Non si vive alla giornata. Le vere sfide da affrontare @DomaniGiornale #democrazie #federalismo

Gli alberi li vediamo quasi tutti. Di tanto in tanto qualche albero cade e nuovi alberelli fanno la loro comparsa. Vediamo anche quelli, ma, spesso, non riusciamo a capirne origine e significato. Quello che, a giudicare dai commenti e dalle prese di posizione, sembra sfuggire è la foresta. Sembra che quasi nessuno sia in grado di cogliere il significato complessivo delle sfide, la loro portata, l’intensità dell’impatto, meno che mai le conseguenze di medio e lungo periodo.
Le sfide contemporanee riguardano il modo di fare politica, non soltanto nei regimi democratici. Però, avviene in special modo, in questi regimi come, ovviamente, anche quello italiano, poiché il loro elemento distintivo è quello di essere società aperte, caratterizzate dalla competizione e esposte alle incursioni, interne e esterne. Pur essendo vero che le democrazie imparano, qualche volta l’apprendimento richiede tempo e sperimentazione. In quella fase un demagogo può avere conquistato il potere e brandirlo contro i diritti e le istituzioni della sua e di altre democrazie. Giunto al vertice dello Stato avrà l’opportunità di ricorrere a tutti gli strumenti del deep state, del profondo e dell’oscuro. Da questo punto di vista, la disponibilità delle tecniche dell’intelligenza artificiale può rivelarsi molto preoccupante, come sostengono gli esperti subito ammettendo di non essere in grado di esplorarne e valutarne tutti le potenzialità e i rischi.
Le incursioni esterne possono farsi forza anche dell’intelligenza artificiale nonché di manipolazioni politico-elettorali-comunicative diversificate e in casi estremi dei droni che distruggono qualsiasi resistenza. Tenendosi a debita distanza dal dibattito politico italiano al fine di vederlo meglio, poco o nulla di tutto questo, intelligenza artificiale e manipolazioni, sembra considerato importante e significativo. Le tematiche preminenti e prorompenti sono altre, non prive di una qualche rilevanza nell’immediato, ma soccombenti di fronte alle sfide di ben più alto livello.
Comprensibilmente nel centro sinistra la ricerca riguarda il/la figura del federatore, con lo sguardo rivolto al passato, fino al non resuscitabile e non imitabile Ulivo di trent’anni fa. Quando si passa alle politiche al primo posto non vengono collocate la libertà, l’autodeterminazione, le opportunità dei cittadini di oggi e di domani, ma lo scambio fra cannoni e burro. Meno soldi per fare e comprare armi con il molto problematico risparmio semplicisticamente destinato a investimenti nella sanità. Che l’Italia e il mondo di oggi e di domani esigano una cittadinanza dotata di alto e modernissimo livello di istruzione non sembra essere prioritario, forse neppure compreso appieno.
Il centrodestra di governo si gode il vantaggio di posizione, una vera propria rendita. Può mettere le difficoltà sulle spalle del passato nel quale stava all’opposizione e può rivendicare alcuni piccoli, ma reali successi: economia galleggiante senza tensioni e stabilità di governo. Non butta il cuore oltre l’ostacolo poiché sembra non vedere l’ostacolo e non vuole rischiare nessuna destabilizzazione. La sua persistente concezione sovranista ha alleati ugualmente poco orientati al futuro. Vogliono piuttosto tornare a fare qualcosa di grande che ritengono di trovare nel loro passato. Invece, le sfide hanno una caratteristica che le accomuna. Sono di tale portata e entità da richiedere risposte elaborate e concordate da più paesi in grado di mettere insieme le loro intelligenze collettive, le loro energie e le loro risorse.
La risposta si chiama federalismo. Soltanto alcune voci solitarie a isolate si fanno sentire a favore del federalismo, Anche a livello europeo, le proposte effettivamente federaliste formulate da Enrico Letta e da Mario Draghi sono state accolte da plausi di cortesia e stima, senza finora nessun seguito operativo. Eppure, dicono che quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare. In Italia e in Europa è già venuta l’ora.
Pubblicato il 19 novembre 2025 su Domani
Revisione punitiva in salsa populista @MicroMega

La riforma sulla separazione delle carriere apre alla concentrazione di potere nelle mani dell’esecutivo
Lo scorso 30 ottobre è stato approvato il testo di riforma dell’ordinamento giudiziario. Il provvedimento – già pubblicato in Gazzetta ufficiale – entrerà in vigore solo dopo eventuale referendum confermativo, che con ogni probabilità si terrà nella primavera del 2026. MicroMega ha dedicato e continuerà a dedicare al tema – cruciale per la tenuta della nostra architettura democratica – diversi approfondimenti, che troverete mano a mano raccolti qui.
De minimis non curat praetor. Questa frase latina mi pare quanto mai appropriata per dare inizio a una sintetica riflessione sul significato politico e istituzionale della separazione delle carriere (che non è la riforma della giustizia) e su alcune importanti implicazioni. Sia chiaro che fanno opera meritoria tutti quei commentatori che analizzano punto per punto la riforma, criticano il criticabile, propongono soluzioni alternative. Un lavoro del genere in parte era stato proposto nell’iter della legge, ma la maggioranza parlamentare, va sottolineato, ha contrapposto una chiusura netta. La separazione delle carriere di pubblici ministeri e magistrati giudicanti è una legge di revisione costituzionale voluta dal governo Meloni, elaborata dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, approvata dalla maggioranza parlamentare Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Noi Moderati. Senza accettare nessun apporto di origine esterna.
La revisione è significativa e avrebbe meritato una preparazione basata su dati e confronti che dovevano servire a rispondere al quesito principe: “in Italia il funzionamento della giustizia non è soddisfacente, rispetto a quali criteri e parametri? Perché i magistrati godono della possibilità di passare da Pubblici Ministeri a giudici e viceversa? Quanti di loro approfittano di questa possibilità?”
Valentina Maglione scrive su il “Sole 24 ore” il 14 ottobre 2025: “In base ai dati del Csm, in dieci anni, tra il 2015 e il 2024, sono stati in totale 362 i passaggi di funzione. Di questi, 147 sono stati mutamenti da funzione giudicante a requirente, mentre sono stati 215 i transiti dalle procure agli uffici giudicanti. In particolare, nel 2024, su 8.817 magistrati in servizio al 31 dicembre, sono stati 42 i passaggi di funzione, vale a dire lo 0,48% dell’organico”. Perché e in che modo questo davvero esiguo numero di passaggi comporta o ha comportato conseguenze negative, in particolare per i cittadini, nell’amministrazione della giustizia? Alcuni casi esemplari riconosciuti come gravissimi errori (drammatica la vicenda di Enzo Tortora) sarebbero stati evitati o resi impossibili con carriere separate?
Non volendo entrare nei dettagli – a mio modo di vedere, non è affatto lì che si trova il diavolo revisionatore – sono due gli ambiti che più o meno direttamente suggeriscono che, lungi dall’essere positiva per i cittadini, la separazione delle carriere produce rischi e crea ansie.
Il primo ambito è costitutivo dei regimi democratici: la separazione dei poteri. In democrazia, esecutivo, legislativo e giudiziario debbono godere di una loro autonomia funzionale e operativa. Però, da qualche decennio a questa parte alcuni autorevoli studiosi hanno rilevato che i confini delle reciproche autonomie sono flessibili e variabili e che l’autonomia si accompagna alla competizione. Governi instabili saranno facili prede dei Parlamenti che li hanno fatti nascere e morire, sostituendoli ad libitum. Parlamenti espressione di leggi elettorali balorde che danno poco potere agli elettori e molto ai dirigenti di partito saranno popolati da eletti non in grado di esercitare l’autonomia di cui pure disporrebbe la loro istituzione. Un potere giudiziario frammentato, di bassa produttività e con scarso prestigio avrà poche chance di fare valere il controllo di legalità sugli atti e sui comportamenti tanto dell’esecutivo quanto del legislativo.
Ristabilire i confini e ripristinare sfere di operatività e discrezionalità sono obiettivi condivisibili. Però, l’affermazione del Ministro Nordio che la separazione delle carriere è un, forse il, modo particolarmente importante “per fare recuperare alla politica il suo primato costituzionale”, è discutibilissima, anche pericolosa. Anzitutto, il primato costituzionale appartiene al popolo “che lo esercita nelle forme nei limiti della Costituzione” (art.1). In secondo luogo, subordinare l’autonomia di una istituzione, il giudiziario, a un’altra istituzione, l’esecutivo, squilibra il sistema in direzione potenzialmente autoritaria.
Questo rischio risulta moderatamente più elevato in un sistema politico come quello italiano, secondo ambito di cui tenere conto, che non ha mai brillato per il riconoscimento del primato della rule of law e la sua applicazione. Da Mani Pulite in poi il conflitto “politici contro magistrati” è stato una costante. Ricordiamo, a titolo di esempio, due affermazioni particolarmente gravi e rivelatrici di concezioni politiche profondamente errate. La prima è l’invito sferzante ai giudici che si intromettono nella vita politica a farsi eleggere come se l’elezione in Parlamento debba essere l’unico modo per contare in una società. La seconda è la convinzione manifestata da Berlusconi che conquistare il potere di governo implica la legittima possibilità di dettare i comportamenti a tutte le altre istituzioni. Il popolo avrebbe “unto” un leader che ha, dunque, acquisito il potere/dovere di guidare e decidere senza lacci e lacciuoli. Il cosiddetto premierato nasce anche da questa concezione istituzionale.
Non bisogna cercare coerenza in comportamenti perlopiù dettati da opportunismo, ma la decisione del governo Meloni di sottoporre a referendum costituzionale il disegno di legge approvato dal Parlamento si giustifica proprio per il desiderio di dimostrare la sua rispondenza alle preferenze del popolo.
Giunti al termine dell’elaborazione di un testo complesso, articolato, in più punti originale, i Costituenti non ebbero dubbi. Bisognava consentire la correzione, l’adattamento, l’aggiornamento del testo costituzionale da effettuarsi attraverso leggi approvate dal Parlamento, senza specificare chi ne potessero essere i proponenti. Delinearono una procedura “garantista”, che consiste in una doppia lettura in ciascuna camera a distanza minima di tre mesi per consentire un esame approfondito e non nervoso con approvazione definitiva a maggioranza assoluta. Stabilirono anche che la revisione potesse, non dovesse (il referendum costituzionale è, pertanto, facoltativo) essere sottoposta a referendum su richiesta di “un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali”. Due punti meritano di essere evidenziati. Fra i soggetti autorizzati a chiedere il referendum non c’è nessuna menzione del governo, sebbene, naturalmente, la richiesta non sia preclusa ai parlamentari della maggioranza governativa. Secondo punto, poiché la revisione entra senz’altro in vigore dopo tre mesi dalla sua approvazione, è logico ritenere che siano gli oppositori a chiedere il referendum con l’obiettivo di bocciarla, farla cadere. Dunque, non è affatto corretto usare l’aggettivo confermativo per il referendum costituzionale. L’esito può sì essere di conferma, ma il referendum chiesto contro la revisione merita semmai l’aggettivo oppositivo.
Nessun referendum è possibile se nella seconda lettura ad approvare la revisione sono stati i due terzi dei componenti di entrambe le Camere. In un sistema politico ad alto tasso di antiparlamentarismo i Costituenti vollero evitare una deleteria contrapposizione tra elettorato e parlamentari, di cui sarebbe apparsa evidente la non rappresentatività. Infine, senza necessità di un quorum di affluenza alle urne, la maggioranza dei votanti determina l’esito. I Costituenti vollero così premiare i cittadini interessati, informati partecipanti. Chi vota conta. Chi non vota ha, in qualche modo non apprezzabile, delegato la decisione a chi ha dedicato parte del suo tempo e delle sue energie a esprimere la sua preferenza.
Pur avendo fortemente sostenuto tutto l’iter parlamentare della separazione delle carriere, giustamente rivendicando l’esito e meno opportunamente proceduto alla richiesta del referendum, il Presidente del Consiglio ha ripetutamente dichiarato che non si dimetterà in caso di sconfitta. In effetti, dal punto di vista costituzionale le sue dimissioni non sono affatto obbligate. Dal punto di vista politico, però, avendo fatto della separazione delle carriere un preminente obiettivo politico, avendo impegnato il suo governo a sostegno della revisione fino a praticamente trasformare il referendum in una sorta di plebiscito sulla sua persona, Giorgia Meloni dovrebbe considerare il rigetto della revisione da lei voluta e imposta come equivalente a un voto di sfiducia. Esiste un precedente molto eloquente: le dimissioni nel dicembre 2016 di Matteo Renzi, duramente sconfitto nel referendum da lui voluto sulle “sue” revisioni costituzionali e da lui personalizzato facendone sostanzialmente un plebiscito sulla sua persona.
Resta da chiedersi quanto questo referendum influenzerà la più ancora ambiziosa proposta di revisione costituzionale della forma di governo. Infatti, l’eventuale elezione diretta del Presidente del Consiglio significa la fuoruscita dal parlamentarismo, modello istituzionale nel quale il governo è espresso, non dal popolo, ma dal Parlamento e a lui responsabile. Sarebbe un passo in più verso la concentrazione di potere nelle mani del capo dell’esecutivo.
Pubblicato il 17 novembre 2025 su Micromega
Se nessuno sa approfittare del nervosismo di Meloni @DomaniGiornale

Grande è la versatilità di Giorgia Meloni nel passare dalla postura di statista di livello internazionale, che alterna serietà compunta e faccine sorridenti ammiccanti, a quella di capo di un governo variamente sfidato da opposizioni in disordine sparso, “costretto” a difendersi e a contrattaccare con toni minacciosi da comiziante (una parte che le ha dato fama e probabilmente portato voti). Qualche volta, però, di recente, la Presidente del Consiglio manifesta un eccesso di nervosismo che la spinge sopra le righe. Con un verbo che a Colle Oppio è di uso frequente, Meloni sbrocca. Raffinati psicologi meglio esploreranno modi, tempi, entità della perdita di controllo sulla voce e sul body language. Utile, forse preferibile andare all’individuazione delle cause politiche del comportamento di Meloni.
Ad uso dei sostenitori e degli oppositori premetto che le difficoltà e le tensioni, le criticità nelle azioni del governo e le appena visibili conseguenze non positive non si traducono né immediatamente né automaticamente in caduta di consensi per lei e per il suo governo né, meno che mai, in impennate di intenzioni di voto per le opposizioni e i loro dirigenti. Ci vuole altro. Poi, però, purtroppo per loro, i benaltristi non sanno dire con sufficiente previsione e condivisione che cos’altro e come manca e da chi potrebbe essere prodotto.
L’agenda della valutazione e, presumibilmente, delle preoccupazioni del governo (e delle migliori fra le opposizioni, alcune sono solipsistiche) la dettano il fatto, il non fatto e il fatto male. La legge finanziaria è il fatto più importante. Sul punto mi atterrò alla sapida espressione inglese “a gentleman never quarrels about figures”. Non importa se i numeri danno qualche premietto ai ceti medi, tali definiti con riferimento ai redditi che spesso sappiamo non essere proprio il più affidabile degli indicatori. Importa poco anche che i “ricchi” sfuggano a qualsiasi aggravio. No, Robin Hood non frequenta nessuna foresta italiana. Importa di più che ai ceti più deboli non vengano dati aiuti più cospicui e destinati dare. Cruciale, invece, è che il governo preferisca il galleggiamento ad interventi “coraggiosi” per la crescita, per aumentare le dimensioni della torta e non per (re)distribuire poco più delle briciole. Sarà, come argutamente sospetta Giulia Merlo, la Finanziaria dell’Anno Elettorale o mostrare tutta la sua spinta espansiva, fatta specialmente di regali più meno mirati, collocati in bella mostra in vagoncini clientelari?
Quasi fatta è la separazione delle carriere fra Pubblici Ministeri e magistrati giudicanti. Non sarà lo sbandierato ricordo che questa riforma la voleva Silvio Berlusconi a farmi votare “Sì” al referendum prossimo venturo. Infatti, fra i mei ricordi trovo anche le strenue battaglie del Cavaliere e dei suoi seguaci non solo “nei” processi, ma “contro” i processi. Quanto ai sondaggi che danno al “Sì” un buon vantaggio, ricordo che anche il referendum di Renzi partì con notevole abbrivio che si spense piuttosto rovinosamente. Memore, Meloni ci rassicura o ci gela: il rigetto (referendum nient’affatto “confermativo”) non farà cadere il governo che pure quella separazione ha voluto e imposto. Non esattamente un bell’esempio di accountability. Fra il non fatto risplende “l’elezione diretta del Presidente del Consiglio dei Ministri”, sbrigativamente il premierato. Definita da Meloni stessa “la madre di tutte le riforme” sembra destinata a rimanere incinta ancora per molti mesi. Per non incorrere in un referendum rischioso assai nonostante il probabile sostegno dei riformisti già impunitamente renziani, è tutto rimandato alla prossima legislatura. Servirà, forse, in campagna elettorale quando si potrà assistere allo spettacolo senza precedenti dell’unico capo del governo italiano rimasto in carica per l’intera legislatura che chiede voti per la stabilità, degli altri. Sì, anche questa non remota eventualità provoca una non modica dose di nervosismo. Troppo banale concluderne che, al momento, non si vede chi sappia approfittarne e come?
Pubblicato il 12 novembre 2025 su Domani
Qualcosa che so di aggettivi e di Parlamenti #manipolazionedelleparole
Di tanto in tanto qualcuno (più di uno) che ha modo di esprimere frequentemente le sue opinioni in pubblico si lamenta dello povertà, faziosità, inutilità del dibattito pubblico. Anche di quello, che non c’è, sul “suo” Corriere della Sera”? Oh, yes.
Ecco un esempio non proprio minore: mia lettera a Aldo Cazzullo, responsabile della rubrica, spedita il 6 novembre
Referendum confermativo? No, e poi No.
Il referendum sulle revisioni costituzionali non ha aggettivi. La previsione dei Costituenti era che a chiederlo sarebbero stati gli oppositori della revisione approvata che, altrimenti, dopo tre mesi entrava in vigore. Dunque, referendum oppositivo. Comunque, confermativo è aggettivo che riguarda l’esito, non il referendum in quanto tale. Naturalmente, l’esito può anche essere “cancellativo”, abrasivo di quella revisione. Un referendum costituzionale richiesto da un governo sulle sue revisioni costituzionali approvate dalla sua maggioranza parlamentare si chiama plebiscito.
Cestinata la lettera; destinato a rimanere il grave errore manipolativo, con numerose altre occasioni per ripresentarsi imperterrito, non dobbiamo rassegnarci. Continuons le combat.
“La Stampa” non è stata da meno. Quasi settant’anni di scontri sulle istituzioni e ancora c’è chi pensa e scrive che le leggi le deve fare il Parlamento. Da una premessa sbagliata consegue la solita, non meno sbagliata e pericolosa, critica che sfocia nell’antiparlamentarismo ben nota malattia italiana. Servirà a qualcosa la lettera che ho spedito il 7 novembre a Andrea Malaguti, Direttore del quotidiano torinese?
Caro Direttore,
nell’articolo intitolato “Le ferie perenni dei parlamentari: perché ora lavorano due giorni a settimana” (sottotitolo) Il governo ha divorato l’attività legislativa, viaggio nelle Camere esautorate
Alessandro De Angelis commenta alcuni dati interessanti. Fino ad oggi il Parlamento italiano ha prodotto 257 leggi, delle quali 96 sono decreti, 94 sono provvedimenti del governo e “soltanto” 67 leggi di iniziativa parlamentare. Ne deduce, temo sbagliando molto, che il Parlamento italiano è stato esautorato. No, non è così. Il primo dato importante è che il Parlamento italiano produce meno leggi che in passato. Il dato è positivo, significa che sono diminuite le “leggine” e che stiamo raggiungendo i Parlamenti virtuosi: Camera dei Comuni inglese, Bundestag tedesco, Riksdag svedese. Il secondo dato, circa il 75 per cento delle leggi sono di origine governativa, non deve né sorprendere né scandalizzare. La coalizione al governo ha vinto le elezioni e ha il diritto(/dovere) di attuare il suo programma. Lo fa attraverso la sua maggioranza parlamentare. Sulla base della conformità delle sue leggi alle promesse elettorali, e della loro “bontà”, sarà poi valutato dagli elettori. La sua maggioranza parlamentare fa un buon lavoro discutendo, eventualmente emendando e migliorando, infine, approvando le leggi formulate dal suo governo. A loro volta le opposizioni parlamentari dovranno opporsi motivatamente controllando l’attività governativa, ma anche con proposte/promesse alternative. Tough life direbbero e sanno i parlamentari anglosassoni, compito difficile, che non è “fare le leggi”, che caratterizza le democrazie parlamentari. Eppure, il libro di Walter Bagehot (1867)nel quale è scritto a chiarissime lettere che il compito più importante del Parlamento non è quello di fare le leggi, ma di dare vita ad un governo, è stato da tempo tradotto in italiano: La Costituzione inglese (il Mulino 1995). Insomma.
Organismi non gracili ma complessi e flessibili, le democrazie sono i sistemi politici che meglio consentono ai loro cittadini di imparare
Organismi non gracili ma complessi e flessibili, le democrazie sono i sistemi politici che meglio consentono ai loro cittadini di imparare. Libertà di parola e di stampa, circolazione e competizione di idee, persone, soluzioni, valutazione del fatto, non fatto, fatto male. Le vittorie elettorali “a tappeto” (sweeping) dei Democratici dalla Virginia al New Jersey, dalla città di New York allo Stato della California dicono che grande, diffuso e decisivo è stato l’apprendimento. Le democrazie imparano e rimbalzano.
Il referendum sulle revisioni costituzionali non deve essere manipolato da nessun aggettivo, meno che mai “confermativo”
Il referendum sulle revisioni costituzionali non deve essere manipolato da nessun aggettivo, meno che mai “confermativo”. Se non viene richiesto da chi si oppone, le revisioni approvate entrano in vigore dopo tre mesi senza bisogno di conferma. Chiesto e vinto dagli oppositori, il referendum si merita l’aggettivo “cancellativo”, ma la mia preferenza va a “abrasivo” (!). Se chiesto dal governo su revisioni da lui formulate e fatte approvare dalla sua maggioranza parlamentare quel referendum diventa un plebiscito. Ai plebisciti si risponde NO.
Il PD è un partito indispensabile. Chi lo sabota aiuta la destra @DomaniGiornale

Per lo spazio che occupa, per le politiche che propone, per il ruolo che può svolgere, il PD è un partito indispensabile. Questa sua indispensabilità, unita alle incertezze, alle contraddizioni e agli errori dei suoi dirigenti lo rende particolarmente e giustamente esposto alle critiche. Facendo tesoro di queste critiche, filtrandole e selezionandone il meglio, i suoi gruppi (proprio così, al plurale) dirigenti riuscirebbero fare crescere il partito oltre il 20 per cento o poco più degli attuali consensi elettorali.
Lo spazio occupato è grosso modo equidistante fra due piccoli partiti che si contendono il centro, non propriamente affollato da elettori, e due organizzazioni che mirano ad un elettorato più orientato a sinistra. In assenza del Partito Democratico nessuno di questi raggruppamenti avrebbe qualche chance di contrastare credibilmente il governo di centro destra e di controproporre politiche rilevanti. Sulle politiche, il Partito Democratico soffre degli stessi problemi che hanno inciso e continuano ad incidere negativamente su molti partiti socialisti e progressisti. Per un insieme di ragioni, tutti hanno effettuato uno scivolamento verso politiche culturali, di genere e molto attente ai diritti, venendo percepiti come meno inclini e meno capaci di elaborare politiche economiche e sociali gradite e utili alle classi popolari. Per dirla in maniera giornalistica, insieme ad altri partiti simili, il PD è diventato il partito della ZTL dimenticando le periferie e i suoi abitanti/elettori e, naturalmente venendo fortemente penalizzato in termini di voti. Eguaglianza economica irraggiungibile, dislivello di status, di riconoscimento, di prestigio incolmabile: quasi il peggior dei mondi possibili.
Nel contesto italiano forse un po’ di più che in altri contenti occidentali multipartitici, il ruolo che il PD può svolgere e al quale, spesso, adempie è doppiamente cruciale. Con la sua presenza attiva e convinta l’opposizione acquisisce maggior peso, visibilità, efficacia. Senza il suo contributo, le sue attività, le sue personalità non è minimamente concepibile/immaginabile che si affermi e esista una qualsiasi alternativa politico-elettorale praticabile al governo Meloni. Se, poi, è vero, come credo e sono in grado di documentare, che la qualità dei governi dipende anche dalla qualità delle opposizioni, ne consegue che il contributo complessivo del PD al funzionamento del sistema politico sarebbe elevato e ricadrebbe positivamente anche sui ceti popolari.
Per essere all’altezza della sua indispensabilità (e del suo nome) il PD non può fare a meno del pluralismo interno, dell’incontro/scontro di posizioni diverse, di proposte, persino di prospettive in competizione. Mi pare che definire questa competizione come riguardante in maniera schematica, da un lato, i “movimentisti radicali” capeggiati dalla segretaria Schlein, dall’altro, i sobri “riformisti” che hanno abbandonato Bonaccini, sia troppo semplicistico e poco illuminante. Inoltre con riferimento alle dichiarazioni e alle non nuove prese di posizione dei riformisti vedo il duplice gravissimo rischio di indebolire il partito tanto nel ruolo di centro propulsore dell’opposizione quanto come asse portante dell’alternativa a venire. Comunque, il criterio principe con il quale valutare il tasso di riformismo dei riformisti non può essere quello di correre in soccorso delle “riforme” come quella della magistratura fatte dal governo Meloni, quasi un anticipo del soccorso da portare al più impegnativo e più dirompente premierato. Indebolendo il PD i rifomisti non stanno affatto facendo avanzare una prospettiva riformista. Al contrario, in parte danno qualcosa di più di una immeritata apertura di credito al governo (poi, si sa, i governi hanno sempre la possibilità di essere generosi), in parte maggiore ridimensionano il ruolo del loro partito, la sua indispensabilità e la sua efficacia. In definitiva, non giovano neppure al miglior funzionamento del sistema politico.
Pubblicato il 5 novembre 2025 su Domani
Confermativo, oppositivo o abrasivo. Il referendum e il potere degli aggettivi @DomaniGiornale

In principio era il verbo, cioè la parola (un sostantivo). Poi arrivarono gli aggettivi e fu tutta una Babele. C’era chi beatamente continuava a definire perfetto il bicameralismo italiano commettendo due errori gravi. Primo: l’uso di un aggettivo valutativo invece dell’indispensabile aggettivo descrittivo, per un Parlamento in cui le due camere hanno grosso modo gli stessi poteri e svolgono le stesse attività, paritario o simmetrico. Poi, con grandissimo sprezzo del pericolo, e del ridicolo, se ne annuncia l’imprescindibile necessità della riforma epocale: rendere imperfetto il bicameralismo perfetto. Riforma bocciata dagli elettori.
Poi vennero quelli che il premierato … L’aggettivo chiave è forte, ma subito è il caso di osservare che il premierato è il premierato è il premierato. Forte e debole sono qualità che riguardano semmai i premier, i capi di quella forma di governo, vale a dire, specialmente le loro capacità e la loro autonomia. Lanciato più di un quarto di secolo fa con il contributo di alcuni benpensanti moderatamente di sinistra, il premierato ha come fondamento essenziale l’elezione popolare diretta del capo del governo. Non è sufficiente la “quasi” elezione diretta, come arditamente veniva affermando un professore comunista di diritto poi approdato alla Presidenza della Corte Costituzionale. Ironia o sbeffeggio della storia, proprio in quel periodo i conservatori inglesi reclutavano dai loro ranghi parlamentari quattro primi ministri uno dei quali, Liz Truss, occupò la carica addirittura per quasi 50 giorni. Non succederà così con il disegno di legge costituzionale di Giorgia Meloni, “madre” [non Giorgia, ma l’elezione popolare] di tutte le riforme” poiché una sostituzione dell’eletto/a è consentita. Non consentito è l’aggettivo “forte”, uomo forte evocando i tempi in cui capo del governo era Lui, Sua Eccellenza il Cav. Benito Mussolini (v. in materia l’analisi di Ruth Ben-Ghiat, Strongmen. How They Arise. Why They Succeed. How They Fall, London, Profile Books, 2021).
Troppo facile, poi, notare che non pochi capi di governi parlamentari, non eletti direttamente, Margaret Thatcher (1979-19909 e Tony Blair (1997-2007); Felipe Gonzales (1982-1996); Helmut Kohl (1982-1998), Angela Merkel (2005-2021), sono stati forti, duratori, autorevoli. A loro volta per non pochi Presidenti di Repubbliche presidenziali (Argentina, Raul Alfonsin 1983-1987; molti boliviani e peruviani; George H. Bush (1988-1992), Joe Biden (2020-2024), l’elezione popolare non servì affatto a renderli forti. Il Presidente semipresidenziale francese Emmanuel Macron costituisce un caso interessante che contiene una risposta più che soddisfacente. Grazie al solido sostegno di un’ampia maggioranza parlamentare, è stato molto forte nel corso del suo primo mandato (2017-2022). Pur rieletto dal “popolo”, ma, perduta quella maggioranza, Macron appare debole e ha scarso potere decisionale nell’attuale secondo mandato che finirà inesorabilmente nel 2027.
Giunti al termine della stesura di un testo limpido, ma articolato e necessariamente complesso come la Costituzione italiana, i Costituenti non ebbero dubbi. Uno o più articoli del testo, non soltanto quelli, peraltro non molti, sui quali si erano manifestate perplessità e tenute votazioni, avrebbero alla prova dei fatti forse trovato/meritato altre soluzioni. Il tempo e l’attuazione della Costituzione erano destinati a evidenziare inconvenienti e a sollevare problemi. Dunque, era più che auspicabile stabilire modalità sufficientemente precise con le quali addivenire a adeguate revisioni costituzionali.
Per l’approvazione di una revisione costituzionale (art. 138) sono richieste in ciascuna Camera due letture a distanza minima di tre mesi. La doppia lettura e il tempo servono a tutti i protagonisti per imparare. I parlamentari avranno modo di ascoltare le motivazioni dei revisionisti e degli oppositori e le eventuali proposte alternative. Mass media e commentatori potranno narrare gli sviluppi e informare i cittadini, l’opinione pubblica L’elettorato avrà la possibilità più che in una elezione normale di farsi un’idea approfondita e raffinata quanto vorrà. La ragione per la quale i referendum costituzionali non hanno quorum è proprio perché i costituenti intesero premiare i cittadini interessati, informati e partecipanti e impedire che coloro che per qualsiasi motivo scelgono di non votare risultino distrattamente decisivi.
Il referendum costituzionale è facoltativo, vale a dire che una revisione costituzionale approvata secondo le procedure descritte entra in vigore se non è sfidata nei tre mesi successivi la sua approvazione. Non si può avere nessun referendum se la revisione è stata approvata in seconda lettura dai due terzi dei parlamentari di entrambe le camere. La ratio di questa statuizione è tanto semplice quanto importante. In un paese nel quale l’antiparlamentarismo è un sentimento molto diffuso, incomprimibile, talvolta alimentato faziosamente, è saggio non offrire un’occasione di delegittimazione del parlamento espressosi con una maggioranza dei due terzi. Detto e ribadito che il referendum deve essere richiesto, i costituenti stabilirono che richiedenti potessero essere “un quinto dei membri di una Camera o 500 mila elettori o cinque consigli regionali”. Dunque, non è previsto che il referendum costituzionale sia chiesto dalle autorità di governo meno che mai se quella particolare revisione è stata formulata dal governo con addirittura il capo del governo che se la intesta. Il referendum si trasformerebbe in plebiscito come successe al referendum voluto da Renzi sulle “sue” riforme. Infine, poiché logicamente dovrebbero essere, e, per lo più sono stati, gli oppositori della revisione a chiedere il referendum l’aggettivo confermativo è assolutamente sbagliato. Contiene anche un elemento sottilmente manipolatore: l’invito alle urne per confermare quanto fatto dalla maggioranza parlamentare. No, il referendum costituzionale non ha nessun aggettivo. Confermativo, comunque, sarebbe l’eventuale esito. Pertanto, se chiesto da chi s’oppone alla revisione, il referendum sarebbe più corretto definirlo oppositivo, contro la revisione. Quanto all’esito, se la revisione viene sconfitta e cancellata, la mia preferenza va all’aggettivo abrasivo. Preciso e definitivo.
Pubblicato il 4 novembre 2025 su Domani
Avanti con l’Unione Europea #introduzione a Massimo Riva, L’Europa che non c’è, Pisa University Press
Avanti con l’Unione Europea
L’Unione Europea è il più grande spazio di libertà e di diritti mai esistito al mondo. Non ha una Costituzione, come le rimprovera amaramente Massimo Riva, ma neppure la vecchia Gran Bretagna, vero, inimitabile modello politico per tutti i sinceri democratici, ha una costituzione scritta. Laddove i britannici fanno riferimento agli Atti del Parlamento, alle sentenze della magistratura e alle loro tradizioni, gli europei sanno di potere contare sui Trattati approvati nel corso di 75 anni di vita, in particolare sull’ultimo, il Trattato di Lisbona (2007), che nei suoi articoli ha certamente rango costituzionale.
Quello spazio ha garantito ad almeno oramai tre generazioni di europei quello di cui i Padri Fondatori e i loro predecessori, nonni e bisnonni, non avevano potuto mai godere: pace, e prosperità. Nessuna guerra ha avuto luogo fra potenze che avevano causato due guerre mondiali e tutti i paesi che hanno aderito nelle diverse fasi all’Unione sono oggi più prosperi. Sono anche democratici essendo la democrazia uno dei requisiti essenziali per l’adesione e la permanenza. In seguito all’aggressione russa all’Ucraina gli europei si sono resi dolorosamente conto che la pace e la prosperità vanno difese oggi, e domani, con una politica armata comune. Riva ha parole giustamente sprezzanti nei confronti dei pacifisti. Le condivido poiché, fra l’altro, ritengo che i pacifisti indeboliscono l’Unione Europea, sono nemici del processo di unificazione che deve essere protetto anche da sistemi di difesa comune, e perché un’Unione indifesa non sarebbe in grado di svolgere nessuna attività di pace.
Mi pare molto importante ricordare a tutti, non solo ai cosiddetti “sovranisti”, più o meno orgogliosi, e agli euroscettici, più o meno ignoranti, che il sistema politico-istituzionale dell’Unione Europea configura una democrazia di buona qualità. Ha un tutt’altro che inutile e non debole Parlamento che offre efficace rappresentanza ai cittadini dei ventisette Stati-membri grazie ai parlamentari da loro eletti e contribuisce notevolmente alle attività della Commissione Europea. A sua volta la Commissione, che può essere considerata il braccio esecutivo, il motore dell’Europa, è un organismo che esprime al meglio, con un commissario per Stato membro, le preferenze e gli interessi degli Stati-membri, portandoli al livello superiore, cioè quello europeo.
Condivido con Riva l’insoddisfazione nei confronti della Commissione attuale e soprattutto della Presidente in carica, che mi pare fin troppo appagata dal suo essere oramai entrata nella storia. Ma se il convento, ovvero i governi degli Stati-membri, non ha passato di meglio, non è giusto criticare l’Unione Europea. Piuttosto dobbiamo interrogarci sul declino della qualità del personale politico europeo a tutti i livelli. Certo, però, gli USA dimostrano che è possibile fare peggio, molto peggio.
Chi critica la democrazia nella e della Unione Europea abitualmente ha due (facili) bersagli: il Consiglio dei capi di Stato e di governo e il voto all’unanimità. Quanto al Consiglio bisogna volere e sapere distinguere. La sua composizione è sicuramente democratica. Ciascuno dei capi di governo è espressione della maggioranza elettorale e politica del suo paese. Se perde la maggioranza lui/lei sarà sostituito da chi ha conquistato la maggioranza. Meglio di così francamente non si può. Preoccupante, piuttosto, è il funzionamento del Consiglio, in particolare, il fatto che su determinate materie, ad esempio, la politica estera e di difesa e la politica fiscale, per decidere è indispensabile l’unanimità.
Tantissimi anni fa ho imparato da Norberto Bobbio che l’unanimità non è una procedura democratica di voto. In pratica serve a difendere lo status quo, gli interessi acquisiti. Con grande generosità potremmo sostenere che l’unanimità è l’arma che consente ai piccoli di non venire schiacciati dai potenti. Poiché, però, ne sappiamo di più dobbiamo subito aggiungere che, politicamente, troppo spesso la procedura di voto unanime contiene deplorevoli possibilità di manipolazione e ricatto e consente di metterle in atto.
C’è manipolazione, a monte, quando, per lo più informalmente, un capo di governo fa sapere che quella specifica decisione sarà da lui bloccata a meno che venga (ri)scritta seguendo le sue preferenze. C’è vero e proprio ricatto quando, di fronte ad una proposta elaborata dalla Commissione, un capo di governo fa sapere, più o meno trasparentemente, che non la voterà a meno che gli venga dato qualcosa in cambio. L’ungherese Viktor Orbán ha frequentemente, cinicamente fatto ricorso sia alla manipolazione sia al ricatto, spesso ottenendo quel che voleva oppure bloccando quel che non gradisce. Naturalmente, è molo probabile che, informalmente e riservatamente, anche altri capi di governo abbiano tratto vantaggio dalla loro indispensabilità con qualche scambio improprio.
Da qualche tempo esiste un accordo diffuso sulla opportunità di abolire del tutto il voto all’unanimità, ma, al proposito, il gatto si morde la coda. Infatti, per abolire l’unanimità è necessario un voto all’unanimità! Comunque, sono convinto che è solo questione di tempo (ma anche di insondabili volontà politiche). Succederà.
Peraltro, si potrebbe procedere anche altrimenti, ad esempio, come suggerisce Riva e come condiviso da molti, me compreso, progettando e ponendo in essere una Europa a più velocità. Più materie importanti decise da chi ci sta perché vuole avanzare verso maggiore integrazione più rapidamente è una soluzione sulla quale saggiare la convergenza di quanti e quali Stati membri. Disponiamo già di un esempio più che positivo: l’Euro moneta comune di 20 dei 27 Stati membri. Quel che si è fatto per l’Euro potrebbe essere fatto anche per altri ambiti: banche, fisco, tassazione dei colossi del web, difesa, immigrazione? Non partiamo da zero e sulla scorta delle preziose indicazioni contenute nell’importante Rapporto Draghi, l’Unione Europea potrebbe fare passi da gigante, proprio come vorrebbe Massimo Riva.
Aggiungo quella che a mio modo di vedere è molto più che una postilla. Le decine di milioni di migranti che rischiano la vita per approdare in Europa fanno giorno dopo giorno un omaggio incommensurabile all’Unione Europea e, naturalmente, anche all’Italia. Non è soltanto un omaggio alle opportunità di lavoro, ma anche alle condizioni e alle prospettive di vita per loro e i loro figli. Non sottovalutiamo queste motivazioni.
Cosa manca, dunque, per procedere e che cosa sarebbe necessario? Fermo restando che i sovranisti, che chiedono a gran voce che la loro Nazione si riappropri della sovranità, si badi, non perduta, ma consapevolmente ceduta ieri e condivisa oggi a livello europeo, praticano un balordo gioco di interdizione, quel che è indispensabile è una leadership all’altezza. E allora, mi esibisco nel wishful thinking, nel rendere pubblici i miei pii desideri nella aspettativa più che fondata che l’autore di questo libro li condivida.
Vedo due carenze, entrambe significative entrambe rimediabili nessuna delle due adeguatamente discussa nel dibattito pubblico e solo sfiorate da Massimo Riva. La prima carenza è stata ampiamente evidenziata dal Rapporto stilato da Enrico Letta (Molto più di un mercato, Bologna, il Mulino, 2024). Consiste nel mancato completamento del Mercato Unico. La strada rimane tracciata, ma troppi governanti europei e troppi alti burocrati a Bruxelles e dintorni non sembrano particolarmente dinamici e innovativi. C’è molto che si può e si deve fare, forse, a questo punto, costretti ad agire anche per dare risposte efficaci ai dazi scelleratamente (im)posti dal Presidente Trump. La seconda carenza riguarda la leadership.
Tutt’altro che priva di capacità e qualità, Ursula von der Leyen ha iniziato il suo secondo mandato (2024-2029) forse troppo preoccupata dalla consapevolezza che la maggioranza che la ha rieletta e la sostiene è meno coesa e meno convintamente europeista. Di conseguenza, la Presidente non si spinge avanti, non cerca di innovare, non vuole rischiare contraccolpi e indebolimenti. Comportamento comprensibile, ma, soprattutto nell’attuale situazione internazionale che richiede iniziative, dannoso.
Quello della leadership politica e democratica è sempre stato, solo da ultimo a livello delle istituzioni europee, un problema molto complesso. In quanto professore di Scienza politica mi sento autorizzato a sostenere che le grandi leadership, quelle che fanno la differenza, emergono in tempi di crisi gravi e in seguito a conflitti seri e profondi. Anche se non ci troviamo in un periodo brillante, l’Unione europea non è a questo stadio. Se, però, crediamo che il problema della leadership esiste, personalmente ne sono convinto, allora bisognerà pensare a modalità elettive della Presidenza che siano in grado di dare una risposta in termini di coinvolgimento dei cittadini europei, di maggiore partecipazione, di effettiva influenza. Con qualche nostalgia vorrei discuterne con Jean Monnet (1888-1979) e con Altiero Spinelli (1907-1986) le capacità e le energie dei quali si sommarono molto positivamente. Suscitata la vostra curiosità, non svelo le mie carte. Attendo per farlo che Riva voglia andare oltre quanto ha qui utilmente scritto fra passione e delusione. Si può; si deve. Buona lettura.
Bologna (Europa), agosto 2025 Gianfranco Pasquino
Introduzione a
Massimo Riva, L’Europa che non c’è, Pisa University Press, 2025,
PP- 7-11

PP- 7-11
L’ordine liberale è morto da anni. L’interregno genera mostri @DomaniGiornale

L’ordine politico internazionale liberale è venuto meno da più di un decennio. Era definito liberale in quanto basato sul riconoscimento, la protezione e la promozione dell’autonomia degli Stati e dei diritti e delle libertà dei cittadini. Soltanto parzialmente e non dappertutto riuscì a conseguire questi obiettivi. Pertanto è giustamente criticabile. Però, in qualche modo garantì che le due superpotenze USA e URSS non si facessero la guerra e che, seppure grazie all’equilibrio detto “del terrore” poiché motivato dall’imperativo di evitare un devastante conflitto nucleare, sul continente europeo si avessero decenni di pace. Altrove, certo non mancarono i conflitti armati, alcuni, quelli relativi alla decolonizzazione, tanto inevitabili quanto complessivamente positivi. Con il crollo dell’URSS prima, che per qualche tempo lasciò gli USA, come scrisse acutamente Samuel Huntington, superpotenza “solitaria”, e con la lenta, ma inarrestabile, crescita della Cina, il vecchio ordine è quasi del tutto scomparso, ma un nuovo ordine non si è affermato. Non è neppure alle viste. Nell’interregno, vale l’affilata, troppo spesso dimenticata, visione di Antonio Gramsci: proliferano i germi della degenerazione, “nascono i mostri”.
Nessuno sembra sapere dire quanto sia diffusa la consapevolezza della pericolosità dell’interregno. In misure e con modalità diverse, tre protagonisti: Russia, USA e Cina, stanno cercando di trarre il massimo vantaggio dalla situazione esistente. Per dirla con Fukuyama, le liberal-democrazie, che erano riuscite a porre fine vittoriosamente alla storia della Guerra Fredda e del conflitto, non soltanto ideologico, con il comunismo, sono chiamate a combattere una nuova guerra, quella della costruzione di un nuovo ordine internazionale. Ed è tutta un’altra storia.
C’è chi, come Putin, vorrebbe tornare al passato, ma neppure un’improbabile vittoria in Ucraina glielo consentirebbe poiché il costo di quella guerra è la sua ormai evidente pesante dipendenza dalla Cina. C’è chi, come Trump, si gioca tutto il potere tentando di restituire la grandezza per gli USA a costo di distruggere con i dazi da lui tesso imposti uno dei pilastri dell’ordine mondiale che fu: il commercio regolamentato. Non a caso la libertà di circolazione dei beni e dei servizi, delle persone e delle idee è considerata uno dei grandi successi dell’Unione Europea. C’è chi, last but not least, come il neo-primo ministro giapponese, la conservatrice Sanae Takaichi, annuncia dopo l’incontro con Trump che la via da seguire sono gli accordi bilaterali. Alla faccia dell’appartenenza del Giappone all’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN). C’è anche chi, come il Presidente argentino Milei, accolto di recente con grande empatia dal capo del governo italiano, si fa comprare come un vassallo la vittoria nelle elezioni di metà mandato, accettando il ricatto di un cospicuo prestito elargito da Trump. Ubi sovranista maior sovranista minor cessat.
Tutti i “sovranismi”, nessuno escluso, da un lato, cercano accordi e favoritismi personalizzati; dall’altro, si oppongono a prospettive più ampie di collaborazione che potrebbero condurre ad un nuovo ordine internazionale. Da questo punto di vista, l’incontro fra sorrisi e ammiccamenti di Giorgia Meloni con il filoputiniano Viktor Orbán è stato assolutamente deplorevole. Ha segnalato affinità che non possono avere spazio in una Unione europea che voglia essere protagonista nella costruzione del prossimo, necessario, ordine politico internazionale. All’uopo, non è plausibile stare con Trump, che vuole indebolire l’Unione Europea, e neppure, come rivendica Giorgia Meloni, stare con l’Occidente e rappresentarlo. Mai semplice (sic) dato geografico, oggi più che mai, l’Occidente, luogo di valori, diritti, libertà, va (ri)costruito nell’ottica non del sovranismo intimamente egoistico, ma in quella di un internazionalismo aperto. C’è davvero molto da fare con amici e alleati affidabili.
Pubblicato il 29 ottobre 2025 su Domani