Maggioranza con tante incognite

Giunti sull’orlo del baratro elettorale, di cui tutti dicevano di non avere paura, e del baratro istituzionale, di cui tutti dovrebbero avere il terrore, Di Maio e Salvini hanno ripreso il dialogo per dare un governo al paese. Hanno anche il beneplacito, un po’ tormentato, di Berlusconi che consente a Di Maio di salvare la faccia del suo ostracismo nei confronti del leader di Forza Italia costretto, da tutti i sondaggi che registravano un suo ulteriore calo di consensi nel caso di elezioni anticipatissime, a far buon viso a un gioco per lui cattivo. Il respiro di sollievo lo tirano anche i dirigenti del PD, ugualmente dati in forte calo, tutto meritato, poiché dal 5 marzo non sono stati in grado di delineare una qualsiasi strategia. Se vedrà la luce, il governo Di Maio-Salvini, qualcuno del PD, in particolare i renzianiduri, dovrà spiegare ai loro elettori e, forse, a tutti gli elettori, che quel governo è un’opzione migliore di tutte le alternative, persino di quella che avrebbe potuto vedere il PD in una coalizione, certo, complessa e faticosa, con le Cinque Stelle. Compito non facile neppure per gli acrobati del politichese che, invece, diranno che il PD si rigenera all’opposizione.

Un governo dei due vincitori, il Movimento 5 Stelle essendo lo schieramento più votato e la Lega avendo addirittura quadruplicato i suoi voti rispetto alle elezioni del 2013, ha piena legittimità democratica. Si potrebbe addirittura sostenere che, con la Lega, che rappresenta buona parte dell’elettorato del Nord e le Cinque Stelle, che sono dominanti nel Sud, il loro governo darebbe ricomposizione politica e sociale all’Italia spesso fin troppo divisa. Preso atto che in democrazia i numeri contano e che una maggioranza numerica in Parlamento è essenziale per qualsiasi governo, appare opportuno interrogarsi su quali saranno effettivamente le convergenze programmatiche fra Cinque Stelle e Lega e quali saranno i ministri capaci di tradurle in provvedimenti legislativi.

Anche se, di recente, il Movimento Cinque Stelle ha dimostrato notevole agilità nel territorio programmatico, andando oltre ovvero, secondo non pochi critici, tradendo, punti importanti votati on-line, alcune posizioni non sembrano facilmente conciliabili con quello che la Lega, meno ondivaga, ha scritto nel suo programma e ha detto in campagna elettorale. Il reddito di cittadinanza, vero cavallo di battaglia delle Cinque Stelle, è assolutamente impraticabile se la Lega vorrà ottenere la flat tax. Semplicemente, mancheranno i soldi richiesti, che sono molti. Fra l’altro, è giusto evidenziare che la flat tax è in contrasto con l’art. 53 della Costituzione che sancisce il principio della tassazione progressiva. In materia d’Europa, Salvini, che vuole riappropriarsi della sovranità nazionale, può rallegrarsi di un eventuale referendum sull’Euro resuscitato da Grillo. Tuttavia, questo referendum non è attualmente possibile secondo la Costituzione italiana e va contro tutti gli sforzi fatti da Di Maio per accreditare le Cinque Stelle in ambito europeo. Va anche contro dichiarazioni esplicite del Presidente Mattarella che ha più volte segnalato la necessità e importanza di un ruolo credibile e attivo dell’Italia nell’Unione Europea.

La grande occasione di ottenere cariche di governo suscita comprensibili ambizioni personali anche molto forti. Entrambi, Di Maio e Salvini, hanno annunciato che la formazione del governo non sarà intralciata da una loro richiesta non negoziabile di diventare Presidente del Consiglio: sconfessione netta della linea personalistica troppo spesso espressa da Di Maio e ribadita pedissequamente dalle Cinque Stelle. Ricordato che la nomina del Presidente del Consiglio spetta costituzionalmente al Presidente della Repubblica, Di Maio e Salvini dovranno trovare l’accordo su un nome, meglio su una rosa di candidati, in grado di essere il punto di equilibrio più autorevole possibile della loro coalizione. Discorso non dissimile per il Ministro dell’Economia. Insomma, il cammino è appena agli inizi. Una cosa sola sappiamo con certezza: le prossime elezioni non sono dietro l’angolo.

Pubblicato AGL 11 maggio 2018

Deficit Democratici #11maggio #Udine #Vicinolontano2018 @vicinolontano @egeaonline

Venerdì 11 Maggio
Ore 18.30 — Libreria Friuli — Ingresso Gratuito

La democrazia appare oggi un percorso lasciato a metà. Questo vale, per esempio, se si guarda alle differenze tra uomini e donne. Vale in Italia così come negli Stati Uniti o nei luoghi che hanno visto rapidamente sfiorire le primavere arabe. Nel generarsi di questi deficit, molto contano, da un lato, le culture politiche (prima di tutto quella liberale); dall’altro, le istituzioni che mirano a consentire la partecipazione del popolo al potere, cercando un equilibrio fra rappresentanza e governo. Se nessuna democrazia è però in grado di evitare momentanei deficit, carenze di rappresentanza e di decisionalità, tutte dispongono di opportunità di (auto)correzione. Nel momento in cui sembra che sia l’anti-politica a farla da padrone, è tempo di scoprire e denunciare questi deficit profondi, compresi quelli che si annidano in molte realtà della società civile.

Deficit democratici
Cosa manca ai sistemi politici, alle istituzioni e ai leader (Egea 2018)

DEFICIT DEMOCRATICI
COSA MANCA AI SISTEMI POLITICI, ALLE ISTITUZIONI E AI LEADER
UBE (Egea 2018)

 

Squilibri e diseguaglianze. Una sfida per la democrazia #Udine #10maggio #Vicinolontano2018 @vicinolontano

La crisi economica di questi anni, insieme al progressivo declino del welfare, ha prodotto effetti dirompenti. Si è allargata a dismisura non solo la forbice socio-economica tra le classi, ma anche la distanza tra cittadini e politica. Si diffondono istanze antidemocratiche che rischiano di corrodere i diritti fondamentali della convivenza civile e del contratto sociale. Hanno successo ideologie anti-egualitarie che fanno leva sulla paura e il malcontento e accettano che diversità effettive – di reddito, di sesso, di età, di salute, di cultura, di religione, di etnia – si trasformino in discriminazione. Oggi è questa la sfida forse più difficile per la nostra democrazia: fino a quando può resistere all’incremento delle diseguaglianze senza snaturarsi? Possiamo fare in modo che ogni differenza si trasformi in ricchezza sociale e sviluppo collettivo? A partire da un’analisi realistica sulle vecchie e nuove diseguaglianze – che prescinda da ideologie precostituite – saremo capaci di ripartire da una uguaglianza delle opportunità che garantisca lo sviluppo di tutti, adottando un pensiero lungimirante?
Festival vicino/lontano 2018 Udine
Giovedì 10 Maggio Ore 18.30 — Chiesa di San Francesco — Ingresso Gratuito

Squilibri e diseguaglianze
Una sfida per la democrazia

Intervengono

INVITO L’Europa che c’è, l’Europa che ci sarà #9maggio Fisciano #Salerno

Festa dell’Europa 2018
Campus di Fisciano Università degli Studi di Salerno
Mercoledì, 9 maggio 2018 ore 10.00
Aula delle lauree ‘Gabriele De Rosa’

Il Centro Studi Europei (www.centrostudieuropei.it), nell’ambito delle attività della cattedra Jean Monnet Becoming Becoming Europeans: the Social Dimension of European Integration, entrambi diretti dal prof. Massimo Pendenza, organizza in collaborazione con il Dipartimento di Scienze politiche, sociali e della comunicazione, la terza edizione della Festa dell’Europa.

Ospite di quest’anno Gianfranco Pasquino (Professore Emerito di Scienza Politica dell’Università degli Studi di Bologna), che terrà una Lectio Magistralis dal titolo

L’EUROPA CHE C’È, L’EUROPA CHE CI SARÀ

La lezione sarà preceduta dai saluti di Michele Capasso, Presidente della Fondazione Mediterraneo e Museo della Pace Mamt di Napoli, e da quelli istituzionali di Annibale Elia, Direttore del Dipartimento, e di Francesco Amoretti, Presidente del Consiglio Didattico di Scienze Politiche. Introduce Massimo Pendenza, direttore del Centro Studi Europei.

Prima della lezione, un quartetto d’archi e voce dei Maestri del Liceo ‘Alfano I’ di Salerno allieterà il pubblico suonando l’Inno alla Gioia di Ludwig van Beethoven, inno europeo.

Qui ci serve una formula magica

Con la forza dei numeri, non delle idee, Renzi ha ancora una volta imposto la sua linea alla Direzione del Partito Democratico. L’unanimità, del tutto fittizia, ottenuta dalla relazione Martina salva la carica del segretario reggente, ma pone la parola fine sull’eventuale apertura di un negoziato con i Cinque Stelle. È quel che Renzi aveva del tutto impropriamente, ma deliberatamente, dichiarato in una trasmissione televisiva, non il luogo dove si dovrebbero annunciare decisioni politiche tanto importanti come quelle che riguardano il governo dell’Italia. La conclamata rinuncia del PD a prendere qualsiasi iniziativa, non credibile essendo quella di un governo istituzionale (da affidare a chi? agli sconfitti del referendum del 4 dicembre, Renzi-Boschi, e all’autore della pessima Legge Rosato?), segna un altro passo verso l’irrilevanza politica del partito. I retroscena dicono che il Presidente della Repubblica sia rimasto molto irritato dai comportamenti dei renziani che, per di più, non si fermano qui, potendo addirittura sfociare in una sostituzione di Martina a fine maggio nell’Assemblea nazionale.

Pur consapevole della difficoltà di dare vita ad un governo decente, pardon, politico, Mattarella non si aspettava di trovarsi fra le mani una potata tanto bollente. Lunedì farà l’ultimo giro di consultazioni per cercare una formula che rappresenti il punto d’equilibrio fra le diverse richieste dei partiti, tutte contenenti qualche elemento accettabile e molti elementi discutibili. Accettabile era la richiesta del centro-destra di essere riconosciuto come lo schieramento vincente; inaccettabile la pretesa di ottenere l’incarico senza indicare con quali voti avrebbe raggiunto la maggioranza assoluta in entrambe le Camere. Mattarella, correttamente e tenendo conto del precedente di Napolitano, non è favorevole allo scouting, vale a dire alla caccia a parlamentari nei quali il trasformismo faccia aggio sulla responsabilità. Non sarebbero affidabili. Ugualmente legittima era la richiesta delle Cinque Stelle che toccasse a loro dare vita al governo; molto meno convincente che al loro capo Luigi Di Maio spettasse senza se senza ma la carica di Presidente del Consiglio se non si dimostrava in grado di trovare gli alleati per una coalizione maggioritaria.

Per nulla condivisibile, anzi, da scartare senza necessità di spiegazioni, che si vada a un inedito duello con Salvini definito molto erroneamente secondo turno elettorale, come sostiene Di Maio, facendo solo confusione. Non soltanto lo scioglimento del Parlamento è esclusivo potere presidenziale, come hanno dimostrato ad abbondanza Oscar Luigi Scalfaro e Giorgio Napolitano, ma è da considerarsi un’ultima ratio alla quale Mattarella spera non si sia ancora pervenuti e per la quale, comunque, sarà indispensabile dare vita a un governo capace di garantire un ineccepibile svolgimento del procedimento elettorale. Non rimane, scusate se è poco, dirò scherzosamente, che trovare la formula quasi magica per dare vita a un governo che, mi esercito anch’io nelle formule, sia di “responsabilità nazionale”. Non per (ri)fare riforme costituzionali pasticciate, ma per governare l’economia secondo i criteri definiti in sede di Unione Europea, per spingere la crescita e creare posti di lavoro. Non pare neanche il caso di scrivere un’altra legge elettorale, potendo bastare, per il momento, tre ritocchi alla Legge Rosato: introduzione del voto disgiunto; soglia del 4 per cento per l’accesso al Parlamento; abolizione delle candidature multiple. Non un governo di tutti, dirà Mattarella, ma di coloro che, per l’appunto, con responsabilità nazionale, saranno disponibili ad assumersi oneri e, eventualmente, onori. Quanto al Presidente del Consiglio e ai ministri, il Presidente rivendicherà a se stesso le scelte, oculate e rappresentative, di personalità con esperienza e competenza. Non è un libro dei sogni, ma un’agenda di lavoro certamente impegnativa. Auguri, Presidente, a lei e a noi.

Pubblicato AGL il 7 maggio 2018

Pasquino: «Critelli dovrebbe dimettersi» @InCronaca #Bologna

Intervista al politologo sul caos nel Pd bolognese e nazionale raccolta da Valerio Castrignano

Sono giorni complicati per il Pd bolognese. Il partito a livello locale sembra ostaggio di una battaglia interna. Dopo le elezioni sembrano essersi risvegliate le ferite lasciate sulla pelle del partito dal congresso più difficile e divisivo della storia. Diciannove segretari di circolo chiedono le dimissioni del segretario federale Francesco Critelli, la cui carica di parlamentare è incompatibile (secondo lo statuto) con quella di numero uno del Pd bolognese. Il presidente del Quartiere Navile Daniele Ara chiede si apra il dibattito su cosa fare per rilanciare i dem a Bologna. Intanto in consiglio comunale frizione tra le figure più vicine a Critelli e il resto della maggioranza che sostiene Virginio Merola. Tanta confusione dunque. Per fare chiarezza abbiamo deciso di intervistare il politologo bolognese Gianfranco Pasquino.

Professore, cosa ne pensa della polemica su Critelli?

«Prima di tutto, chi decide di andare in parlamento non deve presentare la sua candidatura a segretario. Dopo un congresso così lungo e difficile Critelli doveva rinunciare a una candidatura in parlamento. Poi c’è un problema statutario, che prevede l’incompatibilità tra le due cariche che sta ricoprendo. Quindi Critelli il giorno dopo l’elezione in parlamento doveva dimettersi almeno da segretario della federazione. Poi c’è il partito che è in una situazione disastrata».

La situazione giustifica un aggettivo tanto forte?

«Il partito non dialoga più con la città. Non sta facendo un discorso su cosa è oggi il Pd, cosa dovrebbe essere, perché sono stati persi voti nelle ultime elezioni. Il partito è staccato dal territorio».

Quindi le domande poste ieri da Daniele Ara: “siamo ancora un partito?”, “abbiamo una guida?”, “Che idea abbiamo della città?”, erano giuste?

«Se erano domande retoriche, sta dicendo che il partito non sta facendo quel che deve fare, cosa che io dico da anni. Ma oltre alla situazione attuale, bisogna riflettere sul peccato originale, su come è stato costruito questo partito, con un’amalgama non ben riuscita e forse neanche pensata, problema che aveva posto D’Alema».

Quindi ci vorrebbe una classe dirigente che si occupi più del territorio?

«Ci vorrebbe una classe dirigente sul territorio che faccia funzionare il partito. Questa invece sembra non avere nulla da dire. E la colpa non è solo dei dirigenti, la base e gli elettori si sono fatti andare bene di tutto in questi anni da Cofferati a Delbono. Quindi la responsabilità è anche loro».

Di Critelli fa discutere anche la nuova linea a cui ha aderito a Roma. Al congresso locale è stato il candidato meno renziano, oggi sposa invece la linea dell’ex segretario…

«Probabilmente sta pensando alla sua rielezione. Presto si tornerà a votare forse, Renzi sarà ancora l’uomo forte del partito e per farsi ricandidare bisogna sposare quella linea. Anche Andrea De Maria adesso è renziano, ma lui non la pensa come l’ex segretario. De Maria è su quella linea per ragioni di mero opportunismo. Lui era più vicino a Cuperlo che a Renzi. Le uniche che stanno dicendo le cose come stanno sono le ex onorevoli Sandra Zampa e Francesca Puglisi. Questo avvicinamento a Renzi è trasformismo politico. Ormai però fa parte del Partito Democratico di Bologna questo trasformismo, hanno candidato Casini… E vorrei sottolineare che l’oppositore di Critelli al Congresso, Luca Rizzo Nervo, non sta facendo opposizione all’attuale segretario sul territorio, anche lui è finito al parlamento. Nessuno si sta occupando del partito, pensano tutti alla carriera personale».

Merola ieri in direzione nazionale ha fatto un intervento molto forte contro Renzi…

«Ieri in direzione nazionale c’è stato un voto all’unanimità. Chi non la pensava come Renzi si è nascosto, perché aveva paura di perdere. Ma proprio dalle sconfitte spesso nasce il rinnovamento. Merola invece non riesco più a seguirlo, cambia troppo spesso idea».

Pensa che nel Pd si stia preparando un’altra scissione?

«Non conosco il futuro. Mi hanno deluso anche i primi scissionisti, quelli che hanno dato vita a “Mdp-articolo 1” e poi a “Liberi e Uguali”. Sono usciti dal partito malamente, sarebbero dovuti uscire su tematiche più importanti. Infatti hanno fatto una figura mediocre alle elezioni».

Chi potrebbe sostituirsi a Critelli oggi?

«Qualcuno che si alza e dice: “Io vorrei costruire un partito in questo modo”. Qualcuno che abbia il coraggio di dire cosa vuole fare e quali prospettive, quali orizzonti dovrebbe avere il Pd. Io non vedo nessuno in grado di fare questo».

Quale destino vede dunque per il Pd di Bologna?

«Se non si riforma, andrà incontro a qualche sconfitta. L’Emilia ormai è contendibile…»

Pubblicato il 4 maggio 2018 su InCronaca Testata del Master in Giornalismo MaGiBo

Giovani in dialogo sui contenuti della Costituzione italiana a settanta anni dalla sua promulgazione #7maggio #Bologna #conCittadini

Sala XX Maggio
Regione Emilia-Romagna
Viale della Fiera, 8 – Bologna

Lunedì 7 maggio 2018
Giornata conclusiva conCittadini

Giovani in dialogo sui contenuti della Costituzione italiana
a settanta anni dalla sua promulgazione

 

Di Maio, la democrazia parlamentare e i nodi che vengono al pettine #M5S

“Che peccato che dopo cinque anni i Cinque Stelle non abbiano ancora imparato il minimo delle regole della democrazia parlamentare…”

“Adesso Luigi Di Maio sta per andare a sbattere anche contro l’assurdo limite dei due mandati… Fateci votare i parlamentari bravi e escludete già dalla prima legislatura quelli pessimi. Ce ne sono!”

 

“Il rapporto con gli altri insegna” #SALTO18 #5domande @EdizioniEpoke

Gianfranco Pasquino, Professore Emerito di Scienza politica presso l’Università di Bologna, ha accolto con interesse l’iniziativa del Salone del Libro di Torino (10-14 maggio): la raccolta di riflessioni intorno a cinque grandi domande sul nostro tempo e sul futuro che ci attende, cinque domande per tutti noi (lettori, scrittori, intellettuali, studenti, ecc.). Chi vuole partecipare, può farlo direttamente dal sito dedicato cliccando qui.

Abbiamo chiesto ai nostri autori di inviarci, insieme alle loro riflessioni, anche una foto che rappresenti la loro idea di futuro, e siamo molto felici di aver ricevuto così tante adesioni. Come quella del Professor Pasquino, che ha pubblicato con noi il saggio No positivo. Per la Costituzione. Per le buone riforme. Per migliorare la politica e la vita, uscito nel 2016 in occasione del referendum costituzionale, che troverete al nostro stand (insieme a tutta la collana Saggi) durante il Salone, PAD 2, H05-G06.

Eccovi intanto le risposte di Gianfranco Pasquino alle cinque domande targate SalTo18.

  1. Chi voglio essere?
    Sono quello che faccio. Più cose faccio, e più confronto quello che faccio con le persone di cui ho stima, più mi sento realizzato. Pertanto, apprezzo il rapporto con gli altri, ne creo le premesse, ne traggo insegnamenti. Sono me stesso quando mi conosco anche attraverso il rapporto con gli altri. Gli altri mi obbligano a chiarire, di volta in volta, mai definitivamente, chi sono e chi dovrei essere, a diventare me stesso e a cambiare, a cambiare, a cambiare.
  2. Perché mi serve un nemico?
    Solo se non cerchiamo di conoscere noi stessi abbiamo bisogno di un nemico, che non sarà, in verità, mai uno solo, per definirci. Solo se neppure sappiamo chi non siamo, i nemici circoscriveranno quello che non potremo essere. Per tracciare confini è indispensabile avere cognizione di sé e degli altri. Qualche volta i confini servono, eccome, per obbligarci a pensare a come superarli e a imparare ad andare avanti e indietro. Due passi avanti, il progresso, e uno indietro, il consolidamento.
  3. A chi appartiene il mondo?
    Nel corso dei prossimi cento anni impareremo moltissimo sul contenimento e sulla riduzione delle diseguaglianze, sulla creazione di posti di lavoro gratificanti, sull’accoglienza ai “pellegrini” del mondo, sulla protezione dell’ambiente. Il mondo è di chi condivide questi obiettivi e s’impegna a conseguirli.
  4. Dove mi portano spiritualità e scienza?
    C’è rigore nel modo in cui molti uomini e molte donne praticano la religione e c’è spiritualità nella dedizione alla scienza. In entrambe può fare la sua comparsa l’oppressione, ma entrambe sono portatrici di emancipazione. Laicità nella ricerca scientifica e nella valutazione e applicazione dei suoi risultati e laicità nella pratica della religione, che significa chiedere a se stessi quello che non si vuole imporre agli altri, sono i due principi fondamentali cui tenere “fede”!
  5. Che cosa voglio dall’arte: libertà o rivoluzione?
    Dall’arte, nella quale desidero sia inclusa a pienissimo titolo la musica, mi aspetto libertà: libertà di scorrazzare con il pensiero, di sconfinare in territori sconosciuti, di salire a vette di intelligenza e di emozione/commozione, di ascoltare il silenzio. Con tutte queste libertà sfrenate, letteralmente “senza freni”, la rivoluzione, ovvero un cambiamento profondo e totale, può cominciare, irrefrenabile, e condurre alla rivoluzione dentro di noi, fra di noi.
written by Edizioni Epoké 3 maggio 2018

Governo di non-coalizione: figlio della nuova Europa?

Se l’assenza di un’intesa sufficiente a formare il Governo pare oggi cronicizzarsi, rinviando alla questione – sostanziale – delle premesse esistenti per avviare un dialogo politico, il carattere’istituzionale’ dell’esecutivo assume – o, meglio, rivela – la propria centralità. Nell’ipotesi di un’apertura erga omnes formulata dal Ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, che preveda la partecipazione di tutti i partiti, il nuovo Governo trarrebbe il proprio impulso da una strategia applicata (evitando, cioè, speculazioni astratte) su “obiettivi condivisi” a partire dagli “obblighi internazionali” che spettano al Paese. Né la Lega, forte della vittoria del Centrodestra in Molise e Friuli, né il M5S sembrano favorevoli alla proposta.
Resta, poi da capire quali potrebbero essere gli obiettivi effettivamente “condivisi” tra le forze politiche. Di certo, gli impegni italiani nell’agenda europea e internazionale (ridefinizione dell’Eurozona, politica migratoria e riforma del ‘Sistema Dublino’, funzione di facilitatorediplomatico nell’ambito dell’Alleanza atlantica, ruolo attivo nel Mediterraneo, nei Paesi africani e nelle organizzazioni internazionali – quest’anno l’Italia ha assunto la Presidenza dell’OSCE) crescono e non potranno essere disattesi dal protrarsi dello stallo interno. Il fatto che l’ordinaria amministrazione prosegua, anche rispetto a questi temi cruciali, riporta alla questione iniziale: la natura di istituzione di un Governo, quale che sia la maggioranza che esprime, non è derogabile.
Anche senza considerare i ‘bioritmi’ dei singoli Ministeri (mentre è stato faticosamente varato il Documento di Economia e Finanza, al G7 di Toronto il Ministro dell’Interno Marco Minniti si è posto attivamente – in coerenza con la linea assunta durante l’intero mandato – come alfiere della lotta all’estremismo terrorista), si potrebbe, in prima battuta, considerare la transitorietà governativa italiana alla luce delle recenti esperienze di altri Paesi europei.
Come è successo in Spagna nel 2016, dove 10 mesi di negoziazioni quadripartite e due legislative hanno preceduto, complice l’astensione ‘imperativa’ di numerosi Socialisti, l’investitura di Mariano Rajoy, l’anno successivo l’Olanda ha visto il liberale Mark Rutte privo, per oltre 200 giorni (dal 5 marzo al 9 ottobre 2017, esattamente come accadde nel 1977), di una maggioranza in Parlamento sufficiente a sostenerlo. Anche la Germania, del resto, ha dovuto attendere fino a marzo di quest’anno per un accordo che, dopo il voto di settembre, portasse alla ‘Grosse Koalition’… Ma Il più eclatante, arretrando nel tempo, resta il caso belga: 544 giorni dalle elezioni del 13 giugno 2010, con la vittoria dei Neo-fiamminghi di Bart De Wever, al 6 dicembre 2011.
Oltre ai tempi lunghi, comune a queste esperienze è la crescita economica: un aumento del 2,7% del Pil nel 2010 (e dell’1,8% nel 2011) per il Belgio e del 3,2% per la Spagna alla fine del 2016 (nel quarto trimestre, si è registrato nel Paese anche un calo della disoccupazione, scesa al 18,6%); nel 2017 l’Olanda è cresciuta del 1,5% rispetto al primo trimestre, con un’impennata rispetto all’anno precedente (3,8%); la Germania, infine, ha registrato un aumento dello 0,6 % nell’ultimo trimestre del 2017, cioè a valle delle elezioni federali.
La logica della ‘felicità senza governo’, evidenziata dal dibattito pubblico nell’accostamento di queste esperienze alle possibili evoluzioni della situazione italiana, solleva diverse questioni. Innanzitutto, limitandoci agli ordinamenti fondati sull’alternanza politica, siamo sicuri di interpretare realisticamente l’ ‘assenza di governo’ e – di conseguenza – cosa lega l’espressione di una maggioranza all’esercizio del potere, anzi: dei diversi poteri che sono espressione di uno Stato?
Ogni Paese, poi, è influenzato dalla costituzione giuridica interna dei suoi territori, in grado di incidere sull’alternanza o la convivenza di forze politiche contrapposte. Citiamo, in questo senso, ancora il Belgio, dove “comunque”, avverte Roberto Toniatti, Ordinario di Diritto pubblico comparato all’Università di Trento, “il Governo è un oggetto in mano a due forze. Se lo sono potuti permettere: due Governi regionali, che rappresentano i due gruppi linguistici ai quali l’esecutivo risponde. Ciò non può succedere in Italia, dove non troviamo un dualismo simile e le Regioni non hanno la capacità di governare lo Stato”.

 

Mentre nell’Eurozona si danno segni di ricrescita, cosa implica per l’Italia, nella sua proiezione internazionale, lo scarto tra attività istituzionale e stallo politico? Risponde Gianfranco Pasquino, Professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna
Intervista raccolta da Virgilio Carrara Sutour

Senza un nuovo esecutivo, quali prospettive avrebbe l’Italia restando priva di una coalizione? Questa disfunzione ‘europea’ può essere l’indicatore di un’evoluzione delle future democrazie?

Professor Pasquino, parlando di ‘Governi transitori’ nelle diverse esperienze europee, è possibile capire se si tratta di una transitorietà di carattere ‘strutturale’ della politica contemporanea? Una disfunzione può diventare, a sua volta, ‘funzione’? sull’agenda politica italiana, in particolare estera ed europea?

Nelle democrazie parlamentari, i Governi sono sempre legati a situazioni che possono cambiare da un momento all’altro: sono governi ‘di coalizione’ (pertanto, se un partito decide che non vuole più starci, squilibrerà l’assetto dell’esecutivo). Gli esempi sopra riportati, però, mostrano una difficoltà nel formare un Governo dopo un procedimento elettorale. Questo dipende dal fatto che, nella situazione di cambiamento che l’Europa attraversa oggi, nascono partiti nuovi e i partiti vecchi diminuiscono dal punto di vista del numero dei seggi. Diventa, così, più difficile creare coalizioni di governo sufficientemente stabili.

Fino ad oggi, tuttavia, ciò si è verificato in un numero limitato di democrazie parlamentari – infatti sono stati menzionati 4 casi. Non sono neanche sicuro che l’Italia faccia parte dello stesso gruppo: al momento non lo possiamo ancora dire, il che significa che abbiamo almeno una decina di casi in cui i Governi sono sufficientemente stabili.

In che misura lo stallo governativo può incidere sull’indirizzo e le iniziative di politica estera nazionale?

La politica estera, non dovrebbe essere una ‘cosa di governo’, bensì ‘di sistema’: pertinente al sistema politico. Detto altrimenti, dovrebbe esserci una sostanziale continuità della politica estera, che interpreto in due modi: la politica dell’Italia nei confronti dell’Unione Europea e quella nei confronti della NATO o, se vogliamo, dell’atlantismo. Tutto questo appare stabile: fatta eccezione per le poche pulsioni a uscire dall’Europa, che sono ridicole, o a fare a meno della NATO – che lo sono ancora di più -, la politica estera italiana è esattamente quella delineata, a partire dal 1949, da Alcide De Gasperi e dai suoi collaboratori e, in seguito, da Altiero Spinelli: stiamo nella NATO e agiamo nell’Europa.

Se mai, il problema è quello della capacità italiana di agire in Europa, perché non tutti sono convinti europeisti o sono europeisti ‘colti’ (cioè: sanno cosa voglia dire farne parte), né sono disposti a svolgere il ruolo di predicatori di un’Europa federale. Questo rende l’Italia sostanzialmente un partner passivo, sul quale si può fare affidamento, ma che non sviluppa nessuna iniziativa.

Pubblicato si L’Indro il 2 maggio 2018