Le mille anime del paese che non trovano più unità @DomaniGiornale

Gli USA che sono andati a votare sono un paese che molti americani e molti osservatori non hanno saputo e forse non hanno voluto vedere. Il motto federalista “e pluribus unum” da tempo non coglieva più la realtà. L’integrazione del melting pot era garantita dalla supremazia WASP (White Anglo Saxon Protestant) venuta meno quando neppure i WASP ci credevano più. Una parte di loro si ritraeva per complesso di colpa: non avere sconfitto e superato definitivamente la discriminazione, il razzismo. Una parte si è ricompattata per proteggere sì, certo, i loro posti di lavoro, ma soprattutto i loro valori e i loro stili di vita. Li hanno sentiti minacciati, dalla affirmative action, dal politically correct, dal femminismo. La guerra “culturale” strisciante ha fatto molte vittime soprattutto fra coloro che si sentivano perdenti e i cui figli capivano che le loro aspirazioni ad una vita migliore di quella dei genitori non sarebbero state soddisfatte

Dall’altra parte, i WASP affluenti, progressisti e multiculturali vedevano, per lo più con compiacimento, le tendenze demografiche e culturali come un grande flusso, compatibile con tutte le interpretazioni sociologiche del passato, non solo come arricchimento complessivo, ma come un fenomeno che avrebbe inevitabilmente giovato alle sorti elettorali dei Democratici. Tensioni e contraddizioni erano tutte temporanee, superabili e risolvibili. Lo evidenziò con acume Alexis de Tocqueville: “quando c’è un problema gli americani si associano”. La virtù massima del pluralismo associativo è che cross-cutting, vale a dire che coinvolge uomini e donne di più classi sociali, e che è overlapping, quegli uomini e quelle donne fanno parte di più associazioni. Gli inevitabili scontri non degenereranno mai. Anzi, associandosi, si produce capitale sociale, nascono reti di relazioni che proteggono da sfide e catastrofi con scambio reciproco di solidarietà ogni volta che è necessario.

Al mai venuto meno razzismo nei confronti dei neri, si è aggiunta una fortissima diffidenza e contrarietà nei confronti dei latinos. Sono loro gli immigrati da bloccare, anche con un lungo muro. Sono loro i clandestini da respingere. Sono loro i portatori di una cultura non integrabile. Sono loro quella minoranza, peraltro cospicua, che, si teme, si spera, stanno cambiando, cambieranno il volto elettorale degli USA.

Gli svantaggiati, coloro che sentono di stare declinando economicamente e socialmente, spesso non hanno neppure le risorse per mettersi insieme, associarsi, produrre e scambiare capitale sociale. Talvolta, addirittura identificano il loro declino con quello del loro paese e mettono il loro orgoglio al servizio del rilancio della grandezza perduta: Make America Great Again. Simile è l’obiettivo dei repubblicani del business e dei privilegi da mantenere. Uno di loro, Donald Trump è l’imprenditore politico di successo. Ha raccolto prepotentemente tutto lo scontento di settori in parte già repubblicani. Ha conquistato e ridefinito il partito repubblicano. Ha incanalato quello scontento in grande consenso elettorale.

Mettere insieme le sparse membra delle diversità e differenziazioni etniche, sociali, culturali, persino di genere, che i Democratici pensavano avrebbero comunque prodotto una maggioranza elettorale “naturale”, continua a essere un compito molto complicato. L’afroamericano Barack Obama vinse in parte perché ci riuscì, ma, in parte forse maggiore, perché i suoi due oppositori-sfidanti, John McCain e Mitt Romney, non avevano nessuna delle qualità indispensabili ad un imprenditore dello scontento.  Anche qualora Kamala Harris sia riuscita a creare la coalizione delle diversità la riduzione dello scontento e il rilancio dell’American dream, in patria e sulla scena mondiale sarà una missione difficilissima. God bless America. 

Pubblicato il 16 novembre 2024 su Domani

La sinistra perdente tra quisquilie e pinzillacchere @DomaniGiornale

Esistono destini cinici e bari, ma anche, spesso, sconfitte davvero meritate. Però, non tutti gli sconfitti hanno gli stessi demeriti. Esplorarli e capirli servirebbe a politici razionali, non accecati da rancori e non obnubilati da mal poste e ingiustificabili ambizioni personali, a non commettere gli stessi errori o simili nelle prossime consultazioni elettorali. La struttura della situazione in Liguria è la stessa che esisteva in Sardegna e che si presenterà fra poche settimane in Emilia-Romagna e in Umbria (e fra qualche anno, nel 2027, sic, a livello nazionale). La coalizione di centro-destra, nonostante alcune inevitabili, anche profonde, differenze programmatiche, al momento del voto sa ricompattarsi elettoralmente e politicamente. Non è necessariamente e ineluttabilmente maggioritaria nel paese, ma segue con determinazione l’odore del potere. Nel centro-sinistra, all’inizio non esiste nessuna coalizione, solo molta competizione per “spoglie” tutte da conquistare e fin troppa ambizione per cariche ritenute appetibili. Se la coalizione, che è sbagliato definire campo, poiché non è prefissabile, ma è in movimento e mobilitabile da coloro intenzionati a farne parte, non si forma a causa di veti, gelosie e altre “bazzecole, quisquilie, pinzillacchere”, la sconfitta è quasi certa. Scaricare poi le responsabilità non servirà né a recuperare i voti perduti né a costruire una coalizione migliore, più competitiva, con qualche possibilità di vittoria.

In Liguria Giuseppe Conte è riuscito nell’impresa di perdere tre volte. Ha perso voti e seggi in maniera abbondante portando il Movimento alle soglie di quell’estinzione che Beppe Grillo rivendica come sua prerogativa. Ha perso dentro e con la coalizione di cui faceva parte dopo avere imposto l’ostracismo a Matteo Renzi anche se, diciamolo, un po’ se lo meritava. Infine, ha perso alla grande e in maniera definitiva la competizione con Elly Schlein per la guida del centro-sinistra. No, a Palazzo Chigi lui non tornerà, ma certamente sfruttando i voti che gli rimangono potrebbe riuscire, con dichiarazioni e comportamenti imbarazzanti su guerra e Europa, a rendere impossibile la vittoria del centro-sinistra. Tuttavia, sarebbe un errore molto grave per il centro-sinistra, i suoi dirigenti e i suoi guru pensare che con una qualche imprevedibile resipiscenza Conte diventerebbe l’asso della manica nei prossimi appuntamenti elettorali. In negativo, Conte può essere decisivo. In positivo, è probabilmente necessario, ma certamente non sufficiente.

Sono sorpreso dallo scarso rilievo dato al fatto che l’astensionismo in Liguria ha riguardato più della metà degli aventi diritto al voto. Certo, parte degli (ex)elettori di Toti possono avere tradotto la loro grande delusione in grande astensione. Un tempo il Movimento 5 Stelle avrebbe offerto lo sbocco elettorale ai delusi dal sistema. Questa è un’altra sconfitta di Conte. Se la sinistra non vuole che sia anche una sconfitta, non della democrazia in quanto tale, ma della sua qualità soprattutto in termini di rappresentanza ha il dovere politico e, in qualche modo, anche etico, di andarli a cercare quegli astensionisti. Per tornare a vincere potrebbe essere sufficiente raggiungerli, rimotivarli, portarli alle urne. Non conta quanto largo sarà il campo. Conta, moltissimo, in maniera decisiva, che il campo sia molto affollato da elettori ai quali è stata fatta una credibile offerta di una coalizione progressista, non litigiosa, capace di buongoverno. Altrove dissero “yes, we can” e vinsero.

Pubblicato il 30 ottobre 2024 su Domani

VIDEO Il Premierato dello stivale #LectioMagistralis #SanLazzaro #Bologna SCIENZA MEDICINA ISTITUZIONI POLITICA SOCIETÀ

SCIENZA MEDICINA ISTITUZIONI POLITICA SOCIETÀ

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IL PREMIERATO DELLO STIVALE

Lectio Magistralis di

GIANFRANCO PASQUINO                              
professore emerito di Scienza Politica nell’Università di Bologna

Coordina: GIUSEPPE GILIBERTI
professore di Fondamenti del diritto europeo nell’Università di Urbino

Premierato, scandali e Orbán: bilancio di due anni meloniani @DomaniGiornale

“Chi conosce un solo biennio (di governo), non conosce neppure quel biennio”.  Infatti, non potrà dire che cosa è accaduto di eccezionale poiché non sa che cosa accade normalmente in un biennio (di governo). Su un punto delle rivendicazioni orgogliose del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni si può e deve essere d’accordo. Il suo (primo) governo ha già conseguito il settimo posto nella classifica di durata dei governi italiani. In buona parte, quindi, ha usufruito di quella stabilità politica la cui mancanza Meloni ha messo come fondamento al suo disegno di legge costituzionale per “l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri”, il cosiddetto “premierato”. Incidentalmente, nel programma presentato da Fratelli d’Italia agli elettori nel 2022 non si trova il premierato ma il molto diverso presidenzialismo. Se, poi, il governo Meloni durasse (durerà?) per cinque anni, sarebbe il primo governo italiano a riuscirvi, manderebbe logicamente in frantumi la necessità del premierato. Non serve l’elezione diretta per durare. “Basta” la politica.

   Per una valutazione istituzionale più articolata dell’eventuale successo del governo, è naturalmente indispensabile guardare anche ai ministri. A mo’ di utile comparazione fino al 1992, i Presidenti del Consiglio cambiavano, pur meno spesso dei loro governi, ma molti ministri rimanevano in carica, talvolta era quasi un gioco dei quattro cantoni, molto a lungo, garantendo la stabilità e prevedibilità dell’azione politici di governo. Da questo punto di vista, il governo Meloni ha già avuto qualche problema (dimissioni, forzate, del sottosegretario Sgarbi, e “volontarie” del ministro della Cultura Sangiuliano. Ci sono poi un sottosegretario Delmastro Delle Vedove e un ministro Daniela Santanché rinviati a giudizio e un ministro e vice-presidente del Consiglio Matteo Salvini già sotto processo, sentenza attesa per il 20 dicembre. Censurare il profilo etico-politico del governo? No, solo ricordare qualche fatto meritevole di considerazione e comparazione. Nient’affatto meritevole, invece, dello scontro istituzionale fra il Ministro della Giustizia accompagnato dal Presidente del Senato e da una molteplicità di rappresentanti della maggioranza contro (settori del)la magistratura. Rebus sic stantibus, forse, il biennio appare meno brillante.

Le altre rivendicazioni di Meloni che riguardano le politiche finora attuate sono tutte tanto orgogliose quanto vaghe a cominciare da quella relativa alla messa in ordine dei conti pubblici e quella assolutamente controversa sull’aumento della spesa relativa alla sanità. Una buona opposizione avrebbe già anche contrapposto i suoi numeri per valutare l’aumento dei posti di lavoro, la diminuzione della disoccupazione, la crescita o no dei salari, l’impiego appropriato e le conseguenze degli ingenti fondi provenienti dal Piano Nazionale Ripresa e Resilienza. Dal canto mio, solo in parte, ma necessariamente, sento di dovere contraddire la mia posizione sulla indispensabilità di dati duri. Quindi, chiedo se alcuni provvedimenti come il più recente sulla maternità surrogata reato universale e il primo sui rave party, in mezzo quello relativo alla presenza delle organizzazioni pro-vita nei consultori per l’interruzione della gravidanza, qualche censura a scrittori scomodamente famosi, e, naturalmente il non troppo impalpabile senso di fastidio e di disgusto nei confronti dei mass media che non si possano controllare e normalizzare, come la RAI, non si configurino come un arretramento civile e culturale della nazione. Si scivola verso l’introduzione lenta e strisciante di elementi di illiberalismo à la Orbán, l’amico ritrovato, in attesa che “la madre di tutte le riforme” (Meloni), il premierato, al quale già vedo cedimenti di alcuni politici e costituzionalisti manovrieri, sia risolutivo: durare e decidere senza controlli e senza freni e contrappesi.

Pubblicato il 23 ottobre 2024 su Domani

Il premierato inesistente. Audizione presso la I Commissione Affari costituzionali della Camera #NOMOS n. 2/2024

Nomos. Le attualità nel diritto – n. 2/2024


Il dibattito costituzionale: le audizioni sul premierato.
Gianfranco Pasquino
Il premierato inesistente

Audizione presso la I Commissione Affari costituzionali della Camera nell’ambito dell’esame dei progetti di legge C. 1354 cost. Boschi e C. 1921 cost. Governo del 18 luglio 2024

Il vero problema del M5S è Conte, Schlein punti sull’Ue #Intervista @ildubbionews

Intervista raccolta da Giacomo Puletti

Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica a Bologna e in libreria da poco con il suo Fuori di testa. Errori e orrori di comunicatori e politici, spiega che Conte è un problema per il M5S e che il lavoro è uno dei pochi temi che unisce il campo largo.

Professor Pasquino, l’unità delle opposizioni in piazza ieri con i metalmeccanici significa che il campo largo passa anche dai temi del lavoro?

Il lavoro è l’unico tema sul quale hanno già trovato un accordo, a cominciare dal salario minimo garantito. Certo è un tema che si può utilizzare ma da solo non basta a creare il campo largo: pone le premesse, ma rimane molta strada da fare.

Una strada che passa anche per la difesa della sanità pubblica?

Più che la difesa della sanità pubblica si dovrebbe proporre una sanità pubblica migliore, più concreta e più efficiente che preveda investimenti di breve periodo per rinnovare l’apparato e di lungo periodo perché ci si è resi conto che i medici sono necessari e quindi bisogna riformare i test d’ingresso, preparare più personale e più infermieri. Anche su questo terreno la sinistra potrebbe trovare un accordo.

Sull’immigrazione invece Pd e centristi spingono molto, meno il M5S visti anche i trascorsi con i vari decreti Sicurezza. Su questo tema potrebbero esserci dei problemi?

Potrebbero essercene e potrebbero anche essere in qualche modo esaltati ricordando a tutti che l’immigrazione non la risolve alcun paese europeo da solo. Serve una soluzione che sia effettivamente europea e che sia rispettata in tutti i paesi. Una soluzione per la quale bisogna superare i veti dei sovranisti e poi tradurla in concreto anche in Italia.

Politicamente quanto sono importanti le prossime Regionali per il futuro del centrosinistra?

L’alleanza deve essere costruita di volta in volta, in una regione se ci sono le Regionali, nei comuni se ci sono le Comunali. Nella speranza che creandola si crei anche uno strumento attrattivo per quegli elettori che non votano più. Bisogna anche vedere se si creano delle leadership delle quali gli elettori si fidino. Per tutti questi motivi le prossime Regionali sono molto importanti. Vedremo come va in Liguria, ma tutte queste tappe sono decisive perché si possono anche offuscare le differenze, mettendo ad esempio Renzi all’interno di una lista civica a sostegno di una candidato governatore, come in Emilia- Romagna. Ma bisogna esserci tutti e questo significa che ciascuno deve rinunciare a qualcosa.

Renzi ha rinunciato al simbolo, a cosa dovrebbe rinunciare il M5S?

Il problema principale del M5S è Conte. Il quale crede di poter tornare a fare il capo del governo mentre le cifre e le percentua-li sono chiare. Se mai l’alleanza del centrosinistra riuscirà ad avere abbastanza voti il premier deve essere espressione del partito più grande ed è molto difficile che il M5S superi il Pd. Deve prendere atto che è il secondo e rassegnarsi ai posti di potere che spettano al secondo.

Una sconfitta in Liguria sarebbe un duro colpo per il Pd, dopo la vicenda giudiziaria che ha coinvolto Toti?

La Liguria è diventata importantissima perché se dovesse venire meno il sostegno di coloro che valutano negativamente quello che Toti ha fatto ciò implicherebbe un colpo di arresto non solo alle opinioni ma alle preferenze e alle speranze del centrosinistra.

Molti criticano la scelta di candidare Orlando: che ne pensa?

Orlando è spezzino e ha una storia politica ligure anche abbastanza lunga. È uomo capace ed è stato anche un buon ministro quindi credo sia il candidato migliore in queste circostanze. Non credo sarebbe una sua sconfitta ma di chi non riuscisse a trovare voti aggiuntivi che di solito vengono dagli astenuti.

Abbiamo parlato dei motivi che uniscono il campo largo: da dove potrebbero arrivare invece i problemi?

Beh, la politica estera potrebbe essere un problema ma dopo aver vinto la campagna elettorale, che certamente non sarà condotta su quello, visto che non p nemmeno una priorità per gli elettori. Schlein dovrebbe invece impostare il discorso sulla politica europea, terreno sul quale Conte è ambiguo e debole. Poi certo non si può guidare l’Italia con una politica estera zoppicante, basti pensare all’Ucraina e al futuro del Medio Oriente, oltre che di Israele.

Dopo le Europee Schlein si goduta un partito in salute: è ancora così?

Nel Pd vedo dei problemi che ci sono ma che riguardano il partito solo di riflesso. Nel bene, che è parecchio, e nel male, che comunque c’è, il Pd rappresenta un elettorato diviso su alcune questioni a partire dalla guerra, sia nel sostegno all’Ucraina sia nel sostegno a Israele. Schlein ha accettato di barcamenarsi e secondo me si è spinta un po’ troppo a favore di coloro che dicono basta a Zelensky e che criticano Israele. Ma la capisco, perché non può lasciare campo aperto a Conte che su entrambe le tematiche è su posizioni ben distanti da quelle del Pd.

Pubblicato il 20 ottobre 2024 su Il Dubbio

VIDEO Conferencia Magistral del Dr. Gianfranco Pasquino sobre Teoría Política, el legado de Bobbio y Sartori #UAGRM

Centro de Investigación Regional en Ciencia Política y Ciencias Sociales

Conferencia Magistral del Dr. Gianfranco Pasquino sobre Teoría Política, el legado de Bobbio y Sartori, a partir de su ultimo libro, los problemas de la democracia, la inestabilidad politica y los sistemas de partidos.

Agradecidos con su predisposicion, amabilidad y cariño dado a la Carrera de Ciencia Política y Administración Pública y al CIRCPyCs. Tenemos el honor de que el Dr. Pasquino haya aceptado la invitación para conocer la ciudad de Santa Cruz de la Sierra, y la Universidad Autónoma Gabriel René Moreno.

La manovra non è solo numeri: per il futuro serve una vera strategia @DomaniGiornale

Dalle democrazie parlamentari anglosassoni, non dal presidenzialismo USA che è tutta un’altra non raccomandabile storia, è facile imparare che la legge finanziaria è l’atto più importante di qualsiasi governo. Dunque, non soltanto i governanti debbono scriver(se)la, ma hanno piena facoltà di far(se)la approvare dalla loro maggioranza parlamentare. La finanziaria è, ovviamente, soprattutto un documento economico con i numeri che contano, ma anche che, a saperli interrogare, raccontano molte storie. Anzitutto, c’è la storia delle modalità con le quali i vari governi hanno affrontato le esigenze dei loro concittadini, meglio se loro elettori. Del come hanno reagito alle urgenze, alle sfide. Del modo come hanno quantomeno cercato di tradurre le loro preferenze in politiche pubbliche.

Nella finanziaria i migliori fra i governi esprimono e articolano una filosofia, una visione di lungo periodo. Quando appare probabile che quella compagine di governo abbia la prospettiva di durare nel tempo, è lecito attendere e pretendere che gli interventi che riguardano l’economia, la società e la cultura esprimano con sufficiente chiarezza l’dea di nazione che quella compagine ha. Dalla terza finanziaria del governo Meloni sarebbe/è pertanto lecito aspettarsi qualcosa di più di soliti e stucchevoli riferimenti ai sacrifici, ovviamente, “per tutti” (magari graduati a seconda di chi più ha e che spesso neanche si accorgerà di un eventuale “sacrificio”), delle critiche al passato dei governi della parte politica opposta, degli scaricabarile e degli alibi: “ce lo chiede l’Europa”.

Al Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti non è possibile concedere di essere cattivo, come ha annunciato, se non spiega con chi, perché e in che modo vorrà e saprà esercitare la sua cattiveria. Sulla base dei precedenti, non gli riuscirà di fare granché, ma, soprattutto, questo è il punto da fermare, la sua cattiveria sarà episodica, marginale, non collegabile al disegno dell’Italia del futuro che il primo governo davvero e orgogliosamente di destra promette di costruire. Da un governo Meloni/Salvini/Tajani nessuno si aspetta l’indicazione di un’Italia sociale,” socialdemocratica” nella quale sacrifici e tagli riguardino quasi esclusivamente i settori già privilegiati. Con le parole del grande filosofo politico John Rawls, bisogna esigere che qualsiasi intervento non vada a scapito dei ceti inferiori, ma, al contrario, nei limiti del possibile, ne migliori le condizioni di vita e ne accresca le opportunità. Invece, anche la terza finanziaria di destra è un patchwork che mette insieme interventi disordinati senza un filo (né, comprensibilmente, rosso, né nero, né tricolore).

Le opposizioni hanno gioco facile a criticare ciascuno dei singoli provvedimenti, spesso indicando lo spostamento di risorse da un intervento ad un altro: dalla balorda gestione dell’immigrazione all’inadeguato finanziamento della sanità. Sono, tuttavia, colpevoli dello stesso difetto attribuibile alla maggioranza governativa. Le loro controproposte sono episodiche e non delineano quel tipo di società che vorrebbero costruire. Per stare nel discorso sulla necessità di convergenza e di coordinamento di un’area, di un campo (più) largo, ciascuna opposizione preferisce gioca nel suo campetto, con il suo pallone, persino con sue regole. Probabilmente, è già venuto il tempo di capire che una credibile alleanza che si candida al governo dovrebbe sfruttare l’opportunità della finanziaria elaborando un documento comune, una vera e propria finanziaria alternativa, lezione di metodo e di sostanza. Per la prossima volta, ma si può già cominciare subito.

Pubblicato il 16 ottobre 2024 su Domani

IL PREMIERATO DELLO STIVALE #LectioMagistralis #18ottobre #SanLazzaro #Bologna SCIENZA MEDICINA ISTITUZIONI POLITICA SOCIETÀ

SCIENZA MEDICINA ISTITUZIONI POLITICA SOCIETÀ Organizzazione di Volontariato,  Attività n. 949950, R.U.N. Terzo Settore n. 464693, C. f. n. 91436240377, Sede legale: Agorà, via Jussi 102, San Lazzaro-Bologna www.smips.org https://www.facebook.com/groups/960878214738454

venerdì 18 ottobre 2024 ore 20.45

in presenza: Agorà, Via Jussi 102, San Lazzaro-Bologna

in diretta web: https://www.facebook.com/groups/960878214738454

IL PREMIERATO DELLO STIVALE

Lectio magistralis di

GIANFRANCO PASQUINO                              
professore emerito di Scienza Politica nell’Università di Bologna

Coordina: GIUSEPPE GILIBERTI
professore di Fondamenti del diritto europeo nell’Università di Urbino

“Fuori di testa” Il bestiario di Pasquino rivolto a politici e comunicatori @corrierebologna

Con Gianfranco Pasquino non si sta mai seduti comodamente sul divano della ragione. Non ci sarebbe bisogno di specificarlo, ma si tratta di un complimento per un intellettuale che ha avuto una brillantissima carriera senza mai tenersi i sassolini nelle scarpe. Che ha avuto incarichi prestigiosi (è professore emerito di Scienza Politica dell’Università di Bologna e socio dell’Accademia dei Lincei) ma senza mai rinunciare a dire i «sì» che voleva dire e i «no» che servivano, che erano necessari. In un mondo, come quello accademico, incentrato molto sulle relazioni non è una strada scontata da seguire. Dentro questo spartito si può leggere anche la sua ultima fatica letteraria «Fuori di testa» errori e orrori di politici e comunicatori scritto per paesi edizioni e che verrà presentato domani all’Ambasciatori alle ore 18. E naturalmente visto che lo spirito combattivo del Prof non si esaurisce mai, chi è stato invitato a presentare il libro? Comunicatori e politici. Tra gli altri ci saranno l’assessore regionale alla Cultura, Mauro Felicori e il senatore Marco Lombardo mentre a introdurre la serata sarà Marco Crisci di Geopolis.

Qualche tempo fa presentando il suo libro «Il lavoro intellettuale. Cos’è, come si fa, a cosa serve» edizioni Utet, il professor Pasquino disse che quello sarebbe stato il suo ultimo libro. Per fortuna era una bugia. E così è nato «Fuori di testa», un diario quotidiano in cui racconta le sue giornate bolognesi, le sue partecipazioni alle trasmissioni politiche in tv, i suoi editoriali per Domani, i suoi scritti, le sue letture, la presentazione dei suoi libri in giro per l’Italia, gli incontri con gli ex studenti, le discussioni al Mulino e all’Accademia dei Lincei, l’amore per il Torino e per la sua Virtus, i figli. C’è il suo consueto «scrivere contro» pronto con la matita rossa, soprattutto quando si parla di riforme costituzionali e della riforma del premierato voluta dalla premier Giorgia Meloni che, per usare un eufemismo, non convince il Prof. Gli strali di Pasquino sono rivolti contro politici e comunicatori accusati di superficialità e di molto altro. L’ultima puntata del diario è dedicata non a caso alla giornata di celebrazioni per l’Archiginnasio d’oro a Romano Prodi, al suo abbraccio immortalato dai fotografi con l’ex presidente del Consiglio, pagine che diventano l’occasione per una riflessione sulla sua città d’adozione, Bologna, sulle persone che hanno scelto di viverla e di viverci. Perché partendo dalla «dichiarazione d’affetto» per la città di Prodi che ne ricorda le sue tante eccellenze, l’autore del libro conclude che effettivamente «Bologna e i suoi cittadini, anche quelli acquisiti, hanno qualcosa in più».

Pubblicato il 6 ottobre sul Corriere di Bologna

Fuori di testa
Gianfranco Pasquino
Paesi Edizioni