriccianti. Il progressismo liberale in politica estera diventa quasi ineluttabilmente molto illiberale all’interno del proprio paese.

“Il liberalismo all’estero conduce all’illiberalismo in patria” (p. 26). Invece, i liberali progressisti preferiscono porre l’accento sul fatto che l’ordine politico internazionale liberale ha per molti decenni costruito e sostenuto tre esiti positivi: una situazione complessiva di pace fra tutte le democrazie; una notevole interdipendenza basata sul libero commercio; il funzionamento di una rete di istituzioni internazionali (Fondo Monetario, Banca Mondiale, NATO). Mearsheimer non ha nessuna difficoltà a mettere in dubbio tutt’e tre gli esiti, rilevandone la fragilità e l’illusorietà. Anzi, per quel che riguarda la NATO, l’autore ha buon gioco nell’esporre le drammatiche conseguenze della sua prospettata espansione alla Georgia e all’Ucraina. Naturalmente, l’esempio per così dire migliore probante che di ordine politico internazionale ce n’è davvero poco è costituito proprio dalla necessità che i policy-makers degli USA di fare ricorso alla guerra. Dal 1989 (caduta del Muro di Berlino e inizio della loro egemonia unipolare), gli Stati Uniti hanno combattuto due anni su tre su sette fronti differenti (p. 26). Non basta certamente la libertà e la realtà degli scambi commerciali a impedire agli Stati di farsi la guerra e la debolezza delle istituzioni internazionali prive di qualsiasi potere coercitivo non è d’aiuto ai costruttori di pace.

Forse un po’ contraddittoriamente, l’autore afferma che la pace si potrà/si potrebbe ottenere in un mondo in cui l’economia abbia il predominio sulla politica (p. 73). Quando, però, necessariamente e volutamente, Mearsheimer perviene a delineare la sua alternativa mette, eccome, l’accento proprio sulla politica. Preliminarmente, nota che all’interno di ciascuno Stato l’elemento più importante, spesso dominante, è il nazionalismo basato sul senso, quando non anche l’orgoglio, di appartenenza a una comunità, ai suoi stili di vita, ai suoi valori più diffusi che rarissimamente contemplano il desiderio di andare in altre parti del mondo per proteggere e promuovere i diritti umani. Nel caso degli USA è evidente una chiara discrepanza fra le preferenze della cittadinanza e quelle delle elite che si occupano di politica estera e che la fanno da decenni implementando i principi del liberalismo progressista. [Fra loro, ovviamente, non troviamo l’autore di questo libro, che, infatti, pure molto apprezzato docente di Relazioni Internazionali all’Università di Chicago, non è ancora stato chiamato a far parte del Chicago Council on Global Affairs. Concludendo, c’è un’unica vera alternativa al liberalismo progressista.] Mearsheimer la delinea brevemente, ma con grande vigore: è il realismo. Comincia con il mettere al primo posto l’America. Continua con lo schivare, tutte le volte che incrocino gli interessi degli USA, le regole delle istituzioni internazionali. Perviene a modalità di rapporti con la Cina e, soprattutto, con Putin che nessun progressista liberale potrebbe giudicare positivamente. Tutto questo si colloca coerentemente nella visione realista delle relazioni internazionali formulata da Mearsheimer: gli Stati che perseguono senza tentennamenti e sbandamenti il loro interesse nazionale non destabilizzeranno il sistema internazionale e salvaguarderanno nella misura del possibile sia la loro sovranità sia la pace. Quanto alle democrazie, conclude l’autore di questa graffiante analisi, invece di impegnarsi in costosi e spesso fallimentari tentativi di esportazione delle loro istituzioni e pratiche, dovrebbero procedere a migliorare la loro qualità fiduciose che altri regimi e altri governanti ne procederanno all’emulazione.

Pubblicato il 27 ottobre 2019 su LA LETTURA 413 Corriere della sera

Polis: il futuro della politica #27ottobre #Palermo Festival delle Filosofie II edizione

FESTIVAL DELLA FILOSOFIE 

Aula Magna della Falcoltà di Giurisprudenza
Via Maqueda, 172
27 ottobre ore 10 – 13

POLIS: IL FUTURO DELLA POLITICA

Gianfranco Pasquino

Leoluca Orlando 

Discussant Enrico Camilleri 
Introduce e modera Sorina Soare

Nei partiti abbiamo già visto correnti di opinione e correnti di potere. Adesso vediamo persone che si muovono seguendo un leader che promette cariche e rielezione…

È frequente e anche positivo che in un partito esista una pluralità di opinioni, si formulino più proposte, si prospettino più soluzioni. È anche possibile che i portatori di opinioni, proposte, soluzioni simili si organizzino, agiscano insieme. Le correnti diventano, però, deleterie, quando si organizzano non per contribuire all’elaborazione e attuazione di una linea politica, ma per dare cariche a persone che, proprio perché sono senza idee, si spostano seguendo un leader “promettente”: propensione italiana tuttora Piuttosto Diffusa (PD).

Eredità di Weimar e futuro dell’Europa #Bologna #25ottobre @UniboMagazine

WEIMAR 1919-2019 ATTUALITÁ DI UNA COSTITUZIONE?
A cent’anni dalla Costituzione di Weimar

Venerdì 25 ottobre 2019, ore 9,15
Aula dei Poeti, Palazzo Hercolani
Strada Maggiore, 45 Bologna

Tavola rotonda
ore 14,30

A cent’anni dalla Costituzione di Weimar il Convegno si propone di
analizzare il lascito di questa importante realizzazione costituzionale
e di valutarne l’attualità.

Eredità di Weimar e futuro dell’Europa

Augusto BARBERA
Sabino CASSESE
Angelo PANEBIANCO
Gianfranco PASQUINO

Coordina: Raffaella GHERARDI

 

Partiti con potenziale di coalizione e potenziale di ricatto: una situazione non sana risolvibile con una buona legge elettorale

Bisogna (sapere) contare i partiti che contano. La lezione di Sartori è che, piccoli o no, contano i partiti che hanno potenziale di coalizione, ovvero possono andare al governo, e i partiti che hanno potenziale di intimidazione e ricatto, vale a dire che rendono, anche dall’opposizione, la vita difficile ai governi. Figuriamoci quando i partiti(ni) con potenziale di ricatto si sono ritagliati uno spazio dentro il governo!

L’Europa, memoria e futuro #Bologna #22ottobre @MOVFEDEUROPEO @BolognaMfe

In occasione del XXIX Congresso nazionale del Movimento Federalista Europeo, Bologna 18-20 ottobre 2019, l’Istituto Storico Parri propone una

Discussione sulle culture politiche europee e europeiste all’inizio di una nuova legislatura europea

22 ottobre 2019 ore 17:30
Istituto Storico Parri, sala ex Refettorio, via Sant’Isaia 20

Saluto di
Giacomo Manzoli

partecipano
Giancarla Codrignani
Gianfranco Pasquino
Elly Schlein

introduce e conduce
Luca Alessandrini

INVITO Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica @egeaonline #19ottobre #Ravenna Biblioteca Casa di Oriani

Sabato 19 ottobre 2019 – ore 17
Biblioteca Casa di Oriani
Sala Spadolini – via Corrado Ricci, 26

Gianfranco Pasquino
Bobbio e Sartori. Capire e cambiare la politica
(Università Bocconi Editore)

Dialogano con l’autore
Sauro Mattarelli
Alessandro Luparini
Maria Paola Patuelli

Coordina
Angelo Morini

Caro Direttore del @ilfoglio_it di persona personalmente sono per la trasparenza

La notizia è che il direttore del Foglio Claudio Cerasa è un collezionista in the closet. Mi chiede interventi e lettere. Quando contraddicono le sue opinioni li mette nel closet. Di persona personalmente sono per la trasparenza. Quindi, ecco. Proporzionalisti e maggioritari genuini, buona lettura.

Caro Direttore,

cosa (mal)fatta capo ha. Il “taglio” delle “poltrone” dei parlamentari non avrà nessun effetto benefico sul funzionamento del Parlamento e sulla qualità della democrazia italiana. Tranne che con la riduzione delle spese e con una maggiore rapidità del procedimento legislativo, tutta da verificare, i promotori delle Cinque Stelle non hanno saputo giustificarlo. Dirò, invece, che quel taglio è parte integrante, e pericolosa, del loro antiparlamentarismo che è destinato a erodere la già non lussureggiante democrazia parlamentare italiana.

In maniera del tutto curiosa ovvero piuttosto ridicola, appena approvata la riforma costituzionale se ne stanno già cercando i correttivi, ammissione esplicita che la riforma è avventurosa, non in grado di stare in piedi da sola. Tralascio il non semplice fatto che in una democrazia parlamentare chi “tocca” il parlamento ha il dovere imprescindibile di valutarne le conseguenze non solo per gli elettori e la loro rappresentanza, ma anche per il governo, e rivolgo l’attenzione alla sola legge elettorale che per i pochi parlamentari rimasti e per i loro aspiranti successori ha la massima importanza. Mi limito ai due criteri cruciali per una buona legge elettorale, ma mi accontenterei che fosse meno indecente del Porcellum e della legge Rosato nonché dell’abortito Italicum: potere degli elettori e rappresentanza politica. Nessuna legge proporzionale che non dia all’elettore la possibilità di “votare” il suo candidato/a preferito/a, per la precisione, che non abbia il voto di preferenza, è accettabile. Naturalmente, le circoscrizioni dovranno avere dimensioni ridotte, eleggere un numero di parlamentari non superiore a dieci, se vogliamo che gli elettori sappiano chi sono.

Un numero ridotto di parlamentari non richiede affatto una legge proporzionale. Può benissimo essere eletto da un sistema maggioritario davvero (senza il famigerato “diritto di tribuna”), meglio se il doppio turno francese in collegi uninominali. Là gli eletti rappresentano effettivamente tutti gli elettori del loro collegio. Sanno di doverlo fare se mirano a essere rieletti. Suggerirei, sulla scia di quanto scritto tempo fa da Giovanni Sartori, che la clausola di passaggio dal primo al secondo turno non sia definita con una percentuale, ma consentendo l’accesso ai primi quattro candidati. Questo garantirebbe a un’alta percentuale di elettori di vedere la candidatura preferita al secondo turno, di valutarne le chance di vittoria, di scegliere anche sulla base delle indicazioni che i candidati/e daranno di eventuali coalizioni di governo. Infine, sarebbe finalmente il caso che la prossima legge elettorale preveda per tutti i candidati/e il requisito di residenza ponendo fine al fenomeno delle paracadutate/i che, ovviamente, costituisce una ferita profonda alla rappresentanza politica.

Grazie dell’attenzione. Ad maiora.

Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza politica

Dieci anni stellari

Il MoVimento 5 Stelle ha festeggiato i suoi primi dieci anni vita. Legittimamente. Sono stati dieci anni di successi, coronati dalla conquista del governo nazionale. L’ispiratore e fondatore Beppe Grillo ha benedetto il cammino percorso. Il capo politico Luigi Di Maio ha preannunciato altri dieci anni di governo e di trasformazioni. Non si sono sentite autocritiche, ammissioni di errori, individuazioni di problemi e di difficoltà, anche elettorali. Per suggellare la raggiunta maturità, Di Maio ha annunciato che sarà formato un comitato direttivo composto da ottanta attivisti che lo coadiuveranno. Infine, il capo politico ha preso le distanze dalla proposta di costruire un’alleanza duratura con il Partito Democratico a partire dalle realtà regionali dove in rapida sequenza si voterà nelle prossime settimane, prima, l’Umbria , il 27 ottobre.

Il più recente e cospicuo successo vantato dal MoVimento è costituito dal “taglio delle poltrone” ovvero, meglio, dalla riduzione consistente, un terzo, del numero dei seggi parlamentari con conseguente, molto vantato, risparmio di spesa pubblica. Si può essere d’accordo o, è la mia valutazione personale, in disaccordo con questa riforma senza negarne il peso. Quello che, a mio modo di vedere, conta di più è che la riforma si colloca nel solco di un antiparlamentarismo diffuso nel paese, lo accarezza e lo mette in pratica, per di più ottenendo il consenso sia di tutto il centro-destra sia, obtorto, ma non tanto, collo, del Partito Democratico, all’insegna di una non troppo modica dose di opportunismo. In attesa dei correttivi istituzionali ed elettorali, i Cinque Stelle si muovono agilmente nel contesto della Repubblica parlamentare e della Costituzione con risultati contrastanti.

Da un lato, la Costituzione li obbliga a fare governi di coalizione, tempo fa respinti da Grillo e dall’intero gruppo dirigente, che voleva purezza assoluta, e ne incanala l’operato lungo gli sperimentati binari della formazione dei governi secondo gli articoli della Costituzione che danno notevole potere al Presidente della Repubblica al quale Di Maio minacciò addirittura l’impeachment. Dall’altro, però, consapevolmente, ma non sempre lucidamente, il MoVimento persegue una strategia di erosione della democrazia parlamentare. Sarà la tecnologia, a cominciare dalla piattaforma Rousseau, non soltanto a legittimare, ma a produrre le decisioni? Quanta autonomia decisionale rimarrà ai parlamentari se venisse imposto il, secondo me, impraticabile e dannoso, vincolo di mandato? E migliorerebbe la qualità della democrazia italiana drasticamente limitando, se non eliminando la possibilità dei parlamentari eletti (sperabilmente non più “nominati” dai dirigenti dei partiti) di votare in alcune occasioni secondo coscienza senza rischiare l’emarginazione e l’espulsione? Finora, la Costituzione ha fatto argine, ma può essere cambiata, e il sistema politico ha retto l’urto del MoVimento, ma è giusto avanzare riserve ed esprimere preoccupazioni sul futuro.

Pubblicato AGL il 16 ottobre 2019