VIDEO La Costituzione: rivoluzione promessa Lectio Magistralis #20settembre #Matera @LaScaletta1959

20 settembre ore 9.30
Auditorium R. Gervasio
Matera

“La Costituzione: rivoluzione promessa”. E’ questo il tema della lectio magistralis che il professor Gianfranco Pasquino, terrà venerdì 20 settembre 2024 alle ore 9.30 nell’auditorium “R. Gervasio” di Matera.

Allievo di Norberto Bobbio e Giovanni Sartori, Pasquino è professore emerito di Scienza Politica all’Università di Bologna, a lungo editorialista per Il Sole 24 Ore, la Repubblica e l’Unità.

Il seminario, realizzato in collaborazione con il Comune di Matera, si propone di esaminare, nella giornata che precede le celebrazioni dell’insurrezione della città di Matera contro l’occupazione nazista, la modernità di una Carta Costituzionale che contiene in sé principi, ideali e valori che devono essere meglio compresi ed attuati.

La lectio magistralis del prof Pasquino si inserisce nel solco delle iniziative di Democrazia e Futuro il progetto organizzato dal Circolo La Scaletta e coordinato da Brunella Carriero e Nicola Savino, che ha lo scopo di accendere i riflettori sulle sfide che la democrazia sta affrontando nel XXI secolo, in un momento storico in cui i modelli democratici sono messi a dura prova da crisi economiche, disuguaglianze crescenti e nuove forme di autoritarismo.

Obiettivo centrale di Democrazia e Futuro è la partecipazione delle giovani generazioni. In un’epoca di crescente disillusione nei confronti della politica tradizionale, è fondamentale coinvolgere i giovani nei processi democratici, evidenziando l’importanza dell’educazione civica e della promozione di spazi di dialogo che possano dare voce ai più giovani.

“L’evento rappresenta la prosecuzione e, nel contempo, l’avvio di un nuovo percorso di approfondimento del progetto Democrazia e Futuro – sottolinea il Presidente del Circolo La ScalettaFranco Di Pede – e vedrà la partecipazione di oltre 400 studenti del quarto e del quinto anno di istituti di istruzione superiore della città. Nel corso delle sue edizioni, la rassegna ha coinvolto intellettuali, politici, giornalisti, esperti di varie discipline e cittadini, ponendo in rilievo la necessità di riflettere sul concetto stesso di democrazia. Il Circolo Culturale La Scaletta, con una storia ormai sessantennale alle spalle, ha sempre avuto un ruolo attivo nella promozione di dibattiti culturali e politici, con un’attenzione particolare alle questioni della partecipazione civile e della democrazia”.

“Con le parole di Calamandrei – sottolinea Brunella Carriero che introdurrà il seminario – la Costituzione è una specie di promessa rivoluzione nella legalità, in cambio di quella rivoluzione mancata che la Resistenza non riuscì a produrre. I giovanissimi ospiti – continua Brunella Carriero – sono fiaccole da accendere, nella via delle libertà, dei diritti e dei doveri consacrati nella Legge delle Leggi che è la Carta Costituzionale; gli studenti dialogheranno con l’illustre ospite, ma non solo: si esibiranno in brani musicali e forniranno un servizio di digital tv per diffondere l’iniziativa”.

Fuori di testa. Errori e orrori di politici e comunicatori @PaesiEdizoni #Presentazione #7ottobre #Bologna @librerieCoop

Lunedì 7 ottobre ore 18
Librerie.coop Ambasciatori
via Orefici,19 Bologna

Incontro con
Gianfranco Pasquino

per la presentazione del libro
Fuori di testa
Errori e orrori di politici e comunicatori

Paesi edizioni

dialogano con l’autore
Mauro Fellicori
Marco Limbardo

modera Olivio Romanini
introduce Alessandro Crisci

INVITO Intelligenza e cultura politica: la scienza politica #lectio #FestivaldelPresente – Intelligenza. Umana, artificiale, globale @pandorarivista #6ottobre #Bologna

Festival del Presente
Dialoghi di Pandora Rivista
Intelligenza. Umana, artificiale, globale

Bologna 6 ottobre 2024 ore 15.30
Piazza Coperta
Biblioteca Salaborsa

Lectio
Gianfranco Pasquino
Intelligenza e cultura politica: la scienza politica

Bandire i banditi della democrazia? La mozione contro AfD vista da Pasquino @formichenews

Giusto sfidare i dirigenti e i militanti di AfD sul piano del rispetto della democrazia, anche nel linguaggio e negli obiettivi dichiarati. Più problematico mettere al bando un partito che gode di seguito notevole. Sembrerebbe una misura disperata di chi ha perso la fiducia nelle sue capacità di riconquistare con la conversazione democratica quegli elettori “sbandati”. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza Politica e Accademico dei Lincei

La democrazia è pluralismo e competizione. Lasciate che 10, 100, 1000 gruppi, associazioni, partiti nascano, si confrontino, tessano le loro tele, vincano, perdano, scompaiano, rinascano. I loro confronti, incontri, scontri si svolgano in pubblico, coram populo e il popolo decida se aderire a quale associazione, se votare quale partito, da chi farsi interpretare e rappresentare. Ma, il problema è, lo so benissimo, l’ho studiato, con quali modalità debba avvenire la competizione. I regimi autoritari pongono limiti stretti, soprattutto nei confronti di coloro che sfidano i detentori del potere politico e che potrebbero sconfiggerli e sostituirli. Le democrazie debbono essere il più aperte possibile, ma almeno un limite invalicabile hanno l’obbligo politico ed etico di porlo. Nella competizione a qualsiasi livello, la violenza fisica, l’intimidazione, l’aggressione, l’uso delle armi non sono accettabili e debbono essere sanzionate e punite. Reagendo con forza e con restrizioni, alcune democrazie europee (la Cecoslovacchia, il Belgio, la Finlandia), come ha splendidamente documentato Giovanni Capoccia (Defending Democracy: Reactions to Extremism in Interwar Europe, Johns Hopkins University Press, 2005), hanno respinto con successo la sfida dei sostenitori del nazismo all’interno dei loro paesi.

Oggi, la domanda è: chi si richiama, in forme più o meno esplicite, al nazismo (o al fascismo o al franchismo) deve essere messo al bando, escluso dalle elezioni (i ludi cartacei nel lessico di Mussolini) e le relative organizzazioni disciolte (XII disposizione transitoria e finale della Costituzione italiana relativa al partito fascista)? Un (in)certo numero di parlamentari tedeschi chiedono che Alternative für Deutschland (AfD) venga messa al bando. Sicuramente, quel partito non fa mistero della sua provenienza e dei suoi obiettivi. Però, le democrazie non possono discriminare in base a affermazioni, dottrine, ideologie. Anzi, la convinzione dei democratici è che la forza delle loro idee sconfigge anche coloro che la democrazia vorrebbero distruggere. Soltanto il ricorso ripetuto alla violenza può legittimare la messa al bando e lo scioglimento di un’organizzazione. Fu così in Italia nel novembre 1973 per Ordine Nuovo fondato e guidato da Pino Rauti. Non pochi di quegli attivisti, lo stesso Rauti, ebbero poi una carriera politica nell’accogliente alveo della democrazia italiana.

La Carta Fondamentale (Grundgesetz) tedesca ha consentito che nel 1952 la Corte Costituzionale bandisse il Partito Socialista del Reich in quanto neo-nazista. I diversi successori ebbero sempre scarsissimo successo alle urne, al massimo sfiorando, come il NPD, la clausola del 5 per cento. AfD è già andata molto al di sopra del 5 per cento in alcuni Länder, attestandosi intorno al 30 per cento quasi triplicando i voti delle elezioni nazionali del 2021. Giusto sfidare i dirigenti e i militanti di AfD sul piano del rispetto della democrazia, anche nel linguaggio e negli obiettivi dichiarati. Più problematico mettere al bando un partito che gode di seguito notevole. Sembrerebbe una misura disperata di chi ha perso la fiducia nelle sue capacità di riconquistare con la conversazione democratica quegli elettori “sbandati”. Il dibattito sulla richiesta di messa al bando potrà chiarire molti punti. Forse servirà anche come insegnamento agli elettori.

Pubblicato il 1° ottobre 2024 su Formiche.net

Oltre la stupidità. Il centrosinistra alla prova finale @DomaniGiornale

Nomina sunt consequentia rerum è una frase che sembra assolutamente fuori luogo se riferita all’espressione “campo largo” di cui Conte ha annunciato ieri l’estinzione. Infatti, senza interrogarci più di tanto su chi, forse Enrico Letta in un momento a metà fra speranza e disperazione, ne sia l’inventore, il nome “campo largo” è venuto molto prima della cosa. Anzi, la cosa, pur ampiamente oggetto di dibattito, di spesso meritati lazzi e sberleffi, proprio non esiste. Insistere nella parola mi pare addirittura masochistico. Vi ho contribuito asserendo la necessità di un campo “elastico”, ma ritengo che sia auspicabile e possibile fare di meglio anche lasciando perdere la stupida giustificazione “gli elettori non ci capiscono”. Invece, numerosi elettori che si auto-collocano fra il centro e la sinistra sentono la necessità di accordi per sconfiggere la coalizione che esprime il governo di destra-centro e, più o meno coerentemente, fa politiche di quel tipo.

Alcuni grandi uomini politici italiani hanno sempre saputo che sia per vincere davvero le elezioni, che non è mai soltanto “arrivare in testa”, sia per governare bisogna trovare alleati, fare coalizioni. Giovanni Giolitti aveva la sua ricetta che usò spregiudicatamente, con successo finché gli fu possibile. Socialisti e popolari si mostrarono molto meno accorti e aprirono la strada ai fascisti. De Gasperi non aveva molto bisogno di alleati, ma deliberatamente volle coinvolgere i partiti centristi minori nella sua opera di governo dando rappresentanza a ceti che la DC non poteva raggiungere. Tenacemente, Palmiro Togliatti perseguì la strategia di alleanze politiche e sociali. A livello locale il tentativo fu più facile e spesso coronato da successo. A livello nazionale, il fattore K (kommunismus) fu, ovviamente, bloccante.

La distinzione dei livelli è cruciale, ma sembra che i dirigenti nell’arco del centro-sinistra non l’abbiano adeguatamente compresa. Le differenze di visione sull’aggressione russa all’Ucraina e sulle politiche dell’Unione Europea, sull’immigrazione e sulla giustizia saranno un problema per fare campagna elettorale nel 2027 (sic), per conquistare elettori attenti e perplessi, probabilmente decisivi, e per governare (sic sic). Non c’è, però, quasi nessuna ragione per farle emergere e contare quando la posta in gioco è la Presidenza delle regioni, a cominciare dalla Liguria e poi Emilia-Romagna e Umbria. Non è in gioco la leadership del/nel centro-sinistra. Non è dal torneo oratorio a chi le spara più grosse, al quale, per fortuna, Elly Schlein finora non ha partecipato, che emergerà la candidatura alla Presidenza del Consiglio. Altrove, nelle democrazie multipartitiche, lo sottolineo qui e lo farò di continuo, la carica più elevata di governo va alla persona designata dal partito che ha avuto più voti. È una delle applicazioni più coerenti del principio democratico di maggioranza.

A livello locale, i veti preventivi reciproci, sulla base di sgarbi politici e personali del passato, sono semplicemente stupidi. Spesso, inevitabilmente, in situazioni competitive, sono anche tristemente controproducenti. Non solo in Italia, le sinistre moderate e “avanzate” offrono esempi di comportamenti suicidi che, di nuovo, una parte di elettori giudica deprecabili e deprimenti. La soluzione, certo più facile a dirsi che a farsi, è stabilire prioritariamente i punti programmatici assumendo l’impegno alla loro attuazione. L’affidabilità dei contraenti, uno dei quali, lo sappiamo, si fa un vanto della sua volubilità, potrebbe non essere un problema se vi fosse anche l’impegno a lasciare piena autonomia di azione, implementazione e valutazione ai dirigenti e agli eletti locali. Altrove, quello che ho scritto non è (quasi) mai un catalogo di pii desideri. È ora di imparare e praticare.

Pubblicato il 2 ottobre 2024 su Domani

Fuori campo: catalogo breve per chi sta tra il centro e la sinistra @DomaniGiornale

Nomina sunt consequentia rerum è una frase che sembra assolutamente fuori luogo se riferita all’espressione “campo largo”. Infatti, senza interrogarci più di tanto su chi, forse Enrico Letta in un momento a metà fra speranza e disperazione, ne sia l’inventore, il nome “campo largo” è venuto molto prima della cosa. Anzi, la cosa, pur ampiamente oggetto di dibattito, di spesso meritati lazzi e sberleffi, proprio non esiste. Insistere nella parola mi pare addirittura masochistico. Vi ho contribuito asserendo la necessità di un campo “elastico”, ma ritengo che sia auspicabile e possibile fare di meglio anche lasciando perdere la stupida giustificazione “gli elettori non ci capiscono”. Invece, numerosi elettori che si auto-collocano fra il centro e la sinistra sentono la necessità di accordi per sconfiggere la coalizione che esprime il governo di destra-centro e, più o meno coerentemente, fa politiche di quel tipo.

Alcuni grandi uomini politici italiani hanno sempre saputo che sia per vincere davvero le elezioni, che non è mai soltanto “arrivare in testa”, sia per governare bisogna trovare alleati, fare coalizioni. Giovanni Giolitti aveva la sua ricetta che usò spregiudicatamente, con successo finché gli fu possibile. Socialisti e popolari si mostrarono molto meno accorti e aprirono la strada ai fascisti. De Gasperi non aveva molto bisogno di alleati, ma deliberatamente volle coinvolgere i partiti centristi minori nella sua opera di governo dando rappresentanza a ceti che la DC non poteva raggiungere. Tenacemente, Palmiro Togliatti perseguì la strategia di alleanze politiche e sociali. A livello locale il tentativo fu più facile e spesso coronato da successo. A livello nazionale, il fattore K (kommunismus) fu, ovviamente, bloccante.

La distinzione dei livelli è cruciale, ma sembra che i dirigenti nell’arco del centro-sinistra non l’abbiano adeguatamente compresa. Le differenze di visione sull’aggressione russa all’Ucraina e sulle politiche dell’Unione Europea, sull’immigrazione e sulla giustizia saranno un problema per fare campagna elettorale nel 2027 (sic), per conquistare elettori attenti e perplessi, probabilmente decisivi, e per governare (sic sic). Non c’è, però, quasi nessuna ragione per farle emergere e contare quando la posta in gioco è la Presidenza delle regioni, a cominciare dalla Liguria e poi Emilia-Romagna e Umbria. Non è in gioco la leadership del/nel centro-sinistra. Non è dal torneo oratorio a chi le spara più grosse, al quale, per fortuna, Elly Schlein finora non ha partecipato, che emergerà la candidatura alla Presidenza del Consiglio. Altrove, nelle democrazie multipartitiche, lo sottolineo qui e lo farò di continuo, la carica più elevata di governo va alla persona designata dal partito che ha avuto più voti. È una delle applicazioni più coerenti del principio democratico di maggioranza.

A livello locale, i veti preventivi reciproci, sulla base di sgarbi politici e personali del passato, sono semplicemente stupidi. Spesso, inevitabilmente, in situazioni competitive, sono anche tristemente controproducenti. Non solo in Italia, le sinistre moderate e “avanzate” offrono esempi di comportamenti suicidi che, di nuovo, una parte di elettori giudica deprecabili e deprimenti. La soluzione, certo più facile a dirsi che a farsi, è stabilire prioritariamente i punti programmatici assumendo l’impegno alla loro attuazione. L’affidabilità dei contraenti, uno dei quali, lo sappiamo, si fa un vanto della sua volubilità, potrebbe non essere un problema se vi fosse anche l’impegno a lasciare piena autonomia di azione, implementazione e valutazione ai dirigenti e agli eletti locali. Altrove, quello che ho scritto non è (quasi) mai un catalogo di pii desideri. È ora di imparare e praticare.

Pubblicato il 2 ottobre 2024 su Domani

Proteste, rappresentanza, verità “alternative” #ParadoxaForum

In quanto (ex)Professore di chiara, ancorché un po’ obsolescente, fama, vengo periodicamente da più parti intervistato sugli studenti che protestano in nome, per conto, a favore dei palestinesi. Spesso mi si vuole fare dire che sono degli ignoranti, faziosi, da deprecare. E lo si vuole sentire da me, uomo di sinistra che ha un limpido pregiudizio, che non abbandono, a favore degli israeliani, del diritto ad esistere dello Stato d’Israele (trovo lo slogan “from the river to the sea Palestine will be free”, assolutamente efferato) e del suo diritto alla rappresaglia proporzionata. Da mesi, Netanyahu si è consapevolmente e deliberatamente esibito in una reazione sproporzionata, deprecabilissima, da sanzionare.

La mia risposta alle domande è che gli studenti hanno tutto il diritto di protestare, di fare assemblee, di sfilare in cortei, di organizzare dibattiti, meglio se invitando, non solo palestinesi e simpatizzanti. Lo possono fare anche nelle sedi universitarie, meglio senza interferire con il diritto degli altri studenti a frequentare le lezioni che desiderano e con il diritto/(dovere) dei docenti a tenere quelle lezioni. Però, aggiungo subito senza esitazioni, ci sono tre limiti invalicabili al diritto di parola degli studenti, e dei professori e dei più o meno cattivi, nei diversi significati dell’aggettivo, maestri: i) nessun incitamento alla violenza; ii) nessuna affermazione di odio razziale, sì, questo è l’aggettivo più appropriato; iii) nessuna discriminazione di religione e di genere, accostamento non banale, come ci ricorderebbero le donne dall’Iran all’Afghanistan.

Poi, spingo l’analisi più in là. Quegli studenti non sono isolati, privi di retroterra, meno che mai marziani. A casa con i parenti, fra i loro amici, nelle loro reti di relazioni, in Italia, incontrano consenso e sostegno. Insomma e purtroppo, quegli studenti attivisti sono per una molteplicità di ragioni, piuttosto rappresentativi di un’opinione pubblica o di bolle di opinioni pubbliche che neanche troppo in fondo la pensano come loro. Rappresentano anche una zona grigia più ampia, quella dei sedicenti pacifisti.

Non mi contengo e, grazie alle mie innegabili e innascondibili esperienze e conoscenze internazionali, guardo fuori dal paese dello stivale. È molto facile vedere proteste studentesche non dissimili, in qualche caso anche peggiori dal punto di vista dell’ordine pubblico, in special modo nelle prestigiose università USA: da Harvard a Berkeley, e inglesi: Oxford e Cambridge, ma non solo. Per di più, non sembrano pochi neppure i docenti giustificazionisti.

Cerco di capire senza nessuna intenzione di giustificare. Ribadisco il no all’incitamento e alla pratica della violenza, all’odio politico, sociale, culturale, alle discriminazioni in tutte le sfumature possibili. Ma non mi basta e sono certo che non basta neanche a chi gentilmente mi sta leggendo. Dove e come riprendere il bandolo della matassa? Veritas vos liberabit. Già, ma, in quanto convinti e forse troppo compiaciuti democratici, abbiamo lasciato troppo spazio alle “verità alternative”. Da dove ricominciare?

Pubblicato il 27 settembre 2024 su ParadoXaforum

La tragedia medio-orientale e la mancanza di mediatori @DomaniGiornale

Nella tragica, non da oggi, situazione del Medio-Oriente non può, oggettivamente e augurabilmente, esserci un vincitore. Israele sa che può annichilire Hamas e gli Hezbollah per un certo periodo di tempo, ma non può cancellare i palestinesi né, tantomeno, l’Iran. Dal canto loro, i terroristi, teocrazia iraniana compresa, dovrebbero avere acquisito la consapevolezza che, per rendere la Palestina libera “dal fiume al mare” , sarebbe inevitabile innescare un conflitto anche nucleare. Nel primo caso, obiettivo che Netanyahu persegue anche per continuare a rimanere al potere, l’impossibile annichilimento non potrà che essere temporaneo. Con esagerato pessimismo, si può e, forse, si deve aggiungere, che, da un lato, soltanto la democratizzazione dell’intera area (una nuova primavera non solo araba), e dall’altro, la fuoruscita di Netanyahu sostituito da governanti che imbriglino i coloni, riuscirebbero a porre le basi iniziali minime di una soluzione ragionevolmente (avverbio al quale mi abbandono) duratura. Che quella soluzione significhi “due popoli due Stati” è facile dirlo, ma di enorme difficoltà progettarlo.

Nel frattempo, il progetto urgente consiste nel porre fine alle devastanti azioni e reazioni armate, magari riflettendo su come Hamas abbia potuto costruire un imponente e costosissimo reticolo di cunicoli variamente arredati e su come gli Hezbollah siano riusciti ad ammassare enormi quantità di armi e missili lungo un periodo ventennale. Fallimento delle (plurale) organizzazioni di intelligence oppure deplorevoli connivenze di alcuni stati che si compravano in questo modo la sicurezza interna?

Gli USA, protagonista indispensabile, non sono in questa fase di campagna presidenziale, in grado di svolgere credibilmente le attività necessarie. C’è da augurarsi che chi entrerà nella casa Bianca abbia la preparazione, le conoscenze e la determinazione per farsi valere. L’Unione Europea, grande donatrice di fondi ai palestinesi, sembra essersi ritagliata uno spazio di profilo bassissimo in attesa che la nuova Commissaria prenda pieno possesso della sua carica e si giovi del non avere bagagli pesanti provenienti dal passato. Tuttavia, forse, esiste un passato potrebbe portare qualcosa di positivo. Il punto più elevato di accordo fra israeliani e palestinesi fu raggiunto nel 2000 fra il primo ministro Ehud Barak e il presidente Yasser Arafat con la mediazione del Presidente USA Bill Clinton.

Qatar e Egitto sembrano ragionevolmente in grado di esercitare qualche forma di mediazione, ma se il conflitto in Palestina va oltre quell’area geografica, ci vuole qualcosa, molto di più. Pertanto. il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, per quanto sgradito ad Israele, dovrebbe farsi dare dalla sua organizzazione un vero e proprio mandato da condividere con la Commissaria Kaja Kallas e con alcune poche personalità accettabili sia dagli israeliani sia dai palestinesi (credibilmente rappresentati da chi?). Dovrebbero essere proprio loro a indicare nomi accettabili di negoziatori. Personalmente, sono convinto che sarebbe opportuno fare ricorso all’esperienza dell’ex-presidente Clinton. Libero da condizionamenti politici, forte del risultato ottenuto a suo tempo e sostenuto da alcuni suoi esperti collaboratori di un quarto di secolo, Bill Clinton sarebbe sicuramente in grado di esercitare un ruolo molto importante.

Pubblicato il 26 settembre 2024 su Domani

Europeismo o sovranismo? Il prof. Pasquino spiega perché Fitto è tra due fuochi @formichenews

La nomina di Raffaele Fitto vicepresidente non è una faccenda di italianità e neppure di bontà/generosità. Attiene alla visione d’Europa che la Commissione e il Parlamento esprimeranno e cercheranno di attuare seguendo, mi auguro, in massimo grado le indicazioni di due europeisti italiani: Letta, Enrico e Draghi, Mario. Il commento di Gianfranco Pasquino, professore emerito di Scienza politica

Back to basics. Nell’Unione Europea la regola fondamentale per la formazione della Commissione è chiara. I governi nominano il/la loro Commissario/a, magari dopo avere scambiato qualche, più di una, idea con la Presidente della Commissione. La delega primaria, specifica, il cosiddetto portfolio, di quel Commissario dipende, in buona parte dalle sue competenze e attività pregresse, ma, in una (in)certa misura dalle necessità operative della Commissione, cioè quali compiti debbono essere svolti, quali rimarrebbero altrimenti scoperti. Con buona pace degli italiani, questa distribuzione non ha nulla a che vedere con il pure glorioso Manuale Cencelli.

Una volta nominato e “attrezzato”, ciascuno dei Commissari affronterà lunghe ed esaurienti udienze con le commissioni parlamentari di merito che, uso l’efficacissimo termine inglese, lo metteranno sulla griglia. Lì viene misurata la sua competenza, valutati i suoi propositi, meglio che ne abbia di precisi e praticabili, soppesato il suo tasso di europeismo. In quell’occasione non saranno pochi i parlamentari europei a ricordare ai commissari in pectore che chi entra a fare parte della Commissione deve dimenticare la sua provenienza nazionale e porre gli interessi e gli obiettivi europei molto al di sopra, meglio se del tutto, agli obiettivi, interessi, preferenze del suo Paese e del governo che l’ha nominato. Sappiamo dalle memorie scritte da molti commissari che si sono effettivamente impegnati in questo senso e, ex post facto, ne sono molto lieti e orgogliosi.

Sono sicuro che letizia e orgoglio sono i sentimenti che esprimerà anche l’uscente ottimo commissario Paolo Gentiloni. Fin d’ora mi auguro che al termine del suo mandato anche Raffaele Fitto vorrà e potrà raccontare con grande soddisfazione una storia simile. Sì, salvo errori e malaffari dei suoi sponsor italiani, Fitto farà certamente parte della prossima imminente Commissione europea. Questo suo ruolo non è minimamente in discussione. Quello che liberali, verdi e socialisti del Parlamento europeo mettono in discussione e respingono è l’opportunità di affidare una vicepresidenza di peso a chi è stato nominato da un governo sovranista che andrebbe a scapito della coesione e dell’efficacia della Commissione e sarebbe imbarazzante per lo stesso Fitto schiacciato tra i due fuochi di un europeismo che avanza e un sovranismo che gira all’incontrario le lancette dell’orologio, lo dico con tutta l’enfasi retorica di cui sono capace, della storia.

Male fanno e molto sbagliano coloro che, contro lo spirito dell’europeismo, chiedono al Partito Democratico di schierarsi seguendo improponibili appartenenze nazionali a favore di Fitto vicepresidente “pesante”. Non è una faccenda di italianità e neppure di bontà/generosità. Attiene alla visione d’Europa che la Commissione e il Parlamento esprimeranno e cercheranno di attuare seguendo, mi auguro, in massimo grado le indicazioni di due europeisti italiani: Letta, Enrico e Draghi, Mario.

Dal canto suo, Fitto avrà modo di esprimere il suo parare nelle audizioni. Finora, però, fanno testo le opinioni espresse da Giorgia Meloni e soprattutto il suo voto contrario a von der Leyen. Il resto si vedrà poiché rimangono molti i modi di essere influenti anche fuori da una non meritata vicepresidenza di peso e di prestigio.

Pubblicato il 12 settembre 2024 su Formiche.net

Fuori di testa
Errori e orrori di politici e comunicatori
Paesi Edizioni

VIDEO Sbagliano di più i politici o i comunicatori? Una (improvvida) sfida all’OK Corral @WarRoomCisnetto

Sbagliano di più i politici o i comunicatori?
UNA (IMPROVVIDA) SFIDA ALL’OK CORRAL
Massimiliano Panarari ne discute con Gianfranco Pasquino Professore emerito Scienza politica, Editorialista Domani, autore di “Fuori di testa” (Paesi Edizioni)

Fuori di testa
Errori e orrori di politici e comunicatori
Paesi Edizioni