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Governo di non-coalizione: figlio della nuova Europa?

Se l’assenza di un’intesa sufficiente a formare il Governo pare oggi cronicizzarsi, rinviando alla questione – sostanziale – delle premesse esistenti per avviare un dialogo politico, il carattere’istituzionale’ dell’esecutivo assume – o, meglio, rivela – la propria centralità. Nell’ipotesi di un’apertura erga omnes formulata dal Ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, che preveda la partecipazione di tutti i partiti, il nuovo Governo trarrebbe il proprio impulso da una strategia applicata (evitando, cioè, speculazioni astratte) su “obiettivi condivisi” a partire dagli “obblighi internazionali” che spettano al Paese. Né la Lega, forte della vittoria del Centrodestra in Molise e Friuli, né il M5S sembrano favorevoli alla proposta.
Resta, poi da capire quali potrebbero essere gli obiettivi effettivamente “condivisi” tra le forze politiche. Di certo, gli impegni italiani nell’agenda europea e internazionale (ridefinizione dell’Eurozona, politica migratoria e riforma del ‘Sistema Dublino’, funzione di facilitatorediplomatico nell’ambito dell’Alleanza atlantica, ruolo attivo nel Mediterraneo, nei Paesi africani e nelle organizzazioni internazionali – quest’anno l’Italia ha assunto la Presidenza dell’OSCE) crescono e non potranno essere disattesi dal protrarsi dello stallo interno. Il fatto che l’ordinaria amministrazione prosegua, anche rispetto a questi temi cruciali, riporta alla questione iniziale: la natura di istituzione di un Governo, quale che sia la maggioranza che esprime, non è derogabile.
Anche senza considerare i ‘bioritmi’ dei singoli Ministeri (mentre è stato faticosamente varato il Documento di Economia e Finanza, al G7 di Toronto il Ministro dell’Interno Marco Minniti si è posto attivamente – in coerenza con la linea assunta durante l’intero mandato – come alfiere della lotta all’estremismo terrorista), si potrebbe, in prima battuta, considerare la transitorietà governativa italiana alla luce delle recenti esperienze di altri Paesi europei.
Come è successo in Spagna nel 2016, dove 10 mesi di negoziazioni quadripartite e due legislative hanno preceduto, complice l’astensione ‘imperativa’ di numerosi Socialisti, l’investitura di Mariano Rajoy, l’anno successivo l’Olanda ha visto il liberale Mark Rutte privo, per oltre 200 giorni (dal 5 marzo al 9 ottobre 2017, esattamente come accadde nel 1977), di una maggioranza in Parlamento sufficiente a sostenerlo. Anche la Germania, del resto, ha dovuto attendere fino a marzo di quest’anno per un accordo che, dopo il voto di settembre, portasse alla ‘Grosse Koalition’… Ma Il più eclatante, arretrando nel tempo, resta il caso belga: 544 giorni dalle elezioni del 13 giugno 2010, con la vittoria dei Neo-fiamminghi di Bart De Wever, al 6 dicembre 2011.
Oltre ai tempi lunghi, comune a queste esperienze è la crescita economica: un aumento del 2,7% del Pil nel 2010 (e dell’1,8% nel 2011) per il Belgio e del 3,2% per la Spagna alla fine del 2016 (nel quarto trimestre, si è registrato nel Paese anche un calo della disoccupazione, scesa al 18,6%); nel 2017 l’Olanda è cresciuta del 1,5% rispetto al primo trimestre, con un’impennata rispetto all’anno precedente (3,8%); la Germania, infine, ha registrato un aumento dello 0,6 % nell’ultimo trimestre del 2017, cioè a valle delle elezioni federali.
La logica della ‘felicità senza governo’, evidenziata dal dibattito pubblico nell’accostamento di queste esperienze alle possibili evoluzioni della situazione italiana, solleva diverse questioni. Innanzitutto, limitandoci agli ordinamenti fondati sull’alternanza politica, siamo sicuri di interpretare realisticamente l’ ‘assenza di governo’ e – di conseguenza – cosa lega l’espressione di una maggioranza all’esercizio del potere, anzi: dei diversi poteri che sono espressione di uno Stato?
Ogni Paese, poi, è influenzato dalla costituzione giuridica interna dei suoi territori, in grado di incidere sull’alternanza o la convivenza di forze politiche contrapposte. Citiamo, in questo senso, ancora il Belgio, dove “comunque”, avverte Roberto Toniatti, Ordinario di Diritto pubblico comparato all’Università di Trento, “il Governo è un oggetto in mano a due forze. Se lo sono potuti permettere: due Governi regionali, che rappresentano i due gruppi linguistici ai quali l’esecutivo risponde. Ciò non può succedere in Italia, dove non troviamo un dualismo simile e le Regioni non hanno la capacità di governare lo Stato”.

 

Mentre nell’Eurozona si danno segni di ricrescita, cosa implica per l’Italia, nella sua proiezione internazionale, lo scarto tra attività istituzionale e stallo politico? Risponde Gianfranco Pasquino, Professore emerito di Scienza politica all’Università di Bologna
Intervista raccolta da Virgilio Carrara Sutour

Senza un nuovo esecutivo, quali prospettive avrebbe l’Italia restando priva di una coalizione? Questa disfunzione ‘europea’ può essere l’indicatore di un’evoluzione delle future democrazie?

Professor Pasquino, parlando di ‘Governi transitori’ nelle diverse esperienze europee, è possibile capire se si tratta di una transitorietà di carattere ‘strutturale’ della politica contemporanea? Una disfunzione può diventare, a sua volta, ‘funzione’? sull’agenda politica italiana, in particolare estera ed europea?

Nelle democrazie parlamentari, i Governi sono sempre legati a situazioni che possono cambiare da un momento all’altro: sono governi ‘di coalizione’ (pertanto, se un partito decide che non vuole più starci, squilibrerà l’assetto dell’esecutivo). Gli esempi sopra riportati, però, mostrano una difficoltà nel formare un Governo dopo un procedimento elettorale. Questo dipende dal fatto che, nella situazione di cambiamento che l’Europa attraversa oggi, nascono partiti nuovi e i partiti vecchi diminuiscono dal punto di vista del numero dei seggi. Diventa, così, più difficile creare coalizioni di governo sufficientemente stabili.

Fino ad oggi, tuttavia, ciò si è verificato in un numero limitato di democrazie parlamentari – infatti sono stati menzionati 4 casi. Non sono neanche sicuro che l’Italia faccia parte dello stesso gruppo: al momento non lo possiamo ancora dire, il che significa che abbiamo almeno una decina di casi in cui i Governi sono sufficientemente stabili.

In che misura lo stallo governativo può incidere sull’indirizzo e le iniziative di politica estera nazionale?

La politica estera, non dovrebbe essere una ‘cosa di governo’, bensì ‘di sistema’: pertinente al sistema politico. Detto altrimenti, dovrebbe esserci una sostanziale continuità della politica estera, che interpreto in due modi: la politica dell’Italia nei confronti dell’Unione Europea e quella nei confronti della NATO o, se vogliamo, dell’atlantismo. Tutto questo appare stabile: fatta eccezione per le poche pulsioni a uscire dall’Europa, che sono ridicole, o a fare a meno della NATO – che lo sono ancora di più -, la politica estera italiana è esattamente quella delineata, a partire dal 1949, da Alcide De Gasperi e dai suoi collaboratori e, in seguito, da Altiero Spinelli: stiamo nella NATO e agiamo nell’Europa.

Se mai, il problema è quello della capacità italiana di agire in Europa, perché non tutti sono convinti europeisti o sono europeisti ‘colti’ (cioè: sanno cosa voglia dire farne parte), né sono disposti a svolgere il ruolo di predicatori di un’Europa federale. Questo rende l’Italia sostanzialmente un partner passivo, sul quale si può fare affidamento, ma che non sviluppa nessuna iniziativa.

Pubblicato si L’Indro il 2 maggio 2018


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